CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    IL PIAVE MORMORAVA    
   
PARTE VIII - I nodi al pettine e le amare verità

INCIPIT
"La propaganda disfattista è fatta dagli stessi combattenti" era solito ripetere il Generale Di Robilant, comandante del IV Corpo d'armata, famoso per il suo spirito arguto.
"Perché?" - gli fu chiesto un giorno.
"Perché dicono la verità: dire la verità è fare del disfattismo".

UN ANNO TERRIBILE
Il 1917 inizia con le ennesime spigolature tra le forze alleate, emerse nella "Quinta Conferenza Interalleata" che ebbe luogo a Roma dal 5 al 7 gennaio. Ufficialmente fu diffuso un comunicato finale che sanciva il perfetto accordo sulle strategie da seguire; in realtà i dissensi erano profondi e riguardavano sia l'ambito militare sia quello politico e diplomatico.
Cadorna propose di sferrare un'offensiva congiunta in primavera, da tutti bocciata, eccezion fatta per il Primo Ministro inglese Lloyd George. Cinque conferenze interalleate non erano servite a saldare i rapporti in modo armonioso e a stabilire una linea condivisa. La responsabilità maggiore dei marcati dissensi va attribuita proprio ai governanti italiani, che privilegiavano gli interessi nazionalistici rispetto alle esigenze di una guerra di coalizione.
Si ritorna in guerra con le idee confuse e in un clima d'incertezza, particolarmente sentito dai soldati, che non mancavano di lasciare trasparire il "disgusto" sia per come erano trattati al fronte sia per le notizie che giungevano dal resto del Paese, pregne di critiche da parte di coloro che la guerra la leggevano sui giornali e la discutevano nei salotti.
Le ingenti perdite richiedevano continui rimpiazzi e pertanto anche i quarantenni furono richiamati, ancorché impegnati solo nelle retrovie, senza peraltro che ciò alleviasse il dolore e le preoccupazioni delle famiglie, in massima parte private del principale sostegno. Sul fronte avverso si registrava l'intensificazione della guerra sottomarina da parte della Germania, che già nel 1915 aveva turbato il mondo con l'affondamento del "Lusitania".
Il 15 febbraio ne fa le spese anche il piroscafo italiano "Minas", che trasportava un migliaio di soldati italiani e francesi a Salonicco: 870 le vittime. In Russia, intanto, un popolo stremato da una guerra che non comprende, disegna una controversa pagina di storia con una rivoluzione antitetica rispetto a quella auspicata da Carlo Marx, per il quale le premesse avrebbero dovuto essere il capitalismo industriale giunto al suo massimo sviluppo e un forte proletariato urbano. La grande massa di contadini ridotta alla fame, invece, pur nella limitatezza dello sviluppo industriale, chiuse la partita con una dinastia fallace sotto tutti i punti di vista, illudendosi di soppiantarla con un governo capace di alleviare le pene. Illusione che s'infranse quasi subito: già alla fine di marzo fu sancito il monopolio del grano e la vendita a prezzi controllati effettuabile solo dai rappresentati governativi (con quali nefaste conseguenze per i ceti poveri è facilmente immaginabile) e subito dopo, cedendo alle pressioni degli alleati, il governo accettò di continuare la guerra.
Ad Aprile, finalmente, entrarono in gioco anche gli USA. Sui libri di storia è scritto, con reboante enfasi non scevra di reboante retorica, che Wilson riuscì a ottenere il voto favorevole toccando il cuore dei connazionali con il richiamo alle navi mercantili affondate dai sottomarini, a cominciare dal Lusitania (colpito però nel maggio del 1915 e in circostanze, come emergerà molto tempo dopo, che ribaltano completamente la tesi di un attacco contro inermi civili, considerato che la nave trasportava "anche" un consistente carico di armi destinato agli inglesi), per finire col "Vigilantia", colato a picco solo poche settimane prima (19 marzo).
La verità, come sempre, ha un sapore più amaro e, al di là del toccante discorso pronunciato da Wilson quando chiese il voto al Congresso1, l'insensibilità politica durata ben tre anni fu scossa precipuamente da due fattori: la paura di perdere la riscossione dei crediti maturati grazie alle massicce forniture ai paesi belligeranti amici, in caso di sconfitta; la paura di vedere saldata un'alleanza tra Germania e Messico, che avrebbe consentito al paese sudamericano di riconquistare Nuovo Mexico, Texas e Arizona.
L'entrata in guerra degli USA rinvigorì gli alleati e determinò un importante "fenomeno sociale interno" che condizionerà la vita degli americani nei decenni successivi. Prima del 1917 negli Stati Uniti era tutt'altro che ininfluente il partito socialista, che alle elezioni del 1912 ottenne quasi 1milione di voti, pari al 6% del totale.
La decisione di schierarsi contro la guerra fu fatale: giornali sequestrati, dirigenti arrestati e l'associazione del termine "socialista" a tutto ciò che potesse configurarsi come "tradimento" e "non americano". Il partito socialista cessò di esistere e senza un partito socialista vero non si crearono le condizioni per lo sviluppo di una vera destra, sociale e democratica, capace di contrapporsi all'illusione marxista. Da qui la nascita di quella distorsione tutta americana che vede alternarsi al potere due partiti farlocchi, che costituiscono una ridicola parodia dei concetti di "destra" e "sinistra" " e si assomigliano non poco nel privilegiare quanto di peggio vi possa essere nella gestione del potere, riuscendo a reprimere con sfrontato cinismo (e ferocia) anche quel poco di buono che, occasionalmente e casualmente, dovesse riuscire ad affermarsi, come nei casi di Kennedy e Obama.

DECIMA BATTAGLIA DELL'ISONZO
Il sostegno americano alimentò di nuovo la speranza che la guerra potesse terminare presto e con esito favorevole. Dal 9 aprile al 16 maggio un contingente composto da inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi e soldati del dominio britannico di Terranova attaccò i tedeschi presso Arras, nel nord della Francia, riuscendo a conquistare importanti punti strategici, anche se a costo di numerose perdite: 160mila, più o meno le stesse subite dai tedeschi.
Sul fronte italiano, intanto, continua lo stillicidio dei nostri soldati grazie alla dissennata condotta bellica di Cadorna che, nonostante il mancato appoggio degli alleati, decise comunque di sferrare un nuovo attacco nella zona di Gorizia.
La battaglia ebbe luogo dal 12 al 26 maggio con esito non dissimile da quelle precedenti: un inconsistente vantaggio territoriale a fronte di 36mila morti e 124mila tra feriti e dispersi. Gli austro-ungarici, dal canto loro, ebbero 17mila morti e 104mila tra feriti e dispersi.
La battaglia ebbe un'appendice rappresentata dalla controffensiva austriaca, dal 3 al 6 giugno, che culminò con la disfatta di Flondar e la vigliacca repressione ordita da Cadorna, che proprio non ne voleva sapere di comprendere lo stato di difficoltà oggettiva delle sue truppe e propose al Governo di sciogliere tre reggimenti, composti di soldati siciliani, che a suo dire si erano resi responsabile della pesante sconfitta. Si replicò all'Ortigara, dal 10 al 29 giugno: altra inutile battaglia con un ingente numero di perdite (4500 tra morti e dispersi; 12mila i feriti, ma il balletto delle cifre su questa battaglia perdura ancora oggi e vi sono storici che parlano addirittura di 25mila perdite) e l'ennesima sfuriata isterica di Cadorna, che se la prese prima con "le avverse condizioni metereologiche" (come se fossero valse solo per lui) per poi ripetere la solita cantilena del "diminuito spirito combattivo di una parte delle truppe per effetto della propaganda sovversiva che aveva prodotto le sue tristi conseguenze sul Carso nei primi giorni di quello stesso mese". In realtà i soldati italiani combatterono con ardore, cozzando contro le formidabili difese austro-ungariche e riscuotendo l'ammirazione stessa degli avversari, a riprova che Cadorna era pregno di pregiudizi e assolutamente non in grado di produrre analisi serie e concrete dalle quali trarre insegnamento.

I SOLDATI SONO STANCHI
Nei capitoli precedenti si è fatto riferimento alla dura repressione inferta ai disertori e a coloro che si rifiutavano di attaccare il nemico, consapevoli di andare incontro a morte sicura.
Sul fronte italiano in molti casi si trattava di scegliere tra il morire in combattimento subito dopo aver messo il naso fuori dalla trincea o essere fucilati per codardia. Non vi è guerra, in effetti, che non registri atti di diserzione e di codardia, che però si configurano "pienamente" come tali e incarnano le debolezze di taluni soggetti.
Nel caso della Prima Guerra Mondiale, però, l'analisi è più complessa perché investe un numero massiccio di soldati, su tutti i fronti, e in massima parte non si può parlare né di codardia né di diserzione, ma del rifiuto convinto a obbedire agli ordini che si ritenevano impartiti da ufficiali ritenuti non all'altezza del ruolo.
Questo comportamento, spesso culminato con una condanna a morte, presuppone una presa di coscienza razionale da parte dei soldati, non scevra di coraggio. In Italia i soldati percepivano pienamente due "scollamenti": quello con il Paese e quello con gli ufficiali, attenti alla carriera, a pararsi il sedere e, salvo casi eccezionali, che proprio perché tali non fanno testo, cinicamente disponibili a passare sui loro cadaveri rispettando in pieno il principio del "mors tua vita mea".
A tal proposito val la pena di citare quanto argutamente osserva Curzio Malaparte2: "La nazione non aveva ancora capito che la guerra che si stava combattendo era un'agonia terribile, senza uno sventolio di entusiasmo, senza un momento di bellezza eroica: era rimasta affondata nella vecchia concezione della "bella morte" e dell'atto eroico.
Quando i fanti scesero dalle trincee per la prima licenza invernale, nessuno quasi si accorse di quegli uomini seri, sudici, logori, che passavano in silenzio senza sventolare bandiere e cantare inni di guerra. Lo spettacolo di quelle interminabili tradotte piene di popolo sbrindellato e grave, faceva pena e noia. Quei soldati avevano l'aria di uscire da una prigione. Non dovevano avere molto coraggio, pensavano i pacifici borghesi, se la guerra li aveva ridotti in quel pietoso stato di abbattimento.
La guerra, invece, nell'immaginazione di quelli che erano rimasti lontani dalle trincee, era sempre la bella lotta in campo aperto, nel sole, con le bandiere spiegate e i colonnelli a cavallo alla testa dei reggimenti bene allineati e ben vestiti, con zaino e scarpe nuove. E sole e sole e sole. E la gioia di morire per l'Italia bella, giardino del mondo, madre di civiltà, imitando le gesta degli antichi romani e dei nostri eroi del risorgimento! E i morti col sorriso sulle labbra, pietosamente raccolti sul campo dalle dame della Croce Rossa, sorelle buone tergenti il sudore dalle fronti eroiche: " muoio contento per la patria mia!" E fiori! Fiori agli eroi!" […] Il fante ritornava in linea disgustato della nazione. Vi ritornava profondamente mutato: qualcosa germinava nel fondo della sua coscienza. Perché battersi? Perché soffrire? Perché morire? Per chi, dunque? Per la nazione. Per il suo bene, per la sua grandezza, per la sua gloria. Ma che faceva la nazione per rendersi degna di lui, per dimostrargli la sua gratitudine, per fargli sentire il battito del grande cuore accanto al suo povero scheletro condannato a sacrificarsi? Niente. Anzi: faceva di tutto per fargli capire che il suo sacrificio, in fondo, aveva qualche cosa di grottesco. [Continua con il tributo ai francesi e ai tedeschi, che lo scrittore vedeva partecipi delle sofferenze dei propri soldati. Ndr]. Ma il fante dell'Italia, l'umilissimo e cristianissimo fante analfabeta, sentiva salire fino a lui, dal paese, il tanfo di marcio e di vigliaccheria, l'insulto di una nazione che si ostinava a non capire, a non soffrire, a non benedire il suo spasimo.
Sacrificarsi è necessario, quando la patria lo vuole e lo ordina. Ma sacrificarsi per la patria, quando questa continua a vivere la sua grassa vita, insultando, per idiozia o per vigliaccheria, chi muore e chi dolora per lei, è ridicolo e stupido".
Al di là del tributo al popolo francese, senz'altro poggiato su basi veritiere, la stanchezza per la dura guerra e il suo rifiuto s'incunearono prepotentemente anche nelle truppe d'oltralpe, ingigantendosi smisuratamente rispetto ai pur numerosi episodi registrati negli anni precedenti. Il primo giugno un reggimento di fanteria s'impadronì della città di Missy-aux- Bois e nominò un governo pacifista. In totale furono 27mila che si diedero alla macchia nel corso del 1917, spaventati dalle ingenti perdite registrate dall'inizio della guerra, quassi un milione di morti, e incoraggiati dalle notizie provenienti dalla Russia, diffuse dai giornali socialisti.
La repressione fu massiccia e furono istituite ben 3400 corti marziali, anche se molte condanne a morte furono commutate in pene detentive. La rivolta rientrò quasi totalmente con la sostituzione dell'inetto generale Robert Nivelle, che aveva sfiancato le truppe nell'inutile "Offensiva Nivelle"3: Philippe Petain, che prese il suo posto, dimostrò subito maggiore attenzione alle esigenze dei soldati, concedendo un numero maggiore di licenze, rispetto al passato, aumentandone anche i giorni di fruizione; fu anche disposta l'immediata sospensione delle "grandi offensive" fino all'arrivo degli americani e dei più moderni carri armati, prodotti dalla Renault.
Anche in Russia il vento della stanchezza, alimentato dalla tempesta rivoluzionaria, incomincia a farsi sentire in modo massiccio. Kerenskij, ai primi di luglio, era ancora ministro della guerra, anche si di fatto rappresentava la voce più autorevole e carismatica del governo provvisorio, presieduto dall'opaco e inconsistente principe Georgij Evgen'evič L'vov. Non ebbe difficoltà alcuna, quindi, nel convincere il Gabinetto a sostenere la sua idea di sferrare un'offensiva contro i tedeschi, che secondo lui si sarebbe rivelata salutare per il futuro del paese, nonostante il forte anelito di pace che giungeva dal fronte e dalla maggioranza della popolazione. Il primo luglio ben quattro armate attaccarono i tedeschi nell'antica regione della Galizia, obbligandole a ritirarsi verso Leopoli. L'avanzata russa, però, fu arrestata il 18 luglio e i tedeschi ben presto riconquistarono tutto il terreno perduto obbligando a loro volta i russi a una disastrosa ritirata, che costò oltre 60mila morti. Il morale delle truppe crollò e si moltiplicarono gli episodi di diserzione.
In Italia non si reggono più gli stenti e le privazioni: il 16 luglio, nei presi di Udine, scoppia una rivolta nell'accampamento della Brigata Catanzaro, culminata con la morte di due ufficiali e nove soldati. Il comandante della Brigata, senza nemmeno disporre un processo o accertare le cause della rivolta, dispose la fucilazione immediata di ventotto soldati, più quella di altri dieci che gettarono le munizioni durante il trasferimento in prima linea. Le circolari del Comando supremo prescrivevano di "passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi" e di ricorrere alla "decimazione"4 nel caso in cui non fosse stato possibile individuare i responsabili.
Il Duca D'Aosta, comandante della III armata, pur essendo consapevole che i soldati erano stressati per il prolungato (e infruttuoso) impegno sul Carso e per la disparità di trattamento rispetto ad altre brigate, approvò i severissimi provvedimenti, ivi compresa la decimazione, che costituisce un'aberrazione giuridica in quanto viola il principio della responsabilità personale, oltre a configurarsi come aberrazione etica, essendo evidente l'assoluta incapacità di chi la sostenga di comprendere la natura umana e risolvere in modo fruttuoso e intelligente le gravi crisi esistenziali che, inevitabilmente, possono insorgere in contesti drammatici come quelli bellici.
Durante tutto l'arco della guerra furono circa 1100 i soldati che persero la vita a seguito di fucilazione o decimazione; a loro, però, vanno aggiunte le tantissime vittime delle "esecuzioni sommarie", effettuate in trincea per i capricci e le psicopatologie degli ufficiali, il cui computo non è semplice, anche perché artatamente occultato dalle alte sfere dell'esercito e dai governi.

LA VIGILIA DEL TRAGICO AUTUNNO
Il 29 luglio è una data storica per l'esercito italiano: nascono gli "Arditi", corpo speciale d'assalto addestrato per la totale conquista delle linee nemiche, in piena autonomia. Come tutti i reparti speciali era riservato ai soldati capaci di superare severi test psico-attitudinali e di reggere un addestramento estremo, al limite delle umane capacità di sopportazione. Li vedremo in azione sia a Caporetto sia nella battaglia di Vittorio Veneto.
Il primo agosto si leva alta la voce del Sommo Pontefice5 contro l'inutile strage. I paesi belligeranti sono invitati a cessare la lotta tremenda e a sottoscrivere un piano di pace composto di sette punti: evacuazione delle zone occupate, disarmo reciproco, libertà di navigazione, rinuncia reciproca agli indennizzi di guerra, esame delle questioni territoriali irrisolte, negoziati che tengano conto "per quanto possibile, delle aspirazioni dei popoli", istituzione dell'arbitraggio internazionale. Parole al vento di una calda e drammatica estate, che si appresta a lasciare le consegne belliche a un autunno ancora più tragico.



NOTE
1) Il 3 febbraio scorso vi presentai ufficialmente lo straordinario annuncio del governo imperiale tedesco che, a partire dal 1° febbraio avrebbe utilizzato i sottomarini per affondare ogni nave che cercava di avvicinarsi ai porti della Gran Bretagna, dell'Irlanda o alle coste occidentali dell'Europa o a uno qualsiasi dei porti controllati dai nemici della Germania nel Mediterraneo. […] Dall'aprile dello scorso anno il governo imperiale aveva in qualche modo limitato l'attività dei sottomarini, conformemente alla promessa di non affondare le navi passeggeri […] La nuova politica ha spazzato via ogni restrizione. Navi di ogni tipo, qualunque sia la loro bandiera, il loro carattere, il loro carico, la loro destinazione, la loro commissione, sono stati spietatamente affondate senza preavviso e senza alcun aiuto per i superstiti. Persino le navi ospedaliere […] sono state affondate con la stessa mancanza di compassione. Non riuscivo a credere che cose del genere sarebbero state fatte da un governo iscritto alle pratiche umane delle nazioni civili. […] Non sto pensando ora alla perdita di beni materiali, ma solo alla sfrenata e totale distruzione della vita di non combattenti: uomini, donne e bambini, impegnati in attività che da sempre, anche nei periodi più oscuri della storia moderna, sono stati ritenuti innocenti e legittimati nelle loro azioni. L'attuale guerra sottomarina tedesca contro il commercio è una guerra contro l'umanità. È una guerra contro tutte le nazioni. Le navi americane sono state affondate, le vite americane sono state prese […]le navi di altre nazioni neutrali sono state affondate nello stesso modo. Non c'è stata alcuna discriminazione. La sfida è per tutta l'umanità. Ogni nazione deve decidere da sola come fronteggiarla. La scelta deve essere fatta con una moderazione e una temperanza di giudizio che si addicano al nostro carattere e ai nostri motivi di nazione. Dobbiamo accantonare i sentimenti di eccitazione. La nostra ragione non sarà la vendetta o l'affermazione vittoriosa della forza fisica della nazione, ma solo la rivendicazione del diritto, del diritto umano, di cui siamo solo un leale difensore. Quando mi sono rivolto al Congresso il 26 febbraio scorso, ho pensato che sarebbe stato sufficiente affermare i nostri diritti di neutralità con le armi, il nostro diritto di usare i mari contro le interferenze illecite, il nostro diritto a proteggere il nostro popolo dalla violenza illegale. Ma la neutralità armata, ora, è impraticabile. Poiché i sottomarini sono in effetti fuorilegge quando vengono usati contro la navigazione mercantile, è impossibile difendere le navi contro i loro attacchi […]Il governo tedesco nega il diritto dei neutrali di usare le armi, in tutte le aree del mare da esso indicato, per difendere quei diritti che nessuno ha mai messo in discussione. Sostengono che le navi mercantili protette da personale armato saranno trattate come se fossero navi dei pirati. La neutralità armata è nel migliore dei casi inefficace; in tali circostanze e di fronte a tali pretese è peggio che inefficiente: è probabile che produca solo ciò che doveva impedire; è praticamente certo che ci trascinino in guerra senza i diritti o l'efficacia dei belligeranti. C'è una scelta che non possiamo fare, che siamo incapaci di fare: non sceglieremo la via della sottomissione. […] Consiglio al Congresso di accettare formalmente la condizione di belligeranti impostaci e di prendere misure immediate per costringere la Germania ad accettare le nostre condizioni e porre fine alla Guerra. Ciò che questo implicherà è chiaro. Comporterà la massima cooperazione possibile nel consiglio e nell'azione con i governi ora in guerra con la Germania e, come conseguenza, l'estensione a quei governi dei crediti finanziari affinché le nostre risorse possano essere aggiunte alle loro. Implicherà l'organizzazione e la mobilitazione di tutte le risorse materiali del paese per fornire i materiali di guerra e servire i bisogni della nazione in modo "abbondante" (sic) e allo stesso tempo nel modo più economico ed efficiente possibile.
2) "Viva Caporetto - La rivolta dei Santi maledetti", Prato, Stabilimento Lito-Tipografico Martini, 1921 (Pubblicato con il suo vero nome: Curzio Erich Suchert)
3) Causa primaria delle massicce diserzioni, l'offensiva Nivelle ebbe luogo dal 16 aprile al 9maggio, con l'intento di costringere la Germania alla resa entro quarantotto ore. Furono impegnati 1.200mila soldati e 7.000 pezzi di artiglieria su un fronte che andava da Roye a Reims. Venne meno anche l'effetto sorpresa perché Nivelle non seppe resistere alla tentazione di parlare del piano con tutti, giornalisti compresi. La disfatta fu totale e la morte di circa 350mila soldati gli valse l'appellativo di "macellaio".
4) Estrema pratica di disciplina militare mutuata dall'antica Roma: si sceglieva un soldato a caso ogni dieci e lo si giustiziava in assenza di colpevoli certi.
5) Fino dagli inizi del Nostro Pontificato, fra gli orrori della terribile bufera che si era abbattuta sull'Europa, tre cose sopra le altre Noi ci proponemmo: una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli; uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da Noi si potesse, e ciò senza accettazione di persone, senza distinzione di nazionalità o di religione, come Ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo; infine la cura assidua, richiesta del pari dalla Nostra missione pacificatrice, di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una "pace giusta e duratura". Chi ha seguito l'opera Nostra per tutto il doloroso triennio che ora si chiude, ha potuto riconoscere che come Noi fummo sempre fedeli al proposito di assoluta imparzialità e di beneficenza, così non cessammo dall'esortare e popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli, quantunque non sempre sia stato reso pubblico ciò che Noi facemmo a questo nobilissimo intento. Sul tramontare del primo anno di guerra Noi, rivolgendo ad Essi le più vive esortazioni, indicammo anche la via da seguire per giungere ad una pace stabile e dignitosa per tutti. Purtroppo, l'appello Nostro non fu ascoltato: la guerra proseguì accanita per altri due anni con tutti i suoi orrori: si inasprì e si estese anzi per terra, per mare, e perfino nell'aria; donde sulle città inermi, sui quieti villaggi, sui loro abitatori innocenti scesero la desolazione e la morte. Ed ora nessuno può immaginare quanto si moltiplicherebbero e quanto si aggraverebbero i comuni mali, se altri mesi ancora, o peggio se altri anni si aggiungessero al triennio sanguinoso. Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte? E l'Europa, così gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta da una follia universale, all'abisso, incontro ad un vero e proprio suicidio? In sì angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento od interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che invocano l'opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell'umanità e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, e rinnoviamo un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma per non contenerci sulle generali, come le circostanze ci suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche ed invitare i Governi dei popoli belligeranti ad accordarsi sopra i seguenti punti, che sembrano dover essere i capisaldi di una pace giusta e duratura, lasciando ai medesimi Governanti di precisarli e completarli. E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione. Stabilito così l'impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso.
Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai beneficai immensi del disarmo; tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico. Che se in qualche caso vi si oppongano ragioni particolari, queste si ponderino con giustizia ed equità. Ma questi accordi pacifici, con gli immensi vantaggi che ne derivano, non sono possibili senza la reciproca restituzione dei territori attualmente occupati. Quindi da parte della Germania evacuazione totale sia del Belgio, con la garanzia della sua piena indipendenza politica, militare ed economica di fronte a qualsiasi Potenza, sia del territorio francese: dalla parte avversaria pari restituzione delle colonie tedesche. Per ciò che riguarda le questioni territoriali, come quelle ad esempio che si agitano fra l'Italia e l'Austria, fra la Germania e la Francia, giova sperare che, di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo, le Parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, come abbiamo detto altre volte, delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del grande consorzio umano. Lo stesso spirito di equità e di giustizia dovrà dirigere l'esame di tutte le altre questioni territoriali e politiche, nominatamente quelle relative all'assetto dell'Armenia, degli Stati Balcanici e dei paesi formanti parte dell'antico Regno di Polonia, al quale in particolare le sue nobili tradizioni storiche e le sofferenze sopportate, specialmente durante l'attuale guerra, debbono giustamente conciliare le simpatie delle nazioni. Sono queste le precipue basi sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. Esse sono tali da rendere impossibile il ripetersi di simili conflitti e preparano la soluzione della questione economica, così importante per l'avvenire e pel benessere materiale di tutti gli stati belligeranti. Nel presentarle pertanto a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage. Tutti riconoscono, d'altra parte, che è salvo, nell'uno e nell'altro campo, l'onore delle armi; ascoltate dunque là Nostra preghiera, accogliete l'invito paterno che vi rivolgiamo in nome del Redentore divino, Principe della pace. Riflettete alla vostra gravissima responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini; dalle vostre risoluzioni dipendono la quiete e la gioia di innumerevoli famiglie, la vita di migliaia di giovani, la felicità stessa dei popoli, che Voi avete l'assoluto dovere di procurare. Vi inspiri il Signore decisioni conformi alla Sua santissima volontà, e faccia che Voi, meritandovi il plauso dell'età presente, vi assicuriate altresì presso le venture generazioni il nome di pacificatori. Noi intanto, fervidamente unendoci nella preghiera e nella penitenza con tutte le anime fedeli che sospirano la pace, vi imploriamo dal Divino Spirito lume e consiglio.
Dal Vaticano, 1° Agosto 1917. BENEDICTUS PP. XV


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