CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    IL PIAVE MORMORAVA    
   
PARTE QUARTA: L'EUROPA IN FIAMME

Nel giugno del 1915 l'Europa è un immenso campo di battaglia, esteso anche oltre i suoi confini continentali. Il 23 agosto dell'anno precedente, il Giappone, su sollecitazione del governo britannico, entrò in guerra contro la Germania, occupando i territori coloniali tedeschi in Estremo Oriente.
Nello stesso mese il Regno di Montenegro dichiarò guerra all'Austria-Ungheria. Il 6 agosto 1914 la Francia e la Gran Bretagna iniziarono la campagna dell'Africa Occidentale, con l'invasione delle colonie tedesche. Il Togoland (oggi Togo) fu occupato quasi senza combattere; più complicata si rivelò la conquista del Camerun, che avvenne solo nel febbraio 1916. Tra il 14 e il 24 agosto 1914, la battaglia delle Frontiere, lungo la linea di confine franco-belga, rivelò il vero volto di una guerra combattuta con regole vecchie e strategicamente inefficaci. Imponente lo schieramento delle truppe (1.300mila soldati per l'Intesa e 1.500.000 per la Germania) e altissimo il numero dei caduti su entrambi i fronti (80mila e 57mila).
A fronteggiarsi furono due "concezioni" belliche: il Piano XVII, concepito dal generale Joseph Joffre, e il Piano Schlieffen, concepito nel 1905 dal capo di stato maggiore Alfred Graf von Schlieffen. Il generale francese prevedeva lo sfondamento delle linee tedesche in Alsazia, contando sullo "slancio vitale" delle sue truppe e "supponendo" che giammai i tedeschi avrebbero utilizzato un consistente numero di armate sin dall'inizio delle ostilità, come, di fatto, avvenne. Il piano Schlieffen prevedeva la violazione della neutralità belga per raggiungere Parigi in pochi giorni.
Entrambe le strategie si rivelarono fallimentari. L'anacronistica offensiva ad oltranza dei francesi, praticata con le baionette spianate in campo aperto, fu facilmente arginata grazie al filo spinato, alla potenza di fuoco delle mitragliatrici e alle più moderne tattiche di dispiegamento delle truppe. Il Piano Schlieffen, dal suo canto, risultò non meno fallimentare in virtù di eventi "imponderabili", che colsero di sorpresa lo Stato Maggiore e il pur abile comandante Von Moltke, succeduto a Schlieffen nel 1906: la resistenza dell'esercito belga si dimostrò più consistente del previsto e fece ritardare di molti giorni l'avanzata in Francia; non si era prevista l'entrata in guerra della Gran Bretagna, il cui corpo di spedizione costrinse i tedeschi a deviare verso Compiegne, rinunciando a Parigi; non si era prevista la tempestiva mobilitazione dell'esercito russo, che penetrò in Prussia sconfiggendo i tedeschi nella battaglia di Gumbinnen. Questi eventi, a loro volta, ne determinarono altri ancor più penalizzanti: Von Moltke fu costretto a distogliere molte truppe dal fronte occidentale per inviarle contro i russi; la resistenza belga e l'aiuto della Gran Bretagna consentirono ai francesi di riposizionarsi in modo ottimale per difendere Parigi e rinforzare il fronte verso Sud, creando i presupposti per "il miracolo della Marna".
A Parigi ci si preparava alla difesa, affidata al vecchio generale Gallieni, mentre frotte di cittadini in fuga dagli invasori ripetevano le tragiche scene del 1871, rifugiandosi nella capitale. Il governo scappò a Bordeaux, in cerca di salvezza, abbandonando Gallieni al suo destino, in una città terrorizzata, che però non esitò a rispondere al suo appello per difendersi dal nemico combattendo con ogni mezzo e costruendo solide barricate. Nulla avrebbero potuto fare contro le bene armate truppe tedesche, pur provate dalle lunghe marce, se il "caso" non fosse venuto in soccorso della "necessità". Il 3 settembre un aereo di ricognizione scoprì la deviazione dell'armata tedesca; Gallieni si rese conto che in tal modo i tedeschi gli offrivano il fianco e attaccò senza indugio.
La battaglia, che nessuno aveva previsto, si svolse tra il 6 e l'11 settembre 1914 e sancì il fallimento definitivo del piano Schlieffen, cancellando la possibilità di una rapida vittoria sul fronte occidentale.
La battaglia della Marna rappresentò una svolta importante per l'andamento della guerra, determinando il cambiamento sostanziale delle strategie adottate fino a quel momento. Iniziò la guerra delle "trincee", logorante oltre i limiti dell'umana sopportabilità, caratterizzata nella prima fase dalla "corsa al mare", con la quale gli eserciti francese e tedesco tentarono inutilmente di aggirarsi, prolungando il fronte fino al Mare del Nord. Il susseguirsi delle battaglie in Piccardia e nelle Fiandre non portò a nessun risultato concreto e il fronte occidentale, di fatto, rimase fermo fino alle offensive di primavera del 1918.

LA TRINCEA
La vita del soldato in trincea è dura e piena di disagi. "Un odore sgradevole ci prende alla gola nella nostra nuova trincea a destra di Esparges. Piove a dirotto e troviamo dei teli da tenda sulle pareti. L'indomani, all'alba, constatiamo che le nostre trincee sono scavate in un carnaio; i teli da tenda nascondevano la vista di cadaveri e rottami. Dopo qualche giorno, con il ritorno del sole, le mosche ci invadono, l'appetito è scomparso. Quando i fagioli e il riso possono arrivarci, li scaraventiamo oltre il parapetto. Solo il vino e la grappa sono i benvenuti. Gli uomini hanno un colorito terreo, gli occhi segnati"1.
Altro flagello era rappresentato dai topi e dai pidocchi, dalla sporcizia, dall'impossibilità di cambiarsi d'abito e di lavarsi anche per mesi, dall'odore acre dell'urina. Le trincee contrapposte si fronteggiavano a poche centinaia di metri e a volte anche a distanza inferiore ai cento metri, separate dalla cosiddetta "terra di nessuno", costellata di cadaveri in putrefazione e da feriti difficilmente recuperabili per non esporsi al fuoco dei cecchini. Un ufficiale ordinava gli assalti con un fischietto e i soldati partivano di slancio, con le baionette spianate, impigliandosi nei reticolati di filo spinato e offrendosi al micidiale fuoco delle mitragliatrici. I soldati avevano ben chiara la percezione dell'inutilità delle loro azioni, che servivano solo a generare un alto numero di morti, senza alcun vantaggio effettivo: si conquistavano pochi metri, si perdevano grazie alla controffensiva, si riconquistavano ancora a duro prezzo, si riperdevano e così via.
Nondimeno dovevano soggiacere a questa frustrante condizione, pena la fucilazione per vigliaccheria o ammutinamento. La letteratura e la cinematografia hanno messo in ampio risalto questi aspetti, con autentici capolavori che hanno avuto grande successo2.
Al di là dei romanzi e dei film, tuttavia, sono le testimonianze dirette di chi la guerra l'ha combattuta davvero, non importa su quale fronte, che consentono di penetrare ancor più in una realtà altrimenti incomprensibile. Sotto questo profilo risulta di fondamentale importanza il saggio di Ernst Jünger "Nelle tempeste d'acciaio", (Guanda 1990), reperibile anche con il titolo "Tempeste d'acciaio", Ciarrapico Editore, 1961, edizioni preferibili a quella edita dallo Studio Tesi nel 1990, sempre con il titolo "Tempeste d'acciaio", in quanto la traduzione effettuata da Gisela Jaager-Grassi non regge il confronto con quella curata da Giorgio Zampaglione. Jünger offre una visione della guerra scevra di sentimentalismi e retorica, rappresentandola nella sua essenza più veritiera, discostandosi dai tanti "fanatici" banalmente "patriottici", che nella guerra trovarono un alibi per dare sfogo alla loro confusa e distorta visione del mondo.
La dedizione alla Patria di Jünger ha un valore "elitario" perché corroborata da concetti che trascendono il binomio individuo-territorio, ossia sono tedesco e combatto per la mia Patria contro i suoi nemici; sono francese, italiano, austriaco e faccio altrettanto, e così via. Troppo banale per l'anarca che ha attraversato un intero secolo, cogliendone tutte le sfumature, senza rimanere contaminato dai tanti tarli che lo hanno infettato. "Se un giorno non si comprenderà più come un uomo abbia potuto dare la vita per il suo paese, allora sarà tutto finito; allora l'idea della patria sarà morta; e quel giorno forse ci invidieranno come noi invidiamo i santi per la loro forza profonda e irresistibile. Perché tutte queste belle e grandi idee provengono da un sentimento che è nel sangue che non si può dominare. Alla fredda luce della ragione, tutto diviene calcolo disprezzabile e monotono. Ci è stato concesso di vivere nei raggi invisibili dei grandi sentimenti e questo resterà un nostro privilegio inestimabile".
Ecco il concetto di Patria che si estende oltre i confini territoriali di un singolo individuo, coinvolgendo ogni essere umano. Una bella differenza rispetto alle teste calde presenti in ogni paese, per le quali la ragione è sempre dalla loro parte e tutti gli altri sono i nemici. Senza alcuna volontà comparativa con la grandezza dell'opera di Jünger, merita una citazione anche il diario di guerra di Carlo Emilio Gadda, "Giornale di guerra e di prigionia", Garzanti, 1992: abbracciando un arco di tempo molto vasto, dal 1915 al 1919, consente un approfondimento a largo spettro delle vicende belliche, rivelando sia le tante distonie che caratterizzarono l'impegno italiano sia l'eroismo dei singoli.
Da prendere con le molle, invece, le numerose testimonianze di generali e politici, per lo più scritte con l'unico intento di "giustificare le proprie azioni" e quindi poco credibili. Utilissimo, invece, il saggio di Lorenzo del Boca, "Grande Guerra - Piccoli generali", UTET 2008, che già nel titolo rivela lo spirito con cui viene affrontato l'evento bellico. Le tristi condizioni dei soldati e la vita dura nelle trincee sono crudamente trattate nel capitolo intitolato "Il fango e il gelo, i topi e la febbre".

EUROPEI CHE UCCIDONO ALTRI EUROPEI
Prima di proseguire con la cronaca bellica cerchiamo di capire lo spirito con il quale decine di milioni di persone si spararono addosso vicendevolmente, si sobbarcarono a fatiche sovrumane, sopportarono soprusi e violenze mettendo in mostra tutte le possibili reazioni umane che tali fenomenologie sono in grado di manifestare: rabbia, dolore, ribellione, rassegnazione.
Sarebbe facile affermare: "Erano soldati, dovevano obbedire e non è importante ciò che pensavano. Combattevano perché glielo avevano ordinato". Questo concetto traspare in alcuni saggi che spostano l'attenzione precipuamente sui personaggi di alto rango militare e politico, le cui decisioni potevano orientare gli eventi in un senso o nell'altro. Per quanto concerne gli italiani, poi, non mancano cesellature che mettono in evidenza come molti soldati, di bassa scolarizzazione o analfabeti, non riuscissero nemmeno a comprendere le reali motivazioni della guerra che combattevano. Limitarsi a questa analisi, tuttavia, è oltremodo riduttivo, perché mai come nella Grande Guerra lo spirito dei combattenti - lo vedremo via via - ebbe il sopravvento sulle decisioni dei "capi", condizionando, di fatto, il risultato finale.
Se guerrafondai e pacifisti sono riscontrabili in ogni paese con tratti comuni, i tipi umani chiamati a combattere mettono in luce peculiarità differenti, secondo la loro matrice territoriale. I tedeschi, è noto, sono famosi per la disciplina, per la straordinaria capacità organizzativa, per l'ordine. La prima guerra mondiale fu anche l'espressione della massificazione della società perché tutti furono chiamati ad apportare il loro contributo e queste caratteristiche, ovviamente, consentirono una strutturazione delle risorse umane, nelle retrovie e al fronte, di gran lunga superiore rispetto a quanto avvenne in altri paesi. I giovani tedeschi bramavano la carriera militare e non disdegnavano la guerra in virtù di un retaggio educazionale che, a tale ruolo, conferiva grande prestigio.
Le trincee costruite dai tedeschi erano di gran lunga più confortevoli rispetto alle altre e il supporto logistico assicurato, negli armamenti, nel cibo e in qualsivoglia altra necessità, surclassava quello di tutti gli altri eserciti. Il soldato tedesco era fiero del suo ruolo e combatteva con ferma determinazione perché credeva che la Germania avesse il diritto di dominare l'Europa. Lo stesso Jünger sosteneva testualmente (non dimentichiamo che aveva solo venticinque anni quando scrisse "Tempeste d'acciaio"): "Questi combattimenti sono passati e già intravediamo davanti a noi delle nuove lotte. Noi - e in questo "noi" comprendo i giovani che nel paese sono quelli che pensano e che sono aperti all'entusiasmo - non avremo paura. Fintantoché le spade manderanno lampi nell'ombra, la Germania vivrà, la Germania non soccomberà".
L'esercito inglese, composto prevalentemente da volontari, era guidato da ufficiali reclutati tra la nobiltà e la borghesia. Era un piccolo esercito che passò in pochissimo tempo da 200mila a 5milioni di uomini, dimostrando grande capacità di adattamento, nonostante la ritrosia dei soldati esperti nei confronti dei superiori "novellini", che dovettero faticare non poco per vedersi riconosciuti nel ruolo.
Non mancava il coraggio e i soldati si distinsero in mille occasioni per la capacità di fronteggiare il nemico anche in condizione d'inferiorità numerica. I tratti del carattere inglese non erano certi "annichiliti" dalle circostanze particolari e ciò comportò molti problemi nei rapporti con gli alleati. Inglesi e francesi si detestavano reciprocamente e non perdevano occasione per creare scaramucce, anche per futili motivi.
Quando l'integrazione delle truppe, per esempio, determinò la somministrazione di cibo francese agli inglesi e viceversa, gli ufficiali dovettero faticare non poco per mantenere l'ordine: ciascuno schifava il cibo degli altri. Il velleitario "complesso di superiorità" li portava a cesellare l'azione bellica con gesti spesso discutibili, ancorché ancorati a quei presupposti da "gentlemen" che costituiscono una costante della storia britannica, alla pari, tuttavia, della ferocia dimostrata quando si è trattato di difendere i propri interessi, come avvenuto nelle colonie e nella vicina Irlanda.
Emblematico un episodio che ho già avuto modo di citare in questo magazine3 e che val la pena di replicare. Il 28 settembre 1918 un plotone d'assalto inglese fu bloccato da una postazione tedesca trincerata a Marcoing, nei pressi di Cambrai. Tra i soldati inglesi vi era il ventisettenne Henry Tadney, già veterano di tante battaglie e più volte ferito in azione. Tadney, da solo, strisciò in avanti sotto il fuoco continuo di una potente mitragliatrice, balzò nella trincea e uccise tutti i nemici. In fondo vi era un caporale ferito, sanguinante e impaurito, già presago della sorte che lo attendeva. Il soldato inglese, invece, pronto per sferrare il colpo mortale, indugiò e abbassò l'arma, lasciandolo vivere. "Non potevo sparare a un uomo ferito", dirà in seguito. La battaglia di Marcoing gli valse la "Victoria Cross", la più alta onorificenza militare assegnata per il valore "di fronte al nemico". Peccato che il caporale cui salvò la vita si chiamasse Adolf Hitler.
Non va sottaciuto, infine, un altro significativo aspetto del "tipo" inglese, perché serve a meglio inquadrare la realtà "europea", non solo nel contesto specifico di riferimento. Provate a girare per le strade di Londra o di qualsiasi altra città inglese e chiedete di parlarvi della Grande Guerra: resterete a bocca aperta nello scoprire che la stragrande maggioranza dei cittadini "esalta" il ruolo dell'armata britannica e, semplicemente, "ignora" che l'Italia abbia preso parte alla guerra! Ignoranza del popolino, verrebbe da replicare di primo acchito. Sbagliato.
Tutta la saggistica inglese dedicata alla Grande Guerra, di fatto, sostanzialmente ignora l'Italia e nell'imponente opera edita dall'Università di Cambridge nel 2013, "The first world War", tre volumi per oltre 2.300 pagine, l'Italia è presente in modo superficiale e approssimativo in un piccolissimo capitolo. (Non sembri questa una divagazione dal tema: tanti problemi insorti sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, e poi anche in seguito, sono una diretta conseguenza della mancanza di amalgama tra soggetti che, non fosse altro perché combattevano dalla stessa parte, avrebbero dovuto quanto meno "conoscersi" meglio).
Se "l'individualismo" inglese si manifestava in un contesto di gruppo, anche esteso, il soldato francese preservava il classico "individualismo" fine a se stesso. Non era disciplinato come i tedeschi, ma se obbligato sapeva obbedire senza riserve. L'animo inquieto lo portava a continui sbalzi di umore: si scoraggiava e si esaltava facilmente. Bastava creare, quindi, occasioni ottimali per tirare fuori la parte migliore del suo "essere" ed era capace di sorprendere e stupire. E' accaduto tante volte e non solo nella Prima Guerra Mondiale.
I soldati russi non sono per nulla comparabili a nessun altro "tipo" europeo. Raggiunsero la bella cifra di 15milioni e tra loro i disertori furono davvero pochi. "Non avevano né l'incoscienza un po' vana dei francesi, né la disinvoltura degli inglesi, né la sicurezza dei tedeschi"4.
"Nutriti di zuppa di cavolo e di carne e dissetati da enormi quantità di tè, avvolti in grandi mantelli che arrivavano quasi fino ai piedi, i soldati russi erano uomini coraggiosi, disciplinati (all'inizio), ma non avevano capacità di manovra. Le truppe, composte essenzialmente di contadini, erano meno "composite" di quelle di altri paesi. Il comando, in genere reazionario, era distante e sprezzante nei confronti degli uomini. Gli ufficiali avevano instaurato abitudini disciplinari che ricordavano quelle dei penitenziari. Ne risultò un odio crescente nei confronti degli ufficiali, che si tradusse nel 1917 in insulti, insubordinazione ed anche massacri. Gli ufficiali subalterni, a loro volta, spesso erano tecnicamente molto più preparati degli ufficiali di grado elevato 5.





(Continua nel prossimo numero con la quinta parte, interamente dedicata all'esercito italiano).


NOTE:
1 (Citazione del caporale Broizat tratta dal testo di André Ducasse: "La Guerre racontée par les combattants", Flammaron, 1932)
2 Erich Maria Remarque, "Niente di nuovo sul fronte occidentale", Newton Compton, 2008. Dal romanzo sono stati tratti due film: "All'ovest niente di nuovo", diretto da Lewis Milestone nel 1930 e "Niente di nuovo sul fronte occidentale", diretto da Delbert Mann nel 1979. In Italia destò molto scalpore il film di Francesco Rosi, "Uomini contro", girato nel 1970, ispirato al libro di memorie di Emilio Lussu, "Un anno sull'Altipiano". Il libro e il film mettono in luce il forte contrasto tra ufficiali insensibili alle sofferenze dei sottoposti, una concezione della disciplina controproducente e frustrante e l'insensatezza della guerra soprattutto quando il comando delle truppe è affidato a persone sbagliate. Capolavoro assoluto, naturalmente, "Orizzonti di gloria", diretto nel 1957 da Stanley Kubrick, ispirato all'omonimo romanzo di Humprey Cobb, a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti nei primi mesi del 1915: i soldati del 336° Reggimento di fanteria francese, consapevoli di poter solo morire, si rifiutarono di uscire dalla trincea dopo un ordine di attacco. Il generale Géraud Réveilhac ordinò di aprire il fuoco per indurli ad attaccare, ma un colonnello si rifiutò di eseguire l'ordine. Un processo sommario si concluse con quattro condanne a morte e i soldati assassinati furono riabilitati nel 1934.
3 Confini Nr. 58, ottobre 2017, pag. 40
4 Marc Ferro, "La revolution de 1917", Aubier, Parigi, 1967.
5 Jean Baptiste Duroselle, Storia universale dei popoli e delle civiltà, volume 13°, UTET, 1969.


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