CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    IL PIAVE MORMORAVA    
   
PARTE I

Con questo articolo iniziamo a celebrare il centesimo anniversario di un evento che cambiò la storia del mondo, macchiato dal sangue di 25milioni di persone, tra militari e civili.
La Grande Guerra, già raccontata in mirabolanti saggi storici, romanzi, film, beneficerà di sicure nuove rievocazioni che poco potranno aggiungere al tanto già rappresentato, ma pur sempre utili sia sotto il profilo culturale sia per meglio assimilare le profonde e veloci mutazioni antropologiche che hanno influito pesantemente sul comportamento umano. "CONFINI" proverà a offrire il proprio contributo, mese dopo mese, fino a novembre, sforzandosi precipuamente di proporre gli argomenti con una chiave di lettura che consenta di andare oltre la mera esposizione dei fatti, mettendo in primo piano soprattutto le personalità di coloro che li hanno determinati e il contesto socio-politico che ha funto da elemento condizionante, rifuggendo da manierismi e censure, pur nella consapevolezza di non essere depositari di verità assolute.
Nel manifesto programmatico del magazine, varato nel 1994, è scritto chiaramente: "Confini è il dubbio, davanti alle certezze ottuse. Confini è l'immagine di un futuro costruito sulla storia che narriamo".
Cercheremo di narrare, pertanto, una storia importante dalla quale trarre spunti per meglio guardare dentro noi stessi, magari per rimettere in discussione pensieri e convincimenti che ci accompagnano da sempre, grazie anche a una storiografia per certi versi pasticciona, per altri palesemente bugiarda e, solo molto raramente, se non proprio "obiettiva", quanto meno "onesta".
Diradare le troppe nubi che offuscano la verità storica e capire da dove veniamo può facilitare il cammino, soprattutto ai più giovani, verso un futuro che assomiglia sempre più a un'autostrada priva di barriere divisorie, nella quale tutti corrono all'impazzata, in qualsiasi direzione, distruggendosi vicendevolmente.
Uno scenario terribile, ancor più nefasto di qualsiasi guerra.
Nella trattazione del conflitto daremo maggiore risalto alle vicende italiane ed è da questo presupposto che scaturisce il titolo del mini-saggio.
Come sempre, marceremo controvento e controcorrente.

LA GUERRA CHE NESSUNO VOLEVA

Era uno spirito inquieto, Paul Valery, e la sensibilità di poeta non gli impediva di manifestare con chiarezza e durezza i pensieri sulla vita, sugli uomini, sulla storia. Una sua celebre frase, pertanto, è la più opportuna per inquadrare nella giusta prospettiva le drammatiche vicende che ci accingiamo a narrare: "Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli".
Prescindendo dal riferimento ai Romani, che lascia trasparire i sensi di quella diffusa ammirazione sulla quale sarà lecito fare chiarezza in altri momenti, è evidente come per il grande pensatore franco-italiano la cecità degli europei e la perseveranza nel volersi combattere vicendevolmente, invece di comprendere quanto fosse importante avviare un processo federativo, più o meno analogo a quello che si era attuato negli USA, doveva necessariamente sfociare in quella catastrofe già prevista da George Sorel, manco a dirlo anch'egli francese e filosofo, non meno sanguigno e caustico.
Già nel 1906 affermò che era praticamente impossibile federare dei popoli troppo diversi tra loro per usi e costumi e poi, nel 1912, quando ebbe chiari i sentori dell'imminente conflitto, dichiarò testualmente: "L'Europa, questo cimitero, è abitata da popoli che cantano prima di massacrarsi tra loro. Presto i francesi e i tedeschi canteranno".
I pensieri e le previsioni dei grandi uomini, però, restano accademia fino al momento in cui non trovano effettiva verifica e le sue esternazioni, pertanto, al massimo furono oggetto di conversazioni salottiere, senza scalfire minimamente i giochi di potere dei vari governi, intenti a curare i propri interessi, grazie anche a complesse alchimie dinastiche.
I regnanti d'Europa, in effetti, erano tutti imparentati tra loro: un'immensa famiglia che, alla pari delle corti pre-rivoluzione francese, viveva tra agi e lussi sfrenati, poco curandosi dei popoli assoggettati.
I vincoli parentali dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria (1830-1916), esponente della principale famiglia reale e imperiale europea, costituiscono un dedalo ramificato in tutte le casate regnanti.
Guglielmo II, (1859-1941), imperatore di Germania, era nipote della Regina Vittoria d'Inghilterra, essendo sua madre la figlia di quest'ultima nonché sorella del futuro re Edoardo VII (soprannominato "Lo zio d'Europa") e di Alice, che sposò Luigi IV d'Assia, Granduca d'Assia e del Reno, a sua volta legato per vincoli parentali a molte casate reali europee.
Nicola II di Russia (1868-1918) era figlio della principessa Dagmar di Danimarca (1847-1928). Sposando Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d'Assia, figlia di Alice e Luigi IV d'Assia, strinse stretti vincoli parentali tanto con la corona inglese quanto con quella tedesca.
GIORGIO V del Regno Unito (1865-1936), era il figlio di Edoardo VII e di Alessandra di Danimarca, sorella di Dagmar, imperatrice di Russia in quanto moglie di Alessandro III, ossia i genitori di Nicola II.
Il Re d'Italia Vittorio Emanuele III (1869-1947) era figlio di Maria Adelaide d'Asburgo Lorena, a sua volta figlia del famoso Arciduca Ranieri, primo viceré del Lombardo-Veneto, e di Maria Luisa di Borbone. Il nonno di Maria Adelaide, pertanto, era Carlo III di Borbone, Re di Napoli dal 1734 al 1759 e Re di Spagna dal 1759 al 1788.
ALBERTO I, Re dei Belgi (1875-1934), era imparentato da parte materna con la potente dinastia tedesca degli Hohenzollern-Sigmaringen, che vantava illustri antenati tra principi elettori, Re di Prussia, sovrani di Romania e imperatori germanici. Sposò Elisabetta Gabriele di Baviera (1876-1965), nipote sia dell'Imperatrice d'Austria (la famosa "Sissi") sia di Maria Sofia delle Due Sicilie, moglie di Francesco II di Borbone (Franceschiello, ultimo re delle Due Sicilie). Elisabetta, inoltre, per parte materna era nipote di Michele di Braganza, Re del Portogallo. La figlia di Alberto I ed Elisabetta, Maria José del Belgio (1906-2001), nel 1930 sposò Umberto II di Savoia, ultimo Re d'Italia.
In Spagna, che si mantenne neutrale e non partecipò al conflitto1, regnava Alfonso XIII di Borbone (1886-1941), figlio di Maria Cristina d'Asburgo-Teschen e sposo di Vittoria Eugenia di Battenberg, a sua volta figlia di Beatrice di Sassonia-Coburgo-Gotha, ultima figlia della Regina Vittoria e di Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha.
Un bell'intreccio dinastico-familistico di non facile decantazione che, come meglio vedremo in seguito, di tutto produsse fuorché grandi statisti.
Ciononostante, alla vigilia della Grande Guerra, l'Europa era "il centro del mondo", che dominava in massima parte. Unita, sarebbe stata invincibile. Il suo potenziale si esprimeva in qualsiasi settore: possedeva gli eserciti più forti al mondo; con i soli paesi che a pieno titolo potevano definirsi industriali (Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Germania, Svizzera e Italia) superava abbondantemente la produzione degli Stati Uniti; sul piano artistico, culturale e intellettuale non era nemmeno il caso di parlare di primato perché la supremazia era assoluta e incomparabile. Il rovescio della medaglia era rappresentato dalle aspre divisioni nel suo seno che, perpetuando antichi rancori, alimentavano odio e intrighi, fomentati anche dalla difficile condizione sociale.
Gran parte della popolazione, infatti, viveva in misere condizioni a causa dei salari bassi e del sistematico sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti, adusi solo ad aumentare i profitti. La cospicua produzione culturale, ancorché florida in ogni paese, restando appannaggio di classi ristrette, non riuscì ad amalgamare i popoli, prigionieri di marcati sentimenti nazionalisti.
Fu proprio l'onda lunga di questi nazionalismi a generare i prodromi di quel terribile cataclisma che sconvolse il continente dal 1914 al 1918. L'assassinio dell'Arciduca ereditario Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, rappresentò la buona occasione che l'Austria attendeva per regolare i conti con la Serbia, cresciuta territorialmente dopo le guerre balcaniche del 1912 e 1913 e desiderosa di riunire sotto la propria corona tutti gli Slavi. La crisi, però, si sarebbe dovuta risolvere localmente e i governanti austriaci non pensavano certo a un conflitto su larga scala quando inviarono il famoso ultimatum, tra l'altro senza uno straccio di prova che il giovane attentatore avesse agito su ordine del governo serbo2.
Nessuno voleva la guerra, del resto, e la Germania, alleata dell'Austria dal 18793, lo specificò in modo chiaro alle potenze europee: "Noi desideriamo la localizzazione del conflitto, perché ogni intervento di un'altra potenza, vista la diversità dei legami di alleanza, determinerebbe delle conseguenze incalcolabili".
Non solo nessuno voleva la guerra, ma tutti erano consapevoli dei grossi rischi in caso di un conflitto su scala continentale.
Guglielmo II, che lo storico francese Duroselle definisce "pusillanime e terrorizzato dalle proprie responsabilità"4, dopo la vittoria di Sedan (1870) aveva visto la progressiva trasformazione della Germania nella potenza politica e militare più importante del continente. Perché compromettere questo primato per una faccenda interna tra Austria e Serbia? Era ben consapevole, tra l'altro, che la morte dell'Arciduca Ferdinando aveva fatto tirare un sospiro di sollievo a molti governanti austriaci, ivi compreso lo stesso imperatore, che mal digeriva la propensione del nipote a rendersi paladino delle minoranze slave, promettendo loro prospettive autonomistiche all'interno dell'impero5.
Il 7 luglio partì addirittura per una crociera, sicuro che la guerra fosse ben lungi dallo scoppiare e che, nella peggiore delle ipotesi, tutto si sarebbe risolto in fretta, con un conflitto localizzato.
Dopo tutto "Dio" non poteva che orientare gli eventi in tal guisa e non a caso il motto della casa imperiale, mutuato dall'Ordine Teutonico e dai Re di Prussia, era
Su Poincaré esistono pareri contrastanti: alcuni lo vedono come un guerrafondaio, altri come una vittima degli eventi, che non riuscì a gestire come avrebbe voluto. Di certo ce l'aveva a morte con la Germania per la perdita dell'Alsazia-Lorena: era un bimbetto di dieci anni quando i Tedeschi occuparono la sua città natale, Bar-le-Duc, e questo episodio lo segnò molto.
Non tollerava la politica militarista di Guglielmo II e, ritenendo la guerra un evento possibile, si adoperò per rafforzare le forze armate e rinsaldare i rapporti con Russia e Regno Unito, già sanciti negli accordi politico-militari noti come "Triplice Intesa".
Prepararsi a una guerra, però, non vuol dire desiderarla, soprattutto in un momento in cui aveva piena consapevolezza dei limiti del proprio esercito e della forza di quello avversario.
Nicola II, tra tutti i regnanti, era di sicuro il più pacifista, anche a causa dei complessi tormenti interiori e le tante ombre familiari che condizionavano il suo agire.
La dinastia Romanov, prescindendo dagli unanimi tributi di grandezza di cui è beneficiario Pietro I, che regnò dal 1682 al 1721, è più nota per gli omicidi, gli scandali e le nefandezze di corte che per gli aspetti positivi6. Giorgio V, dal suo canto, era molto più preoccupato delle vicende irlandesi e a Londra l'eco dell'assassinio di un arciduca austriaco giunse molto attenuato. "Dove sono questi Balcani?" E' la domanda che si posero molti inglesi, anche di alto rango, come sempre prigionieri della loro marcata autoreferenzialità. Francesco Giuseppe era in vacanza a Ischl quando i nipoti che non amava furono assassinati a Sarajevo. Vecchio e provato da tristi vicende familiari e da pesanti disfatte militari7, non celava il suo intento di dare una lezione alla Serbia, senza pensare però a una guerra estesa, fomentata invece dall'uomo forte della Corte Asburgica, il potente ministro degli esteri Conte Leopold Berchtold von und zu Ungarish.
In Italia la morte dell'Arciduca Francesco Ferdinando fu accolta con moderata gioia, essendo egli ritenuto ostile agli interessi nazionali.
Il governo era presieduto da Antonio Salandra, uno dei tanti "pupazzi" di Giolitti, che lo scelse come successore quando decise di dimettersi per le conseguenze del "Patto Gentiloni"8.
Nato in provincia di Foggia nel 1853, Salandra era il tipico esponente di quella borghesia dotta, attenta a mantenere gli equilibri, almeno fin quando è possibile. Trovatosi all'improvviso a gestire un evento molto più grande di lui, dovette dimostrare in fretta di essere all'altezza del ruolo, cosa che fece staccando i fili che lo tenevano legato al suo protettore e acquisendo la personalità del protagonista.
Nel resto d'Europa, intanto, le speranze di preservare la pace si affievoliscono giorno dopo giorno, nonostante i frenetici tentativi da tutti esperiti. Le condizioni poste alla Serbia nel famoso ultimatum, in realtà, sono umilianti e inaccettabili. Nondimeno, alle 17,50 del 25 luglio 1914, dieci minuti prima della scadenza fissata dal governo di Vienna per ottenere una risposta, il primo ministro Nikola Pašić comunicò all'ambasciatore austriaco, il Barone Gisel, che la Serbia accettava il referendum! Accettava le umiliazioni, gli insulti, le accuse gratuite. Riteneva solo che fosse impossibile consentire alle autorità austriache di indagare autonomamente nel territorio serbo. Dopo tutto erano stati avvertiti dei rischi connessi al viaggio dell'Arciduca in Bosnia!
Solo chi fosse in mala fede può ritenere che la Serbia non avesse fatto di tutto per evitare la guerra. Gisel, però, aveva ordini ben precisi: o tutto o niente e di fatto già nelle ore precedenti aveva preparato i bagagli per lasciare Belgrado, sicuro che l'incontro si sarebbe concluso secondo i desiderata di Vienna. Il 28 luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia e nello stesso giorno Nicola II propose una conferenza immediata con gli Austriaci, che non si degnarono nemmeno di rispondere.
Guglielmo II, dal suo canto, inviò un telegramma al cugino il cui testo rivela la sua ipocrisia: "Spero bene che mi sarai di aiuto nello sforzo che faccio; sforzo che tende a evitare tutte le difficoltà che ancora potrebbero presentarsi". In realtà la mobilitazione in Germania era in atto già da quattro giorni.
Nicola II, che non aveva capito ancora nulla, gli rispose: "Ti prego, in nome della nostra vecchia amicizia, di fare il possibile per impedire ai tuoi alleati di andare troppo in là".
L'Austria, però, nella notte tra il 29 e 30 luglio, alle 0,20, sparò il primo colpo di cannone contro Belgrado. Nel corso della notte successiva le truppe austriache tentarono di attraversare il Danubio, ma furono sconfitte. Gli austriaci si fermarono e i veri combattimenti con la Serbia sarebbero iniziati l'8 agosto.
Vi era ancora spazio per mantenere il conflitto localizzato e risolvere in tempi brevi la crisi?
Lino Lavorgna



(Continua nel prossimo numero.)


NOTE

1) La neutralità spagnola faceva comodo sia alle potenze occidentali sia agli imperi centrali: l'esercito non era assolutamente in grado di sostenere una guerra moderna e quindi sarebbe stato una palla al piede per qualsiasi alleato. Francia e Gran Bretagna, inoltre, la preferivano neutrale per evitare rivendicazioni territoriali poco gradite: Tangeri, Gibilterra, Portogallo. Per approfondire: Maximiliano Fuentes Codera, España en la Primera Guerra Mundial. Una movilización cultural, Akal, Madrid, 2014.

2) Le autorità serbe avevano sconsigliato il viaggio dell'Arciduca, mettendo in guardia il governo austriaco su possibili attentati da parte dei connazionali residenti in Bosnia che mal sopportavano la dominazione austriaca. Anche il Vescovo di Sarajevo sconsigliò fortemente il viaggio. Nonostante ciò, non solo furono disattesi i consigli ben argomentanti, ma non furono adottate nemmeno le più elementari norme di sicurezza a tutela della coppia. La dinamica dell'attentato sconcerta proprio per queste carenze, che molti storici considerano volute proprio

3) Duplice alleanza in chiave anti russa, voluta dal Cancelliere tedesco Otto Von Bismark, che si trasformò in "Triplice alleanza" nel 1882 con l'ingresso dell'Italia.

4) Jean Baptiste Duroselle, "L'età contemporanea", Edizioni UTET 1969. Non meno interessante il ritratto che ne fa Claude Guillaumin, "I grandi enigmi storici del nostro tempo", Edizioni di Cremille, Ginevra 1969, mettendone in luce soprattutto l'autoesaltazione, che lo induce a ritenersi l'inviato speciale di Dio sulla terra. La domenica mattina, dopo essersi recato a messa, il Bollettino della Corte era redatto con la seguente formula: "Questa mattina, il Signore dei Signori si è recato a rendere omaggio al SIGNORE".

5) Francesco Ferdinando non era amato dalla Corte Imperiale. Lo zio gli rimproverava il matrimonio con Sofia Chotek von Chotkowa, nobildonna boema non appartenente a nessuna famiglia regnante, tanto più che le frequenti visite alla dimora dell'Arciduca Federico Maria Alberto Guglielmo Carlo, Principe Reale e supremo comandante delle armate austro-ungariche, avevano fatto insorgere il felice convincimento che si fosse innamorato di sua figlia Marie Christine. Quando l'Arciduchessa Isabella, della quale la bella Sofia era dama di compagnia, scoprì la tresca, andò su tutte le furie e fece scoppiare uno scandalo pubblico. Il bel giovinetto, evidentemente, frequentando la dimora giocava con entrambe le fanciulle, preferendo però la più intrigante e affascinante Sofia come compagna per la vita. Il matrimonio fu celebrato senza la presenza dell'imperatore, che vietò la partecipazione anche ai fratelli di Francesco Ferdinando e impose il rito morganatico, in virtù del quale ai discendenti non sarebbe stato concesso di ascendere al trono imperiale. Le prospettive politiche di Francesco Ferdinando non furono capite né dal popolo né dagli alti dignitari della Corte e su di lui furono riversate ingiuste accuse su ogni versante politico-sociale.

6) Pietro I non esitò a giustiziare il figlio Alessio per cospirazione. Seppure buona parte della storiografia ufficiale tenda a escludere la responsabilità di Alessandro I nell'uccisione del padre, tale ipotesi appare inverosimile, tanto più che gli anni in cui regnò Paolo I furono tra i più terribili e bui della storia russa e Alessandro fu "sollecitato" da molti membri della corte imperiale a subentrargli. Le gesta di Caterina II non sono riassumibili in questo contesto e non a caso hanno dato vita a miriadi di saggi, spettacoli teatrali, film (ben trentatré fino ad oggi), documentari. Ebbe ventuno amanti secondo le fonti ufficiali, ma molti di più nella realtà, a molti dei quali riservò la stessa fine di suo marito, Pietro III. Nicola II, più che cattivo, come tanti suoi antenati, era un debole dominato dalla moglie, che a sua volta si abbandonò completamente alle "sollecitazioni" di Rasputin, molto abile nel conquistare la fiducia illimitata dei sovrani, grazie alla quale, oltre a condizionare pesantemente le scelte politiche, poteva permettersi di entrare "con eccessiva libertà" nelle stanze da letto delle giovanissime principesse Olga, Tatjana, Maria e Anastasia, concedendosi licenze oscene con la scusa di visitarle. La sua presunta relazione con la zarina è generalmente considerata una maldicenza da molti storici, almeno negli scritti ufficiali. Anche in mancanza di prove certe, tuttavia, riesce difficile credere che la zarina abbia resistito al suo potere ammaliatore e allo sguardo magnetico, che induceva tante dame a concederglisi senza indugi e in piena consapevole condivisione. Non a caso fu soprannominato il "monaco erotomane".

7) A ventitré anni scampò miracolosamente a un attentato; nel 1859, dopo la seconda guerra d'indipendenza italiana, perse Lombardia, Toscana, Parma, Modena, e Romagna Pontificia; nel 1866 ebbe una sonora sconfitta dalla Prussia, che gli costò molti territori in Germania e la perdita del Veneto, del Friuli e di Mantova in quanto l'Italia beneficiò degli accordi di alleanza con la Prussia e ottenne i territori per il tramite di Napoleone III: l'Austria si rifiutò di cederli direttamente avendola sconfitta a Lissa e Custoza; nel 1867 il fratello Massimiliano fu assassinato in Messico e l'unico figlio Rodolfo si suicidò con la sua amante diciassettenne a Mayerling (almeno questa è la versione ufficiale, circa la quale qualcuno, compreso chi scrive, nutre seri dubbi); nel 1888 la moglie Sissi, celebrata in tanti film, fu assassinata a Ginevra dall'anarchico italiano luigi Lucheni.

8) Giolitti, alla vigilia delle elezioni politiche del 1913, desiderava bloccare l'avanzata del Partito Socialista Italiano e prese accordi con l'Unione Elettorale Cattolica Italiana, presieduta dal Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (imparentato con i Conti Gentiloni Silverj, famiglia da cui discende l'attuale Presidente del Consiglio) realizzando quello che è passato alla storia come "Patto Gentiloni" pur essendo solo uno dei tanti "inciuci all'italiana". Di fatto il Partito Liberale mise a disposizione dei cattolici un cospicuo numero di seggi in cambio dell'impegno, da parte degli eletti, a onorare i sette punti dell'accordo, tutti protesi a garantire i princìpi della Chiesa. Il patto fu applicato in 330 collegi su 508, nei quali il Partito Socialista era potenzialmente vincente. Secondo le tipiche modalità comportamentali di Giolitti il patto sarebbe dovuto restare segreto, ma Gentiloni, che era un narciso desideroso di guadagnarsi il suo posticino nella Storia, venne meno alla parola data e rivelò i termini dell'accordo e i nomi dei candidati aderenti, molti dei quali massoni. Le reazioni furono immediate e violente e Giolitti fu associato a un malavitoso per aver realizzato un connubio tra la massoneria e la Chiesa. Papa Pio X, invece, sostenne il patto perché lo considerava vantaggioso per la Chiesa in chiave anti-socialista e tolse il "non expedit" varato dal suo predecessore, in virtù del quale per i cattolici non era opportuno partecipare alle elezioni politiche del Regno d'Italia e partecipare a qualsivoglia attività politica. Giolitti vinse le elezioni e gli eletti aderenti al patto furono ben 228 su 270. Il Partito Radicale, che aveva sostenuto Giolitti nei due precedenti Governi, per protesta uscì dalla maggioranza, che però restò ancora nelle mani di Giolitti, sia pure con il sostegno di forze non omogenee. Giolitti comprese che i tempi stavano cambiando dopo l'affossamento di un progetto di legge che prevedeva la precedenza del matrimonio civile su quello religioso. Aveva intrallazzato con i cattolici ritenendo che la Chiesa avrebbe aspettato a lungo il compenso della sua collaborazione, ma si era fatto male i conti. Il Vaticano, senza nemmeno compromettersi direttamente, era entrato in forze nel cuore dello Stato, che ancora considerava un nemico. Il tempo delle alleanze liberal-socialiste era tramontato e al vecchio inciucione aduso a governare "tenendo conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese, alla pari del sarto che dovendo vestire un gobbo deve tenere conto do tale malformazione", non restarono che le dimissioni, in attesa di tempi migliori.

 
 
   
     
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