Cultura Numero 21 - Febbraio 2014
 
 
  CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    IL PIAVE MORMORAVA    
   
PARTE SETTIMA: GRANDI ILLUSIONI E GUERRA TOTALE

LA VIGILIA DELLE GRANDI BATTAGLIE
L'alba del 1916 trova il paese in preda a una profonda disillusione: la guerra si mette male e nessuno crede più al sogno di una facile vittoria in tempi brevi. Incominciano a pesare in modo massiccio le privazioni, i sacrifici e l'alto numero di vite umane sacrificate, a detta di molti inutilmente: 250mila tra morti, feriti e dispersi in soli sette mesi. In tutto il continente milioni di soldati si fronteggiano aspramente e alle loro spalle, altri eserciti, composti di milioni di uomini e donne, impiegano ogni risorsa del lavoro e della tecnica per soddisfare le infinite esigenze belliche. Armi, munizioni e materiali vengono prodotti in proporzioni mai raggiunte prima.
E' la guerra totale, che coinvolge in uno scontro mortale l'esistenza stessa di ogni nazione. In Italia anche il fronte fu trasformato in un immenso cantiere, grazie al richiamo delle classi più anziane, non idonee al combattimento ma validissime per i lavori di prima linea e di retrovia.
"La Territoriale" fu il nome attribuito al contingente di veterani, scherzosamente trasformato in "La Terribile", perché munito solo di zappe, badili, picconi e degli antidiluviani fucili utilizzati nelle Guerre d'indipendenza.
Si cercò con ogni mezzo di alleviare le sofferenze dei soldati, mal nutriti e mal vestiti, incrementando sia la fornitura di abbigliamento sia le calorie giornaliere. Furono presi in considerazione anche i "generi di conforto", quali tabacco, cioccolato, vino, marsala e alcolici in genere, ritenuti fondamentali per sollevare il morale, soprattutto prima degli attacchi.
Gli italiani, ovviamente, sono stati sempre gli stessi in ogni epoca storica e pertanto anche questi provvedimenti, sicuramente positivi, furono inficiati dall'atavica propensione truffaldina, alimentata da una non meno deplorevole "culpa in vigilando", che quasi sempre evidenziava non già inerzia o inefficienza ma subdola complicità. I furbi, graduati e sottufficiali in numero maggiore rispetto agli ufficiali, riuscivano a mettere le mani su ogni ben di Dio, gioiosamente ripartito tra familiari, parenti, amici e mercato nero, a discapito di tanti soldati cui spettavano solo le briciole. Nelle trincee, rese leggermente più confortevoli dai lavori della "Territoriale", in uno scenario per certi versi surreale, si scherzava e si cantava. Nacquero in tal modo le prime canzoni di trincea, per lo più composte di anonimi Alpini, con frasi sgrammaticate che riecheggiavano i canti popolari. Vi erano anche veri musicisti, tra i quali il diciottenne Nino Piccinelli, autore della famosissima "Ta pum".
Le nuove armi, sempre più micidiali, prodotte con ritmo incalzante nelle fabbriche disseminate in Piemonte, Lombardia, a Terni, incominciarono ad affluire al fronte, pronte a seminare morte e distruzione. Parimenti, tuttavia, e in taluni casi in modo più efficace, accadeva negli altri paesi belligeranti. Restava solo da capire come meglio utilizzarle in battaglia.
Dopo il fallimento, nel 1914, di tutti i piani che prevedevano una rapida vittoria grazie alla guerra di movimento e nel 1915 del disegno di sconfiggere la Germania aggredendola ai fianchi, dall'Italia1 e nei Balcani, non restava che passare allo scontro frontale degli eserciti nelle grandi battaglie di annientamento. Il 1916 fu l'anno di queste grandi battaglie. E fu anche l'anno delle grandi illusioni.

VERDUN
Il 21 febbraio iniziò la carneficina di Verdun, che si protrasse per dieci mesi.
Verdun è una piccola città sulla riva destra della Mosa, a pochi chilometri dal confine tedesco. Durante la Guerra franco-prussiana del 1870 la sua caduta aprì le porte al disastro della Francia e da allora incarnò il simbolo della sconfitta da vendicare. Un'imponente opera di fortificazione fu avviata con il preciso scopo di rendere la cittadella inespugnabile, in previsione di una futura guerra, che si riteneva inevitabile. Il generale Joffre, comandante in capo dell'Esercito francese, riteneva, tuttavia, che i tedeschi non avrebbero commesso l'errore di due anni prima, che costò gravi perdite2, ben supportato da analogo convincimento di tutto lo Stato Maggiore. Le fortezze erette a protezione della città, pertanto, furono sguarnite di molti pezzi di artiglieria e di un cospicuo numero di soldati, al fine di rinforzare altri fronti ritenuti prioritari.
Il nuovo Comandante in capo dell'Esercito tedesco, Erich von Falkenhayn, succeduto a von Moltke nel settembre 1914 e di lui molto più energico, spietato e determinato, espose al Kaiser un piano che teneva in debita considerazione soprattutto il carattere dei francesi, che a suo giudizio si sarebbe rivelato proficuo per i tedeschi: Verdun, città simbolo, in caso di attacco duro e insistente sarebbe stata difesa anche a costo d'immani sacrifici, determinando il progressivo dissanguamento dell'esercito e la conseguente inevitabile resa.
Avuto l'assenso dell'imperatore, von Falkenhayn iniziò il trasferimento di truppe e armamenti lungo la linea di confine e dopo un rinvio di alcuni giorni rispetto alla data stabilita, a causa del cattivo tempo, il 21 febbraio iniziò a bombardare la città con il famoso mortaio denominato "grande Berta", che sparava proiettili con calibro di 420 mm. I civili, terrorizzati, si riversarono in massa verso le zone interne, abbandonando le case in fiamme.
Negli avamposti, le trincee, martoriate da milioni di granate, brulicavano di morti e feriti; i sopravvissuti scapparono atterriti dallo spaventoso volume di fuoco, seminando il panico nelle retrovie con i loro racconti. In poche ore saltarono i collegamenti e la particolare logistica della zona rese difficoltosi i rinforzi. Le armate tedesche erano guidate dal principe ereditario Federico Guglielmo, che obbediva alla nuova tattica di Falkenhayn: "L'artiglieria conquista, la fanteria occupa". Il Kronprinz sferrò attacchi micidiali che obbligarono i francesi a convogliare sulla fortezza continui rinforzi, a loro volta sopraffatti dalla micidiale potenza di fuoco dell'artiglieria.
Il 25 febbraio, con l'ordine di difendere la città a ogni costo, entrò nella storia un personaggio che in seguito avrebbe fatto parlare molto di sé. Il generale Philippe Pétain, a differenza dei suoi colleghi, aveva a cuore la vita dei soldati e detestava le teorie in vigore, concepite dal principale teorico dell'Esercito francese, il generale Louis de Grandmaison, morto in battaglia nel febbraio del 1915, che prevedevano le controffensive ad oltranza, nonostante costassero un alto numero di sacrifici umani.
Riteneva molto più saggio, invece, graduare gli attacchi e sferrarli solo con la certezza di avere un numero maggiore di soldati e mezzi rispetto al nemico.
"Verdun è il cuore della Francia", affermò Pétain, che organizzò la resistenza sviluppando anche un'efficace rete di rifornimenti sull'unica strada che consentiva di raggiungere la città dalle retrovie, oggi monumento nazionale e conosciuta come "Voi Sacrée".
"Verdun è il cuore della Francia", affermò Federico Guglielmo, incitando i suoi soldati, per la prima volta muniti di lanciafiamme, a un nuovo attacco sulla riva sinistra della Mosa. Le scene dei soldati che bruciavano vivi erano raccapriccianti e sconvolgenti, ma Verdun respinse l'attacco, con grande sorpresa del Kronprinz, costretto ad ammettere l'inutilità della battaglia e il fallimento della strategia di Falkenhayn, sostituito il 28 agosto da due generali, anch'essi destinati a far parlare molto di loro: Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff.
L'inutile carneficina su entrambi i fronti continuò fino al 19 dicembre. Non è possibile quantificare il numero esatto delle vittime, considerati i moltissimi avvicendamenti e la lunga durata della battaglia; personalmente ritengo attendibili i dati dello storico Alistair Horne3: 315mila tra morti, feriti e dispersi per la Francia, 282.000 per la Germania.

QUINTA BATTAGLIA DELL'ISONZO E GUERRA AD ALTA QUOTA
Sul fronte italiano, Cadorna, sollecitato da Joffre ad attaccare affinché si tenesse impegnato l'esercito austriaco, pur essendo consapevole che un'offensiva italiana in quel momento poteva ottenere solo scarsi risultati, per non scontentare l'alleato, l'11 marzo attaccò con la II^ Armata a Tolmino e con la III^ sul Carso: circa 2000 morti per parte, nei cinque giorni di battaglia, senza alcun effettivo vantaggio per nessuno dei contendenti.
Il 12 aprile cominciò una delle più straordinarie imprese belliche: una battaglia combattuta a oltre 3000 metri d'altitudine, fra i ghiacciai dell'Adamello.
Gli sciatori Alpini vestiti di bianco, che nottetempo avanzarono sulla neve conquistando all'alba la Lobbia Alta (3300 metri) e in seguito il Dosson di Genova (3341 metri), sono entrati nella leggenda e costituiscono un'icona di quell'efficienza bellica che, proprio perché eccezione, emerge in tutta la sua grandezza.
Il 18 aprile un'altra impresa di montagna ebbe non minore eco: nel cuore delle Dolomiti, sulla vetta del Col di Lana, un Battaglione austriaco teneva sotto smacco la IV^ Armata; in quattro mesi di duri e penosi scavi nella roccia sottostante fu realizzata una galleria lunga settantacinque metri, al culmine della quale fu collocata una mina di quattro tonnellate: la vetta saltò in aria e con essa l'intero Battaglione.
LA BATTAGLIA DEGLI ALTIPIANI (STRAFEXPEDITION)
Il Capo di stato maggiore dell'Impero austro-ungarico, generale Franz Conrad Von Hötzendorff, odiava a morte gli italiani, sia per le Guerre risorgimentali, che avevano avviato l'irreversibile declino dell'Austria-Ungheria, sia per quello che era considerato un vero e proprio tradimento, ossia il distacco dalla Triplice Alleanza.
Riteneva che il punto debole dello schieramento italiano fosse concentrato nella zona degli altipiani di Lavarone, di Folgaria e di Asiago, tra la valle dell'Adige e quella del Brenta ed era lì che intendeva colpire, con l'intento di avanzare velocemente nella pianura sottostante, priva di difese. Una volta raggiunte Vicenza e Verona il fronte dell'Isonzo, preso alle spalle, sarebbe crollato in un battibaleno.
A quel punto, attraversando la pianura padana, sarebbe stato facile colpire la Francia dalle Alpi Occidentali. Espose il piano già nel dicembre 2015 al suo omologo tedesco, von Falkenhian, che non gli nascose le sue perplessità: stava preparando l'offensiva di Verdun, che per lui era prioritaria, senza contare che non esisteva uno stato di guerra tra Germania e Italia e quindi, in ogni caso, non avrebbe potuto dare all'alleato alcun aiuto concreto.
Conrad, tuttavia, decise di attaccare ugualmente, nonostante fosse venuto meno l'effetto sorpresa: le notizie sull'imminente attacco, infatti, giunsero ai comandi italiani già a partire dal 22 marzo. L'efficienza del servizio informazioni, tuttavia, servì a poco: il comandante della I Armata, generale Roberto Brusati, diede credito alle informazioni, ma si comportò come se non fossero vere; Cadorna, dal suo canto, non vi diede peso, ma, una volta tanto, andò contro se stesso e si comportò come se le avesse ritenute veritiere, inviando nuove truppe per rafforzare la linea di difesa arretrata.
Brusati, che era portato a tenere le truppe in posizione offensiva perché bramava di sfondare in Valsugana e conquistare Trento, non obbedì agli ordini e rafforzò quella avanzata, ancorché non disposta su posizioni favorevoli. Il 9 maggio Cadorna scoprì la disobbedienza e non esitò a sostituire Brusati con il generale Pecori Giraldi. Era troppo tardi, però, per il ripiegamento delle truppe, che in caso di attacco austriaco si sarebbero trovate con le spalle al nemico. Il 15 maggio centoventisei battaglioni austro-ungarici, appoggiati da 1193 cannoni, diedero inizio a quella che Conrad aveva definito "Strafexpedition", ossia la spedizione punitiva contro l'Italia, conquistando facilmente le postazioni fortificate del Col santo e dei monti Toraro e Campomolon.
Dopo un anno di guerra, non solo i nostri soldati non avevano liberato Trento e Trieste, ma vedevano i nemici "calpestare il sacro suolo della Patria". Sembrava proprio che il piano di Conrad stesse per realizzarsi: delle tre colonne in movimento dal Trentino verso la pianura, due avevano già superato gli ostacoli più difficili. I soldati italiani combattevano valorosamente, ma mancavano di addestramento alla tattica di difesa; mancava loro il senso della manovra elastica, del ripiegamento temporaneo in preparazione di un successivo contrattacco.
Il 21 maggio Cadorna iniziò a far confluire sul teatro della battaglia una nuova Armata, affidata al generale Frugoni, costituita con divisioni sottratte agli altri fronti. Nel giro di dodici giorni ben 179000 soldati e 35600 quadrupedi vennero concentrati tra Vicenza, Padova e Cittadella. Gli austriaci sferrarono un nuovo attacco il 24 maggio, ma gli italiani, avendo superato la sorpresa iniziale e imparato a proprie spese come ci si deve comportare nella tattica difensiva, riuscirono a contenere l'attacco. Violenti scontri si ebbero tra il 31 maggio e il primo giugno e subito dopo apparve evidente che gli austriaci non erano più in grado di sfondare. Vi provarono, sempre con minore intensità, fino al 17 giugno, per poi abbandonare ogni velleità.
Tra l'altro, mentre gli austriaci erano impegnati in Italia, le forze del generale russo Brussilov attaccarono su un fronte di trecentocinquanta chilometri, infliggendo gravi perdite e catturando 400.000 prigionieri. Conrad, quindi, non poté che ordinare il ripiegamento a Nord di Arsiero e di Asiago. La spedizione punitiva costò all'Italia 15.453 morti, 76.642 feriti, 55.635 fra prigionieri e dispersi; 10.203 i morti austriaci, 45.651 i feriti, 26.691 tra prigionieri e dispersi.
Tra le vittime illustri ricordiamo i patrioti irredentisti Damiano Chiesa, Fabio Filzi, Cesare Battisti, catturati e condannati a morte come traditori.

LA BATTAGLIA DELLA SOMME
Dal sei all'otto dicembre 1915 si tenne, a Chantilly, la seconda conferenza interalleata. Furono concordate tre offensive per il 1916: quella russa contro la Prussia Orientale; quella italiana sul fronte dell'Isonzo, di cui abbiamo parlato sopra; quella franco-inglese sulla Somme, al fine di infliggere un colpo decisivo ai tedeschi posizionati sul confine belga.
L'attacco di Verdun, però, scompaginò i piani dell'Intesa: gli inglesi, già nei primi mesi del 1916, si resero conto che era necessario alleggerire la pressione tedesca, facendosi carico da soli dell'offensiva, potendo contare solo parzialmente sul supporto delle truppe francesi. Il grosso dell'esercito regolare inglese, però, era stato quasi totalmente annientato nei due anni precedenti e così, a combattere sulla Somme, si trovarono in massima parte le truppe composte di volontari di tutte le età, che ovviamente non potevano reggere il confronto con soldati professionisti e ben addestrati.
Va detto che quei soldati, in particolare i giovanissimi, partirono per la guerra con lo stesso entusiasmo e spirito messi ben evidenza, per quanto riguarda i tedeschi, da Remarque e Jünger nelle loro opere, a riprova di quel sentimento diffuso nei confronti della guerra vista come "avventura", che oggi sgomenta. Il primo luglio 1916 ebbero il loro battesimo del fuoco, che smorzò in poche ore il candido sorriso con il quale avevano attraversato la Manica. Il generale Douglas Haig, comandante del Corpo di spedizione britannico dal 1915, è giustamente passato alla storia come uno dei generali più controversi e inetti mai esistiti.
Nell'esercito inglese, di fatto, era possibile ottenere importanti promozioni anche senza particolari esperienze belliche e Haig apparteneva a questa categoria. Convinto assertore dell'attacco frontale, non conosceva a fondo la situazione sul fronte occidentale e mancava delle più elementari nozioni di strategia, oltre che della necessaria esperienza.
I piani prevedevano il massiccio bombardamento delle postazioni tedesche per cinque giorni di fila, in modo da distruggere trincee e reticolati.
Una volta distrutte le linee di difesa con l'artiglieria, la fanteria avrebbe fatto il resto. Teoria e pratica, però, non sempre vanno d'accordo. Tra i soldati mancavano dei veri esperti di artiglieria e per di più, a causa dei difetti di fabbrica, rimase inesploso un buon terzo dei proiettili sparati dalle 3000 bocche di fuoco. Il piano prevedeva anche la realizzazione di gallerie che avrebbero dovuto portare i soldati sotto le trincee tedesche per collocarvi dieci potenti mine da far esplodere pochi minuti prima dell'attacco. Le mine inflissero senz'altro delle perdite ai tedeschi, ma provocarono anche dei profondi crateri, che furono subito occupati rappresentando essi delle naturali barriere difensive dalle quali respingere agevolmente l'attacco.
Haig, inoltre, ordinò di marciare "lentamente" durante l'attacco, assicurando, in tal modo, ancora più tempo ai nemici per organizzarsi. I reticolati erano rimasti intatti e il bombardamento preventivo, lungi dal distruggere le trincee, aveva solo creato dei fossati che complicavano maledettamente l'avanzata. Altra follia fu dotare i soldati di zaini pesanti circa trenta chili, cosa mai vista per le truppe d'assalto. Fu una vera carneficina e nelle prime ore di battaglia gli inglesi ebbero 20mila morti e 60mila feriti. Solo il 3 luglio Haig si rese conto di quanto fosse tragica la situazione; nei due giorni precedenti aveva continuato a credere che l'assalto si stesse rivelando un successo clamoroso.
La battaglia andò avanti fino al 18 novembre, quando le avverse condizioni climatiche e il freddo gelido resero impossibile mettere il naso fuori dalle trincee. Tutti gli storici, tranne i soliti mistificatori che non mancano mai e hanno tentato, arrampicandosi sugli specchi, di conferire un'impossibile aura di onorabilità a Haig, sono concordi nel ritenere che essa fosse stata solo un inutile dispendio di vite umane, imputabile esclusivamente all'incapacità di Haig. In centoquaranta giorni di scontri gli inglesi ebbero 420mila caduti tra morti e feriti; i francesi 150mila morti e 470mila feriti; i tedeschi 165mila morti e 450mila feriti. Il tutto per restare ciascuno sulle posizioni di partenza.

GAS ASFISSIANTE E SESTA BATTAGLIA DELL'ISONZO
Sul fronte italiano, alla fine di giugno, nella zona del San Michele, durante gli scontri successivi alla Strafexpedition, gli austriaci fecero uso per la prima volta dei gas asfissianti, per poi finire i superstiti con le mazze ferrate.
L'impreparazione a fronteggiare questa nuova terribile arma causò la morte di 3000 soldati italiani. Come reazione alla Strafexpedition Cadorna pensò di attuare il piano, più volte modificato sulla carta, per la conquista di Gorizia. In venticinque giorni fece confluire sull'Isonzo 7000 ufficiali e 300mila soldati. Incominciò a emergere la figura di un oscuro colonnello, nominato capo di stato maggiore della IV Armata: Pietro Badoglio. L'attacco a Gorizia fu fissato per il 6 agosto, dopo alcune azioni dimostrative concepite per tenere agganciate le truppe e le riserve avversarie nell'estremo settore meridionale. A Est di Monfalcone, uno dei tanti luoghi simbolo della Grande Guerra, "Quota 85", conquistata il 4 agosto, fu ripresa dagli austriaci proprio all'alba del 6 agosto. Un vero disastro per le truppe in marcia verso Gorizia, che sarebbero state falcidiate dal tiro delle mitragliatrici, collocate in posizione privilegiata.
Fu subito ordinato di riconquistare la postazione a tre battaglioni di Bersaglieri ciclisti, i quali, manco a dirlo, sferrarono un attacco micidiale che indusse ben presto gli austriaci a una veloce ritirata.
Con loro vi era un portaordini privo di gamba, perduta sotto un treno quando lavorava per le regie ferrovie, che aveva fatto passi falsi per essere arruolato nonostante la grave menomazione. All'ordine di attaccare balzò fuori tra i primi. Ferito una prima volta al petto in modo lieve, continuò a correre, per come poteva correre un soldato con stampella e una sola gamba; colpito di nuovo, cercò di rialzarsi, ma fu colpito una terza volta.
Con la forza della disperazione riuscì a ergersi sulla gamba sana, prese la stampella e la lanciò contro le trincee avversarie. Stramazzato al suolo, prima di morire afferrò il piumetto che gli era caduto vicino e lo baciò. "Maiora viribus audere" recita uno dei motti più famosi che caratterizzano i Bersaglieri: Enrico Toti l'ha incarnato in pieno in tutta la sua esistenza, fino all'estremo sacrificio. Poco dopo la sua morte venne dato l'ordine di attaccare su tutto il fronte. I "Lupi" della Brigata Toscana, guidati da Pietro Badoglio, conquistarono il Monte Sabotino in trentacinque minuti, spalancando al loro comandante l'accesso alle alte sfere militari: la sera stessa, grazie all'intercessione del suo "protettore", il Generale Luigi Capello, fu promosso "maggiore generale (generale di divisione). La strada verso Gorizia era spianata e il 9 agosto sul pennone della Stazione sventolava il Tricolore.

SETTIMA, OTTAVA E NONA BATTAGLIA DELL'ISONZO
L'arretramento austriaco successivo alla perdita di Gorizia non fu una vera e propria ritirata, potendosi attestare le truppe dietro la seconda linea predisposta a oriente della città, sulla quale erano confluiti i rinforzi, provenienti da altri settori. Bisognava sfondare quella linea difensiva, ma tutti gli attacchi sferrati dal 9 al 16 agosto furono vani.
Cadorna decise allora di ordinare altre offensive di logoramento, che iniziarono il 14 settembre. La "prima spallata" si esaurì i due giorni a causa del cattivo tempo.
La seconda ebbe luogo dal 10 al 12 ottobre e portò alla conquista di alcune posizioni sul Carso settentrionale e alla cattura di 8000 prigionieri. Con la "terza spallata", infine, dal primo al quattro novembre, furono conquistate importanti postazioni sul Carso goriziano. Al di là dell'importante conquista di Gorizia, tuttavia, anche per il fronte carsico poteva valere la frase utilizzata da Remarque per il suo celebre romanzo. Nel Trentino e sugli Altipiani si registrava un leggero avanzamento degli austro-ungarici; sulle Dolomiti gli italiani avevano conquistato il temibile Castelletto, dopo aver fatto brillare una mina posta sotto la cima, al culmine di una galleria lunga ben 477 metri. Nulla di nuovo, invece, accadde in Carnia e nell'alto Isonzo.
Il bilancio delle vittime era aumentato tragicamente, ma le truppe italiane incominciarono a essere apprezzate per il coraggio espresso dai singoli, a prescindere dalle grosse lacune degli ufficiali e dei comandanti. "Le ultime battaglie hanno dimostrato che il nemico è diventato un altro dallo scorso anno: esso ha molto imparato e si è giovato di tutte le esperienze della moderna tecnica di guerra".
Così scriveva nel mese di ottobre il generale Svetovar Boroevi? von Bojna, comandante dell'Armata austriaca schierata sul Carso. Per tutto il 1916, al di là dei grossi movimenti di truppe e dell'alto numero di vite umane perdute, nei Balcani come sul fronte orientale, in Francia come sulle Alpi e nella Venezia Giulia, non si potevano registrare dei risultati che sancissero un primato certo per qualche contendente. Anche per questo stallo il morale era basso dappertutto e la stanchezza si faceva sentire. Il 1917, intanto, bussava alle porte e si rimandavano al nuovo anno le speranze di una svolta decisiva, senza eccessive convinzioni, tuttavia, con ansie e perplessità crescenti.











NOTE
1) L'Italia non era ancora ufficialmente in guerra con la Germania: la dichiarazione di guerra fu consegnata il 27 agosto 1916.
2) Battaglia della Marna, settembre 2014.
3) Il prezzo della gloria. Verdun 1916, Mondadori, 1968

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