CULTURA  
    di Francesco Diacceto    
       
    LA LEZIONE DI WILLIAM    
   
Lo scorso numero di Confini ha riportato un articolo del collega Sola, Il fantasma della libertà, che ho molto apprezzato. Senza piaggeria alcuna. Mi sento, comunque, di effettuare alcune considerazioni in merito al tema trattato perché ritengo che i contorni dello scenario siano un tantino più articolati e persino paradossali senza che questo, tuttavia, stia a significare che il razzismo, in tutte le su forme e in ogni epoca, non vada condannato e perseguito come turpe sentimento di una sottospecie umana che non riesce a trovare una propria identità se non nell'odio e nell'aggressione nei confronti dei diversi; una sottospecie che sarebbe da compatire se non fosse da condannare duramente per il male che apporta.
Ma ciò non toglie che a volte i probi fustigatori dell'indegno agire si lascino prendere la mano e trasformino una nobile azione in una farsa. Il collega Sola ha citato la speaker statunitense della Camera dei rappresentanti, la democratica Nancy Pelosi, e la sua decisione di rimuovere dalle sale del Congresso tutte le statue dei 'razzisti' confederati. D'accordo ma, come la Storia insegna, ciò che la democratica Pelosi non ha puntualizzato è che il primario intento del repubblicano Lincoln fu quello di preservare l'Unione e che quando la liberazione dalla schiavitù della gente di colore divenne ulteriore scopo bellico i democratici insorsero e denunciarono il pericolo che i 'neri liberi' avrebbero inondato il Nord; quegli stessi democratici del tempo che, per guadagnare consensi nelle elezioni del 1863, provarono ancora una volta (vanamente) ad animare l'ostilità dei 'bianchi' verso la popolazione di colore.
La decisione della HBO Max di rimuovere dal catalogo il film 'Via col vento' in quanto ritenuto razzista ha, poi, dell'incomprensibile: Margaret Mitchell, l'autrice del libro, dal quale il film è stato tratto, ha vinto nel '37 il Premio Pulitzer e venduto in sei mesi un milione di copie, alle quali nei decenni successivi se ne sono aggiunte altre ventinove milioni. Ora, si potrà pensare che gli acquirenti del libro abbiano nel loro imo una sottilissima, inconscia vena di razzismo ma quando giriamo lo sguardo al film e agli otto premi Oscar che ha ricevuto non possiamo fare a meno di restare perplessi. Come noto, l'istituzione che assegna il prestigioso riconoscimento è la Academy of Motion Picture Arts and Sciences; l'anima del tempo della predetta istituzione fu l'ebreo Louis Burt Mayer, nato Lazar Meir da una famiglia ebrea a Minsk in Bielorussia. Onestamente, non ce lo vedo un ebreo che premia un film razzista anche se il motivo dell'ipotetico sotteso odio non era indirizzato verso la sua razza. A meno di non pensare che gli ebrei farebbero di tutto per i soldi ma nel qual caso come giudicare chi facesse un'affermazione del genere?
Sono stati chiamati in causa i 'Sentinelli'. Onestamente, non so se, al pari delle 'Sardine' abbiano piena consapevolezza di ciò che fanno o se, invece, come credo, siano guidati da Gatti Mammoni e poi, alla fine della fiera, lasciati a sé stessi come le stesse 'Sardine' sono lì a dimostrare. Ma, anche ammettendo un'igiene mentale nei ragazzi e nei loro mentori, non credo che Montanelli e Baldissera siano la massima espressione del colonialismo italiano; dal che giustificare, sia pur a posteriori, l'imbrattamento delle loro statue. Perché, a quanto risulta, ben altri personaggi sarebbero da passare al vaglio: personaggi ai quali, pur avendo combattuto tra il '35 e il '36 in Africa e persino in Spagna tra il '36 e il '39 contro le forze repubblicane, la Repubblica ha tributato importanti riconoscimenti e onorificenze. Così come il gotha culturale annovera nel palmares soggetti, strenui collaboratori del passato Minculpop, oggi osannati dalla politica, dalla letteratura, dalla poesia, dalla scienza senza alcun atto di abiura.
In ogni caso, a farmi dubitare dell'integrità motivazionale di simili iniziative ci si mettono i 'Restiamo umani', emuli romani dei coetanei milanesi, che giorni addietro hanno cambiato il nome di Via Amba Aradam con quelli di George Floyd, quel povero ragazzo afroamericano, morto a causa della torva azione del poliziotto di Minneapolis, e di Bilal Ben Messaud, il migrante morto a Porto Empedocle, il 20 maggio scorso, mentre cercava di raggiungere terra. Lungi da me dallo speculare su una così vastamente importante affermazione programmatica della quale si fregiano ma mi chiedo se sappiano come nasce il loro motto e, soprattutto, se abbiano lo stesso spirito del suo artefice. Infatti, chissà che cosa ne penserebbe Vittorio Arrigoni, il giornalista coniatore del motto con il quale chiudeva i suoi articoli; un professionista impegnato in una infinità di crisi internazionali e di zone disagiate: soprattutto dalla Croazia, alla Russia, all'Ucraina, all'Estonia, alla Polonia, alla ex Repubblica Ceca al Perù, dove s'impegnò nella ristrutturazione di sanatori, nella manutenzione di alloggi per disabili e senzatetto e nell'edificazione di nuove abitazioni per profughi di guerra. Successivamente lavorò nel Togo, nel Ghana e in Tanzania contro il disboscamento delle foreste alle pendici del Kilimangiaro nonché per la creazione di centri di socialità e sanitari.
Dal 2003, s'interessò della causa palestinese schierandosi contro il comportamento di Israele verso la popolazione della Striscia di Gaza, e criticando inoltre la politica autoritaria e teocratica di Hamas nell'amministrazione della Striscia e quella di al-Fath in Cisgiordania. La sera del 14 aprile 2011 venne rapito da un gruppo terrorista, dichiaratosi dell'area jih?dista salafita, all'uscita dalla palestra di Gaza nella quale era solito recarsi. In un video, Arrigoni venne mostrato bendato e legato, i rapitori accusarono l'Italia di essere uno 'stato infedele' e il giornalista di essere entrato a Gaza 'per diffondere la corruzione'.
Venne inoltre lanciato un ultimatum, minacciando l'uccisione di Arrigoni entro il pomeriggio del giorno dopo se non fosse stato scarcerato il loro leader, Hisham al-Saedni, più noto come sceicco Abu al Walid al Maqdisi, e alcuni militanti jih?disti detenuti nelle carceri palestinesi. Il giorno successivo, il corpo senza vita di Arrigoni fu rinvenuto in un'abitazione di Gaza.
La causa della morte fu strangolamento. I suoi carnefici, forse, non avevano capito le sfumature del motto. E, con ogni probabilità, neppure i 'ragazzi' romani.
Non mi dilungherò sulla Boldrini per la quale bisognerebbe chiedere a Grillo e ai sentimenti che lo animavano quando, indispettito per una disinvolta, a suo dire, gestione degli iter legislativi di tre importanti temi quali l'omofobia, anti femminicidio e IMU-Bankitalia, postò sul suo blog un video con la domanda: 'Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina? Non sto a citare le risposte. In ogni caso, è significativo il fatto che a frenare la furia iconoclasta dell'ex presidentessa furono i suoi stessi compagni di coalizione. E, per proseguire, non intendo nemmeno soffermarmi sui talebani e sull'IS perché, al di là delle indegne distruzioni direttamente da questi operate in siti artistici e archeologici patrimonio dell'umanità e degli alti lai levati dalla cultura mondiale, resta il fatto che per la proprietà transitiva la responsabilità finale sarebbe da attribuire a ben altri importanti soggetti che, secondo la corrente storiografia, li hanno blanditi e sovvenzionati con l'assenso dei cosiddetti 'civili' e 'democratici'.
Gli esempi di retrostanti paradossi, ovviamente, potrebbero proseguire ben oltre i significativi fatti indicati dal collega Sola per dimostrare l'esistenza dei propugnatori della memoria selettiva, di un potere che ha in odio la libertà altrui al punto da negare un pensiero divergente. Potrei ma indistintamente tutti porterebbero ad una sola, unica, conclusione: che i prestidigitatori della parola o sono stati dei discoli a scuola e la loro formazione scarseggia, ma non credo, oppure cercano una via di straforo per il Paradiso a dispetto dei Santi, confidando nelle fabbriche del consenso e nei servi di rango. Il che, a voler usare a rovescio il loro principio, è un'offesa all'intelligenza dell'essere umano; un'offesa aggravata dalla consapevolezza che i mille e più problemi scaricati, quotidianamente e spesso artatamente, sulla gente come un mirabile puzzle psichedelico impediscono a questa di riflettere adeguatamente e di documentarsi.
C'è poi una ridotta fetta di popolo che il tempo per farlo lo trova, forse perché meno o non più oberata dalla consuetudine del lavoro, dalla preoccupazione per i figli, dall'angoscia esistenziale: ecco, questa ridotta fetta di popolo, di fronte a talune imperiosamente assurde prese di posizione dei portatori del pedestre 'pensiero unico' non possono evitare di celebrare periodicamente la festa tanto cara a Grillo: il V Day lasciando, nel contempo, un avvertimento ai meno 'fortunati': come il caro William (Shakespeare, ovviamente) nel Re Lear insegna, We will all laught at gilded butterflies. Non è tutt'oro quello che luccica.
CULTURA
di Lino Lavorgna
MAFIA E SBARCO ALLEATO IN SICILIA: BASTA CON LE MISTIFICAZIONI
RaiStoria non è male: nel coacervo dei programmi insulsi trasmessi dalla TV pubblica si distingue per un'offerta che si può senz'altro definire soddisfacente, soprattutto per la ricca disponibilità di materiale documentaristico. Nulla a che vedere, per esempio, con i filmati trasmessi da History Channel, strutturati secondo gli orribili canoni della sub cultura statunitense modello "Selezione dal Reader's Digest" (per i giovanissimi: romanzi con molte parti riassunte, in modo da ridurne sensibilmente il numero delle pagine), per di più intrisi di mistificazioni così grossolane da far restare a bocca aperta, quando non proprio inguardabili, come quelli farneticanti, replicati a iosa, che parlano delle possibili "minacce aliene", forse per distrarre il facilmente abbindolabile pubblico americano da quelle terrestri, reali e molto più pericolose.
Pur conferendo a RaiStoira un voto più alto della sufficienza, tuttavia, qualche crepa, di tanto in tanto, soprattutto nella narrazione della Seconda Guerra Mondiale, la si rileva. Recentemente ho avuto modo di vedere una puntata di "Passato e Presente", programma condotto da Paolo Mieli, dedicato al bandito Salvatore Giuliano.
Lasciamo stare la vicenda banditesca e soffermiamoci su quanto asserito dallo storico presente in studio, il cui nome non rivelo per non offrirgli immeritata pubblicità, relativamente agli accordi tra mafia e americani in occasione dello sbarco in Sicilia, nel 1943. Alla precisa domanda di Paolo Mieli, lo storico, siciliano, ha risposto testualmente, con la voce quequera tipica di chi faccia fatica a trovare le parole giuste per rendere credibili tesi palesemente menzognere: "Ma nooo…. sono entità qu… sproporzionate… l'influenza che poteva avere la mafia e la gestione di uno dei più grandi… delle più grandi operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale… è vero che arrivati in Siciliaaa… gli angloamericani cercarono l'antifascismooo… i mafiosi spesso dicevano noi siamo stati antifascisti, i notabili dicevano siamo stati antifascisti perché… il fasc… o comunque non siamo stati fascisti perché il fascismo in Sicilia non c'è stato e… sopr… l'amministrazione alleata cercava di interloquire con chi c'era… coi partiti antifascisti man mano che si formavano, ma erano debolissimi, e con questi gruppi anche… ad esempio separatisti, che erano in grado di far credere di essere forti, che poi fossero così forti si sarebbe presto visto che non era così. Però furono in grado di farsi prendere sul serio e quello che ne venne fuori è quell'autonomia regionale che allora sembrò una cosa comunque molto innovativa".
Al di là della sconclusionata esposizione, non certo degna di un cattedratico, e delle inesattezze sulla consistenza del fascismo nell'isola, che ebbe notevole impulso soprattutto grazie a Giovanni Gentile sia pure senza mai raggiungere gli eccessi che si registrarono altrove, il dato importante che emerge è la negazione della commistione tra mafia e Forze alleate. Lo storico è in buona compagnia, almeno nell'isola. Sono davvero tanti i negazionisti, anche titolati, che si rifiutano di accettare una semplice verità: gli Alleati cercarono e ottennero l'aiuto della mafia per sbarcare in Sicilia e la ripagarono lautamente con prebende e importanti incarichi, proprio come accaduto nel 1860, con l'arrivo di Garibaldi. Un docente universitario catanese si è preso addirittura la briga di scrivere un lungo articolo per criticare Pierfrancesco Diliberto, meglio noto come Pif, regista del bellissimo film "In guerra per amore", nel quale, sia pure corroborato da una trama immaginifica, il rapporto mafia-Alleati viene descritto in tutte le sue caratterizzazioni peculiari. Non contento, gli ha anche replicato su YouTube con un video nel quale, arrampicandosi sugli specchi, reitera le argomentazioni negazioniste.
Cerchiamo di mettere un punto fermo su una querelle che non ha ragione di esistere, con buona pace di chi intenda spacciare lucciole per lanterne, quali che ne siano le ragioni. La pubblicistica seria sulla campagna d'Italia è davvero sterminata e le vicende sono narrate nel loro effettivo svolgimento quasi "minuto per minuto", sempre supportate da una ricca documentazione relativa agli aspetti politico-diplomatici. In buona sostanza, vi è ben poco da scoprire. Voglio proporre questa tematica, pertanto, rendendo omaggio proprio al bravo regista siciliano, riportando alcune battute iniziali del film, che avrebbe meritato più successo di quello ottenuto. Pif ha narrato fatti drammatici con delicato stile e raffinata ironia, senza tralasciare la citazione dei personaggi "reali" che, di quei fatti, in qualche modo, furono co-protagonisti.
Voce fuori campo: "Tutto era incominciato nel gennaio 1943. L'Europa era da tempo dominata dai nazisti e Hitler aveva come fedele alleato l'Italia fascista di Benito Mussolini". Ci spostiamo nella sala ovale della Casa Bianca. Franklin Delano Roosevelt fa il suo ingresso. La voce fuori campo continua: "Gli Stati Uniti, assieme agli Alleati, decisero di aprire finalmente un fronte in Europa per liberarla dalla dittatura".
Il presidente Roosevelt prende la parola al cospetto del suo staff: "E per fare questo, dobbiamo passare di qua: Sicilia, a sud dell'Italia. E' qui che sarà deciso il futuro del mondo ed è nostro compito portare al mondo la prosperità, la democrazia e la libertà".
Cambio di scena: siamo nel carcere di Dannemora, un piccolo centro nello Stato di New York, a poche miglia dal confine col Canada. La voce fuori campo continua: "Nonostante l'ottimismo del presidente Roosevelt, gli americani ne sapevano poco della Sicilia. Per preparare un piano militare a regola d'arte chiesero aiuto a una loro vecchia conoscenza".
La scena si sposta all'interno di una cella. Un detenuto parla con un militare.
"Penso di aver capito la questione, maggiore, ma andiamo al sodo: cosa volete da Lucky Luciano?". (L'uomo che parla è proprio il quarantaseienne mafioso siciliano, da oltre dieci anni principale boss della criminalità organizzata negli USA, anche se rifiutò di proclamarsi "capo dei capi" per evitare una guerra con Al Capone, anch'egli in forte ascesa. È in prigione dal 1936, ma continua serenamente a gestire gli affari criminali dal carcere).
"Sappiamo che fuori di qua ha molti amici che tengono a lei. Il governo degli Stati Uniti vuole che lei convinca i suoi compatrioti che vivono in America ad aiutarci. Informazioni, foto, mappe. Qualsiasi cosa ci possa essere utile in Sicilia. Basterebbe una sua parola per farli collaborare".
"E per quale motivo dovrei dire questa parola?".
"Lei ha ancora molto tempo. Quanto? Circa cinquanta anni, se non sbaglio. Forse… potremmo trovarle una specie di hobby. (Sorrisino sardonico). Gli amici servono anche a questo, no?". Lucky Luciano annuisce.
Non ci è dato sapere se il colloquio si sia svolto proprio in quei termini: le trattative stato-mafia non vengono certo filmate o registrate, ma il succo non può essere molto diverso, come i fatti successivi avrebbero ampiamente dimostrato.
Per comprendere bene ciò che accadde, però, bisogna fare un salto all'indietro.
La mafia costituì il principale ostacolo alla "fascistizzazione" della Sicilia in virtù di un controllo del territorio che, evidentemente, non intendeva condividere con nessuno e men che mai con lo Stato. Nel 1924 Mussolini decise di bonificare l'isola e inviò il prefetto Cesare Mori, che si era già distinto, dal 1903 al 1914, per fermezza di carattere e determinazione nel combattere la criminalità organizzata nell'area trapanese; in Sicilia ritornò anche nel 1916 per reprimere il brigantaggio.
Mori non deluse le aspettative e colpì duramente le cosche mafiose, inducendo molti criminali, sfuggiti alla cattura, a scappare negli USA, dove costruirono una fitta rete criminale e importanti imperi economici. Riuscì anche a svolgere una efficace opera formatrice nei confronti dell'opinione pubblica, facendo sentire la presenza dello Stato sul territorio. Dopo il primo momento di sbandamento, però, le forze occulte in combutta con la mafia si organizzarono per frenare la sua azione demolitrice: i grandi latifondisti, che utilizzavano la manovalanza mafiosa per il controllo dei vasti possedimenti agricoli, furono i più determinati nel combattere l'azione di bonifica sociale, riprendendo fiato e piena operatività già a partire dal 1929, anno in cui il prefetto andò in pensione.
Lo scoppio della guerra creò condizioni ottimali per i mafiosi che, da sempre, ambivano a staccare la Sicilia dal resto d'Italia. Nel 1942 nacque il Movimento per l'indipendenza della Sicilia, che inglobò esponenti politici eterogenei e fu guidato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal mafioso don Calogero Vizzini. Lo sbarco alleato del 43 costituì una insperata e ghiotta occasione per occupare spazi ancora più consistenti nel territorio, grazie alla facilità con la quale i mafiosi indussero la popolazione, già di per sé ben predisposta, ad accogliere calorosamente le truppe anglo-americane.
I legami con i potenti "compari" negli USA erano ben solidi e ciò era noto alle autorità statunitensi che, già nel 1939, per quanto formalmente neutrali, avevano iniziato un massiccio rifornimento di armi e beni di conforto ai nemici dell'Asse, in particolare agli inglesi. Il porto di New York diventò un nodo cruciale per la partenza delle navi dirette in Europa e il governo temeva fortemente le azioni di sabotaggio favorite dalle spie italiane e tedesche.
Uno dei massimi responsabili dell'intelligence, pertanto, il maggiore Radcliffe Haffenden, pensò di rivolgersi proprio a Lucky Luciano per chiedere il concreto aiuto della mafia. Il boss non si fece pregare e ordinò ai suoi uomini di sostenere pienamente l'attività "solidaristica" degli USA nei confronti dell'Europa caduta sotto il giogo nazista: in men che non si dica l'intera rete spionistica italo-tedesca fu messa a tacere e tacitati furono anche i sindacati affinché non creassero problemi durante le operazioni di carico del materiale bellico. Massimo Lucioli, nel saggio "Mafia & Allies" (edizioni Scripta Manent, 2005), tratta compiutamente questa fase prodromica dei successivi avvenimenti, per i quali fa testo la dichiarazione di Moses Poliakoff, l'avvocato di Lucky Luciano, che ammise tranquillamente di essere stato contattato, nel 1942, dal procuratore distrettuale della contea di New York, su delega dei servizi segreti, per indurlo a fungere da intermediario nei rapporti con il suo cliente.
Lucky Luciano segnalò agli americani i nominativi dei mafiosi residenti in Sicilia sui quali si poteva contare ciecamente per l'operazione Husky. L'Office of Strategic Services, il servizio segreto statunitense, selezionò militari con radici siciliane e creò una rete di contatti con tutti gli antifascisti residenti nell'isola, a cominciare dai potenti membri del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia. Il principale interlocutore di Lucky Luciano fu Calogero Vizzini, che mise a disposizione degli americani sia i latifondisti affiliati al Mis sia i mafiosi. L'ufficiale di collegamento fra Vizzini e Luciano fu un altro famoso mafioso, Vito Genovese, successivamente scelto come interprete e prezioso "aiutante" dal colonnello Charles Poletti, capo degli affari civili del governo militare alleato di stanza nella Napoli liberata dai nazisti. Genovese fece affari d'oro con il mercato nero dei generi alimentari, grazie anche al benevolo appoggio delle autorità militari, da lui facilmente corrotte1.
I mafiosi ottennero facilmente la collaborazione dei soldati siciliani impegnati nella regione, inducendoli alla diserzione e al sabotaggio per evitare spiacevoli conseguenze sia per loro sia per i familiari.
Nel film di Pif è riportato molto bene l'aspetto saliente della collaborazione mafiosa, ossia il conferimento di importanti incarichi che sarebbero stati opportunamente sfruttati per gettare le basi di quel solido potere criminale che perdura tutt'oggi.
Per la cronaca e per tacitare una volta per tutte gli arrampicatori di specchi:
A) Lucky Luciano sarebbe dovuto restare in carcere fino al 1986, ossia fino alla veneranda età di 89 anni. Il 3 gennaio 1946, invece, il governatore dello Stato di New York gli concesse la grazia per "gli alti servigi resi alla Marina statunitense", formula diplomatica con la quale si riconosceva il suo importante ruolo di supporto svolto sia nel 1939 sia nel 1943. Il mafioso rientrò in Italia e si stabilì presso lo storico albergo palermitano "Grand Hotel e des Palmes", dove soggiornò con aura di statista, ricevendo i membri del separatismo siciliano e i mafiosi che quotidianamente si recavano a tributargli la loro deferenza. Nel giugno dello stesso anno si recò in Brasile, Colombia, Venezuela e Cuba, dopo avere ottenuto i documenti necessari per l'espatrio dall'Italia dal sindaco mafioso di Villabate, Francesco D'Agati2.
A Cuba incontrò il mafioso bielorusso-statunitense Meyer Lansky, di cui diventò socio nella gestione dell'Hotel Nacional e di un casinò a L'Avana, insieme con il losco presidente Fulgencio Batista, "fantoccio" degli USA. Rientrato in Italia il boss si dedicò al proficuo traffico degli stupefacenti, uscendo sempre indenne dalle varie denunce. Nel 1947 s'innamorò della bella ballerina Igea Lissoni, che aveva 23 anni meno di lui. Dopo i numerosi spostamenti effettuati per motivi di sicurezza, si stabilì con lei nell'elegante via Tasso, a Napoli, dove passò a miglior vita nel 19623. Nelle immagini della "Settimana Incom" del febbraio 1962, facilmente reperibili in rete, è possibile vedere lo sfarzoso carro funebre trainato da otto cavalli e l'immensa folla che accompagnò il feretro presso la chiesa della Trinità a Napoli. La salma fu poi traslata negli USA e seppellita nel Sait John's Cemetery di New York, dove riposano i principali esponenti della mafia italo-americana.
B) Nel settembre del 1945 numerosi mafiosi, fra cui Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra (il mandante dell'assassinio di Placido Rizzotto e omicida diretto del povero pastorello Francesco Letizia), Francesco Paolo Bontate, Gaetano Filippone, Pippo Calò (quattordicenne!), Tommaso Buscetta (diciassettenne!) confluirono nel MIS nel corso di una riunione a casa del barone latifondista Lucio Tasca e decisero di utilizzare le bande delinquenziali per rinsanguare il loro braccio armato: l'esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia. Il gruppo mafioso nel 1946 abbandonò il MIS e iniziò il "lungo" sostegno alla Democrazia Cristiana. Quello che è accaduto dopo, è storia ancora "calda". E dolorosa.









NOTE
1) "Quanto ai napoletani, portarono il mercato nero a un tale grado di efficienza che l'equivalente del carico di una nave su tre che arrivavano nel porto finiva nel contrabbando, inclusa a volte, come si diceva, la stessa carcassa della nave. Impresa così notevole non poteva realizzarsi senza collusioni nelle alte sfere, che infatti ci furono. Appena nominato governatore militare di Napoli, il colonnello Charles Poletti, già vicegovernatore dello Stato di New York e negli ultimi tempi in affari con la mafia siciliana, scelse come aiutante e interprete Vito Genovese, numero due dopo Lucky Luciano di Cosa Nostra a New York. Membro dell'antica camorra napoletana (era nato a Tufino, in provincia di Avellino, il 21 novembre 1897, N.d.R.) Genovese era sfuggito a un'accusa di omicidio negli Stati Uniti scappando poco prima della guerra in Italia, dove era divenuto il fornitore regolare di cocaina di Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini. Grazie all'insediamento di Poletti a Napoli, gli italoamericani regnarono sovrani, "serrando le proprie fila" secondo il Field Security Officer inglese "se minacciati dall'esterno". In una città semidistrutta dai bombardamenti alleati, dove trovare una casa rappresentava un'impresa impossibile, il mercato nero significava la sopravvivenza. Il pane era passato da 2 a 100 lire al chilo; l'olio a 450 lire al litro, le uova a 30 lire l'una; prezzi cento volte superiori a quelli di prima della guerra. Il sale e il sapone erano impossibili da trovare".
2) (Peter Tompkins, "L'altra resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista"; Il Saggiatore, 2009. L'autore, 1919-2007, è stato un agente segreto statunitense con un importante ruolo durante l'occupazione nazista dell'Italia).
3) "Il dominio di Lucky Luciano - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia - VI legislatura".

CULTURA
di Bruno Esposito
ANTONIO PARLATO: RICORDO DI UN MAESTRO DI VITA E DI POLITICA
Era l'estate del 1975, era appena nata la corrente di "Democrazia Nazionale" che sollecitava una radicale trasformazione del Partito con il taglio delle proprie radici e lo spostamento verso il centro democratico. Eravamo giovani ed entusiasti ed accogliemmo la nascita di Democrazia Nazionale come un vero e proprio tradimento!
Una sorta di rinnovato 25 Luglio e reagimmo subito, con la costituzione ad opera di Pino Rauti della componente che si chiamò "Linea Futura": un grande crogiuolo di tradizione, ma anche di forte attenzione ai temi emergenti della tutela dell'ambiente, della crisi demografica, della immigrazione, della cultura (Campi Hobbit), di attenzione alla geopolitica e a tutti i fenomeni sociali più rilevanti cui "Linea Futura" volle guardare, forse per la prima volta, con profondità di analisi ed elaborando tesi e proposte innovative e lungimiranti.
Non avevamo strutture e mezzi qui a Napoli e ci guardammo intorno. Avevamo conosciuto da poco un neo Consigliere Comunale del MSI, Antonio Parlato figlio di Vincenzo che era stato Consigliere Provinciale della Fiamma sul finire degli anni 50. Con Silvio Geria e Valerio De Martino ci recammo al suo studio legale (Antonio era un valente Avvocato Marittimista) gli parlammo di Linea Futura e cercammo di convincerlo a capeggiare , a Napoli, la corrente di Pino Rauti. Antonio, dopo qualche approfondita riflessione ed acquisite ma, soprattutto, condivise con entusiasmo le tesi del documento fondativo della corrente Rautiana, aderì al progetto e da quel momento, ininterrottamente per vent'anni, fu il nostro punto di riferimento locale ma anche nazionale, entrando a pieno titolo a far parte del vertice della componente di "Linea Futura", alla quale conferì una metodologia di lavoro e di analisi molto profonda e innovativa, oltre ad un attivismo operativo di gran lunga superiore a quello cui eravamo abituati e quello che, ciascuno di noi, era in grado di esprimere. Antonio era una vera e propria forza della natura. Aveva una capacità di lavoro assolutamente eccezionale. Non c'era argomento, disciplina, attività culturale che egli non volesse o sapesse approfondire.
Prova ne siano i numerosi libri scritti da Parlato, che ci ha lasciato su temi tanto diversi tra loro: da Federico II a Flavio Gioia e la sua bussola, dalle ceramiche della Real Casa, a sua Maestà il Baccalà e tanti altri. La sua attività frenetica e poliedrica iniziava molto presto al mattino e si chiudeva a tarda notte. Ogni cosa era frutto di approfondite riflessioni, di studi, di incontri e confronti che duravano ore. Antonio ascoltava tutti i Camerati chiamati al suo studio legale, (ormai trascurato per lasciare spazio alle sempre crescenti attività politiche) con ritualità e notevole frequenza. Poi si arrivava alla fase finale della sintesi con l'elaborazione della proposta, della tesi, del documento in discussione. Un percorso coinvolgente, collaborativo che arricchiva tutti e rendeva tutti partecipi di ogni scelta. Per questo motivo, quei giovani studenti o professionisti o semplici iscritti del MSI che collaborarono in quella stagione con Antonio, frequentando il suo studio del Rione Sirignano, e tra questi Mimmo, Luciano, Marcello, Roberto, Amilcare, Arturo, Franco, Sergio, Carlo, Andrea, Lidio, Giovanni e tantissimi altri, credo che abbiano trascorso e speso, con grande passione politica, i migliori anni della propria vita. Oggi resta il ricordo di una stagione esaltante ed irripetibile.
Vincemmo il Congresso Provinciale del MSI ed Antonio Parlato divenne il Segretario Provinciale del Partito a Napoli. Il documento programmatico scritto da Antonio si chiamò F 77 che conserva tutt'ora la sua validità di un partito, pesante e presente, nella realtà della vita dell'essere Comunità. F 77 fu il principale motore politico di opposizione e di progetto alternativo all'interno della Città e della sua area metropolitana. Il meglio delle esperienze, delle personalità, delle risorse del nostro mondo umano e politico, chiamato a raccolta per mettere in campo un'altra visione di Città, che come ripeteva Antonio, doveva saper leggere il territorio e le sue vocazioni naturali, per elaborare una progetto e delineare una strategia per la comunità locale. Il punto massimo fu "Napoli Capitale" (Progetto a 5 dimensioni) alla cui stesura collaborarono Antonio Rastrelli e Sergio Vizioli.
Antonio fu eletto Deputato nel 1979, in una competizione elettorale che cancellò di colpo l'intero gruppo di "Democrazia Nazionale"che aveva a Napoli quattro Deputati e tre senatori. Gli elettori del Movimento Sociale Italiano a Napoli, cancellarono ogni traccia di questi ex parlamentari, superando brillantemente la scissione subita e rielessero quattro Deputati e tre Senatori, in una battaglia elettorale che Almirante venne personalmente a condurre, scegliendo la nostra città come sua personale residenza per diversi anni. Parlato ne fu il suo braccio destro e noi tutti fummo, con tutto il partito, gli entusiasti artefici della riscossa contro il tradimento.
Decine di migliaia di interrogazioni parlamentari, interpellanze, mozioni, documenti, ordini del giorno, Proposte di Legge, confronti parlamentari, congressi, furono il frutto di una attività fervente e inesauribile, appassionata e dirompente che incise profondamente in un partito che, fino a quel momento, coltivava le sue memorie storiche ma era presente nella realtà del tempo, nelle esigenze e istanze che, dal corpo sociale, venivano fuori a getto continuo. In quegli anni furono molte centinaia gli Ordini del Giorno su tutti i temi approvati dal Consiglio Comunale di Napoli. Analogamente alla Camera dei Deputati, le interrogazioni parlamentari presentate da Antonio furono strumenti decisivi di battaglia politica anche per tantissimi rappresentanti del partito negli Enti Locali che, nelle loro battaglie politiche sul territorio, individuavano i punti di attacco che Parlato trasformava in azione di Sindacato Ispettivo e che promossero decine di inchieste della Magistratura Contabile e di quella Penale. Noi tutti imparammo a far politica nel corpo vivo della comunità nazionale e locale. Il "metodo Parlato" divenne ben presto una scuola che fece crescere il Movimento in tutta Italia.
Cessato dopo cinque Legislature il suo impegno Parlamentare, Antonio Parlato ebbe incarichi di alto profilo, su nomina del Governo, all'INAIL prima e poi all'IPSEMA, ove portò idee e visioni, frutto della sua cultura nazionalpopolare in stretta correlazione alle radici del suo impegno culturale, bilancio etico e bilancio sociale,valorizzazione dei rapporti con le componenti sociali e sindacali.
Mi chiamò un giorno con una scusa. In realtà sapeva di avere ancora pochi giorni. Con i suoi consueti modi garbati da gran Gentiluomo Napoletano, mi parlò sorridendo del suo ultimo impegno editoriale. In realtà, ebbi la sensazione che volesse salutarmi per l'ultima volta. Ci penso ancora a quell'incontro e sempre con la stessa struggente emozione.
Ciao Antonio, grazie per tutto quello che hai fatto per noi e per l'Idea che vive e getta sempre nuovi germogli anche grazie a te!
   
     
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