CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    ANGELA ROMANO: L'INNOCENZA INFRANTA    
   
NCIPIT
3 gennaio 1863, Castellammare del Golfo, contrada Fraginesi. Angela Romano, nove anni, figlia di Pietro e di Giovanna Pollina, fu fucilata dai bersaglieri del generale Pietro Quintino insieme con sei concittadini: Maria Crociata, anni trenta, analfabeta; Marco Randisi, anni quarantasei, bracciante agricolo, storpio, analfabeta; Benedetto Palermo, anni quarantasei, sacerdote, agonizzante per più di un'ora, finito con un colpo di baionetta alla gola; Angela Catalano, anni cinquanta, contadina, zoppa, analfabeta; Angela Calamia, anni settanta, disabile, analfabeta; Antonino Corona, anni settanta, disabile.
Furono tutti considerati dei pericolosi briganti. Nel registro dei defunti della Chiesa Madre di Castellammare del Golfo è riassunta la triste fine della povera Angela: "Romano Angela filia Petri et Joanna Pollina consortis. Etatis sua an.9 circ.Hdie hor.15 circ in C.S.M.E Animam Deo redditit absque sacramentis in villa sic dicta della Falconera quia interfecta fuit at MILITIBUS REGIS ITALIE. Eius corpus sepultum est in campo sancto novo". Non sapremo mai se i caratteri maiuscoli utilizzati per scrivere che fu uccisa dai soldati del Re d'Italia volessero significare, nella mente di chi redasse la nota, rispetto per il ruolo ricoperto, e di converso rispetto per il sovrano, oppure il disgusto e il disprezzo per un gesto ignobile compiuto da adulti, in rappresentanza di un Re, nei confronti di una povera bambina.

CONOSCI TU LA TERRA DOVE FIORISCONO I LIMONI? (Goethe)
Sono tanti i luoghi ameni della nostra penisola e tra di essi figura Castellammare del Golfo, meta prediletta di turisti raffinati, estasiati dai suggestivi panorami su un mare cristallino, che s'infrange sulla lunga costa la cui bellezza è sacra anche agli Dei. Nel 1718 la Sicilia era al centro della contesa tra Filippo V di Spagna e Amedeo di Savoia, entrambi con ambizioni dinastiche per il suo possesso. Il 13 luglio, cinque navi inglesi, giunte in soccorso dei piemontesi, stavano per colare a picco un bastimento spagnolo, che cercò riparo in un'insenatura nei pressi del castello, di fatto mettendosi in cul-de-sac. Il fuoco congiunto dei cannoni inglesi atterrì i cittadini, che già presagivano una triste sorte. All'improvviso, però, una figura femminea di bianco vestita, seguita da una schiera di angeli, prese forma sulla sommità del monte delle Scale, abbagliando l'intero tratto di mare presidiato dalle navi inglesi, i cui comandanti, spaventati, ordinarono subito di invertire la rotta. Resta da capire come mai le Alte Sfere dell'Onnipotente, dopo aver dato cospicua mano alle pretese di Enrico V, assegnarono poi la corona a Vittorio Amedeo di Savoia. Ma queste sono cose cui nessuno può dare risposta e che non vanno nemmeno discusse. A prescindere dall'esito finale della guerra di successione spagnola, comunque, ancora oggi, con cadenza biennale, si tengono riti di ringraziamento per la "Madonna del Soccorso" e rievocazioni storiche dell'evento, dal forte richiamo turistico.
Nel 1863, purtroppo, sempre per gli inspiegabili motivi di cui sopra, nessuna divinità venne in soccorso di quei poveri e inermi cittadini massacrati dalle forze governative, assurti a un'imperitura fama della quale avrebbero fatto volentieri a meno.

I FATTI
Nel 1861 fu varata la legge che prevedeva la leva obbligatoria, assente nel Regno Borbonico, invisa ai poveri contadini meridionali, costretti ad abbandonare per ben sette anni il lavoro nei campi, unico sostentamento familiare. La legge prevedeva l'esonero per i giovani rampolli dell'alta borghesia, definiti "cutrara", ovvero possessori della "coltre" del potere grazie al "collaborazionismo" prestato prima e dopo la conquista del regno.
Nei primi due giorni di gennaio si ebbe una sommossa fomentata dai "surci" filoborbonici, che presero d'assalto le case dei notabili e gli edifici pubblici. Gli scontri furono violenti e generarono numerosi morti da ambo le parti, ivi compresi il commissario della leva e il comandante della Guardia Nazionale. Il Governo reagì duramente inviando un cospicuo numero di bersaglieri, al comando del generale Pietro Quintino, la cui ferocia e soprattutto il "disprezzo" per i meridionali erano ben noti.
Con uno spiegamento di forze adatto a un vera guerra contro nemici di pari livello, il compito assegnatogli si trasformò in un gioco da ragazzi. I briganti, al di là dell'alone leggendario che accompagna le loro gesta, erano poveri cristi delusi, affamati e male armati e solo alcuni di loro potevano vantare qualche esperienza militare nell'esercito borbonico. Nella fattispecie, per i fatti di Castellammare, è addirittura improprio definire "briganti" le vittime della repressione. Gli atti concernenti il processo, purtroppo, sono andatati quasi tutti distrutti e sono disponibili solo poche notizie, dalle quali si evincono le accuse rivolte ai prigionieri: sostegno ai rivoltosi e omertà per non aver svelato il loro nascondiglio, che ovviamente non conoscevano: non siamo certo al cospetto di "eroi" pronti a sacrificare la vita per difendere i propri ideali.
La pena di morte fu decisa direttamente da Pietro Quintino e pur volendolo considerare il più bieco tra gli uomini è davvero azzardato ritenere che la condanna riguardasse anche la piccola Angela, per la cui sorte si sono formulate varie ipotesi, tutte senza prove concrete. Quella più plausibile, tuttavia, è che la bimba avesse visto qualcosa che non doveva vedere, nella villa che fu teatro dell'esecuzione, e quindi fu aggiunta all'elenco dei condannati per farla tacere.
Per meglio comprendere il clima sociale di quel periodo fa testo il giudizio espresso dal generale Giuseppe Govone, che giustificò il massacro affermando che "la Sicilia non è ancora uscita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni dalla barbarie alla civiltà".
Govone era un altro carognone ancora più spietato di Quintino, inviato in Sicilia nel 1862 e subito distintosi per la sua ferocia, che gli valse l'accusa di "criminale di guerra".
Il Parlamento, però, dopo alcune sedute di facciata lo assolse e, tanto per far comprendere quale fosse la reale considerazione dei territori annessi, lo gratificò con una promozione.

COSA INSEGNA QUESTA STORIA
Ho indossato la prima divisa di bersagliere all'età di sei anni, dono di compleanno del mio adorato Papà, soldato d'Italia tempratosi tra le assolate dune libiche. Dei bersaglieri ho sempre sentito decantare le gesta eroiche e pertanto, a venti anni, indossarne la divisa, presso il più glorioso dei battaglioni, mi sembrò la cosa più naturale del mondo.
Districare la complessa matassa della nostra storia non è impresa facile, soprattutto se si abbia la pretesa di codificare uomini, epoche ed eventi senza contestualizzarli, utilizzando un metro di giudizio valido oggi, che però è fonte solo di fallaci generalizzazioni se rapportato al passato. Questo errore si commette con metodica frequenza, generando una sequela impressionante di falsità e leggende, spesso volutamente, per adattare la storia alle esigenze di chi la scrive o a quelle dei suoi padroni; a volte, però, la distorsione non è frutto di malafede e quindi risulta ancora più pericolosa: non vi è nulla di più pericoloso, infatti, dell'essere convinti di avere ragione. Conosciamo tutti, poi, l'orgogliosa fierezza dei militari e il rispetto tributato alla propria divisa, al corpo di appartenenza.
So bene quanto siano forti questi sentimenti perché, da giovane, ne ero pervaso anche io. Solo l'esperienza maturata nel faticoso incedere lungo i sentieri della vita ha reso possibile mettere ordine nel retorico ginepraio che abbaglia la vista e annebbia la mente: una divisa è solo della stoffa, magari di buona fattura, lavorata in modo da essere indossata per svolgere determinati compiti, a volte molto terribili. Una divisa non va onorata; vanno onorati gli uomini che la indossano "con onore".
E' l'uomo la misura di tutte le cose ed è solo lui che va giudicato, nel bene e nel male, per le azioni che compie. La mia fierezza per aver servito la Patria indossando la divisa di bersagliere rimane immutata, ma solo perché non ho mai tradito i precetti di civiltà che ogni essere umano, con o senza divisa, dovrebbe sempre rispettare.
Altri uomini, che pure l'hanno indossata, macchiandosi però d'immani crimini, non posso sentirli in alcun modo vicini e prenderne le distanze, senza riserve, è doveroso. Con i bersaglieri che si sono trasformati in assassini, durante la repressione post-unitaria, non ho nulla a che vedere e voglio ribadirlo con chiarezza. La verità, come sempre, rende liberi.

CULTURA
di Michele Di Iorio
FRANCESCO PETRARCA A NAPOLI
Napoli città cosmopolita sempre visitata da illustri viaggiatori in ogni epoca, artisti e scrittori di gran fama che ne hanno accresciuto il prestigio.Tra Francesco Petrarca.
Nato in Toscana, ad Arezzo, all'alba del 20 luglio del 1304 il giovane Petrarca visse con la famiglia paterna a Avignone, Francia, dal momento che il padre era notaio alla Corte papale.
Nel 1320 si iscrisse all'Università di Bologna. Nel periodo di studi visitò molte città della penisola. Protetto dal cardinale Giovanni Colonna e dal fratello principe Giacomo Colonna di Stigliano, patrizio romano e di Napoli, a Roma venne incoronato Sommo Poeta nel Palazzo del Senato da Roberto d'Angiò detto il Saggio, sovrano di Napoli.
Per conto del Cardinale Colonna e di Papa Clemente VI nell'estate del 1343 partì da Roma per Napoli, città che aveva già visitato 2 anni prima. Re Roberto d'Angiò era morto, ed ebbe l'incarico ratificare la reggenza del Regno di Giovanna Durazzo, appena 16 anni, e di ottenere in cambio la liberazione di alcuni prigionieri politici, i tre fratelli Giovanni, Pietro e Ludovico Pipino, rinchiusi nelle segrete di Castel Nuovo, accusati di ribellione.
Pare che Petrarca durante i tre mesi del suo secondo soggiorno napoletano fosse ospite nel palazzo dei principi Colonna di Stigliano e frequentasse il Maschio Angioino, accolto con lusso e onori alla corte angioina.
Scrittore e poeta, studioso di storia e opere classiche, Francesco Petrarca era anche appassionato numismatico e botanico. Girò per i chiostri dei conventi e per giardini, visitò le ricche biblioteche napoletane. Amava il clima, le bellezze di Napoli e lo splendido Golfo. Fece molte escursioni nei dintorni, soffermandosi nei si ti archeologici.
Rimase però deluso dalla corte reale, degenerata e corrotta dopo la morte del sovrano, dominata da reggenti avidi e da affaristi. La cattiva giustizia, l'assenza di cultura. Il disordine e l'abbandono della città e della popolazione, la sporcizia lo facevano inorridire, tanto che rimpiangeva la Napoli conosciuta due anni prima.
Gli amici di Napoli erano cordiali, affettuosi, ma indiscreti, pettegoli, esuberanti, donnnaioli. Tra questi quello che credeva suo buon amico, il nobile Barbato da Sulmona, gli copiò dei versi inediti e li diffuse a suo nome. Petrarca rimase profondamente amareggiato.
Una volta fu portato ad assistere ad un incontro di lotta vicino la chiesa di Santa Caterina a Formello: con suo grande orrore il perdente venne ucciso a pugnalate mentre il vincitore veniva acclamato dal popolo. Era colpito negativamente anche dalle leggende sinistre di fantasmi che infestavano la città, e temeva pure i cultori dell'occulto che si trovavano in ogni dove. La predizione del terribile maremoto che colpì Napoli, fatta da un astrologo molto seguito dal popolo e dalla corte angioina fu il colmo per lui: stanco di tutti questi aspetti della città, troppo distanti dal suo modo di vivere.
La notte del 24 novembre 1343 preannunciato da fragorosi boati, il mare in burrasca si rivoltò affondando navi e barche, quasi distruggendo l'antico porto e il faro. Le acque arrivarono sulla terraferma invadendo le strade, le fogne scoppiarono. Vi furono molte vittime tra quelli che non riuscirono a mettersi in salvo verso luoghi più alti.
Francesco Petrarca, inorridito da questo scenario da tregenda, soffocato dalla puzza che si levava da ogni dove, terrorizzato fuggì in carrozza per Gaeta e di lì si imbarcò per Livorno, quindi risalì in carrozza verso Parma. Di questa esperienza atroce sul già deludente secondo soggiorno a Napoli, scrisse descrivendo il suo stato d'animo nei Familiares.
   
     
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