CULTURA  
    di Anna La Rocca e Cristofaro Sola    
       
    UNA RIFLESSIONE SUI VALORI PERENNI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS    
   
A proposito della crisi valoriale nella quale la civiltà occidentale è precipitata come in un pozzo senza fondo, quante volte ci siamo chiesti: "ma quand'è che tutto è cominciato?".
La risposta immediata sarebbe: "leggi Oswald Spengler e tutto ti sarà chiaro".
Tuttavia, il senso di perdita di un orizzonte entro il quale sentivamo di potere coltivare non soltanto dubbi ma anche certezze ci ha progressivamente travolto. Abbiamo smarrito le coordinate di rotta che avevamo pensato, a torto o a ragione, ci avrebbero condotti indenni al traguardo del percorso esistenziale. Come difendersi? Cercando la chiave perduta. Non un'esotica immersione nel mistero ma una convinta presa di coscienza delle verità indicateci dalla esperienza sapienziale, diversa e non sovrapponibile a quella intellettuale.
Bisogno di connotazioni alternative? Niente affatto. Soltanto sana resilienza alla estraniazione dalla Tradizione a cui la cultura dominante del progressismo prova a costringerci nostro malgrado. Già, nostro malgrado. Perché, sebbene il mainstream del politicamente corretto lo abbia giudicato eretico, irrazionale, blasfemo, reazionario, siamo convinti invece che uno spazio di pensiero divergente, ideato per nutrirsi della Conoscenza ispirata dagli antichi valori, quelli perenni che discendono in linea diretta dagli archetipi sui quali è fondata la nostra ultramillenaria civiltà, sia ancora possibile.
Esiste un diritto innato nell'uomo superiore a perseguire la strada eroica della verticalità spirituale, che non piacerà agli adoratori dell'iconoclastia consumistica. E che come ogni percorso stretto, e in salita, non consente affollamenti.
Bisogna fare selezione. Accettare il fatto che la massa, impegnata a galleggiare nel flusso della società liquida, non potrà mai accedervi e che a causa di tale inemendabile condizione sarà sempre pronta a denigrare coloro che, al contrario, quel percorso lo cercheranno e lo affronteranno.
Elite? La si potrebbe definire così se non fosse che la categoria concettuale, di recente, è molto inflazionata. Meglio sarebbe se ci limitassimo a definirla minoranza combattente nel metafisico, con uno spiccato senso dell'appartenenza; con un'identità autonoma che custodisce la combinazione per decrittare i codici del reale e del divino.
Ecco allora che la domanda posta in incipit trova diritto di quartiere nelle pagine di questa rivista di cultura. Essa contiene la risposta a un'istanza incognita di Conoscenza, di critica a un divenire "contra deum" della Storia, di ricerca del perché di una degradazione della sostanza spirituale dell'Uomo a beneficio del materialismo vorace di un'arrembante indistinta umanità, bramosa di imprecisate pretese di rivalsa. L'auspicio è che il lettore la colga, senza pregiudizi. E con animo sereno.
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Qualche tempo fa, quando si era all'inizio della diffusione del Coronavirus, un'amica con la quale intrattengo un rapporto epistolare mi scrisse a proposito di una considerazione che le era venuta di fare sul declino spengleriano dell'Occidente. In chiusura sollecitava una mia risposta. Che non si è fatta attendere, visto che ho trovato la sua riflessione estremamente stimolante.
Dopo lo scambio epistolare, la mia amica ed io abbiamo convenuto di rendere pubblico il carteggio per un motivo intuibile: immaginando il dialogo avviato come la testa di un treno, abbiamo pensato che altri vagoni si potessero aggiungere, strada facendo, al nostro input. Perché è così che una via tradizionale tiene accesa la fiamma che la illumina: passando di mano in mano, di testa in testa, di cuore in cuore. Di parola in parola.
Da questo punto pensieri, inizialmente privati, non appartengono più a chi per primo li ha squadernati ma vengono offerti a chiunque abbia voglia e passione per riprenderli e arricchirli.

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Carissimo C.,
Tantissimi anni fa, parlando sulla metro B (di Roma) in rifacimento con ...omissis..., un collega sociologo scomparso prematuramente in un incidente di moto, ebbi modo di dire che il decadimento della nostra società era cominciato con la declassazione del latino a "lingua morta".
Da lì, con cadenza lenta ma costante, siamo passati ad osservare con occhi insofferenti, quando non cattivi, il naturale incanutimento umano, il declino della fisicità tonica nei maschi, il deterioramento della bellezza femminile, il degradamento cognitivo e via discorrendo.
Niente pietas, figuriamoci… Fino ad allora, al declassamento del latino, l'anziano in casa (e chi non ne aveva uno?) era considerato più un monumento che un ingombro, uno che dispensava saggezza, che aveva attraversato indenne la vita e che ora la filtrava alla luce dell'esperienza personale: aveva un suo perché fino a ottant'anni e oltre e non era permesso ai giovani il dileggio, giacché l'età di mezzo avrebbe stroncato sul nascere, con le buone o con le cattive, il minimo tentativo.
Magari anche allora non piaceva invecchiare, però un ruolo nella società, nella famiglia, non te lo toglieva nessuno.
Che ne pensi?

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Carissima A.,
Se fosse toccato a me comporre, in uno di questi giorni bui, il titolo d'apertura del giornale per cui scrivo, l'avrei fatto così: "Coronavirus. Trovato il paziente zero: è l'Inps". Già, perché dalla macabra contabilità delle morti, sulle quali si sono avventati improbabili "esperti" azzeccagarbugli che hanno cavillato sul "morto con..." o "morto di...", il dato che balza agli occhi è quello del risparmio per l'Istituto di previdenza nel dover pagare meno pensioni grazie al Coronavirus. Disgusterà, ma è questa la narrazione strisciante che si sposa con lo Zeitgeist, lo "Spirito del tempo". Nella società che corre, che brucia sul momento sentimenti, passioni, conoscenze, la categoria anagrafica dei vecchi non trova collocazione. Per andare veloci non si possono trascinare zavorre e gli over 70 lo sono, almeno nel percepito dalle generazioni che hanno raggiunto un approdo alla stabilità economica e un sicuro status sociale-relazionale. Che poi sono i componenti dei cosiddetti ceti medi garantiti.
La medesima cinica pulsione, invece, non appartiene a quegli ampi segmenti di ceti produttivi tradizionali e popolari, i vinti dalla globalizzazione, per i quali i vecchi assicurano sostegno finanziario al welfare familiare. In soldoni, sono i "nonni" e le "nonne" che si offrono con le loro scarne pensioni e la loro efficienza organizzativa ad attenuare l'impoverimento al quale quei ceti, emarginati dai processi produttivi ordinati dalle nuove frontiere delle "smart technologies" e dalla robotica, sono stati condannati. Per la qual cosa, l'evento della morte dell'anziano parente, in determinati contesti familiari, si traduce in un dramma non solo affettivo ma anche economico. Tuttavia, nell'idem sentire della post-modernità, la vecchiaia resta un peso, una pietra d'inciampo, un costo per gli attivi al lavoro.
Basta ascoltare il refrain dei soliti economisti che un giorno sì e l'altro pure vanno in televisione a spiegarci quanto non sia più sostenibile il sistema pensionistico. C'è un non detto nelle parole di costoro che tradisce il riaffiorare di una forma essa sì virulenta di razzismo che è il darwinismo sociale. Il concetto nella sua intrinseca brutalità è fin troppo semplice: se una comunità non ha risorse sufficienti per assicurare a tutti i suoi membri un adeguato benessere è opportuno che gli anelli più deboli della catena tolgano il disturbo.
Dal momento ché nella nostra ultramillenaria cultura di radice giudaico-cristiana sopravvive il tabù della selezione procurata della specie, si fa il tifo neanche troppo celato perché la natura trovi da sé i mezzi per riequilibrare l'ecosistema. E per raggiungere lo scopo una pandemia è lo strumento principe, alla luce della minorata capacità della specie umana di autoselezionarsi per il tramite delle guerre. Nessuno stupore, dunque, nell'ascoltare dai media commenti del tipo: "sono morti, ma erano ultrasettantenni e ultraottantenni".
Come se su ogni individuo un qualche Dio del Progresso avesse apposto una data di scadenza. Come su un vasetto di yogurt. Ma se è orribile vedere troncata un'esistenza ancora in tenera età, perché dovrebbe essere diverso per quella di un vecchio? Non lo sarebbe se non fossero veri e concretizzati i presupposti di un fattore ideologico del tipo di quelli che ho prima rappresentato. Ci sono responsabili per una tale condizione del nostro presente? Certamente sì. I primi indiziati sono i fautori del progressismo nel divenire della Storia. Lo sviluppo lineare della condizione umana, professato dagli adepti di un pensiero tanto velenoso, si proietta all'infinito. Ma per progredire deve liberarsi del passato.
Che siano cose, modi di essere, comportamenti, storie individuali o collettive, persone, istituti comunitari, gerarchie familiari e sociali poco importa: ciò che è stato deve essere sepolto nella memoria remota dalla quale nulla deve riemergere che possa recare danni o intralci alla ancestrale aspirazione dell'individuo o della società alla quale egli appartiene a dominare il Creato in una escatologia laicista dei destini ultimi dell'umanità.
L'opportuna osservazione che hai esposto sulla declassificazione del latino a lingua morta è uno dei sintomi di ciò che personalmente giudico il male dell'Uomo del nostro tempo. Più in generale, si tratta della negazione perseguita con metodi distruttivi di precisione scientifica, dell'annullamento del peso della Tradizione nella vita quotidiana. Non è questione dell'oggi. Il processo di confutazione degli archetipi che hanno cementato le fondamenta delle comunità umane evolute comincia dall'età dei Lumi e dalla Rivoluzione francese. La demolizione dei modelli sociali tracciati sulle concatenazioni gerarchiche discendenti, dall'alto verso il basso in una sorta di piramide simbolica nella quale ogni individuo poteva trovare la giusta collocazione in ragione della propria condizione sociale e delle proprie qualità, ha portato gradualmente a una riconfigurazione organizzativa delle comunità umane su un piano orizzontale, apparentemente paritario dove la verticalità del potere è stata surrogata dallo sviluppo lenticolare di poteri diffusi ma scarsamente o per niente visibili dai punti d'osservazione posti sul medesimo piano fisico.
La figura dell'anziano nel suo ruolo di capofamiglia, depositario della sacralità delle gerarchie claniche salvaguardate nella successione delle generazioni, che tu evochi, è crollata quando si è portato a compimento l'attacco ai valori perenni sui quali è stata incardinata la civiltà occidentale dalle origini. Su questo fronte, molto ha fatto il Sessantotto. La famiglia tradizionale, con le sue dinamiche pedagogiche di potere e di controllo, è stata la prima vittima illustre di quella stagione rivoluzionaria, ma non l'unica. La scuola, la religione, l'identità separata di genere, la Morale, la scienza, sono state terremotate e ricostruite seguendo un paradigma fallacemente laico, libertario ed egualitario. Ma come sovente accade agli umani, anche le correnti di pensiero più impegnate nella costruzione di una Weltanschauung progressista finiscono con il fare i conti senza l'oste. E, come direbbe Pier Luigi Bersani in una delle sue fantastiche iperboli, la mucca nel corridoio che ha ostruito la via dell'egemonia culturale assoluta ai progressisti è stata l'avvento della globalizzazione economica che, nel volgere di un tempo brevissimo, ha accentuato, modificandone la mappatura genetica, la mutazione della società da solida in liquida.
La definizione non è mia, ma di Zigmunth Bauman. La presa di potere del consumismo ha fatto il resto. La cifra di questo tempo storico è la contrazione dei cicli di vita, prima degli oggetti, poi degli insiemi umani, e oggi dei singoli individui. È di tutta evidenza che se uno smartphone ha una vita di qualche anno il termine della quale è scandito dalla comparsa sul mercato di un apparecchio in tutto simile al precedente ma con maggiori funzioni; se una normale lavastoviglie non dura quanto i modelli in voga trenta anni orsono; se un'azienda trattiene la sua produzione su un territorio per un tempo limitato, al contrario delle imprese dei secoli scorsi che patrimonializzavano come componente immateriale del profitto il radicamento presso le comunità locali nelle quali sorgevano gli impianti produttivi; se la finanziarizzazione dei mercati grazie alle nuove tecnologie consente transazioni senza limiti di spazio in tempo reale, come promette di fare la struttura digitale del blockchain; se le catene distributive, estese a tutto il globo, sono in grado di rigenerarsi senza soluzione di continuità, finisce con l'essere quasi scontato che anche i tempi di vita degli esseri umani debbano conciliarsi con la durata dei loro cicli produttivi.
Alla luce delle considerazioni che ho esposto è legittimo chiedersi se sia possibile fermare la ruota panoramica e tornare indietro. Non credo che ciò possa avvenire. In compenso, da uomo della Tradizione devoto alla visione circolare, meglio dire ellittica, della metastoria di una parte (superiore per diritto di natura) dell'umanità faccio conto sulla limitatezza di questa oscura Età del Ferro in cui siamo sprofondati.
Seguendo le orme del venerato maestro Julius Evola, osservo i segnali che indicano un'accelerazione del tempo con l'avvicinarsi del Kali Yuga, l'evento catastrofico finale che non darà luogo a una consolatoria "metafisica dei vinti" ma a una palingenesi spirituale, a una nuova partenza da un diverso Eden. Ci sarò? Ci saremo? Non è questo che deve preoccuparci.
La sostanza materiale di noi certamente non vedrà quei tempi eroici. Ma li vedranno i nostri spiriti immortali. Si tornerà a parlare latino. I vecchi riprenderanno posto sugli scranni della saggezza. E si faranno beffe dell'Inps. E questi nostri giorni bastardi saranno ricordati per ciò che sono: notte dello spirito, buia, senza aurora.
CULTURA
di Michele Falcone
PILLOLE DI STORIA: IL SUPERCAPITALISMO
Nel suo saggio sulla "glebalizzazione"1 Diego Fusaro si chiede se la dittatura del mercato non sia diventata schiavitù di pensiero, quale sia la lotta di classe al tempo del populismo e se esso riuscirà a riaccendere la lotta contro il capitale. Con una sorprendente lucidità di pensiero l'autore ci offre una disanima completa dei momenti più interessanti dell'attuale società, inducendomi a rivedere aspetti della storia, indicativi e interessanti per quello che fu definito il "supercapitalismo".
Già nel 1933 erano state previste le follie del capitalismo finanziario e del consumismo, anticipando i temi di cui dibattiamo oggi: il mondialismo; la globalizzazione che omologa modi di vivere, di vestirsi, di pensare, di agire. Tutto standardizzato, tutto uguale, le diversità e le specificità nazionali negate. La globalfinanza era definita "super capitalismo", così definito da Benito Mussolini: "Il supercapitalismo trae la sua ispirazione e la sua giustificazione da questa utopia: l'utopia dei consumi illimitati. L'ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara. Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli stessi gusti al cinematografo, che tutti infine desiderassero una cosiddetta macchina utilitaria"2.
La omologazione mondialista, bisogna dirlo, a Mussolini sembrava un progetto monopolista globale e mostruoso, frutto dell'avidità della borghesia. Nel 1938 di fronte all'egoismo e alle infamie della borghesia si sfogò con il genero Galeazzo Ciano con queste parole: "Se quando ero socialista avessi avuto della borghesia italiana una conoscenza non puramente teorica quale dettata dalla lettura di Karl Marx, ma una vera nozione fisica quale ho adesso, avrei fatto una rivoluzione così spietata che quella del camerata Lenin sarebbe stata al confronto uno scherzo innocente".
Il socialista riformista Luigi Salvatorelli, che del fascismo dava una lettura contrastante con quella tradizionale della sinistra, scriveva che: "[…] un trionfo del nazionalfascismo non si può concepire se non come una rovina della civiltà capitalistica, alla quale noi non crediamo". Per il marxismo, il capitalismo rappresenta una fase di sviluppo e trasformazione della società. Per i fascisti rappresentava invece un modello economico e sociale che andava respinto e bloccato nel suo sviluppo. Come? Controllando la Banca Centrale e i maggiori istituti di credito e quindi avendo il potere di decidere sulla emissione della moneta; dando spazio al credito cooperativo legato alla piccola e media industria, favorendo il ruralismo con politiche di sostegno all'impresa contadina e la lotta al latifondo; nazionalizzando banche e industrie strategiche, facendo crescere le garanzie dello stato sociale. Nel 1945 lo Stato controllava metà dell'economia nazionale. Il miracolo economico degli anni cinquanta nacque anche da quell'assetto produttivo e bancario. Tanto è vero che, con l'irrompere dell'antifascismo istituzionale, il Paese nei decenni successivi smontò pezzo per pezzo tutto l'edificio economico costruito negli anni trenta. Va anche detto che il ruralismo del regime fascista puntava all'auto sufficienza alimentare (autarchia) come uno dei cardini dell'indipendenza del Paese, unitamente alla nascente industria chimica e alla difesa del lavoro italiano.
Qui non si tratta di nostalgismo o di tentare impossibili recuperi. Si tratta di capire che i guasti del capitalismo finanziario, dell'iperconsumismo e dell'avidità di una borghesia senza valori, erano già stati previsti poco meno di un secolo fa e che dalla crisi dei nostri giorni si può uscire soltanto con il controllo della moneta da parte dello Stato e dall'intervento di quest'ultimo nell'economia. Roosevelt, e Mussolini prima di lui, avevano intuito quale fosse la via di uscita dalla crisi.
Sono i nostri governanti ad essere fuori da ogni logica di mercato, che dovrebbe avere nuove regole e sgomberato dalla speculazione parassitaria.











NOTE
1. Diego Fusaro; Glebalizzazione - La lotta di classe al tempo del populismo - Rizzoli Editore, 2019
2. Benito Mussolini - Estratto del discorso all'assemblea del Consiglio Nazionale delle Corporazioni - 14 novembre 1933.

CULTURA
di Gianfredo Ruggiero
UN FIORE ANCHE PER LORO
Tra i fascisti catturati dai partigiani, erano le donne a suscitare i peggiori istinti.
Per la sola colpa di essere mogli, figlie, sorelle o fidanzate di combattenti fascisti, o di aver vestito la camicia nera, erano spesso violentate e uccise da queste belve assetate di sangue e accecate dall'odio ideologico e certe dell'impunità.
I sovietici pagarono un altissimo contributo di sangue per la sconfitta tedesca nel corso della seconda guerra mondiale, ma questo non li assolve per gli stupri di massa contro le donne tedesche. Donne di qualunque età erano sistematicamente violentate e spesso uccise dai soldati sovietici o si tolsero la vita per la vergogna.
Il compito di superare le difese tedesche, che nel Lazio ostacolavano l'avanzata alleata, fu affidato alla soldataglia marocchina inquadrata nell'esercito francese. Il premio fu la libertà di stupro. Neppure le bambine si salvarono da quella che passò alla storia come "marocchinate".
Gli americani, sfruttando lo stato di estrema povertà della popolazione italiana stremata dalla guerra, pagavano con una tavoletta di cioccolata il corpo di una donna costretta a vendersi per sfamarsi.
L'8 marzo è la festa delle donne, anche loro meritano un fiore.
   
     
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