CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    IL PIAVE MORMORAVA    
   
PARTE SESTA: SI MUORE PER NULLA

PREMESSA
Con questo articolo entriamo nel vivo della guerra, iniziando a parlare dei luoghi che ogni italiano, almeno una volta, dovrebbe vedere. Saranno citati anche i nomi di persone non necessariamente famose; nomi che sono scolpiti sulle pietre che adornano valli e monti, a imperitura memoria del loro valore e della dedizione alla Patria. Si può essere critici quanto si vuole nei confronti della Grande Guerra, delle modalità con le quali sia stata combattuta, delle ragioni recondite che l'hanno determinata ed è giusto scandagliare bene tutti gli eventi, per tirare fuori quel barlume di verità aggrovigliato in una matassa di non facile dipanatura. Una matassa che contiene anche, e oserei dire "soprattutto", le singole storie di milioni d'individui che hanno sofferto e combattuto. Costoro meritano una menzione speciale perché, indipendentemente dalle decisioni giuste o sbagliate assunte dai potenti, quelle decisioni subendo, colorarono di rosso i campi di battaglia e indussero uno degli eserciti più potenti al mondo a risalire "in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".
E' a loro, pertanto, che dobbiamo rivolgere un commosso pensiero, rigo dopo rigo, quando con la mente ci proietteremo in quei luoghi che li hanno visti protagonisti di un'immane tragedia. Nondimeno rivolgiamo un pensiero anche alle altre vittime: giovani soldati che, alla pari dei nostri, bramavano una vita normale, una famiglia, un lavoro, un futuro. Furono chiamati a combattere anche loro e sono morti. Figli d'Europa che hanno combattuto contro altri europei. Ricordiamo tutte le vittime affinché il loro sacrificio c'induca a riflettere sulla stupidità della guerra e sulla stupidità di un'Europa divisa. Per un grande scrittore e drammaturgo, Cormac McCarthy, la guerra esiste da prima che nascesse l'uomo, che aspettava, perché il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. "Così era e così sarà". Di fatto, così "è". Verrà il giorno in cui questo pensiero terribile sarà tangibilmente obnubilato dalla realtà? Nessuno può dirlo, per ora, e al massimo può solo auspicarlo.

PRIMA BATTAGLIA DELL'ISONZO
La Valle dell'Isonzo e il Carso erano stati fortificati in modo impeccabile dagli austriaci e per sei mesi si assistette al massacro delle truppe italiane, che tentarono invano di sfondare.
Fanti, bersaglieri e alpini, dopo essere stati fermati dai reticolati e dalle mitragliatrici, dovevano subire il micidiale contrattacco e frettolosamente ritornare alle posizioni di partenza, lasciando sul campo di battaglia migliaia di morti. Morti inutili ed evitabili. Nondimeno bisognava continuare così perché quelli erano gli ordini. Cadorna, a onor del vero, si rendeva interprete della volontà politica, anche se toccava a lui stabilire le strategie belliche, cosa che fece in modo disastroso. Occorreva attaccare e così, il 23 giugno, sferrò la prima manovra offensiva. La prima delle undici terribili battaglie dell'Isonzo.
La Seconda Armata, al comando del generale Pietro Frugoni1 vide gli effettivi decimati sulle montagne che circondano Gorizia. Sul Podgora e a Oslavia ben sei brigate si sacrificarono inutilmente avendo consapevolezza, cosa ancora più drammatica, di combattere battaglie insulse. Troppo marcate le differenze tra attaccanti e difensori e non adeguatamente addestrati i soldati italiani alla guerra in montagna, che prevede lunghi allenamenti e un armamento non convenzionale.

SECONDA BATTAGLIA DELL'ISONZO
Il giorno in cui si concluse la Prima Battaglia dell'Isonzo si tenne a Chantilly, in Francia, la prima conferenza interalleata. Le autorità militari dell'Intesa analizzarono la situazione dopo un anno di guerra: il fronte occidentale era rimasto sostanzialmente immutato, mentre quello russo, dopo la sconfitta delle truppe zariste a Gorlice (nel sud dell'odierna Polonia), si trovava in difficoltà. Si chiese perciò all'Italia di continuare con risolutezza l'offensiva sul suo fronte, in modo da impegnare le truppe austro-ungariche e di avanzare almeno fino a Klagenfurt e Lubiana.
Nella prima battaglia dell'Isonzo Gorizia fu attaccata da Nord: questa volta la Terza Armata avrebbe dovuto sferrare l'attacco da Sud, dopo aver superato il primo ciglione del Carso, fra il monte San Michele e il Sei Busi. La Seconda Armata ebbe il compito di aggredire il nemico sull'alto Isonzo per strappargli i monti Sleme e Mrzli, tristemente famosi per quanto verificatosi due mesi prima, come riportato nella terza parte2.
Dal 18 al 22 luglio le Brigate Pinerolo, Acqui e Brescia si dissanguarono nei pressi di Selz e Vermegliano. I Bersaglieri, come sempre, fecero la differenza: l'Ottavo e il Nono Battaglione conquistarono la cima del San Michele il 20 luglio, sia pure in un contesto strategico che difettava di pianificazione, vanificando in tal modo l'eroismo dei valorosi soldati. Privi di ogni supporto, il giorno successivo i due battaglioni ne dovettero fronteggiare ben dodici e poco potettero fare se non immolarsi inutilmente.
Senza nulla togliere al valore di tutti, va ricordato il sacrificio del volontario dalmata Francesco Rismondo che, a poche settimane dall'inizio della guerra, scappò da Spalato con la giovane moglie e si arruolò nel Regio Esercito, ottenendo il ruolo di interprete. Rifiutato sdegnosamente l'incarico, asserendo che si era arruolato per combattere gli austriaci e non per tradurre scartoffie, fu assegnato all'Ottavo Battaglione ciclisti dell'Ottavo Reggimento Bersaglieri. Nella battaglia di San Michele cadde prigioniero degli austriaci e fu impiccato come traditore. Anche gli Alpini si distinsero in epiche giornate di assalti e contrassalti attorno al monte Rosso.
Nel corso degli attacchi alle Tofane, il massiccio montuoso a ovest di Cortina d'Ampezzo, perse la vita uno dei più noti e valorosi alpini, il generale Antonio Cantore, che fu anche il primo alto ufficiale a morire in combattimento. Era stimatissimo dai suoi uomini perché, a differenza di molti suoi colleghi, li guidava all'assalto incitandoli con il proprio esempio. Nei primi giorni di guerra, mentre era alla guida di una pattuglia di punta, si scontrò con una postazione nemica che fece fuoco a ripetizione. I suoi uomini si buttarono a terra; egli, invece, insensibile alle pallottole che gli ronzavano intorno, restò in piedi reagendo al fuoco nemico con il suo fucile. I soldati, umiliati, non poterono fare altro che alzarsi e partire all'attacco, sopraffacendo in pochi attimi la postazione austriaca.
Il 20 luglio osò troppo nell'esporsi da una trincea in prima linea e una pallottola lo colpì alla fronte. Un imponente monumento, al centro di Cortina d'Ampezzo, ricorda il suo fulgido esempio di valoroso soldato e non lontano, nell'Ossario di Pocol, riposano le sue spoglie. Chi dovesse approfondire la sua figura troverà, inevitabilmente, testi nei quali si riportano altre versioni della sua morte. Come ho più volte scritto, i mistificatori adusi a stravolgere la verità dei fatti, per i fini più miserabili e meschini, sono sempre esistiti e sempre esisteranno: scrivere pagine di "storia" onesta, avendo il coraggio di discernere il poco grano dal tanto loglio, è l'unico modo di tacitarli.

TERZA BATTAGLIA DELL'ISONZO
Per circa due mesi le truppe italiane goderono di una relativa tregua che consentì allo Stato Maggiore di ricompattare le fila e redistribuire gli organici. Le prime due battaglie erano costate 21mila morti, circa 5mila dispersi e 30mila feriti, numeri comunque inferiori rispetto a quelli austriaci, che ebbero 48mila morti e quasi diecimila feriti. Le ingenti perdite indussero Cadorna a prendere in seria considerazione un maggiore apporto dell'artiglieria, senza peraltro individuare valide alternative all'attacco frontale, sua vera fissazione. La battaglia ebbe inizio il 18 ottobre e il teatro bellico era sempre lo stesso: Carso, San Michele, Sei Busi, San Martino, Podgora, Sabotino, Oslavia, Plava, Cima Mrzili, Sleme.
Si attaccava con una maggiore copertura dell'artiglieria, ma l'esito cambiava di poco: aumentava solo il numero dei morti, su entrambi i fronti. Le trincee si fronteggiavano a poche centinaia di metri e a prezzo di un numero sproporzionato di vite umane venivano conquistate, perdute, riconquistate, riperdute. Solo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti è possibile comprendere "l'essenza di una realtà" per altri versi incomprensibile. Le trincee incominciarono a uscire dall'anonimato e a conquistarsi il diritto di entrare nelle pagine di storia con il loro nome: Trincea dei morti, Trincea delle frasche, Trincea della Chiesa diruta, Campo trincerato di Matassone, Trincea dell'Edelweiss (costruita dagli austriaci e così denominata per la presenza di una stella alpina in rilievo sopra l'ingresso di una delle numerose caverne ricavate nel crinale del monte Testo).
Oggi queste trincee, insieme con tante altre, troneggiano nei percorsi delle visite guidate. Andrebbero visitate tutte e laddove non fosse possibile se ne segnala una in modo particolare: la Trincea delle frasche, a San Martino del Carso, dove perse la vita Filippo Corridoni, uno dei padri del sindacalismo rivoluzionario, al cui pensiero si ispirarono i fondatori della Confederazione Italiana Sindacati Nazionali Lavoratori (CISNAL), nel 1950. Il "cippo" commemorativo sorge non lontano dalla trincea, in un'area che raggruppa in pochi chilometri uno dei più importanti scenari bellici dell'intero conflitto: Monte San Michele con l'importante Museo della Grande Guerra; la suggestiva Galleria Cannoniera della Terza Armata; la Caverna del Generale Lukachich, comandante della XX Divisione Honved - esercito nazionale ungherese; lo Schönburgtunnel, una delle principali costruzioni di difesa dell'esercito austro-ungarcio; il Percorso dei Cippi, un sentiero caratterizzato dalla presenza di cinquantatré monumenti commemorativi dedicati ai vari reparti, compresi quelli austro-ungarici, che ivi combatterono; il Valloncello dell'Albero Isolato, che consentì ai soldati italiani di restare al coperto dal fuoco nemico fino alla prima linea e offrì a Ungaretti lo spunto per una delle sue più note poesie3; San Martino del Carso, ovviamente, nel suo insieme è un "museo bellico" e in più ospita il Museo privato "Ricordi della Grande Guerra", ubicato al centro del paese; il Cippo 4° Honved, eretto per onorare i fanti ungheresi che fronteggiarono le truppe italiane nelle prime sei battaglie dell'Isonzo; il Cippo Brigata Sassari, dedicato ai "Diavoli Rossi", come furono definiti dagli austro-ungarici, soldati dall'alone leggendario e universalmente considerati trai più valorosi guerrieri di ogni epoca: 13mila il numero dei caduti tra 1915 e il 1918, 18mila feriti, quattro medaglie d'oro alla bandiera (caso unico nella storia dell'esercito italiano), nove medaglie d'oro individuali, 405 medaglie d'argento, 551 medaglie di bronzo.
La Brigata Sassari ancora oggi è un fiore all'occhiello dell'esercito italiano, irrobustita dall'aura mistica del 3° Reggimento Bersaglieri, accorpato nel 2009, in assoluto l'élite delle Forze Armate, insignito del più alto numero di onorificenze e nel quale l'autore di questo saggio si è temprato, servendo la Patria al grido di "Maiora viribus audere".

QUARTA BATTAGLIA DELL'ISONZO
Interrotto il 4 novembre, il tentativo di sfondamento riprese con immutata violenza sei giorni dopo, in un precipitarsi di eventi che vide anche il repentino cambiamento delle condizioni climatiche. Sul Carso furono conquistate alcune importanti posizioni e la Brigata Sassari, costituita solo sette mesi prima, incominciò a mettere in mostra le sue eccelse qualità, conquistando in modo impeccabile la "Trincea delle frasche" e la "Trincea dei razzi".
Non tutte le Brigate dell'esercito italiano hanno conquistato gloria e fama come la "Sassari", nondimeno sono molte quelle che meritano menzione perché, con il loro sacrificio, magari in operazioni di spalla, hanno reso possibile quegli sfondamenti che poi hanno condotto alla vittoria finale. Tra queste vi è la "Brigata Casale", di antico lignaggio, essendo erede di un reggimento costituito nel Ducato di Savoia ai tempi di Carlo Emanuele I (1619). Il suo compito consisteva nell'espugnare il monte Calvario, meglio noto con il termine sloveno "Podgora", a ovest di Gorizia, sulla sponda destra dell'Isonzo.
Nel corso della terza battaglia, dal 18 al 28 ottobre, sia pure a caro prezzo, riuscirono a espugnare tre linee nemiche. Con la ripresa delle ostilità partirono all'attacco della quarta linea, impegnandosi in furiosi corpo a corpo. Il freddo intenso e il fango resero oltremodo difficile ogni movimento e inutilizzabili le armi: restava la baionetta nello scontro frontale, che ha visto sempre primeggiare i nostri soldati, dato riconosciuto e confermato da molte testimonianze dei soldati nemici.
Dall'undici novembre in avanti le trincee avversarie furono espugnate una dietro l'altra e finalmente, il 21 novembre, sul tormentato Calvario sventolò la bandiera italiana. La Brigata fu insignita della medaglia d'oro alla bandiera e i suoi soldati, grazie al colore delle mostrine, passeranno alla storia come i "Gialli del Calvario". Tra le vittime illustri di quella battaglia vi è lo scrittore irredentista Scipio Slataper, autore di molte opere la più importante delle quali è senza dubbio "Il mio Carso", una sorta di autobiografia nella quale esalta la volontà di andare avanti, amando e lavorando, anche se non esistono valori assoluti che possano giustificare e dare un senso alla vita.
Nonostante lo straordinario coraggio della "Casale", anche la Quarta Battaglia dell'Isonzo non ebbe riscontri positivi perché sul resto del fronte non si registrarono pari risultati e si ebbe un alto numero di vittime: 15mila morti (compresi i dispersi) tra i quali i generali Gerardi, Montanari e Trombi e 34mila feriti. Una pagina buia fu costituita dall'inutile bombardamento di Gorizia, avvenuto il 18 novembre, che causò la morte di molti civili e la distruzione di buona parte di una città denominata, per la sua bellezza, la "Nizza austriaca".

IL PRIMO NATALE DI GUERRA (Per le truppe italiane)
A poco meno di sette mesi dall'inizio della guerra si traccia il primo bilancio, spaventoso: 66mila morti e 180mila feriti. La cifra, tuttavia, è nettamente inferiore a quella dei franco-inglesi, che avevano avuto complessivamente circa 400mila caduti, avendo però iniziato la guerra un anno prima. Era chiaro, oramai, che bisognava trascorrere l'inverno in trincea e che la guerra, contrariamente alle previsioni, sarebbe durata a lungo.
Sugli altri fronti si registravano analoghi convincimenti. Nel mese di ottobre iniziò la caduta dell'esercito serbo che, incalzato da austriaci, tedeschi e bulgari, ripiegò disordinatamente cercando scampo in Albania, dove i porti di Valona e Durazzo erano nelle mani degli italiani. Durante la fuga perirono oltre trecentomila profughi a causa del freddo, della fame e delle epidemie di tifo e colera generate dalla mancanza di cibo e dalle pessime condizioni igieniche. A Durazzo giunsero 80mila persone, tra soldati e civili, mentre altri 60mila giunsero a San Giovanni di Medua. Con loro anche 20mila prigionieri austriaci e 10mila cavalli.
Bisognava salvare tutte quelle persone e fu organizzato un servizio di trasporti fra la costa italiana e quella albanese con l'impiego di numerosi piroscafi mercantili scortati da navi da guerra. L'intera operazione fu affidata al Comandante in Capo dell'Armata Navale, il Duca degli Abruzzi Luigi Amedeo di Savoia.
A Valona e Durazzo i nostri soldati avevano creato efficienti campi di assistenza con ospedali e alloggi da campo, che ospitarono i profughi prima del trasferimento a Brindisi. Nella cittadina pugliese furono accolti dai nostri bersaglieri, che li smistavano nei centri di accoglienza per le necessarie cure e la consegna di vestiario e beni di prima necessità.
Recuperate le forze, i profughi furono smistati tra Corfù, Biserta e Marsiglia. Le operazioni di trasferimento andarono avanti fino alla primavera del 1916 e a Brindisi giunsero anche i regnanti di Serbia e Montenegro. L'ultrasettantenne Re Pietro I Karageorgevich (1844-1921), giunto a Durazzo nel dicembre 1915, fu ospitato sull'incrociatore ausiliario "Città di Palermo" e condotto a Valona, per poi proseguire in direzione di Brindisi con il cacciatorpediniere "Abba", dove giunse il 24 dicembre e ospitato presso il prestigioso "Albergo Internazionale", per l'occasione trasformatosi in ospedale.
Da Brindisi fu trasferito nella Reggia di Caserta, dove senza mai arrendersi attese la fine della guerra per riprendere il suo posto a Belgrado. Il 22 gennaio 1916 giunse a Brindisi la famiglia reale montenegrina con il vecchio Re Nicola I, suocero di Vittorio Emanuele III, che era giunto in Albania su un carro trainato da buoi insieme con la Regina Milena e le principesse Vera e Xenia. L'esercito serbo, ricostituitosi a Corfù grazie all'imponente opera di salvataggio perpetrata dagli italiani, prese parte allo sfondamento del fronte meridionale, contribuendo in tal modo alla vittoria finale delle forze dell'Intesa.
Questa vicenda, obnubilata e "distorta" dalla storiografia ufficiale, merita di essere raccontata nella sua luce più veritiera per molteplici aspetti.
Tutti conosciamo il salvataggio dei soldati britannici a Dunkerque, nel 1940, giustamente celebrato nelle pagine di storia e anche in imponenti rievocazioni cinematografiche. In un confronto oggettivo, tuttavia, il salvataggio dei serbi fu impresa non certo meno rilevante. "L'operazione Dynamo", che consentì il trasferimento in Inghilterra di circa 340mila soldati britannici e francesi durò nove giorni (27 maggio-4 giugno) e non tre mesi (dicembre 2015, febbraio 2016), in un tratto di mare lungo appena sessantatré chilometri, ossia la metà della distanza che separa Valona da Brindisi, con in più una piccolissima differenza: l'ordine di bloccare l'avanzata dell'esercito tedesco per far riposare le truppe si trasformò in un indubbio vantaggio per le operazioni di salvataggio; le navi italiane, invece, dovettero fronteggiare i continui attacchi dei sommergibili e degli aeroplani austriaci.
Resta ora da spiegare il perché della subdola cortina di silenzio. Nel patto di Londra, come noto, furono stabilite delle clausole che prevedevano importanti riconoscimenti all'Italia nel Mediterraneo (poi rimasti lettera morta, come vedremo nei prossimi capitoli), a discapito della stessa Serbia. Dopo essersi ripresi dalle "batoste" belliche, i serbi ritennero opportuno riscrivere la storia senza manifestare gratitudine nei confronti dell'Italia, con il beneplacito di Francia e Gran Bretagna.
Si oscurò, pertanto, l'imponente opera di salvataggio tra Valona e Brindisi e si scrisse addirittura il falso per quanto concerne il successivo trasferimento delle truppe a Corfù, che fu attribuito ai francesi. La doppiezza degli alleati, ma soprattutto il disinteresse degli storici italiani, hanno fatto sì che l'equivoco fosse perpetuato fino ai giorni nostri e conclamato addirittura da un monumento di dieci metri in onore della Francia, eretto nel centro di Belgrado.
Un monumento che, di fatto, spetterebbe all'Italia. Chissà se gli esponenti del nuovo governo troveranno il tempo di leggere questo articolo: sarebbe bello se voci più autorevoli del suo modesto autore dovessero riaprire il caso e fare chiarezza.
Il Natale 2015 trova una nazione in guerra e in lutto per le tante vittime cadute sui campi di battaglia. L'incertezza sul futuro incomincia a incunearsi in larghi strati della popolazione e soprattutto tra i soldati.
Stride, in questo triste scenario, la cronaca natalizia di Carlo Emilio Gadda, che nelle sue memorie continua a parlare di cene, donne, bagordi, il disordine della sua camera, l'apatia, marron glacés, dolci, vino, gossip di bassa lega tra ufficiali, la morte della cara zia Luisina, gli auguri di amici e parenti. E meno male che dichiara che vuole affrontare con serenità la rabbia delle palle nemiche, pur avendo mille modi di sottrarsi al fuoco e imboscarsi.














NOTE
1. Uno dei tanti mediocri comandanti non all'altezza del ruolo. Vedere nota nella terza parte, marzo 2018
2. Allo scoppio della guerra ben quattro reggimenti di Bersaglieri, ossia il meglio dell'esercito italiano, furono raggruppati in una Divisione affidata al comando di un oscuro generale d'artiglieria, Alessandro Raspi, che non aveva mai comandato truppe di assalto e soprattutto non era un bersagliere. Nonostante la dorsale fosse indifesa non ordinò l'attacco e la mancata conquista costerà molto sangue, mentre avrebbe potuto cambiare le sorti della guerra sin dall'inizio. Il colonnello De Rossi così si espresse parlando di Raspi: "Fisicamente un pover'uomo e moralmente un pedante, oscillante e tremebondo che non aveva mai comandato la fanteria e men che meno bersaglieri". Per la sua condotta fu esonerato il 23 agosto.
3. "San Martino del Carso", Valloncello dell'albero isolato, 27 agosto 1916.

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