CULTURA  
    di Fausto Provenzano    
       
    UN RACCONTO    
   
 Due vecchi compagni di scuola passeggiavano, uno con le mani in tasca e l'altro, il più problematico, con le mani dietro la schiena. Ma c'era un motivo per il comportamento del secondo: egli, infatti, era docente di filosofia e si atteggiava a pensatore, mentre il primo, un architetto, teneva molto a comparire scanzonato e libero. In realtà la cosa era diversa al punto da poter invertire i giudizi ora espressi e attribuire il primo al secondo e viceversa. Vallo a capire. Ma non era questo l'argomento della loro pacata conversazione.
essi erano reduci da una cena, una riunione conviviale tra tutti i compagni di scuola indetta da volenterosi e sfaccendati pensionati che s'erano fatti carico di una infinità di telefonate e prenotazioni al ristorante con successive disdette e ulteriori tardive conferme.
Occasione della rimpatriata era il festeggiamento dei 50 anni dalla maturità classica, appuntamento che segnava una tappa importante, a conclusione degli studi, prima di iniziare l'università e poi la professione.
Bisogna anticipare che questo cursus honorum era quasi obbligato perché le famiglie di provenienza, tutte saldamente borghesi, non potevano neppure immaginare percorsi più eterogenei o creativi.
La loro vita era, in quei fatidici 50 anni trascorsi, radicalmente cambiata perché da un percorso obbligato su solidi binari, avevano, con la maturità, raggiunto la stazione di testa nel deserto, oltre la quale si estendeva all'infinito il periglioso mare delle scelte, ergo delle rinunce, a cominciare dalla scelta della facoltà da frequentare, che offriva non poche alternative e paura nello scegliere.
Essi comunque ora festeggiavano, o avevano da poco finito di festeggiare, quell'avvenimento così importante, seduti attorno ad un grande tavolo quadrato che una immensa tovaglia bianca dissimulava quasi fosse un tavolo intero e non una accozzaglia di tavoli e tavole di ogni specie e dimensione, ma questo non importa se non a quanti possano scorgervi una scivolosa metafora della diversità celata sotto quel telo bianco, metafora che chi scrive avrebbe fatto meglio a non esplicitare, concedendole la fragranza della scoperta multipla e convergente.
Al primo incontro si erano guardati di soppiatto, investigandosi l'un l'altro sul biancore dei capelli, le geografie delle rughe, il decadimento inevitabile. Nel corso della serata l'atmosfera si era però sciolta e quasi tutti dismisero quella faccia perplessa che avevano all'inizio del pranzo che segnalava il timore di doversi sottomettere ad un esasperante amarcord, con imitazione dei professori, quelli più idonei ad essere presi per i fondelli, a ripercorrere le battute e gli avvenimenti allora memorabili legati a gite scolastiche, tutto un armamentario di cosa che in quei 5 decenni si erano scolorite e avevano perso del tutto la freschezza dei tempi in cui vennero create e godute.
Con uno scampanellare di coltello sul bordo del bicchiere uno degli organizzatori, che già pareva aver ricevuto una apposita investitura di primus inter pares, porse i saluti, ringraziò i presenti, fece voti affinché fossero lasciati fuori dal ristorante i cattivi pensieri, i brutti ricordi e ordinò al caposala che si aprissero le danze consistenti in un invitante timballo di riso.
Seguì un altro scampanellio del servente, il capo cerimoniere, quello che aveva avuto la bella iniziativa, con il quale consentiva di cominciare a mangiare perché, essendo in venti commensali il piatto si sarebbe certamente raffreddato prima che tutti fossero stati serviti.
Incoraggiati da cotanta saggezza i primi si avventarono sul loro timballo e, a guardare bene, senza alcun ripensamento, mentre invece per quelli in giacca e cravatta, più propensi ad aspettarsi una serata tra vecchi gentiluomini, l'avvio della cena sembrò più sofferto.
La serata trascorse senza traumi, cominciò con l'elencare i nomi dei compagni assenti, chiedendosi come mai avessero declinato l'invito, proseguì con fugaci ricordi dei quattro assenti per motivi legati al non sempre perenne battito del cuore, evitando schieramenti e contrapposizioni su temi scottanti di attualità e men che meno politici tout cour.
Con l'immancabile sincero impegno di ripetere altre volte un incontro così ben riuscito, intorno alla mezzanotte, la comitiva si sciolse, con grande strepito di auto in manovra, di sportelli che sbattevano di ripetute offerte di dare un passaggio, fino a quando il cameriere, dismesso l'abito professionale, con un soprabito a scacchi rossi, accostò il cancello quasi sfiorando l'ultima auto che usciva.
I nostri due compagni uscirono appiedati e in coppia si diressero alle rispettive abitazioni non lontane dal ristorante, passeggiando lentamente, nelle posture già descritte, continuando una conversazione garbata ma ferma da parte di ciascuno che era iniziata quando ancora avevano i tovaglioli sulle ginocchia, seduti al tavolo.
Argomento: la mafia.
Uno, probabilmente l'architetto, ne tratteggiava i caratteri solamente criminali, l'altro, invece ne estendeva il fondamento nel contesto socio economico.
Le due posizioni non erano di per se contrapposte, quanto piuttosto ambedue profondamente vere e integrantesi a vicenda e questo era un motivo in più perché, cammin facendo, i toni della contrapposizione divenissero via via sempre più decisi, l'eloquio sempre più veloce e tagliente, le prove a suffragio delle due tesi sempre più estreme, finendo col confondersi, avvilupparsi in se stesse, invertirsi addirittura, al punto che l'uno sposava le tesi dell'altro che gli venivano offerte per assurdo e l'altro si rabboniva con lo stratagemma "ma tu stesso hai detto poco fa".
La strada era semibuia, come si confà a quelle della loro città. Anche al centro, vaste zone di buio totale erano generate dall'essere i lampioni del tutto affogati tra le fronde dei ficus mai potati. In questo gioco di alternanza di luce e buio, che tanto pareva essere la scena delle contrapposte tesi, apparve la figura di un uomo che procedeva verso di loro.
L'età, la maniera particolare di camminare, la capigliatura nera corvina malgrado l'età, una certa aria scanzonata che sprigionava quando avvicinatosi appariva in piena luce, lo fece ravvisare come uno dei compagni assenti alla cena.
Si stupirono che si dirigesse a quell'ora verso il ristorante, ma fattosi ancora più vicino, i due lo riconobbero senza alcun dubbio: era proprio lui: Filippo
Il compagno di ginnasio e di liceo che già allora manifestava una qualche tendenza ad estranearsi rispetto alla vita degli studi a favore delle partite a calcio che disputava con violenza e indifferenza alle regole, della caccia con cui giustificava ripetute assenze, del parlare grossolano, anche se pieno di sottigliezze e astuzie nel sostenere i suoi principi.
Col tempo Filippo sarebbe passato alle cronache per essere il capo mandamento di uno dei quartieri più violenti della citta, e non passava anno senza che la magistratura non si occupasse con zelo della sua posizione criminale di capo.
Incrociandosi a pochi metri FILIPPO fu il primo a salutare, ma in assoluto silenzio, agitando la mano e poi l'intero braccio senza guardarli in viso, come a non volerli coinvolgere e al tempo stesso non volendo sembrare indifferente all'incontro che si stava svolgendo dopo 50 anni con compagni cui era molto legato per via di episodi giovanili che li avevano coinvolti con reciproca fiducia e divertimento.
I due, intimiditi da quel saluto, risposero con eccessivo imbarazzo, al punto da non farsi neanche vedere dal loro solitario compagno e così, rispondendo quasi privatamente al suo saluto, ripiombarono nel buio dei lampioni sepolti tra i rami.
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