CULTURA  
    di Gianfredo Ruggiero    
       
    NE POTEVAMO RESTARE FUORI?    
   
Una delle accuse più infamanti rivolte a Mussolini è quella di aver trascinato l'Italia in guerra. Come vedremo, l'Italia non poteva rimanere fuori da un conflitto di dimensioni mondiali e che, oltretutto, si sarebbe sviluppato nel Mediterraneo, il Mare Nostrum.
Mussolini entrò in guerra il 10 giugno del 1940, un anno dopo lo scoppio del conflitto, basterebbe questa circostanza per ridimensionare la portata delle accuse di frenesia di guerra che gli sono rivolte.
Mussolini era riluttante, perché consapevole dell'impreparazione militare dell'Italia e conscio dell'assoluta inaffidabilità dei vertici militari, in particolare di quelli della Regia Marina legati ai circoli massonici inglesi.
Quando si decise a compiere il grande passo, la Germania era vittoriosa su tutti i fronti: dopo aver sbaragliato in poche settimane e con estrema facilità, quelli che allora erano considerati i più potenti eserciti al mondo, quello francese e quello inglese, i tedeschi avevano occupato gran parte dell'Europa continentale e si apprestavano ad invadere l'Inghilterra.
In questa situazione, ci domandiamo, con chi l'Italia avrebbe dovuto allearsi, con la parte soccombente per essere a sua volta occupata dai tedeschi?
Inoltre, dopo l'annessione dell'Austria Hitler guardava con interesse al Sud Tirolo italiano e a uno sbocco sul mar Adriatico attraverso l'annessione della pianura padana. Non fidandosi dei tedeschi, nel 1939 Mussolini fece edificare al confine con l'Austria il Vallo Alpino, un sistema difensivo per fronteggiare una possibile invasione da parte della Germania.
Mussolini poteva anche rimanere neutrale seguendo l'esempio della Spagna di Franco, sostengono alcuni storici (cosa che, in effetti, tentò di fare, come vedremo più avanti). Questo è vero, salvo poi pagarne le conseguenze: Hitler aveva già previsto di regolare i conti con il Caudillo, accusato di scarsa riconoscenza per l'appoggio tedesco e italiano nella guerra civile spagnola e per aver negato il permesso di transito alle truppe tedesche per l'occupazione di Gibilterra (operazione Felix), dopo la conclusione del conflitto.
La stessa opinione pubblica italiana, affascinata dalla stravolgente potenza tedesca, era passata dall'avversione alla guerra alla psicosi interventista, dalla non belligeranza all'ossessionante timore di arrivare tardi. In molti da mesi rimproveravano a Mussolini di “stare guardando troppo dalla finestra”. Situazione paradossale che lo porta a sbottare:
«Adesso tutti desiderano sparare il primo colpo di fucile. Il Re, lo Stato Maggiore, i gerarchi.Per quanto paradossale sembri, l'unico pacifista sono rimasto io, io solo!»
Mussolini, fino alla stipulazione del patto d'acciaio del 22 maggio 1939 che legò i destini dell'Italia alla Germania, aveva cercato di instaurare un rapporto privilegiato con le potenze democratiche. Fu l'avversione ideologica della Francia social comunista di Leon Blum e il comportamento contraddittorio della Gran Bretagna a impedire un accordo in funzione anti tedesca.
La diplomazia fascista, infatti, aveva sempre rigettato la politica dei blocchi ideologici contrapposti. Il suo obiettivo era di costituire un direttorio tra le quattro maggiori potenze europee, Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia. Questa soluzione, che avrebbe potuto garantire pace stabilità negli anni a venire, fu volutamente ignorata da Francia e Inghilterra perché avrebbe significato il riconoscimento dello status di potenza militare dell'Italia all'interno dello scacchiere europeo con il conseguente ridimensionamento delle loro pretese egemoniche.
Dopo l'impresa coloniale del 1936 e la partecipazione alla guerra di Spagna del 1939 l'Italia aveva bisogno di un periodo di pace per consolidare la propria economia, completare le riforme istituzionali e rafforzare lo Stato Sociale.
In quel periodo Mussolini non spasimava certo per una nuova avventura militare, per giunta a fianco di un alleato che diffidava e verso il quale avvertiva un'umana antipatia.
Il dramma di Mussolini, con una Nazione né economicamente, né militarmente in condizione di entrare in guerra, consisteva nel come poter evitare o comunque procrastinare un nostro intervento che appariva sempre più ineluttabile.
Lo conferma la sua partecipazione alla conferenza di Monaco del 29 settembre 1938 tra Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna la cui presenza è stata fortemente voluta dal primo ministro britannico Chamberlain per tentare di impedire, con l'intermediazione di Mussolini, l'annessione con la forza alla Germania dei Sudeti, obiettivo dichiarato di Hitler.
La mediazione del Duce permise di scongiurare un conflitto che sembrava imminente e tolse dall'imbarazzo Francia e Inghilterra poco propensi ad intervenire militarmente a sostegno della Cecoslovacchia, che fu quindi sacrificata nell'illusione di aver preservato la pace in Europa.
Questa illusione svanì pochi mesi dopo, nel Marzo 1939, quando, nonostante gli accordi di Monaco, le forze armate germaniche presero possesso della restante parte della Cecoslovacchia senza che le altre potenze Europee muovessero un dito.
Questi fatti fecero capire a Mussolini quanto inaffidabili fossero le nazioni democratiche e quanto determinati e pericolosi erano invece i tedeschi.
Allo scoppio delle ostilità Mussolini non si perse d'animo e tentò di organizzare il “blocco dei neutrali”, il fronte neutralista dei paesi balcanici e danubiani che insieme alla Turchia guardavano all'Italia come alla potenza che avrebbe potuto guidare un'alleanza di tutti gli Stati europei, compresa la Spagna, che intendevano restare fuori dal conflitto.
Il progetto fallì quando Hitler, che in un primo momento sembrò disinteressato, si rese conto che la leadership del Blocco avrebbe significato per l'Italia l'egemonia su un territorio che la Germania voleva invece acquisire alla propria sfera d'influenza.
Allo scoppio del conflitto, Mussolini s'invento la formula della “non belligeranza”, che gli permise di rimanere fuori dal conflitto per un quasi un anno, nella speranza che la guerra nel frattempo si concludesse.
A spingere Mussolini verso la guerra fu infine la decisione inglese, nel febbraio 1940, di estendere l'embargo alle navi tedesche che trasportavano il carbone destinato all'Italia (indispensabile per una nazione industrializzata come la nostra), e proponendosi si sostituirlo con quello inglese in cambio di forniture di armi e munizioni.
Alla risposta negativa da parte italiana (la fornitura all'Inghilterra di armamenti sarebbe stata una palese violazione della neutralità, e avrebbe esposto l'Italia all'inevitabile reazione tedesca), l'Inghilterra mise in atto il blocco impedendo l'approdo dei trasporti navali sulle nostre coste e confiscandone il carico.
La pretesa inglese di scambiare il suo carbone con armi e munizioni italiane dopo aver bloccato i rifornimenti dalla Germania, che si configurava come un vero e proprio ricatto, fu l'ultimo atto di protervia che spinse Mussolini a rompere gli indugi e a entrare in guerra a fianco di Hitler allo scopo, si badi bene, non di condividere gli obiettivi tedeschi, bensì per liberare il Mediterraneo dal dominio inglese (la cosiddetta guerra parallela).
L'affermazione che ci sentiamo ripetere da ottant'anni: “Mussolini ha trascinato l'Italia in guerra” si svela ora in tutta la sua totale infondatezza.
CULTURA
di Bruno Tomasich
PRIMATI DIMENTICATI
Ancora dal mio noioso e ripetitivo libro dedicato a quel mio tempo in cui si mettevano le Statue nei giardini ed ora s'imbrattano e si abbattono quelle statue e, in segno arrogante di vittoria, si configgono le siringhe infette nella corteccia degli alberi: "Dovrò allora nuovamente spiegare che gli ecologisti a mezzo servizio, cioè a servizio della sola propria fazione politica, potrebbero imparare molto, e ancora spiegherò quanto, dal valore ambientale dell'autarchia e dai suoi rappresentanti a servizio intero. Per l'Italia. Le precedenti considerazioni sono tratte dal mio libro "L'Altra Storia" dove, con chiaro intento documentario che altri potrebbero proibirmi come apologetico, incolpandomi di raccontare pezzi di Storia dimenticata, non faccio che parlare di fatti veramente accaduti e respirati nell'aria di questo Paese che scendeva dai monti che novelli Elfi avevano ricoperti di verde.
Fu così che il Fascismo affrontò e risolse il problema di muovere i treni senza ricorrere al nero carbone avviando un programma di elettrificazione delle ferrovie senza precedenti. Nacquero allora gli ETR delle Ferrovie dello Stato con l'ETR 200 ad alta velocità entrato in servizio nel 1937. Nel 1939 l'ETR 213 stabilì il record mondiale di velocità media in 203 chilometri orari nella tratta Milano-Bologna. Un altro primato, di cui prendere buona nota e da aggiungere agli altri numerosi conquistati dall'Italia negli oscuri, meglio dire "oscurati", anni del Ventennio.
In quegli anni avvennero in Italia tanti altri fatti che non troviamo scritti nelle carte segrete dei Gardens ma che ancora oggi possiamo visivamente incontrare percorrendo il nostro Bel Paese, seppure oggi esso sia semicoperto dall'immondizia che sale. E fra le tante cose nuove vi furono le stazioni dove i treni, anche quelli popolari, erano costretti dal dittatore ad arrivare in orario.
Un architetto, progettista di importanti opere pubbliche legate alle ferrovie dello Stato, delle quali era ingegnere capo, fu Angiolo Mazzoni, che nel dopoguerra fu perseguitato per avere lasciato la sua firma sulle opere del regime. Per questo dovette emigrare in Colombia dove trovò lavoro ed il riconoscimento che non poté più essergli dovuto in Patria per motivi politici. A lui si debbono la progettazione delle Stazioni di Bolzano, Littoria, Reggio Emilia, Trento, Siena, Reggio Calabria Centrale, Montecatini-Terme e Monsummano, Messina, Roma-Tiburtina, nonché Il Dopolavoro Ferroviario di Roma, la centrale termica cabina apparati di Firenze, le case per ferrovieri a Bolzano, lo scalo merci di San Lorenzo a Roma.
Questa mia conclusione "ferroviaria" del libro è solo una metafora. Spero giunga puntuale alla stazione d'arrivo. Chi vuole intendere intenda!”

CULTURA
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