CULTURA  
    di Fausto Provenzano    
         
    VIA PIRRIATURI    
   
La strada è un budello tortuoso e stretto, sormontato da alte case, a tre, quattro piani, case dirute che il grigio ha conquistato, senza grazia di sole, né sorriso.
Il fondo stradale, più volte rammendato fino alla rinuncia da parte del provvido Comune, è ora un patchwork che mette in evidenza stratificazioni archeologiche dal primo lastricato all'ultima colata.
Attraverso ogni mattina questo luogo sobbalzando con la Vespa a causa delle buche, lentamente e con circospezione.
Incrocio gli sguardi di residenti ormai familiari che ogni giorno, due volte al giorno, mi aspetto di incontrare: un vecchietto tondo e rubizzo che si affaccia dalla mezza persiana. Sembra attonito e rapito da quel paesaggio, a lui certamente noto, che osserva come in attesa di un qualche evento improbabile.
Lo chiamo l'omino del barometro: se il tempo volge al peggio rincasa e non si vede più.
C'è una persiana sempre spalancata che si apre verso un antro oscurissimo, ma in primo piano si vede una sega elettrica a nastro, di solida fattura tedesca, con un cartello che recita "vendesi, una vita"
Ma oggi c'è stata una novità.
Non dico dei cuochi della bettola che fumano per strada sulla porta, con i loro strofinacci sulle spalle, né del falegname che ripara sedie rococò e porte sfondate a pedate nel corso di una lite familiare; non dico dei muratori che si danno raduno, ognuno con i suoi ferri nella caldarella, né del custode dell'oratorio che aspetta qualche epifania.
No, oggi c'era un ragazzo alto e magro che saltellava tra le pozzanghere con grazia e circospezione. Un atteggiamento armonico e flessuoso, grandi occhiali scuri a coprirne il volto; un bolero, si direbbe, un corto giacchettino a testimoniare del suo orientamento , peraltro diffuso tra i bei ragazzi dei bassi.
Quasi che la loro prestanza fisica, a confronto della miseria che da secoli deforma i corpi dei compaesani, meriti che si celebri con una accentuata diversità, e che sia manifesta.
La famiglia, l'intero quartiere, che di questa necessità si rende conto, acquietandosi in una tolleranza sconosciuta nella città borghese, convive con queste ambigue fate, accolte, come tutti gli altri, nel povero palcoscenico dei vicoli.
Ma il vederlo fu solo un attimo e fulmineo, attento com'ero a scansare le buche della strada.
Più avanti, però si sovrappose un'altra apparizione.
Una donna senza età, capelli grigi e occhiali, una vestaglietta a fiori tristi, era seduta davanti la sua porta.
Colsi nel suo sguardo un'ombra al passaggio di quel ragazzo che fissava con un'aria triste e rassegnata.
Le movenze danzanti di quell'essere ambiguo ed intrigante avevano risvegliato in lei la coscienza del suo essere repressa e da quanto tempo.
Quell'apparenza, quell'individuo così sfacciatamente femmina, senza esserlo, l'avevano trafitta di una nostalgia dalla quale non si assolveva più.
Quella povera donna, smunta e asessuata, avrà evocato rimpianti che la affliggevano per i giorni di cui non aveva approfittato.
Ma l'aria triste, perché? Direte voi.
Una rassegnazione piena di livore e disperazione.
Questo mi parve di riconoscere in lei, ma troppe buche nella strada, per guardarla ancora.
CULTURA
di Gianfredo Ruggierfo
MARCIA SU ROMA: SFATIAMO UN MITO
La Marcia su Roma fu sostanzialmente una parata che poco o nulla influì sulle vicende politiche che ne seguirono. Nei libri di storia la marcia su Roma è presentata come un colpo di stato incruento o come un tentativo d'insurrezione armata. In realtà fu solo una manifestazione di piazza che poco influì sulle sorti politiche dell'Italia. Con questa prova di forza Mussolini voleva semplicemente accelerare i tempi per ottenere la guida del Paese. Mentre organizzava le due grandi manifestazioni di piazza, quella di Napoli del 24 ottobre e quella che sarebbe passata alla storia come la Marcia su Roma del successivo 28 ottobre, il futuro Duce trattava con i partiti dell'area governativa per costituire un governo di coalizione. Non a caso il giorno della marcia Mussolini era a Milano per definire gli ultimi accordi. Quando due giorni dopo, il 30 ottobre del 1922, il Re gli conferì l'incarico, la lista dei Ministri era già pronta. Di questa compagine i dicasteri affidati ai fascisti erano solo tre. Vi erano rappresentate tutte le forze parlamentari, eccetto socialisti e comunisti. In pratica fu un governo che oggi definiremmo di larghe intese. Senza il sostegno dei partiti cattolici e liberaldemocratici, da quello popolare vicino al Vaticano a quelli liberali di Giolitti e Salandra, con appena trentacinque deputati, Mussolini non sarebbe mai andato al potere. Il 16 Novembre si presentò al Parlamento, dove ottenne alla Camera una larghissima maggioranza (306 voti favorevoli, 116 contrari e sette astenuti). Schiacciante fu poi la fiducia ottenuta al Senato dove i voti contrari furono solo diciannove. In Parlamento, Mussolini incassò la piena fiducia di personalità politiche di grande rilievo come i futuri presidenti della Repubblica Enrico De Nicola e Giovanni Gronchi Circolo Culturale Excalibur Ottobre 2022 2 (che entrò nel governo come sottosegretario all'industria e al commercio). Figuravano anche nomi importanti del panorama politico italiano come quello di Alcide De Gasperi, futuro Presidente del Consiglio nell'immediato dopoguerra e dei precedenti capi del Governo Giolitti, Salandra, Facta, Bonomi e Orlando. Se Mussolini fosse andato al potere con la violenza, come sostengo i malinformati, dubitiamo fortemente che avrebbe avuto il sostegno dei sopracitati statisti e il voto favorevole del Parlamento. La sua nomina fu inoltre salutata con soddisfazione da personalità del mondo culturale e accademico come Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi e Giuseppe Ungaretti. Mussolini, a soli trentotto anni (fu il più giovane capo di governo della storia, come giovani erano gran parte dei suoi ministri e parlamentari: la canzone "giovinezza", inno del Fascismo, non fu casuale), ottenne quindi l'incarico di formare il suo governo non in virtù di una manifestazione di piazza, seppur massiccia e ben organizzata, bensì in forza delle sue capacità di mediazione politica e di coinvolgimento sociale che lo indicavano come l'unico in grado di reggere le sorti del paese in quel difficile momento storico. Gli storici marxisti insistono ancora oggi a presentare il Fascismo come braccio armato del capitalismo, composto quasi esclusivamente da una minoranza facinorosa di piccoli borghesi e di ex militari ambiziosi e frustrati. Le ricerche di Renzo De Felice, Arrigo Petacco e Indro Montanelli, alcuni tra i più autorevoli e profondi conoscitori del Fascismo, dimostrano invece il contrario. Quello mussoliniano, fu invece un grande movimento di massa nel quale affluì con entusiasmo gran parte della classe lavoratrice attratta dal suo programma socialmente avanzato e stanca della litigiosità dei partiti tradizionali e dell'inconcludente sindacalismo, come dimostrato dal fatto che, in occasione della marcia su Roma, la social comunista CGL neppure si azzardò a proclamare uno sciopero generale certa che si sarebbe concluso con un flop.

(tratto dal libro)
CULTURA
di Lino Lavorgna
LETTERA APERTA A LIRIO ABBATE E CARLO BARTOLI
Nella foto: "Grande Torre di Babele", Pieter Bruegel il Vecchio, 1563. Kunsthistorisches Museum - Vienna


Caro direttore Abbate,
potrei trasformare questa lettera in un romanzo, ma ovviamente non è il caso dal momento che, per tutti, maiora premunt. Solo per chiarezza espositiva, pertanto, premetto che, pur appartenendo a quel variegato universo sociale convenzionalmente definito "destra", ma con peculiarità che mi tengono lontano dagli apparati partitici, ritenendo i valori di cui sono portatore racchiusi esclusivamente nel "club" (chiamiamolo così) da me fondato col nome "Europa Nazione", da ben trentadue anni sono un lettore assiduo del settimanale di cui sei direttore.
Nel trentennio precedente, o per meglio dire dal 1962 (quando era ancora un mensile), in casa ne circolava un altro, del quale presagii l'ingloriosa fine con largo anticipo rispetto ai fatti che l'avrebbero resa ancora più drammatica, per amor di sintesi inutili da rimarcare. Tra il non informarsi proprio e informarsi attraverso organi di stampa non affini alla visione del mondo coltivata, scelsi questa seconda opzione. "Organi", perché, come facilmente intuibile, nel 1994, divenuto illeggibile anche il bel quotidiano fondato dal defenestrato Indro Montanelli, lo sostituii con "la Repubblica".
Leggevo serenamente gli articoli che per ovvi motivi non potevo condividere, apprezzando quelli che - non mancavano mai - quale che fosse la tematica trattata, anche politica, essendo caratterizzati da un fulgido rigore professionale, risultavano gradevoli, condivisibili e talvolta davvero istruttivi.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora, e chi ti scrive continua ancora ad essere orfano di una "vera" destra, perché, quella che tutti definiscono tale, in virtù di un caos concettuale che non può essere compiutamente sviscerato in questo contesto se non precisando che è pregno di ossimori, tra le tante cose belle che di certo non posso non apprezzare, presenta pericolose contaminazioni dalle quali mi separano interi oceani.
Ciò premesso, devo aggiungere - absit iniuria verbis - che anche quegli "organi di stampa" che leggevo con serena consapevolezza del loro ruolo nella società, hanno perso via via consistente qualità, trasformandosi non solo in lamentosi gazzettini di una società in dissoluzione ma anche in spericolati testimonial dei principali dissolutori.
Sorvolando sulla violenza lessicale - sempre più pericolosa di quella fisica - con la quale si affrontano talune tematiche sociali, sulla tiritera senza fine del pericolo fascista, che ha veramente rotto le scatole e riporta alla mente quei tipi strani che guardano il dito mentre si indica la luna (intendendo per luna precipuamente, ma non solo, la degenerazione del liberal-capitalismo verso derive lerce che sono alla base dei veri mali sociali), sta diventando davvero insopportabile lo stupro della lingua italiana con simboli estranei all'alfabeto e sgrammaticature figlie non dell'ignoranza ma di una precisa volontà distorsiva, ancorata a presupposti sui quali è preferibile glissare: il terrorismo, di qualsiasi natura, si combatte e basta.
Già due anni fa, sia pure succintamente, affrontai l'argomento, che stava montando con crescente intensità, come di fatto è poi avvenuto.
(Link all'articolo: https://www.ondazzurra.com/health/cultura-ed-eventi/dovete-storpiare-sostantivi-storpiateli-bene/).
Anche nell'ultimo numero de "L'Espresso" (che mi è giunto con qualche giorno di ritardo: il numero 43, quindi, non quello in edicola), come già accaduto più volte negli ultimi mesi, vi è un articolo che, al di là dei patetici concetti espressi (dato irrilevante, sia ben chiaro, in quanto meramente soggettivo), presenta strambi simboli ortografici al posto delle vocali finali dei sostantivi. Non serve citare chi li abbia usati: più dei nomi dei "terroristi" sono importanti quelli delle loro vittime e non si scambi questo concetto per una iperbole, essendo il problema maledettamente serio. Sono davvero tante le persone ferite dal continuo stupro della lingua italiana e pertanto sarebbe opportuno che rendessero di pubblico dominio il proprio sdegno, come sto facendo io.
Soffro di colite e tu sai bene che da essa non si guarisce: si può solo tenerla a bada evitando eccessi alimentari, taluni cibi particolarmente dannosi, gli alcolici e soprattutto le persone fastidiose.
Mancano ancora sei mesi alla scadenza dell'abbonamento a "l'Espresso", ma ti prego vivamente, a titolo di mera cortesia personale e facendo appello alla solidarietà di categoria (pur senza essere importante come te ho festeggiato quest'anno cinquanta anni di attività giornalistica), di considerarlo rescisso, senza alcun obbligo di rimborso, qualora dovessi ancora consentire l'ignominioso stupro della lingua italiana.
Se proprio voglio concedermi qualche sporadica eccezione al rigido regime comportamentale imposto dalla colite, preferisco farlo con una frittura di pesce accompagnata da mezzo bicchiere di Riesling dei Colli Orientali del Friuli, o con una bella grigliata accompagnata da mezzo bicchiere di Amarone, non certo leggendo brutti articoli aggravati da segni osceni che bloccano la digestione, per i quali non esistono farmaci abbastanza potenti da utilizzare come antidoti.
Caro presidente dell'ordine dei giornalisti, senza tanti giri di parole, pongo ufficialmente alla tua attenzione il problema succitato, che necessita quanto meno di una pacata riflessione e di qualche direttiva ancorata al buon senso, prima che degeneri in modo incontrollabile, come del resto già abbondantemente trasparso dal farneticante recente comunicato dell'Usigrai, nel quale si fa cenno alla "piena libertà di espressione nella scelta del maschile o del femminile, in base alle proprie ragioni". Come se la lingua fosse paragonabile al menù di un ristorante, che consente a ciascuno di scegliere "liberamente" le pietanze preferite. Davvero si vuole trasformare questo Paese in una Torre di Babele? Non lo è già abbastanza per altri versi?
Un affettuoso saluto a entrambi.
(31 ottobre 2022)
   
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