CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    FEBBRAIO 1945: MORTE DI UN POETA    
   
All'alba del 6 febbraio 1945, dopo un processo veloce, più formale che sostanziale, Robert Brasillach fu fucilato nel vecchio forte di Montrouge, poco fuori la cinta esterna di Parigi. La condanna, di fatto, era già stata decisa a causa della simpatia dimostrata nei confronti dei regimi fascisti che avevano trascinato il mondo in guerra. Il clima del momento non consentiva deroghe alla decisione "politica" e a nulla valsero gli appelli di grandi uomini di cultura e non solo, per indurre Charles De Gaulle a concedergli la grazia. Dai loro nomi si intuisce facilmente che appartenevano a tutte le aree ideologiche esistenti, anche in forte contrapposizione. Vanno ricordati come testimoni di una vicenda che, ancora oggi, risulta controversa nelle sue infinite contraddizioni e sfaccettature, nonostante per loro fosse ben chiara: Brasillach poteva essere condannato moralmente per le sue idee, ma non doveva essere fucilato.
Accademia francese: Paul Valéry, François Mauriac, Georges Duhamel, Henry Bordeaux, Jérôme Tharaud, Jean Tharaud, Louis Madelin, Paul Claudel, Emile Henriot, Georges Lecomte, André Chevrillon, Thierry Maulnie, Claude Farrère, Jean Anouilh.
Accademia delle scienze: principe Louis de Broglie, premio Nobel per la fisica nel 1929.
Accademia delle scienze giuridiche e politiche: Firmin Roz, Marcel Bouteron, Frédéric Dard, André Lalande, Emile Bréhier, Jacques Bardoux, Charles Rist, Jacques Rueff.
Commedie francaise: Jacques Copeau, Jean Jacques Bernard, Jean-Louis Barrault, André Obey.
Académie Goncourt: Roland Dorgelès, André Billy.
Pittori: Georges Desvallières, André Derain, Maurice de Vlaminck, e Louis Latapie.
Albert Camus, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista, attivista politico; Jean Paulhan, scrittore, editore, critico letterario, autorevole esponente della resistenza antinazista; Paul Henry Michel, storico della filosofia; Germain Martin, ministro; Pierre Janet, Collège de France; Charles Dullin, attore e regista teatrale; Henri Pollès, scrittore; Jean Schlumberger, designer; Jean Cocteau, poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista e attore; Jean Effel, pittore, caricaturista, illustratore e giornalista; Wladimir d'Ormesson, saggista, romanziere, giornalista e diplomatico; Marchel Achard, scrittore e drammaturgo; Gustave Cohen, storico della letteratura; Daniel-Rops, saggista e romanziere; Marcel Aymé, scrittore; Sidonie-Gabrielle Colette, scrittrice e attrice teatrale; André Barsacq, regista, scenografo e direttore teatrale; Gabriel Marcel, filosofo, scrittore, drammaturgo e critico musicale; Arthur Honegger, compositore.
Volendo affondare il dito nella piaga, ci si può spingere addirittura a suggellare il sostegno di tanti autorevoli personaggi con argomenti che, inevitabilmente, possono suscitare forti mal di pancia. Pazienza: ogni verità scomoda ha il suo alto prezzo. Aveva simpatie fasciste, Brasillach? Certo! Può essere condannato solo per questo? No. Le condanne, soprattutto quelle a morte, devono scaturire da atti concreti effettuati in spregio delle leggi vigenti. Non si processano e tanto meno si condannano le idee: al massimo si possono criticare. Brasillach amava la Francia, il paese che gli aveva fatto male, come recita una delle sue poesie più famose, ed era rimasto sconvolto dalla repentina sconfitta del 1940. Il suo animo era distrutto, alla pari di quello di tanti altri francesi che avevano assistito, increduli, alla morte della patria. Una patria che si voleva fa risorgere, per cancellare quella grave onta. Ed è qui che "scatta", nella mente del poeta - ma non solo nella sua - la superiore capacità di comprendere il mondo al di là delle "apparenze manifeste", da tutti percepibili. La maggiore capacità di meglio comprendere la realtà, sia detto a scanso di equivoci, non assolve automaticamente da qualsivoglia colpa, ma nell'analisi, e soprattutto nel "giudizio", va tenuta in debita considerazione. Brasillach, in buona fede e per amor di patria, fa una scelta di campo per la "resurrezione" del paese, avendo percepito ciò che agli altri sfuggiva: la resurrezione era sgradita sia ai russi sia agli americani. Resta solo da confidare, pertanto, nella collaborazione franco-tedesca per la costruzione di una nuova Europa in cui esercitare un ruolo da protagonista. Concezione visionaria? È ovvio, alla luce di ciò che è accaduto dopo, ma non per questo meritevole di una condanna a morte, in mancanza di azioni che potessero configurarsi come "tradimento", che per essere definito tale ha bisogno di qualcosa più consistente di un mero pensiero espresso.
Chiarito questo punto, possiamo serenamente affrontare anche l'altro, che ha più valenza dal punto di vista processuale proprio perché riguarda "atti concreti".
L'accusa, infatti, puntò molto, ai fini della condanna, sulle delazioni che consentirono ai tedeschi di scoprire e trucidare molti ebrei, esponenti della Resistenza e oppositori politici, dal poeta segnalati sulla rivista "Je suis partout", con precise indicazioni per la loro cattura. È un dato di fatto oggettivo che nessuno si sogna di smentire: resta solo da comprendere se basti a giustificare la condanna a morte o se essa non possa considerarsi una forzatura giuridica, soprattutto in funzione di altri episodi, ben più gravi, che però videro i colpevoli farla franca. Uno dei capi della Polizia di Parigi, responsabile "materiale" della deportazione di tanti ebrei, se la cavò con la sospensione dal servizio per due anni. Altri redattori, autori di analoghe delazioni, non furono nemmeno incriminati. Brasillach, quindi, fu assassinato precipuamente per le proprie idee e l'aver pubblicato informazioni sulle persone poi catturate dai tedeschi fu solo sfruttato come utile espediente per la pesante sentenza. È tutta qui la polemica sulla sua morte. La discrepanza di giudizio in funzione della forza intrinseca di uomo culturalmente evoluto, capace di consegnarsi alle autorità per salvare la madre, arrestata proprio con l'intento di indurlo a costituirsi, insieme con il cognato, lo scrittore Maurice Bardèche. "Il talento è un titolo di responsabilità", dichiarò De Gaulle per giustificare la mancata concessione della grazia. Un colpevole materiale di efferati crimini può essere assolto in ossequio ai principi di "perdono", che afferiscono alla civiltà, ma guai a coloro che possono offuscare, con il loro pensiero, ancorché controverso, la luce di chi detiene il potere. Costoro sono pericolosi a prescindere e vanno eliminati. Il comunista Albert Camus, da Brasillach pesantemente sbeffeggiato nelle diatribe politiche e letterarie e vero gigante nell'universo culturale della sinistra, non ebbe alcuna remora nel dichiarare, dopo aver tentato invano di salvarlo: "Se Brasillach fosse ancora tra noi, avremmo potuto giudicarlo. Invece ora è lui a giudicarci". La saggista statunitense Alice Kaplan, anche lei afferente al mondo della sinistra, autrice del prezioso saggio "Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach" (Il Mulino, 2003), scrive testualmente: "Si trattò di un verdetto esagerato e ingiusto (…) il processo era simbolico (…) un'esecuzione che consolidò il potere di De Gaulle".
Nel settantacinquesimo anniversario di quella esecuzione, "esagerata e ingiusta", siamo tutti chiamati non tanto a commemorare un poeta quanto a interrogarci su come la cultura, quella che sovrasta le logiche dei politici, possa essere un elemento fondamentale nella gestione del potere, consentendo di guardare oltre gli steccati della misera convenienza e valutare, con equilibrio e saggezza, anche le vicende più controverse scaturite dal comportamento umano.
Una riflessione tanto più necessaria quanto più, con il declino marcato della società e una rappresentanza politica affidata, su tutti i fronti, a soggetti di infima qualità, oggigiorno si giunge a trattare da eroina la sbruffoncella che infrange una sequela impressionante di leggi e si spinge addirittura a speronare una motovedetta militare, rischiando di gettare ai pesci gli occupanti, e non si hanno remore nel mandare sotto processo un ministro che, in ossequio alle leggi del suo Stato, adotta provvedimenti conseguenziali. Fortunatamente la pena di morte, almeno quella "ufficiale", regolamentata dal codice penale, è stata abolita.
CULTURA
di Gianfredo Ruggiero*
IL NUOVO LIBRO DI GIANFREDO RUGGIERO
In occasione del Giorno della Memoria, proponiamo sull'argomento due libri di Gianfredo Ruggiero, editi dalle edizioni Excalibur e distribuiti da Amazon: "Storia del Razzismo"e "La Chiesa nella Storia". Di seguito una breve introduzione.
Quando si parla di Razzismo, la mente corre automaticamente alla persecuzione ebraica del regime hitleriano. Antiebraismo e Razzismo sono invece due fenomeni distinti e distanti nel tempo.
Il primo nasce sul finire dell'Impero Romano, quando i cristiani lanciarono agli ebrei l'infamante accusa di aver voluto la morte di Gesù; il secondo, il Razzismo propriamente detto, è invece un fenomeno più recente che trae origine dalle tesi illuministe di fine settecento, involontariamente supportate dalla teoria darwiniana della selezione naturale che ha determinato, sul piano filosofico e scientifico, il mito della razza superiore.
L'antiebraismo inizia con Costantino, il primo Imperatore Romano favorevole al Cristianesimo, che impone agli israeliti alcune restrizioni come ad esempio il divieto di matrimonio tra ebrei e cristiani, equiparato all'adulterio, e la pena di morte per i cristiani che si convertono all'ebraismo. Fin qui nulla di particolarmente drammatico.
Il punto di svolta si ha con San Giovanni Crisostomo, Patriarca di Costantinopoli, il quale, con le sue omelie "Contro i Giudei", è il primo a condannare in nome della Chiesa i seguaci della religione ebraica. Con l'avvento delle crociate, colme di fede profonda e infarcite di fanatismo religioso, iniziano le prime ostilità nei confronti degli ebrei, che proseguiranno in crescendo per tutto il Medio Evo e ben oltre, fino a sfociare nei massacri (Pogrom), nei ghetti e nel segno distintivo sugli abiti. Nel 1215 Papa Innocenzo III ordina che gli ebrei siano identificati con un pezzo di stoffa gialla cucita sugli abiti (la stessa, sotto forma di stella, sarà poi ripresa dai tedeschi durante il regime hitleriano).
Papa Paolo IV,nel 1555, istituisce il Ghetto di Roma, il primo di una lunga serie di domicili coatti cui sono costretti gli ebrei, quartieri circondati da alte mura e sbarrati durante la notte.
I protestanti non sono da meno. Nel 1543 Martin Lutero pubblica un libro dall'eloquente titolo "Sugli ebrei e le loro menzogne"in cui s'incita a: "Ripulire la Germania dalla piaga giudaica, dando fuoco alle loro sinagoghe e alle loro scuole". Ad onor del vero ci furono Papi e uomini di fede che tentarono, con scarsa fortuna - essendo l'antiebraismo oramai radicato nella coscienza popolare - di contenere l'avversione per gli ebrei. Ricordiamo Papa Clemente VI che li difese dall'accusa di aver provocato la Peste Nera del 1300.
Il Razzismo, come detto, trae origini dalle tesi illuministe di fine '700, quando s'imposero le nuove dottrine del razzismo scientifico e della superiorità della razza bianca che portarono a giustificare la schiavitù americana, lo sterminio degli indiani nelle Americhe e la sottomissione delle popolazioni africane.
Diedero, inoltre, forte impulso al nazionalismo e al neocolonialismo praticato soprattutto da Francia e Inghilterra, le due nazioni patria dell'Illuminismo e precorritrici della democrazia parlamentare.
A essere ridotti in schiavitù, secondo la nuova morale, sono degli esseri inferiori nati per servire la razza bianca. I filosofi illuministi amavano parlare di uguaglianza, di diritti civili e di libertà nei famosi "Cafè" d'Europa, ma il caffè zuccherato che sorseggiavano - mentre scrivevano la dichiarazione universale dei diritti umani - e il cotone dei loro abiti era prodotto da persone che nell'Africa Occidentale venivano ammassate sulle navi, trasportate attraverso l'Atlantico in condizioni spaventose, vendute all'asta e poi messe a lavorare fin quando non morivano per sfinimento.
Voltaire, universalmente riconosciuto come il padre della democrazia - suo è il famoso assioma: "detesto le tue idee, ma darei la vita affinché tu le possa esprimere" - finanziava le compagnie dedite alla tratta dei negri, a dimostrazione di come i principi di libertà, fratellanza e uguaglianza proclamati dai filosofi illuministi e sanciti nel sangue della Rivoluzione Francese riguardassero solo la razza bianca.
Nel suo "Saggio sui costumi e spirito delle nazioni" scrive: "I negri sono per natura gli schiavi degli altri uomini. Essi vengono dunque acquistati come bestie"
I teorici della democrazia oltre ad essere razzisti sono anche antiebraici. Lo stesso Voltaire nel suo "Dizionario Filosofico", scriveva queste parole di fuoco a proposito del popolo ebraico: "Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che unisce da tempo la più sordida avarizia alla più detestabile superstizione e al più invincibile odio per tutti i popoli che li tollerano e li arricchiscono"
Anche nel campo socialista si ebbe la diffusione di atteggiamenti antiebraici: Karl Marx, nonostante fosse di discendenza giudaica, equiparava gli ebrei alla borghesia capitalistica.
Un inconsapevole contributo al razzismo scientifico venne da Charles Darwin il quale, partendo dalle teorie di Malthus, spiega come le razze cosiddette arretrate si sarebbero estinte entro breve tempo, mentre quelle più avanzate si sarebbero sviluppate e progredite.
Concetti cardine dell'impianto darwiniano come "selezione naturale, sopravvivenza del più adatto"e il termine di "razza favorita" furono accolti con entusiasmo tanto dai teorici del razzismo, quanto dai sostenitori del libero mercato e della supremazia della razza bianca, i quali trovarono nelle teorie evoluzioniste una provvidenziale sponda scientifica ed una insperata giustificazione morale.
Nell'Europa del XX secolo, il razzismo ebbe la sua espressione più violenta nella dottrina e nella politica del nazionalsocialismo, dove l'antiebraismo fu uno dei punti forti del programma hitleriano basato sulla purezza della razza ariana.
La politica persecutoria di Hitler trovò terreno fertile in un'Europa intrisa di razzismo e antigiudaismo, presenti in particolar modo in Francia e Polonia. Come afferma il filosofo e storico Ernst Nolte: "l'antiebraismo Hitler lo ha esasperato, ma certo non determinato".
Hitler, in definitiva, non ha inventato nulla, ha semplicemente portato alle estreme conseguenze, in modo crudele e disumano,quell'antiebraismo ancora oggi presente sotto traccia nella mentalità occidentale e mai sopito.
Senza il sostegno dei filosofi e ricercatori illuministi difficilmente sarebbero stati accettati la schiavitù americana, il genocidio dei Pellerossa, la sottomissione delle popolazioni africane e la persecuzione del regime hitleriano.
L'America, quella della Statua della Libertà, dovette attendere gli anni sessanta per vedere abrogate le odiose leggi sulla segregazione razziale che prevedevano perfino il divieto di matrimonio tra persone bianche e di colore.
Nel nostro libro,"Storia del Razzismo", ampio spazio è inoltre dedicato alla politica razziale italiana, e al comportamento delle nazioni cosiddette democratiche quando l'antiebraismo di Hitler iniziò a manifestarsi.
Giunto al potere, Hitler attuò nei confronti degli ebrei una politica di restrizione dei diritti civili per spingerli a lasciare la Germania. Per sostenere l'emigrazione, il governo tedesco stipulò con il Mapaï, antenato dell'attuale partito Laburista israeliano, un accordo, detto "Accordo di Trasferimento"(noto anche come Haavara), alla cui definizione contribuirono i futuri primi Ministri di Israele David Ben-Gurion e Golda Meir, in virtù del quale, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, dei circa 522 mila ebrei presenti in Germania, più della metà poterono lasciare il paese con i loro beni. Il problema che a questo punto si pose fu quello dell'accoglienza.
Per superare le resistenze della comunità internazionale, restia all'accoglienza dei profughi ebrei, il presidente americano Roosevelt organizzò a Evian nel 1938 una conferenza, dove i trentadue stati partecipanti avrebbero dovuto ognuno farsi carico di un numero di ebrei provenienti da Germania e Austria proporzionale alle loro dimensioni: fu un completo fallimento. L'unica nazione che si propose di accogliere i rifugiati ebrei fu la Repubblica Dominicana, che ne accettò circa 700. Tutte le altre, con motivazioni più o meno plausibili, rifiutarono ogni forma di accoglienza. L'Italia Fascista, invece, da anni attuava una politica di ospitalità nei confronti degli ebrei attraverso il COMASEBIT (Comitato di Assistenza agli Ebrei in Italia), poi sostituito nel 1939 dalla DELASEM (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei) che tra il 1939 e il 1943 aiutò oltre cinquemila rifugiati ebrei a lasciare l'Italia per raggiungere Paesi neutrali. Purtroppo le sciagurate leggi razziali del 1938, il pegno pagato dall'Italia Fascista all'alleanza con la Germania di Hitler, imposero un'improvvisa inversione di rotta le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.
Prima e durante la guerra, gli ebrei che tentavano di raggiungere la Palestina erano respinti con la forza e costretti a tornare in Germania con esiti spesso drammatici. Nel febbraio del 1942 lo "Struma", una nave di profughi ebrei proveniente dalla Romania, si vide rifiutare dagli inglesi il permesso di sbarcare in Palestina e, respinta anche dai turchi, affondò nel Mar Nero colpita dai siluri di un sommergibile sovietico: 770 persone morirono nel naufragio. Caso analogo, seppur con esito meno drammatico, è quello occorso al transatlantico tedesco St.Louis con a bordo 963 profughi ebrei che, nell'estate del 1939, dopo un lungo peregrinare lungo le coste del continente americano, fu costretto a invertire la rotta per tornare in Europa a causa del netto rifiuti ad accoglierli da parte di Cuba prima e di Stati Uniti e Canada dopo.
Tutti conoscono la triste storia di Anna Frank, non tutti sanno che il padre, Otto Frank, si vide respingere più volte il permesso d'ingresso in America per la sua famiglia. Le conseguenze di questo rifiuto sono scritte nella storia.
In conclusione: Rosemberg, il teorico nazista della superiorità ariana, è stato condannato dagli uomini, ma non i suoi illuminati maestri. Hitler per la persecuzione ebraica e Mussolini per le leggi razziali sono stati anch'essi giudicati dalla storia, ma non chi, per ignavia e convenienza, nulla fece per evitarle.








* Presidente Circolo culturale Excalibur. Per avere maggiori informazioni sui nostri libri è sufficiente andare sul sito di Amazon e digitare "Gianfredo Ruggiero", oppure inviare una richiesta all'indirizzo mail: circolo.excalibur@libero.it

CULTURA
di Lino Lavorgna
FEBBRAIO 1600:
MEGLIO UNA MORTE ANIMOSA CHE UNA VITA IMBELLE
Quattrocentoventi anni fa, il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno fu arso vivo in piazza Campo de' Fiori e le sue ceneri disperse nel Tevere. L'artista napoletano Ciro Cerullo, meglio noto come Jorit, gli ha recentemente dedicato un dipinto, raffigurandolo con il volto di Gian Maria Volonté, che impersonò il filosofo nel famoso film del 1973, diretto da Giuliano Montaldo. "Meglio una morte animosa che una vita imbelle" è la frase scelta come didascalia, tratta dall'opera "De monade, numero et figura", nella quale Bruno si richiama alle tradizioni pitagoriche, attaccando la teoria aristotelica del motore immobile, principio di ogni movimento. La "Nuova Accademia Olimpia", che opera a Caserta dal 1993, lo scorso 15 febbraio ha organizzato una conferenza dal titolo: "Giordano Bruno, precursore di una scienza nuova". Relatore il fisico Franco Ventriglia, che ha concluso il suo intervento citando proprio la famosa frase e preannunciando che il "Maggio dei monumenti", rassegna culturale che si svolge nel centro storico di Napoli, sarà dedicato a Giordano Bruno.
Franco Ventriglia, docente di Elettrodinamica Classica e storia della fisica presso l'università Federico II di Napoli, ha tratteggiato la figura di Giordano Bruno soprattutto in funzione del suo rapporto con la scienza, senza disdegnare le implicazioni filosofiche e teologiche. In particolare ha tenuto a porre in evidenza il ruolo di "ambasciatore del pensiero di Copernico" e il mancato tributo da parte di Galileo al suo pensiero, contestato anche da Giovanni Keplero e Tommaso Campanella, che chiesero più volte a Galileo come mai Giordano Bruno non fosse mai citato nelle sue opere. Molto interessanti anche "gli echi bruniani", soprattutto quelli reperiti nell'opera di Shakespeare, del quale il relatore cita alcuni versi tratti da "Amleto" e "Antonio e Cleopatra". Più caratterizzanti quelli dell'Amleto: "Dubita tu che le stelle siano fuoco; dubita che il sole si muova; dubita che la verità sia una bugiarda, ma non dubitare mai che io amo". Il cielo stellato, visto come fuoco, è la concezione degli antichi, da Bruno contestata; è Bruno che parla anche rispetto al movimento solare; la verità bugiarda è la Bibbia, che trova ampio spazio nell'opera "La cena de le ceneri", dedicata a Michel de Castelnau, ambasciatore francese a Londra nel 1584, presso il quale il filosofo era ospite dopo aver lasciato la Francia, l'anno precedente. Bruno asserisce che la Bibbia non può essere presa in considerazione per quanto concerne la natura delle cose e il campo scientifico: "E non è cosa alla quale naturalmente convegna esser eterna, eccetto che alla sustanza, che è la materia, a cui non meno conviene essere in continua mutazione".1
Relativamente al mondo contemporaneo, Ventriglia cita Donna Haraway, "filosofa" statunitense, capo-scuola della teoria cyborg, branca del pensiero femminista che studia il rapporto tra scienza e identità di genere, autrice del saggio "Chthulucene - sopravvivere su un pianeta infetto", nel quale suggerisce di coltivare le relazioni tra esseri umani e tutte le specie che vivono sulla terra per contrastare i pericoli che affliggono l'umanità. "Generate parentele, non bambini" è l'invito stridente e abbastanza controverso della Haraway, per la quale, evidentemente, le azioni degli ambientalisti e degli scienziati per scuotere le coscienze sono inefficaci2. Ultimata la relazione, il professore Renato Fedele, organizzatore della conferenza, ha invitato i presenti a porre delle domande, ma ve ne sono state solo due: la mia e quella di un altro signore, che ha chiesto lumi sui principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno.
A Ventriglia ho chiesto ciò che, sin dai tempi "scolastici", ha costituito un quesito irrisolto, anche quando posto ad autorevoli accademici, tra i quali mi piace ricordare Riccardo Campa, a suo tempo docente di Storia delle dottrine politiche presso la facoltà di Scienze politiche dell'università Federico II: "Premesso che è la prima volta che sento un fisico parlare di Giordano Bruno, vorrei chiedere a lei ciò che costituisce un antico dubbio, mai chiarito anche da suoi autorevoli colleghi del campo umanistico. Ho sempre sospettato che Giordano Bruno avesse sfruttato il monachesimo solo per essere facilitato negli studi e che, in cuor suo, se non proprio un marcato ateismo, albergasse quanto meno un forte agnosticismo. Che cosa ne pensa al riguardo?". Ecco la risposta. "Beh, che vi sia stato un interesse non prevalentemente teologico bensì intellettuale nella scelta di Bruno di aderire all'ordine dei domenicani questo è indubbio. D'altro lato è altrettanto indubbio che nella scelta di Erasmo, come suo maestro ideale, ci sia una tensione morale e religiosa che è innegabile. E che questa tensione sia all'opera anche nei suoi dialoghi questo è altrettanto innegabile. Vi sono recenti studi che attribuiscono a Bruno, attraverso la lettura del Ficino, il ritorno alle origini vere del cristianesimo. Questa è una lettura problematica, a mio avviso. Sta di fatto che Giordano Bruno si pone come l'anticristiano per eccellenza, nel senso che è contro la figura di Cristo, questo "centauro" - dice - che è un'unione impossibile di "infinito" e "finito". Da questo, poi, a non vedere l'esistenza di un divino, ma un divino all'opera in tutto l'universo, questo è altrettanto innegabile, altrimenti la sua cosmologia non sarebbe nulla. Il suo infinito non è solamente un infinito materiale, non è un apeiron senza confini, è un infinito reale perché reale è il dio che sta producendo e che ha prodotto quell'infinito e che oggi noi osserviamo come natura".
La conferenza è disponibile su "YOUTUBE" con il seguente titolo: "Giordano Bruno - meglio una morte animosa che una vita imbelle".



NOTE
1) L'opera, scritta in italiano, risulta di fondamentale importanza perché Bruno in essa elogia Copernico che, con il "De revolitionibus", poneva il sole e non la Terra al centro delle orbite planetarie, in netto contrasto con il sistema tolemaico. L'opera è divisa in cinque dialoghi ed è nel quarto che Bruno parla della Bibbia, nella quale si sostiene che la Terra sia immobile, al centro dell'universo, cosa che induce molti filosofi ad assecondare questo assunto solo per non entrare in conflitto con la Chiesa.
2) L'attualità del pensiero di Giordano Bruno, alla base di una modernità ancora tutta da (ri)scoprire - l'infinità dell'Universo, le molteplici galassie e le molteplici intelligenze, il rapporto mente-corpo oggi dimostrato anche dalle neuroscienze - è fuori discussione e conclamata dai saggi di autorevoli studiosi afferenti sia al campo filosofico sia scientifico.
   
     
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