CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    IL PIAVE MORMORAVA    
   
PARTE DECIMA: DA CAPORETTO A VITTORIO VENETO

INCIPIT
Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta.
La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita.
La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte a occidente dalle truppe della VII Armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, dell'VIII, della X Armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III Armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perduto.
L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Armando Diaz

L'ESERCITO ITALIANO DOPO CAPORETTO
Nei primi mesi del 1918 i soldati italiani beneficiarono di una relativa calma: le truppe nemiche erano esauste e necessitavano di riposo e rifornimenti prima di potersi impegnare in nuovi scontri. Dopo Caporetto anche l'esercito italiano aveva bisogno di essere riorganizzato in tutti i sensi, soprattutto nel morale. Il clima rigido dell'inverno 1917-18 e l'intrinseca debolezza dell'esercito austriaco si trasformarono in ottimi alleati del nuovo comandante supremo, il generale Armando Diaz.
Lungimirante e pronto nel cogliere l'essenza di ogni situazione, doti che dovrebbero caratterizzare ogni leader, soprattutto in contesti militari, e che invece scarseggiavano o erano del tutto assenti nel predecessore e in tanti altri alti ufficiali, comprese subito che la partita si sarebbe giocata sulle nuove linee del Monte Grappa, che consolidò in modo impeccabile.
La II Armata del generale Capello si era completamente dissolta a Caporetto e fu sostituita dalla V Armata, in precedenza destinata a funzioni di riserva. I tremila cannoni perduti a Caporetto furono ben presto soppiantati grazie all'impegno profuso dai lavoratori dell'Ansaldo, che riuscirono a consegnare, addirittura in anticipo rispetto agli impegni assunti, ben 2200 nuovi cannoni, ai quali si aggiunsero ottocento pezzi forniti da inglesi e francesi. In pochi mesi furono costruiti anche seicento aeroplani e ogni mese le officine di Milano e Torino sfornavano 1700 nuovi automezzi.
Le straordinarie peculiarità "psicologiche" di Diaz funsero da suggello taumaturgico per il morale delle truppe: soldati che stancamente combattevano una guerra non capita e non voluta, accettandone di pagare il duro prezzo con rabbia frammista a rassegnazione, si trasformarono, in un baleno, in valorosi guerrieri che recepirono senza ombre la necessità di resistere a ogni costo e ricacciare il nemico dal "patrio suolo".

"QUALCOSA" DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
Tre anni di guerra di trincea avevano dissanguato gli eserciti senza portare a nessun risultato concreto. La strategia tedesca mirava a ridurre il potenziale umano anglo francese attaccando le posizioni più esposte.
Le forze dell'Intesa, però, erano numericamente superiori a quelle tedesche e quindi la strategia si dimostrò fallimentare. La sostituzione di Erich von Falkenhayn, dopo la batosta di Verdun, non servì a cambiare le cose: Hindenburg, di fatto, che ne aveva chiesto la testa prendendone il posto, continuò sulla stessa linea. L'entrata in guerra degli USA aveva complicato maledettamente le cose, annullando il vantaggio acquisito a Est grazie alla Russia fuori dai giochi dopo la "rivoluzione d'ottobre". In buona sostanza la ragionevolezza avrebbe dovuto suggerire che non vi era più spazio d'azione sul fronte militare.
Lo avevano ben compreso, per esempio, il conte Hugo Lerchenfeld (ministro plenipotenziario di Baviera) e il cancelliere Gerg von Hertling, favorevoli ad avanzare proposte di pace con l'aiuto di referenti neutrali: Svezia, Olanda e Santa Sede. Lo stesso Imperatore non sarebbe stato ostile, ma con uomini del calibro di Hindenburg ed Erich Ludendorff ai vertici del comando militare, cultori di un retaggio storico che non riusciva a concepire una soluzione bellica che non fosse affidata alle armi, i saggi propositi maturati in ambiente politico naufragarono sul nascere.
Anche in Francia, del resto, gli eventi seguirono una sorte più o meno analoga: il governo Briand fu costretto alle dimissioni per il malcontento generato dalle operazioni militari, ritenute fallimentari, e per la spinta dei militaristi più convinti, tra i quali spiccava George Benjamin Clemenceau, la cui forte personalità (non a caso era chiamato "Tigre") ebbe facile gioco nel disarcionare il mediocre Briand, avvocato socialista che aborriva la guerra (nel 1926 fu addirittura insignito del premio Nobel per la pace).
Clemenceau, divenuto capo dell'esecutivo il 16 novembre 1917, tenne per sé anche il ministero della guerra e formò un governo che non voleva proprio sentire parlare di compromessi e soluzioni pacifiche. In Gran Bretagna, infine, dove le intenzioni pacifiste non avevano mai incontrato largo consenso, Lloyd George aveva fatto progressivamente fuori i "tentennanti", sostituendo prima lord Kitchener come ministro della guerra e poi il pavido liberale Herbert Henry Asquith come capo del governo.
Con siffatti presupposti era impraticabile ogni soluzione che escludesse la vittoria sul campo di battaglia. Il 21 marzo, pertanto, Hindenburg e il principale collaboratore, Ludendorff, diedero inizio a quella che è passa alla storia come "l'offensiva di primavera". Sul fronte opposto si trovarono, a sostegno delle truppe francesi, contingenti freschi e ben armati provenienti dal Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Terranova, Stati Uniti, Portogallo, Italia
I soldati italiani erano comandati dal generale Alberico Albricci, che si distinse per ardimento e capacità tattiche, soprattutto nel mese di luglio, quando costrinse Ludendorff a ordinare un'ignominiosa ritirata alle truppe che avevano oltrepassato la Marna. La municipalità di Epernay rese onore ai suoi meriti nominandolo "Difensore della città" e intestandogli una strada. L'inutile offensiva si tramutò nell'ennesimo bagno di sangue. Oltre ottocentomila le perdite (morti, feriti e dispersi) tra tutte le forze dell'Intesa e circa settecentomila le perdite tedesche. La Germania perse la guerra in quest'offensiva, avendo esaurito tutte le riserve. Nei restanti mesi di guerra poté solo difendersi, per poi essere umiliata a Compiegne, nel famoso vagone ferroviario in cui fu firmato l'armistizio, esattamente cento anni fa. (Termino di scrivere questa parte del capitolo nel pomeriggio dell'11 novembre 2018. L'armistizio fu firmato all'alba dell'11 novembre 1918)

L'AUSTRIA RESTA SOLA
Gli imperi centrali, dopo la disfatta della Germania, si trovarono nella difficile condizione di prendere decisioni importanti senza avere il tempo di ponderarle e in un momento particolarmente convulso, caratterizzato dal crescente peso nella guerra degli Stati Uniti e dai disordini insorti nei paesi governati a causa delle restrizioni, della stanchezza, della fame. Era ben chiaro, inoltre, che non si poteva più contare sul massiccio aiuto dell'esercito tedesco.
Anche in questo caso la logica avrebbe dovuto suggerire di prendere atto della realtà e tentare una soluzione diplomatica. Se è vero, però, che in Italia, a quel punto, si pensava solo a chiudere la partita armi in pugno, va detto che i tentativi di porre fine alla guerra, esperiti da Carlo I già nel 1917 e sistematicamente rifiutati dal nostro governo, erano semplicemente osceni perché prevedevano il ripristino di una condizione "prebellica": tanti morti senza ottenere alcun compenso territoriale.
La chiusura di Carlo I fu totale, anche perché i fatti di Caporetto avevano lasciato trasparire la possibilità di una "pace vittoriosa". Le avvisaglie di una probabile offensiva austriaca si ebbero verso la fine di maggio e Diaz dispose subito il potenziamento difensivo della zona montana, al fine di impedire l'eventuale penetrazione dei nemici nella pianura di Vicenza e Verona. Contestualmente concentrò nei dintorni di Treviso nove divisioni, da tenere in riserva e pronte a intervenire nel caso in cui il nemico avesse attraversato il Piave. (Non sembrino inutili dettagli queste notizie: la vittoria finale scaturì proprio dalla capacità di Diaz di non sbagliare mai una mossa, di prevedere e prevenire).
Il 10 giugno, intanto, la marina italiana scrisse una delle pagine più gloriose della sua storia. Due MAS, al comando del sottotenente Luigi Rizzo (già entrato nella leggenda grazie alla "Beffa di Buccari") e del guardiamarina Giuseppe Aonzo, nei pressi dell'isola di Premuda, scivolarono silenziosamente tra le navi della flotta imperiale fino a portarsi a soli centocinquanta metri dalla corazzata "Santo Stefano", portentosa machina da guerra e fiore all'occhiello della flotta, insieme con la gemella "Tegettoff". Lanciarono i loro siluri e sgusciarono via indisturbati. La Santo Stefano affondò in pochi minuti, gettando nel più profondo sconcerto l'ammiraglio ungherese Horthy, capo della flotta imperiale, che da quel momento sospese ogni operazione in mare aperto.

LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO
Dopo un infruttuoso "diversivo" tentato il 13 giugno, subito bloccato dalle nostre truppe, alle tre precise del 15 giugno scattò l'offensiva austro-ungarica. Cinquantacinque divisioni, supportate da 7900 pezzi di artiglieria e 540 velivoli furono fronteggiate da cinquanta divisioni italiane (i cui organici erano però inferiori di numero rispetto a quelli delle divisioni nemiche), tre britanniche e due francesi, supportate da 7040 cannoni e 666 velivoli.
Le linee italiane erano ben difese e ressero bene all'urto iniziale. Sugli Altipiani, addirittura, l'artiglieria della VI Armata incominciò a sparare mezz'ora prima di quella austriaca, infliggendo notevoli perdite. A causa della nebbia si registrò solo un leggero sfondamento nell'altopiano di Asiago, in zona Cesuna, presidiata dagli inglesi. Il tempestivo intervento del X Corpo d'armata italiano e della XII Divisione bloccò l'infiltrazione e verso sera la postazione fu riconquistata. Il generale Conrad aveva previsto di sferrare il colpo decisivo a sud-est di Asiago e fu proprio in quella zona che si ebbero gli scontri più sanguinosi. Le strategie del feroce feldmaresciallo (ricordiamo che fu l'autore della "spedizione punitiva" del 1916), tuttavia, s'infransero contro la determinazione dei nostri soldati, che già dopo mezzogiorno costrinsero gli austriaci alla ritirata. In modo particolare si distinsero la "Brigata Pinerolo" (decorata con medaglia d'oro al Valor Militare), la "Casale", la "Lecce".
Al tramonto del primo giorno di battaglia le dodici divisioni austro-ungariche impegnate nella battaglia contavano già cinquantamila perdite tra morti, feriti e prigionieri. Il panico incominciò a diffondersi in modo sempre più consistente e molti soldati si diedero alla macchia.
Anche sul Monte Grappa, le truppe austriache, letteralmente dissanguate, furono costrette al ritiro. Conrad e il capo di Stato maggiore dell'esercito austro-ungarico, generale Von Arz, si resero conto che ogni intento offensivo delle truppe dislocate nel Tirolo era stato bloccato e insistere avrebbe generato solo un inutile massacro. In campo italiano, invece, si conquistò un posto importante nelle pagine di storia il generale Gaetano Giardino, rientrato nell'esercito dopo la breve parentesi politica quale ministro della guerra nel governo Boselli: al comando della IV Armata creò buona parte delle premesse che condussero alla vittoria, trasformando il massiccio del Grappa in un fronte inespugnabile e soprattutto prestando particolare attenzione alle esigenze dei soldati ("i suoi soldatini", li chiamava), che ricambiarono con dedizione assoluta e grande affetto.

19 GIUGNO: IL DOLORE VIENE DAL CIELO
Gli aviatori italiani non davano tregua al nemico e, di fatto, erano i padroni del cielo. Tra tutti, però, spiccava la "91^ Squadriglia", comandata dal maggiore Francesco Baracca, che selezionava in prima persona i componenti. La "squadriglia degli assi" era il vero orgoglio dell'aeronautica militare e il comandante, trentenne, aveva sostenuto sessantatré combattimenti e abbattuto trentaquattro apparecchi.
Il 19 giugno, dopo aver già compiuto tre missioni, ripartì con un aereo di riserva per la quarta, dal momento che il suo era rimasto danneggiato in quelle precedenti. Non era spavaldo, come qualcuno ha scritto, ma sicuro di sé e ciò, inevitabilmente, lo portava a osare oltre i limiti imposti dalla prudenza: non si è mai visto, del resto, un eroe di guerra "prudente". La sua tattica era micidiale: con vertiginose piroette si portava sotto l'aereo nemico e lo abbatteva con raffiche brevi e precise. Classico soldato "gentiluomo", di nobile lignaggio (figlio della contessa Paolina de Biancoli, cugina di Italo Balbo), colto, raffinato, brillante e intriso di una bellezza che incantava le donne, rispettava gli avversari e disdegnava l'uso delle pallottole traccianti per evitare che l'aereo prendesse fuoco, condannando il pilota a una morte atroce. Parimenti non amava mitragliare le truppe a terra, perché considerava tale pratica poco cavalleresca.
Cosa sia successo in quel tragico giorno non si è mai saputo e non lo sapremo mai. Ciascuno può solo decidere di scegliere una delle tesi sulle quali si arrovellano fior di studiosi da cento anni. Si tolse la vita in volo, dopo che l'aereo fu colpito, per non cadere nelle mani del nemico? Non riesco a credere a questa tesi: se l'aereo fosse stato colpito in modo non grave, da consentire un atterraggio di fortuna, per quale ragione non avrebbe dovuto ripiegare verso le linee italiane? Se fosse precipitato, invece, non vi sarebbe stato comunque scampo.
La tesi più accreditata è quella del cecchino che spara all'aereo sceso troppo in basso, facendolo precipitare in fiamme. Anche questa tesi mi sembra inverosimile: perché sarebbe sceso a una quota tale da consentire a un cecchino di centrare l'aereo? Non lui, attenzione, ma l'aereo in un punto tale da determinarne l'esplosione con un colpo solo! Erano i due compagni di squadriglia, Osnago e Costantini, che si cimentavano nel mitragliamento delle truppe nemiche volando a bassa quota: lui, invece, duellava "in alto".
Una terza ipotesi è quella del biplano austro-ungarico che riuscì a coglierlo di sorpresa. Il pilota Max Kauer e l'osservatore Arnold Barwing relazionarono, con tanto di documentazione fotografica, di aver abbattuto un aereo sul Montello, senza sapere, ovviamente, che era pilotato dall'asso dell'aviazione italiana. Mi sembra la versione più credibile, perché anche i migliori, a volte, si distraggono. E' la meno accreditata, tuttavia, per non intaccare l'aura di "imbattibilità" che aleggia sulla figura del leggendario pilota.

SI MIETE IL GRANO
La difficoltà più grande per uno studioso che parli di guerra senza averla vissuta o combattuta è quella di riuscire a coglierne le sfumature. In guerra accadono cose difficili da spiegare, che riguardano sia i combattenti sia la popolazione civile, perché apparentemente assurde.
Mi sia consentito, a tal proposito, rivolgere un affettuoso e commosso ringraziamento ai miei Genitori, Papà Lorenzo e Mamma Giuseppina: le loro spiegazioni e testimonianze dirette su come si viva in determinate circostanze, su ciò che si prova, su come si riesca a "convivere", anche serenamente, in contesti particolari, mi hanno consentito di non "perdermi", per esempio, al cospetto di fatti come quelli che mi accingo a narrare.
Nelle immediate retrovie del Montello, proprio dove cadde Francesco Baracca, lo scenario di guerra era tra i più caldi. Nondimeno, tra i campi, i contadini continuavano "serenamente" a mietere il grano, incitando come tifosi allo stadio i soldati che avanzavano sulla linea del fronte. La guerra era solo uno dei tanti "accidenti" con i quali bisognava fare i conti. Si può comprendere quello stato d'animo se lo proiettiamo, nel nostro tempo, relazionandolo agli effetti del terrorismo: un po' di paura vi è in tutti, ma di certo non ci priviamo di visitare le capitali europee, di prendere l'aereo, di condurre una vita "normale".
Dal 16 al 23 giugno, in un clima di rinnovata fiducia, si registrò l'avanzata impetuosa dei nostri soldati e lo sgretolamento dell'esercito austro-ungarico. Nei pressi di Fagaré, piccolo borgo non lontano dalla sponda destra del Piave, sui bianchi muri di una casa diroccata furono scritte due frasi immortalate in foto che si trovano su tutti i libri di storia e riassumono lo spirito eroico con il quale si vivevano quei giorni, che ciascuno avvertiva come i più importanti della propria esistenza: "Tutti eroi. O il Piave o tutti accoppati"; "Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora".
La sera del 23 giugno, con il Piave in tumultuosa piena, l'Alto Comando austriaco ordinò la ritirata sulla sponda sinistra, sotto il tiro implacabile dell'artiglieria e dei nostri bravissimi aviatori. Il fiume sacro s'impregnò del sangue delle vittime e molti soldati, scampati alle pallottole, non scamparono alla furia dell'acqua. All'alba del 24 giugno tutto il teatro di guerra si svegliò in un irreale silenzio, rotto solo dal canto degli uccelli e dai cori dei contadini che mietevano il grano. La battaglia del solstizio, nota anche come "seconda battaglia del Piave e "battaglia d'Italia", era terminata. Il prezzo pagato per la vittoria fu comunque alto: 8396 morti, 30.603 feriti; 48.182 prigionieri; dal canto loro gli austriaci ebbero 11.643 morti, 80.852 feriti, 25.547 prigionieri. Secondo lo storico inglese George Trevelyan "la vittoria italiana del giugno 1918 può essere aggiunta al lungo elenco delle battaglie decisive della storia del mondo".
Dopo il ripiegamento austriaco, il comando italiano, che in un primo momento aveva ordinato al generale Giardino di lanciarsi all'inseguimento delle truppe austriache, diede un contrordine. Decisione saggia perché le truppe erano stanche e solo sei divisioni non sarebbero state in grado di ottenere un successo decisivo. Occorreva attendere ancora per l'assalto finale. Intanto scomparve dalla scena bellica il generale Conrad, destituito dall'imperatore Carlo: era il più irriducibile nemico dell'Italia, contro la quale non riuscì mai a vincere.

MONTE GRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA
Il Comando austro-ungarico, ancorché demoralizzato, con le truppe debilitate e sobillate dalle notizie che giungevano dai rispettivi paesi di appartenenza, in subbuglio per staccarsi dall'impero, pensava di poter riprendere l'offensiva nel tardo autunno, ritenendo che gli italiani fossero ancora in fase di riorganizzazione degli organici e non sarebbero stati pronti prima di marzo 1919.
All'alba del 24 ottobre, invece, anniversario di Caporetto, l'Armata del Grappa scattò all'attacco, conquistando in un baleno il monte Asolone, il Valderoa e i fianchi del Pertica e del Solarolo. L'offensiva principale sul Piave, però, fu bloccata a causa della piena vorticosa, che travolgeva traghetti e passerelle. Il generale Enrico Caviglia, che già dai mesi estivi aveva iniziato a studiare il corso del fiume, ebbe l'incarico di trovare in fretta il modo di attraversarlo, nonostante la piena. Non deluse le aspettative e individuò nelle Grave di Papadopoli il punto più idoneo per l'attraversamento, disponendo la realizzazione di otto ponti e tredici passerelle. Nelle retrovie austriache del Grappa, intanto, si registrarono moltissimi casi di diserzione e ammutinamento: i soldati percepivano minuto dopo minuto che i nemici "apparivano" molto diversi dalla percezione ricevuta in precedenza e caddero in preda al panico. Tra il 28 e il 29 ottobre le truppe del generale Caviglia erano tutte sulla sponda sinistra del Piave e poterono marciare spedite senza incontrare molta resistenza: in un crescente disordine, infatti, due armate nemiche ebbero l'ordine di ripiegare.
Nel pomeriggio del 29 furono liberati i primi villaggi in territorio veneto e intere comunità si riversarono nelle strade abbracciando e baciando i nostri soldati. Per loro, al di là del picare di ricongiungersi al patrio suolo, si trattò della fine di un incubo: le violenze, gli stupri, i misfatti compiuti dai soldati tedeschi e ungheresi durante l'occupazione rappresentano una delle pagine più tristi dell'intera vicenda bellica e le tante testimonianze raccolte da una Commissione d'inchiesta promossa dall'Ufficio Tecnico di Propaganda Nazionale, inserite nel volume "Il martirio delle terre invase", fanno accapponare la pelle.
Atterrisce, tra l'altro, l'avallo delle alte sfere, che legittimavano e incoraggiavano le violenze, facendo proprio il pensiero del filosofo Eduard von Hartmann: "Ogni sforzo militare esige che il combattente sia liberato da tutti gli impedimenti di una legalità molesta e sott'ogni rispetto oppressiva. Violenza e passione, ecco le due leve poderose d'ogni atto bellico, e, diciamolo senza timore, d'ogni grandezza guerriera".
Alle 15 del 30 ottobre le scene festanti si ripeterono a Vittorio Veneto, dove già nel mattino erano entrati alcune unità di ciclisti. "Siamo felici, felici, felici! L'incubo è cessato! La realtà è più bella del più bel sogno: è un'ebrezza, una follia". (Caterina Arrigoni, "Quando senza polenta si moriva di fame", Edizioni DBS, in uscita nel mese di dicembre 2018)
Liberata Vittorio Veneto, tutto il fronte entrò in movimento e gli austriaci furono costretti ad abbandonare il massiccio del Grappa. In pianura fu raggiunto il Tagliamento e il 1° novembre, nel porto di Pola, fu affondata la corazzata Viribus Unitis grazie all'azione ardimentosa del maggiore Raffaele Rossetti e del tenente medico Raffaele Paolucci. In Valsugana dilagò la VI Armata e le avanguardie della VIII Armata si assestarono nel Cadore.
Nessuna comparazione è plausibile con le azioni belliche dei secoli precedenti, ma è lecito sostenere che, per la prima volta nella storia dell'umanità, si poteva assistere a un'avanzata di tale portata. Ovunque i soldati italiani furono accolti da grida entusiastiche: "benedèti, benedèti", urlavano donne e anziani, commossi fino all'inverosimile. Alle 15,15 del 3 novembre i Cavalleggeri di Alessandria entrarono a Trento; alle 16,30 il cacciatorpediniere "Audace" attraccò sul Molo San Carlo di Trieste e i Bersaglieri guidati dal generale Petitti di Roreto presero possesso della città giuliana, abbandonata dagli austro-ungarici già da due giorni.
Alle ore 18, nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino, le delegazioni austriache e italiana s'incontrarono per sottoscrivere l'armistizio che aveva gettato nel più profondo sconcerto la corte imperiale. A capo della delegazione austriaca vi era il generale Viktor Weber Edler von Webenau, che chiese l'immediata cessazione delle ostilità. Il generale Badoglio, che capeggiava la delegazione italiana, si oppose fermamente e pertanto le operazioni militari furono interrotte alle ore 15 del giorno dopo, 4 novembre.
La Prima Guerra Mondiale, per l'Italia, si chiude con il famoso bollettino di guerra emanato dal generale Armando Diaz, anche se solo nei giorni successivi si perfezionarono le occupazioni di Pola, Sebenico, Valona, Cattaro, dove le truppe italiano non furono accolte con molto entusiasmo, e Zara, che invece accolse con trepidante gioia i nostri soldati. Il 17 novembre anche Fiume diventò italiana, creando le premesse per future tensioni tra l'Italia egli alleati.
L'Italia aveva conquistato le terre irredente pagando un alto prezzo in vite umane: 651mila soldati e 589mila civili. Un intero popolo aveva sofferto dure privazioni per tre anni e mezzo, contribuendo con tutte le proprie forze al successo finale perché, come più volte scritto, la Prima Guerra Mondiale fu "guerra totale" grazie all'impiego di tutte le risorsi disponibili, militari e civili.
L'Italia, finalmente, poteva definirsi geograficamente unita. Restava da costruire l'unità nazionale, perché, ancor più di quanto non fosse vero nel 1860, "si era fatta l'Italia e ora bisognava fare gli italiani". Ma questa è tutta un'altra storia.

Fine

Il 4 novembre di ogni anno è dedicato al ricordo imperituro di chi ha immolato la propria vita per la Patria. Dal 1919 la data è stata consacrata come "festa nazionale" e come tale è rimasta fino al 1976. Dal 1977, però, il 4 novembre è un giorno come un altro e ciò è molto triste.
A conclusione di questo lavoro, pertanto, rivolgo un appello a tutti i lettori affinché aderiscano all'iniziativa promossa dall'ex ufficiale paracadutista Pasquale Trabucco, che ha organizzato un comitato per ripristinare la festività del 4 novembre, conferendo alla data la dignità perduta. Per aderire al comitato basta accedere al sito: www.noistiamoconpasqualetrabucco.it

Termina qui il saggio dedicato alla "Grande Guerra", ma solo per quanto riguarda "CONFINI". I capitoli pubblicati, infatti, saranno raccolti in un volume che conterrà una ricca raccolta fotografica e una seconda parte dedicata agli approfondimenti di eventi specifici, alcuni dei quali ancora oggi controversi.
Al termine di ogni lavoro editoriale è buona norma ringraziare tutti coloro che siano stati d'aiuto con le loro specifiche competenze o anche con il semplice incoraggiamento.
Il primo ringraziamento va al mio beneamato direttore, Angelo Romano, che conferendomi questo prestigioso incarico, nell'anno del centenario della vittoria, mi ha riempito il cuore d'immensa gioia.
Un grazie sincero va al colonnello Cappellano, dello Stato Maggiore dell'Esercito, per il prezioso supporto documentaristico.
Ringrazio ancora il colonnello Pasquale Pino e il generale Ippolito Gassirà, che "recuperandomi" dopo un momento esistenziale molto particolare e proiettandomi d'impeto nelle attività dell'Associazione Nazionale Bersaglieri e dell'Unione Ufficiali in Congedo, mi hanno inferto la forza necessaria per cimentarmi nelle migliori condizioni in questa non facile impresa editoriale.
Nessuno si offenderà, tuttavia, se il ringraziamento più speciale lo riservo alla persona che mi è vicina ogni giorno, supportandomi con la sua insostituibile presenza: mia sorella Annalisa. E' una vera e talentuosa cacciatrice di "refusi" e l'attento contributo, non solo nella correzione delle bozze, è stato per me preziosissimo. Grazie di cuore, sorella mia, per tutto quello che fai per me.
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