CULTURA  
    di Antonino Provenzano    
       
    PER UN MONDO NUOVO? Sì MA ATTENZIONE ALL'ENTROPIA    
   
La beota ineleganza dei tempi mi induce ad una lettura (forse imperdonabilmente) negativa di ciò che mi circonda a causa del sostanziale pessimismo che ispira la mia quotidiana visione della contemporaneità. E ciò, non perché io sia un anziano signore cupo e bilioso frustrato per alcunché. Tutt'altro: chi mi conosce sa bene come io sia invece sostanzialmente positivo nell'agire, comunicativo ed entusiasta in merito a svariate fattispecie della vita di ogni giorno.
No, trattasi di ben altra ragione: ho infatti la profonda consapevolezza di aver avuto in sorte (unitamente a tutti quei miei contemporanei dotati di una qualche coscienza di ciò che li circonda) di vivere, da fortuito testimone del tempo, gli ultimi scampoli di una delle più grandi civiltà della storia dell'uomo: la greco-romana-cristiana, iniziata, come è noto, nella Grecia del V° secolo avanti Cristo e conclusasi, secondo il mio modesto parere, nella seconda metà del secolo scorso (in particolare, con l'allunaggio di Neil Armstrong sul nostro satellite nel 1969 e, soprattutto, con la relativa fotografia scattata alla nostra piccola, azzurra Terra, biglia sperduta in un immenso vuoto nero ed innanzi alla quale tale nostra prorompente civiltà non ha più ragione alcuna per potersi culturalmente inorgoglire).
Al riguardo CONFINI ha onorato della sua ospitalità, sul proprio numero 57, MAL'ARIA del settembre 2017, il mio scritto : "La Crisi dell'Occidente", pagine 40/53, nonché il relativo seguito, sul successivo numero 59, AUTONOMIA del novembre dello stesso anno, con la mia ulteriore riflessione intitolata : "Perché "Crisi dell'Occidente"?", pagine 31/33). Alla luce di tali mie considerazioni, mi è pertanto abbastanza difficile dare un qualche sottinteso senso di positività all'aggettivo "nuovo" collegato al sostantivo "mondo", come proposto dal nostro caro Direttore per il numero scorso della nostra amata Rivista.
Con l'usuale mio ricorso al dizionario per cercare il significato delle parole di uso comune, leggo: NUOVO: "dicesi nuovo di cosa fatta o avvenuta o manifestatasi da poco, spesso in contrapposizione diretta a vecchio, antico e quindi con significato prossimo a moderno". Quindi non necessariamente "migliore". E dunque la conseguente, legittima domanda: il nuovo sarà migliore? Una eventuale risposta in senso positivo dovrebbe essere auspicalmente l'unica che ci si debba augurare, altrimenti, in caso contrario, a che pro il formulare tale domanda in termini di sottinteso auspicio? Ed è proprio sull'auspicio che, secondo me e come suole dirsi, casca l'asino.
Primo principio della termodinamica:
"L'energia può essere convertita da una forma in un'altra, ma non può essere né creata né distrutta". In soldoni: "in natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma".
Ritengo che tale ferreo principio della fisica della materia valga altresì per quanto concerne il mondo spirituale della "felicità"/"infelicità" umana (inglobato successivamente in tutto ciò che, nel suo complesso, verrà poi chiamato, STORIA) laddove pur modificandone e/o variandone alcuni componenti, il complessivo risultato finale della reciproca interazione non muta, rimanendo perennemente uguale a se stesso.
Dato che - sempre secondo il principio sopra enunciato - ogni sistema (e l'umanità intera è un sistema) dispone di un suo contenuto energetico dovuto a tutti i contributi di energia legati al suo stato, anche per la condizione umana (se non altro in un determinato ambito "attuariale" di sviluppo socio-economico-culturale) la quantità complessiva di soddisfazione personale e sociale non può, nell'insieme, che rimanere costante. Quindi ed in pratica: credo che "domani" noi tutti (nel nostro attuale stato evolutivo di Homo Sapiens Sapiens e nella somma algebrica delle relative componenti di positività/negatività) non ci ritroveremo né più felici né più infelici di quanto non lo si sia oggi, né lo sia mai stato ieri.
Sono pertanto dell'avviso che la svolta ecologica, gli scenari post-Covid, i divenienti rapporti tra le nazioni, qualunque sostanza o forma essi possano o vogliano prendere nel prossimo futuro, nulla aggiungeranno o toglieranno alla complessiva quantità energetica di felicità esistenziale concessa dagli dei come pacchetto di dotazione individuale ad ogni essere umano vivente sulla Terra. Cambieranno certamente gli addendi, ma domandiamoci: "se non si potrà modificare il complessivo risultato finale, cosa avrà mai in serbo per noi di "buono" il mitico futuro? Quesito difficile, certamente, ma credo, ahimè, dalla scontata risposta.
Inoltre, e purtroppo, è necessario fare i conti anche con il
Secondo principio della termodinamica :
"Tutti i processi spontanei endotermici hanno la comune caratteristica di svolgersi nella direzione che porta a una maggiore libertà di moto delle particelle cioè ad uno stato di maggiore disordine e quindi da uno stato di bassa entropia ad uno di entropia più alta".
Qual' è dunque - tanto per fare un esempio banale, ma abbastanza chiaro ed al solo fine di potersi intendere - l'unico possibile "futuro" che possa mai attendersi, che so io, una bella ed elegante tazzina da tè in porcellana cinese? Purtroppo uno ed uno soltanto: quello di ritrovarsi, prima o poi, ridotta in mille pezzi. Per la sua stessa natura fisica, in null'altro le è dato di potersi trasformare se non che nelle proprie briciole non ricomponibili. E ciò, niente po' po' di meno che in ossequio - ma guarda tu! - ad una delle leggi fondanti dell'intero universo: appunto, il secondo principio della termodinamica.
Il mondo dunque evolve, necessariamente e soltanto, da una data condizione di bassa entropia ad una successiva di entropia più alta, con, ahimè, l'ineludibile conseguenza che - tanto per restare fedele all'esempio e riconducendolo a quanto possa riguardarmi personalmente - essendo io nato e vissuto in un mondo in cui, diciamo, tutte le "tazzine" mostravano comunque (e ciò, per lo meno, all'inizio della mia esistenza ai tempi della lontana, seconda Guerra Mondiale) una certa integrità con appena qualche ben dissimulato segno di incipiente frattura, il ritrovarmi oggi catapultato in un universo di soli frantumi di tutto quanto da me serenamente conosciuto, non mi va affatto bene. Cosa questa invece del tutto naturale per coloro che, venuti al mondo dopo l'apocalisse della predette porcellane (i nuovi nati, i "millennials", tanto per intenderci), non hanno - beati loro! - alcuna memoria di tutt'altro universo composto invece da, diciamo, "servizi da tè" di ben'altra fattura.
Attenzione però: tale stato di crescente entropia socio-economica e quindi culturale, non sfugge naturalmente agli attuali, monopolistici gestori della nostra condizione esistenziale. Molto occhiuti e perfettamente informati, essi si accorgono che lo stato di generale entropia del consorzio umano tende a crescere in modo molto accelerato e che quindi il pregresso ordine, almeno per come esso è stato fino al momento conosciuto, si avvia a dissoluzione. E' dunque necessario iniziare a correre ai ripari.
Sì, ma in quale modo ?
Attraverso prove tecniche di "dittatura":
Come ci ha infatti ricordato di recente l'ottimo sceneggiato televisivo de "La7", "Chernobyl", sulla catastrofe di quella centrale atomica sovietica esplosa con le note, drammatiche conseguenze, ogni processo di crescente riscaldamento per reazione nucleare va controllato attraverso pilotati rallentamenti del processo stesso con l'introduzione di apposite barre (grafite/boro) in mancanza delle quali tale processo diventa ingestibile con dirompenti conseguenze. In egual maniera chi ritenga di poter tenere sotto controllo la "centrale nucleare" dell'intera umanità deve aver la certezza di poterne manovrare in ogni istante i meccanismi di controllo saggiandone anche, di tanto in tanto, funzionalità e tenuta. Cosa allora di meglio che testare, attraverso l'allarme Coronavirus, lo stato di possibile condizionamento e connessa reattività di un determinato sistema paese? Risultato?:
BINGO!
Con gli strumenti adatti, il meccanismo funziona benissimo. Il sistema è facilmente ed efficacemente controllabile e/o condizionabile!
Quali sono dunque i necessari INGREDIENTI del nuovo, diciamo, "fascismo 2.0" (inteso questo come tecnica di consenziente privazione e/o condizionamento delle libertà individuali dei cittadini, ma mantenendo, al contempo, ordine pubblico e pace sociale)?
Eccoli:
- Presenza di un CONCETTO "pseudo astratto" in quanto, al contempo, sia di indubbia natura concreta che di tipologia assolutamente impalpabil : ieri, nel noto ventennio, la NAZIONE, oggi il VIRUS, ad entrambi dei quali è comunque possibile fare riferimento nelle più variegate circostanze sociali, sia di tipo prettamente concettuale che di contingente confronto dialettico;
- Riferibilità ad un LEADER certamente "pro tempore", ma morfologicamente ben riconoscibile: ieri munito di apposita "mascella", oggi fornito di caratterizzante "pochette", ma ciò, ai fini della rispettiva funzionalità, è del tutto irrilevante;
- Utilizzo di un capo di ABBIGLIAMENTO, specificamente significativo, sia per l'esigenza del momento che per l'intrinseco valore semantico: ieri orbace e camicia nera, oggi guanti e mascherina;
- Ripetitivo atteggiamento di IDENTIFICAZIONE MORFOLOGICA ogni qual volta debba ricorrersi ad un gesto molto comune, ma ben codificato. Ad esempio un saluto interpersonale: ieri quello "romano", oggi il toccamento gomito/gomito, piede/piede (presumo con ineludibile ilarità da parte del diretto interessato: "Sua Maestà, Coronavirus XIX°"
- Martellante PROPAGANDA mediatica (come si dice oggi H24) in modo che l'esistenza della triade "virus - pericolo - adeguamento di massa" venga costantemente ribadita in tutte le salse con relativo, intimo disagio esistenziale di chi senta di non essersi doverosamente adeguato ad un "diktat" generalizzato e soprattutto, in quanto socialmente dovuto, politicamente corretto.
- Diffuso controllo "POLIZIESCO" sia diretto da parte delle forze dell'ordine che tra gli stessi cittadini, indotti a diventare occhiuti censori del proprio simile: in sostanza: ieri l'O.V.R.A, oggi l'O.V.R.A.M. (Opera Vigilanza Repressione Assembramento & Mascherina). Al riguardo, mi permetto di rimandare alla mia recente riflessione sull'argomento, "Il Covid al balcone", pubblicata alle pagine 33-37 del numero 86 di CONFINI - DEMOCRAZIA VIOLENTA.
- Apposito corpo "NORMATIVO", ieri assurde leggi razziali, oggi irrazionali decreti sanitari: entrambi emanati naturalmente al solo scopo del "bene supremo" del Paese.
Il test tipo "Chernobyl sociale" della nazione sembra dunque essere, almeno per il momento, perfettamente riuscito. Non c'è stata alcuna esplosione, il sistema ha serenamente retto, sessanta milioni di italiani hanno reagito con l'ordine auspicalmente previsto dai manovratori per tutto il tempo di durata dell'esperimento (ovviamente limitato).
Ora, una volta scongiurata l'"esplosione" ed accertata sia la reattività che la contemporanea, positiva tenuta dell'intero sistema (diligentemente registrata da chi di dovere ed archiviata a futura memoria) si può, e si deve, passare - ci si augura con successo - alla successiva, ineludibile fase: quella dell'immediata riduzione della turbolenza nucleare della società con opportuno "raffreddamento" del sistema attraverso inserimenti, per restare in metafora, di consistenti "barre di grafite/boro": nella fattispecie, ineludibili, corpose fleboclisi, sia nazionali che europee, di sostegno economico all'intero corpo sociale del paese per riportarne in equilibrio il sistema volontariamente spinto ai limiti della propria fisiologica tenuta. E ciò, allo scopo sperimentale di avvicinarsi il più possibile al punto di rottura senza rischiare tuttavia di perdere il controllo effettivo della situazione.
Il seguito, come suole dirsi, alla prossima puntata, ma nel frattempo e per dirla con un ottimo Renzo Arbore "d'antan": "meditate, gente, meditate"!
Roma, 9 luglio 2020
CULTURA
di Cristofaro Sola
 
IN MORTE DI UN NEMICO
Celebrare gli amici, i "compagni di strada", viene facile. Di loro si dicono le migliori cose, talvolta dribblando la verità, non solo a fini consolatori: se ne parla bene perché in essi ci si rispecchia. Le scelte compiute da chi ci è intellettualmente e sentimentalmente affine in parte riflettono immagini speculari delle nostre vite vissute.
La cosa, invece, si fa complicata quando si tratta di nemici. A fare il tipo cavalleresco quando si ha la certezza che il nemico è scomparso per sempre e non potrà più nuocere non comporta fatica. Siamo tutti prodighi di buoni sentimenti al cospetto della morte degli altri. Ma il più delle volte è ipocrisia. Eppure, vi sono momenti nei quali bisogna avere il coraggio di piegare la testa in segno di sincero cordoglio davanti alla salma di un nemico per onorarne l'umana qualità consegnata alla memoria dei sopravvissuti.
Fu così quando Giorgio Almirante si recò a "Botteghe Oscure" per rendere omaggio al defunto Enrico Berlinguer, un nemico politico combattuto ma rispettato. E oggi tocca lo stesso destino al corpo esanime di una nemica irriducibile della destra: Rossana Rossanda. La Ragazza del secolo scorso, come lei stessa si era definita titolando un'autobiografia pubblicata nel 2005, è stata un pezzo della storia del comunismo italiano. Partigiana, dirigente del Pci, amministratrice locale e poi deputata in Parlamento, se dovessimo tratteggiarne il carattere con un aggettivo quello sarebbe: intransigente.
È al rigore intellettuale che si lega il ricordo della vivace militante di partito: la coraggiosa che compie scelte radicali, di rottura, pur di rimanere coerente con la propria visione del comunismo. Nel 1969 fu cacciata dal Pci anche per il sostegno dato alle rivolte operaie e studentesche e ai movimenti della sinistra extraparlamentare. Rossana Rossanda, da "ingraiana" (aderente alla corrente di Pietro Ingrao) dell'ala movimentista del Pci, insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Aldo Natoli, Lidia Menapace, assunse posizioni fortemente critiche verso l'Unione Sovietica, in particolare di condanna per la brutale repressione della Primavera di Praga, seguita all'invasione militare della Cecoslovacchia nel 1968. La pubblicazione di un articolo sulla rivista "Il Manifesto", fondata insieme a Lucio Magri, dal titolo "Praga è sola" determinò la radiazione dal partito con l'accusa di frazionismo.
Fu lei, la donna che Palmiro Togliatti aveva voluto alla guida della strategica sezione cultura del Partito, che negli Anni Sessanta provò a introdurre innovazioni rivoluzionarie nell'impianto ideologico del comunismo italiano. Con scarsi esiti, perché dovette fare i conti con un partito non ancora pronto ad affrancarsi dai contenuti valoriali, "antropologicamente" introiettati, della cultura patriarcale da sempre egemone in Italia. Un esempio. La Rossanda, negli anni Sessanta, si fece promotrice di un convegno di partito sul tema della famiglia. Serviva per esporre la tesi che l'istituto familiare" non era un apparato ideologico dello stato, era la griglia dalla quale tutti gli apparati passavano".
Oggi la si definirebbe una fuga in avanti che il Pci non era in grado di sostenere. Tant'è, come ricorda la stessa Rossanda nel libro di memorie, che furono mandati da "Botteghe oscure" Emilio Sereni e Nilde Jotti a metterci una pezza, sconfessando la sua linea troppo avanzata. Per inciso, l'episodio denota quanto la verità venga manipolata dagli epigoni "dem" del comunismo nostrano. La cosmesi storica restituisce oggi una falsa immagine del gruppo dirigente comunista dell'epoca togliattiana, chiuso a testuggine al cambiamento e al riposizionamento su obiettivi eterodossi di lotta per la conquista dell'egemonia.
Lo storytelling degli odierni progressisti i dirigenti del Pci li racconta tutti evoluti e moderni, quando invece erano retrogradi e succubi di un'ideologia dogmatica e intollerante. Per intenderci, quando la Rossanda fu radiata dal partito non fu certo l'allora dirigente Giorgio Napolitano a difenderla. Lo stesso Napolitano che una prematura agiografia parecchio disinvolta descrive come una sorta di liberal anglosassone capitato per caso dalle parti di Botteghe Oscure. Ma l'intransigenza della Rossanda non fece sconti a nessuno. Come aveva criticato il socialismo reale enfatizzando la novità dei movimenti di lotta del Sessantotto, con altrettanta schiettezza e realismo denunciò, in un articolo divenuto storico, il nesso tra la visione stalinista della lotta di classe e il terrorismo delle Brigate Rosse materializzatosi attraverso l'adozione dei medesimi stilemi del veterocomunismo. Il 23 marzo 1978, in pieno sequestro Moro, sul Manifesto compare un corsivo a sua firma dal titolo "Il discorso sulla Dc". Nell'analizzare la miopia dei partiti operai che avevano abbassato la guardia nella critica alla Democrazia Cristiana e nel contempo non riuscivano a cogliere il legame che allineava su un comune piano d'azione poteri imperialisti, capitale privato e statale, Stato, partiti, confessionalismo, connessione la cui messa a fuoco sarà invece la novità delle lotte del Sessantotto, la Rossanda rivela una verità sulla genesi del terrorismo brigatista che nessuno, neanche a destra, fino a quel momento aveva osato svelare.
Scrive: "In verità, chiunque sia stato comunista negli anni cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l'album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria". E aggiunge:" Il mondo - imparavamo allora - è diviso in due. Da una parte sta l'imperialismo, dall'altra il socialismo. L'imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale. Gli stati erano "il comitato d'affari" locale dell'imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia - l'espressione è di Togliatti - ne era la dc. In questo quadro, appena meno rozzo, e fortunatamente riequilibrato dalla "doppiezza", cioè dall'intuizione del partito nuovo, la lettura di Gramsci, una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista fino agli anni cinquanta".
Grazie a lei è stato possibile riannodare quel filo rosso che dagli anni della Resistenza arriva fino all'esplosione del fenomeno terrorista. Grazie a quelle parole, coraggiose, scritte in un momento particolarmente delicato della storia della Repubblica si è fatta piazza pulita di tutti i tentativi depistatori sulla matrice, e sui mandanti morali, del brigatismo. Ma i ringraziamenti terminano qui. Per il resto, il complesso delle idee della Rossanda ci resta totalmente ostico.
Nulla di quello che ha scritto e preconizzato ci convince. Soprattutto la sua idea di femminismo che è stata la pietra angolare della costruzione socio-culturale di genere che oggi la sinistra prova a introdurre nell'Ordinamento giuridico italiano declassando l'identità sessuale a optional, modificabile a piacimento in qualsiasi momento dell'esistenza individuale. Abbiamo avversato l'idea, da lei fortemente spinta, della negazione radicale della missione tradizionale delle istituzioni educative.
Non abbiamo condiviso la sua visione palingenetica del Sessantotto. Non ci ha convinto la sua interpretazione della funzione della sinistra sublimata in una "morale dell'uguaglianza". Due parole -morale e uguaglianza- che messe insieme ci provocano l'orticaria. Come non abbiamo mai apprezzato il tentativo di presentare al mondo occidentale, giudicato corrotto dal potere dell'imperialismo capitalista, una versione edibile dell'ideologia comunista, una volta ripulita della sua sostanza stalinista e autoritaria.
Se le sue idee meritano di essere combattute fino in fondo, la caratura della sua intransigenza intellettuale reclama rispetto. E solo di fronte a questa, che è una storia di coerenza, leviamo il cappello.
CULTURA
di Lino Lavorgna
 
EROI DEL NOSTRO TEMPO: ROBERT BILOT
INCIPIT
Beati i popoli che possono contare sul sacrificio e sull'impegno degli eroi, perché non vi è popolo, su questo pianeta, che non abbia bisogno di loro. Con buona pace di Brecht, che asseriva il contrario.

I FATTI
La Taft Stettinius & Hollister è uno di quei megagalattici studi legali che si trovano solo negli USA, con sede primaria a Cincinnati, nell'Ohio, undici sedi periferiche e oltre seicento avvocati associati. L'attività legale è svolta precipuamente al servizio delle grandi aziende, in particolare quelle chimiche. Nel 1998 entra a far parte dello studio Robert Bilott, trentatreenne, figlio di un militare che, come tutti i militari di carriera, è soggetto a frequenti trasferimenti. Robert cambia ben otto scuole prima di diplomarsi a Fairborn, nell'Ohio, condizione che influisce non poco sul suo carattere. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze politiche, in Florida, nel 1990 ottiene la specializzazione per l'esercizio dell'attività legale presso il Michael E. Moritz College of Law, prestigiosa scuola di diritto pubblico con sede a Columbus, capitale dell'Ohio.
Un giorno Robert riceve la visita del contadino Wilbur Tennant, conoscente di sua nonna, il quale gli chiede di indagare sulla morte di centonovanta mucche a Parkersburg, in Virginia Occidentale. Tennant sospetta che le mucche si siano ammalate bevendo l'acqua contaminata dai rifiuti tossici della società chimica DuPont.
Robert visita la fattoria e scopre che i capi di bestiame sono morti con condizioni mediche insolite: organi gonfi, denti anneriti e tumori. Si rivolge, pertanto, all'amico e collega Phil Donnelly, che lavora per la DuPont, il quale fa lo gnorri, promettendogli, però, che avrebbe effettuato degli accertamenti. Robert, non senza fatica in virtù della riluttanza dei capi, preoccupati di attaccare un'azienda tanto potente, intenta una piccola causa al solo fine di ottenere informazioni ufficiali sulle sostanze chimiche scaricate nei corsi d'acqua.
Il rapporto dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente, però, non rivela nulla di anomalo e quindi Robert intuisce che le sostanze tossiche non sono regolamentate, il che consente il loro improprio utilizzo senza problemi. La reazione scomposta di Donnelly, alla richiesta di più chiare spiegazioni, gli conferma i sospetti. Il vertice della multinazionale, con la cinica e ben conclamata condotta di chi sia aduso ad arricchirsi sulla pelle del prossimo, tenta di bloccare le iniziative del legale, inviandogli centinaia di scatole piene di documenti: l'intento è quello di dimostrare volontà collaborativa e, nello stesso tempo, indurlo a desistere spaventandolo con la mole enorme di documenti da consultare.
Robert, però, non demorde e si dedica alla certosina lettura dei documenti, trovando numerosi riferimenti a una sostanza chimica definita "PFOA", della quale non vi è traccia nei testi scientifici e in rete. Solo dopo accurate indagini scopre che si tratta dell'acido perfluoroottanoico, necessario per la preparazione del teflon, a sua volta utilizzato per la produzione delle pentole antiaderenti. L'acido e i suoi composti, se ingeriti, si accumulano lentamente nell'organismo, generando tumori e altre malattie gravi, come ben noto alla DuPont sin dagli anni settanta del secolo scorso, senza però che tale letale scoperta, tenuta ignominiosamente segreta, ne abbia determinato la messa al bando.
Non solo: oltre a contribuire alla produzione delle padelle antiaderenti, dannosissime per la salute, l'azienda continua a smaltire centinaia di barili di fango tossico nei corsi d'acqua dell'area, tutti affluenti dell'imponente fiume Ohio, a sua volta affluente del Mississippi. Anche i coniugi Tennant, intanto, si ammalano di cancro e dopo qualche tempo Wilbur, purtroppo, paga con la vita l'immorale condotta della multinazionale. Robert invia le prove al Dipartimento di Giustizia e all'EPA e quest'ultimo ente commina alla DuPont una multa ridicola per un'azienda di quella portata, colpevole di così gravi reati: 16,5 milioni di dollari. (Fatturato annuo medio intorno ai 21 miliardi di dollari; 35mila dipendenti). Lo stress per il duro lavoro svolto, intanto, incomincia a minare seriamente la salute del tenace avvocato, al quale, oramai, non sfugge il criminale cinismo con il quale vengono trattate decine di migliaia di persone, destinate ad ammalarsi progressivamente, in modo irreversibile. Decide, pertanto, di chiedere il monitoraggio medico per tutti loro, promuovendo una class action.
Continuando ad agire senza scrupoli, la DuPont replica con una lettera rassicurante, minimizzando gli effetti deleteri del PFOA. Gli avvocati della multinazionale, infatti, con artifizi concepiti ad arte, cercano di giungere alla prescrizione del processo, in modo da consentire agli assistiti di continuare serenamente la letale attività produttiva. Dai documenti analizzati, Robert aveva scoperto la concentrazione massima di acido che poteva essere diluita nell'acqua senza procurare danni, stabilita proprio dai chimici della DuPont. Al processo, però, con l'ausilio di una scienziata corrotta, gli avvocati dell'azienda dichiarano che, grazie a studi successivi, la soglia di sicurezza è stata elevata di ben 150 particelle! Una vera mostruosità, in quanto si partiva da una sola particella per una certa quantità di acqua, già di per sé al limite della soglia di sopportabilità. La vicenda, finalmente, conquista la ribalta della cronaca nazionale e la DuPont accetta di patteggiare un risarcimento di settanta milioni di dollari, sempre bazzecole per una azienda di quella portata.
Per legge, inoltre, è tenuta a effettuare un monitoraggio medico solo se gli scienziati dimostrano che il PFOA causa i disturbi e così viene nominata una commissione scientifica indipendente, con il compito di analizzare gli elementi chimici utilizzati dall'azienda e verificarne l'eventuale pericolosità per la salute pubblica. Servono anche i dati dei cittadini e Robert induce la gente del posto a sottoporsi alle analisi del sangue, condizione ineludibile per ottenere il risarcimento: circa 70.000 persone accettano di sottoporsi al prelievo. Ancora una volta, però, il forte potere corruttivo della DuPont incide pesantemente sull'attività di verifica e così passano sette anni senza che nulla accade.
Robert è sempre più isolato e la salute ne risente. Giunge più gradita che mai, quindi, la telefonata di una componente del team incaricato di effettuare la valutazione scientifica, che gli riferisce i risultati: il PFOA causa tumori multipli e altre gravi malattie. La DuPont sembrerebbe all'angolo, ma, grazie anche al sostegno del governo e dei poteri forti, ritratta l'accordo. In pratica, dopo sette anni di attesa, appurate le responsabilità aziendali, vi è il serio rischio che tutto venga affossato e i settanta milioni di dollari patteggiati restino lettera morta. Robert, a questo punto, agguerrito più che mai, decide di promuovere delle singole azioni legali contro il colosso aziendale e ben 3.535 cittadini aderiscono all'iniziativa. Siamo nel 2000 e, all'inizio del processo, il giudice non può esimersi da una battuta: "Al ritmo di quattro-cinque cause all'anno, non termineremo prima del 2890, se saremo fortunati".
La determinazione di un indomito "eroe", però ha il sopravvento: nella prima causa Robert ottiene un risarcimento di 1.600.000 dollari; nella seconda 5.600.000 dollari; nella terza 12.500.000 dollari. La DuPont, a quel punto, capisce che ancora una volta Davide ha sconfitto Golia e si arrende, chiudendo tutte le restanti cause con un risarcimento di 670.700.000 dollari. La cifra, ancorché cospicua, non è certo tale da impressionare l'azienda, ma comunque serve a dare un po' di sollievo alle tante vittime.
Il PFOA è presente nel sangue di ogni essere vivente del pianeta e grazie al lavoro di Robert Bilott sono nate molte organizzazioni che si battono per bandirlo dai cicli produttivi, insieme con le altre sostanze tossiche. A distanza di venti anni dall'inizio della battaglia, Robert, più agguerrito che mai, continua ancora a lottare: nel 2018 ha presentato una class action chiedendo un risarcimento a favore di "tutti" i cittadini degli USA da parte delle aziende 3M, DuPont de Nemours. La vertenza è in itinere e si può ben immaginare quanto possa essere difficile vincere anche questa partita. Ma è bello sognare.

IL FILM
Il 20 febbraio scorso è uscito in Italia il film "Cattive acque", diretto da Todd Hayne, con Mark Ruffalo nei panni di Robert Bilott.
Nelle prime due settimane di programmazione ha incassato la miseria di 445 mila euro, il che vuol dire che è stato visto da non più di sessantamila persone. Non può essere addotta a scusante la chiusura dei cinematografi a causa del Covid-19, stabilita l'8 marzo, perché in quindici giorni i cinepattoni e altri filmetti insulsi sono capaci di incassare anche 30-40 milioni di euro.
La disaffezione (gravissima) del pubblico italiano nei confronti del cinema d'autore e del cinema-inchiesta è storia vecchia ed è inutile ribadirla. Il film è attualmente in programmazione sulla piattaforma Sky e merita davvero di essere visto da quante più persone possibile.
Sarebbe il caso, poi, di effettuare un sopralluogo nella credenza, perché in circolazione vi sono ancora tante padelle realizzate con teflon e sarebbe il caso di smaltirle, avendo l'accortezza di considerarle rifiuti speciali. Attenzione alla "disinformazione" che, soprattutto in rete, abbonda. Con l'occasione, poi, sarebbe anche il caso di informarsi adeguatamente sui cibi spazzatura e pericolosi e monitorare accuratamente la dispensa, che sicuramente ne conterrà a iosa.
Possa essere questo, quindi, l'inizio di un percorso di ravvedimento: le multinazionali sono senz'altro dirette da soggetti senza scrupoli, ma se noi ci facciamo avvelenare in allegria, da vittime ci trasformiamo in complici. Complici molto stupidi, tra l'altro. Robert Bilott da venti anni si sta sacrificando per tutti noi. Forse è il caso di aiutarlo ad aiutarci.
   
     
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