CULTURA  
    di Lino Lavorgna    
       
    MAGGIO DI SANGUE. IL SANGUE DEI VINTI    
   
INCIPIT
"Era l'inizio di maggio del 1945. E ricordo quel tempo come avvolto nella felicità. La paura che ci incutevano i tedeschi apparteneva al passato. Le bombe sganciate dagli aerei alleati sopra il ponte ferroviario su Po, sempre fuori bersaglio, avevano smesso di cadere. Di lì a poco, saremmo tornati a fare il bagno nelle acque pulite del fiume, alla Baia del Re, senza il rischio d'incontrare gente armata in mezzo ai boschi. Si ballava dappertutto, al chiuso e all'aperto. Trionfava un ritmo nuovo: il boogie-woogie. I più bravi a ballarlo erano gli americani neri della Divisione "Buffalo", che mangiavano la mortadella confezionata a cubi, roba mai vista. Ma noi contavamo sulle ragazze della città". Volteggiando al ritmo del boogie-woogie, mostravano le cosce e le caste mutandine bianche". (Gianpaolo Pansa, "Il sangue dei vinti", Sperling Paperback, 2003).

PROLOGO
Sulla guerra civile combattuta nel Nord Italia, dal 1943 al 1945, sono stati scritti volumi che riempirebbero le stanze di un palazzo di dieci piani. Gli eccidi compiuti dai tedeschi e dagli italiani che aderirono alla Repubblica sociale hanno avuto, e legittimamente continuano ad avere, larga eco mediatica al fine di onorare la memoria delle vittime e far comprendere fino a che punto possa spingersi la natura umana, quando il sonno della ragione ottunda la mente, dando forma a quel mostro dormiente che ci portiamo dentro dalla nascita, da Francisco Goya magistralmente rappresentato in un celebre dipinto.
Siccome la storia è sempre scritta dai vincitori, tuttavia, spesso gli eventi risentono di manipolazioni protese a distinguere i buoni dai cattivi con una linea di demarcazione netta, che escluda ogni forma di contestualizzazione, elemento importantissimo, invece, per penetrare nel "mood" di un'epoca e comprenderla pienamente.
Molti storici, però, non amano produrre quel difficile sforzo mentale che dovrebbe indurli a viaggiare nel tempo per mettersi al centro degli eventi e "vederli da vicino", ritenendo più semplice lasciarsi trasportare dal vento a loro più congeniale, facendo finta di ignorare, o ignorando davvero, che bene e male non solo sono due facce della stessa medaglia, ma da sempre convivono su entrambi i lati, in un groviglio di situazioni pregne di sfumature intermedie, non facilmente districabili, soprattutto se non lo si desideri fortemente.
Chi scrive, invece, trova interessante proprio girovagare tra spazio e tempo per meglio comprendere uomini e cose e riferire i fatti nella loro cruda essenza, abiurando qualsivoglia mistificazione. Cosa possibile perché, ragazzino, attraversando il bosco alla ricerca di me stesso, al cospetto di due strade che divergevano, scelsi la meno battuta. E questo ha fatto tutta la differenza.
Nel mese di maggio 1945, a guerra finita, l'odio feroce che vide tanti italiani gli uni contro gli altri armati, sfociò in terribili carneficine, vendette, regolamenti di conti che nulla avevano a che vedere con i fatti di guerra. Il compianto giornalista Giampaolo Pansa ne ha parlato compiutamente nel saggio succitato, che non dovrebbe mancare in nessuna casa. Gli eccidi furono davvero tanti e in questo articolo ne commemoriamo uno emblematico, avvenuto l'11 maggio 1945, in un piccolo centro della Bassa Padana, che vide tra le vittime ben sette fratelli: i fratelli Govoni di Pieve di Cento.

SI ODIANO GLI ALTRI PERCHÉ SI ODIA SE STESSI (CESARE PAVESE)
Pieve di Cento è nel cuore di quell'area emiliana assurta a fama mondiale grazie al film "Novecento", uno dei tanti capolavori di Bernardo Bertolucci, interpretato da un cast stellare, di caratura internazionale. Seguendo lo svolgimento dei fatti narrati nel film, riusciamo agevolmente a proiettarci in quell'ambiente agreste, dove l'odio di classe ha radici antiche, mai assopite. Fu proprio a Reggio Emilia, infatti, che nel 1893 le varie anime del socialismo - riformisti, massimalisti, rivoluzionari marxisti, anarchici, radicali democratici, radicali e basta, socialdemocratici pacati e con testa calda (alcuni con testa vuota), liberali insurrezionalisti e altri tipi strani - avviarono quel processo di "armonizzazione interna" che li indusse a definirsi Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
Una insalata mista con ingredienti così disarmonici, ovviamente, non poteva durare a lungo e sappiamo quello che è successo dopo con scissioni, riappacificazioni, ulteriori scissioni e la nascita di formazioni politiche che hanno inciso fortemente sulla storia d'Italia, fino al 1992, quando, grazie al coraggio di un pugno di giovani magistrati, fu finalmente chiaro dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno che il socialismo sta al bene dei lavoratori come un Tavernello annacquato sta a un Amarone Riserva Speciale.
A Pieve di Cento, non lontano dal centro abitato, in aperta campagna, vi era una modesta casa nella quale abitava una coppia di contadini, laboriosa come tanti e senza grilli nella testa. Papà Cesare lavorava sodo nei campi, coadiuvato dalla moglie Caterina Gamberini, che alternava l'aiuto nei campi alla cura del focolare domestico, soprattutto quando la famiglia divenne ben numerosa. Dopo il matrimonio, infatti, celebrato agli albori del secolo, nel giro di venti anni, mise al mondo ben otto figli: Dino (1905), Marino (1911), Maria (1913), Emo (1914), Giuseppe (1916), Augusto (1918), Primo (1923), Ida (1925).
Cinque figli maschi seguirono le orme paterne, dando impulso all'attività contadina; Dino ed Emo, invece, impararono a lavorare il legno e divennero dei bravi falegnami. Maria, tipica bellezza emiliana, alla pari della sorella Ida, si sposò giovanissima e si trasferì con il marito nella vicina Argelato. Ida si sposò anche lei giovanissima e nel marzo del 1945, a poche settimane dall'arrivo degli alleati nella zona, mise al mondo una bimba.
Politicamente la famiglia Govoni non era esposta: i genitori pensavano solo a lavorare sodo per tirare avanti; Dino e Marino furono gli unici e che ebbero un ruolo marginale nella Repubblica Sociale: il primo come legionario e il secondo come brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana. Nessuno degli altri figli si era mai interessato di politica e non avevano nemmeno mai richiesto la tessera del PNF.

Le bande partigiane iniziarono le scorribande nella zona sin dopo la liberazione da parte delle forze alleate, intensificandole nel corso del mese di maggio, con scorribande che seminavano il terrore. La sera del nove maggio vennero assassinate dodici persone dopo innumerevoli sevizie, anche loro da tutti dimenticati: la professoressa Laura Emiliani di S. Pietro in Casale; l'ex Podestà di San Pietro, Sisto Costa con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo; Enrico Cavallini, Giuseppe Alberghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartari, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri e Augusto Zoccarato, tutti residenti a Pieve di Cento.
Il giorno seguente la banda decise di dedicarsi alla caccia dei membri della famiglia Govoni, senza alcuna ragione particolare, ma solo perché si sapeva dei due fratelli che avevano aderito alla Repubblica sociale. Il primo a essere catturato fu Marino, trasportato presso il casolare del contadino Emilio Grazia, che funse prima da prigione e poi da luogo del massacro. Marino era a casa da solo, mentre i fratelli erano in giro per il paese. Nessuno di loro si sentiva in pericolo e non immaginavano di essere finiti nella lista nera. Sin dai primi giorni post-liberazione furono interrogati e subito rilasciati perché non era emersa nessuna accusa a loro carico. Nel corso della notte i partigiani rintracciarono tutti gli altri fratelli e li arrestarono. Ida implorava di non separarla dalla figlioletta che doveva allattare, ma non mosse a pietà gli aguzzini, che catturarono anche il marito, per poi liberarlo buttandolo in malo modo dal camion con il quale trasportavano i prigionieri. Prima del trasferimento presso l'abitazione dove era prigioniero l'altro fratello vi fu una sosta durante la quale si diede sfogo alla più bieca ferocia di cui un essere umano possa essere capace. Le grida di dolore e il terrore disegnato sul volto dei poveri fratelli Govone fungeva da alimento di quell'odio sviscerato con una violenza senza eguali, tipica di chi agisca, oramai, sotto l'esclusivo impulso di istinti primordiali.
Il mattino successivo, con le ossa rotte, il volto tumefatto e i fremiti di chi già immagina la triste sorte cui va incontro, furono tutti portati nella improvvisata prigione, dove si ricongiunsero con il fratello. L'unica a non essere rintracciata e a scampare all'eccidio fu Maria. Nella prigione trovarono altri dieci compaesani, precedentemente catturati: Alberto, Cesarino e Ivo Bonora (nonno, figlio e nipote diciannovenne), Guido Pancaldi, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Vinicio Testoni, Ugo Bonora, Guido Mattioli e Giacomo Malaguti. Tutte persone rispettate in paese per la loro onestà, ma con un "grave" difetto: erano anticomunisti.
Giacomo Malaguti, studente universitario ventitreenne, da sottotenente d'artiglieria aveva addirittura combattuto contro i tedeschi a Cassino, nelle fila dell'Esercito Cobelligerante Italiano, restando ferito. Poi passò nell'Ottava Armata inglese, impegnata sul litorale adriatico. Anticomunista convinto, al termine della guerra, rientrato a Pieve, assistette a una discussione tra il padre e un inquilino, comunista, che si comportava in modo arrogante. Per sedare la discussione esortò il padre a lasciar perdere, asserendo, magari solo per spingerlo a non insistere nella diatriba, che, dopo tutto, i comunisti avrebbero comandato ancora per pochi giorni. Chissà, forse realmente sognava un'altra sorte per l'Italia liberata dal fascismo, ma quali che fossero i suoi sogni non potremo saperlo: quella frase fu segnalata al comando partigiano, segnando la sua sorte. E pazienza per i meriti acquisiti durante la campagna di liberazione.
Nella mattinata dell'11 maggio una voce serpeggiava in zona, allietando i comunisti bramosi di sangue: nel casolare di Emilio Grazia stava per iniziare una "bella festa" alla quale tutti erano invitati a partecipare.
L'invito fu massicciamente accolto e ciascuno volle partecipare secondo il macabro rituale che ben traspare dalle note immagini di Piazzale Loreto. L'unica differenza è che sui poveri fratelli Govoni e gli altri malcapitati la ferocia disumana prese corpo quando erano ancora in vita. La festa proseguì fino a tarda sera, intervallata anche da una parvenza di processo, con sentenza ovviamente già scritta. Le urla strazianti delle vittime si fusero con quelle di gioia dei carnefici, trasformandosi in un macabro concerto senza spettatori, essendo il casolare isolato.
Solo Dio poteva udire quell'insieme di note stridenti e sicuramente le vittime lo avranno più volte invocato, durante le oltre dodici ore di sevizie, magari chiedendosi se non si fosse troppo distratto, per permettere tanto scempio. Poco prima di mezzanotte, dopo aver prelevato fedi e catenine d'oro, le vittime, oramai già quasi prive di vita, furono portate non lontano dal casolare, legate tre a tre, strangolate con un pezzo di filo telefonico e gettate in una fossa anticarro. Di fianco ve n'era un'altra, dove giacevano altri venticinque cadaveri. Un silenzio tombale discese sulla vicenda, alla pari di quanto accadde anche in altri luoghi.
I comunisti avevano licenza di uccidere senza pagarne il fio. I poveri genitori, affranti, chiedevano a tutti che fine avessero fatto i figli: tutti sapevano, ovviamente, ma nessuno parlava. Dopo oltre un mese di immani sofferenze e inutili ricerche, papà Cesare si recò presso la locale stazione dei carabinieri per presentare una formale denuncia, raccolta dal maresciallo maggiore Nunzio Cardarelli e trasmessa via telegrafo alla tenenza di San Giovanni Persiceto: "Il 19 corrente, ore 11, Govoni Cesare, fu Gaetano, anni 68, contadino da Pieve di Cento (Bologna), denunciava all’Arma di Pieve di Cento che alle ore 6,30 circa 11 maggio scorso quattro sconosciuti provvisti automobile et armi automatiche prelevarono i di lui figli sottoelencati dei quali ignorasi tuttora sorte. Delitto ritiensi originato motivi politici. Diramate ricerche. Indagasi". Non serve una laurea in psicologia per immaginarsi la scena: un padre disperato cerca aiuto; il maresciallo raccoglie la denuncia "promettendo" di indagare e doverosamente informa i superiori. Nel fonogramma, però, si tradisce utilizzando la parola "delitto".
Ovviamente era ben al corrente della triste sorte riservata ai fratelli Govoni e ai loro compaesani. Gli anni si susseguivano gli uni dietro l'altro e i tragici fatti di maggio restavano ben nitidi solo nei cuori e nelle menti dei familiari delle vittime. Una sorta di rimozione pervase la maggioranza dei cittadini, desiderosi di girare pagina e chiudere con il passato. I genitori dei Govoni non si arresero e continuarono la loro battaglia per appurare la verità, senza però ottenere alcun risultato concreto. Bruno Vespa, nel saggio "Vincitori e vinti", (Mondadori editore, 2008) riporta una testimonianza di Cesare Govoni Junior, figlio di Dino, relativa a un episodio verificatosi nel 1949. La vecchia nonna Caterina, nel corso dell'estate, affrontò il partigiano Filippo Lanzoni, che diceva in giro di saperla lunga sulla fine dei Govoni, implorandolo di riferirle dove fossero stati sepolti i figli. Il bastardo rispose beffardo: "Procurati un cane da tartufi e va a cercarli", straziando un cuore già straziato. Caterina, settantenne, cominciò a urlare e l'uomo chiamò la moglie e altre donne che, senza alcun ritegno nei confronti di una settantenne, presero a picchiarla, facendola cadere e procurandole delle ferite che furono medicate presso l'ospedale.
Quell'episodio, però, risultò determinante per segnare una svolta e far muovere la giustizia. Fu visto, infatti, da Guido Cevolani, (o gli fu riferito), fratello di Alfonso, incappato nella retata dell'otto maggio, cui fece seguito la succitata strage del giorno successivo. Guido, all'atto della retata, inseguì i partigiani fino al loro covo e li affrontò, chiedendo la liberazione del fratello. Evidentemente era nelle condizioni di discutere in virtù della conoscenza di tutti loro, forse anche di qualche rapporto d'amicizia, e ottenne che il fratello fosse liberato. Indignato per quanto accaduto, riferì ai carabinieri i nomi di tutti i partigiani responsabili delle stragi. Finalmente fu possibile individuare il luogo della sepoltura e il 29 febbraio 1951 furono celebrati i funerali, in un clima di grande commozione, ma anche di molto astio.
Gli amici degli assassini, in segno di disprezzo, si misero a fumare ostentatamente al passaggio delle bare. Il processo si concluse nel 1953 con la condanna all'ergastolo per Vittorio Caffeo, commissario politico della brigata Garibaldi, Vitaliano Bertuzzi, il vicecomandante, per Adelmo Benni, membro del tribunale partigiano che aveva comminato le condanne a morte, Luigi Borghi, autore dei sequestri. Il comandante della brigata, Marcello Zanetti, non fu processato perché deceduto nel 1946. Il processo, come racconta Giorgio Pisanò nella sua monumentale opera "Storia della guerra civile in Italia", (Edizioni FPE, 1965), fu surreale e le condanne furono comminate esclusivamente per l'omicidio del tenente Malaguti! Gli assassini, intanto, con l'aiuto del PCI furono fatti fuggire in Cecoslovacchia e di loro si perse ogni traccia. Gli altri partigiani rimasti in Italia, pur riconosciuti colpevoli degli eccidi, beneficiarono dell'amnistia imposta da Togliatti e la fecero franca. Ai due genitori, lo Stato Italiano, dopo molte perplessità, concesse una pensione di settemila lire: mille lire per ogni figlio assassinato.
Termino di scrivere questo articolo alle ore 23 dell'undici maggio 2020, esattamente settantacinque anni dopo l'eccidio. In mattinata ho fatto delle telefonate a Pieve di Cento, per raccogliere delle dichiarazioni da parte di alcuni cittadini, discendenti diretti o indiretti delle vittime. In tutti ho colto una sorta di riluttanza a rievocare il triste evento. Anche Bruno Vespa, del resto, che addirittura ebbe modo di parlare con Paola, la figlia di Ida, riferisce che la donna fu cortese e disponibile ma non lieta, perché "si sentiva trascinata violentemente nel gorgo di fantasmi insanguinati che la perseguitano dalla nascita".
È comprensibile il ricorso alla "rimozione" perché per molte persone non è facile fare i conti quotidianamente con i fantasmi del passato, vittime o carnefici che fossero. Nondimeno la storia non va cancellata e tutto ciò che è accaduto deve affiorare, nel bene e nel male e soprattutto senza ombre. Una vera pacificazione nazionale, che consenta realmente di chiudere una terribile pagina di storia, contestualizzandola senza alimentare continuamente assurdi e improponibili rigurgiti, sarà possibile solo quando ciascuno sarà capace di approcciarsi agli eventi con animo sereno, scevro di qualsivoglia faziosità.
La pretenziosa propensione a ritenere di essere depositari della verità assoluta, da parte di chiunque, e il perdurare di un odio reso anacronistico non solo dal fluire del tempo, contribuiscono solo a perpetuare fino al parossismo la logica dell'occhio per occhio, rendendo infinita "la guerra civile".
Non è così che si favorisce la pace: occhio per occhio servirà solo a rendere tutto il mondo cieco, sosteneva Gandhi, al cui pensiero si può aggiungere quello di Madre Teresa, che insegna a perseguire i presupposti di pace non con le pistole e le bombe ma con l'amore e la compassione.
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