EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
 
    LA QUESTIONE DI RADIO RADICALE    
   
Il governo "del cambiamento" ha deciso, qualche mese or sono, di abolire i finanziamenti pubblici all'editoria e di non rinnovare la convenzione con Radio radicale per la trasmissione di almeno il sessanta per cento dei lavori parlamentari.
Il taglio complessivo per Radio radicale è di complessivi 12 milioni di Euro al netto dell'Iva, 8 per il non rinnovo della convenzione e 4 per il taglio ai fondi per l'editoria.
Si tratta di due misure in grado di mettere seriamente a rischio la sopravvivenza della Radio e di mandare "a spasso" il personale che si aggira sulle 52 unità, al netto dei collaboratori e dell'indotto.
Al fine del corretto inquadramento della vicenda è opportuno segnalare che la proprietà della radio, che si autodefinisce quotidianamente organo della Lista Marco Pannella (ed in quanto tale percepisce i contributi della legge sull'editoria), fa capo in realtà, almeno per la parte convenzionale, ad una S.p.A denominata Centro di Produzione, con sede in Roma e capitale sociale di 2.099.500 Euro. L'azionariato è così suddiviso: Associazione politica nazionale Lista Marco Pannella: 62,68%; Lillo Spa: 25,00% (grande azienda del settore alimentare del casertano); Cecilia Maria Angioletti 6,17%; Centro di Produzione Spa 6,15%. Tale società percepisce i fondi derivanti dalla convenzione per la trasmissione dei lavori parlamentari.
Va anche rilevato che la radio fu riconosciuta "impresa radiofonica di interesse generale, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 230 e che nel 1994 vinse la gara (sola partecipante) per la trasmissione delle sedute parlamentari, da quella data la convenzione è stata sempre rinnovata - come fosse una concessione - fino all'anno in corso.
Da fedelissimo ascoltatore di Radio radicale ho imparato ad apprezzarne l'impegno, la professionalità, la particolarità e l’indubbia utilità. Anche se solo la mia maturità ideale e politica mi consente di non essere influenzato dalla lettura di parte (radicale) che viene fatta degli accadimenti quotidiani. In particolare in "Stampa e regime" a cura del trio Boldrin, Cappato, Taradash. Non sto dicendo che si tratta di lettura faziosa, solo di parte. Il che è legittimo.
In ogni caso mi dispiacerebbe se la radio chiudesse anche se non mi convincono appieno le ragioni del necessario finanziamento pubblico. Non mi convincono nella parte "convenzionale", nel momento in cui la Rai, pubblica, ha un canale che si chiama Rai Parlamento e che potrebbe far funzionare molto meglio, persino assumendo parte del personale di Radio radicale.
Mi convincono invece nella parte sostegno all'editoria che altro non è che sostegno al pluralismo delle idee, il che in democrazia è cosa virtuosa.
E per l'ampiezza e la ricchezza dei contenuti prodotti da Radio radicale il contributo di 4 milioni è certamente insufficiente.
Tutt'altro è il tema del cospicuo archivio digitale che la radio ha accumulato nei decenni e che certamente rappresenta un valore in termini di memoria politica e civile del Paese e che meriterebbe, come le Teche Rai o l'Istituto Luce, una particolare attenzione da parte delle istituzioni pubbliche, un'attenzione volta alla sua salvaguardia ed accrescimento nel tempo. Forse anche a questo proposito un particolare accordo di collaborazione proprio con la Rai potrebbe essere risolutivo.
C'è infine la questione dell'approccio al mercato, come suggerito dal Presidente del consiglio. Senza dubbio sarebbe la strada maestra da percorrere, soprattutto se ci si dichiara liberali. Strada maestra anche nel caso di contenuti strettamente "politici". Ma gli ultimi dati disponibili sugli ascolti di Radio radicale, relativi al 2014 (dal 2015 ha deciso di non partecipare ad indagini sugli ascolti) dicevano che su circa 35 milioni di ascoltatori delle radio solo 244 mila seguivano Radio radicale. Un po' poco per approcciare al mercato. E proprio qui sta il busillis.
Auspico un ravvedimento operoso da parte del governo volto alla riconferma dei contributi all'editoria minore (e non alla Rai che riceve il canone ed a cui il governo quest'anno ha elargito ben 40 milioni) ed all'incremento dei contributi a Radio radicale, nulla da eccepire sulla non riconferma della convenzione che, a ben guardare, ha qualcosa di anomalo.
Nel frattempo, ho firmato la petizione per salvare Radio radicale anche se le mie idee e convinzioni raramente coincidono con quelle dei radicali.
 
   
     
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