EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
    LA "LEGITTIMA DIFESA" DEI POPOLI    
   
Che esista un diritto naturale degli individui alla difesa è pacifico fin dalla notte dei tempi. A tutte le latitudini ed in ogni epoca l'uomo libero, aggredito proditoriamente, ha goduto del sacrosanto diritto (e dovere verso coloro della cui incolumità fosse stato responsabile) di difendersi.
Difesa che non significa necessariamente farsi giustizia da sé. Persino nell'Italia contemporanea, nonostante l'avvicendarsi di tanti governi di sinistra, ancora sussiste nell'ordinamento un diritto alla legittima difesa sia pure fortemente circoscritto. Forse il governo in carica riuscirà a rafforzarlo, almeno in parte.
Lo stesso diritto, in misura enormemente rafforzata, sussiste per i popoli che, per tutelarlo, si dotano di eserciti, agenzie informative, guardie di confine e forze dell'ordine.
Basta frequentare un qualunque aeroporto per rendersi conto di quanti sforzi si compiano per evitare l’"import/export" di persone o sostanze pericolose o indesiderabili.
Ogni viaggiatore, pur dotato di documento di identità e regolare visto di ingresso per il Paese di destinazione, se vuole viaggiare è costretto alla spoliazione dei metalli, a "beccarsi" un piccola dose di radiazioni da scanner, a farsi radiografare i bagagli e, a campione, a sottoporsi ad oscuri test "epidermici". Inoltre, è costretto a rinunciare a portare con sé tutta una nutrita serie di beni ritenuti "pericolosi" compresa l'acqua ed una modica quantità di crema per le emorroidi. Come se non bastasse, mettendo piede in un aeroporto si espone anche ad un alto rischio di aggressione virale.
Ora se ogni viaggiatore "regolare", a prescindere da nazionalità, razza, sesso e religione, deve sottostare a tali spiacevoli regole nel nome della sicurezza, ossia della legittima difesa di ogni nazione di destinazione non si comprende perché mai dovrebbe essere consentito a soggetti pervicacemente determinati a forzare i confini di un Paese e le sue regole di accoglienza di immigrare illegalmente, senza neanche l'attenuante di fuggire da una guerra.
Pur di perseguire il disegno di entrare a forza in un altro Paese (in casa d'altri), guidati dal richiamo delle note di ancestrali tam-tam convertiti alle frequenze del 3 e 4G, in centinaia di migliaia sono pronti a pagare forti somme non a compagnie di viaggio, ma a trafficanti specializzati nella violazione dei confini altrui e nel contrabbando di massa ed a sfidare la sorte, a giocarsi anche, all'occorrenza, il tutto per tutto pur di raggiungere la loro meta, una meta che è spesso solo un tragico miraggio.
Quanti degli italiani che hanno voluto o dovuto migrare dopo l'unità d'Italia, si sono mai sognati di entrare da clandestini negli Stati Uniti, in Belgio, in Australia, in Sudamerica. Mai uno solo.
Tutto l'Occidente, Europa molle in testa, è accerchiato da masse che premono sui confini determinate a violarli, spesso con la complicità di "anime belle" che agognano alla sostituzione etnica, che scricchiolano sotto un malinteso senso di colpa che le induce a farsi complici degli invasori per espiare, per riparare presunti "secoli di sfruttamento".
Come se la storia non si fosse sempre alimentata del sopravvento dei forti sui deboli. Assiri contro Babilonesi, Ixos contro egiziani, Greci contro greci, greci contro Persiani, Macedoni contro i popoli d'Asia, Roma contro il mondo conosciuto, Cristiani contro musulmani, Mongoli contro asiatici, Spagnoli contro Indios, Inglesi contro nativi americani e asiatici, Arabi contro negri, Francesi contro tutti, Tedeschi contro tutti, Sovietici contro tutti, Statunitensi sopra tutti.
Su questo punto, sulla difesa o meno dei comuni confini, quel poco di Europa che si è finora riusciti ad costruire nei settant'anni dalla fine della guerra rischia di implodere, di polverizzarsi per poi andare alla deriva. Che senso avrebbe rinunciare alla difesa di un perimetro comune, finito e definito, per concentrarsi, ciascuno con scarsi mezzi e senza economie di scala, su quella delle singole frontiere interne di ogni Stato. Che follia!
Ma l'Europa ne è ancora capace, come si capisce dalla assurda piega che va prendendo la cosiddetta Brexit, come si capisce dalla duplice intesa Francia - Germania, come si intuisce dal serpeggiante egoismo competitivo che ne ottunde le migliori menti.
   
     
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