EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
    AMOR PATRIO    
   
Ciò che, nei secoli, ha abbellito borghi e città italiane, al di là della clemenza della natura, è stato l'amor di sé, il narcisismo, la vanagloria, il desiderio di lasciar traccia del loro passaggio di Nobili, Principi, Re, Papi e Prelati.
Ciascuno ha voluto il proprio palazzo, reggia, castello, giardino, parco, casino di caccia, abbellito, ornato, impreziosito dall'opera di architetti, artisti ed abili artigiani.
Il resto dei territori è stato lasciato alle cure ed allo sfruttamento, non sempre amorevoli, dei sudditi, salvo farne campi di battaglia o luoghi di razzia all'occorrenza.
Solo in rari casi, come nella Roma imperiale o durante il Fascismo, la molla del fare è stata diversa dalla volontà di sottolineare la gloria dei singoli, ma è stata amore, spinta alla grandezza civile di un popolo, anelito collettivo alimentato dalla fierezza, dalla collettiva volontà di emergere dall'ordinario per farsi forza e spinta di civiltà.
In questi rari casi il territorio tutto è stato oggetto di particolari ed amorevoli cure, è stato infrastrutturato, abbellito, bonificato. Sono state fondate città e nuovi insediamenti, eretti opifici, edifici e monumenti, accresciuto il territorio, per la gloria ed il maggior benessere dell'intero popolo.
Persino nelle colonie, nell’Africa Orientale Italiana come in Libia dove, cosa unica nell’intera storia del colonialismo, alla popolazione autoctona fu riconosciuta la cittadinanza italiana e, nel rispetto della loro cultura e tradizioni, furono fondati moderni insediamenti, uguali a quelli dei “colonizzatori” italiani, dotati anche di moschee.
Amor proprio ed amore collettivo, queste le due polarità, le due forze che hanno reso l'Italia quel che è oggi nelle vestigia della sua passata grandezza. Poi, finita l'ultima guerra, è calato il velo dell'oblio, della negazione, dell'alterazione della verità, della negazione della memoria.
La luminosa, per tanti versi, parentesi fascista - almeno sul piano civile e dell’efficienza dello stato - è stata rinnegata e rimossa e dell'antica Roma si è preferito ricordare le follie di Nerone, le persecuzioni religiose, la distruzione di Gerusalemme, il valore dei ribelli di Petra, la "grandezza" di Spartaco o de "Il Gradiatore", fino all'irridenza di Asterix.
Le testimonianze di amore collettivo fucina di civiltà non facevano comodo alla democrazia liberale che ha preferito esaltare l'individuo umanista e rinascimentale. E da allora non si è più eretto un monumento e non si è fondata città. I potenti di turno, "figli della Resistenza", emuli di quelli del passato, hanno agito per la loro effimera gloria, per accrescere il loro personale potere e ricchezza senza neanche avvalersi dell'opera di artisti e di abili artigiani.
Hanno costellato la penisola di brutture, di abusi, di scempi, di edifici rozzi, di orribili palazzi e ancor più orribili case popolari. Hanno violentato sistematicamente la natura. Hanno omesso di manutenere, di curare e abbellire il territorio, hanno voluto ignorare che ogni opera pubblica realizzata accende un centro di costo che si chiama manutenzione e così le stazioni, gli edifici pubblici, le case popolari, i beni demaniali sono andati e vanno in malora. E poi ci si meraviglia se crollano i ponti.
Ci fossero davvero "tanti piccoli Mussolini" in questa disastrata Italia.
   
     
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