EDITORIALE  
    di Lorenzo Fontana    
    VISIONI IDENTITARIE    
   
Quale mondo ha creato la globalizzazione? Quale futuro attende l'uomo? L'economia ultraliberista è garanzia di equità o, al contrario, è una minaccia continua?
Parlare di dottrina identitaria, oggi, significa innanzitutto andare al fondo di queste domande.
La reazione alla deriva globalista e omologatrice che rischia di appianare le differenze, far piazza pulita dei valori tradizionali e di distruggere la stessa idea di persona è infatti la ragione prima del successo dei movimenti identitari, che hanno nella Lega un punto di riferimento a livello internazionale.
Qualcuno ci chiama 'sovranisti', un termine a mio avviso inadeguato a rappresentare la nostra concezione della politica e la nostra visione. Perché la sovranità discende da una definizione forte di identità, da cui scaturisce l'esigenza di tutelare radici, tradizioni, usi, costumi, lingue, produzioni che appartengono all'infinita ricchezza dei nostri territori. Ciò vale anche nei rapporti con l'Europa ed è la ragione per cui l'Europa come super-stato è un'idea che combattiamo. Perché non può esistere un grande decisore unico che non rispetti le esigenze dei singoli Paesi e, all'interno di questi, le sensibilità che li compongono.
Troppo spesso si dimentica che il mondo attuale ha un passato alle spalle. Proprio attingendo dal recente passato, scopriamo che la prima definizione di "globalizzazione" è stata data dall'Economist nel 1962. Proprio in quel decennio la trasformazione economica e sociale poneva le basi di quella che poi divenne l'epoca della libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone.
In tanti guardarono a questo periodo come al 'sol dell'avvenire': la fine dei confini, delle barriere, giudicati come la prima ragione dei conflitti, l'epoca della ritrovata libertà.
Oggi, a distanza di decenni, bisogna prendere atto del fatto che questo 'sistema' non ha prodotto il benessere sperato. A livello mondiale ha acuito la distanza tra i grandi possessori di ricchezza e la parte esclusa.
L'ultimo rapporto Oxfam dà un'idea del divario oggi esistente tra queste due porzioni di mondo: l'1% più ricco possiede metà della ricchezza aggregata netta totale del pianeta (il 47,2%), mentre 3,8 miliardi di persone, che corrispondono alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare sullo 0,4 per cento.
Da qui la genesi delle grandi migrazioni, dei movimenti di massa dei - cosiddetti - 'migranti economici', che qualcuno oggi vorrebbe ricondurre a un fenomeno di tutti i tempi, senza legarlo specificamente alle responsabilità del nostro tempo.
Responsabilità che passano anche attraverso gli interessi di chi, per abbassare il costo del lavoro o per destabilizzare Paesi, ha convenienza a incentivare l'esodo di masse di persone. E i numeri si incaricano di dimostrare la portata di questo fenomeno: 258 milioni di migranti nel mondo.
Nel ricco vecchio continente un certo establishment europeo si è perfettamente allineato a questo corso storico, finendo per uniformarsi agli interessi delle multinazionali e, comunque, ai grandi interessi commerciali. Paesi come l'Italia, che hanno fatto della piccola e media impresa la culla della propria storia economica, storia di successo, sono stati travolti dall'assalto dei giganti. Sono nate addirittura le 'over the top', con fatturati superiori al prodotto interno lordo degli stati e capaci di poter fissare le regole del gioco e condizioni fiscali di vantaggio, salvo poi delocalizzare in base alla convenienza e lasciare dietro di sé disoccupazione e desertificazione economica. Risultato: secondo il "The missing profits of Nations" pubblicato dal "National bureau of economic research", ogni anno le multinazionali guadagnano sul suolo italiano e fanno volare nei paradisi fiscali 20 miliardi di euro. Se questi profitti fossero tassati in Italia frutterebbero alle casse dello Stato 6 miliardi di euro all'anno. Ma ciò che è ancor più grave è che la dottrina turboliberista ha sconfinato rispetto al proprio ambito economico ed è diventata ispiratrice di un autentico 'modello' sociale e culturale, che ha comunque un fine ultimo di natura economica: massimizzare i profitti e le possibilità di previsione e controllo sui consumi. L'homo globalis - modello ispiratore di questo nuovo fenomeno - è un individuo che si intende innanzitutto come consumatore. Il consumo si basa sulla creazione di bisogni materiali e sulla progressiva spoliazione di ogni altro genere di necessità, siano esse relazionali o spirituali. Da qui la distruzione di ogni punto di riferimento attraverso il relativismo esasperato, il laicismo dilagante, l'attacco alla famiglia, luogo da cui originariamente si originano le scelte e nucleo economico fondamentale, presidio di libertà degli individui. Insomma: una minaccia da scansare, in nome della nuova dottrina solipsistica. L'individuo solo è uno strumento facile da manipolare, vive dei propri bisogni - che possono essere orientati - e non deve tenere conto di quelli degli altri. Una perfetta macchina da consumo, utile e funzionale agli interessi dei giganti dell'industria.
La storia ci dice che tipico di ogni totalitarismo è sempre stato l'impulso ad assoggettare ogni individuo e ogni società a una ideologia, a un modello precostituito di uomo, attraverso violenze, strumenti di persuasione, finta retorica. La globalizzazione, cancellando le differenze, di fatto si alimenta del medesimo carburante.
Per questo viviamo l'epoca della nuova Resistenza. Gli identitari sono chiamati a una sfida epocale: riportare l'uomo al centro, nella vita politica e nell'economia, tutelare la nostra economia, ridare priorità alla persona, proteggere i confini, salvaguardare la famiglia, restituire la coscienza della nostra storia. E riformare l'Europa affinché possa finalmente rispondere al sogno originario, un'Europa che abbia fondamenta forti, che condivida valori comuni e che abbia il coraggio e la libertà di riscoprire le proprie radici cristiane. Solo così potremo veramente essere forza agli occhi del mondo: per dialogare con chiunque occorre infatti prima sapere chi si è e da dove si proviene.

   
         
  EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
       
    RIFLESSIONE SUL SOVRANISMO    
    La sovranità è il pieno potere indipendente da ogni altro. Nella realtà di un sistema globale interconnesso tale indipendenza incontra forti limitazioni nei rapporti di forza tra gli Stati, negli interessi geopolitici e nelle logiche di influenza che li determinano, nei trattati e, spesso, nelle convenienze. Essa è, oggi, propria degli Stati, dopo il lento declino dell'idea di impero universale. La sovranità implica l'indipendenza nei riguardi di ogni altro Stato o persona giuridica esterna e la supremazia assoluta rispetto a tutte le soggettività, fisiche e giuridiche, ricomprese all'interno del proprio territorio o temporaneamente al di fuori di esso e sul territorio stesso. L'autolimitazione della sovranità è contemplata, per l'Italia, dall'art. 11 della Costituzione, purché "sia assicurata pace e giustizia fra le Nazioni". Da qui potrebbero nascere molte considerazioni su accordi e trattati che, al di là delle dichiarazioni di principio, non garantiscono "pace e giustizia fra le Nazioni". E' il caso, ad esempio di alcuni trattati europei (Dublino per tutti) e di altri sul commercio internazionale. Nelle moderne democrazie il titolare della sovranità è il popolo che la esprime attraverso la potestà politica che si concretizza col suffragio, anche se già nel diritto romano la lex era ciò che il popolo ordina. Quindi la sovranità è della nazione. Per Giuseppe Mazzini la sovranità può sussistere solo se é Bene sociale, Libertà e Progresso.

Il sovranismo sarebbe, secondo la definizione che ne dà l'enciclopedia Larousse, una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali. Quasi identica la definizione del Dizionario Treccani. Secondo tale definizione si tratterebbe soltanto di un meccanismo di difesa dalle logiche della globalizzazione. Alcuni fanno coincidere il sovranismo con l'anteposizione dei propri interessi rispetto a quelli di qualunque altro. Se si trattasse solo di questo allora il Partito comunista, col suo "dalla culla alla tomba" e con l'anteposizione degli interessi del partito e dei militanti a qualunque altro interesse potrebbe essere definito come il sistema più sovranista che si sia mai conosciuto, analogamente per gli epigoni di quel modo di pensare.
Ma la priorizzazione dei soli interessi, di gruppo, di comunità, di nazione è insufficiente a definire un fenomeno complesso come il "sovranismo". Così come è fuorviante la sola "contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali".
Dal punto di vista di chi scrive un sovranismo europeo di un'Europa finalmente nazione o confederata, sarebbe auspicabile e desiderabile, meno comprensibile, sullo scenario globale, il sovranismo di piccole entità nazionali quali la Lettonia, il Montenegro, la stessa Italia e tutti gli altri stati europei che, singolarmente considerati, non hanno una massa critica sufficiente per contare granché.
Tuttavia, in una prospettiva medio/lunga e disincantata, ha ragione il Professor Carlo Galli nel dire: "La Ue è oggi inchiodata a una "situazione intermedia", a una impasse tra Stati e Unione, che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire "sovranismo". Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche anti-sovraniste, il cui senso va chiarito. Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati "Stati Uniti d'Europa": per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi."
(Carlo Galli https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/04/24/apologia-della-sovranita/)
E ancora: "La lotta politica in Italia si è semplificata intorno alla contrapposizione fra un male e un bene: il mondialismo, o l'europeismo (che non sono la stessa cosa), l'accoglienza, la democrazia, contro la sovranità, l'autoritarismo, la xenofobia. In questa contrapposizione viene ricompresa quella fra destra e sinistra: la sovranità è la destra, e la lotta contro di essa è la sinistra. Ma la sovranità è una cosa più complessa, e non è possibile sbarazzarsene derivandone un termine ingiurioso - sovranismo -.
La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere col fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, e che ha una volontà e di una capacità di agire. C'è esistenza politica se c'è sovranità.
La sovranità è l'ordine giuridico che vige in un territorio: un ordine che, come una prospettiva pittorica, ha un fuoco che ne è l'origine e il vertice. Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l'esistenza. L'ordine dello Stato.
Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma se stesso, che persegue i propri interessi strategici. E che mentre si afferma, esiste, sia che dica "We the People" - come nella Costituzione degli Usa -, sia che dica "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l'altra faccia della sovranità. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per dare vita a un'altra, più adeguata ai tempi. Qui c'è l'aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordini attraverso il disordine, norme attraverso l'eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra. E c'è anche la sua dimensione sociale: la sovranità è il prodotto di quelle classi che di volta in volta hanno la forza e le idee per immaginare e plasmare l'intero assetto politico di una società.
Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e di dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra. La storia d'Europa è una storia di nazioni che lottano per essere sovrane, e di lotte all'interno degli Stati perché la sovranità abbia un volto umano, perché se ne tengano a freno gli aspetti più inquietanti, che tuttavia è impossibile cancellare.
Ma, si dice, la sovranità dei singoli Stati non ha senso nell'età globale; oggi l'economia, e le questioni che essa porta con sé, scavalca le sovranità e i loro confini, i loro ambiti ristretti. Capitalismo e migrazioni sfidano la sovranità, la rendono un concetto obsoleto. Le forme del potere, dell'economia e del diritto sono, oggi, fluide, sganciate dallo spazio e dai territori: sono "reti", e non hanno "vertici". Lo spazio della politica è il mondo, non lo Stato. Oppure, in alternativa a questa narrazione mondialista, si afferma che, per gestire con successo le dinamiche politiche ed economiche globali, è l'Europa che deve avere sovranità, non i singoli Stati. Tuttavia, se ben guardiamo, la scena internazionale è ancora il teatro di sovranità politiche che agiscono (anche militarmente) in parallelo con le forze economiche; e queste hanno sì estensione globale, ma hanno anche un'origine e un orientamento precisi: esistono insomma, differenziate, le sovranità della Cina, degli Usa, della Russia, della Turchia, di Israele, dell'India, del Brasile (solo per fare qualche esempio), ed esistono capitalismi nazionali che si dispiegano nel mondo. E, per venire all'Europa, esistono le sovranità di Germania e Francia, di Inghilterra e Spagna, eccetera, con le loro politiche estere; ed esistono i rispettivi capitalismi, più o meno aggressivi.
La Ue, poi, è un insieme di Stati sovrani, alcuni dei quali hanno rinunciato alla sovranità monetaria per creare una moneta unica, ma hanno conservato la sovranità fiscale (di bilancio), oltre che gli ordinamenti giuridici e istituzionali nazionali. È un insieme di Stati in cui prevale in ultima istanza il Consiglio dei capi di Stato e di governo, dove pesano i rapporti di forza fra le diverse sovranità. Insomma, la Ue non ha sovranità; non sa identificare né perseguire propri interessi strategici. A differenza degli Usa - federazione sovrana di Stati non sovrani -, la Ue è un insieme non sovrano di Stati sovrani, che hanno un vincolo comune, la moneta, pensata secondo i parametri austeri del pensiero economico tedesco, la "economia sociale di mercato". Un vincolo che divide, che crea effetti disomogenei - benefici per alcuni Stati e per alcuni strati sociali, meno per altri -. I "sovranismi" sono infatti la protesta degli strati deboli (non solo degli Stati deboli, ma ormai di gran parte dell'Europa) contro le conseguenze sociali del paradigma economico vigente, e anche contro il fenomeno delle migrazioni. Sono una richiesta di protezione e di stabilità - intercettate da destra, ma in sé non di destra -, rivolta al soggetto politico, lo Stato, che, come Stato sociale, a suo tempo se ne era fatto carico.
L'Europa è in bilico, quindi, fra due ipotesi: costruire un'Unione sovrana, federale, certo, ma capace di assumersi gli oneri sociali e i rischi geostrategici di una vera sovranità continentale, come chiedeva il Manifesto di Ventotene - il che significa, tra l'altro, politica estera unica e politiche fiscali comuni, ovvero una diminuzione del peso degli Stati e un aumento del peso del parlamento di Strasburgo e della Commissione -; oppure accrescere la capacità politica dei singoli Stati abbassando il peso del vincolo comune. O una sovranità europea o diverse sovranità statali, collaborative ma autonome. Non l'ibrido instabile che oggi genera tensioni e ribellioni che mettono a rischio gli assetti democratici europei.
Quanto sia plausibile, probabile o desiderabile una ipotesi o l'altra, quanta energia politica delle élites nazionali o dei popoli europei sia disponibile per l'una o l'altra, dovrebbe essere il vero oggetto di dibattito politico. Anziché demonizzare o idolatrare la sovranità, si dovrebbe insomma riconoscere che questa, su scale differenti, è ancora la serissima posta in gioco della politica.
"
(Carlo Galli, https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/05/14/senza-sovranita-non-ce-politica/)
Illuminato e illuminante il pensiero del Prof. Galli. Tornando al sovranismo esso non è solo meccanismo reattivo è anche afflato identitario, riaffermazione di specificità distillate da una peculiare storia e cultura.
Nel successo dello slogan: "Prima gli italiani" non c'è solo la reazione alle angherie derivanti dall'ottusa applicazione dei trattati europei, non c'è solo l'anteposizione degli interessi del popolo italiano, c'è anche un'idea di comunità, rafforzata dal comune patimento, c'è anche l'orgoglio dell'appartenenza, il senso della nazione, il desiderio di giustizia, troppo spesso negata o annegata negli interessi altrui e c'è pure un filo di speranza che non vuol morire.
Sì, è giusto, prima gli italiani.
   
       
         
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