Editoriale Numero 21 - Febbraio 2014
 
 
  EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
    VAE VICTIS    
   
Che sia il "Genio della specie", quello ipotizzato da Schopenhauer, che, accortosi di essere andato ben oltre il ragionevole nel compito di garantire la perpetuazione della specie, ha tirato il freno con l'obiettivo di impedire un mondo sovrappopolato e sofferente e per questo allieta gli uomini con l'Hiv, l'Aids, il cancro per trasmissione sessuale, l'incremento esponenziale dell'omosessualità e di quanti desiderano appartenere alla confusa identità della sessualità trangender?
Che sia sempre lui a determinare i cali demografici dei Paesi più opulenti ed a seminare nuove epidemie in quelli più arretrati?
Sì, deve esserci il suo zampino nella strana singolarità che vede coincidenti il massimo della libertà sessuale e del benessere (materiale) individuale con il massimo della denatalità. E le tracce dello "zampino" si vedono nella progressiva infantilizzazione del genere umano e nella conseguente deresponsabilizzazione.
A chi frega più di sobbarcarsi dei sacrifici, lunghi almeno un ventennio, necessari per far crescere ed educare un figlio? Meglio perdersi nei trastulli del gioco, annullarsi nelle ludopatie, nelle tentazioni della rete, nel proprio smartphone, nel gioco di ruolo della competizione depurata dall'istinto predatorio, nei farseschi richiami che non hanno "alfa".
E' come se le Parche avessero smesso, tutto ad un tratto, di filare per gli uomini grandi destini e la Terra avesse preso a generare schiere di esseri infantili, deboli e labili: gli ignavi. Ultima tappa di un'evoluzione a ritroso essi sono l'ultimo frutto della Terra e il più amaro. In sterminate masse, in disordinate greggi, senza cani né pastori, errano nel tempo cercando senza sosta qualunque cosa li consumi o che dia loro un senso. Non hanno nulla di grande se non l'Inconscio che procura loro grandi angosce e nevrosi.
Hanno un'unica grande capacità la mediazione e mediano tutto: vita, pensieri, idee, affetti, rancori, emozioni. Né conoscono la Morte, perché mai mettono in gioco la Vita, perciò non è concessa loro alcuna forma di ribellione.
Il Dolore non li tocca, appena esso soggiunge vanno in narcosi, per non vedere per non sentire e quando, ormai assuefatti, non trovano altre vie di scampo si dissolvono nella Pazzia.
Coltivano le illusioni e le credenze, ma non conoscono la Fede che smuove le montagne e non riescono così a smuovere neanche sé stessi.
Non amano la Speranza che è lo specchio della loro insipienza, il presagio di ciò che mai saranno, la misura della loro ignavia.
Considerano il Prezzo la misura di tutte le cose e non praticano la Carità, essendo il prezzo del dare sempre più alto di quanto possono.
Non conoscono la Gioia del Desiderio, la loro Volontà dura l'arco di un mattino.
Essi non saranno mai stelle.
   
     
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