EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
    NAUSEA DA BUONISMO    
   
Il buonismo è una pericolosa malattia dei nostri tempi, distillata dal pensiero di una certa sinistra "benpensante" che ha scoperto il "mercato", ed inoculata in massicce dosi alle masse europee.
Masse di uomini e donne per le quali il consumo è diventato il supremo metro di una supposta uguaglianza. "Consumo dunque sono", che poi le istituzioni, a partire dall'Unione Europea, abbiano specializzato la loro funzione nella "regolazione" degli stili di consumo e comportamentali, affinché siano standardizzati il più possibile non importa. La differenziazione è maligna... Il principio di specificazione che ha plasmato la vita, il mondo e la storia va ignorato e ripudiato.
"Non esistono bambini cattivi", "gli uomini sono tutti uguali", il "buon selvaggio", la società "aperta, globale e accogliente" sono alcuni dei subdoli vettori del virus. Tanto subdoli da rendere autocastratoriamente desiderabile persino la rimozione dei simboli identitari di una civiltà come il presepe, l'albero di Natale o il Cristo in croce, quale ipocrita forma di rispetto estremo verso l'ospite portatore di una diversa cultura e valori. Ciò anche se l'ospite mai farebbe altrettanto a casa sua. Mica scemo LUI, che sia arabo, cinese, indiano o di fede islamica.
I bambini non sono tutti buoni anche se, finché sono in fasce, emettono uguali richiami, genetici e di specie, per invogliare gli adulti alla protezione. Poi, crescendo ciascuno secondo la propria inclinazione, i propri geni e l'educazione assorbita, più ancora che ricevuta, ognuno realizza il suo destino - mosso sempre da spinte egoistiche secondo il pensiero liberale - chi di scienziato, di filantropo, di studente modello, chi di bullo, di deviante, di delinquente. Secondo il pensiero della sinistra è la società che produce i cattivi, in quanto il male non esiste. Pertanto è la società che deve sentirsi in colpa e rimediare ai suoi errori fornendo ai devianti opportunità di riscatto, tuttavia dalle carceri minorili, nonostante gli strenui sforzi verso il recupero ed il reinserimento, di "riscattati" ne escono ben pochi, spesso sono solo i più deboli, i meno determinati. E poi ci si stupisce delle violenze del "branco", della inusitata ferocia delle bande giovanili, di "Gomorra".
Gli uomini, per loro fortuna, sono tutti diversi. L'uguaglianza è un teorico punto di arrivo, non di partenza, in quanto si può anelare a farsi uguali in virtù, saggezza e conoscenza, secondo l'ideale cavalleresco. Altro è la pari dignità sociale che è di tutti. In affari ed in politica la disuguaglianza viene, in genere, premiata col successo economico o con la leadership.
Poco importa se, quasi sempre, in tali affermazioni si manifesta l'"homo hominis lupus". Ma, per il resto dei membri di una società democratica il mito dell'uguaglianza, davanti alla legge e nei diritti di cittadinanza, finisce per tenerli tutti ben lontani da una giustizia giusta e dal potere, atteso che è una gran baggianata il fatto che "qualunque americano può aspirare a diventare il Presidente", visto che non è mai accaduto se non nei film. O si appartiene ad un potente clan e si dispone di un pacco di milioni di dollari o la presidenza è preclusa. In questo l'esperienza italiana dei Cinquestelle e della Lega rappresenta un'emblematica novità. Un gruppo di persone normali, spinte in alto dal consenso popolare, ha raggiunto le vette del potere concretizzando per la prima volta l'ideale democratico più autentico. Speriamo ora che i dirigenti di quei partiti vogliano farsi uguali secondo l'ideale cavalleresco.
E veniamo al "selvaggio buono", che è l'archetipo da sinistra, che determina la posizione verso l'immigrazione. Sulla base di tale presupposto tutti coloro che fuggono da guerra e persecuzioni o, più spesso, da condizioni di vita dure nei loro paesi sono bravi poveracci da accogliere a braccia aperte perché si deve essere società "aperta e globale" in quanto il mondo è di tutti.
Ma il mondo non è di tutti, si è organizzato, per determinazione della storia, in stati e nazioni. Persino la chiesa cattolica ha un suo stato. Ogni stato ha la responsabilità primaria di tutelare il suo popolo. Se e quando vi saranno gli Stati uniti del mondo allora il mondo sarà di tutti. Così come non tutti coloro che migrano sono bravi poveracci. Lo testimoniano la mafia nigeriana e quella senegalese che ormai allignano in molte città, i racket della prostituzione "nera" e dello spaccio, i "vu cumprà" che smerciano merci contraffatte o non a norma e cd piratati, i crescenti episodi di violenza, gli ultimi due qualche giorno fa a Napoli, nel suk di piazza Garibaldi.
Per non parlare del fondamentalismo islamico e del rischio di sostituzione etnica. Inoltre, nella pervicace determinazione del popolo dei barconi a voler forzare i confini di un altro stato, c'è qualcosa di inquietante, in particolare per i migranti economici. Quando gli italiani migravano, argomento che viene spesso tirato fuori per giustificare la nuova immigrazione, lo facevano nel rispetto delle leggi dei paesi disposti ad accoglierli, mai forzandone i confini, anche se erano la disperazione e la fame a farli partire. Profughi e perseguitati devono trovare accoglienza e sicurezza, la confusione che si fa tra migranti economici ed esuli, fa male a questi ultimi perché ne indebolisce lo status e le dovute protezioni.
Inoltre nella vicenda migranti vi sono non poche contraddizioni: si invocano le leggi del mare ed il diritto internazionale a proposito dell'obbligo di salvare vite umane raccogliendo a bordo del natante soccorritore i naufraghi. E su questo non ci piove. I problemi interpretativi nascono sul porto di sbarco, decisione che deve prendere il comandante della nave - che è territorio dello stato della bandiera di appartenenza della nave - e l'autorità del porto "sicuro" di possibile destinazione.
E di tutta evidenza che se una barca italiana fa naufragio dentro o in prossimità delle acque territoriali, chiunque sia il soccorritore, sbarcherà i naufraghi nel porto italiano più vicino sentite le autorità marittime. Analogamente se la barca fosse marocchina, tunisina o algerina. Non è il caso della Libia, anche se la bandiera presumibile delle carrette del mare che partono dalle sue coste, è proprio quella libica. Tuttavia se fosse un regolare peschereccio libico a fare naufragio varrebbe la regola generale e nessuno si sognerebbe di portare i superstiti in Italia o a Malta. Ma per gli aspiranti migranti vale l'eccezione.
La cosa che resta inspiegabile è perché il porto "sicuro" non sia mai in Africa. Se vale il diritto internazionale perché mai l'Algeria, il Marocco, la Tunisia e l'Egitto ne sono fuori? Possibile che il porto di Sfax, ad esempio, sia meno "sicuro" di quello de La Valletta?
E l'Unione Africana, che nel suo statuto contempla la difesa dei diritti umani, perché non batte mai un colpo su questo tema? Eppure ha rapporti consolidati con l'Unione Europea, possibile che non vadano oltre il "business forum", eppure i morti in mare sono per la stragrande maggioranza africani, le vittime del traffico di uomini sono africani e gli stati di provenienza sono anch'essi africani. Possibile che l'Unione Africana - che è organizzazione internazionale riconosciuta con 55 stati aderenti - se ne lavi sempre e comunque, pilatescamente le mani se si tratta di difendere la dignità e la sicurezza dei cittadini africani?
E che pensare della doppia morale del governo spagnolo che, nello stesso giorno dell’arrivo a Valencia della nave Aquarius alla presenza di seicento giornalisti, schierava per quattro chilometri la Guardia Civil sul confine di Ceuta e allertava l’aviazione per fermare 250 migranti subsahariani, poi bloccati dalle forze marocchine che non hanno consentito a nessuno di scavalcare la doppia barriera alta sei metri?
Per finire una breve considerazione sulla società aperta. L'antica Roma fu il primo esempio di società aperta. Sotto le sue leggi convivevano in pace una moltitudine di popoli e razze. Leggi che garantivano una eccezionale tenuta delle maglie sociali. Quando queste maglie si indebolirono fu la fine di Roma. E l'Occidente, alla fine, ci sta andando vicino.
   
     
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