EDITORIALE  
    di Angelo Romano    
    RISVEGLI    
   
“Nei prossimi anni, ci piaccia o no, dovremo tutti affrontare la autonomizzazione del Mezzogiorno in termini civili ed economici e, forse, anche politici. Ciò ci impone e ci vincola, senza vie di scampo, ad una rapida e lucida "ridefinizione" del ruolo civile ed economico delle nostre aree di appartenenza, individuando e progettando, una buona volta, un "modello di sviluppo" coerente con gli scenari futuri, piuttosto che un "modello di sopravvivenza" come fino ad oggi è sempre successo per colpa della "pochezza" umana e politica di chi ci ha governato, ma anche, e soprattutto, a causa della "arretratezza" civile e culturale, mai veramente lenita, di larghi strati della nostra popolazione e della colpevole assenza dalla vita politica, delle parti potenzialmente migliori dell'anima meridionale, che pur sparse sul territorio, sia pure in sparuti gruppi, in non raccordate minoranze, hanno sempre preferito, con incosciente miopia, raro egoismo e sterile individualismo, vivere rifugiate nel chiuso delle loro attività, dei loro affari, dei loro palazzi, dei loro "orticelli", dei loro "giri", delle loro culture e intelligenze, rimuovendo dalle loro coscienze e disdegnando, spesso, il dovere alla partecipazione, all'impegno e alla solidarietà civile, finendo per sostenere così, anche inconsapevolmente, il solo Partito che da noi ha sempre vinto, quello dell'"Arretratezza".
Le conseguenze sono state nefaste e, oggi, le scontiamo tutti, soprattutto a Napoli. La "città dolente" abbandonata a sé stessa, senza riferimenti né progetti, si è sviluppata nell'indistinzione del caos, i suoi mali peggiori, mai curati, hanno fatto pervasivamente metastasi, aggredendo ogni parte del corpo sociale ed è cresciuta a dismisura, diventando "città zavorra", capace col suo solo "peso" di schiacciare a terra qualunque progetto, di impedire ogni ipotesi di decollo economico e civile, di imporre a tutti il prezzo amaro di "città terrona".
In tale quadro, se vogliamo avere un futuro, dobbiamo, tutti e subito, mettere mano ad un vero processo ricostruttivo e rifondativo della nostra società, a partire dal recupero di un sistema di Valori fondanti, capaci di creare nel corpo sociale nuovi e forti "riferimenti di contesto" quali: il "senso di appartenenza", "il dovere sociale", "la solidarietà", la "partecipazione", "il senso della comunità di radici e di destini" affinché si possa collaborare, ciascuno per la sua parte, ad un "progetto per vivere meglio" alla ricostruzione della "Città Civile".
Condizione propedeutica e necessaria a qualunque ipotesi di sviluppo, è quella di alleggerire innanzitutto "l'effetto zavorra", attraverso un vero e proprio progetto di "promozione civile" (da perseguire anche con leggi speciali e con i metodi più avanzati) e capace, con gli strumenti della cultura, dell'educazione, dell'esempio civile, della scuola a tempo pieno, della formazione permanente, della comunicazione sociale, della rimozione del degrado e della bonifica del territorio, di ridurre gli squilibri nel tempo più breve.
Per la formulazione di una corretta "strategia dello sviluppo", moderna e praticabile, è necessario analizzare a fondo, avere chiare almeno tre cose: gli scenari futuri, i nostri punti di debolezza, i nostri punti di forza.

Lo Scenario
Il "Quaternario". E' già sull'orizzonte. La sfida della "qualità totale" che il sistema industriale ha lanciato a sé stesso, negli anni ottanta e che ancora persegue, ha avuto come conseguenza il miglioramento qualitativo dei prodotti, al punto tale che essi diventano sempre più omogenei sul piano della qualità, indistinguibili sul piano della affidabilità e della durata media.
Per altri versi, il progresso tecnologico e l'automazione spinta hanno reso attuabile la "produzione flessibile", che implica la possibilità di differenziare, anche grandemente, ogni singola unità di prodotto.
Parallelamente, grazie ai progressi dell'informatica e della telematica, avremo tra breve nelle case, un nuovo tipo di elettrodomestico che concentrerà in uno, le funzioni di visione, ascolto, collegamento, interazione, svolte oggi da televisore, impianto audio, telefono e personal computer. Questi oggetti saranno dei veri e propri "terminali di interazione" con l'intero "villaggio globale" (sono poi effettivamente arrivati gli smartphone, ndr).
Le implicazioni fondamentali saranno:la "globalizzazione dei mercati", la capillarizzazione della comunicazione, con perdita del ruolo di amplificatori di messaggi, in particolare commerciali, giocato finora dai mass-media, la trasformazione dei mercati da piazze fisiche degli scambi in piazze logiche di affari.
Tutto questo implica che il sistema industriale, per recuperare margini di concorrenza, dovrà e potrà differenziare i prodotti, associando ad essi "servizi" e "flessibilità" con capacità di penetrazione nei mercati fino al livello di singolo consumatore.
Ecco il "Quaternario": produzione flessibile a servizio aggiunto e a comunicazione capillare.
La conseguenza che qui ci interessa evidenziare è che ciò determinerà un progressivo "riassorbimento" di buona parte delle attività Terziarie da parte dell'apparato industriale, per poter, liberamente, associare servizi alla produzione, inoltre, esso potrà spingersi, grazie alla flessibilità, fino a fare concorrenza all'impresa artigiana e a fare a meno, nella fase distributiva, dell'intermediazione commerciale.
Se l'analisi è esatta e lo scenario credibile, bisogna trarre le giuste conseguente politiche: non esiste un futuro "Terziario", pertanto, il "modello di sviluppo" deve andare, essenzialmente, nel senso di una reindustrializzazione orientata al Quaternario.
E qui vengono i nodi al pettine. I veri punti di debolezza.
Qui emergono le colpe assolute di tutti coloro che ci hanno, finora, rappresentato e governato, dell'industria pubblica, dei sindacati e delle forze politiche, in particolare di sinistra, e, purtroppo, emerge anche, tutta la nostra miopia.
Nelle scelte di politica industriale per il Mezzogiorno, tutti, nessuno escluso, hanno sempre attribuito alla parola "Industrializzazione", sempre e solo, una valenza generica, come se qualunque tipo di industria fosse ugualmente buono, il che non è, purtroppo, assolutamente vero.
Esistono due tipi fondamentali di industrie: quelle che producono impianti e macchinari per alimentare i cicli di produzione di altre industrie (e quindi vendono ad altre industrie) e quelle che, avendo comprato tali impianti, producono beni per il consumo.
Le prime rappresentano la vera forza industriale di una nazione, di un'area, perché stimolano la ricerca, capitalizzano costantemente know-how "fresco", riescono a vendere, insieme al bene prodotto, anche formazione, pezzi di ricambio, semilavorati, assistenza e aggiornamenti tecnologici, instaurano rapporti fidelizzanti con una clientela scelta, hanno più opportunità di accesso ai mercati internazionali, il che stimola la loro capacità di "internazionalizzazione", la conoscenza dei nuovi mercati e delle loro regole e le aiuta a costruirsi dei "sistemi di relazioni internazionali" che soli consentono la migrazione fisica e lo sviluppo in nuovi mercati. Le attività delle seconde, per lo più trasformative e manifatturiere, si risolvono in semplici atti di commercio, che non richiedono necessariamente la presenza dell'impresa in aree diverse da quella di localizzazione, che sono scarsamente fidelizzanti e grandemente esposti alla "concorrenza prezzo" portata avanti, in particolare, dai Paesi in via di sviluppo cui le industrie del primo tipo, vendono impianti e tecnologie.
Il Mezzogiorno non possiede, a quasi centoquaranta anni dall'unità d'Italia, praticamente nessuna industria del primo tipo, ci hanno appioppato, e noi lo abbiamo stupidamente consentito e frettolosamente avallato, solo industrie del secondo tipo, il che ha anche condizionato grandemente la nostra "cultura industriale" e le relative scelte imprenditoriali. Tali industrie, in assenza delle prime e prive delle fondamentali sinergie con esse, non sono riuscite mai a crescere veramente, ad imporre i loro prodotti quali "beni di largo consumo", non ne abbiamo, difatti, nessuno, neanche una pasta alimentare, una conserva, un dolciume, nè tantomeno una lavatrice, un televisore, un semplice phon o una penna biro. Ciò ha anche causato lo "sganciamento" tra Scienza e società, tra Università e imprese per cui non produciamo "ricerca applicata". E' questa la causa prima della nostra "povertà", il vero dispositivo di condanna al sottosviluppo, la ragione di maledizione profonda verso tutti coloro che ci hanno governato. Siamo la patria dell'industria conserviera ma non abbiamo una sola industria che produca macchinari per tale lavorazione, nell'area napoletana vi sono state fino a 150 industrie molitorie e mai nessuna che producesse impianti di macinazione, siamo i più forti consumatori di caffè e non produciamo neanche una macchina per la torrefazione o da bar ed è tristemente così in ogni settore; ogni impresa del Sud ha sempre, fino ad ora, dovuto pagare il suo tributo, firmare il suo atto di vassallaggio verso imprese di altre aree o nazioni, rimpinguando queste ed impoverendo sé stesse. Tale tributo è reso ancora più odioso dall'obbligo di trasferta, cui ogni operatore meridionale deve sottoporsi, nel recarsi nelle fiere specializzate, che sono sempre altrove dal Sud, per vedere e comprare, o semplicemente per aggiornarsi.
Per quanto concerne i punti di forza, i beni ambientali e culturali costituiscono, sicuramente, uno smisurato patrimonio da utilizzare, una risorsa cardine per il nostro sviluppo, ma dobbiamo tener conto che occorreranno anni di oculata amministrazione per rimuovere gli scempi, organizzare una vera industria del turismo e sostituire alla cultura dello "scippo" quella dell'ospitalità e dell'educazione. Anche l'alto artigianato e le produzioni tipiche possono essere considerate dei buoni punti di forza a patto che la "cultura d'impresa" entri a fondo nelle mentalità degli operatori.
Il resto, la produzione trasformativa e manifatturiera non tipicizzata, rimane fortemente esposto alla concorrenza dei paesi cosiddetti "emergenti", cui il sistema industriale progredito vende tecnologia e impianti.
Altri punti di forza, troppo trascurati, sono Agricoltura, Zootecnia e Pesca. Rifondiamole, modernizziamole negli impianti e nelle mentalità, promuoviamo la cooperazione, raccordiamole con la ricerca, rendiamole competitive, rivediamo i trattati: le necessità alimentari non conoscono "crisi".

Strategie per lo sviluppo
Compreso questo, dobbiamo attrezzarci, rimboccarci tutti le maniche, riconoscerci in un'idea, un interesse, un destino comune, unire e coordinare gli sforzi per progettare e favorire prioritariamente una vera reindustrializzazione del Mezzoggiorno, nel senso sopradescritto che abbia quale scenario e modello di riferimento "l'assetto quaternario" (oggi è solo un altro treno perduto, ndr). Altri Paesi lo hanno fatto: Taiwan, la Corea, in pochi anni, sono passate da civiltà contadine a colossi industriali, prendiamo esempio; i giapponesi hanno avuto l'umiltà di copiare per imparare, noi siamo abituati a copiare per non pensare. Ovviamente, quanto detto non esclude, anzi rafforza, la necessità di politiche coordinate, di "strategie integrate per lo sviluppo", capaci di garantire progresso armonico a tutti i settori produttivi, "giocandoci" al meglio i nostri punti di forza.
Cominciamo anche ad acquistare forza contrattuale, ad autofinanziare il nostro sviluppo orientando i consumi verso i prodotti meridionali (che di pari passo vanno migliorati qualitativamente, tecnologicamente e visivamente), istituiamo una forma di prelievo su questo consumo aggiunto, per finanziare l'import di alta tecnologia, vincoliamo le aziende di credito a reinvestire principalmente dove raccolgono, favoriamo lo sviluppo del mercato "della proprietà intellettuale", che ci è ignoto, investendo una buona volta in quel formidabile patrimonio che è la risorsa uomo e la sua creatività, che tanto ci beiamo di avere in gran copia,senza mai metterla a frutto e, soprattutto, "sponsorizziamo il lavoro" creando corsie preferenziali per tutti coloro che vogliono seriamente operare. E' questo il vero tema unificante, la forza di coagulo e il banco di prova per tutte le intelligenze che, spogliatesi di ogni faziosità e pregiudizio, siano desiderose di pensare ed agire, per creare le condizioni per vivere meglio”.
Napoli, ottobre 1993


Mi perdoneranno amici e lettori questa autocitazione di oltre un quarto di secolo or sono. Lucida, forse profetica, amara, ma calzante rispetto al tema di questo numero.
Negli anni trascorsi nulla è cambiato. Altri "treni" sono passati e su nessuno di essi il Mezzogiorno è riuscito a salire. Oggi, che si avvicina l'autonomia regionale differenziata, è più che mai di vitale importanza che le Regioni del Sud trovino la necessaria convergenza per stabilire un patto per la crescita e lo sviluppo per costruire insieme il "treno" giusto capace di portarle, una buona volta, oltre la "Questione meridionale" e che le metta anche al riparo dalle possibili conseguenze negative di un ulteriore divario rispetto alle regioni del nord.
L'autonomia può essere un'occasione da cogliere, purché si sappia dove andare, purché si abbiano chiare le idee sul tracciato e sulle stazioni intermedie.
Certo si passa per la valorizzazione dei bacini ambientali e culturali, certo si passa per l'agroindustria, certo si passa per le produzioni tipiche e tradizionali, ma nessuna economia può davvero autonomizzarsi senza un'industria avanzata e connessa con la ricerca.
Quindi la meta finale, che è oltre il muro del mancato sviluppo e della sudditanza economica, contempla una reindustrializzazione sostenibile, che per semplicità definiremo 5.0 e che significa: produzione additiva iperflessibile basata sulle tecnologie di stampa 3d.
Già oggi la Nasa stampa con tale tecnica i motori dei razzi spaziali, altri erigono edifici, altri ancora si apprestano a stampare organi umani da trapiantare, farmaci, alimenti, reperti archeologici, opere d'arte.
Non vi è settore che non sia coinvolto da questa nuova rivoluzione che l'Economist ha così descritto: "La stampa tridimensionale rende economico creare singoli oggetti tanto quanto crearne migliaia e quindi mina le economie di scala. Essa potrebbe avere sul mondo un impatto così profondo come lo ebbe l'avvento della fabbrica... Proprio come nessuno avrebbe potuto predire l'impatto del motore a vapore nel 1750 - o della macchina da stampa nel 1450, o del transistor nel 1950 - è impossibile prevedere l'impatto a lungo termine della stampa 3D. Ma la tecnologia sta arrivando, ed è probabile che sovverta ogni campo che tocchi.".
Si tratta di una tecnologia relativamente semplice ed altamente flessibile grazie alla quale si può realizzare qualunque bene, anche complesso e che può consentire al Sud di fare un formidabile balzo in avanti in termini industriali.
Il Sud saprà costruire il treno giusto? Saprà giocare la partita dell’autonomia? L'alternativa è finire, questa volta per sempre, nella "bidonville dei popoli" che non ce l'hanno fatta.
   
     
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