EUROPA  
    di Giuseppe Marro*    
       
    QUALE FUTURO PER L'EUROPA?    
   
Innanzitutto bisogna intendersi sulla definizione d'Europa. Se per Europa s'intende l'Unione europea - ovvero l'apparato burocratico, finanziario, tecnocratico asservito al sistema bancario e alle multinazionali e che ha il proprio apparente centro decisionale tra Bruxelles e Francoforte - allora il destino del Vecchio Continente è segnato. La fine dell'Europa è segnata! E non siamo solo noi a dirlo, addirittura siamo confortati nell'analisi da ben 6 primi Nobel per l'Economia. Tra questi financo Milton Friedman, il guru del liberismo reaganiano, il quale paragona "l'Unione europea ad un Soviet". Un parallelo dal quale è facile far discendere l'equivalenza che l'Unione europea sta all'Europa con l'Unione Sovietica sta(va) alla Russia. Una volta collassata l'Unione Sovietica - col crollo del muro di Berlino e il disfacimento della forza propulsiva del comunismo - è riemersa la Russia profonda, la Grande Madre, con tutto il suo portato spirituale, patriottico, intellettuale, filosofico, identitario.
Sarà così per l'Europa? Dipende solo da noi europei. Un altro premio Nobel per l'Economia - Joseph Stieglitz - prevede una nuova crisi dell'Euro, causata dalla ottusità della potenza dominante (la Germania) e dei Paesi del Nord, che si illudono di rimanere indenni dalle devastazioni che le loro ricette fallimentari stanno causando principalmente nei Paesi del Sud Europa. Infatti sottolinea Stieglitz che "l'Italia va male ma il resto dell'Eurozona non sta meglio" e osserva che nel 2000 (anno dell'introduzione della moneta unica) l'economia USA era appena il 13% più grande del complesso delle economie dell'Eurozona; oggi questo differenziale è raddoppiato, giungendo al 26%! Sentenzia Stieglitz: "Se un solo Paese va male, è colpa di quel Paese; se molti Paesi vanno male, è colpa del sistema". Il fallimento dell'Euro è insito nella sua progettazione. Quando si sottraggono ai governi i principali meccanismi finanziari di aggiustamento (cioè i tassi d'interesse e i tassi di cambio), senza prevedere una unione bancaria e fiscale ed una banca centrale che operi quantomeno come la Federal Reserve o la Banca del Giappone, si rallenta la crescita, si impoveriscono i popoli e si semina discordia. Le restrizioni alla crescita - osserva il premio Nobel - sono basate "su teorie economiche screditate", incentrate sul controllo del deficit e del debito pubblico. Invece di produrre benessere con massicci piani strutturali d'investimenti pubblici, aumentando di conseguenza il PIL e dunque - per tale via maestra - diminuire il rapporto col debito, l'Unione europea ha fatto e continua a fare l'opposto causando con la sua miopia macelleria sociale e desertificazione industriale. Se non si invertono le politiche comunitarie e la Bce non fa ciò che fatto - ammonisce Stieglitz - all'Italia conviene uscire dall'Euro. E la colpa del collasso conseguente dell'intera Eurozona - e della stessa Unione - sarebbe tutta della Germania e dei suoi sodali. L'Italia - aggiunge - non dovrà commettere l'errore della Grecia, rimasta insensatamente abbarbicata all'Euro, anche perché col suo apparato produttivo, uscendo dalla gabbia della moneta unica, moltiplicherebbe le esportazioni grazie al cambio più basso, i consumatori avrebbero convenienza a comprare merci italiane, le aziende investirebbero, i turisti invaderebbero il Belpaese. La crescita sarebbe esponenziale e la disoccupazione diminuirebbe drasticamente.
I premi Nobel omettono di dire (si tratta di argomenti tabù!) che il debito pubblico è inevitabile, in quanto strutturale al sistema della moneta - debito derivante dal signoraggio delle banche centrali, come ci ha insegnato il genio dell'Ezra Pound economista e come un grande giurista italiano - Giacinto Auriti - definì magistralmente, attualizzando quelle idee con proposte di legge depositate in Parlamento e contenenti modifiche possibili dei trattati europei. E' solo questione di volontà politica, di una Politica (con la maiuscola) che si riappropri del suo ruolo di luogo della decisione, usurpato dalla tecnocrazia e dai mercati finanziari. Ai premi Nobel sfugge - o molto probabilmente non possono dire - che nel 1981 il debito pubblico dell'Italia era appena il 60% del Pil, poi venne la Circolare Andreatta, che sancì il divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia (lo stesso sistema poi adottato dalla BCE), e il debito pubblico, da allora, non poteva non moltiplicarsi in maniera esponenziale ponendo l'emissione monetaria a debito invece che a credito dello Stato. E' il sistema della Grande Usura che vige oramai in quasi tutto il pianeta, fatta eccezione - guarda caso - per quei Paesi che sono nel mirino del gendarme globale (Iran, Corea del Nord, Siria). Non molti sanno che in Unione Sovietica, nel 1936, anche Stalin privatizzò la banca centrale per ripagare quei banchieri cosmopoliti che avevano finanziato la rivoluzione bolscevica. Sui sistemi per uscire dalla trappola della Grande Usura, Vi consiglio di scaricare da You Tube il documentario della giornata di Dugin a Benevento, il 5 giugno scorso, dove in un colloquio col professore ho appreso che un ex ministro economico russo proporrà - al Forum Economico Mondiale di San Pietroburgo - un nuovo strumento finanziario, gestito dallo Stato e riservato alla produzione e non al consumo, che non crea debito né inflazione. Uno strumento destinato esclusivamente a finanziare lo sviluppo economico, le infrastrutture, il ciclo produttivo, che ci ricorda strumenti analoghi che furono adottati nell'Italia tra le due guerre - studiati poi da Keynes e adottati dal New Deal roosveltiano - che gettarono le basi del boom economico italiano del dopoguerra. Come non pensare alle polemiche di questi giorni sui cosiddetti Minibond, sorta di certificati di sconto fiscale che hanno suscitato la reazione scomposta della Bce e dei servi del sistema? E' proprio vero quanto affermava Ezra Pound: Un popolo che non s'indebita fa rabbia agli usurai. Il sistema per uccidere i popoli, è stato definito; si tratta della del liberismo, che ha voluto farci credere che la crisi è causata dalla spesa pubblica quando, invece, è stata creata dalla speculazione del turbo-capitalismo globalizzato.
La prima Teoria Politica trionfante, unica sopravvissuta alla tabula rasa del Novecento, sta portando l'umanità verso il baratro del pensiero unico politicamente corretto e della distruzione delle identità e del pluralismo. I liberisti ci dicono che, facendo arricchire i più ricchi, qualcosa - a cascata - arriva ai poveri, col risultato che - nell'ultimo decennio - le 62 famiglie più ricche del pianeta hanno aumentato del 46% la loro ricchezza mentre il resto della popolazione mondiale si è impoverita del 41%. Si tratta dell' 1% che detiene il 98% delle ricchezze mondiali, lasciando un misero 2% al Sud del mondo e ai Sud dello stesso Occidente.
La Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin (ma anche di Alain De Benoist) nasce per rispondere alla dittatura della prima teoria politica - il pensiero unico del liberalismo - prendendo atto del fallimento, per autoconsunzione, della seconda teoria politica (il comunismo) e della terza teoria politica (il fascismo), quest'ultima distrutta per sempre nell'ultima guerra mondiale. Bisogna partire dalla consapevolezza che le vere linee di conflitto di quest'epoca non sono più Destra/Sinistra, Comunismo/Anticomunismo, Fascismo/Antifascismo. Chi soggiace a questi richiami agli odi e alle guerre di un'epoca superata cade nelle trappole del sistema usurocratico, messe in atto per distrarre i popoli dal loro vero Nemico ontologico. E' una tecnica ben nota di manipolazione delle masse che ha ben funzionato fino alla caduta del muro di Berlino e tuttora funziona quale riflesso condizionato pavloviano, almeno per compattare le truppe sbandate di ciò che rimane della sinistra e della destra più ottuse e fuori della realtà. Noam Chomsky le definisce armi di distrazione di massa. A qualsiasi analista attento non può sfuggire che le reali linee di conflitto di quest'epoca sono invece tra perdenti e vincenti della globalizzazione, tra lavoratori e sfruttatori nel mercato globale della manodopera, tra imprenditori e speculatori finanziari, tra famiglia tradizionale e follia gender, tra identità plurali (lingue, culture, tradizioni, religioni) e indistinto melting pot (neo lingua, pensiero unico, gusti standardizzati, mode, parodia del sacro in stile New Age). Alain De Benoist scrive opportunamente che la maggior colpa dell'Unione europea è di aver screditato l'idea stessa d'Europa. L' Unione europea è tutto fuorché Europa! Non ha mai voluto ergersi a potenza autonoma, ha rinnegato la visione classica della grande civiltà europea che metteva l'Agorà e il Sacro al centro della Polis e che relegava il mercato fuori dalle mura, quale parte importante ma marginale del tutto.
E allora, per citare Lenin, che fare? L'Europa per salvarsi dovrà recuperare i propri Logos arcaici, l'orgoglio delle proprie radici greco-romane, delle cattedrali medievali, de Rinascimento italiano, della grande filosofia dai presocratici ad Heidegger. Bisogna ripartire dal primato della cultura e della Politica, dalla centralità dei valori eterni sovraordinati all'economia e al commercio. In breve, si deve ribaltare il paradigma liberale. Bisogna partire dalla geopolitica, che ha leggi oggettive. Prendere atto con realismo della lezione di Carl Schmitt sui grandi spazi e sull'opposizione naturale tra civiltà terrestri - qual è l'Europa e quale fu Roma - e potenze marittime, quali sono gli Stati Uniti eredi della talassocrazia inglese e come fu Cartagine. Si tratta di due visioni diverse, spesso confliggenti. Dalla parte della Terra ci sono i confini, il Politico, la società organica, la storia, i valori perenni, l'eterno ritorno, il sacro, le identità, le culture plurali, le biodiversità. Dalla parte del Mare il flusso continuo delle correnti, il commercio, la circolazione incontrollata innanzitutto dei capitali e dei beni e poi di uomini sradicati e ridotti a loro volta a merci, la open society, l'effimero, il pensiero debole, fno alla deriva transumanista della Matrix fatta di realtà virtuale, cyborg, ibridi, rizomi non più umani (il futuro, secondo i postmodernisti Deleuze e Guattari e gli ultimi sviluppi della scienza).
Se vince questa follia il destino è segnato e la fine della storia e dell'uomo, sostituito da robot e macchine pensanti sarà una realtà uscita dai film di fantascienza e dell'orrore. Recuperare una dimensione eurasiatica significa tornare alla ontologia della Terra, nella quale l'Europa - quale grande spazio autonomo e indipendente - dovrà dialogare alla pari con Russia, Cina, India, Giappone. L'Europa che vogliamo riprogettare dovrà proiettarsi di nuovo verso il Mediterraneo e aiutare l'Africa ad uscire dal neocolonialismo e dovrà rapportarsi alla pari con le Americhe, senza i vassallaggi derivanti dall'avere un territorio militarmente occupato dal 1945. L'Europa, se vuole salvarsi, deve partire dalla visione multipolare e recuperare con l'Eurasia il comune retaggio indoeuropeo. L'Europa profonda - quella che ha votato il governo sovranista e populista in Italia, quella della rivolta dei gilet gialli in Francia - è molto di più ed è molto di diverso rispetto alla Unione europea americanizzata, perché Europa e Occidente non sono la stessa cosa. L'Europa, se vuole salvarsi, deve uscire dal destino - allucinato e allucinante - preparato dagli stregoni della tecnica e del mercato nella logica di dominio planetario della ristrettissima oligarchia che controlla quasi tutto il sistema bancario e informativo.
Bisogna ricominciare dalla battaglia delle idee, rovesciando il paradigma dominante, smascherare le false idee-forza liberali, liberiste e libertarie, denunciare le fake news del sistema totalitario di manipolazione dell'opinione pubblica e delle coscienze. Bisognerà fare molta attenzione alle trappole diaboliche che il sistema sta per mettere sulla strada dei popoli. Per esempio i falsi sovranismi, perché la sovranità senza identità non ha alcun senso. Nulla accade per caso, c'è una metafisica in questo processo. La storia non è un meccanismo - come credono gli storicisti e i marxisti - ma è il luogo della decisione consapevole dei popoli che non hanno dimenticato le loro origini sacerdotali, guerriere e contadine tipiche della tripartizione delle funzioni descritta da un Dumezil. Non è un caso che le élite cosmopolite e liberali vogliono esautorare la democrazia. Diffidate dei sovranisti liberisti e ultra nazionalisti, che saranno l'ultima arma del potere usurocratico per far scontrare nuovamente tra di loro i popoli europei ed eurasiatici. Popoli che, invece, devono cooperare per combattere il Nemico comune: la Grande Usura e la sua tecnocrazia mercatista. Difronte agli almeno otto poli di civiltà che si stanno costituendo nel pianeta, difronte alle tigri asiatiche, il ritorno agli stati nazionali è una pura illusione. Già adesso questa Europa divisa su tutto, impotente, svuotata della sua identità, non conta niente sullo scenario internazionale. Immaginate un singolo Paese! E' certamente interessante - e sotto molti aspetti apprezzabile - la critica di Steve Bannon alle oligarchie del Deep State americano, ma quando auspica la dissoluzione dell'Europa ed un ritorno agli stati nazionali non fa altro che riproporre la strategia imperiale descritta negli Anni Settanta da Edward Luttwak, che indicò al Pentagono l'esempio della strategia imperiale di Roma.
E' questo l'ambito della battaglia delle idee del Soggetto radicale che, nella visione di Dugin, è l'uomo differenziato al quale Juliu Evola dedicò la sua ultima opera (Cavalcare la Tigre). Il soggetto radicale è l'uomo differenziato proiettato oltre la post-modernità, ma direi anche l'Anarca descritto da Ernst Junger: colui che si affaccia oltre la linea della fine di un ciclo, per annunciare una nuova era cosmica. Lo spirito dei tempi (lo Zetgeist) sta cambiando, la grande Politica sta riemergendo dalle nebbie dell'idiozia politicamente corretta e del suo pensiero debole quanto violento, razzista e totalitario. Sale dai popoli una forte richiesta di senso, e il sacro si riaffaccia all'orizzonte. Più è forte la riemersione del genius collettivo dei popoli, più pericolosa e violenta sarà la reazione della dittatura del pensiero unico. Finanche la chiesa getta la maschera, per occuparsi esclusivamente di immigrazione e nulla dire sul senso della vita e della morte, sul sacro e sui valori eterni. E' l'poca del nichilismo prevista dal genio visionario di Nietzsche. E' il nulla, il deserto con i suoi demoni che avanza. Se tutto è niente tutto è merce, compresi gli uomini, i loro corpi, i loro organi, i loro bambini, le loro menti, i loro sentimenti e i loro dati e connotati. La globalizzazione che annulla le identità - anche quelle di genere e quelle familiari - serve a ridurre l'uomo a pollo di allevamento, cibato con spazzatura materiale e morale. La cultura ufficiale - asservita a questo nulla - non riesce a produrre nulla di serio, se non la Fatwa fondamentalista contro i libri e gli autori scomodi, come Dugin, fino a quando non tenteranno di sostituirli con simulacri.
Nichilismo e fondamentalismi (religiosi o laicisti) sono le due facce della medaglia mondialista. Solo un processo culturale rivoluzionario, che parte dalla trasformazione della mente, può farci superare gli odi e le guerre civili del Novecento nelle quali vogliono farci ripiombare. L'Europa sognata da Jean Thiriart - e prima ancora da Drieu La Rochelle - potrà sorgere solo cogliendo l'attuale rimescolamento degli assetti geopolitici del mondo. Saranno i popoli europei - guidati dal soggetto radicale - a riprendersi la scena.








(*)Testo dell'intervento dell'autore al convegno con Aleksandr Dugin, dallo stesso titolo, tenutosi a Napoli il 13 giugno scorso


   
     
         
    EUROPA    
    di Lino Lavorgna    
       
    POVERA EUROPA    
    PROLOGO
A distanza di un mese dalle elezioni europee si è avuta la possibilità di scandagliare con calma le complesse dinamiche che hanno caratterizzato il voto. Al netto di quanto sciorinato dai soliti pennivendoli, adusi a far passare per fatti le loro opinioni e i desideri, non sono mancate le analisi oneste, protese a spiegare cosa sia effettivamente successo e perché, nonché i possibili scenari che si approcciano all'orizzonte. Anche gli analisti più corretti, tuttavia, hanno solo parlato di ciò "che è accaduto". Per comprendere bene il disastro europeo, invece, occorre allargare il campo speculativo, inserendo nelle analisi anche "ciò che non è accaduto", spiegandone il perché.
LA MANCANZA DI RIFERIMENTI VALIDI
Partiamo da una iperbole che, come sempre, ritorna utile per meglio illustrare concetti complicati. Facciamo finta che, in tutto il mondo, non si producano più scarpe con suola di cuoio e siano immesse nel mercato solo quelle con suola di gomma, realizzate in vari modelli per essere calzate anche sotto lo smoking, gli abiti eleganti e quelli da cerimonia. Vi sarebbe poco da cianciare: chi fosse aduso a utilizzare le scarpe con suola di cuoio anche sotto i jeans, come l'autore di questo articolo, dopo averle modificate con la comoda mezza suola in gomma, sia pure a malincuore, dovrebbe rassegnarsi al nuovo corso.
Per le elezioni europee si è verificato qualcosa di analogo. I circa 427milioni di elettori europei avevano a disposizione una miriade di partiti, ciascuno con un proprio programma, riuniti nei vari gruppi continentali ritenuti affini. Oltre 215milioni di cittadini (50,5%), tuttavia, non ne hanno trovato nemmeno uno degno del proprio consenso e, a differenza di coloro che si sarebbero dovuti comunque accontentare di scegliere tra le varie scarpe con suola di gomma, hanno deciso di restare a casa o concedersi una mini-vacanza. Questo dato è molto grave e molto significativo perché registra la crescente sfiducia nelle politiche comunitarie, spesso espressa nei vari paesi con proteste non scevre di violenza. Una sfiducia ben evidenziata dal grafico che ne caratterizza l'andamento, a partire dal 1979, quando votò il 61,99% degli aventi diritto, per poi scendere progressivamente: 58,98 nel 1984; 58,41 nel 1989; 56,67 nel 1994; 49,51 nel 1999; 45,47 nel 2004; 42,97 nel 2009; 42,61 nel 2014; 50,5 nel 2019. La leggera ripresa del 2019 non deve trarre in inganno. Da una parte vi è stata la massiccia campagna del Parlamento europeo con spot televisivi inneggianti al motto "Stavolta voto"; dall'altra vi è stato il sensibile incremento di votanti in Croazia (nel 2014 partecipò per la prima volta alle elezioni europee, con un'affluenza pari al 25,24%) e in Gran Bretagna, paese in cui si è registrato il forte sostegno al partito pro-brexit di Farage (33%), grazie anche al consenso di molti vecchi astensionisti che, contestualmente, hanno contribuito all'incremento dei votanti nelle aree in cui prevalse il "remain", in occasione del referendum. In sintesi, sia per sostenere la "Brexit" sia per creare i presupposti affinché la Gran Bretagna resti in Europa, si è registrato un aumento dei votanti.
LE SCELTE OBBLIGATE
Coloro che hanno deciso di votare si sono trovati al cospetto di due gruppi di partiti: quelli che, a parole, si professano "europeisti" e nei fatti, come ampiamente illustrato negli articoli pubblicati nei mesi scorsi, sono tra i massimi responsabili di tutti i guai che affliggono l'Europa; quelli ipernazionalisti che, pur essendo legittimamente critici nei confronti dell'attuale Unione Europea, non sono certo favorevoli al processo federativo che consentirebbe, realmente, di spianare la strada verso gli Stati Uniti d'Europa.
E' bene precisare, inoltre, che questi ultimi partiti sono in perfetta sintonia con i loro elettori, incapaci di concepire la frase "La mia patria si chiama Europa" e considerare "fratelli" altri europei. Elettori che, al solo pensiero di anteporre una bandiera continentale al vessillo nazionale, si farebbero venire l'orticaria (figuriamoci se si tentasse di indurli ad avere una lingua ufficiale che non sia la loro), che non riuscirebbero nemmeno a capire, infine, l'importanza di avere un esercito europeo, nonché altri organismi, come le Forze dell'ordine, l'Intelligence, le scuole di ogni ordine e grado, organizzati su scala sovranazionale.
COSA E' MANCATO
In nessun paese dell'Unione Europea, di fatto, era presente un partito che incarnasse i princìpi e i valori della vera "unione dei popoli". Un partito che fosse apertamente europeista e propugnasse seriamente la realizzazione degli Stati Uniti d'Europa secondo le modalità più volte illustrate in questo magazine. Se anche vi fosse stato, tuttavia, è lecito ritenere che non avrebbe raccolto grandi consensi, magari restando al di sotto delle soglie di sbarramento, lì dove presenti, o superandole di poco. Di sicuro in Italia non sarebbe riuscito a superare la soglia minima del 4%, perché il vero spirito europeista è ancora prerogativa di pochi "illuminati". Nondimeno la sua presenza sarebbe stata importantissima perché anche una pattuglia minima di parlamentari avrebbe iniziato a "segnare il cammino". Se mai inizia il viaggio, mai si raggiungerà la meta. Questa è l'amara realtà.
COSA SAREBBE DOVUTO ACCADERE
Pur in assenza di un partito organizzato su scala continentale, che fungesse da collante per stimolare un reale progetto federativo, gli europei avevano comunque la possibilità di fare qualcosa di buono: chiudere la partita con chi dell'Europa ha fatto strame. Va chiarito subito che questo processo non era di facile attuazione perché presupponeva una capacità analitica non certo alla portata di tutti. In buona sostanza si trattava di votare per i partiti "apertamente" contrari all'Unione Europea e poi partire da lì, per iniziare, per quanto possibile, un discorso nuovo e correggere le gravi distonie poste in essere dalle attuali istituzioni comunitarie. Non si è avuta questa capacità e i principali artefici del disfacimento europeo, Partito Popolare e socialisti, pur avendo perso complessivamente settantadue seggi, sono ancora in grado di costituire una maggioranza grazie all'aiuto della "banda" liberale, che ha guadagnato 38 seggi raggiungendo quota 107. Non si è capito, di fatto, quanto sarebbe stato importante dare una spallata alla vecchia Europa e a poco sono serviti gli exploit di Marine le Pen in Francia e Matteo Salvini in Italia che, con il 23,53% e 34,3%, hanno sì conquistato il primato nei rispettivi paesi, ma con percentuali troppo basse per determinare un significativo cambiamento di rotta. Altri fattori negativi sono scaturiti dalla débâcle del Movimento 5 Stelle - ben sei milioni di voti in meno rispetto alle elezioni politiche di un anno fa - dovuta all'elettorato umorale, instabile e volubile, che ha pensato precipuamente al proprio orticello, senza proprio porsi il problema europeo, anche perché in massima parte incapace di concepirne le dinamiche. Parimenti, la confusione politica che da tempo si registra in Spagna ha favorito la logica del "divide et impera" di Pedro Sanchez, che manda a Bruxelles ben 20 deputati, rendendo meno dolorosa la sconfitta dei socialisti e complicando maledettamente la vita alle forze del cambiamento. Che dire? Come sempre, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
SCENARI FUTURI
Vi è poco da stare allegri. Il Parlamento europeo ha il compito di eleggere il nuovo presidente della Commissione, che dovrà prendere il posto dell'ubriacone Jean-Claude Juncker. Molto probabilmente il prossimo presidente ci risparmierà le imbarazzanti scene di un uomo così importante che barcolla alla presenza dei grandi del mondo, mette le mani addosso a tutti e riesce finanche a insidiare il primato di Berlusconi per i giochini stupidini durante importanti eventi. Nel momento in cui viene redatto questo articolo non si conosce ancora il nome del nuovo presidente.
Sarà l'insipido e mediocre bavarese Manfred Weber, sostenuto da una indomita Merkel, che negli ultimi tempi perde sistematicamente voti, riuscendo però sempre a mantenere la maggioranza relativa? L'uomo, manco a dirlo, ha la doppia faccia dei vecchi politici: il suo europeismo da maniera è poca cosa rispetto alla continuità con le vecchie logiche, che hanno consentito alla Germania di egemonizzare l'Europa grazie all'asse franco-tedesco, che ha dominato la scena politica continentale sin dai tempi del "Contratto dell'Eliseo" tra Konrad Adenauer e Charle de Gaulle, rafforzato nel gennaio 2019 con il "Trattato di Aquisgrana", sottoscritto da Merkel e Macron. L'asse, però, scricchiola in virtù del progressivo indebolimento della Merkel. Macron, dal suo canto, pur essendo anche lui in difficoltà, è un giocatore spregiudicato che non si lascia intimorire e si comporta come se fosse lui l'imperatore d'Europa. Per la Commissione europea punta su Michel Barnier, meglio noto come "il cretino delle Alpi". La Merkel potrebbe essere costretta a cedere, magari ottenendo come contropartita la nomina dell'attuale presidente della Bundesbank, Jens Weidman, al vertice della Banca centrale europea. Comunque vada a finire, per l'Europa si apprestano giorni cupi. Si dovrebbe iniziare a spiegare che il suffragio universale, in un mondo così difficile da comprendere, è una vera mannaia autolesionistica. Ma a chi lo diciamo?
   
       
         
         
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