EUROPA  
    di Cristofaro Sola    
       
    COSA ATTENDERSI DALLE URNE DELLE EUROPEE    
   
Tra tre mesi i popoli dell'Unione europea si recheranno alle urne per rinnovare il Parlamento comunitario. Non si tratterà di una stanca operazione di routine o, peggio, di ludi cartacei. Non questa volta. Mai come adesso è in gioco il futuro dell'Unione, sono messe seriamente in discussione le ragioni dello stare insieme dei popoli europei.
Fuori dall'ipocrisia del politicamente corretto secondo cui l'Unione europea dovrebbe essere un totem intangibile, un dogma inviolabile, una professione di fede nella missione salvifica dell'europeismo provvidenziale, la realtà ci restituisce la fotografia di un'entità sovranazionale che sebbene riesca ancora a tenersi sulla linea di galleggiamento imbarca acqua da tutte le parti. L'Unione europea non è il paradiso in terra immaginato, o semplicemente sperato, dai suoi padri fondatori. Tuttavia, non è neppure l'inferno descritto dai suoi più ostinati detrattori. Allora, cos'è? La definizione che ritengo più appropriata sia di "átopon" un "non-luogo".
Preciso meglio, l'Unione europea è un insieme di Stati nazionali strutturato sul piano giuridico-economico che vive di una sua propria dinamica pienamente in grado d'influenzare la vita dei suoi cittadini. Essa, però, non ha un'anima comunitaria, un idem sentire che la caratterizzi quale protagonista coattoriale sulla scena globale. L'organismo europeo è vitale ma, per usare le parole di José Ortega y Gasset, la sua vitalità "si nutre di questa sproporzione fra la grandezza dell'attuale potenzialità europea e i limiti dell'organizzazione politica in cui deve agire". Accetta che sopravvivano e si espandano al suo interno nazionalismi e imperialismi, ma ha negato a se stessa la possibilità di costruire un proprio nazionalismo o un'idea di imperialismo che riassorbisse per intero quelli esistenti e operanti nella maggior parte dei Paesi membri.
Già, perché la grande bugia di questo tempo storico che le élite europee provano a propinare alle classi sociali dominate è che esista un solo europeismo bello, libero, colto, illuminato e progressista pronto a fare muro a tutte le ideologie sovraniste, populiste, razziste che starebbero tornando in Europa grazie alle destre. La verità è che esistono soltanto nazionalismi e imperialismi vincenti contro altri perdenti.
È forse il presidente francese Emmanuel Macron un sincero europeista oppure lo si deve considerare un pericoloso sciovinista? Alla luce dei suoi comportamenti concreti non ho personalmente dubbi su cosa rispondere. Altrettanto la signora Angela Merkel. Il suo progetto politico non è stato forse focalizzato sull'idea di mettere la Germania e l'interesse tedesco al primo posto anche dell'azione dell'Unione europea, nella malcelata speranza di realizzare per vie economiche e finanziarie la conquista della "lebensraum" che non riuscì lo scorso secolo con l'impiego degli eserciti e dei cannoni? E quello che è accaduto in Europa in questi anni di politiche dell'austerity mirate esclusivamente a tenere a bada l'inflazione nell'interesse esclusivo della capacità produttiva della Germania non è forse la realizzazione in versione aggiornata del famigerato "Piano Funk", dal nome del ministro dell'Economia del Terzo Reich? Dunque, ciò che attende gli europei con le prossime elezioni comunitarie non riguarda la lotta ontologica tra il Bene (europeismo) e il Male (sovranismo), ma più banalmente il conflitto di potere e d'interessi tra Stati, gestito con mezzi più pacifici ma non meno cruenti delle guerre del passato.

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Il sogno d'Europa è tutt'altro che giovane. Esso affonda nella Roma imperiale che per prima stabilì in ambito continentale la base delle relazioni interstatuali e di convivenza tra i popoli che vi appartenevano, consegnando alla posterità un patrimonio tradizionale fatto di metodo, di cultura e di senso delle istituzioni pubbliche. Segno che vi è un destino, sopravvissuto a duemila anni di lotte intestine, di guerre, di inimicizie, che chiede di essere compiuto.
Nessuno, che abbia un minimo senso prospettico riguardo al divenire della Storia dell'umanità, può negare la fondatezza della costruzione dell'unità sostanziale, formale e morale degli europei. Parafrasando Benedetto Croce, oggi non possiamo non dirci europei. Ciononostante, il processo d'integrazione non avanza, al contrario rischia d'impantanarsi.
La comune vulgata assegna ai sovranisti il merito o la colpa di aver fermato il cammino della Storia. Non è così ma, nel tempo dell'abiura alla primazia del ragionamento, il semplicismo delle sintesi demagogiche la fa da padrone. Il problema che avvertono i cosiddetti sovranisti, interpretando un sentimento crescente tra i popoli dell'Unione, non afferisce all'esistenza dell'Europa comunitaria ma, esclusivamente, ai modi con i quali la si sta realizzando. Che sono modi palesemente sbagliati. Cos'è che non va?
Una comunità di destino, per essere tale, deve scaturire dalla consapevolezza di tutti i suoi membri di far parte di un progetto comune, condiviso, nel quale ciascuno vi apporta il proprio contributo in base alle proprie capacità senza che per questo possa essere emarginato o penalizzato. Il principio della pari dignità tra Stati membri deve essere considerata la pietra angolare della costruzione comunitaria. Ora, nell'ultimo decennio è cresciuta la sensazione che, in spregio alle premesse costitutive, sia stia dando vita ad un'Unione a cerchi concentrici, dove quelli periferici, più ampi, sono obbligati a gravitare attorno al nucleo ristretto attraverso il quale passa l'asse portante dell'intera costruzione comunitaria.
Per dirla in parole semplici, la fotografia che riflette l'odierna realtà dell'Unione è quella di un insieme disomogeneo di Paesi di serie A e di Paesi di serie B. I primi essendosi autoproclamati migliori tendono a sottomettere gli altri, tacciati d'inaffidabilità, ai propri indirizzi strategici e progettuali. Naturalmente, ai cittadini appartenenti ai cosiddetti Stati di serie B tale classificazione, che mira a precostituire un discrimine antropologico meta-politico, non è accettata. La reazione che ne consegue tende a convertire il disagio avvertito in contestazione/ribellione alla natura stessa dell'Unione, sfumata negli aspetti argomentativi ma vibrante e demolitrice nei risvolti propagandistici. Li si chiami sovranisti o euroscettici, la sostanza è che la protesta di cui si fanno portatori sta facendo breccia, provocando non poche ansie a coloro che, sentendosi dalla parte giusta della Storia ad agire in base a schemi di potere consolidati, hanno ritenuto di doversi difendere arroccandosi nella cittadella fortificata delle élite nell'attesa che l'onda barbarica passi e poi si ritiri nei propri alvei naturali senza aver provocato danni irreparabili. È tutta qui la questione che spiega i molti fenomeni bizzarri ai quali abbiamo assistito di recente e che sono destinati a intensificarsi con l'avvicinarsi del giorno del giudizio elettorale. Vi sembra normale che il capo di un minuscolo gruppo di europarlamentari notoriamente posti al servizio delle lobby e dei grandi comitati d'affari possa dare impunemente, nel corso di una seduta del massimo organo rappresentativo dell'Unione, del burattino al capo di governo di uno Stato fondatore europeo? È accaduto al presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, durante un suo intervento a Strasburgo. Ma, quando si tratta d'Italia, gli esempi in tal senso sono innumerevoli. Il problema degli ultimi dieci anni è principalmente venuto dalla Germania, non senza complicità della Francia.
Ad un certo punto della Storia il processo d'integrazione ha deviato dalla traiettoria originaria. Il Governo tedesco dell'Era di Angela Merkel, forte dei risultati riportati dal proprio sistema produttivo, ha ritenuto che l'Unione potesse avere futuro solo se condizionata dal potere del suo fattore trainante: la Germania. Gli altri Stati avrebbero dovuto adeguarsi alla visione imposta da Berlino. Diversamente, sarebbero stati sanzionati con l'emarginazione portata nei casi più gravi all'isolamento. L'Italia dell'ultimo decennio è stata lo scolaro discolo al quale dover impartire una lezione per rimetterlo in riga.
La sanzione si è chiamata Governo Monti. La messa in punizione, invece, è stata garantita da un guardiano affidabile, postosi al servizio dei nuovi padroni, che dal suo ufficio sul colle più alto di Roma, il Quirinale, ha garantito che dopo Mario Monti si susseguissero al comando una sequenza di governi collaborativi con gli organismi sovranazionali che non passassero per il vaglio e la sanzione del voto popolare. Quel tal guardiano della stalla a cui mi riferisco è Giorgio Napolitano. I governi kapò di cui parlo sono quelli del centrosinistra di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ma non essendo stata del tutto abrogata la democrazia e, soprattutto, valendo ancora il principio costituzionale della sovranità appartenente al popolo, era ovvio che prima o dopo si dovesse tornare dagli elettori.
Cosa che è accaduta lo scorso 4 di marzo. Sappiamo com'è andata. Il malessere dei cittadini per la loro condizione, attribuito in buona parte alle politiche scellerate imposte da una Commissione europea asservita alla volontà di potenza della Germania, si è trasformato in un voto per le forze politiche che incarnano i valori del populismo e del sovranismo. Tali forze non correvano assieme ma, dopo il voto, è bastato poco perché prendessero coscienza delle affinità per mettersi insieme e dare un governo in controtendenza con i desiderata dei padroni del vapore europeo. Da quel momento è come se l'Italia fosse salita sulle montagne russe. Non c'è stato giorno in cui non si sia fatta sentire in un modo o nell'altro la pressione esterna contro gli "alieni" italiani.
Tuttavia, per quanti sforzi l'establishment dell'Unione abbia fatto per affondare prematuramente la navicella italiana, il Governo Giallo-blu di Lega e Cinque Stelle è ancora sulla cresta dell'onda e si avvicina a grandi bracciate al passaggio elettorale delle europee. Intanto gli eretici italiani, che hanno osato sfidare il potere dei più forti franco-germanici, a poco a poco, stanno diventando degli eroi e degli esempi per le altre comunità emarginate dell'Unione.
È la sindrome di Davide contro Golia che ha preso il posto, in Italia, della più sgradevole e pericolosa sindrome di Stoccolma, da cui era affetta la precedente classe di governo della sinistra nostrana. Si è cominciato con la questione dell'immigrazione a dire no ad un modello d'accoglienza forzata che l'Unione aveva scelto per gli italiani, in base al quale il nostro Paese sarebbe dovuto diventare il campo profughi dell'Europa pronto ad accogliere la migrazione da tutta l'Africa e da un pezzo dell'Asia.
Quel no sostanziato di concreti atti di governo dal ministro dell'Interno Matteo Salvini ha mandato in tilt le cancellerie europee. Spiazzati dalla fermezza italiana, i campioni del progressismo illuminato si sono dati alle peggiori contumelie e agli insulti rivolti all'indirizzo del governo italiano. Lebbrosi, vomitevoli, inumani, sono solo alcuni dei convenevoli elargiti negli ultimi tempi all'indirizzo dei ribelli di Roma. Segno di forza o di debolezza delle élite europee? Propendo per la seconda. Anche perché nel conflitto in corso non si è accennato alla presenza del convitato di pietra che, alla fine, è il vero obiettivo da proteggere per gli uni, da colpire per gli altri. Parlo della globalizzazione economica che ha accelerato la distruzione di tutti i modelli produttivi tradizionali i quali, seppure con diversa efficacia, avevano nei secoli sorsi garantito la tenuta della coesione sociale all'interno dei singoli Stati nazionali.
L'avvento del mercato unico senza frontiere, con il sovrapprezzo dell'ideologia mercatista che l'accompagna, ha prodotto nelle classi sacrificate alle logiche del neo-liberismo una reazione respingente della globalizzazione tout court e, contestualmente, la riscoperta di un anelito sovranista che più di farsi portatore di una volontà di potenza è espressione di un bisogno di prossimità con la propria storia, la propria terra, le proprie tradizioni, nell'articolazione delle dinamiche all'interno delle comunità autoctone del vecchio continente.
Sembrerà banale, ma sono convinto che è questo che entrerà nelle urne del prossimo maggio. La volontà di riappropriarsi di un destino, individuale e collettivo, che per un momento è parso perdersi nelle fumose atmosfere dell'indistinto della globalizzazione. Come entrerà nelle urne il processo alla concezione liberale della società e dell'economia che, dopo anni di caos creativo, attende una necessaria messa a punto. Infranto il tabù che debba essere il mercato a regolare se stesso, c'è bisogno di riscrivere un nuovo patto sociale che consolidi il principio in base al quale un individuo cresce se tutto il contesto in cui si trova ad operare e a interagire cresce con lui.
Una libertà, particolarmente economica, che deve fare i conti con la responsabilità, è un inedito per i liberisti di tutte le sponde della civiltà occidentale. A cominciare da quei campioni dell'astuzia che sono i liberali americani. Con le loro scuole di pensiero ci hanno riempito la testa di teorie assolutiste circa l'annullamento del ruolo dello Stato nella regolazione del mercato, nella mano libera al privato perché perseguisse il suo unico scopo: il profitto.
La pressione è stata tale che noi della vecchia Europa li abbiamo presi sul serio, provando a scimmiottarli nell'applicazione radicale del liberismo. Peccato, però, che quando le cose si sono messe male proprio gli statunitensi, quelli della patria della libera iniziativa economica senza vincoli e responsabilità, sono mutati in protezionisti e isolazionisti a proposito della difesa delle produzioni autoctone, con tanti saluti alle teorie della Scuola di Chicago e dei liberisti di tutto il mondo.
Sono convinto che nelle urne di maggio si troverà anche la risposta al più drammatico degli interrogativi del nostro tempo storico: si troverà insieme in Europa un modo per difendere gli interessi comuni dall'assalto degli altrui egoismi? La vittoria dell'uno o dell'altro fronte indicherà la direzione verso la quale l'Unione svolterà nel prossimo futuro. Che, poi, a bene vedere è un risultato per il quale ci vale tutto il fastidio di recarsi alle urne in un'assolata domenica di tarda primavera.

   
     
         
    EUROPA    
    di Francesco Diacceto    
       
    UN'AFFERMAZIONE AVVENTATA    
    Recentemente, in un dibattito organizzato dalla Cisl, il responsabile economico della Lega ha affermato che 'se l'UE resta tossica' dopo le prossime elezioni europee, l'unica soluzione è uscire. Nel senso che se ci saranno i 'soliti mandarini' guidati dalla Germania ad impostare le 'politiche economiche, sociali e migratorie', a 'nostro danno', 'io dirò di uscirne'.
Ora, un'affermazione del genere fatta dal 'responsabile economico' di un partito che si accinge a divenire di maggioranza mi sembra alquanto azzardata. E non perché non sia vero, nella sostanza, il 'monopolio' tedesco fino a non molto tempo fa ma è anche vero che, allo stato dei fatti recenti, il pressing della Germania sulle 'non politiche' UE si è fortemente attenuato.
Del resto, la revisione della crescita che quel Paese ha subito (dal previsto 1,8% all'1%) ha già lasciato e continua ad approfondire il segno. Peraltro, l'attuale governo è nel viale del tramonto, per diretta dichiarazione della cancelliera, e lo scenario prossimo futuro è tutto da disegnare. Sembra, tuttavia, certo che quel Paese non abbia alcuna intenzione, sentiti gli umori, di ridotarsi di un nuovo Schäuble in quanto, scottata dalla Brexit, non sembra avere alcuna intenzione di bruciarsi con l'Italia, visto il volume di export verso il nostro Paese. E una 'bruciatura' della Germania, ora, sarebbe problematica per tutta l'Europa, senza alcun bisogno che 'responsabili economici' paventino ritirate sull'Aventino. Anzi, forse sarebbe il caso di incrementare e di estendere il 'nostro' pressing. Cosa che, fino ad un recente passato, non abbiamo mai fatto.
In sostanza, si tratta di essere presenti sugli eventi senza che fuochi d'artificio di una notte di mezza estate intimoriscano gli animi. Il recentissimo accordo franco-tedesco, a cinquantasei anni dalla firma del Trattato dell'Eliseo, porterà la Grancia e la Germania a confrontarsi preventivamente in vista di importanti riunioni a livello europeo per assumere posizioni comuni su tematiche come difesa e sicurezza. Inoltre, con quell'accordo, vi è l'impegno della Francia a riservare un seggio permanente per la Germania alle Nazioni Unite.
È pur vero che la posizione del presidente francese non è, al momento, delle migliori e che quella del cancelliere tedesco è volta all'esaurimento ma resta il fatto che, comunque, talune impostazioni restano e producono effetti anche se i promotori di quelle stesse impostazioni non dovessero più esercitare il loro peso. Per cui, non si tratta di vedere se ci saranno nuovi 'mandarini' agli ordini della Germania e, valutato il 'numero' (?) uscire, quanto impegnarsi perché le future valutazioni europee e i conseguenti nulla osta non siano partigiani.
Nel senso che, al di là delle politiche migratorie e di quelle sociali, non ci sarà da attendere per vedere quali potranno essere gli effetti di quell'accordo perché questi sono già in atto: la vicenda di Fincantieri, protrattasi tra il 2017 e il 2018, insegna. E non tanto per il disinvolto atteggiamento tenuto al riguardo dal presidente francese che è arrivato a nazionalizzare un'impresa già acquisita a maggioranza delle quote, previo accordo con precedente governo. No. Non si tratta, quindi, del nuovo accordo intervenuto con il governo Macron che ha comportato la perdita della maggioranza per gli italiani. Né si tratta della nuova acquisizione italiana, quella di Chantiers de l'Atlantique francese, con l'avallo di quel governo il quale, subito dopo, ha chiesto unitamente alla Germania l'intervento dell'Antitrust europeo che, con immediatezza, ha bloccato l'acquisizione per le 'necessarie verifiche'.
Né si tratta del comprensibile interesse tedesco a favore di Meyer Werft, il più grande competitore tedesco di Fincantieri. Né, peraltro, si tratta del fatto che, per volume di fatturato, quell'acquisizione, stante l'art. 22 par. 1 del Regolamento UE sulle concentrazioni, non avrebbe dovuto suscitare il benché minimo interesse della Commissione Europea. E nemmeno si tratta del fatto che precedenti acquisizioni francesi avrebbero ben dovuto trovare una sia pur minima attenzione da parte dell'Organismo di controllo europeo.
No. Qui si tratta del fatto che non c'è stata voce italiana che si sia levata per una sia pur timida richiesta di chiarimenti (non mi viene altro sinonimo). Si tratta del fatto che il progetto dell'industria Europea della Difesa sarà destinato a coinvolgere altre aziende Italiane, portatrici di importanti competenze complessive per il sistema paese, di occupazione di qualità, ricerca e sviluppo funzionale alla crescita tecnologica, di design authority su sistemi e prodotti e soprattutto di un indotto qualificato. Un settore, questo, che conta in Italia oltre duecentomila occupati ed è tra i primi nella capacità di generare esportazione.
Di questo si tratta. E non di 'uscire' perché se Dio non voglia decidessimo di farlo non è da pensare che gli accordi economici a nostro sfavore si fermerebbero. Anzi, sarebbe il momento di intensificarli visto il danno che potremmo procurare soprattutto agli amici teutonici. Proprio di questo si tratta: cioè di quale ruolo noi, intendendo per 'noi' il Governo, i componenti della Commissione da questo prossimamente designati, e i parlamentari europei prossimamente eletti, vorremo, unitariamente, sottolineo unitariamente, tenere in Europa.
Si tratta, cioè, non di cosa faranno gli altri bensì di cosa saremo capaci di fare noi, a prescindere dagli strumentali, tristi, commentatori a sostegno del recente risentimento francese per l'incontro con i gilet gialli.
   
       
         
         
    EUROPA    
    di Lino Lavorgna    
       
    FRANCE, MON AMOUR    
    PREMESSA
Il presidente Macron, lo scorso 7 febbraio, sentendosi offeso "per gli attacchi senza precedenti del governo italiano", ha richiamato in patria l'ambasciatore. Non ha digerito, di fatto, l'incontro tra il ministro Di Maio e alcuni esponenti del movimento "Gilet Gialli". Gli ha fatto da eco Nathalie Loiseau, ministro degli esteri, che invita il Governo italiano a "far prevalere la preoccupazione per gli affari del proprio Paese, del benessere della propria popolazione e di fare in modo di avere buone relazioni con i vicini". Di Macron ricordiamo tutti le volgari e reiterate ingiurie nei nostri confronti; di Nathalie Loiseau, invece, è opportuno citare quanto asserito in occasione del World Economic Forum, tenutosi a Davos dal 22 al 25 gennaio 2019, che vide il solo presidente Conte formulare una proposta sensata: "All'ONU vi sia un solo seggio che rappresenti l'Unione Europea e non un seggio per ogni stato". La Francia di Macron, per bocca del suo ministro degli esteri, replicò testualmente: "Non giochiamo a chi è più stupido", lasciando chiaramente intendere che non se ne parla proprio di favorire il processo d'integrazione europea con un segnale dal forte valore simbolico, rivelando in tal modo il vero volto dei falsi europeisti.
In psicologia esistono seri studi per inquadrare le patologie di chi sia aduso a imputare agli altri le proprie azioni sconce, per lo più racchiuse nei concetti di "gaslighting" e "proiezione". Il primo termine indica una sporca tattica di manipolazione protesa a distorcere la percezione della realtà, insinuando dubbi che possono diventare tanto più forti quanto più autorevole è il ruolo di chi la metta in pratica. La "proiezione", invece, evidenzia la meschina incapacità di acquisire consapevolezza delle proprie mancanze e la propensione a riscontrarle negli altri. Apparentemente il gaslighting potrebbe essere recepito come uno strumento maligno razionalmente utilizzato per fini biechi, mentre per la proiezione risulta più evidente la matrice psico-patologica. In realtà anche il gaslighting va considerato alla stregua di una malattia mentale: chi lo pratica, infatti, in linea di massima è avviluppato totalmente nel proprio pensiero e nei propri convincimenti. Quando la Loiseau afferma "non giochiamo a chi è più stupido", non pronuncia una frase con la consapevolezza di chi sappia di giocare sporco ma con la convinzione di "avere ragione". Per lei, infatti, come per tanti altri falsi europeisti, è inconcepibile una vera Europa Unita e una Francia priva del suo potere di veto all'ONU.
Stiamo parlando, quindi, di soggetti che, a prescindere dai limiti etico-culturali che li rendono inadeguati al delicato ruolo ricoperto, sono dei sociopatici affetti da gravi disturbi mentali, tipici dei narcisisti vendicativi e degli psicopatici che adottano comportamenti disadattativi nelle proprie relazioni. Sono dei malati, di fatto, che andrebbero innanzitutto curati da bravi psicoterapeuti. E' importante sottolineare questo aspetto perché non è giusto, per loro colpa, inficiare gli stretti legami che, da sempre, affratellano due popoli.

LETTERA APERTA ALL'AMBASCIATORE DI FRANCIA E AL DIRETTORE DE "LE FIGARO"
Egregio Ambasciatore Christian Masset, Gentile Direttore Alexis Brézet, per rigida disposizione medica devo stare lontano dalle fritture, dagli insaccati, dai grassi saturi e dai cretini di ogni ordine e grado, soprattutto da quelli di alto grado che, rispetto ai cretini ordinari, sono molto più dannosi. Per distanza non s'intende solo quella fisica ma anche mentale e pertanto, non potendo indirizzare direttamente questo messaggio al più grande tra i cretini che popolano il vostro meraviglioso paese, lo affido a voi, in modo che gli sia recapitato. Sarei felice, inoltre, di vederlo pubblicato affinché fosse letto soprattutto da quella parte colta e illuminata del popolo francese che, sin dal 1826, trova nel quotidiano "Le Figaro" un solido e serio punto di riferimento mediatico. Mi sia consentito di accompagnare la richiesta di pubblicazione con una dedica a un glorioso giornalista della testata, nonché grandissimo storico e prezioso mentore di tanti giovani europei che, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ebbero la capacità di capire il mondo meglio di quanto non fosse riuscito ad altri, scattando in avanti, e non di poco, rispetto ai tempi. Quei giovani, che ora hanno i capelli bianchi e con i quali ho condiviso mille battaglie, ancora oggi costituiscono il patrimonio più prezioso di questa sgangherata Europa che stenta a trovare la strada maestra. Grazie, Jean-Calude Valla, per tutto ciò che ci hai insegnato. Se tu fossi ancora vivo faresti senz'altro sentire la tua autorevole voce per mettere in riga i cretini, sulla scia di ciò che sempre hanno fatto i grandi francesi, in ogni epoca.
Egregio Ambasciatore, gentile Direttore, chi scrive, sin da quando indossava i pantaloni corti, della Francia ama tutto: il suo incantevole territorio, parte del quale raggiunge livelli di suggestione che trascendono la bellezza e sconfinano in una magia travolgente, capace di far perdere ogni cognizione spazio-temporale; la cultura, che trasuda da ogni contesto e quindi non solo dai testi dei grandi romanzieri; la musica, che grazie alla poetica degli chansonnier alberga ancora oggi su vette irraggiungibili dai comuni mortali; il cinema, che ha donato al mondo la straordinaria bravura di registi e attori ineguagliabili, meritevoli occupanti di quell'Olimpo indegnamente popolato da troppe mezze cartucce graziate dalle mistificazioni, artate e involontarie, di quel variegato e disordinato caleidoscopio umano che gravita intorno alla settima arte. In questo sviscerato amore so di essere in buona compagnia, non solo tra i confini del mio Paese. La Francia, per chiunque sappia volare da vetta a vetta senza scendere a valle, è sempre stata e sempre resterà una terra incantevole. E non è certo un caso, tra l'altro, se uno tra i più grandi uomini mai nati su questo pianeta, se non il più grande in assoluto, in un celebre saggio, argutamente argomentando, sostanzialmente scrisse che la Germania può sempre vincere una guerra contro la Francia, ma culturalmente non potrà mai sconfiggerla. (Friedrich Nietzsche, "Considerazioni Inattuali", capitolo I).
Per decenni, le vicende interne, anche quando hanno generato aspetti sociali non condivisibili, non hanno mai condizionato i reciproci buoni rapporti. Parimenti non hanno mai fatto testo le sortite degli zelanti soggetti improvvidamente definiti "intellettuali" o addirittura "nuovi filosofi", tipo Bernard-Henry Lévi che, recentemente, nel programma televisivo condotto da Lucia Annunziata, dopo aver sputato fiele sul Governo Conte, ha avuto l'ardire di indicare Matteo Renzi, Carlo Calenda ed Eugenio Scalfari come fulgidi esempi della "buona élite". Ora, però, il cretino che occupa le meravigliose stanze nelle quali un tempo si sollazzavano Madame de Pompadour e i suoi amici, sta dando troppo fastidio. "Certo - direte voi - è un cretino, ma ha preso oltre 20milioni di voti, espressi proprio da quel popolo che dici di amare tanto e quindi la colpa è principalmente dei francesi se oggi accadono certe cose". Parole sante, ovviamente, e inconfutabili, soprattutto da uno come me, che per decenni ha visto il suo popolo delegare il potere alla peggiore congerie di rifiuti umani.
Sul comportamento delle masse nelle varie epoche storiche sono state scritte pagine memorabili, che non devo certo ricordare a voi. La democrazia ha sempre fatto i conti con le debolezze umane e con l'ignoranza dei più: è così sin dai tempi di Pericle e con questa triste realtà dovremo convivere fin quando il sole non si stancherà di illuminarci e, spegnendo la luce, spegnerà tutte le nostre vacue illusioni. Nel frattempo è opportuno che ci si sforzi per dare un senso alle nostre azioni. Si può sbagliare, si può cadere, ma l'importante è porre rimedio agli errori e rialzarsi: quando ciò non accade ci si trasforma in zombi, ossia in morti viventi.
Sia ben chiaro che, di là da ciò che traspare sui social, gli italiani di peso, con solide radici e grande valenza culturale, non si sentono minimamente offesi per le squallide e volgari esternazioni del cretino, dal momento che gli tributano la stessa considerazione tributata a una cacca di mosca. Nondimeno, tuttavia, siccome non tutti conoscono i fatti nella loro essenza più recondita e complessa, per amor di verità va ben spiegata la "proiezione" di cui parlavo in premessa. Pazienza se i fatti narrati colpiranno non solo lui e potranno ferire l'amor patrio di tanti di voi: la verità a volte fa male, ma non per questo può essere sottaciuta. Per il cretino dell'Eliseo noi saremmo "irresponsabili, vomitevoli, cinici".
Quale meraviglioso esempio di proiezione perfetta! "Irresponsabile", infatti, è un termine che si addice benissimo a chi ha bombardato la Libia per mera gelosia nei confronti dell'Italia in virtù del rapporto privilegiato che con essa intercorreva, creando le premesse per il disastro dell'invasione migratoria; "cinico", casomai, è chi manda la Gendarmerie a Ventimiglia per respingere con modi bruschi qualsiasi straniero tenti di entrare nel vostro "sol sacré", magari sconfinando anche in territorio italiano; "vomitevole", e non solo, è chi sfrutta indecorosamente l'Africa stampando moneta per quattordici nazioni, beneficiando del signoraggio e "cinicamente" sfruttando il lavoro di bambini nelle miniere. Dal Niger, per esempio, proviene il 30% dell'uranio che serve per le centrali nucleari, mentre il 90% della popolazione nigerina vive in condizioni miserrime, senza nemmeno l'energia elettrica. Scegliete voi, infine, il termine più adatto per dei governanti che offrono ospitalità a una quindicina di terroristi, negando la loro estradizione.
Può, dunque, un Paese come la Francia essere rappresentato da una cacca di mosca che parla a vanvera e ha più rogna addosso di quanto non se ne trovi in un canile mal curato? E voi, non vi vergognate un po' per essere parte integrante di un sistema così marcio? Il "romanticismo" di un amore per le tante cose belle che la Francia ha prodotto e continua a produrre resta intatto, ma sarebbe ora di porre fine alle cose brutte, che fanno male. A tutti.
Il popolo francese ha il dovere di fare ammenda dei propri errori, come in parte già sta avvenendo, e creare i presupposti affinché il cretino sia rimosso nel più breve tempo possibile, lasciando campo libero a chi possa veramente agire al servizio del Bene, stoppando l'indecorosa, sporca e criminale politica estera, soprattutto per quanto concerne le vicende africane.
Questa non è ingerenza, ma tutela dei nostri interessi, perché le scelleratezze dei vostri governanti condizionano la vita dell'intera Unione Europea e risultano oltremodo dannose proprio per noi italiani. Chiunque eserciti un qualsivoglia potere, in qualsiasi contesto, pertanto, si assuma le proprie responsabilità al cospetto non solo del suo popolo ma del mondo intero. Il non farlo vuol dire rendersi complici di malandrini affetti da turbe psichiche, indegnamente insigniti di un potere che non meritano e che non sono in grado di esercitare in modo corretto.
Fate in fretta, quindi. Non vediamo l'ora di ritornare a pensare alla Francia senza disgusto.
   
       
         
         
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