EUROPA  
    di Pièrre Kadosh    
       
    BYE BYE INGHILTERRA    
   
L'accordo per la Brexit è ormai concluso e, salvo incidenti di percorso per il governo May, i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, superato il periodo transitorio concordato che scadrà il 31 dicembre 2020, saranno regolati dall'intesa nel seguente modo:
- i diritti degli oltre tre milioni di cittadini dell'UE che vivono nel Regno Unito e più di un milione di cittadini britannici residenti in paesi dell'Unione europea vedranno i loro diritti tutelati.
- Il Regno Unito rimarrà nell'unione doganale dell'UE, in modo che l'Irlanda del Nord rimanga nella stessa area doganale dell'Inghilterra. Inoltre, l'Irlanda del Nord rimarrà "allineata" con quelle regole del mercato unico che sono "essenziali" per evitare un confine fisico. Se tale patto non sarà ratificato entro luglio 2020, i contraenti potrebbero optare per un tempo di transizione più lungo.
- L'accordo include uno specifico protocollo riguarda Gibilterra e pone le basi della cooperazione amministrativa tra Spagna e Regno Unito in settori quali le imposte, i tabacchi e la pesca, la polizia e le dogane, che costituiscono i principali ambiti di relazione. Seguirà un pacchetto più ampio di accordi bilaterali tra la Spagna e il Regno Unito in relazione a Gibilterra.
- Il Regno Unito onorerà tutti gli impegni finanziari concordati quando è divenuto membro dell'Unione Europea.
L'Unione saluterà il Regno Unito il 30 marzo del 2019. Da allora partirà un periodo di transizione di 21 mesi (fino al 31 dicembre 2020) durante il quale il Regno Unito sarà soggetto alle regole comunitarie. Tale periodo potrà essere prolungato una sola volta su decisione congiunta delle parti.
In caso di disaccordi un collegio arbitrale provvederà alla risoluzione dei conflitti salvo che il disaccordo non riguardi l'interpretazione di norme comunitarie, in tale caso sarà la Corte Europea di giustizia ad occuparsene. Un accordo commerciale, da negoziare auspicabilmente prima del termine del periodo di transizione per evitare una frontiera fisica con l'Irlanda, regolerà le relazioni future.
   
     
         
    EUROPA    
    di Pièrre Kadosh    
       
    LA RIVOLUZIONE DELLE GIACCHE GIALLE    
    La popolarità del presidente Macron è scesa vertiginosamente dal momento della sua elezione. Oggi è ad uno striminzito 25%. E calerà ancora viste le sue politiche antipopolari e l'ondata di proteste che sta bloccando la Francia.
La scintilla che ha acceso la "rivolta" è stato il pesante rincaro del carburante diesel attuato, ufficialmente, per ridurre le emissioni. In realtà dietro alla criminalizzazione del carburante vi sono ben altri interessi (vedi l’articolo di Maurizio Blondet in questo numeo, ndr).
D'altro canto è stato calcolato, attendibilmente, che solo 20 navi portacontainers di grande stazza inquinano quanto tutte le auto del mondo, e sono ben 60.000 quelle che solcano i mari ogni giorno. Guarda caso il trasporto marittimo è stato tenuto fuori dagli accordi di Kyoto in quanto costituisce uno dei pilastri della globalizzazione. Per non parlare degli aerei, degli scarichi industriali, degli impianti di riscaldamento, degli incendi, dei roghi di immondizia, delle polluzioni di origine militare e dei vulcani.
Questi scarni dati la dicono lunga sui reali interessi che si celano dietro a simili provvedimenti, il principale è quello di garantire alle industrie automobilistiche ed al loro indotto una completa riconversione produttiva verso l'elettrico.
Nulla di malvagio nell'obiettivo di lungo termine, tuttavia dopo aver spinto e sostenuto il diesel "verde", agile e scattante per tanti anni non si può imporre alle popolazioni già duramente provate da anni di recessione, da un giorno all'altro, il pesante fardello di finanziare la riconversione industriale.
La matassa è grande e aggrovigliata, si può ben scegliere un altro punto di partenza piuttosto che tartassare i soliti automobilisti già sufficientemente vessati da tasse, assicurazioni, multe, controlli periodici, pedaggi ed onerosi obblighi di varia natura.
I francesi lo hanno capito e protestano in maniera seria e dilagante, come sanno fare dai tempi della "Rivoluzione" e sono anche capaci di far cadere le teste.
Macron, è visto dal popolo - forse non a torto - , soprattutto da quello della provincia e dei piccoli centri, come l'alfiere dei ricchi e dei potenti, delle lobby e della finanza e questo alimenta la rabbia del ceto medio, dei senza lavoro, dei precari, dei contadini vessati da una burocrazia oppressiva che limita persino il diritto di proprietà, degli operai.
Non a caso qualche leader di sinistra si è accodato alla Le Pen nel sostenere le ragioni di chi protesta. Persino alcuni esponenti di "En marche" hanno caldeggiato la riduzione dei costi del carburante e dell'energia in generale, visto anche l'avvicinarsi del freddo.
Ma Macron è impegnato in ben altre questioni: nel tentativo di riformare l'Europa della finanza, nel rafforzare l'alleanza egemone sulla UE, con la Germania della Merkel, nel mettere le mani sul petrolio libico, nel mantenere il controllo su alcune economie africane, non ha tempo per sbrigare questioni marginali che riguardano il popolo minuto e tiene duro.

Fino a quando?
   
       
         
         
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