POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    IL LIBERALISMO? OBSOLETO, PAROLA DI VLADIMIR PUTIN    
   
I politicanti si preoccupano del consenso, gli statisti di costruire il futuro decodificando i segni che il presente rilascia o, per dirla con l'Hegel citato da Corrado Ocone, cercando "di apprendere il proprio tempo col pensiero". Vladimir Putin appartiene alla seconda categoria, quella degli statisti. Lo dimostra l'intervista concessa al Financial Times nella quale il leader russo parla del pensiero liberale. Il punto chiave della critica di Putin al liberalismo si focalizza sull'essere quest'ultimo uno strumento obsoleto, inadeguato a soddisfare i bisogni della maggioranza della popolazione con la quale è entrato in conflitto d'interessi.
Per il leader russo "L'idea liberale ha superato il proprio obiettivo iniziale nel momento in cui la popolazione si è espressa contro l'immigrazione, i confini aperti e il multiculturalismo". Ha ragione il capo della Federazione Russa? Dino Cofrancesco, dalle colonne de "Il Dubbio", è molto severo con Putin.
Scrive Cofrancesco: "il suo paese, nonostante il revival religioso post- 1991, vive immerso in una cultura "atea" dove solo Mammona è oggetto di culto, gli oligarchi mostrano un tenore di vita sfrontato, la corruzione è dilagante a riprova che sulle rovine dell'ideologia marxista di Stato è difficile ricostituire un tessuto di valori collettivi". Con un'economia a crescita zero e una costante diminuzione dei redditi che abbatte il potere d'acquisto delle fasce medie e basse della popolazione, Putin non avrebbe le carte in regola per proporre modelli alternativi praticabili. Tuttavia, nell'analisi di Cofrancesco, i detrattori del paradigma putiniano dovrebbero mostrarsi meno superficiali nel valutare alcuni aspetti dell'analisi incontrovertibilmente veritieri.
Non è demonizzando le "paure" delle persone che si risolve la crisi di senso dell'Occidente di questo tempo storico. Perché, come bene spiega Cofrancesco, "le paure sono "interessi" e valori e gli interessi e i valori ( quando non ledono principi iscritti nelle Costituzioni) stanno tutti sullo stesso piano". Ciò dà ragione all'approccio politico individuato dalle forze populiste alla crisi dello Zeitgeist, lo Spirito del Tempo.
Gli "avversari superficiali" di cui Bernard Guetta per Cofrancesco sarebbe il prototipo, invece, sono rimasti fermi all'interpretazione della crisi mediante l'evocazione delle tre paure profonde delle masse: "quelle dei più deboli e degli immigrati, dell'erosione del patriarcato e del venir meno della tutela sociale da parte dello Stato". Dal versante liberale si fatica a comprendere che la ripresa di un'efficace politica di tutela sociale delle classi deboli non è statalismo sprecone ma la giusta risposta, dopo anni di crisi economica che ha comportato perdita d'identità, a un'istanza diffusa di protezione comunitaria dagli effetti dell'immiserimento materiale e spirituale, portato della globalizzazione. Sulla critica del liberalismo di Putin è intervenuto anche Giovanni Orsina con un articolo pubblicato da "La Stampa".
Per lo storico e politologo della Luiss, il focus si sposta dal giudizio che il leader russo dà del liberalismo alle ricadute che tale valutazione ha, o può avere, sui populisti e sovranisti europei dichiaratisi amici e sostenitori, o semplicemente affini, dell'ideologia putiniana. Riguardo all'Italia, si domanda Orsina se salvinismo e grillismo, in quanto prodotti della crisi del liberalismo strumento ideologico dell'egemonia occidentale, abbiano la medesima radice del putinismo o se siano solo destinati a convergere con esso.
La questione, come avverte lo stesso proponente, è complessa. Bisogna andarci piano a sovrapporre modelli politici e sociali senza tenere in debita considerazione i contesti ai quali tali modelli verrebbero destinati. Un conto è criticare il liberalismo dichiarando di poterne fare a meno in un Paese, la Russia, che da sempre ha scarsa dimestichezza con la democrazia e non ha mai abbandonato l'antica vocazione imperiale, altro conto è muovere l'attacco dall'interno del perimetro della civiltà occidentale. Chiosa Orsina: "In Occidente le reazioni alla crisi del liberalismo si sono mantenute finora entro confini liberali, e non sappiamo ancora se siano destinate a evolvere nell'illiberalismo o a portarci verso un nuovo equilibrio liberale". Nell'attesa si consiglia cautela. Ma fino a un certo punto, perché il dilemma col quale presto o tardi si troverà a fare i conti la Lega di Salvini, la quale non è un prodotto del liberalismo ma lo specchio della globalizzazione nelle sue contraddittorie fasi, non è questione di pura accademia ma richiama decisioni politiche e strategie nelle alleanze tutt'altro che astratte.
Come dimostra l'azione di governo penta-leghista, convergente sull'adesione a politiche economiche espansive sul fronte della spesa sociale, in totale opposizione alle visioni rigoriste sui conti pubblici propugnate in Europa da tutti i partiti che fanno esplicito rimando alla matrice liberale. Ugualmente sulle politiche migratorie, la critica radicale alla libertà di spostamento di grandi masse di esseri umani da aree geografiche ad altre del pianeta, asseverata al corredo ideologico del liberismo di ultimo conio, è il punto di snodo identitario dei sovranismi nella lotta alla globalizzazione.
Ora, se Salvini, in linea con il pensiero di Putin, nega l'approccio liberale alla costruzione del futuro della società può verosimilmente accettare di costituire coalizioni politiche che abbiano al proprio interno gruppi o partiti connessi a quegli ideali? Il dibattito aperto in questi giorni sulle parole di Putin finisce per ripercuotersi sulla natura della forza politica salviniana e sulla sua capacità di costruzione di alleanze con movimenti politici espressione del liberalismo. Per ritornare in quota, non si può non citare il punto di vista di Corrado Ocone, espresso in un articolo su Formiche.net. Ancora una volta concordiamo con la sua analisi. Ciò che è andato in crisi, scrive Ocone, è il dispositivo liberal-liberista.
Ora, la domanda è: liberismo economico e visione liberale sono la medesima cosa? A riguardo non possiamo rispondere che no, che solo una gran confusione valoriale ha potuto generare commistioni perniciose. Esiste un liberalismo politico che ha avuto la grave colpa di accettare un ruolo ancillare rispetto alla sua declinazione in chiave "mercatista".
La globalizzazione nel suo diffondersi ha fatto a meno del corredo culturale e filosofico del quale era portatore il liberalismo storico per abbracciare forme contaminanti di pensiero maggiormente in linea con i fattori espansivi del mercato unico globale, del turbo-capitalismo e della finanza transfrontaliera, come il multiculturalismo. La dimensione nazionale/ statuale, che è stata propria del pensiero liberale tradizionale, è stata soppiantata dalla costruzione di entità sovraordinate agli Stati, coerenti con la necessità di sostenere e favorire la ramificazione dell'economia globalizzata. Per Ocone "la critica di Putin coglie perciò nel segno, ma solo se si riferisce ad una declinazione utopistica e metafisica del pensiero liberale".
Esiste un problema di attualizzazione di un'idea liberale di Stato e di società che deve essere emendata, ma che certamente non merita di finire in soffitta per fare spazio a forme rivisitate del principio totalitario nell'ambito della dottrina dello Stato. Non sarebbe una novità ma un déjà vu. Abbiamo già visto cosa accade quando si giunge alla convinzione che il liberalismo sia morto e forme egemoniche alternative si facciano largo nel divenire della Storia. Lo scorso secolo è finita malissimo. Risparmiamoci il bis.
   
   
         
    POLITICA    
    di Roberta Forte    
       
    QUANTO DURERA'?    
    Il tormentone dell'estate, al pari di quelle demenziali canzoni che da qualche anno debbono necessariamente accompagnare la calura estiva per renderla più gravosa, è la domanda che serpeggia nel popolo, anima i salotti buoni della high society tra giri di whisky giapponese (sì, giapponese, l'ultima, carissima, follia) e le serate pizzaiole tra fiumi di birra: quanto durerà l'attuale governo?
E mentre immergo le mie labbra nella candida schiuma (amo la pizza) m'interrogo su cosa dire, quando sarà il mio turno, per non far languire il simpatico confronto tra amici. Quanto durerà? Vorrei rispondere con quell'efficace sintesi adottata, a volte, da amici romani nella loro bimillenaria saggezza: Boh! Un'interiezione propria che, insieme al senso dell'inconsapevolezza, esprime noia, quando non insopportazione se non disprezzo. Ovviamente, non nei confronti di quegli astanti sebbene alcuni siano lettori di Repubblica. Un giornale che ha la convinzione di poter impudentemente essere impudente. Lo so del bisticcio ma non rende l'idea?
Scherzo, naturalmente, riguardo agli amici. Ma le loro anime 'candite', forgiate alla lotta unicamente nei tribunali, nel maneggiare bisturi o parallelografi e tecnigrafi, assorbono come spugne i contenuti di quel giornale che dal 1976 pastura le menti dei borghesi dabbene, contendendosi il primato con il Corriere. E se quest'ultimo, da tempo ormai, ha assunto un andamento neutrale rispetto alle cose di questo mondo limitandosi alla loro ricca descrizione, il primo si paluda della veste del 'riformista' acculturato che spiega con pazienza ai discepoli il senso e il fine ultimo della maieutica. È il portatore del Logos che, per parafrasare Eraclito, è la parola che ha in vista la verità e non le opinioni, considerate 'giochi di fanciulli' degli uomini 'dormienti'.
Tornando al Governo, non durerà molto. Non può durare quando il gotha dell'intellighenzia internazionale ci critica e ci deride è l'affermazione di un amico molto raziocinante che si abbevera alla fonte della verità. Il ché punge la mia curiosità, bramosa di sapere quali menti eccelse abbiano espresso un tale vaticinio. Lì per lì il nome non viene, forse Macron. Dubito che il presidente francese, con tutto il rispetto, abbia tempo e voglia di mettersi a fare le bucce al nostro Paese. Del resto, ha ben altri problemi da affrontare, a cominciare da Le Fronte National e a finire con i gilet gialli, passando per l'economia.
Cosa poteva pensare che succedesse nel cancellare, senza trattare, provvedimenti di natura economica solo sotto la pressione della piazza? E come poteva ritenere che il 'popolo' non giudicasse quell'atto, insieme alla supinazione di fronte alle astrusità europee, un segno di debolezza inducendolo a votare per chi fa della dignità nazionale il suo cavallo di battaglia? E, di rimando, avendo ottenuto risultati senza troppo penare, come faceva a credere che la pressione della piazza cessasse d'emblée? No. Non può essere Macron.
La Merkel forse? Non credo. La Cancelliera tedesca ha ben altro da pensare. Sta per terminare, senza appello, il suo mandato e la situazione politica tedesca è di una fluidità tale che l'indice della fiducia del cittadino è recentemente calato di colpo del 21%. Né, al momento, si delinea in quell'orizzonte una figura in grado di suscitare particolari aspettative. Oh! Beh! Allora sarà stato qualcun altro, pensa dal corner l'amico. Non credo proprio. Nessuno degli attuali Capi di Stato e di governo è nelle condizioni talmente cementificate da permettersi considerazioni di quel tipo. Non certamente i Paesi dell'est. Né, tantomeno, Paesi la cui popolazione va da poche centinaia di migliaia di persone a qualche milione, ben al di sotto della decina. E, peraltro, in Spagna, Pedro Sanchez ha i suoi problemi, alquanto complessi. Quindi, per quanto mi possa dispiacere, non c'è nel territorio dell'Unione Europea un soggetto politico che, forte della sua 'statura' e della sua tempra, abbia titolo politico di criticare l'Italia.
Ah! Ecco. Chi ha espresso duri giudizi è stato il governatore della BCE, Mario Draghi, prova l'amico dall'altro corner, sperando che il pallone, alla fine, lanciato nella mischia qualcuno lo schiacci in rete. Ma non c'è verso. La mia disinteressata difesa gli rinvia la sfera in centro campo quando gli comunica che al presidente Draghi è stata riservata una standing ovation all'Eurosummit parlando ai leader Ue. E che il presidente Conte è stato tra i più accesi plaudenti. Non poteva, del resto, essere altrimenti: a Sintra è emersa una BCE completamente nuova. Taglio dei tassi, proseguimento, se necessario, del Quantitative Easing, una politica fiscale più espansiva e una politica monetaria 'simmetrica'.
Il significato di 'simmetria' è stato lo stesso Draghi a spiegarlo: 'Nelle nostre recenti decisioni ha espresso la convinzione di perseguire l'obiettivo di un'inflazione vicina al 2% in modo simmetrico. … Se dobbiamo ottenere questo valore di inflazione nel medio termine, l'inflazione dovrà salire sopra quel livello per qualche tempo in futuro.' Ed è risaputo, in economia, che un ragionevole tasso d'inflazione la stimola; con buona pace della Germania da un lato e, dall'altro, di Trump per gli immediati effetti benefici che tali dichiarazioni hanno avuto sul cambio euro/dollaro a vantaggio della nostra esportazione.
Ma, allora, chi mai potrà essere il Catone di turno? Ed ecco che il sipario, tra squilli di trombe e rulli di tamburi, si alza per rivelare il volto del 'parente' misterioso tra il sorridente Amadeus e 'i soliti ignoti': un susseguirsi di articoli di Repubblica che, a sentire l'amico esagitato calciatore, hanno fuor di dubbio il potere di riproiettare la materia nel Logos. Le giovani menti se ne vanno, espatriano. Oh! Bella. Mi compiaccio che l'illustre giornale abbia scoperto l'acqua calda. Mi domando cosa facesse l'ignoto articolista quando il sig. D'Alema diversi anni fa ha sentenziato che i giovani dovevano dimenticarsi del 'posto fisso' e che la nuova parola d'ordine era 'mobilità'. Ed essendo tutti animati da sacro amore per l'Europa, tale mobilità era da intendere entro i confini del continente.
Era sottinteso, peraltro, che rapporti familiari e attaccamento alle tradizioni culturali avrebbero dovuto passare in second'ordine. In ogni caso, l'articolista (e il suo partito di riferimento) era sicuramente disattento quando sprovveduti governi di destra e di sinistra hanno messo mano agli stanziamenti per la ricerca per proiettarli, negli ultimi venticinque anni, verso lo Ø. E chissà quali sarebbero i commenti se l'articolista ignorante sapesse (si fa per dire) che nella travagliata Spagna, a Bilbao ad esempio, un ricercatore non solo trova posto ma guadagna senz'altro più di quei colleghi che, impegnati al pari dei topi di laboratorio, incassano poco più del reddito di cittadinanza.
Non ne va bene una. La manovra di ripiego per una nuova offensiva si è spuntata. Ma l'amico non demorde. Un articolo ha commentato anche il fatto che mancano medici: poco meno di 4.000. Ed è una vergogna. La sanità è allo sbando. È vero, asserisco con la faccia contrita. È una vergogna e la sanità è allo sbando. Ma l'attuale Governo che c'entra? Lo scatafascio è iniziato nel 2001 con l'unico referendum costituzionale passato a maggioranza, su promozione del presidente del consiglio d'allora: il sig. D'alema.
Delegata da quel referendum alla gestione regionale, insieme ai trasporti e ambiente, la nostra sanità tra le migliori al mondo ha iniziato il suo cammino a ritroso per ritrovarsi, oggi, in una situazione da III mondo. Tra scarafaggi e topi, muffe e infiltrazioni di acqua piovana, malati che stazionano in sale d'attesa fatiscenti o in lettiga in corridoi congestionati; farmaci irreperibili, assenza di sapone e carta igienica, mancanza di carrozzine e di lettighe, primari senza reparto che guidano solo sé stessi e reparti con primari sguarniti di medici e personale infermieristico. Tra dissennate chiusure di presidi sanitari e farneticanti accorpamenti. Il tutto, ovviamente, all'insegna del risparmio, senza che neppure un euro sia andato e vada a beneficio delle voragini regionali. Dimenticavo i medici. Perché intanto non si abolisce il numero chiuso nelle facoltà relative? Potenziando, ovviamente, il personale docente che dovrà formarli. Del resto, gli intenti di convergenza tra il sistema formativo e quello produttivo, vagheggiati da governi di destra e di sinistra di questi ultimi cinque lustri, sono rimasti nel libro dei sogni.
L'amico, a questo punto, arranca. Gira attorno gli occhi in cerca di un assist che non arriva. Ma, all'improvviso, un guizzo di smarcamento: e la boutade dei mini-bot che ci ha portato la derisione da più parti? Ho già scritto sull'argomento nello scorso numero ma l'amico non lo sa. Così provo a spiegargli che la proposta non è niente di più e niente di meno che una cartolarizzazione, con il pregio di 'pagare' le aziende creditrici con i titoli negoziabili. Eh! No. Sobbalza l'amico: sarebbe una moneta parallela che non può essere tollerata dalla UE. Ah! Sì? Allora qualcuno mi può spiegare perché il bit-coin, nota cripto valuta, è scambiata al punto da valere oltre 11.000 euro? Un andamento che l'ulteriore cripto valuta Lybra si appresta a raggiungere con la partecipazione di soggetti bancari e investitori. Non sono forse anche quelle, in un'ottica restrittiva, monete parallele all'euro?
L'amico boccheggia. Ha il fiato corto. Però, inaspettatamente, interviene in suo aiuto un'amica che aveva seguito il pacato ragionamento. Beh! Non si dirà che i sindacati non abbiano ragione a scioperare contro questo governo. L'ha riportato ampiamente Repubblica. A questo punto mi viene da piangere. È mai possibile che una stimata professionista abbia una vista così miope? Al che, chiedo in cosa consista la loro ragione, quali siano i loro punti di rivendicazione. E, con mio sommo stupore, la domanda crea disorientamento. Un attimo dopo, però, mi rendo conto di una cosa: l'amica non lo sa. Ignora perché il sindacato sia andato in piazza e cosa rivendichi. Ma l'ha riportato Repubblica.
Provo un'affettuosa compassione conoscendo la sua sensibilità sociale ma devo essere impietosa. Forse le organizzazioni sindacali avrebbero fatto meglio a cercare la piazza quando è stato fatto scempio del diritto del lavoro. Ma così non è stato: abbagliati dalla 'flessibilità', hanno consentito che cento anni di conquiste sindacali venissero cestinate per una competizione, 'flessibile' ovviamente, sempre più a vantaggio di pochi e a danno di molti. Gli automatismi cancellati, il mancato rinnovo dei contratti, l'uso smodato dei contratti atipici e a tempo determinato, le mansioni totalmente slegate dalla formazione, lo svolgimento di mansioni superiori senza la qualifica relativa, sono solo alcuni aspetti dello sbrindellamento del tessuto giuslavoristico intervenuto nell'ultimo quarto di secolo.
Ma i sindacati non hanno manifestato per questo. Anzi, sono stati conniventi nella 'mercificazione' dei lavoratori. Né hanno manifestato perché gli oltre 200.000 posti di lavoro a tempo indeterminato venuti in essere negli ultimi dodici mesi avrebbero potuto essere di più. Non hanno manifestato nemmeno perché contrari al reddito di cittadinanza, sul quale peraltro avevano espresso assenso; non hanno manifestato neppure perché gli stanziamenti per tale istituto avrebbero potuto ingrossare gli investimenti pubblici, creare economia e occupazione. Né, tantomeno, hanno manifestato per l'entità del proposto salario minimo garantito. Nulla di tutto questo. Hanno manifestato semplicemente perché, a loro avviso, non sono considerati a sufficienza.
Non trovo le parole per commentare ulteriormente la pantomima sindacale e di Repubblica. E un silenzio è calato sulla serata. Per quanto mi conoscano da decenni, gli amici non sanno più catalogarmi: mi credevano di destra ma udito l'ultimo passaggio cominciano a nutrire dei dubbi che affiorano nei loro sguardi. Così, in una ridda di voci perché il coinvolgimento è divenuto corale, puntano alla prova del nove, alla cartina tornasole: i poveri migranti della Sea Watch. Persino Zingaretti ha portato loro la solidarietà. Le spalle mi crollano e l'afflizione si dipinge sul mio volto. Ai migranti tutta la mia compassione ma mi domando se sia possibile giocare sulla loro pelle, se sia concepibile che una ONG tedesca con nave olandese, con l'avallo della sinistra nostrana, si ponga in contrasto con un governo legittimamente e democraticamente eletto; se sia umanamente sopportabile che per semplice sfida vengano ignorati altri porti del Mediterraneo per puntare solo ed esclusivamente sull'Italia; se sia politicamente corretto ignorare, sempre per sfida, il pronunciamento della Corte dei diritti dell'uomo e del cittadino di Strasburgo che ha dato torto al ricorso presentato dal capitano della nave e dai suoi trasportati contro il governo italiano, pur obbligandolo a provvedere alle esigenze sanitarie e al nutrimento dei migranti; se sia civilmente accettabile che l'Unione assista inane a una tale situazione e si esprima come farebbe una vecchina di paese: Ehhhh! Ragazzi. Fate i bravi.
E, pur accettando per un attimo che l'Unione nella vicenda non abbia voce in capitolo, come si affannano a sottolineare gli sherpa di RAI 3, e che, semmai, qualche appunto sarebbe da muovere ai Paesi mediterranei, mi interrogo come sia possibile che la Germania, Paese di residenza della ONG in questione e l'Olanda, la cui bandiera è posta sulla nave, continuino bellamente a tacere. Ma, in ogni caso, diciamo la verità: non è tanto la situazione descritta a disturbarmi quanto il fatto che Zingaretti abbia portato la sua solidarietà, proiettandosi a Lampedusa.
Forte della sua dichiarata appartenenza alla 'sinistra', avrebbe potuto portare la sua solidarietà ai disoccupati che vivono nelle periferie di questo Paese, alle famiglie indigenti nonostante il lavoro perché sottopagato, ai giovani che nonostante gli studi non trovano lavoro, ai risparmiatori anziani gabbati da banche disinvolte, ai malati trascurati da un sistema sanitario menefreghista. Ma no. Niente di tutto ciò. Ha voluto trarre insegnamento dal cardinale Konrad Krajewski, dispiacendosi di non avere una leva da muovere per dare luce. Non prevedo un futuro radioso per il PD, specie sotto la guida dell'attuale segretario, dopo il nulla di Renzi. E mi dispiace, tutto sommato. Un secolo di cultura e di tradizioni buttato al macero. Impoverisce il Paese.
A questo punto taccio. E tacciono anche gli amici anche se qualcuno annuisce. Uno solo, di tradizioni catto-comuniste, ha la faccia di dirmi: 'Hai ragione. Questa sinistra fa cag…are.' Anche per loro mi dispiace. E, a proposito del Logos, vorrei invitarli a leggere i frammenti di Eraclito piuttosto che Repubblica così capirebbero che conoscere un gran numero di cose ma non la legge che le governa è come non conoscere se non si arriva alla loro connessione. Ma risparmio loro i miei pensieri. Gli voglio bene.
Ma, allora, quanto durerà, riprende un amico testardo rivolgendosi a me. Sono stanca e ho voglia di dormire. E non mi va di bissare. Così rispondo con il primo quadro che mi balza in mente: durerà in modo direttamente proporzionale alla mitezza e alla lealtà di Di Battista. Qualcuno non è d'accordo? Fa lo stesso. Buona notte.
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Pietro Angeleri    
       
    PUBBLICITA' INGANNEVOLE    
    Quasi non potevo credere ai miei occhi: l'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale si fa pubblicità sui canali televisivi nazionali: l'altra sera, infatti, l'ennesima interruzione pubblicitaria ha mostrato uno spot dove l'Inps afferma di prendersi cura del lavoratore, seguirlo nella sua vita attiva e garantirgli una serena vecchiaia. Non ricordo se le parole siano state proprio queste ma il senso sicuramente lo è.
Da non credere. Certo ci vuole una faccia di tolla per avere l'animo di realizzare un'iniziativa del genere. Per tutta una serie di ragioni. La prima è che l'INPS è un ente pubblico e il suo finanziamento avviene attraverso un prelievo forzoso. Non si può non versare, non è un fatto a discrezione del lavoratore o del datore: va fatto per legge. Dal che, non si comprende la captatio dello spot e ciò induce quantomeno a dubitare sull'uso appropriato di risorse pubbliche.
Ma, sicuramente, i maghi della comunicazione potranno dire che una sollecitazione di tal fatta induce i lavoratori e le lavoratrici a controllare che il datore di lavoro ottemperi ai versamenti previdenziali: una sorta di sveglia perché l'omissione si tradurrebbe in un danno compromissorio della 'serenità', cioè della pensione, dell'anziano a conclusione della sua vita lavorativa.
Ora, lungi da me dissuadere i lavoratori dalla vigilanza su un adempimento sociale in capo ai datori di lavoro: ma, al di là della demagogia, chi 'controlla', ad esempio, le grandi aziende agricole? Sarebbe come dire che i 'caporali' hanno scelto male; che non conoscono il loro mestiere. Il che non è perché, purtroppo, l'opera del 'caporale' è preziosa in quanto procura manodopera a basso costo e ad alta produttività. Una manodopera, peraltro, che non rompa…. D'altra parte, non mi risulta che ci siano 'caporali' in galera. Di lenoni avevo notizia ma di 'caporali' proprio no. E non si ravvisa in questo un'ingiustizia? Il caso, del resto, non è concettualmente simile all'induzione alla prostituzione?
E, visto che il messaggio pubblicitario sembra anche sottintendere il richiamo ad una qual sorta di 'morale', mi domando dove questa sia in quei miei concittadini che, durante le 'raccolte', quantomeno osservano le condizioni delle location dei lavoratori, in buona parte di colore. Ma, del resto, non mi risulta che organismi pubblici deputati a tali verifiche facciano a gara per oltrepassare efficacemente 'morali' addormentate. Un po' come nella Terra dei Fuochi dove centinaia di fusti contenenti materiale tossico, trasportati da decine di camion, sono stati sepolti in un'area di diversi ettari, senza che né i proprietari dei terreni né, tantomeno, i loro vicini abbiano mai avuto neppure la percezione di tutto quel movimento.
Ma lasciamo stare la 'morale' che, all'atto pratico, diventa come la pelle dei cabbasisi. Piuttosto, parliamo del messaggio o, meglio, dell'ultima parte di questo: la 'serenità' che l'INPS garantirebbe alla fine della vita lavorativa. Il che mi induce a buttare un occhio ai miei vecchi testi di diritto per cercarvi un qualcosa che si adatti alla infondatezza del messaggio e, senza neppure tanto cercare, incappo intanto nella cosiddetta pubblicità ingannevole.
Secondo l'ordinamento giuridico italiano la pubblicità ingannevole è "qualsiasi pubblicità che in qualunque modo, compresa la sua presentazione, sia idonea ad indurre in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta o che essa raggiunge e che, a causa del suo carattere ingannevole, possa pregiudicare il loro comportamento economico ovvero che, per questo motivo, sia idonea a ledere un concorrente", come definito dall'articolo 2 del decreto legislativo 145/2007. In sostanza, la pubblicità ingannevole è una forma di pubblicità che, con un messaggio falsato e distorto, esalta qualità che il prodotto non possiede, ingannando il consumatore.
E, mi domando, non è forse il caso dell'INPS? Con l'aggiunta, peraltro, che l'Istituto agisce in regime di sostanziale monopolio. Quindi, come sopra cennato, non c'è 'lesione' di un concorrente. Semmai, ci sarebbe quella dell'assicurato il quale, tuttavia, a differenza di un rapporto assicurativo privato, non può elevare rimostranze, non può portare in giudizio l'Istituto stesso e chiedere il rispetto del contenuto della 'polizza'.
L'attività di quell'Istituto, infatti, è una cosiddetta 'funzione delegata' dello Stato; in pratica, la natura pubblica fa agire l'INPS come una branca dello stesso Stato al quale ex lege è stato demandato il compito di provvedere a 'garantire' ai lavoratori, attraverso la contribuzione mista lavoratori/datori, una pensione esigibile al raggiungimento di un determinato numero di anni di versamenti e di una prefissata età. Né più, né meno di una polizza assicurativa 'vita' accesa presso una qualsivoglia compagnia di assicurazione privata. Con il teorico vantaggio che nel primo caso parliamo dello 'Stato'.
Non penso di incappare in smentite se affermo che non esiste settore più martoriato di quello previdenziale, dove le 'regole' sono state stravolte ad ogni alitar di vento. L'unico periodo nel quale il concetto istituzionale è stato rispettato lo possiamo collocare dal 1933 (anno dell'istituzione) al 1952. In quest'ultimo anno, i gestori affermarono che la gestione a 'conti individuali' non poteva più reggere e così passarono alla costituzione del Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti; un fondo dove confluivano i versamenti e da dove venivano prelevate le pensioni: una sorta di calderone. Ma, almeno, il principio assicurativo di una pensione commisurata al versato venne rispettato fino al 1969.
Da quella data, la demagogia politica prese il sopravvento. La DC, in una sorta di rabbonimento del focoso PC, stravolse quel principio e legò gli importi pensionistici ad una astrusa formula che teneva conto non più del versato nella vita assicurativa bensì della media retributiva degli ultimi cinque anni di lavoro sulla quale calcolare, a botta del 2% annuo, l'importo pensionistico. Con la soddisfazione dei pensionati, non va dubbio, ma con un salasso spettacolare sul Fondo.
In ogni caso, quell'iniziativa sarebbe stata il meno. L'ondata demagogica non si arrestò lì. Tutta una serie di iniziative assistenziali vennero andarono a sommarsi all'integrazione al trattamento minimo. Tutte misure, queste, che avrebbero dovuto essere finanziate, secondo la Costituzione, attraverso la fiscalità generale. In realtà, le coperture a quelle assistenze a pioggia vennero date dal Fondo pensioni lavoratori dipendenti: in sostanza, questo inizialmente si configurò come una sorta di prestito allo Stato, una sorta di 'poi, te li restituisco'. Ma la resa non c'è mai stata. Al massimo, si rilevano degli acconti.
Alle 'assistenze', peraltro, si sono sommate le estensioni delle coperture previdenziali ai coltivatori diretti e mezzadri, poi agli artigiani e, infine, ai commercianti. Il che poteva apparire doveroso se non fosse per il fatto che a quelle categorie di lavoratori autonomi ha provveduto per anni il Fondo pensione dei lavoratori dipendenti a corrispondere le pensioni; fino a quando, cioè, oltre vent'anni dopo, i rispettivi fondi non sono andati a regime. E, se non bastasse, a tale gravame, si sono aggiunti, via via, quelli di fondi di categorie particolari: i postelegrafonici, gli elettrici, i gassisti, gli autoferrotranvieri, il clero, i calciatori, ecc. ecc. ai quali, nel corso dei primi anni '90, si aggiunsero le gestioni pensionistiche dei dipendenti enti locali, ministeriali, lavoratori dello spettacolo, gente del mare, ecc. fino ad arrivare alla rilevante presenza, nella gestione INPS di oltre cinquanta Fondi speciali che, in alcuni casi, non arrivavano a 260 iscritti, ognuno con i suoi requisiti. Inutile dire che nella maggior parte di quei casi era superfluo parlare di gestione a regime; è stata pura remissione.
Così, attraverso le paradossali scuse di un dissesto dei conti dell'INPS, come se le cause andassero imputate all'ingordigia dei lavoratori, dopo un quarto di secolo di allegra finanza, sono iniziate le 'riforme' e, nel quarto di secolo successivo, non c'è stato un governo che non abbia messo mani al sistema pensionistico. L'età di pensionamento più avanti, ancora più avanti, due sole finestre d'uscita all'anno, il sistema di calcolo prima retributivo/contributivo e poi contributivo, l'ampliamento dei requisiti assicurativi, in totale dispregio delle cosiddette legittime 'aspettative'; il massimo durante il governo Monti lo raggiunge il ministro Fornero dove lavoratori in procinto di andare in pensione, a cessazione dell'attività, si videro ritardare il pensionamento di diversi anni. Senza altra fonte di reddito. Quell'atto, peraltro, ha determinato la creazione di un neologismo in campo previdenziale: lo scalone Fornero.
Due precisazioni sono d'obbligo. La prima è che l'unico governo che ha cercato di ridurre l'assurdo numero di oltre cinquanta fondi in gestione INPS, riducendoli e omologandoli, è stato quello guidato da Dini. L'opera, tuttavia, non è riuscita per intero: circa trenta sono rimasti. La seconda è che, nel corso dei decenni, ben due Presidenti dell'Istituto, Militello e Billia, hanno provato a redigere un bilancio parallelo per determinare il credito del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, dal quale è stato prelevato a mani basse. L'ultimo bilancio, se non vado errato, alla fine del II millennio esponeva la rilevante cifra di 250mila miliardi di lire; il che, tradotto, significa 125 miliardi di euro. Altro che casse in sofferenza e pensioni a rischio.
Tutto ciò posto, e ammesso per un attimo che i versamenti assicurativi siano un atto volontario, mi domando quale cliente darebbe credito ad una assicurazione che si comportasse come l'INPS o, se si preferisce, come lo Stato. Ma lasciamo stare. In ogni caso, delle due l'una: lo spot o è un disinvolto uso delle risorse pubbliche oppure è 'pubblicità' ingannevole.
   
       
       
    POLITICA    
    di Pietro Lignola    
    INDISPENSABILE, MA VOGLIAMO DECIDERCI?    
    Lasciamo da parte il business dell'invasione musulmana agevolata dalle o.n.g. e occupiamoci del problema altrettanto grave (e in qualche modo collegato) dell'amministrazione dell'ingiustizia.
Io, al momento, mi trovo nell'isola d'Ischia per una breve vacanza e, quindi, ho occasione di leggere anche la stampa locale. Sono stato, quindi, diffusamente informato delle vicende dei magistrati che amministravano la giustizia sull'isola. Ho trovato sconvolgente che ne siano stati arrestati due, quello in carica e quello che lo aveva preceduto, perché accusati di gravi delitti contro la pubblica amministrazione.
I media nazionali, intanto, riportavano gli ultimi sviluppi dello scandalo Palamara, giunto a coinvolgere persino la seconda carica dell'ordinamento giudiziario, il Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, costretto a chiedere il pensionamento anticipato.
La ciliegina sulla torta è costituita dalle polemiche sul comportamento della magistrata girgentina che ha motivato in maniera per nulla condivisibile il rigetto della strana richiesta cautelare formulata dal P.M. nei confronti della ricca capitana tedesca in guerra contro l'Italia.
Io ho dedicato oltre cinquant'anni della mia via vita all'amministrazione della Giustizia, che ho sempre considerato una missione, e sono disgustato e inorridito per tutto quanto sta accadendo. Ne sono anche addolorato per i tanti colleghi ancora in servizio, che, pur operando con coscienza e serietà, vedono incolpevolmente il loro prestigio crollato, con quella dell'intera categoria, a causa della melma dilagante.
Non posso che dissentire, quindi, dalle minimizzazioni in atto. Mi delude, in primis, il Presidente della Repubblica che, come Presidente del Csm, non può limitarsi a deplorare l'accaduto e auspicare un nuovo corso. Chiacchiere! Null'altro che chiacchiere, come al solito!
La riforma, invece, è estremamente urgente. Non ci prendiamo in giro: non ci sono i cattivi, i seguaci di Palamara, e i buoni, tutti gli altri.
Io non escludo, ovviamente, che fra i membri togati dell'attuale Consiglio possa esserci qualche togato con la T maiuscola. È un fatto, però, che l'attuale sistema di scelta dei consiglieri, con le correnti e tutto il resto, non sia fatto per selezionare i magistrati migliori. Allo stesso modo, come suggerisce il caso del Procuratore Generale sulla via della pensione, i metodi nella scelta dei Capi degli Uffici non sono ottimali.
Non c'è tempo da perdere, se n'è già gettato via fin troppo. Una riforma, che abbia qualche significato, richiede verosimilmente interventi di natura costituzionale con tutti i relativi e non facili passaggi.
Io temo che l'abolizione del Csm sia l'unica strada da imboccare per uscire da questo pantano. Anche una soluzione minimale, però, dovrebbe certamente comportare la separazione delle carriere, equiparando l'ordine degli accusatori a quello dei difensori. Una riforma, anche questa, che richiederebbe giuristi del livello di quelli che, nel 1940, scrissero i codici. La nostra storia recente pullula di pessime riforme in ogni campo e soltanto la speranza, ultima dea dei Romani e virtù teologale per i cattolici, può bilanciare il rischio che nuove invenzioni non riescano nella missione impossibile di peggiorare il sistema attuale.
Eppure, come avverte il proverbio, chi non risica non rosica; effettivamente, poi, il peggioramento di questo sfascio è un'ipotesi fantascientifica, anzi fantagiuridica.
Non dimentichiamo l'altro problema, quello delle mele marce, che da qualche tempo sono un po' troppe per essere considerate un accidente fisiologico. Non si deve aspettare che il ladro entri dalla finestra aperta per sparargli. È molto meglio sprangare ogni apertura per impedirgli di entrare.
Questa si chiama vigilanza. Qualcosa che evidentemente è mancata o è stata insufficiente. A difesa del sistema possiamo dire che un livello non insignificante di disonestà è un fenomeno recente, anche se non del tutto imprevedibile. In passato non sono mancati magistrati perseguiti ed anche arrestati, spesso spinti al suicidio o alla morte. Si trattava tuttavia, nella maggior parte dei casi, d'ingiuste persecuzioni, attuate con lo sfruttamento del sistema dei pentiti. Ne ho scritto, indicando nomi e cognomi delle vittime. Oggi, purtroppo, alle facili calunnie dei criminali collaboranti si sono sostituite le devastanti intercettazioni dei "trojan" che fotografano realtà difficilmente contestabili.
Vigilare, allora, e intervenire tempestivamente, prima che l'irregolarità assurga a sistema. Sul fronte opposto, perseguire chi emetta deliberatamente provvedimenti difformi dalle leggi. Non dimentichiamo che le leggi, per la nostra Costituzione, sono l'unica autorità alla quale i giudici sono sottoposti: violarla non rientra nella loro indipendenza.
   
       
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