POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
         
    LA CADUTA DI KABUL E IL SUICIDIO DELL'OCCIDENTE    
   
È la catastrofe. Abbandonare l'Afghanistan a quel modo, dandola vinta ai talebani, è un'onta sull'onore degli occidentali che non si cancellerà facilmente. Le immagini di caos e di disperazione che giungono dall'aeroporto di Kabul sono allucinanti. Peggio della caduta di Saigon, il 30 aprile 1975; peggio dall'abbandono statunitense, nell'estate del 2014, di Mosul, della piana di Ninive e del nord dell'Iraq nelle mani dei miliziani del "califfo" al-Baghdadi. Cristiani e yazidi ancora ricordano con terrore i giorni della fuga da parte dei "liberatori" occidentali. È peggio di Dunkerque, nel 1940. Almeno, in quella circostanza, i britannici difesero la sacca di evacuazione delle truppe anglo-francesi dall'avanzata della Wehrmacht, la forza armata del Terzo Reich.
L'agosto di Kabul assume piuttosto le tinte plumbee di un 8 settembre 1943, giorno della resa incondizionata italiana agli eserciti alleati, ma anche giorno del "tutti a casa", quando l'interruzione improvvisa della catena di comando della nostra forza armata colse di sorpresa le truppe impegnate sul campo al fianco dei tedeschi, lasciandole allo sbando prive di stringenti ordini operativi. Lo hanno detto e scritto tutti, per cui non è necessario stare a ricamarci su: la colpa del disastro è dell'Amministrazione di Washington. Il "gendarme del mondo" ha mollato la presa su un territorio fino a ieri considerato strategico nella lotta globale al terrorismo di radice islamica fondamentalista. Che adesso Joe Biden finisca in cima alla classifica dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti d'America non importa nulla. Semmai, le nostre preoccupazioni sono rivolte a quei cittadini afghani, uomini e donne, che si sono lasciati conquistare dalle buone ragioni dell'Occidente e che adesso si vedono cinicamente abbandonati a un destino di morte, in balia della ferocia talebana.
C'è un aspetto della disfatta di Kabul che farà male all'Occidente più di molte battaglie perse sul campo. Con la precipitosa partenza dei contingenti della missione a guida Nato Resolute Support Mission (Rsm), non sono stati lasciati nelle mani del nemico soltanto sofisticati sistemi d'arma ma è andato perso il bene più prezioso per un Paese, o per una coalizione di Stati: la credibilità. Dopo l'umiliazione subita a Kabul, quale nazione vorrà più credere alle profferte di aiuto dei futuri inquilini della Casa Bianca?
Dopo le sconcertanti dichiarazioni ascoltate dalla viva voce di Joe Biden sulla capacità delle forze governative afghane di fare fronte per molto tempo alle pressioni dei talebani - dichiarazioni che la realtà si è incaricata di smentire nel volgere di poche ore - chi in tutta coscienza se la sentirebbe di acquistare una auto usata dal presidente degli Stati Uniti? E il peggio deve ancora arrivare.
Già, perché quale gruppo sociale oppresso, in qualsiasi angolo del pianeta viva, vorrà impugnare le armi contro i propri aguzzini interni ed esterni fidandosi del sostegno statunitense? Caliamoci per un attimo nei panni dei cittadini di Taiwan per coglierne lo sbigottimento. Come faranno a dormire sonni tranquilli essendosi finora posti sotto l'ombrello del "grande fratello" americano per stare al riparo dalle mire espansioniste della Cina comunista? Le grandi potenze globali avranno buon gioco nel ridicolizzare il player americano con la capziosa accusa di "abbandonare gli alleati" pur di "proteggere i propri interessi". In special modo Russia e Cina trarranno dal maldestro epilogo della vicenda afghana importanti indicazioni circa la reale consistenza della minaccia americana.
Ma guardiamo in casa nostra: 53 vittime e 723 feriti, è stato il prezzo di sangue che l'Italia ha pagato in questi venti anni di guerra nella granitica certezza di fare il bene del popolo afghano. Oggi non possiamo neanche lontanamente pensare che sia stato tutto inutile. Se lo facessimo sarebbe come tradire il sacrificio dei nostri ragazzi. In Afghanistan la coalizione dei Paesi occidentali è arrivata nel 2001 (il contingente italiano dal 10 gennaio 2002) con l'operazione Enduring Freedom (Libertà duratura), a seguito dei sanguinosi attentati dell'11 settembre. Bisognava estirpare la radice del male che lì aveva attecchito. Ma come farlo senza mettere in conto di costruire una società nuova su presupposti inconciliabili con l'impianto giuridico-religioso della sharia, codice statutario dell'ideologia fondamentalista islamica? Joe Biden mente quando afferma che: "La nostra missione non avrebbe mai dovuto essere la costruzione di una nazione, ma combattere il terrorismo".
Il target era Al-Qaeda ma anche l'universo talebano di contorno che dal 1996 aveva allungato i suoi tentacoli sulla società afghana, prestandosi a brodo di coltura per la crescita della variabile terrorista nella guerra dell'islamismo radicale all'Occidente capitalistico e cristiano-giudaico. Dopo venti anni l'Emirato islamico dell'Afghanistan è tornato. E al potere ci sono i talebani che osano prendersi gioco degli occidentali imbastendo conferenze stampa farsa allo scopo di vomitare offese sull'altrui intelligenza con sconclusionati ossimori del tipo "siamo impegnati a rispettare i diritti delle donne sotto il sistema della sharia", come se le parole diritti, donne e sharia potessero combinarsi razionalmente nella stessa frase. E l'Europa? Semplicemente non esiste al di fuori della sua natura di espressione geografica.
Tra i partner dell'Unione non c'è accordo su nulla, neanche sulla volontà di accoglienza dell'inevitabile ondata di profughi afghani che tra qualche settimana al massimo busserà alle porte del Vecchio Continente. L'Europa non c'è oggi e non c'è stata ieri, quando avrebbe dovuto far sentire la propria voce in dissenso presso il potente alleato d'Oltreoceano che annunciava patti stipulati col diavolo talebano. Al momento non resta che affrettare le operazioni di evacuazione dei civili afghani terrorizzati all'idea di essere lasciati nelle mani degli aguzzini. Ma si tratta di un pannicello caldo che non serve a suturare la ferita che mina i cardini della civiltà occidentale. La strada maestra sarebbe stata quella di aiutare quei cittadini afghani, soprattutto giovani e donne, che hanno preso coscienza della superiorità dei valori occidentali rispetto a quelli (antistorici) propugnati dalla visione oscurantista e totalitaria dell'islamismo radicale, a restare nella propria terra per edificare un futuro migliore in grado di dare al mondo qualità individuale, cultura e bellezza al posto di terrorismo e oppio.
Nel caos generale c'è il nostro Mario Draghi che prova a mettere insieme, mediante la formula del G20 la cui presidenza di turno quest'anno è italiana, i potenti della Terra per farli dialogare e giungere a una soluzione condivisa sull'approccio alla crisi afghana. Non possiamo non augurargli di avere successo in un'impresa che al momento appare disperata. Eppure, oggi servirebbe mantenere, a dispetto dell'ultimatum ingiunto dai talebani alla coalizione occidentale per il ritiro totale delle truppe entro il prossimo 31 agosto, un seppur ridotto assetto logistico intorno all'aeroporto di Kabul. Bisogna assicurare il rimpatrio di tutti quei civili occidentali che per diversi motivi, anche umanitari, sono ancora in territorio afghano. I media si sono concentrati su ciò che accade nella capitale ma l'Afghanistan è grande e i cooperanti occidentali sono dislocati in provincie lontane da Kabul. A costoro non possiamo fare spallucce. Come non possiamo restare sordi al grido di dolore delle tante donne afghane che non ci stanno a ritornare alla schiavitù di genere imposta dall'ideologia talebana.
Quegli spiriti, e corpi, eroici vanno messi in salvo e ciò non lo si potrà fare se tutti i militari occidentali andranno via, come pretendono i nuovi padroni. Occorre istituire su suolo afghano un'area franca sotto la giurisdizione delle potenze alleate occidentali. Come fare? A Washington lo sanno bene: costruire una Guantánamo (ci riferiamo alla base navale, non alla prigione) afghana. Come con Cuba, un contratto di affitto perpetuo o, in alternativa, un'occupazione di fatto di un fazzoletto di terra di 45miglia quadrate, garantirebbe agli Stati Uniti in primis di tenere un occhio vigile sulla prevedibile riorganizzazione dei gruppi terroristi islamici e agli afghani desiderosi di libertà di avere una porta aperta sulla modernità. Guantánamo è rimasta in mano americana dal Trattato Usa-Cuba del 1903, sopravvivendo a sessant'anni di castrismo. Perché non rifarlo a Kabul? In fondo, sarebbe un modo di salvare un po' di quella faccia occidentale annegata impietosamente in un lago di palta afghana.
   
   
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    IL FANTASMA DELLA LIBERTA' E IL CORAGGIO DELLE DONNE    
    Sembrerà assurdo, paradossale, inverosimile ma c'è un filo rosso che lega l'Italia all'Afghanistan. È il legame tra le vicende della politica nostrana e le proteste di piazza delle donne di Kabul e delle principali città afghane. Il nodo di congiunzione è la libertà. Non è uno scherzo: la battaglia che una parte della destra italiana sta conducendo in Parlamento e all'interno della maggioranza governativa contro l'estensione del green pass a tutte o quasi le interazioni sociali è consonante con la sfida lanciata dalle donne-coraggio afghane ai loro oppressori talebani per non tornare a essere prigioniere del burqa e, con esso, schiave della misoginia degli uomini. È questione di libertà, in entrambi i casi.
Ma la parola "libertà" non può essere declinata allo stesso modo in contesti abissalmente differenti. Già, perché la categoria concettuale che ha occupato il dibattito politico in casa nostra, a proposito delle misure da assumere in sede governativa per fronteggiare il rischio di recrudescenza della pandemia, attiene alla cosiddetta "libertà negativa", che è il diritto dell'individuo a non subire interferenze da parte di altri, e in particolare da parte dello Stato. Quella, invece, per cui stanno combattendo le donne afghane è "libertà positiva": desiderio insopprimibile di essere padrone di se stesse, di essere strumento proprio e non altrui degli atti di volontà che le riguardano, di essere soggetti e non oggetti del proprio destino.
A un'osservazione superficiale il parallelismo potrebbe apparire blasfemo. E, in effetti, qualche disagio lo crea l'accostamento del voto contrario dei parlamentari leghisti, insieme a quello di Fratelli d'Italia, all'estensione del green pass alle attività commerciali come ristoranti, cinema e palestre, alle scene di violenze ai danni delle donne che hanno osato sfidare l'arroganza talebana. Si tratta di due livelli di coraggio incomparabili. Purtuttavia, il nesso c'è. Benché sia comunemente accettato, anche dalle parti del pensiero liberale più intransigente, che la libertà individuale non possa essere illimitata, altrimenti condurrebbe al caos non essendo armonizzabili in toto le intenzioni e le attività umane, il problema sta nella definizione dell'estensione del perimetro individuale entro il quale a nessuno, a cominciare dallo Stato, sia permesso interferire. Più quel confine si allontana più l'individuo è libero.
Eppure, il prezzo pagato alla libertà del singolo non può essere la privazione della libertà degli altri. La rinuncia a un pezzo significativo di essa - è la tesi della sinistra - renderebbe tutti più liberi. Qual è, dunque, per l'individuo il limite di cessione dello spazio esclusivo di decisione che non deve essere valicato, pena l'annichilimento della forza costitutiva della libertà? Rimanendo sul piano della stretta attualità, la polemica sull'estensione del green pass era sembrata eccessiva. In particolare, era apparsa una forzatura demagogica l'ostinazione nel voler considerare la certificazione pensata dal Governo come uno strumento di coartazione della libertà personale. Poi, però, c'è stata la lettera scritta a quattro mani da Massimo Cacciari e Giorgio Agamben che ha spiazzato il campo liberale. Per i due filosofi il green pass introduce, in primo luogo, una discriminazione tra chi ne è in possesso e chi ne è sfornito, tale da mettere in discussione i cardini della società democratica (argomentazione egualitaria). In secondo luogo, il tracciamento di tutti gli individui, o quanto meno la maggior parte di essi, sarebbe l'atto proprio e consapevole di uno Stato totalitario (argomentazione libertaria). Cacciari e Agamben nella "lettera" citano due esempi eclatanti: "Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il "passaporto interno" che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell'Unione Sovietica".
I due esagerano? E se invece avessero ragione nel denunciare il rischio della deriva autoritaria? D'altro canto, l'opinione pubblica si sta abituando all'idea che la normalità, superata la fase emergenziale, possa trasmigrare nello "stato d'eccezione" schmittiano, dove la sovranità esce dall'alveo costituzionale che la assegna al popolo per depositarsi nelle mani di un unico decisore politico (sovrano). Non è forse vero che per l'immaginario collettivo il solo che decide in Italia sia "Super" Mario Draghi? Sentiteli i nostri concittadini intervistati per strada: Draghi lo vorrebbero ovunque, al Quirinale, a Palazzo Chigi, a fare l'amministratore di tutti i condomini d'Italia. Si comprende perché nessuno abbia emesso un fiato sulla decisione di prorogare causa Covid lo stato di emergenza, con annessi poteri straordinari al premier, fino al 31 dicembre 2021.
Stando così le cose, Matteo Salvini (pur con qualche ondeggiamento) e Giorgia Meloni non sbagliano a battersi contro un provvedimento - il green pass esteso - che la maggioranza demo-contiana vorrebbe spacciare per frutto della ragionevolezza e della responsabilità. Nessuno più di noi è convinto della necessità di fare marciare insieme l'interesse del singolo e le istanze della comunità, senza preordinare rigide gerarchie nella scala delle priorità. Tuttavia, esiste quel confine della non-interferenza nella libertà individuale che non deve essere violato.
Se c'è un problema con le vaccinazioni, si segua la via maestra che in uno Stato di diritto resta la legge. Il Governo proponga e il Parlamento approvi l'obbligo vaccinale per tutti. Se non si ha il coraggio di farlo non si giochi al rimpiattino con la libertà delle persone. Camuffare un obbligo che non si ha la forza d'imporre con un altro obbligo "smart" che discrimina, precipita la società in un lugubre egualitarismo orwelliano nel quale tra i consociati, "vigilati" da un "Grande fratello" tecnologico, ve ne siano alcuni più uguali degli altri. Se c'è in ballo la sicurezza e la salute della maggioranza degli individui si pongano in essere interventi mirati. Ma è bene che i tracciamenti restino circoscritti alle categorie sensibili ai fini della sicurezza sanitaria e non estesi "a tappeto" all'intera popolazione.
Ciò che, tuttavia, resta insopportabile è la pretesa, ipocrita, di voler coartare la libertà del singolo in nome del raggiungimento di un livello di libertà che solo in via ipotetica si assume essere più "alto". Siamo seri: un liberale non si sottrae a una legittima primazia dell'istanza "organica" comunitaria. Ma non è immaginabile che quello stesso liberale, in nome della prevalenza di un preteso interesse collettivo, subisca passivamente ogni colpo inferto alla sua libertà, fino all'annientamento. Se non è sufficientemente chiaro il concetto, si prenda esempio dalle donne Kabul che stanno insegnando al mondo che le ha illuse e tradite cosa voglia dire, in concreto, essere padrone di se stesse. Lì c'è un potere che vuole segregarle per il loro stesso bene. Ma quelle meravigliose donne non vogliono smettere di sognare la libertà. E per quel sogno sono disposte a farsi ammazzare. Il solo rapportarle alle nostre angosce, alle piccole paure quotidiane e alle convenienze spicciole di cui è intessuta la trama esistenziale dell'opulento Occidente, ci consegna a una figura barbina. La cruda verità è che le generazioni del nostro tempo storico hanno smarrito la memoria di come si faccia a tenersi la libertà. Se cominciassimo a ragionare con la nostra testa e a non seguire da automi il mainstream del politicamente-corretto sarebbe già qualcosa. Non tantissimo, ma qualcosa.
   
       
       
         
    POLITICA    
    di C.S.    
       
    AUTOLESIONISMO    
    Nella destra italiana il tafazzismo è tornato. Che bella notizia! È tuttavia storia vecchia che, a destra, se una cosa funziona non ci si sforzi di farla andare meglio ma ci si dia da fare per mandarla in rovina. Dopo l'autoaffondamento del Popolo delle Libertà non era stato facile ricostruire nel campo del centrodestra un rapporto di fiducia tra le varie anime che lo compongono. La stella polare seguita per restare uniti è stata quella di ascoltare il sentimento maggioritario nel Paese. E, per quel poco che possano valere, i sondaggi sulle intenzioni elettorali degli italiani lo confermano. Troppa grazia perché a qualcuno non venisse voglia di mettersi di traverso.
Ha cominciato Giorgia Meloni che, nell'intestardirsi a non salire sul carro del Governo Draghi in nome di una proclamata coerenza morale, ha visto l'opportunità di "fare cassa" elettorale dall'opposizione a danno dei suoi alleati. Per arrivare dove, non si capisce. Ad assestare bordate alla casa comune ci hanno poi pensato alcuni esponenti di Forza Italia, preoccupati delle loro sorti personali nel caso in cui la liaison tra il leader leghista e il vecchio leone di Arcore dovesse sfociare nell'auspicata unificazione dei due partiti. Ha dell'imbarazzante il comportamento velenoso di esponenti forzisti, presenti al Governo, che spendono più tempo a marcare i distinguo da Matteo Salvini che a dire una parola che sia una contro l'oscena faziosità, ancorché ridicola, di Enrico Letta. Come se non bastasse, ci si è messa anche la fronda interna alla Lega, la cosiddetta "ala nordista", a sparare alla schiena del "Capitano", facendolo passare per il parente scomodo di cui ci si vergogna ma che bisogna tollerare per il bene della famiglia.
Ragazzi, sveglia! Se siete a fare i fenomeni nelle stanze del potere romano o i "condottieri" in qualche regione d'Italia lo dovete a quel "marziano" di Matteo Salvini. È necessario che vi si ricordi dove eravate grazie alle vostre miopie da bottegai padani nel 2013, quando il giovanotto vi ha preso per mano per fare della Lega il primo partito italiano (il vantaggio virtuale di Fratelli d'Italia assegnato dai sondaggi è un'illusione ottica)? Non lo diciamo esplicitamente perché la volgarità non è nelle nostre corde, ma eravate proprio lì: ci siamo capiti. Mollare Salvini sulla battaglia per non estendere il Green pass indiscriminatamente a tutta la popolazione non è una genialata.
Giocare a fare i "draghiani" più di Mario Draghi non vi porta da nessuna parte, se non a essere gli "utili idioti" che lavorano per il nemico senza accorgersene. Il popolo della destra certi smarcamenti a favore di telecamere li ha già vissuti drammaticamente sulla propria pelle ai tempi dell'apoteosi di Silvio Berlusconi, nel 2009. Li ricordate Gianfranco Fini e l'opera demolitoria - suggerita da chi lo sappiamo, e neanche a farlo apposta era un inquilino del Quirinale - orchestrata per scavare la fossa a un leader che avrebbe potuto finalmente compiere la svolta liberale attesa dal Paese?
A Via Bellerio ci sarebbe qualcuno che si è accomodato sulla sponda del fiume nella convinzione di vedere passare il cadavere del proprio leader. L'occasione potrebbe essere prossima: una débâcle della Lega sotto la "linea Gotica" alle comunali di ottobre. Ora, non è che Salvini sia l'essere perfettissimo, qualche stupidaggine di recente l'ha fatta e ciò lo ha reso vulnerabile. Vogliamo dirlo? Aver ceduto sulla questione Durigon è stato un clamoroso boomerang che adesso gli ritorna contro. Quando i "governisti" della Lega si sono uniti al coro della sinistra nel condannare la presa di posizione dell'ex sottosegretario all'Economia, Claudio Durigon, sull'intestazione dei giardinetti pubblici di Latina ad Arnaldo Mussolini, chiedendone le dimissioni, Salvini avrebbe dovuto fare muro anziché accompagnarlo alla porta.
Ora, nel Lazio - e non solo nel Lazio - il popolo della destra che era stato orgogliosamente missino e poi di Alleanza Nazionale prima del suicidio politico di Gianfranco Fini, si era fidato della nuova Lega sovranista e meno della conventicola dei "quattro amici al bar di Via della Scrofa", alias Fratelli d'Italia prima versione. Nessuna meraviglia se adesso la delusione patita per il trattamento riservato nel partito a Durigon condurrà quello stesso popolo a snobbare le urne delle Comunali di Roma, dove il centrodestra avrebbe potuto camminare sugli allori per prendersi il Campidoglio. Ora torna tutto in discussione con l'inquietante prospettiva per i romani che, dopo anni di disastri grillini, rispunti un vecchio arnese della sinistra (Roberto Gualtieri del Partito Democratico) a riportare indietro le lancette dell'orologio ad acqua del Pincio. Ma non ci sono soltanto i pesi massimi dei partiti a ingarbugliare la scena. Siamo quasi in autunno ed è tempo di funghi. In questi giorni spuntano ovunque, non solo porcini e prataioli ma anche "intellettuali" di destra che sfoderano ricette miracolose. Tra questi, Filippo Rossi di "Buona destra".
Le cose che dice sono il trionfo dell'autolesionismo. La sua ricetta? Una destra normale, sana di mente, gentile, che rompa con l'altra faccia di quell'unico mondo: la destra sovranista, cattiva, tossica. Eppure, se c'è stata un'impresa per la quale Silvio Berlusconi sarà citato nei libri di storia è l'aver sdoganato la destra post-fascista introducendola a pieno titolo nelle dinamiche del cosiddetto "arco costituzionale". Una conquista da custodire gelosamente. Oggi, come si dice a Napoli, "Se ne vene cacchio cacchio" "l'intellettuale" di turno a spiegarci, dalla pagina on line di "Formiche. net", che la buona destra italiana dovrebbe prendere esempio dai cugini gollisti francesi che si sono opposti al lepenismo impedendogli di prevalere in Francia. Dichiara testualmente Rossi: "Marine Le Pen non vince mai proprio perché c'è una destra gollista che si oppone al sovranismo e al radicalismo. Insomma, due recinti politici distinti e distanti". Bravo furbo! Così la sinistra e personaggi alla Emmanuel Macron la spunteranno sempre. Il dramma della destra francese è di non aver avuto in questi anni un Silvio Berlusconi in grado di sollecitare un sano revisionismo all'interno del mondo storicamente presidiato dal Front national, oggi Rassemblement National. Nell'Oltralpe, la strada giusta ancora auspicabile resta quella che passa per il pieno recupero di Marine Le Pen alle ragioni politiche e alla visione del gollismo, non la sua ghettizzazione e il congelamento dei voti - tanti - che la Le Pen drena nel cuore profondo della Francia.
E qui da noi che si fa? A sentire Rossi, per tenere a bada i "cattivi" sovranisti, alle Comunali di Roma va sostenuta la candidatura di Carlo Calenda, il rampollo della "meglio" borghesia radical-chic capitolina, contro quella del candidato unico del centrodestra Enrico Michetti. Ragazzi, comprendiamo la voglia di mettersi in mostra fingendo di avere un pensiero intelligente, ma bersi il cervello è troppo.
Mozione d'ordine: prima che parlino in pubblico, alcol test per tutti gli intellettuali, o sedicenti tali, di destra. Mettendo da parte l'ironia, lo diciamo senza mezzi termini: cari politici e intellettuali della parte avversa alla sinistra -come il mitico Walter Veltroni appellava il centrodestra - la ricreazione è finita. Basta giochi e giochetti di palazzo e castronerie sparate in libertà, c'è da ritrovare compattezza e unità d'intenti. Non vi è concesso suicidarvi politicamente, perché, dopo anni di strapotere della sinistra, c'è un popolo che attende disperatamente il proprio turno per governare il Paese. Stavolta cercate di non deluderlo. Sarebbe un'inemendabile vigliaccata.
   
       
       
    POLITICA    
    di    
    IF    
    Con una rosa in mano e la cenere sul capo entro idealmente a Westminster e mi inchino davanti alla tomba di Kipling per rendere omaggio e, al contempo, impetrare perdono.
Omaggio al genio letterario, perdono per l'indecente furto che, tramite estemporanea parafrasi, mi appresto a perpetrare: ma non ho scelta.
Soltanto il ritmo dell'immortale "If" mi appare infatti come unico strumento per esprimere (umilmente "of course") ciò che provo nei confronti di quella futuribile "terza" via che si vorrebbe ormai obbligata per la nostra attuale società, laddove io credo invece che oggi ci si trovi di fronte ad una via "altra " (e non "terza") del tutto inimmaginabile - dopo due millenni e mezzo di ininterrotta Civiltà dell'Occidente e relativa Storia - non più di una quarantina di anni fa.
Pertanto:
….. Se ritieni che, con la definitiva scomparsa del Dio, tu ti sia liberato di un'immanenza condizionante la libera espressione del tuo più intimo edonismo,
…. Se senti che, con l'eclissi della figura del "padre" tramutatosi in fratello maggiore, tu non avrai più a relazionarti con un'autorità morale, ma soltanto con un'entità detentrice di un superiore, episodico potere di fatto con cui istaurare null'altro che dialettiche utilitaristiche,
…. Se consideri gli anziani una zavorra sociale ormai fuori dal tempo da doversi archiviare quanto prima possibile,
…. Se ti è gradito accomodarti in un credo religioso che invece che far da "ponte" tra terra e cielo ama atteggiarsi a facilitatore tra terra e terra e sponda di prossimità tra umani del medesimo pianeta,
…. Se ti acconci a ricomporre la sublime follia del rapporto tra i sessi (ad uno dei quali tu sia comunque pervenuto in qualsivoglia maniera) negli asfittici parametri di invalicabili comportamenti fissati da norme giuridiche,
…. Se consideri iatture dell'esistenza la solitudine ed il silenzio, mentre ritieni il costante, ininterrotto rapporto telematico con gli altri esigenza ineludibile per il tuo stesso stare al mondo,
…. Se ritieni che il virtuale sia l'autentica essenza del reale senza il quale i fenomeni che ti circondano non hanno ne luogo ne consistenza e che un qualsivoglia evento possa dirsi vero ed effettivamente verificatosi soltanto se mediato da detta dimensione,
…. Se ritieni che l'umanità che ti circonda sia un caldo gregge o un accogliente stormo (scegli tu!) nel quale accomodarsi e, assecondandone movimenti o evoluzioni, considerare in tal modo esaurita ogni qualsivoglia, altra finalità propria dello stare a questo mondo,
…. Se consideri la democrazia parlamentare a suffragio universale unico punto di possibile convergenza per un' autentica composizione di quel pulviscolo di disparate, erratiche e contraddittorie esigenze umane espresse "una tantum" dal cittadino con una semplice crocetta su un foglio di carta a velleitaria, supposta sintesi di ogni suo sentire sociale e/o aspirazione di natura economica,
…. Se consideri del tutto naturale che i "mass media" non si limitino a riferire accadimenti, ma, mischiando invece in modo surrettizio fatti ed opinioni, creino bolle di eventi di natura artificiale, ma dalle concrete - e spesso nefaste - ripercussioni sulla vita di inermi cittadini,
…. Se consideri il politicante di professione un individuo cui guardare come referente per l'inveramento di tuoi concreti bisogni materiali o, se non altro, di tue velleitarie e vaghe aspirazioni di tipo sociale, sorvolando sugli aspetti di età, formazione, esperienza, competenza, affidabilità e serietà di un tale costui (e, ops ! naturalmente, anche di una tale costei) ,
…. Se attribuisci all'onnipresente P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) la massima autorevolezza in termini di unità di misura della qualità della vita di una nazione indifferentemente dal fatto che le attività economiche che contribuiscono a formarlo siano liete o tristi, positive o negative (matrimoni e/o funerali),
…. Se ritieni del tutto normale che in un sistema che si autoproclama sempre ed a gran voce "democratico", una supposta emergenza sanitaria di discussa caratura tecnica possa traghettare un'intera società verso uno stato di polizia non conclamato, ma in grado di trasformare di fatto i propri cittadini in occhiuti controllori del vicino,
…. Se consideri la tecnologia, in tutte le sue manifestazioni, unica risposta ad ogni tua aspettativa esistenziale e le cui innumerevoli offerte di protesi corporali per potenziare la tua modesta persona fisica - in termini di cervello (computer), vista (televisione), udito (radio e telefono), gambe (mobilità meccanica), nonché totale dominio dell'aria e dell'acqua - faranno di te il superuomo del mito nonché "dominus e donno" della tua felicità su questa terra,
…. Se ti convinci che un'episodica ed erratica informazione telematica di tipo puntuale possa ben sostituirsi ad una più ampia cultura e che una quasi perfetta conoscenza di infiniti, singoli "particulare" possa sopperire all'esigenza di saper collocare tali circoscritti aspetti dell'esistente sugli ineludibili assi cartesiani del tempo (la Storia) e dello spazio (il Mondo),
…. Se ritieni tuo auspicato destino, in un non lontanissimo futuro, quello di riuscire a trasferire ogni tua conoscenza, competenza, abilità, sensazione, autoconsapevolezza e capacità di auto-riproduzione, dalla tua attuale individualità fisica fatta di semplice, ma esigente carbonio ad un'altra costituita da un altrettanto semplice, ma per nulla esigente silicio (pilastro dell' elettronica), in modo tale da non aver più bisogno del sostegno di questa nostra piccola Gea che sembra apparire in crescente affanno nel prendersi cura della nostra sopravvivenza nel suo attuale stato biologico ,
…. Se sei convinto senza ombra di dubbio che la vita nel nostro pianeta Terra (che, come è noto, gira intorno al Sole da cinque miliardi di anni e che prevede di poter continuare a farlo per almeno altri cinque) sia collegata in modo diretto ed ineludibile ad ogni singola azioni di noi microscopici esseri umani, (presenti su di essa da appena quattro milioni di anni) guardandoti bene dal chiederti come mai la nostra Gea abbia potuto resistito in tutta serenità per quei miliardi di anni antecedenti la nostra comparsa e ben prima che noi umani si cominciasse a "romperle le scatole" con un leggero aumento di CO2,
…. Se appalterai, subordinandolo del tutto al principio del "politicamente corretto", ogni tuo estemporaneo pensiero o desiderio di libera azione e soffocherai sul nascere qualsiasi tuo naturale moto di ribellione intellettuale nei confronti dell'esistente dato che far ciò ti porrebbe "ipso facto" al di fuori del tuo consesso sociale di appartenenza,
…. Se sei convinto che trovare dietro l'uscio di casa, a fatica zero, la scatola contenente la materializzazione immediata di un vago desiderio appena concepito e già evaporato, sia il modo migliore di prendere a morsi la vita,
…. Se non vedi l'ora di impossessarti di un'identità artificiale appena ventilata in modo gratuito e superficiale, dal virtuale ed episodico "influencer" di turno che ti spiega chi tu realmente sia e soprattutto cosa tu debba fare di te stesso per appartenere, in modo degno, a questo meraviglioso pianeta,
…. Se ritieni che sia del tutto "à la page" scegliere il nome (rigorosamente anglosassone) dei tuoi figli con la stessa creativa "nonchalance" con cui, non più di una generazione fa, lo si faceva per "battezzare" il proprio cagnolino,
…. Se non hai dubbi , infine, sul fatto che le dimensioni dell'esibizionismo e dello spettacolo siano la vera anima dell'attuale universo esistenziale e che, di conseguenza, il vendere e il comprare una qualsiasi merce, sia essa materiale che immateriale, costituisca l'ineludibile scopo per cui valga la pena di patire in questa nostra valle di lacrime,
….. allora tuo sarà il futuro e tutto ciò che vi è in esso, ma - quel che più conta - a questo punto tu non sarai più un uomo (ari-ops! o donna), figlio/a mio/a, ma soltanto un inedito e misterioso qualcos'"altro" !
Roma, 18 agosto 2021
   
       
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