POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    UNO, CENTO, MILLE CAMPOLILLO    
   
Commuove questa Italia dei buoni, dei responsabili, dei sindaci che firmano petizioni, degli idraulici, dei porporati e delle shampiste, che si mobilita per convincere Mario Draghi a restare al suo posto. Il mutuo soccorso è una cosa bellissima, soprattutto quando promana dalla mitica "società civile". Il problema, semmai, è capire per cosa la grande macchina della solidarietà si sia messa in moto. Qui, dobbiamo fare a capirci. Si vuole che Draghi resti non per salvare l'Italia ma per tenere al sicuro, per altri otto-nove mesi o forse più, il Partito Democratico e la palude dei neo-centristi - quelli del consenso da prefisso telefonico - all'interno della stanza dei bottoni. Già, perché, stando a tutti i sondaggi disponibili (per quel che valgono), un'elezione anticipata porterebbe a una schiacciante vittoria del centrodestra, alla sconfitta della sinistra, alla quasi sparizione della palude centrista e all'estinzione dei grillini. È ciò che si vuole impedire implorando Mario Draghi di non abbandonare la nave. Per raggiungere lo scopo, in queste ore, il tono apocalittico è schizzato alle stelle, segno che quando si è presi dal panico la prima cosa di cui ci si libera è la decenza. Bisogna sentirle le "Cassandre" del Palazzo: senza Draghi le mucche non faranno più latte, le api non daranno più miele e le donne non partoriranno più figli.
Devono averci presi per idioti che si bevono qualsiasi fregnaccia. Siate seri e non raccontate balle. Se il Governo si dimette e la legislatura viene sciolta, per qualche mese il Governo in carica andrà avanti per il disbrigo degli affari correnti che, per prassi costituzionale e orientamento giurisprudenziale, si traduce nella libertà dell'Esecutivo di adottare tutte le misure necessarie a mettere in sicurezza il Paese e a produrre tutti gli atti destinati a incidere su eventi indifferibili. L'unica cosa che non si potrà fare a Camere sciolte è di votare eventuali "fiducie" al Governo. Inconveniente superabile mediante la stipula di un "gentlemen agreement" tra le forze che finora hanno sostenuto il Governo Draghi, ad eccezione, com'è ovvio, dei Cinque Stelle. Novanta giorni e si avrà un nuovo Parlamento depurato della presenza debordante di una forza politica, il Cinque Stelle, che non rappresentando più alcuno nel Paese, nella sua gran parte ha scelto, parafrasando Karl Marx, di costituirsi come esercito parlamentare di riserva del Partito Democratico.
E Mario Draghi? Lui vuole andare via. Su questo non ci piove. Lo abbiamo scritto: il premier è grato a Giuseppe Conte di avergli fornito il pretesto per togliere il disturbo. Uscire ora significherebbe salvare la propria reputazione prima che sia tardi. Prima cioè che la tempesta che si sta addensando all'orizzonte non gli si abbatta addosso in tutta la sua violenza. Il vizio capitale che inficia la narrazione dei draghiani della prima e dell'ultim'ora, a sinistra come al centro, sta nel dare per scontato che il premier sia in grado di affrontare il peggio mettendo al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi che si scatenerà a partire dal prossimo autunno. Non è così e il primo a esserne consapevole è proprio Mario Draghi. Non è questione d'inattitudine. A differenza dei politici in circolazione l'ex capo della Banca centrale europea avrebbe tutti i numeri per gestire la situazione. Il problema è, per così dire, oggettivo. Nel senso che dipende principalmente da variabili esterne ed estranee al contesto nazionale. La crisi scaturita dal riposizionamento strategico dell'Unione europea rispetto alla Federazione Russa, in relazione alla vicenda ucraina, avrebbe richiesto una risposta totalmente unitaria di tutti i Paesi dell'Unione. Risposta che non c'è stata. In Europa si procede in ordine sparso e ciascun governante segue la bussola che indica nella difesa utilitaristica dell'interesse nazionale la propria stella polare. Ne consegue che, di là da qualche intervento random di Bruxelles su specifici temi di crisi, nel complesso l'Italia dovrà cavarsela da sola per evitare di affondare. Purtroppo, questa forza il nostro Paese non l'ha. Di certo non la possiede nella misura che occorrerebbe per evitare il peggio. Tale condizione di debolezza ha cause antiche ma ne ha anche di sgradevolmente attuali.
La scelta politica di Mario Draghi di farsi alfiere della reazione più intransigente contro Mosca e di sostenere senza riserve le ragioni di Kiev in una sorta di ortodossia neo-atlantista che non è mai appartenuta ai governi italiani della Seconda Repubblica e, ancor più, a quelli a egemonia democristiana della Prima Repubblica, ha di molto complicato la nostra posizione sulla scena internazionale. Un esempio per intenderci. La potente Germania, che è stata costretta dalle pressioni statunitensi a schierarsi contro Vladimir Putin, in queste ore non si è fatta scrupolo di reperire in Canada i pezzi di ricambio per la manutenzione delle turbine del gasdotto russo Nord Stream 1 perché potesse rapidamente riprendere l'erogazione del gas, interrotta per motivi tecnici dallo scorso 11 luglio. Lo ha fatto in palese dispregio delle sanzioni comminate dall'Occidente a Mosca, che vieterebbero le forniture di materiali all'industria russa. L'Italia, che ha un problema analogo a quello tedesco in ordine alla necessità di continuare a ricevere materia prima energetica dalla Russia, preferisce cambiare fornitore. Il Governo italiano scende a patti con i più sanguinari dittatori africani invece di tentare di riallacciare il dialogo con il Cremlino. Sfidare apertamente Mosca non l'ha ordinato il medico. Si tratta di scelte politiche che non possono non avere gravi conseguenze. Draghi le ha assunte contando sulla solidarietà dell'Europa e degli Stati Uniti. Ma è stato un calcolo sbagliato. Per questa ragione vuole andare via: non ha intenzione di esserci quando la realtà busserà alla porta di Palazzo Chigi per presentare il conto.
Le forze politiche nostrane hanno la testa altrove, impegnate come sono a guardarsi l'ombelico. Si sono date a contemplare il pelo dei rapporti di forza tra i partiti, ignorando le dimensioni della trave della crisi che sta per crollarci addosso. C'è una protesta sociale pronta a montare nelle prossime settimane, appena scavallata la pausa d'agosto. Eppure, c'è qualcuno - è il caso di Giuseppe Conte - che immagina di poter cavalcare la rabbia popolare ricostruendosi frettolosamente una verginità grazie a un rapido passaggio all'opposizione, dopo aver ininterrottamente governato dal 2018. Che genio l'"avvocato del popolo", il quale vorrebbe imporre agli altri di restare a guardia del bidone di benzina mentre lui e i quattro gatti che gli restano accanto si predispongono a impallinare il Governo dai banchi dell'opposizione.
Tuttavia, l'ingenua follia non è soltanto dell'avvocato di Volturara Appula. È anche di Enrico Letta e di Luigi Di Maio che pensano di essere furbi. Draghi lo farebbero restare cambiando etichetta all'ennesimo gruppetto di transfughi a Cinque Stelle, pronti a farsi "responsabili" alla Alfonso Ciampolillo, detto Lello - il senatore più corteggiato d'Italia quando si tentò di salvare in Parlamento il Conte bis - pur di restare incollati alla cadrega. Mario Draghi, così attento a mantenere integra la sua reputazione, si presterà alla pagliacciata di Palazzo con una crisi politica che si risolverebbe grazie a un artificio da azzeccagarbugli? Fuori formalmente i Cinque Stelle da un nuovo patto di fine legislatura e dentro i "responsabili" per salvare le natiche del "soldato Enrico", dell'"appuntato Renzi" e dell'"attendente Giggino".
E il centrodestra di Governo della coppia Berlusconi-Salvini si presterà al gioco, rischiando la rottura con Fratelli d'Italia? Già, perché Giorgia Meloni non "capirebbe" il rifiuto dei due di segnare un goal a porta vuota. Ma con tutto il rispetto per la signora Meloni, ci chiediamo: lo capirebbero i milioni di italiani che a differenza dei mille sindaci firmatari dell'appello "Draghi resta con noi", degli idraulici, dei porporati e delle shampiste, vorrebbero un altro Governo, un'altra maggioranza e una guida di leggibile impronta politica per raddrizzare una barca che sbanda pericolosamente? Non fatevi illusioni, se Draghi resterà al timone della nave Italia sarà solo perché glielo chiede, dall'altra sponda dell'Atlantico, l'inquilino della Casa Bianca. Con motivazioni tutt'altro che tranquillizzanti per la democrazia italiana. E per la sovranità che in teoria, ma solo in teoria, apparterrebbe al popolo.
   
   
         
    POLITICA    
    di Massimo Sergenti    
       
    I SORDOMUTI    
    È credenza comune che l'espressione 'utili idioti' sia da attribuire a Lenin, in riferimento a coloro che all'interno dei Paesi Occidentali sostenevano ingenuamente il regine sovietico. In verità, la frase nel tempo, assunse un significato più ampio e il lessico comune al di qua della cortina di ferro ne ribaltò il significato a marchiatura di coloro che credendo di far 'bene' favorivano l'illiberalità dell'ideologia comunista. Un esempio è l'avversione alla politica nucleare manifestata, spesso vittoriosamente, dalle forze di sinistra occidentali mentre la 'Casa Madre' riempiva i silos di testate.
In realtà, è in dubbio che Lenin l'abbia usata mentre pare certo che la prima volta che venne espressa nel mondo occidentale fu in un articolo sul New York Times del 1948 in riferimento alla politica italiana. Poiché Wikipedia non fornisce il contesto di tale citazione, ho provato a trovarlo in altri siti ma inutilmente. Comunque, non faccio fatica a credere che nell'ottica del giornalismo americano arrembante dell'epoca i giovani mandolinisti, i pizzaioli e i gondolieri, attivissimi per ardimento e anche grazie al piano Marshall, fossero degli ottimi acquirenti del made in USA.
Del resto, a quel tempo, il mito americano faceva palpitare i cuori e accendeva gli occhi di speranza. Se non fosse stato, nel '54, per il film di Steno col grande Sordi che faceva l'americano a Roma, avremmo mangiato pure le tartine di pane con yogurt, marmellata e senape, invece di dedicarci ai mai tanto osannati maccheroni. Eh! Sì. La satira, specie se fatta con ironia pacata e discorsiva, sia pur con puntatine fino allo scherno e all'invettiva sferzante, faceva più effetto della spada e del cannone. Erano altri tempi e avevamo un altro animo.
Ma, per tornare alla frase in questione, una luce alla chiarezza sembra giungere dallo scrittore Edvard Radzinsky che nel suo libro su 'Stalin' l'attribuisce all'artista Jurij Pavlovič Annenkov il quale però, nelle sue memorie1, asserisce di averla letta in alcune carte lasciate da Lenin. Parrebbe, infatti, che essa fosse contenuta nel suo testamento originale, in parte nascosto e sostituito con un nuovo testo su richiesta della nuova Segreteria del Partito Comunista sovietico la quale, come si nota, manifesta una non usuale, anticipatrice, sensibilità:
"… […] I cosiddetti elementi culturali dell'Europa Occidentale e degli USA sono incapaci di comprendere lo stato attuale dei fatti [internazionali] e il reale equilibrio delle forze, perciò devono essere considerati come sordomuti e trattati di conseguenza...".
"Una rivoluzione non si sviluppa mai secondo una linea retta, per espansione continua, ma forma una catena di esplosioni ovvero, "avanzate" e ritirate, attacchi e quiete, durante la quale le forze rivoluzionare ritrovano le forze per la preparazione della vittoria finale...".
"Dobbiamo, per tener buoni i sordomuti, proclamare la fittizia separazione del nostro governo dal Comintern, dichiarando che questa agenzia è un gruppo politico indipendente. I sordomuti lo crederanno. Esprimere il desiderio di riannodare subito le relazioni diplomatiche con i paesi capitalisti, sulla base della completa non interferenza con i loro problemi politici interni. Ancora una volta, i sordomuti lo crederanno. Anzi, ne saranno entusiasti ed apriranno poco a poco le porte, attraverso le quali gli emissari del Comintern e le agenzie di spionaggio del Partito si infiltreranno rapidamente in questi paesi, camuffati come personale diplomatico, culturale e come rappresentanti di commercio. I capitalisti di tutto il mondo e i loro governi, nel loro desiderio di conquistare il mercato sovietico, chiuderanno gli occhi di fronte alle attività summenzionate e si tramuteranno in ciechi e sordomuti. Ci daranno credito che sarà un mezzo di appoggiare i partiti comunisti nei loro stessi paesi, e, nel passarlo a noi, sarà un mezzo per ricostruire la nostra industria bellica, che sarà essenziale per attacchi futuri contro i nostri fornitori. In altre parole loro lavoreranno per il loro stesso suicidio. […]".2
Non c'è che dire. 'Sordomuto' è senz'altro più politicamente ed eticamente corretto di 'idiota' il quale, tra l'altro, può denotare una sconcertante stupidità se non addirittura una patologia: l'idiozia, ovvero un'insufficienza mentale, un'oligofrenia. Così, mentre per l'idiozia può sorgere il dubbio, offensivo, se uno ci fa o c'è, per il sordomutismo invece l'unico commento, affettuoso quasi, che può nascere spontaneo verso il colpito è: poverino, sciagurato, infelice, meschino. E, purtroppo, sembra che tra le varie fughe di virus, in barba alle misure di contenimento più avanzate, vi sia quello del sordomutismo, appunto, e della meschinità.
Lo so che è difficile accorgersi del dilagare della patologia: un po' come la nebbia di Milano descritta da Mezzacapa/Castellani ai fratelli Caponi/Totò e Peppino, in missione di salvataggio del nipote, che è uno studente che studia, dalle grinfie della soubrette Marisa/Dorian Gray. Quando c'è la nebbia a Milano, non si vede. Così, in piena estate, l'insidiosità della nebbia è talmente elevata da chiedere all'ufficiale austriaco, in arte un 'ghisa', da che parte si deve andare per andare dove dobbiamo andare. E meno male che il 'ghisa' parla italiano così da offrirsi di accompagnarli personalmente in manicomio. Ma quella risposta è la dimostrazione pratica che l''ufficiale austriaco' non ha capito la domanda.
Sembra una scena surreale, da Fellini ante litteram, resa casareccia dal grande Camillo Mastrocinque, ad illustrazione satirica di un tempo dove c'era indubbiamente la nebbia ma le domande potevano essere sollevate suscitando tutt'al più perplessità e, comunque, una risposta. Oggi, invece, il sordomutismo è più subdolo, perché non c'è tampone che possa rilevarlo: le grandi umanitarie case farmaceutiche, le cosiddette big pharma, sono due anni che inseguono una sfera bitorzoluta che, peggio di Houdini, cambia il vestimento e sfugge ad ogni costrizione. E nonostante ogni strenuo sforzo produttivo di centinaia di milioni di dosi, il 'parassita obbligato', il sembiote, sembra deridere tale impegno, peraltro alacremente sostenuto da tenaci sordomuti.
Non c'è accortezza che non sia stata adottata: immediata cremazione di cadaveri, al pari delle memorie di Brancaleone da Norcia sullo 'nero morbo che tutti ci piglia', distanziamento sociale, mascherine a gogò, acquistate con urgenza persino dagli antichi tessitori di Bisanzio, padroni delle tecniche del Neolitico; schermi protettivi in plexiglass, ripari in compensato a triplo strato, serrate di luoghi pubblici e di lavoro racchiuse nella nobile e generosa definizione di 'lockdown', un gergo che con immediatezza manifesta efficacia ed efficienza. Insomma, un tripudio, una baldoria, l'apoteosi di risorse fisiche, psichiche ed economiche, 'bruciate' sull'altare del sordomutismo mentre il sembiote deridente cambiava volto.
Di recente, la scienza è giunta ad emettere l'estrema sentenza circa il 'parassita obbligato': la sua variante, Omicron, nella sua sub-mutazione, sembra colpire con particolare riguardo i vaccinati. Alé! Non resta che chiederci da che parte dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare. Ma il fatto è che i nostri attivi interlocutori sono sordomuti, colpiti da un più insidioso germe patogeno, non in grado quindi di ascoltare le domande e di formulare le risposte. Così, non ci resta altro che restare in Piazza Duomo in attesa titubante ma con l'animo sereno di aver almeno ripagato adeguatamente le altruistiche big pharma e quelle dei tessitori di Bisanzio.
Ma quella, purtroppo, non pare essere la sola manifestazione del concomitante Citomegalovirus; e, peraltro, sintomi precedenti non erano stati tenuti nella giusta considerazione: pensiamo all'Afghanistan e allo stressante, altruistico, caritatevole impegno di trasportarvi la democrazia. Un'opera così misericordiosa da essere costata ai contribuenti 'occidentali' (un astruso aggettivo che s'infila dappertutto) migliaia di miliardi e di vite umane: si pensi a quanti carichi di una così preziosa merce possano essere stati effettuati nel tempo di vent'anni e quanti armamenti si siano resi necessari per difendere i trasporti e l'immagazzinamento in attesa della creazione delle reti di distribuzione. Ma inutilmente. La mercanzia non ha attecchito.
Comunque, è stato un intento umanitario svolto con l'umiltà dei degni: la fornace bellica ha 'bruciato' per due decenni ingente carburante umano ed economico nella solitudine degli sconfinati deserti e delle brulle montagne senza disturbare il resto del mondo il quale per quattro lustri ha potuto serenamente godersi le serate domestiche dinanzi alla TV senza la brutalità di immagini, inappropriate per gli over 30, che potessero disturbare la ninnananna di Morfeo. Si può dire che la 'notizia' che ha scosso animi, quella che ha suscitato altisonanti perplessità, è stata la decisione improvvisa di abbandonare quella terra.
Qualche immagine, comunque, è sfuggita al safety family per quanto non cruenta: file di militar-soldati che ordinatamente s'imbarcavano abbandonando nelle mani di assolutisti dispotici con turbante un subisso di articoli guerreschi che, fortunatamente, erano già stati pagati e non c'era da far la resa.
In ogni caso, il tentativo è stato fatto con tutta la determinazione necessaria da parte dei sordomuti e, ovviamente, delle aziende produttrici di materiale bellico. Forse, la manovra commerciale sarebbe potuta durare un po' meno ai fini del risparmio in vite umane e risorse materiali ma, si sa, i contagiati dal Citomegalovirus sono ostinati, non si arrendono facilmente alle loro affezioni. La lezione, però, era stata utile: ed infatti, di lì a breve, un tristo oscuro figuro ha pensato di dettar legge al di fuori dei suoi confini giuridici.
E, poi, … si dice il Caso e la fortuna dei sordomuti. Pensiamo per un solo attimo se fossimo rimasti ancora impigliati tra le spine delle rose del deserto e la nostalgia dei non ti scordar di me.
Comunque, non l'avesse mai fatto quell'oscuro figuro. I sordomuti, fermi a piè pari, sono stati pronti a rintuzzar le inique mire. E, manco a dirlo, sostenuti in ciò dalle mai lodate a sufficienza aziende produttrici di militaria. Una caterva di sordomuti che, memori degli errori del passato, hanno cercato il massimo risalto alla loro altruistica opera a plateale sostegno della libertà delle genti e della democrazia attraverso la preziosa opera dei massmedia i quali, a scapito del loro agio, hanno filmato e commentato ogni scarpinata degli eserciti, ogni sgambata dei volontari combattenti, ogni giravolta di carri, ogni decollo missilistico, ogni sparata di bengala su centrali nucleari. Ma sì, dalli all'untore … no, no, quello è Manzoni ... dalli all'invasore. Ecco, questo è Stoltenberg.
E, poi ancora … la straziante tristezza delle immagini delle famiglie e dei bambini: la popolazione civile del Donbass, quella che sta pagando il maggior tributo tra le parti in causa perché subisce una doppia imposizione e un doppio danno insieme ad una beffa: essere filo-russi e venire invasi dai russi e al contempo essere accanito teatro di scontri tra russi e truppe ucraine e volontari; quelle truppe e quelle milizie che, otto anni fa, in nome della democrazia e della libera espressione, hanno cercato di dissuadere, amorevolmente s'intende ma inutilmente, quelle genti dal dichiararsi filorussi, nel silenzio assoluto dei sordomuti. Bè, a loro scusante c'è da dire che erano ancora impegnati in Afghanistan. Peraltro, un emulo di Erich Maria Remarque che invertisse il riferimento del 'punto cardinale' non era ancora nato e del soldato Katczinsky si son perse le tracce.
Un inciso è d'uopo. Pensiamo per un attimo a quale 'combusta' fine potrebbe fare oggi un libro che indicasse un sarcastico 'Niente di nuovo sul fronte orientale'. Se, del primo, i nazisti, biechi ottusi per antonomasia, ne hanno fatto alimento di pubbliche pire, dell'ipotetico secondo i sordomuti ne farebbero sicuramente un integratore di calore delle stufe a pellet che tra poco verranno in uso e perdureranno fintanto che una nuova ondata naturalistica, green, non si schiererà, inconsapevolmente, a difesa degli Ent di tolkiana memoria e proporrà in alternativa l'uso della pietra focaia su minute sterpaglie del sottobosco per un minimo di tepore almeno nelle notti più rigide.
Ehhh! Quando si dice 'progresso' nell'ottica illuminata dei contagiati dal Citomegalovirus. Non conoscono ostacoli e non demordono: è nella loro indole e un effetto della 'affezione'. Si consideri che per una migliore combustione futura stanno intanto accatastando libri per bambini tra i quali l'opera di Lindgren, Pippicalzelunghe, il cui padre Efraim, dopo essere stato terrore dei mari è divenuto 're dei negri'. Che cosa disdicevole. O la Bella Addormentata nel Bosco dove il lascivo Principe, in barba a Perrault, dopo il bacio avrebbe sicuramente voluto stuprare l'indifesa donzella. Meglio prevenire. Già, poverini, è il virus che li spinge a tanto. A fin di 'bene'. Naturalmente.
Alcuni, incontenibili, hanno anticipato i roghi a beneficio dell'infanzia ma sono attività sporadiche: ogni cosa a suo tempo. E, già che ci sono, hanno messo mano su volgari, sedicenti documenti storici e prendendo ottimo spunto dalle sole meccaniche della dottrina sovietica e di quella maoista circa l'informazione, stanno correggendo la storiografia ed emergenti paradossi, al solo vantaggio della Nuova Storia nella proiezione di una Nuova Era. Al che, per andare dove dobbiamo andare da che parte dobbiamo andare? Manca il 'ghisa' a rispondere il quale, comunque, non potrebbe offrirsi di accompagnarci in manicomio. Nell'ipotetico caso, l'unico luogo dove potrebbe condurci è un presidio di trattamento per diversamente senzienti.
Ma per tornare alle dolenti note dell'Est, la frenesia umanitaria dei sordomuti è inarrestabile e versatile, culturale persino: nel mentre, a debito, forniamo materiale di prima scelta per la pugna in corso, ci saremmo anche potuti interrogare sul perché stiamo sostenendo milizie ucraine che innalzano bandiere con svastiche, visto che settantacinque anni fa ci siamo ravveduti e, anche grazie alle allora fiere schiere della falce e del martello, abbiamo posto fine alle nefandezze di coloro che erano arrivati persino ad invertire simbolicamente il corso del Sole. Poi, ci siamo ulteriormente ravveduti quando ci sono state palesate sia le 'purghe' che le mire sull'Europa del baffuto capo del Cremlino.
E lì, mentre i lungimiranti yankee 'cernevano' gli intelletti più fulgidi tra i nostalgici norreni, utili al loro progresso, la Germania smembrata dal Muro, testimoniava l'integrale contrapposizione di una parte dell'Europa ad un oscuro stile di vita di popoli dell'altra parte della stessa Europa al quale il Patto di Yalta li aveva destinati. Ed ora? Ricominciamo da capo invertendo l'ordine dei fattori? Ma no, che andiamo a pensare, ci tranquillizzano i sordomuti, suffragati dall'elevato pensiero dei fornitori di militaria. Quella della bandiera è sicuramente la svista di qualche bontempone ignorante che invece di adottare l'emblema della Swastika, eurasiatica, destrorsa, creatrice, si è confuso e ha inalberato quello della Svastica, sinistrorsa, dissolutrice. C'è da capirli, so' ragazzi, come disse il Divo Giulio a proposito dei partecipanti al 1° governo Berlusconi.
Già, ma le sanzioni? E gli effetti di rimbalzo peggiori di quelli diretti? Nonostante le attuali difficoltà nel conciliare il pranzo con la cena, dobbiamo stringere i denti e tirare avanti sotto le finestre di casa, come fece Amatore Sciesa prima di venir condotto al patibolo da un sordomuto e fucilato perché il boia per l'impiccagione si era ammalato il giorno prima. Ma … d'accordo. Possiamo almeno conoscere il motivo in base al quale il carburante da trazione ha avuto una così rilevante impennata? Perché, si domanda, nel 2008, anno fatidico della crisi mondiale, un barile di greggio è arrivato a costare 145 dollari e il prezzo di un litro di super si attestava a 1,37 euro mentre oggi che un barile lo si acquista per 110 dollari la super tocca i 2,30 euro? Non parliamo di gas bensì di petrolio.
Sembra di essere tornati al monopolio delle Sette Sorelle, come le definì Mattei, e al Consorzio per l'Iran … che, almeno a quel tempo, volgevano le loro attenzioni alla 'mungitura' del cosiddetto Terzo Mondo.
Ehh! Ma le tapine non sanno che ride bene chi ride ultimo: la vigile Commissione Esecutiva europea ha posto indefettibilmente al 2035 la fine dei motori endotermici e la sola trazione elettrica del parco circolante. Il loro potere, quindi, è al termine superando, tra l'altro, gli sforzi del nostro premier che si era posto l'obiettivo di portare l'Europa a porre un price cup sul carburante da trazione. Meno male, perché con i tempi degli iter procedurali avremmo corso il rischio di superare quel termine, atteso l'esito positivo.
In ogni caso, ad occhi profani potrebbe apparire contraddittoria l'attuale linea comunitaria green che, nel contesto di una crisi globale, sconvolge direttamente e indirettamente sistemi produttivi e livelli occupazionali; una scelta che, peraltro, potrebbe sembrare irrazionale vista l'attuale produzione di elettricità, insufficiente al soddisfacimento dell'obiettivo il quale comporterà, sempre in piena crisi, investimenti in centrali di un fottio di quattrini che non abbiamo e la scelta di come alimentarle in un periodo di siccità. Già, c'è il gas. Al che sarebbe da chiedersi perché un Paese in attività belliche (non c'è dichiarazione di guerra) con l'Ucraina, sostenuta con ogni mezzo da Paesi occidentali (ancora questo astruso aggettivo) dovrebbe continuare a fornire gas, come tutti sperano che continui a fare, a quegli stessi Paesi che lo osteggiano con ogni mezzo.
E, ancora. La decisione di avvalerci di gas liquido americano, il cosiddetto gas di scisto o fracking, se non ipocrita potrebbe apparire culturalmente contrastante con la scelta green in quanto, oltre a costare il 50%, in più è stato bandito fino a pochi anni fa in Francia e comunque limitato e regolamentato dall'Unione europea prima della vicenda ucraina perché ottenuto attraverso la frattura idraulica di strati rocciosi nel sottosuolo, a danno ovviamente dell'ambiente interessato. Stranamente, non si odono associazioni ambientalistiche, tipiche della vecchia cara Europa, che battagliano con le autorità locali e centrali in difesa dell'habitat, che so, dei piumati Charadrius vociferus o Botaurus lentiginosus o dell'ecosistema della Fockea capensis o del pino di palude.
Ma, anche se si udissero, non credo che avrebbero vita facile e che potrebbero permettersi il lusso di lasciare inutilizzati oltre settecento punti estrattivi tra gas e petrolio come accade da noi. In ogni caso, un sacco d'interrogativi gravosi fluttua nell'aria, legandosi e sciogliendosi come una danza funebre in attesa di comprendere il senso della morte. Aspetto di capire … ma, mentre la nebbia che non si vede si addensa nell'aria mi sembra di sentire, ovattata, la tipica, lapidaria risposta di mia moglie di fronte ad ottusi interrogativi razionali di una mentalità maschile: No. Tu non capisci. E la discussione è chiusa con una donna che sordomuta non è. Figuriamoci con gli affetti da Citomegalovirus dai quali non c'è, certo, da aspettarsi una risposta.
Ma, allora, per andare dove dobbiamo andare da che parte dobbiamo andare? Da perderci il capo ma i manicomi sono chiusi per la legge Basaglia dando un più ricco e articolato significato al senso di quel famoso aforisma che si dice fosse posto su una targa al loro ingresso: 'Non tutti qui ma sparsi per il mondo'. Già, non sembra facile scorgere in giro un po' di razionalità con l'incalzante sordomutismo che sembra trovare particolare attecchimento in talune zone: specialmente in quelle contornate dal mare, ricche di sole, di arte, di bellezze naturali, di vestigia di un antico passato. Ecco. Sembra che là il virus in parola abbia trovato modi di fondersi con quello della rosolia e col parassita del Toxoplasma per accrescere i suoi dannosi effetti.
In generale, i contagi derivano da una ridda di varianti indotte da un range che va dalla gestione assennata dei social forum a cura delle big data, all'amministrazione giudiziosa delle risorse alimentari a cura delle big farm, al governo saggio della finanza a cura delle big finance companies: nel big è il futuro che annovera, come detto, le big pharma e le big companies armies. Ed in genere, in località meno amene, i contagiati di fronte alla 'grandezza' tacciono ed in silenzio eseguono. Tutt'al più, qualche borbottio mentre menadi danzanti, liberatesi di Dioniso, affondano unghie e denti nel povero piccolo daino semplicemente per cibarsene. Ma in località gradevoli il contagio è più fastidioso, ricco di parole inutili, quasi petulante. E, lì, la legge di Murphy trova un naturale arricchimento.
Quando il medico militare John Paul Stapp pose mano alle riflessioni dell'ingegnere statunitense Edward Murphy e ne trasse i noti nove corollari, ne dimenticò certamente uno: 'quando pensi di essere arrivato in fondo, guarda meglio e trovi la botola'. Già, la botola. Mezzo mondo è alle prese con i drammatici problemi dell'inflazione, delle picchiate economiche, dello sfilacciarsi del tessuto produttivo; lo spettro della disoccupazione e della regressione danza irridente davanti ai nostri occhi; l'Europa sta perdendo uno dopo l'altro punti di riferimento certi; leaders balbettanti sono alle prese con problemi di maggioranza e di comprensione, quando non di etica; il Mediterraneo è diventato una parata di samba dalle flags più variopinte mentre le ONG proseguono indisturbate la loro meritoria opera scegliendosi addirittura i porti d'attracco. Ecco, dinanzi a tutto questo, nostri amati rappresentanti del 'daino', di governo e di opposizione, drasticamente colpiti dagli effetti combinati delle tre patologie, discutono animatamente e progressisticamente di cannabis, di ius scholae, oltre che delle beghe di un movimento di attorucoli parodianti infelicemente i fratelli Caponi.
Non penso che sia facile scorgere in giro riscontri di contagio così allarmanti. Già, La botola, che trova finalmente il fondo nel secretum della Capitale dove senz'altro si avverte un cambio di passo rispetto alla trascorsa gestione. Non c'era giorno dove i massmedia non additassero all'attenzione delle genti le manchevolezze della passata amministrazione. Oggi, la differenza è palese: i massmedia tacciono mentre la Capitale affonda tra cumuli di rifiuti, nel degrado urbano, immersa in un caotico traffico ingrugnito da lavori annosi senza fine. Una Capitale all'insegna di un Paese che il Citomegalovirus sta destinando alla miseria. Una situazione degna di un rinato Pasquino: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini.
Chissà perché, ripensando alle parole finali della sostituzione operata dalla allora 'nuova' Segreteria del Partito Comunista sovietico sul testamento di Lenin, mi viene in mente la favola attribuita a Esopo sullo scorpione e la rana. Conoscevamo gli effetti dannosi del virus; eppure, dopo quale tentennamento, abbiamo lasciato che i contagiati salissero sulle nostre spalle per essere trasportati al di là del fiume. Non possiamo meravigliarci più di tanto, quindi, se nel tragitto, a causa dell'irrazionalità tipica dei contagiati, insieme a loro … affoghiamo.


Note:
1. Vospominaniya o Lenine, Novyi Zhurnal [traslitterazione del termine inglese journal diario], numero 65, New York, 1961 (in russo). Poi pubblicata in inglese The Lufkin News, King Featurers Syndicate, Inc., 31 luglio 1962, pagina 4, riprodotta infine nel Freeman Report del 30 settembre 1973, alla pagina 8 - riportato in https://it.wikipedia.org/wiki/Utile_idiota#cite_note-4
2. https://it.wikipedia.org/wiki/Utile_idiota#cite_note-4
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
         
    GOVERNO: TEMPO DI VERIFICA    
    In politica, tra i molti irredimibili brocchi, qualche cavallo di razza lo si trova. Prima però di svelare l'identità del purosangue, riavvolgiamo il nastro degli eventi accaduti negli ultimi giorni. Ieri l'altro, coup de théâtre: il Movimento Cinque Stelle non ha votato il Decreto "Aiuti" all'esame della Camera per la conversione in legge. Eppure, qualche ora prima aveva rinnovato la fiducia al Governo Draghi. Che succede? C'era aria di tempesta nel Paese e per il prossimo autunno si annuncia un terremoto sociale che travolgerà la politica. Perciò, i furbi se la danno a gambe. Almeno ci provano.
Giuseppe Conte, in caduta verticale di consensi, gioca d'astuzia. Tuttavia, il tentativo è a dir poco velleitario. Consapevole che la protesta sociale non tarderà a montare, il capo dei Cinque Stelle valuta che, dissociandosi adesso dall'azione di Governo, potrebbe candidarsi a rappresentare le ragioni degli "incavolati" per le decisioni sbagliate prese dall'Esecutivo di Mario Draghi. È legittimo tentare, ma non è detto che il giochetto riesca. Conte punta sulla memoria corta dei concittadini. Ma ha torto. Gli italiani non esiteranno a rinfacciargli il fatto che il Movimento grillino dall'inizio della legislatura nel 2018, da prima forza parlamentare, ha governato associandosi a tutti o quasi i partiti presenti in Parlamento. Il Cinque Stelle è stato determinante nel riplasmare, in negativo, la condizione del Paese. Troppo comodo adesso chiamarsi fuori e inventarsi fuori tempo massimo un ruolo d'opposizione, quando c'è già chi ne occupa lo spazio con dignità e coerenza. Parliamo di Giorgia Meloni e di Fratelli d'Italia.
Mario Draghi non l'ha presa bene. Lo smarcamento di Conte gli complica i piani di fuga. Già, perché l'idea di tagliare la corda dopo aver ficcato il Paese in un cul-de-sac, con le sue scelte autolesionistiche in politica estera, lo stuzzica. Purtroppo per lui, Mario Draghi è condannato a restare al timone della barca Italia che comincia a sbandare. Quadro inquietante: una classe politica da encefalogramma piatto che si consegna all'annichilimento in un cupio dissolvi.
Uno scenario wagneriano da "Crepuscolo degli dei". Ultimo atto. Scena prima: il Cinque Stelle il prossimo giovedì, al Senato, non si presenta a votare a favore del Decreto "Aiuti", sancendo di fatto l'apertura della crisi di Governo. Scena seconda: il presidente del Consiglio con sguardo terreo, di prassi nelle ore buie della Storia, si reca al Quirinale per rassegnare le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica. Scena terza: Sergio Mattarella, emulo del suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro, gli risponde "non ci sto" e lo rispedisce di gran carriera in Parlamento, per verificare se vi siano i numeri per tenere in piedi uno straccio di Governo. Anche pochi, risicati, ne bastano al Capo dello Stato per impedire il ritorno anticipato alle urne. Scena quarta: Draghi, costretto suo malgrado, si presenta alle Camere e scopre che una maggioranza senza Cinque Stelle è possibile. Archiviata l'agognata fuga resta l'obbligo di bere l'amaro calice della responsabilità governativa fino in fondo, quando la legislatura perirà di morte naturale, nel 2023. Fine del dramma all'italiana.
Tutto come da copione, se non fosse per l'apparizione in campo del cavallo di razza, non prevista nel canovaccio dell'opera buffa. Il purosangue è il solito Silvio Berlusconi. Bisognerebbe dire: quel satanasso di Silvio Berlusconi, che quando pensi che si sia ritirato a vita privata nei suoi vasti possedimenti, rispunta fuori dal cilindro del prestigiatore per fare la mossa che spiazza tutti e manda all'aria lo screenplay della commediola. Che combina il vecchio leone? Chiede formalmente a Mario Draghi una verifica di Governo. I più giovani, i millennial, una roba del genere neanche sanno cosa sia. Effettivamente, è da liturgie della "Prima Repubblica". Nel vocabolario Treccani è spiegata così:" Nel linguaggio politico e giornalistico, accertamento della sussistenza delle motivazioni di fondo e delle condizioni che hanno determinato un'alleanza, una intesa, una coalizione di governo tra due o più partiti". La "verifica" si risolve in due modi: o il Governo sopravvive, o salta. La formula che ne annuncia la soluzione è uguale, con la differenza della presenza, in caso di esito sfavorevole della verifica, della forma avverbiale della negazione "non esistono le premesse per un rilancio dell'azione del Governo" oppure "esistono le premesse per un rilancio dell'azione del Governo".
Chiarito cosa sia, proviamo a capire perché Berlusconi l'abbia scagliata sul tavolo del premier. Formalmente, per sottrarre Mario Draghi all'azione ricattatoria dei Cinque Stelle e per consolidare una nuova maggioranza in grado di sostenere fino all'ultimo giorno della legislatura l'azione di Governo. La sostanza, invece, è l'opposto. Berlusconi, vecchio cane da tartufi della politica, ha fiutato la trappola che il capo dei Cinque Stelle vorrebbe tendere a lui e agli altri partner di maggioranza: farli ritrovare con il cerino acceso in mano nel momento in cui l'economia nazionale verrà giù di botto, trascinando l'intera società civile nel crollo. Avrà pensato il vecchio leone: meglio prendere tutti in contropiede e andare a votare subito, prima che accada l'irreparabile. Berlusconi sa fare l'analisi dei costi e ricavi di un'intrapresa. È ipotizzabile che si sia fatto due conti e abbia deciso che staccare la spina al Governo sia più vantaggioso che intestardirsi a tenerlo in piedi. Fermare adesso i giochi significherebbe impedire al Partito Democratico di brigare con la Lega per riformare in senso totalmente proporzionale la legge elettorale. Inoltre, eviterebbe che la Meloni, già avanti di parecchie braccia sui due partner di coalizione nelle intenzioni di voto degli elettori, possa prendere il largo. Soprattutto, toglierebbe al Capo dello Stato il ruolo di dominus sugli assetti e sugli indirizzi governativi, restituendo centralità decisionale al confronto tra le forze di maggioranza nella costruzione dell'azione di governo.
Ma c'è un altro aspetto, di carattere personale, che può aver influito nella decisione di Berlusconi di rompere i giochi del teatrino contiano. Il vecchio leone teme che la piega presa dagli eventi nella guerra russo-ucraina sia molto pericolosa. Per sua natura, il leader di Forza Italia crede nella capacità del dialogo di rimettere a posto le cose, anche quelle già rotte. Sa di essere uno dei pochi al mondo ad avere una chance con Valdimir Putin per convincerlo a sedere a un tavolo di pace. Ma sa anche che, senza una legittimazione formale che lo rimetta in pista, non può fare nulla. L'occasione si era presentata con l'elezione del Capo dello Stato, ma la pochezza dei "nani" della politica nostrana ha impedito che la persona giusta finisse al posto giusto, nel momento del bisogno.
Oggi, le voci di dentro del sentire popolare dicono che, con questa legge elettorale, il centrodestra unito vincerebbe con ampio margine sul centrosinistra allargato. Berlusconi sa anche che ciò che potrebbe essere vero fino a ottobre non è detto che lo sarà la prossima primavera. É indispensabile cogliere l'attimo. Si obietterà: c'è la legge di bilancio da fare. Vero. Ma se si votasse al più tardi agli inizi d'ottobre, ci sarebbero ampi margini per il nuovo Parlamento di votare la Finanziaria entro la scadenza canonica del 31 dicembre, evitando così l'esercizio provvisorio di bilancio. Più fondata potrebbe essere l'obiezione: il Capo dello Stato alzerà le barricate al Quirinale piuttosto che concedere il ritorno alle urne. Possibile, ma i numeri che tanto piacciono a Sergio Mattarella se non ci sono, non ci sono. Neanche lui può inventarli.
Da qui, la mossa sorprendente della richiesta della verifica. In caso di rottura con i Cinque Stelle, potrebbe essere Berlusconi, trascinandosi dietro un Matteo Salvini sempre più frastornato, a interpretare la scena-madre dello statista tradito dalla miseria morale e ideale di Giuseppe Conte e dei suoi sodali, suggellandola con un epigrammatico tutto è perduto, fuorché l'onore. Verosimilmente, la verifica non ci sarà. Colle, Palazzo Chigi e Nazareno faranno l'impossibile per evitare che il boccino finisca nelle mani di Berlusconi. Convinceranno Conte a darsi una calmata. Per salvargli la faccia, gli passeranno un contentino al quale aggrapparsi per raccontare all'opinione pubblica di aver vinto. La verità è che tutti loro, i politici del nostro tempo, al netto di rare encomiabili eccezioni, hanno un solo credo al quale sono devotissimi: tirare a campare. E neppure si accorgono che, per come si stanno mettendo le cose, hanno la medesima aspettativa di vita in politica di un cappone in vista del Natale.
   
         
       
    POLITICA    
    d Cristofaro Sola    
 
    COSI' PARLO' IGNAZIO VISCO    
    Il Governo Draghi deve andare a casa. Ne va della salvezza degli italiani. Mario Draghi non è l'uomo della Provvidenza, come si sperava. Bisognerebbe invece definirlo l'uomo della rovina per il modo in cui sta gestendo la crisi prodotta dallo scoppio della guerra russo-ucraina. La nostra non è una richiesta generata da un pregiudizio ideologico nei confronti del Draghi "politico". È, al contrario, una disincantata osservazione dei dati della realtà, accompagnata dall'ascolto delle analisi e delle previsioni elaborate da fonti terze qualificate a stimare gli andamenti economici e sociali del sistema-Italia. È pur vero che a essere nei guai non sia solo l'Italia, ma l'intero Occidente. Tuttavia, il mal comune non ci restituisce il mezzo gaudio del proverbio. L'aggravante, per il nostro Paese, discende dalle condizioni di partenza che lo vedevano, nel confronto con i partner occidentali, strutturalmente più debole già prima dell'insorgere della pandemia. È un concetto piuttosto semplice: se la crisi in altri Paesi dell'Europa e del Nord America colpisce da 6 a 8, in una scala di misura da 0 a 10, in Italia, a parità di effetti, colpirà 10. É il motivo per il quale il nostro Governo avrebbe dovuto agire con maggiore cautela sulla scena internazionale, evitando di appiattarsi sulle posizioni anglo-statunitensi nel sostegno a oltranza all'Ucraina contro la Russia in luogo della ricerca immediata di un compromesso accettabile per Mosca, concordato nell'ambito di un più ampio riassetto degli equilibri geostrategici nell'area orientale dell'Europa. Se, nella presente congiuntura, l'obiettivo del Governo Draghi era di sottrarre il sistema-Italia alla dipendenza dal gas russo, bersaglio mancato. Peggio, scenario totalmente ribaltato. Grazie alle scelte compiute in politica estera, le sorti dell'economia italiana sono state consegnate alle strategie sul campo dell'autocrazia moscovita. Vladimir Putin ci tiene per il collo.
Non è una nostra fantasia ma la conclusione di un'analisi circostanziata effettuata dal governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Intervenendo l'altro giorno all'assemblea dell'Associazione bancaria italiana (Abi), il governatore, con la pacatezza e la sobrietà richiesta dal contesto, ha spiegato come stanno le cose e il perché ci siamo assoggettati, inermi, ai disegni del capo del Cremlino. Visco dice: "Le tensioni geopolitiche stanno avendo un impatto marcato anche sull'economia italiana che, insieme a quella tedesca, è tra quelle maggiormente dipendenti dalle importazioni di materie prime dalla Russia. Lo scorso gennaio ci attendevamo una espansione del prodotto superiore al 3 per cento nella media del biennio 2022-23; nello scenario di base elaborato in giugno, nel quale si ipotizza che le tensioni associate alla guerra si protraggano per tutto il 2022 ma si esclude una sospensione delle forniture di gas dalla Russia, la crescita è stata rivista al ribasso, di 2 punti percentuali nel complesso del biennio, su valori prossimi a quelli dell'area dell'euro… In uno scenario avverso caratterizzato da un arresto delle forniture dal terzo trimestre di quest'anno, solo parzialmente sostituite da altre fonti, il prodotto registrerebbe una contrazione nella media del biennio 2022-23, per tornare a crescere nel 2024. Al deterioramento del quadro macroeconomico contribuirebbero le ricadute dirette di tale interruzione sui settori a più elevata intensità energetica, ulteriori rialzi nei prezzi delle materie prime, un più deciso rallentamento del commercio estero, un peggioramento della fiducia e un aumento dell'incertezza".
In soldoni, prima dello scoppio della guerra la previsione di crescita del Pil era data a 3 punti percentuali. Scoppiato il "casino", le stime riviste al ribasso tagliano 2 punti, a patto però di mantenere costante l'approvvigionamento di gas dalla Russia nel biennio 2022/2023. Ma se sciaguratamente la fornitura dovesse interrompersi, l'Italia finirebbe in recessione. Intanto, il tasso d'inflazione, che erode il potere d'acquisto comprimendo pesantemente i redditi in termini reali, in giugno è schizzato all'8 per cento, di cui quattro quinti a causa degli effetti diretti e indiretti dei prezzi dell'energia e dei beni alimentari (Visco); le stime sul debito pubblico italiano in giugno lo collocano tra 2.753 e 2.769 miliardi di euro, con una crescita dello spread tra i Btp decennali italiani e i Bund (10 anni) tedeschi fissato alla chiusura dei mercati l'8 luglio a 201,3 punti percentuali.
Il governatore Visco osserva, inoltre, che: "Le condizioni di offerta del credito sono divenute negli ultimi mesi meno favorevoli". Ragione per la quale il rischio di una contrazione dell'attività economica è concreto. Se allineiamo tutti i punti dell'analisi del capo della Banca d'Italia la sola conclusione possibile è: Putin se lo volesse potrebbe strangolarci. Per le nostre imprese sarebbe il game over. Se Mosca chiude i rubinetti del gas siamo economicamente morti. E tutto questo al netto della protesta sociale che potrebbe divampare nel Paese nei prossimi mesi con l'arrivo dei primi freddi. Con chi dovremmo prendercela, se siamo stati trascinati sull'orlo dell'abisso? Con il destino cinico e baro? No, amici. Troppo comodo e troppo stupido. Gli errori in politica hanno sempre un nome e un cognome a cui intestarli. Nel caso italiano, la persona responsabile del disastro è Mario Draghi. Ai partiti di maggioranza, che sono diventati lo zerbino del premier, si può attribuire una responsabilità concorsuale nelle scelte compiute. Politicanti deboli. E miopi, per essere in grado di avere una visione del futuro della nostra comunità nazionale. Formazioni partitiche troppo rissose al proprio interno e tra loro per avere il privilegio di essere considerate co-protagoniste dell'azione di Governo. In Occidente, le opinioni pubbliche hanno cominciato a far sentire la loro voce critica sul modo con cui i governi hanno deciso di affrontare il dossier russo-ucraino.
Da qui al prossimo autunno una serie di stress-test ci dirà se le leadership che hanno scelto la via del sostegno a oltranza al conflitto armato saranno confermate o meno nel gradimento dei cittadini. In Francia, Emmanuel Macron ha perso la maggioranza all'interno dell'Assemblea Nazionale. Negli Stati Uniti, l'8 novembre, si voterà per elezioni di Midterm, cioè per il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo della composizione del Senato. Se i Democratici dovessero perdere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, gli ultimi due anni della presidenza di Joe Biden sarebbero quelli di un'anatra zoppa. In Gran Bretagna, l'anti-russo per eccellenza, il primo ministro Boris Johnson, è stato silurato dai suoi stessi colleghi del Tory party. Un nuovo inquilino a Downing Street, ancorché conservatore come Johnson, potrebbe cambiare l'approccio al dossier russo-ucraino.
È tempo che anche in Italia tutto cambi. Questa legislatura è già morta. Avrebbe dovuto durare il tempo del contenimento della pandemia. Invece, una politica incapace di governare la complessità e affollata di nani sta tramando per replicare, nella prossima legislatura, ciò che avrebbe dovuto essere eccezionale e irripetibile: il Governo Draghi. Le "belle statuine" del teatrino della politica non ci provino a tirarla per le lunghe. Più si intestardiranno nel voler restare incollati alle poltrone, più intensi saranno lo sdegno popolare e il desiderio di liberarsi di loro. Preveniamo l'obiezione: c'è una legge di bilancio da fare. D'accordo, la si faccia in tempi brevi e nella forma più neutra possibile ma un istante dopo la sua approvazione si restituisca al popolo sovrano il potere di scegliere da chi farsi rappresentare e governare nel prossimo futuro. Il deteriorarsi della condizione generale del Paese imporrà scelte radicali che solo una solida maggioranza, espressione coerente della volontà popolare, potrà assumere. Basta con gli uomini della Provvidenza e con i salvatori della Patria. Lo avevamo verificato con la pessima avventura governativa del "commissario" Mario Monti e ci siamo ricascati con Mario Draghi. Siamo incorsi due volte nello stesso errore. Ma non vi potrà essere una terza volta, per la semplice ragione che, di questo passo, non vi sarà più un Paese al quale venga concesso il lusso di sbagliare ancora. Lo ha detto tra le righe Ignazio Visco. E a lui noi crediamo.
   
       
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