POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    CASALEGGIO: UN NELSON A TRAFALGAR    
   
Parliamo di Movimento Cinque Stelle. Meglio chiarire: di quella parte dell'universo pentastellato che non si riconosce nella mutazione genetica in senso democristiano prodotta dall'ala governista e pro-establishment del grillismo. La componente in fase evolutiva è quella che fa capo, riguardo all'ancoraggio ideologico, a Davide Casaleggio e all'Associazione Rousseau. Non è un caso che il figlio ed erede del "visionario" Gianroberto, padre del grillismo doc, sia in rotta di collisione con la frazione governista del Cinque Stelle fedele a Mario Draghi, più tiepidamente a Giuseppe Conte, ma graniticamente devota ai propri egoismi carrieristici.
Sbaglia chi pensa che Davide Casaleggio sia un disperato in cerca di vendetta. Lui e il suo team di teste d'uovo hanno un progetto chiaro intorno al quale aggregare un nuovo consenso. Il tutto muove da tre domande: il bacino elettorale che nel 2013 e nel 2018 si è riconosciuto nel Movimento Cinque Stelle si è dissolto? Si è evoluto in direzione di un'integrazione nel sistema di potere dominante in Italia e in Europa? É rifluito in altre esperienze partitiche? Non v'è dubbio che il grillismo abbia perso gran parte del suo elettorato a causa della svolta "europeista" che portò nell'estate del 2019 il Movimento a diventare sostenitore convinto della candidatura della tedesca (pupilla politica di Angela Merkel) Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Il salto mortale ideologico con triplo avvitamento demagogico è riuscito a tenere i grillini nella stanza dei bottoni. Tuttavia, al successo della manovra di palazzo non ha corrisposto l'apprezzamento da parte degli italiani.
I vinti della globalizzazione, il "popolo degli abissi" come li ha definiti con appropriata espressione il professore Giulio Sapelli, che avevano visto nel grillismo un approdo per la canalizzazione delle loro istanze (ribellistiche) all'interno dell'alveo costituzionale, si sono sentiti traditi. Quel popolo esiste ancora? Di certo l'emergenza pandemica ha generato una sospensione delle dinamiche sociali. Nondimeno, la circostanza che il Paese sia impegnato in uno sforzo corale a tirarsi fuori dai guai non ha annullato le differenze di visione, che restano. Domata la pandemia, coloro che prima pensavano che un mondo globalizzato trasformato in una giungla senza regole fosse da contrastare con ogni mezzo torneranno a crederlo, perché difficilmente saranno diventati disponibili e remissivi verso quelle forze economiche di dimensione planetaria che li avranno nel frattempo impoveriti. Quindi, un potenziale universo protestatario a cui rivolgersi ci sarà ma non saranno i Luigi Di Maio e i Giuseppe Conte a potervi accedere.
Davide Casaleggio lo ha capito molto bene. In politica vale una regola aurea: il vuoto si colma. Lo spazio lasciato libero dal tradimento pentastellato l'avrebbe potuto occupare la Lega di Matteo Salvini: aveva i numeri e, fino a un certo momento, anche l'offerta politica rispondente alle istanze di cambiamento radicale del sistema. L'anti-mondialismo salviniano ha viaggiato negli anni della sua crescita esponenziale lungo la linea di faglia che lo separava dal "populismo" grillino. Talvolta quella linea di confine è stata varcata spingendo alla sovrapposizione i campi magnetici delle due forze politiche. Per stare agli esempi, quando Matteo Salvini tuonava contro l'immigrazione illegale, Luigi Di Maio gli faceva da contraltare, chiedendo il pugno di ferro contro i "taxi del mare" delle Ong. Poi, anche la Lega ha modificato la rotta decidendo di salire sulla barca timonata da Mario Draghi. Si dirà: è stata una scelta obbligata per dare risposte immediate e concrete a una parte maggioritaria del proprio elettorato, composta dai piccoli e medi imprenditori del Nord che minacciavano di non seguire più il "Capitano" nella sua strategia di scontro frontale con l'Europa e con i santuari della governance del Paese. Scelta comprensibile che, tuttavia, non poteva non avere controindicazioni.
La costante perdita di consenso che i sondaggi rilevano sul partito di Salvini si spiega col flusso in uscita di quella quota di elettorato che ha creduto nella proposta anti-sistema del leader leghista. Qui, però, la vulgata dei media prende un granchio nel pensare che quei voti "liberati", in base alla logica dei vasi comunicanti, vengano meccanicamente drenati da Fratelli d'Italia. Non è così. Il fatto poi che, pur variando i volumi degli addendi nelle percentuali assegnate dai sondaggi ai singoli partiti, la somma di consensi alla coalizione della destra plurale non cambi è una circostanza fortuita. Il profilo conservatore, scarsamente autonomista, marcatamente di destra della compagine erede delle tradizioni del Movimento Sociale italiano e di Alleanza Nazionale non pesca tutti i consensi dall'area del "populismo" post-ideologico che ha ispirato il primo Salvini.
Piuttosto, Giorgia Meloni sta compiendo un imponente recupero di quel bacino di moderati nemici del comunismo in tutte le sue sfumature e declinazioni, legati al berlusconismo della prima ora, i quali, delusi dall'inefficacia riformatrice dei governi di centrodestra, col passare degli anni si sono rifugiati nell'astensionismo. A Davide Casaleggio è bastato fare "2+2" per rimodulare il target. Al momento, dal vascello Rousseau è in corso un cannoneggiamento dell'artiglieria posizionata sulla linea di mezzeria del blog delle Stelle: il tradimento dei "governisti" allergici all'idea di dover rispettare la regola cardinale dei due mandati nelle assemblee elettive. Era scritto sul blog, sotto il titolo emblematico: La politica non deve essere una carriera, "Il Movimento 5 Stelle è fatto da cittadini, non da eletti ed elettori. Qualche eletto non lo ha forse capito. Ci si candida per spirito civico, per attuare un programma, non per presenzialismo, per carriera politica".
Il secondo passaggio che Casaleggio ha in mente è già alle viste: la battaglia a colpi di carta bollata per la consegna ai Cinque Stelle dell'elenco degli iscritti alla piattaforma Rousseau. Il figlio di Gianroberto sta giocando con i "leaderini" pentastellati al gatto e al topo. Forte di una robusta motivazione giuridica - il Movimento 5 Stelle è senza rappresentante legale - il capo di Rousseau si rifiuta di consegnarli ai suoi ex compagni di viaggio che chiama ironicamente "No lex". Sa però che non potrà sottrarsi a lungo alla richiesta: qualcosa dovrà concedere. Perciò ha optato per quella che calcisticamente si definirebbe una melina. Tiene la palla, ricorrendo all'interpretazione letterale della legge sulla Privacy per dare il tempo al suo progetto politico di decollare.
È scritto sul blog: "I dati degli iscritti sono degli iscritti stessi. Sono loro che devono poter decidere con piena libertà l'utilizzo dei loro dati. Nessuno può decidere arbitrariamente al loro posto". Mossa astuta e sottile che prefigura uno scenario sorprendente: Casaleggio terrà gli elenchi fin quando non sarà posto dai suoi nelle condizioni operative di compulsare gli iscritti sull'alternativa: volete restare con noi o andare con i traditori del progetto originario? L'operazione "Controvento", il nome scelto da Casaleggio per la sua nuova avventura politica, prenderà il via dallo svuotamento anche solo parziale della base del Movimento Cinque Stelle. Avrebbe come leader carismatico il "descamisado" Alessandro Di Battista che, al momento, resta ai bordi del campo a riscaldarsi i muscoli. Se il colpo dovesse riuscire, i pentastellati asserragliati in Parlamento si troverebbero in piena campagna elettorale per le amministrative d'autunno privi di una militanza di riferimento. Un suicidio.
Da tempo sosteniamo che il Cinque Stelle sia una barca che imbarca acqua da tutti i lati. Non sapevamo però chi avrebbe dato il colpo d'ascia definitivo al madiere portante della navicella grillina per mandarla a fondo. Adesso lo sappiamo.
   
   
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    IL PASSATO CHE NON PASSA    
    Ci risiamo. Con il caldo e il bel tempo, sulle nostre coste sono ripresi gli arrivi massicci di immigrati irregolari dal Mediterraneo centrale. A ieri il Cruscotto statistico del ministero dell'Interno segnalava 13.008 persone sbarcate in Italia da inizio anno. Solo nella giornata del 10 maggio ne sono arrivate 1.950. Così non va. La ministra Luciana Lamorgese si dice preoccupata e fa bene a esserlo. Perché, di questo passo, nei mesi estivi i picchi stagionali degli arrivi ci porteranno indietro al triennio drammatico del 2015-2017 quando l'Italia fu letteralmente presa d'assalto da un'invasione migratoria irregolare.
Qui non stiamo a tirare fuori dall'armadio le bandiere del tifo, precedentemente accantonate per non intralciare l'opera del "salvatore della Patria", Mario Draghi. Neanche si può fare finta di nulla. Il problema c'è e interroga la natura effimera e contradittoria di un Governo-marmellata nel quale si trovano mescolate sensibilità sul senso identitario e visioni del futuro affatto opposte. È l'ingannevole rifrazione sensoriale del governo-di-tutti (o quasi) che provoca una pericolosa ambliopia della realtà. La Lega, con Matteo Salvini, invoca il blocco dei flussi migratori. In controcanto, Enrico Letta dal fortino del Partito Democratico lancia la proposta (lunare) di convertire "la missione militare europea di fronte alle acque libiche per lo stop al commercio delle armi in una missione che consenta di gestire il salvataggio in mare". Un'idea stupida e impraticabile che sembra coniata apposta per indispettire l'alleato (indesiderato) di Governo. Tocca al premier trovare una soluzione che superi il muro d'inconciliabilità che spacca il campo della politica e vada incontro alle aspettative degli italiani su questo tema. Tuttavia, l'ostacolo che impedisce anche al Governo Draghi di connettersi con la coscienza profonda del Paese è costituito dallo scollamento che esiste tra l'idem sentire della gente comune e la sua proiezione (falsata) all'interno dell'istituzione parlamentare.
Il macigno si chiama Cinque Stelle. È il primo partito, in termini numerici, all'interno del Palazzo che di fatto condiziona le scelte di governo, ma non lo è nel rappresentare l'effettiva volontà della maggioranza degli italiani. La colpa grave di tale anomalia sappiamo benissimo di chi sia e non stiamo qui a ripuntare il dito contro il Colle, come facciamo puntualmente dalla velenosa estate del Papeete, per non essere inutilmente ripetitivi. Se Mario Draghi vuole provare a risolvere il problema deve guardare principalmente alla gente e preoccuparsi meno del bilancino con il quale tenere in equilibrio la sua maggioranza.
La domanda che un pragmatico del suo rango deve porsi è: gli italiani realmente desiderano che le frontiere vengano abbattute e si accolga il mondo in casa? Si sorprenderebbe dallo scoprire che ciò che sta nelle corde della sinistra collida frontalmente con la volontà della maggioranza dei cittadini. È di soluzioni radicali, nel senso della difesa dei confini marittimi, che si avverte il bisogno. Per essere ancor più chiari, la quadra non è quella che rincorre la ministra dell'Interno quando dice di voler chiedere aiuto all'Europa per un'equa e solidale ripartizione degli irregolari sbarcati in Italia. Da questo orecchio i Paesi partner nell'Unione europea non sentono. E fanno bene a restare sordi perché non è con la redistribuzione indiscriminata degli immigrati che l'Europa salva se stessa. Per chi non ha diritto a stare dentro lo spazio dell'Unione europea non c'è posto.
E mentre gli altri Governi, che siano di destra o di sinistra non fa differenza, sono implacabili nell'interdizione degl'ingressi illegali, da noi braccia aperte. Dobbiamo essere impazziti se pensiamo che Paesi come la Francia, la Spagna, l'Austria, Malta, per citare quelli a noi geograficamente più vicini, ci seguano sulla strada delle porte spalancate. Si dirà: ma è l'Italia la piattaforma continentale protesa verso la sponda settentrionale dell'Africa, se è da lì che arrivano non li si può lasciare morire in mezzo al mare. Certo che no. Ma, per evitare che anneghino, occorre che non partano. Come fare? La soluzione più ovvia è di stringere accordi seri con i Paesi da cui si originano le rotte del flusso migratorio e con quelli da cui prendono il mare i barconi.
In particolare, Libia e Tunisia. Anche un bambino capirebbe che non c'è un'incapacità strutturale di tali Paesi a impedire le partenze, mentre c'è di sicuro uno sporco gioco al ricatto per ottenere più denari dai ricchi Stati europei. Siamo al cospetto di una patente estorsione. Come ci si comporta in questi casi? Esistono due possibilità: si cede e si paga, oppure si reagisce e si usano le maniere forti. Al riguardo, consiglieremmo un approccio "laico" al problema, cioè non vincolato a pregiudizi ideologici, per quanto sia irrealistico immaginare una tregua negoziata tra sinistra e destra sulle politiche dell'accoglienza. Pagando i libici e i tunisini si bloccherebbe il traffico di esseri umani nel Canale di Sicilia? Se la risposta è affermativa si paghi e facciamola finita perché diecimila e passa clandestini al giorno non ce li possiamo permettere.
Diversamente, pur sborsando montagne di quattrini il flusso non si arresta? Fatta eccezione per il naviglio delle potenze globali, abbiamo la flotta da guerra migliore e più moderna che incroci nelle acque del Mediterraneo, usiamola! Non piace l'idea del blocco navale perché è tecnicamente e giuridicamente impraticabile? Lo si chiami pattugliamento rafforzato, Pippo, Pluto o Paperino, non ha importanza. Ciò che conta è fermarli e rispedirli indietro da dove sono partiti. Non sarà bello, non sarà misericordioso, non sarà umanitario, ma da quando gli Stati difendono la loro prosperità e il loro diritto sovrano con le buone maniere, la misericordia e l'umanitarismo? A maggior ragione adesso, con il virus che continua a circolare. Si dirà: li mettiamo in quarantena appena sbarcati. E dove? Dal prossimo luglio le quattro navi noleggiate dallo Stato per svolgere il servizio della quarantena non saranno più disponibili. Il che significa ritornare agli hotspot-gruviera da dove si entra e si esce a mo' di sala d'aspetto di una stazione ferroviaria.
Come poi dare torto ai cittadini esasperati che inscenano blocchi stradali per impedire ai migranti l'accesso ai centri di accoglienza ubicati all'interno dei propri territori? Sarebbero loro, i cittadini arrabbiati, i razzisti e gli xenofobi se provano a non caricarsi sul groppone l'ennesimo problema come se in questi mesi di reclusione forzata non ne avessero avuti a sufficienza? Comunque sia, per trattare in modo convincente con i Governi dei Paesi africani interessati al fenomeno dei flussi migratori bisognerebbe avere un ministro degli Esteri all'altezza del compito.
L'Italia ha Luigi Di Maio. Che non è il meglio che si possa sperare nella vita. É come avere Roberto Speranza al ministero della Salute a fronteggiare la pandemia. Ma noi ce l'abbiamo Speranza alla Sanità. Perdinci, siamo messi male! Non ci resta che sperare in Mario Draghi che somiglia sempre più al gigante buono di un Carosello che negli anni Settanta pubblicizzava una nota marca di dolciumi. Il fortunato slogan che lo rese celebre ai suoi tempi suonava così: "Gigante, pensaci tu!". La sensazione è che quel fantastico spot bisognerebbe ripescarlo dalle teche Rai e rimandarlo in onda. Perché in tempo di nani, elfi e folletti in politica, un gigante serve. Eccome.
   
       
       
         
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