POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    SALONE DEL LIBRO DI TORINO. IN MORTE DEL PENSIERO UNICO    
   
C'è nell'aria un pulviscolo, generato dall'effetto corrosivo della cronaca quotidiana sul pensiero umano, che annebbia la vista. Non solo quella della persona comune, catturabile con fantasmagorici effetti ottici.
Se avessimo maggiore tempra, quel tanto da osservare la realtà da un angolo visuale più profondo, ci accorgeremmo che siamo testimoni di un accadimento del quale un giorno parleranno i libri di storia: la crisi di rigetto da parte della maggioranza del popolo del ruolo pedagogico ricoperto per molti decenni dagli intellettuali di sinistra. Gli stessi, un tempo organici al Partito comunista, che hanno preteso di modellare lo zeitgeist, lo spirito del tempo, a loro immagine.
Per un pezzo della Prima Repubblica, e per l'intera Seconda, gli italiani hanno viaggiato su autostrade morali tracciate in tempi record dai pensatori delle giusta direzione. Dalle casematte gramsciane del potere, solitamente confortevolmente arredate, gli intellettuali in corsa per la conquista dell'egemonia sulla società politica, si sono ritrovati a unire l'utile al dilettevole, a riempirsi le tasche dei soldi profusi a pioggia da uno Stato suddito dell'ideologia del Pensiero unico e, nel contempo, a impartire insegnamenti morali a masse d'individui pregiudizialmente ritenute inabili ad elaborare un autonomo giudizio critico.
Siamo vissuti nel falso mito del potere della morale repubblicana affidata a speciali custodi quali sarebbero stati magistrati e intellettuali. La lotta per l'egemonia è diventata la corsa al controllo dei luoghi di ricomposizione del "Pensiero unico", dalle redazioni dei media alle cattedre universitarie, agli uffici giudiziari, agli istituti di cultura accreditati, alle direzioni dei musei e delle biblioteche statali e comunali, al mondo dell'arte e della cinematografia.
Quale di questi spazi è rimasto immune dall'assalto delle truppe d'élite della sinistra egemone? Nessuno, o quasi. A cavallo tra gli anni Ottanta del Novecento e il primo decennio del nuovo millennio, le coordinate ontologiche della società civile sono state individuate su precisi punti cardinali: progressismo, multiculturalismo, morte delle patrie, destrutturazione culturale del gender, azzeramento della cittadinanza, annientamento delle differenze, messa a bando delle disuguaglianze in nome del dio egualitario, disgusto per la proprietà privata e per la ricchezza (altrui); primato consegnato all'economia, emarginazione della politica e sua subordinazione all'etica.
Un mondo perfetto che aveva mostrato la sua magnanimità accettando in seno qualche spunto alternativo portato da intellettuali di destra, preventivamente sdoganati dal mainstream e ripuliti degli aspetti spigolosi e critici acquisiti nei luoghi filosofici da cui provenivano. E quel manipolo di intellettuali tanto generosamente ammessi al desco degli "herrenmensch", la razza padrona al tempo della società post-industriale, avrebbe dovuto mostrare gratitudine rendendosi organico ai piani dei manovratori.
Tuttavia, accade che la Storia imbocchi sentieri misteriosi e imprevedibili. La gente, versione volgarizzata del concetto mainstream di opinione pubblica, comincia a non seguire il pastore ma a fare di testa propria.
A pensare all'incontrario, a tirare fuori un sentire nascosto nel profondo della coscienza individuale e a condividerlo come cifra identitaria di un comune destino di popolo, a incrociare nelle forme del linguaggio le asprezze del messaggio dei barbari, dei reietti del pensiero, dei politicamente scorretti.
Non è stato un innamoramento di una sola notte, c'è voluto del tempo perché sempre più persone dichiarassero di vederla diversamente, di dire, a proposito degli immigrati clandestini, a voce alta: "non sono razzista, ma quelli lì a casa mia non ce li voglio".
E i padroni del Pensiero unico come hanno reagito? Battendo in ritirata nelle torri eburnee dell'autoreferenzialità, aggrappati a disperanti tautologie del tipo: siamo nel giusto perché noi siamo il giusto. Dai fortilizi dei loro dogmi hanno cominciato a scagliare palle di fuoco impastate con il fetido sofisma: non possiamo essere tolleranti con gli intolleranti. Da strateghi della conquista del potere, hanno compreso che avrebbero dovuto abbandonare le pianure del pensiero semplice, brulicanti di masse d'ingrati e d'ignoranti, per difendere l'ultimo bastione dal quale si erge l'antenna della comunicazione.
Fin quando vi sarà modo di andare in onda, la causa del Pensiero unico non sarà perduta, ma solo rinviata a tempi migliori, questo l'imperativo categorico impegnativo per tutti gli orfanelli del politicamente corretto.
Ma, si saranno giurati, è vitale che il nemico non penetri nella fortezza assediata. Si tenesse pure il popolo bue ma non mettesse piede nei luoghi sacri del mainstream.
È la sintesi di ciò che è capitato la scorsa settimana al Salone del libro di Torino. L'autoproclamatasi umanità migliore, progressista nel pensiero e antifascista nello storytelling, ha pensato di compiere un atto di forza pretendendo l'esclusione dalla Fiera di una casa editrice in odore di neo-fascismo, vicina a CasaPound, che si è macchiata del peccato inemendabile di aver pubblicato un libro-intervista a Matteo Salvini.
Gli artefici della prodezza progressista si scambiano reciproche pacche sulle spalle in segno di felicitazioni per il risultato ottenuto mediante il consapevole ripescaggio di elementi costitutivi dello Stato etico, perno e supporto di qualsiasi totalitarismo. Intellettuali bolsi e mediocri scrittori che si fanno ritrarre in posa sui resti dello stand smantellato nottetempo della casa editrice AltaForte, come in un fotogramma strappato a un momento di tregua in una caccia grossa.
Pensano costoro di aver ottenuto una grande vittoria impedendo che idee alternative, eterodosse, eretiche avessero cittadinanza all'interno di una delle casematte sopravvissute al sisma della volontà politica popolare. Scimmiottando le gesta degli eroi delle Termopili hanno creduto di fermare il vento del libero pensiero con le sciabole di cartone di una pretesa superiorità morale.
Pensano di essere vivi quando invece sono già morti. E quell'odore acre che intorpidisce l'olfatto dell'opinione pubblica non è il fumo della battaglia vinta ma il lezzo di un pensiero in necrosi. Che dio accolga nel suo grembo misericordioso le loro anime. Ma senza fare troppe domande.






Pubblicato su l'Opinione il 14.05.2019
   
   
         
    POLITICA/L'INTERVISTA    
    di P.K.    
         
    RIPARTIRE DAL SUD    
    Massimo Casanova
"Bisogna consegnare al Mezzogiorno il passaporto per la crescita che attende da decenni. Io vivo da anni in provincia di Foggia, nel nord della Puglia, e li conosco bene quei freni che ne inibiscono lo sviluppo. A partire da una classe dirigente dimostratasi non all'altezza della gestione della cosa pubblica, incapace e parassitaria. Non ci sono alibi: la mancata crescita del Sud è un aborto doloso". Così Massimo Casanova, 48 anni, romagnolo, una moglie e tre figli, patron del Papeete, la discoteca (e il bagno estivo) più trendy di Milano Marittima, candidato della Lega alle elezioni Europee nella circoscrizione del Sud e uomo forte su cui punta il partito di Matteo Salvini per "stravincere". Pragmatismo e concretezza sono i tratti distintivi del profilo di colui che, anche in maniera forse un po' visionaria tanti anni fa, coraggiosamente decise di scommettere in proprio e di costruire dal basso e dal nulla un'industria estiva che oggi dà lavoro a 450 dipendenti.
Nel Nord della Puglia, dove di fatto vive da quarant’anni, ha coltivato le stesse ambizioni, mettendo su un'azienda agricola che si muove sulle due direttrici cardine: sviluppo e sostenibilità.

Perché ha deciso di scendere in campo?
Pragmatismo, coraggio, continuità, coerenza. Anche nella scelta del partito. "La prima volta che ho votato Lega avevo 18 anni. E sono sempre stato fedele. Ricordo tanti anni fa quando Umberto Bossi venne a Milano Marittima ma nessuno voleva concedergli la sala per una manifestazione politica. Fui l'unico ad ospitarlo. Fino ad oggi ho fatto l'imprenditore, non mi sentivo pronto per entrare in politica. Ma da quando c'è Matteo Salvini tutto è cambiato. Sta dando se stesso per restituire all'Italia orgoglio e dignità, è un fuoriclasse. Non potevo restare con le mani in mano. Mi sono messo a disposizione. Per lui, per il mio partito, per la mia gente, per il mio Paese. Per un'Europa che non funziona così come è".

Qual è il suo impegno per il Sud
Forte della mia esperienza imprenditoriale, vivo da vicino le problematiche che affliggono le piccole, medie e grandi imprese, la pressione fiscale, i bisogni infrastrutturali materiali ed immateriali dei territori, i gangli della burocrazia. La dicotomia finanza/economia reale. Ed è da qui che si deve partire per cambiare le cose. "Perché il Sud? Perché l'Italia è affondata tutta e va aiutata a risollevarsi.
Non c'è più un Nord ricco e un Sud in affanno. Annaspiamo tutti. Ed è dal Mezzogiorno che si riparte. Il Nord, per certi versi, è saturo.
Le maggiori potenzialità inespresse sono da questa parte dello stivale, che deve diventare locomotiva e traino di un riscatto nazionale. Attraverso investimenti sulle infrastrutture strategiche e sul fronte turistico, ad esempio.
Abbiamo un patrimonio straordinario e non lo abbiamo sfruttato.
Se cresce il Sud, abbiamo vinto tutti. Questo deve essere chiaro. Vanno disincrostati i retaggi culturali e la cattiva eredità dei governi che ci hanno preceduti, qui e a Bruxelles".

E la sua idea di Europa?
"La Lega deve diventare il primo partito europeo e andare a Bruxelles a cambiare le regole di questa Europa che dice sempre no: noi vogliamo inondarla di sì.
Noi siamo parte integrante dell'Europa, l'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'Europa, nessuno vuole negarlo. Anzi, miriamo a costruirla per davvero, a recuperare la sua idea originaria. Vogliamo realizzare l'Europa dei popoli, non quella dei burocrati.
L'Europa dell'economia, non quella dell'alta finanza. L'Europa del buonsenso, non quella che strozza economia ed imprese.
L'Europa per davvero solidale, non quella che scarica il problema dell'immigrazione sul Paese di confine. Perché, se tutti i Paesi oggi riconoscono quello che la Lega ha sempre detto, e cioè che questa Europa va cambiata, o siamo tutti impazziti o davvero c'è più di qualcosa che non va".
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Pièrre Kadosh    
         
    DI NUOVO IL "TINTINNIO DI MANETTE"     
    Ci risiamo. La magistratura italiana attraversa una nuova fase di insolito attivismo sul fronte della corruzione, quasi come ai tempi di Tangentopoli.
Guarda caso sotto elezioni. Apparentemente colpisce a destra e a manca ma la scelta della tempistica per la recrudescenza da adito a non pochi dubbi.
Vero è che il Pd è pieno di indagati, compreso il Sindaco di Milano, vero è che la scure si è abbattuta anche su Forza Italia, vero è pure che due o tre Cinquestelle sono stati "attenzionati", ma chi è davvero nel mirino, al momento, sono la Lega e Salvini, quasi come, un tempo, toccò al Cavaliere.
Cambiano gli obiettivi ma la musica è sempre la stessa: la politica è sotto occhiuta tutela, altro che primato della politica!
Non importa se tra qualche anno si scoprirà che tutti o quasi gli indagati di oggi saranno riconosciuti innocenti o, al più, colpevoli di errori veniali.
Sembra quasi un "assist" offerto a Luigi Di Maio che grazie alle mosse dei magistrati ha cominciato a tirarsi fuori dagli impicci risalendo la china nei sondaggi. E cerca di approfittarne, in maniera invereconda, con quotidiani appelli agli elettori “onesti”.
Ma è solo una malevola supposizione, la magistratura italiana non è politicizzata, è assolutamente imparziale nel perseguire i colpevoli. E' estranea al gioco politico, si limita ad applicare con equilibrio e rapidità le leggi fatte dal Parlamento.
Di magistrati prestati alla politica non se ne trovano, come non esistono i sindacati dei giudici.
Che strano Paese l'Italia. La politica si è pavidamente autocastrata dai tempi di Tangentopoli e non ha più smesso, continua a fare leggi scritte con i piedi che offrono ampi margini all'interpretazione, continua a vergognarsi di sé stessa anche oggi che non ha più privilegi di sorta, continua a rimandare una seria riforma della giustizia.
Forse, tutto sommato, merita il destino che si è data.
   
       
       
    POLITICA    
    di    
 
         
         
       
    POLITICA    
    di    
         
 
   
   
       
    POLITICA    
    di    
         
         
         
       
    POLITICA    
    di    
         
         
         
       
  Home Avanti  
Archivio Politica