POLITICA  
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    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
         
         
         
       
       
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    ARCORE, ABBIAMO UN PROBLEMA    
    La signora Letizia Moratti ha annunciato la sua candidatura alla presidenza della Regione Lombardia. La sosterrà il Terzo polo della coppia Carlo Calenda- Matteo Renzi. Al momento, non è dato sapere come reagirà il Partito Democratico. Intanto, le sue articolazioni locali hanno respinto al mittente l'offerta di Carlo Calenda di costruire intorno alla figura di Letizia Moratti un fronte unico (senza i Cinque Stelle) anti-centrodestra. Non vi è dubbio che la candidatura da outsider di Moratti irrompa nella campagna elettorale lombarda provocando scossoni, sia a destra sia a sinistra. La rottura del classico schema bipolare, che si attaglia perfettamente alle caratteristiche delle leggi elettorali regionali, rende incerto l'esito finale del voto. Quello che sembrava un risultato scontato - la vittoria del centrodestra con Attilio Fontana - adesso non lo è più. Di certo, c'è solo che uno tra i candidati più accreditati alla vittoria - a questo punto dovrebbero essere tre - la spunterà al fotofinish, per una manciata di voti. Nulla di cui preoccuparsi, è la normale dinamica democratica che si attiva in una competizione elettorale.
Ciò che di negativo invece restituisce la fotografia di una Moratti campionessa di neocentrismo, attiene al destino ultimo di Forza Italia. Il fattore destabilizzante per la qualità della politica italiana in generale è nel profilo curricolare della signora Moratti. Benché lei provenga dai ranghi dell'alta borghesia imprenditoriale lombarda, spesso incline a un civettuolo entusiasmo per il progressismo, la sua candidatura non la si può definire propriamente "civica" o emanazione della società civile. Letizia Moratti ha un trascorso politico-istituzionale di tutto rispetto ma totalmente sviluppatosi nell'alveo dell'organizzazione partitica berlusconiana. La sua storia politica s'intreccia a doppio filo con le fortune dei governi Berlusconi. É stata presidente della Rai dal 1994 al 1996 durante il primo Governo Berlusconi; ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca scientifica dall'11 giugno 2001 al 17 maggio 2006 nei governi Berlusconi II e III; sindaco di Milano, in quota centrodestra, dal 5 giugno 2006 al primo giugno 2011. Dopo un periodo di allontanamento dall'agone politico, è ritornata in prima linea l'8 gennaio 2021 in piena emergenza pandemica, accettando, su indicazione di Silvio Berlusconi, la nomina ad assessore al Welfare e vicepresidente della Regione Lombardia in sostituzione dei dimissionari Giulio Gallera e Fabrizio Sala. Incarichi che ha ricoperto fino allo scorso 2 novembre. Meno di una settimana è bastata per farle compiere il salto della staccionata e candidarsi in contrapposizione a quel centrodestra a cui è appartenuta per quasi trent'anni e dal quale ha ricevuto onori e prestigio.
Circa la sua inelegante defezione, potremmo metterla sul piano morale, ma non è il caso. Mettiamoci in testa una volta per tutte che in politica la parola gratitudine non ha cittadinanza. Chi compie scelte discutibili, se ne assume la responsabilità. Riguardo a donna Letizia, saranno gli elettori lombardi a giudicare, in ordine all'affidabilità, se il grado di competenza che le viene riconosciuto faccia premio sullo scarso livello di coerenza dimostrato. Il problema è altrove. Il suo voltafaccia pone una gigantesca questione di qualità della classe dirigente di Forza Italia.
Il vulnus non è nel comportamento di Moratti in sé, ma nel fatto che dagli accadimenti politici del 2011 in poi tutti o quasi gli appartenenti a Forza Italia, designati a ricoprire incarichi di Governo o di Amministrazione nelle principali realtà regionali e locali italiane, abbiano disertato dal campo berlusconiano. È accaduto nel 2013 con la pessima pagina del Governo Letta. In quella circostanza, pur di dare un Governo al Paese in assenza di maggioranze politicamente definite, Silvio Berlusconi decise di scendere a patti con il Partito Democratico.
Ne nacque un Esecutivo bipartisan che prevedeva la presenza di un'ampia pattuglia di esponenti dell'allora Popolo della Libertà. Angelino Alfano, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro dell'Interno; Beatrice Lorenzin, ministro della Salute; Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti; Nunzia De Girolamo, ministro dell'Agricoltura; Gaetano Quagliariello, ministro per le Riforme istituzionali.
Nel novembre dello stesso anno, quando era apparso chiaro che il Pd avrebbe usato la "legge Severino" per estromettere Silvio Berlusconi dal Senato, la pattuglia dei ministeriali del Popolo della libertà, presagendo la possibilità che Berlusconi avrebbe fatto cadere il Governo, organizzò la scissione dal Pdl e la contemporanea nascita del "Nuovo centrodestra" (Ncd) il cui compito, oltre a mantenere i ministri ai loro posti, fu quello di garantire alla sinistra di tenere il potere per l'intera legislatura, prima con il Governo Letta e poi con quello Renzi. Insieme ai ministri, tutti i viceministri e i sottosegretari designati dal Popolo della Libertà cambiarono repentinamente casacca in barba al mandato che avevano ricevuto dagli elettori. Le sole eccezioni furono Michaela Biancofiore e Gianfranco Miccichè che non abbandonarono il "Cav".
Più recentemente la storia si è ripetuta con il Governo Draghi. Dei tre ministri in quota Forza Italia - Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna - nessuno è rimasto con Berlusconi. Il primo ha avuto il buon gusto di lasciare la politica, le altre due si sono accasate nel Terzo polo. Oggi è la volta di Moratti. Non può essere una coincidenza e neppure un'epidemia d'ingratitudine a spingere i gratificati dal capo assoluto a voltargli le spalle, una volta ottenuti i vantaggi desiderati. Esiste un evidente problema di formazione della classe dirigente in Forza Italia che non può più essere nascosto.
Il vecchio leone di Arcore di cose buone ne ha fatte tante. Ma non tutte le ciambelle gli sono riuscite col buco. Quelle dell'individuazione degli esponenti del suo partito per ricoprire le massime cariche istituzionali sono fallite clamorosamente. Berlusconi ha voluto imprimere al suo partito un'impronta aziendalista ritenendo che il modo migliore per garantire qualità e competenza alla guida del Paese fosse la cooptazione dei profili da lui individuati. Per la formazione dell'élite forzista non ha mai creduto, lui sincero democratico, alla validità dei meccanismi selettivi attivati dal basso all'interno del partito.
Le conseguenze di un tale macroscopico errore sono state devastanti per la tenuta del consenso della più grande formazione liberale che la Repubblica italiana abbia conosciuto.
D'altro canto, vi sarà un motivo se Forza Italia nella sua versione allargata di Popolo della Libertà nella tornata elettorale del 2013, nonostante la guerra giudiziaria fatta al suo leader e il modo violento con il quale il legittimo Governo di centrodestra era stato defenestrato nel 2011, per la Camera dei deputati raccoglieva ancora 7.332.134 voti (21,56 per cento) mentre alle Politiche del settembre scorso la ridotta berlusconiana si è attestata all'8,11 per cento dei consensi con 2.278.217 voti ottenuti. La gracilità della struttura partito, l'inaffidabilità della sua classe dirigente, l'incapacità a comprendere il profondo radicamento a destra del suo elettorato naturale, sono sicure concause del crollo di Forza Italia. Si potrebbe obiettare che trattasi di questioni interne al movimento berlusconiano che non hanno incidenza sugli andamenti della coalizione. Niente di più sbagliato. La complessità nella guida della coalizione di centrodestra, che regge da trent'anni, sta nell'assorbire le spinte prodotte dalla dialettica dalle componenti che agiscono al suo interno. Se sciaguratamente una di tali forze dovesse sfuggire alla regolazione degli equilibri dinamici intra-coalizionali, le ripercussioni ricadrebbero sulla tenuta stessa della maggioranza, e quindi del Governo.
Al riguardo, l'esempio del voltafaccia di Letizia Moratti è paradigmatico. Il vecchio leone non può fingere che non sia accaduto nulla e che il problema della fedeltà della classe dirigente forzista non esista. Deve, perciò, mettervi mano seriamente e trovare una soluzione che valga per il presente e per il futuro. Non è pensabile che una quota di elettorato liberale e riformista, che sente di appartenere alla destra, non possa più avere un riferimento partitico che la rappresenti e debba rassegnarsi all'idea che i suoi voti finiscano in dote alla sinistra. Già, perché votare per il Terzo polo è come decidere di essere diversamente di sinistra. Il vecchio leone rifletta sulla possibilità di lasciare ai posteri una struttura partitica organizzata su basi democratiche e che, pur riconoscendosi nel pensiero e nella storia politica e personale del suo leader, sappia e possa camminare sulle proprie gambe. Questo sì che sarebbe l'ultimo coniglio tirato fuori dal cilindro da un grande mago. Già, il mago Silvio da Arcore.
   
         
       
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
    SE LA FRANCIA FRIGNA    
    Se non vi fossero di mezzo storie personali drammatiche, sarebbe da morire dal ridere. L'argomento è l'arrivo nel porto francese di Tolone della nave Ocean Viking della Ong Sos Méditerranée con 234 immigrati clandestini a bordo. I "cugini" d'Oltralpe piagnucolano perché si sono letteralmente incartati. Prima hanno dato una flebile solidarietà al Governo di Roma, accettando che almeno un'imbarcazione delle Ong tra le molte che affollano le acque territoriali italiane potesse approdare in un proprio porto, poi hanno sclerato. La reazione francese contro un'Italia definita "inumana" è stata isterica.
Che delusione sentirli frignare a quel modo, abituati come eravamo alla ruvida virilità di Asterix e Obelix. Ma il ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, ha dato di matto parlando di comportamento italiano inaccettabile per non aver accolto la nave dell'Ong. Ha ringhiato minacciando che la Francia avrebbe assunto provvedimenti durissimi contro il nostro Paese, a cominciare dall'immediata sospensione dell'accordo in base al quale Parigi si era impegnata ad accogliere 3500 clandestini sbarcati illegalmente sulle nostre coste. Peccato che finora di quello sbandierato accordo non si sia visto granché avendo Parigi preso al momento solo 38 migranti dei 3500 promessi.
Ma a Darmanin non è bastato per lavare l'onta subita. Ha chiesto agli altri Paesi europei di non accogliere nessuno dei clandestini giunti sul suolo italiano. Darmanin ha anche annunciato l'invio di gendarmi alla frontiera di Ventimiglia per rafforzare i respingimenti. Che avesse in mente di chiedere a Bruxelles l'estensione all'Italia del pacchetto di sanzioni applicato alla Russia? Perché no, se in ballo c'è il reato di lesa maestà.
Ora, è pur vero che la Francia non accetti di perdere ma stavolta Emmanuel Macron e i suoi sodali hanno oltrepassato il limite della decenza. È comprensibile che i nostri "cugini" siano scioccati, non era mai accaduto prima d'ora che una nave con dei migranti a bordo attraccasse in un porto della Gallia cisalpina (tanto per ricordare chi gli ha portato la civiltà e insegnato la buona creanza). Come in tutte le cose, c'è sempre una prima volta e l'Ocean Viking è stata la loro prima volta. Fa male, lo sappiamo. Ma forse è la volta buona che ci si renda conto che non è una soluzione pretendere di trasformare l'Italia nell'hotspot d'Europa. Occorreva un Governo di centrodestra perché il bubbone venisse portato alla luce.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel discorso sullo stato dell'Unione del 2020, riguardo al fenomeno dell'immigrazione illegale disse: "Adotteremo un approccio umano e umanitario. Salvare vite in mare non è un'opzione. E quei Paesi che assolvono i loro doveri giuridici e morali o sono più esposti di altri devono poter contare sulla solidarietà di tutta l'Unione europea… Tutti devono farsi avanti e assumersi la propria responsabilità".
Cosa è stato fatto di concreto? Nulla. Soltanto una montagna di buone intenzioni e di documenti che non hanno trovato alcuna applicazione concreta. Nell'introduzione della comunicazione della Commissione europea del 23 settembre 2020, a "Un nuovo patto sulla migrazione e sull'asilo" è scritto che "il nuovo patto riconosce che nessuno Stato membro dovrebbe accollarsi una responsabilità sproporzionata e che tutti gli Stati membri dovrebbero contribuire alla solidarietà su base costante". Bella la parola solidarietà se viene praticata, pessima se è soltanto predicata.
Le ultime negoziazioni non hanno superato lo scoglio della modifica del terzo criterio del Regolamento di Dublino III (Regolamento Ue numero 604/2013 del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide), anche noto come criterio del primo ingresso illegale. Quindi, resta in piedi l'articolo 13 del Regolamento di Dublino III che assegna la competenza per l'esame della domanda di protezione internazionale allo Stato membro la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente. Tuttavia, insistere sulla revisione del Regolamento di Dublino non è in sé cosa sbagliata, ma al momento non è utile alla causa nazionale. Come non lo è l'idea d'insistere sull'interpretazione puntuale della norma di diritto internazionale che attribuisce la sovranità territoriale sulla nave allo Stato di cui batte bandiera. Su questo punto i partner europei ci rinfacciano di non tenere fede ai patti sottoscritti. E non hanno del tutto torto.
Se le navi Ong si sentono in diritto di sbarcare in Italia il loro carico umano senza creare alcun pregiudizio allo Stato di bandiera è perché la sinistra ci ha venduti. È stato l'allora premier Matteo Renzi nel 2014, nell'ambito dell'operazione Triton, ad acconsentire che si derogasse a un principio fondante del diritto internazionale marittimo e cioè che se un migrante sale su una nave battente bandiera di uno Stato straniero quello è lo Stato da considerarsi di primo approdo del migrante stesso. Dublino non c'entra nulla, è la sinistra che dobbiamo ringraziare se l'Italia è diventata il terminal della disperazione del mondo.
L'ultima virata della Commissione ha riguardato un'idea di solidarietà più flessibile che andasse oltre la ricollocazione obbligatoria dei migranti illegali da un Paese di primo approdo agli altri Paesi dell'Ue. Si è pensato alla sponsorizzazione dei rimpatri. Tale strumento avrebbe dovuto permettere agli Stati, pressati dagli arrivi di clandestini, di rispedire indietro coloro che non hanno diritto alla protezione internazionale grazie al sostegno di tutti gli altri Paesi membri. Proposta interessante ma inapplicabile, tanto che di essa non si ha traccia nella realtà. La verità è che i partner europei, nessuno escluso, non accetteranno mai di accogliere gli irregolari, cioè i migranti economici.
Il Governo Meloni deve prenderne atto. Inutile sprecare tempo a battere una pista che non porterà da nessuna parte. La sola possibilità che l'Italia ha di riuscire a cavarsi fuori dal cul-de-sac, nel quale una sciagurata politica migratoria della sinistra ci ha infilato, è di rilanciare con estrema determinazione in sede europea la proposta di installare hotspot sulle coste nordafricane e di affidarne la gestione alle organizzazioni umanitarie. Si obietterà: libici e tunisini non accetteranno mai una simile perdita di sovranità nei loro territori. Non è così. Lasciate che annusino anche solo una parte della cospicua fortuna in denaro che l'Unione versa annualmente al tiranno turco Recep Tayyip Erdogan per tenere chiusa la rotta orientale ai flussi migratori verso l'Europa, che acconsentiranno a qualsiasi cosa. Riepilogando. L'Europa i migranti illegali non li vuole; non vuole che muoiano in mare; non vuole che restino in Libia a subire violenze e torture; non vuole farsi carico di rispedirli ai Paesi d'origine. Vuole prendere solo quelli lavorativamente formati, prontamente occupabili negli apparati produttivi delle economie nazionali. Mentre vuole che con gli illegali se la sbrighi l'Italia.
Che si fa? Continuiamo a scannarci o si trova una soluzione che vada bene a tutti? Quando ai francesi sarà passata la crisi isterica e la smetteranno di frignare, se ne potrà riparlare. Intanto, gradiremmo che la maggioranza di centrodestra riflettesse bene sulla ratifica del Trattato italo-francese per una cooperazione bilaterale rafforzata, meglio noto come Trattato del Quirinale, firmato a Roma il 26 novembre 2021 dal presidente francese Emmanuel Macron e dall'allora premier italiano, Mario Draghi, che per essere operativo attende il via libera del Parlamento. Alla luce del comportamento del Governo di Parigi, che vorrebbe tagliarci i viveri e isolarci dal resto del mondo, cominciamo col cestinare l'accordo. In calce al ragionamento, avvertiamo la sinistra che è presto per le processioni degli autoflagellanti del Venerdì santo. Ce l'abbiamo con quella stessa sinistra che, angosciata, si domanda come rimediare all'affronto fatto ai padroni francesi, alla stregua dell'agnello che si preoccupa di chiedere scusa al lupo per i fastidi arrecatigli. Tutto questo pietoso teatrino non ci sarebbe stato, se una vera Unione europea fosse esistita. Ma l'unità degli europei è niente di più di un'illusione ottica. Prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.
   
       
    POLITICA    
    di Antonino Provenzano    
       
PULIZIE... D'AUTUNNO
    Fino alla prima metà del secolo scorso, almeno per quanto mi è dato sapere, nelle famiglie borghesi della mia città si facevano le cosiddette "pulizie di Pasqua": si spalancavano le finestre, si rinfrescava la casa e ci si disfaceva di tutti gli inutili residui accumulati durante il claustrofobico inverno. In una parola si dava nuova luce e vita alle proprie abitazioni. Una sorta di rito catartico a conclusione di un determinato periodo di vita familiare per far spazio ad un altro che, seppur nelle immutate circostanze di contesto, intendeva comunque prefigurare un qualcosa di nuovo, di diverso e perfino di augurale nella, seppur ineludibile quotidianità. Rese ormai inerti dalla loro evidente obsolescenza, vari oggetti, suppellettili e persino libri, mostravano tutto ad un tratto la loro acquisita irrilevanza, nonostante il qualche servizio da essi fornito nei momenti del buio, dell'incertezza e perfino della noia. Oggetti che inducevano a domandarsi per qual misterioso motivo ci fossimo mai indotti ad acquistarli, farne un qualche uso o addirittura, quando si trattava di libri mediocri, di aver sprecato tempo a leggerli.
L'avvento di Giorgia Meloni alla guida dell'Italia è stato, per la vita politica del nostro Paese (o meglio dicasi, della nostra Nazione) un evento catartico di caratura tale che, seppur verificatosi in autunno, ben potrebbe rapportarsi all'impatto/effetto che le ricordate "pulizie di Pasqua" avevano sulle nostre famiglie. Fuor di metafora, il discorso programmatico pronunciato in Parlamento dal nuovo Primo Ministro in occasione del voto di fiducia è stato per taglio, contenuti ed esposizione una folata di aria fresca irrotta negli stantii ambienti della politica italiana: si sono udite finalmente parole da "leader", nel senso "di colui che indica la via, che c.o.n.d.u.c.e" e NON, DICESI NON, "di chi invece, al carro degli umori del momento, i.n.s.e.g.u.e la gente". Le parole della nostra Giorgia nazionale ci hanno infatti sbattuto in faccia la necessità di riconoscere come gli ultimi settant'anni di vita politica italiana siano stati (con appena qualche ben circoscritta eccezione, tipo l'onesto De Gasperi o alcuni aspetti del miglior Craxi o del primissimo Berlusconi) una surreale rappresentazione da teatro dell'assurdo secondo cui far politica è stato inteso"come l'arte di chi, essendo soltanto un c.a.r.r.e.t.t.o, deve dare comunque l'impressione di atteggiarsi a c.a.v.a.l.l.o" , ovvero, secondo l'intimo sentire di legioni di politicanti d'accatto :"noto che la mia gente vuole andare in quella determinata direzione: io che sarei il loro "leader (?)", non posso far altro che … "seguirli"(!)" .
Basta, e finalmente, con tale sceneggiata dell'assurdo!
Basta, soprattutto, con l'auto-esaltazione di quei deleteri, presunti leader che, al potere da ininterrotti settant'anni, ci hanno gabellato di essere stati artefici del progresso del nostro paese, mentre il relativo merito è invece soltanto del popolo italiano che ha saputo ottenere in modo autonomo inimmaginabili risultati; non tramite loro, ma nonostante loro. Infatti nei momenti in cui la gente comune si industriava a far crescere economicamente e socialmente il paese, i farisaici politicanti dell'ineffabile Sinistra cattocomunista, ideologica ed internazionalista dilapidavano ricchezze immense al solo fine di miope proselitismo elettorale, facendo levitare in maniera irresponsabile il debito pubblico nazionale ipotecando il futuro delle prossime generazioni. Mai create, se non che nel primo ventennio del dopoguerra, condizioni di reale crescita per il nostro paese! Soltanto sperpero elettoralistico di denaro ed elefantiasi burocratica con costante, decrescente sfiducia degli italiani verso la propria stessa economia. Conseguenza? Il paese è sempre più povero, mentre i suoi cittadini diventano ogni giorno, seppur mestamente, sempre più ricchi, ma con il proprio denaro posto ad ammuffire in conti correnti erosi da spropositate spese di gestione e da un' inflazione galoppante nella costante, seppur fin'ora inane, attesa di poter fuggire dalle banche per incontrare finalmente remunerativi investimenti nell'economia reale della propria amata Italia. Giorgia Meloni ci propone, grazie a Dio (!), riflessioni su obiettivi da perseguire e non più elencazioni di fenomeni congiunturali da doversi soltanto amministrare passivamente in perenne, asfittica e statica contingenza.
Il vento purificatore del discorso del nostro Presidente del Consiglio ha inoltre fatto volar via (mettendoli ferocemente a nudo) gli stracci della vera indole conservatrice e sterile delle simbiotiche visioni politiche del Partito Democratico (catto-comuniste) e del Movimento Cinquestelle (antistoriche e dal redivivo sapore giacobino).
Nel primo caso, vale per tutti il lunare intervento dell'On. Debora Serracchiani, neo capogruppo del PD alla Camera, che, in un discorso "già scritto" (e dunque pre-meditato e pre-confezionato da tempo) non si è resa neanche conto, non solo di essere incapace di riconoscere la più palese delle realtà dipanate dinnanzi ai suoi occhi, ma neppure, nella fattispecie, di favorire - come mi ha fatto ben notare un caro amico, che cito alla lettera - " una schiacciata della Meloni servita davvero in maniera improvvida …. (e questa sarebbe la sinistra giovane, quella del domani ?!)", quando, al cospetto dell'unica testa bionda di donna troneggiante tra tanti canuti crani di signori uomini seduti nei banchi sottostanti, non si perita di affermare: "che il governo Meloni, vuole le donne un passo dietro agli uomini" con la pronta battuta della neo-Premier, subissata da scroscianti applausi di buona parte dell'emiciclo: " mi guardi, Onorevole Serracchiani, Le sembra che io stia un passo dietro agli uomini …?!" Esempio lampante questo di come, per oltre cinquant'anni, la realtà del nostro Paese sia stata interpretata dalla Sinistra di governo con occhi e menti distorti da cerebrali ideologie preconfezionate.
L'esplicita presa di posizione della nostra brava Giorgia ha consentito altresì di far emergere in modo palese quel pauperismo di natura neo-giacobina del presidente del partito pentastellato Giuseppe Conte, imperniato su nette rivendicazioni, come suole dirsi, "senza se e senza ma". Tale linea - per quanto essa possa essere in parte spiegata dall'indubbia presenza in Italia di un ampio ceto di indigenti - viene rappresentata dall'ex capo del governo tramite un'asfittica chiusura mentale che non porta se non che a negare lo stato di paritario interlocutore politico a quei cittadini i cui concreti interessi egli pretende invece di rappresentare. Gabellando infatti il suo elettorato come una sorta di acritici sanculotti incapaci di accettare la differenza tra indigenza strutturale e disoccupazione occasionale, egli rende ad esso il pessimo servizio di porre quello stesso "popolo" sotto la falsata luce di gretto percettore di una sorta di atavica ed antistorica "farina" dal sinistro profumo padronale. Fatto questo che, storia docet, spiana, prima o poi, la strada ai suoi due ineludibili corollari autoritaristici e cioè strumentale "festa" con relativa conseguenza: indiscriminata "forca" (!) . Davvero un bel servizio reso al proprio elettorato dall' On. Conte ed un ulteriore "brava" al Capo del Governo per aver fatto emergere, con la propria presa di posizione anche questa pericolosa contraddizione di una opposizione dogmatica a tutto danno della parte più vulnerabile dei nostri concittadini. Una povertà, caro Presidente Conte, caratterizzata da (e, direi, formalizzata in) una dimensione di perenne stasi senza alcuna dinamica interna volta ad un proprio riscatto economico e sociale. Dai banchi dell'opposizione non è stato reso, in tal modo, un buon servizio ai veri indigenti; brava dunque la Presidente Meloni per averlo - evidenziandolo - stigmatizzato.
Naturalmente, in materia di povertà e disoccupazione, il Partito Democratico risulta "non pervenuto", preso come esso è nel suo cieco guazzabuglio mentale nel fare di tutt'erba un fascio (e si, "fascio", è proprio il caso di dirlo) tra guerra alla (fu madre!) Russia, diritti dei diversi e …. obsoleto antifascismo militante.
Che sia forse giunta l'ora che la pluridecennale ricreazione ideologica italiana stia per essere, una volta per tutte, scaraventata fuori dalla finestra?
Roma, 28 ottobre 2022
   
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