POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    POVERA PATRIA    
   
Nel divertissement prenatalizio su chi sarà il prossimo inquilino del Quirinale, Giorgia Meloni aggiunge un passaggio al fulmicotone. La leader di Fratelli d'Italia vuole un presidente eletto per fare gli interessi nazionali e perciò non lo vuole del Partito Democratico.
"Non accetteremo compromessi, vogliamo un patriota", queste le parole di Giorgia, scandite dal palco di Atreju, tradizionale kermesse annuale dei giovani della destra italiana. Se le parole sono pietre, quelle della Meloni sono un macigno. Cancellata (finalmente) la stucchevole oleografia dei "buoni" presidenti della Repubblica che avrebbero anteposto il bene degli italiani agli interessi della propria parte politica, la presidente di Fratelli d'Italia costringe tutti, amici e nemici, a riflettere sul perché il concetto di patriota non sia compatibile con l'appartenenza al Partito Democratico. Ragione per la quale, dopo anni di occupazione "piddina" del Quirinale, oggi s'imponga una svolta in senso inverso nella scelta del presidente.
Ma procediamo con ordine. Chi è il patriota e cos'è la Patria? Per il vocabolario della lingua italiana della Treccani, patriota è "persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando o combattendo per essa"; per Patria il dizionario Treccani intende "il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni".
Due definizioni esaurienti, anche se riguardo alla parola Patria preferiremmo porre l'accento sull'etimologia: "terra dei padri", dal greco πατήρ (padre). "Patria" esprime il medesimo concetto che, nella lingua tedesca, è racchiuso nel sintagma "Blut und Boden" (sangue e suolo) dal quale prende vita l'idem sentire de re pubblica, fondamento costitutivo di ogni democrazia, degli antichi e dei moderni.
È sorprendente che la Meloni ponga la pregiudiziale dell'acclarato spirito patriottico del futuro capo dello Stato, con ciò sbarrando la strada a un candidato della sinistra. Eppure, la richiesta non è infondata. Dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo del comunismo, la sinistra nel nostro Paese non ha rinunciato al cosmopolitismo antinazionale iscritto nel proprio Dna, salvo a concedersi una lieve correzione di rotta, imposta dall'evoluzione delle dinamiche storiche: a un terzomondismo anticapitalistico e rivoluzionario per ragioni di sopravvivenza si è convertita all'europeismo di maniera dei fautori del Super-Stato europeo.
Il professore Gianfranco Pasquino, in un articolo a sfondo didascalico pubblicato sul "Domani", scrive: "Per me patria è dove si è affermata ed esiste la libertà. Ne consegue che patriota è colui che si propone di acquisire la libertà nel luogo in cui vive e lotta per questo obiettivo".
E aggiunge: "Un patriota è giunto a ritenere che la libertà non si difende e meno che mai si amplia chiudendosi nei confini della patria geografica".
Bizzarra idea di patriottismo quella di Pasquino che, in un tortuoso avvitamento lessicale, subordina l'appartenenza identitaria di ogni individuo al grado di libertà acquisito, come se vivere temporaneamente, pur contrastandolo, sotto un Governo che conculchi le libertà individuali fornisse la motivazione per recidere le proprie radici esistenziali e darsela a gambe. Pasquino conclude col teorizzare un ossimoro: patriota è chi nega la Patria. A provocare ancor più l'orticaria ai "buoni" è l'uso della parola nazione. Nell'immaginario collettivo della sinistra il termine, ambiguamente sovrapposto a quello di "nazionalismo", evoca le peggiori pulsioni razziste, guerrafondaie, colonialiste attribuite dalla macchina propagandistica dei progressisti alla destra "brutta, sporca e fascista". Tuttavia, per quanto il mainstream del politicamente corretto tenda a nascondere la realtà, sta di fatto che la pretesa di chiarezza imposta da Giorgia Meloni sul grado di patriottismo del presidente della Repubblica non solo è compresa ma è largamente condivisa dall'opinione pubblica. Perché?
Esiste un nodo storico che pesa sull'identità italiana, e che la gente comune avverte, nient'affatto risolto: il ritardo nella costruzione di uno Stato nazionale. La discrasia temporale tra la costituzione dell'Italia come nazione e la composizione politica di una comunità nazionale (1861) è di ben otto secoli. L'idea d'Italia-nazione, drammaticamente riscoperta nelle trincee della Prima guerra mondiale, scorreva già nella terzina aspra del sommo poeta: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!" (Comedia, Purgatorio, VI Canto). Un tempo troppo lungo perché non incidesse nel substrato antropologico del nostro popolo impedendo a una diversa consapevolezza identitaria di crescere e radicarsi nelle generazioni attraversate.
Non è un caso se Giuseppe Prezzolini attribuisse al ritardo della formazione dello Stato nazionale le maggiori responsabilità per il diffuso spirito di anarchismo individualista, stigma caratteriale dell'italiano medio. Ciò spiegherebbe molto del comportamento della nostra gente, della sua naturale diffidenza verso lo Stato e le sue istituzioni, della tendenza a rappresentarsi più come controparte che come parte della "cosa pubblica". È stato Luigi Barzini a scrivere che "il nostro è un Paese i cui abitanti, soggetti per secoli a rapaci oppressori stranieri e a sovrani inefficienti, hanno dovuto, per difendersi, sviluppare e perfezionare virtù private e vizi pubblici".
È ciò spiega anche, ma non giustifica, il fatto che in alcune aree del Paese l'anti-Stato della criminalità organizzata controlli il territorio, con il consenso passivo della popolazione, più di quanto lo faccia lo Stato. È chiaro che in tale scenario la scelta del presidente della Repubblica rivesta un significato metapolitico. Il capo dello Stato dovrebbe rappresentare il punto di congiunzione tra il principio di Stato e l'idea di nazione. Ma tale prefigurazione di ruolo non può essere nelle corde della sinistra che storicamente si è nutrita di ideologie universalistiche, a cominciare dal marxismo. E continua a farlo inseguendo le utopie del multiculturalismo e del massimalismo moralistico delle sue avanguardie intellettuali.
La cultura definisce e circoscrive l'identità di una nazione. Per questa ragione la cultura, per affermarsi e riconoscersi, ha bisogno di territorialità. Ne parla Montesquieu ne "Lo spirito delle Leggi": la Repubblica democratica ha bisogno di spazi ristretti.
La coesione sociale è favorita laddove agiscano con maggiore efficacia i rapporti di parentela e di vicinato che connettono l'idea di Stato a quella di una grande famiglia. I progressisti confidano nelle radiose sorti di una generica umanità in un mondo senza confini. Al contrario, i patrioti hanno a cuore qualcosa di concettualmente più definito e allo stesso tempo tangibile che è l'umanità di prossimità, cioè quella porzione circoscritta del genere umano che si trova a interagire e a relazionarsi, in un determinato contesto, con ogni individuo nell'arco della sua esistenza.
Cultura è parlare la stessa lingua, riconoscersi nella stessa storia, rivivere le medesime tradizioni, avere rispetto per il Mos maiorum, approcciare la spiritualità e il trascendente alla stessa maniera, praticare le medesime scale valoriali e decrittare allo stesso modo i codici morali. Se tutto ciò venisse a mancare, se il veleno del multiculturalismo prendesse il sopravvento costringendo lo Stato - come già sta avvenendo nelle società occidentali avanzate - a trasformarsi in un pelago popolato di isole etnico-culturali chiuse, distanti tra loro e non comunicanti, l'idea di comunità di destino declinerebbe rovinosamente.
Ecco perché un personaggio di sinistra che la pensi e agisca nel senso indicato dal multiculturalismo sarebbe l'antitesi del patriota. Ecco perché un capo dello Stato che, come auspica Pasquino nel suo articolo, rinnegasse il principio che sta dietro l'espressione idiomatica my country, right or wrong (giusto o sbagliato, è il mio Paese), non verrebbe riconosciuto dalla gente comune come un vero patriota. E non gli basterebbe portare la mano sul cuore quando allo stadio s'intona l'inno nazionale. Già, perché al presidente della Repubblica italiana, all'opposto di quanto si dica a proposito dell'imparzialità dei giudici, non basta sembrare un patriota ma occorre che lo sia. Fino al midollo.
   
   
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    LA GALLINA (NON) E' INTELLIGENTE    
    "La gallina/Non è un animale/Intelligente/Lo si capisce/Lo si capisce/Da come guarda la gente". È la strofa di una canzone del cabaret surrealista di Cochi e Renato, scritta con Enzo Jannacci nel 1972. Per mezzo secolo è stata considerata un'espressione alta della cultura musicale alternativa. Roba da élite del pensiero; materia per circoli intellettuali; ghiottoneria distribuita nelle cantine e nei sottoscala dove si facevano musica e spettacolo per la borghesia "intelligente" mentre il popolo-bue si sfamava con dosi massicce di io tu e le rose, dispensate dal piccolo schermo.
"Ufficio facce/La gallina" finora sarebbe stata definita una canzone cult. Oggi non più, da quando l'Associazione italiana per la difesa degli animali e dell'ambiente (Aidaa) sul proprio blog ne ha proposto la modifica abolendo la negazione "non" come forma risarcitoria per quello che sarebbe un "inaccettabile insulto agli animali".
Pensate sia uno scherzo? Nient'affatto: è tutto vero. È l'ennesimo frutto avvelenato di un revisionismo culturale autolesionista che mira a demolire le fondamenta della civiltà occidentale. Per farlo, ha ingaggiato una guerra senza quartiere alla nostra Storia e al nostro linguaggio. C'è una minoranza - definita da Luca Ricolfi nel libro scritto a quattro mani con Paola Mastrocola dal titolo "Manifesto del libero pensiero": autoproclamati legislatori del linguaggio - che vuole riplasmare il mondo a sua immagine ricorrendo all'intimidazione e all'isolamento sociale per chi non vi si adegui. Tale minoranza veste i panni dell'establishment progressista: proconsoli e centurioni delle legioni del "Bene". Il suo vessillo è l'egualitarismo, realizzato mediante la violenza "razzista" delle minoranze sociali aggregate su basi di genere, ideologiche ed etnico-religiose.
La gabbia nella quale dovremmo infilare tutti il cervello è il "politicamente-corretto", che non significa mettere una parola giusta al posto di una sbagliata. La neo-lingua mira dritto al cuore della libertà di parola, connessa a quella di pensiero. Ma se la libertà di espressione è negata dall'esigenza di non offendere altrui sensibilità, cosa ne è del pensiero critico? Ciò che non è conforme, è scorretto. Gli scorretti vanno emarginati, non possono stare nelle prime file della "buona" società. Questa "nobile" dottrina ci costringe, per quieto vivere, a mozzare le desinenze di genere alle parole e a sostituirle con un asterisco che sa di lapide funeraria. Sindaco o sindaca? Meglio sindac*; Avvocato o avvocata? Avvocat* e passa la paura.
Dovremmo essere decisamente impazziti se accettassimo una tale follia. Eppure, questa robaccia è la minestra che passa il convento progressista. Si è fatto un gran parlare dell'ultima trovata della "stupidocrazia" di Bruxelles sulle linee guida della corretta comunicazione, emanate dalla Commissione europea e subito ritirate per l'eccesso di comicità che avrebbero prodotto se applicate.
Attenti, però: non è stata la trovata geniale, rivelatasi una cantonata, di qualche super-burocrate ma l'esito di un lungo percorso di revisione indirizzato, in campo comunitario, alla sterilizzazione del linguaggio. Sono patetici a Bruxelles se pensano di colmare il secolare gap di genere imponendo sanzioni a chi osi dare dell'avvocato a un'avvocata. Forse che l'adozione di un linguaggio non sessista e inclusivo impedisca le discriminazioni di genere e ci faccia essere migliori? Aveva visto giusto Natalia Ginzburg che negli anni Ottanta denunciava l'ipocrisia di una svolta linguistica che ripiegasse sulla pretesa di cambiare il linguaggio non avendo la capacità di cambiare le cose. Il linguaggio è un'arma a doppio taglio. Se, per un verso, conferisce significato alla realtà, per altro verso il linguaggio è un "mezzo per ordinare, consigliare, comandare". L'attitudine del linguaggio alla manipolazione è il grimaldello di cui l'establishment progressista si serve per scassinare le certezze nelle nostre esistenze. E distruggerle.
Renato Cristin, su l’Opinione, lo ha definito "nichilismo del XXI secolo". Un piano ben studiato per demolire la Tradizione: l'immenso terrapieno sul quale le precedenti generazioni hanno edificato la civiltà che abitiamo. La strategia nichilista è di renderci confusi, apolidi, smemorati, parricidi, incatenati al presente da una connessione emotiva malata, in tutto simile a quella che lega il tossicodipendente alla sostanza stupefacente. Se ci abbandonassimo ai gorghi di una modernità disancorata da ogni riferimento valoriale del passato, in cosa o in chi poi dovremmo avere fede? Umberto Eco sosteneva che quando si smette di credere in Dio non è che non si creda più in niente ma si comincia ad avere fede in qualcos'altro. E l'annientamento di tutto ciò che siamo stati, come vorrebbero i fautori del nichilismo, a cosa o a chi dovrebbe condurci? Pur ammettendo l'esistenza di una relazione diretta tra linguaggio e realtà non dobbiamo cedere alla tentazione di considerare il linguaggio rappresentazione pedissequa della realtà. La differenziazione tra i due insiemi concettuali, che necessita di chiavi interpretative, misura il nostro grado di libertà.
Chiediamoci allora: è libera una società in cui una parte (minoritaria) imponga a tutte le altre componenti codici di scrittura "corretti"? Luca Ricolfi segnala una stortura del sistema editoriale ignota al pubblico: la presenza nelle case editrici dei sensitivity readers. Sono gli esperti dediti a censurare nei manoscritti in fase di pubblicazione tutte le espressioni o le idee che potrebbero urtare la sensibilità dei lettori. Siamo alla narcotizzazione delle masse, su scala talmente vasta che neanche la fantasia visionaria di George Orwell avrebbe osato tanto. C'è un linguaggio unico sostenuto da un pensiero unico che si dirama in tutti i settori della vita pubblica ed entra prepotentemente nelle vite private. C'è il linguaggio unico della pandemia; c'è il linguaggio unico dell'europeismo; c'è il linguaggio unico dell'immigrazionismo; c'è il linguaggio unico del mito resistenziale che divide ontologicamente quelli che stavano dal lato giusto della storia da quelli che ne presidiavano la sponda sbagliata; c'è il linguaggio unico del presente, rappresentazione della realtà invariabile, forma archetipica del migliore dei mondi possibili.
Chi non è in linea, chi non si conforma è fuori dalla grazia provvidenziale e salvifica del "Bene", che ha detronizzato il Dio di Abramo e dei Profeti proclamandosi esso stesso Dio. Pensate davvero che la lotta dei progressisti contro liberali e conservatori si giochi sul piano inclinato di qualche "riformicchia" sbilenca? É in ballo la sopravvivenza di una civiltà. Ci sarà da combattere. E chi intenda rispondere alla chiamata alle armi cominci a essere politicamente scorretto nelle parole, nei pensieri, nelle idee, nei gesti. Remi controcorrente e affronti con coraggio i marosi del conformismo. Per quanto ciò appaia triste e disarmante, dopo secoli di sangue e guerre siamo ancora qui a guadagnarci la nostra libertà. Che non è gratuita. E non è mai scontata. Cosicché ogni nostro anelito, che aspira a farsi argine all'oppressione del politicamente-corretto, lo custodisce, in prezioso scrigno, la strofa del poeta che la invoca: "E in virtù d'una Parola/Ricomincio la mia vita/Sono nato per conoscerti//Per chiamarti/Libertà" (Paul Éluard, Libertà, 1942).
   
       
       
         
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