POLITICA  
    di Massimo Sergenti    
       
     IL VOLO DEL BRUTTO ANATROCCOLO    
   
Pur riconoscendogli una certa, velata, simpatia, sicuramente maggiore di quella che posso nutrire per i suoi altalenanti compagni di viaggio, io direi che è giunto il momento di spiegare a Salvini che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca e che la comunicazione di un politico, a meno che non lo sia da operetta, non deve essere contradittoria al suo interno. Un po' come il cavallo bianco di Napoleone che, nella notte, a causa del suo manto nero, non si distingueva. Capisco bene i motivi che, finalmente, lo hanno indotto a togliere quel 'Nord' dalla denominazione della Lega così da potersi presentare al Sud senza ambiguità iniziali; ne consegue che se saprà suscitare emozioni e consensi queste non proverranno solo dalle clack di discutibili personaggi di 'destra' in cerca di nuovo accasamento per indisponibilità della vecchia 'dimora'.
E capisco anche i dissensi di Bossi che avverte lo snaturamento della Lega. E, del resto, ha ragione. La Lega, Nord appunto, è nata in quel contesto trent'anni fa e da quell'ambiente non si è mai sradicata. Là, mischiando in maniera raffazzonata un po' di misticismo celtico e un po' di gallismo italico, ha cominciato incarnando gli egoismi dei padroncini brianzoli e, senza offesa, la loro grettezza, dando fiato a quell'urlato mugugno casareccio che identificava Roma, ovviamente 'ladrona', col Sciur padrun da li beli braghi bianchi, di grossa empatia tra le mondine, il quale, secondo l'anonimo compositore di oltre un secolo fa, doveva giustamente tirar fora li palanchi.
E, sull'onda del folklore, si è impadronita dell'immagine del 'Guerriero di Legnano', cioè di quella della statua bronzea dedicata ad un anonimo combattente dell'omonima battaglia medioevale, confuso con Alberto da Giussano il quale, peraltro, secondo i più recenti studi storici, non sembra essere mai esistito. Tra l'altro, l'effettivo capo militare della Lega Lombarda nel celebre scontro militare con Federico Barbarossa fu Guido da Landriano.
Da lì, il via ai raduni di Pontida, in annuale commemorazione di quel luogo che la tradizione vede depositario del giuramento di riscossa dei comuni lombardi contro il Barbarossa. In realtà, nemmeno quel giuramento sembra essere mai esistito. Nelle cronache dell'epoca non ve ne è traccia e la sua prima, ambigua menzione, peraltro priva di sostegni di riscontro, è di circa quattrocento anni dopo la presunta data di quel giuramento. In ogni caso, pur ammettendo per un attimo la fondatezza di quel giuramento alla dichiarata data del 7 aprile 1167, esso non fu costituzione della Lega Lombarda, dato che sui documenti storici sono citati almeno due giuramenti precedenti con il medesimo scopo: quello di Bergamo e l'altro di Milano. Il terzo, appena successivo alla presunta data, fu firmato a Lodi.
Comunque, sull'onda della roboante passione folkloristica, la Lega bossiana aveva anche ventilato, in abbinamento con quelle 'denunce di ladrocinii', la larvata possibilità di una secessione di un indistinto Settentrione al punto da suscitare nell'allora Presidente della Repubblica Cossiga durissime parole, pronunciate il 1° maggio 1990: "se poi vi fosse qualche farneticamento che, al di là del sentimento confuso, del risentimento oscuro, della forzatura folkloristica, al di qua del calendario della storia e della cultura, e al di là di quello del possibile futuro, pensasse a più avventurosi tentativi di divisione, sarà bene ricordare che dovere fondamentale del presidente della Repubblica, ….., è quello di tutelare l'integrità territoriale, l'indipendenza e la sovranità dello Stato ….e di difendere …..l'unità nazionale.". In effetti, dato il folklore, la 'farneticazione', il 'sentimento confuso' e un 'risentimento oscuro' sembravano esserci tutti.
Va anche detto, tuttavia, che la Lega Nord non ha mai spinto la sua azione fino al punto di incappare nei rigori penali ma ha cavalcato per trent'anni un confuso 'riscatto' del 'Nord', inglobando nella corsa veneti e emiliani, divenuti improvvisamente consapevoli della loro appartenenza alla terra delle nebbie; a quell'Avalon, traslata in Padania, senza che alcuno spiegasse alla bassa forza che quella terra esiste solo nella penna di Goffredo di Monmouth.
E, su quest'onda, grazie (si fa per dire) alla 'discesa in campo' del Cavaliere, è riuscita ad approdare nella 'stanza dei bottoni' di originaria enunciazione nenniana, forse in una inconsapevole affinità col leader socialista che, sempre per primo, usò l'espressione 'vento del Nord'. E, a proposito di socialismo, quella rattoppata politica della Lega fece presa anche nelle maestranze operaie. Il che è altresì comprensibile ma non tanto sul piano di una trovata affinità culturale e politica quanto su quello del mero interesse.
Era il tempo della III rivoluzione industriale e l'elettronica era entrata trionfante nella produzione falcidiando posti di lavoro. In più, l'economia era in una fase di riconversione e l'industria stava cedendo sempre più spazio alla trionfante marcia del terziario. Una situazione di disagio sociale, quella che si determinò, in assenza di percorsi di riconversione e di ricollocazione; una situazione alla quale da un lato i governi democristiani prima e socialista poi e, dall'altro, le confederazioni sindacali non seppero porre rimedio, sostanzialmente affidandosi alla 'mano invisibile' del mercato di concezione smithiana e agli egoismi che presagiva.
Non conosco specificatamente i motivi che indussero la Lega Nord, nel '94, a determinare la crisi del primo governo Berlusconi ma posso ritenere che il Cavaliere, tycoon nostrano fattosi da solo, non fosse un uomo che potesse consentire ad una Lega Nord, seduta negli scranni del potere, di essere 'soggetto di lotta e di governo', forse inconsapevolmente cercando di incarnare il pregnante significato che Berlinguer seppe dare a quell'espressione, prima ancora che se ne appropriasse, con accenti pseudo culturali, la cosiddetta 'destra sociale'. O, forse, il Cavaliere, ossessionato dal comunismo, avvertì in quell'essere' della Lega Nord un che di sinistrorso. O, meglio, forse la Lega Nord, di fronte all'inconcludenza governativa, preferì prestare orecchio proprio a quelle sirene di sinistra che avevano preso a vaticinare di autonomia territoriale.
Con ogni probabilità, ne ha saputo qualcosa il Prof. Miglio incappato nel furore ruspante bossiano nel 1993, quando i punti salienti del cosiddetto 'Decalogo di Assago' vennero fatti propri dalla Lega Nord solo marginalmente perché la segreteria federale preferì seguire una politica di contrattazione con lo Stato centrale che mirasse, appunto, al rafforzamento delle autonomie regionali, piuttosto che coltivare e far crescere un progetto politico.
È pur vero che prima di veder realizzate quelle 'promesse' la Lega Nord dovette aspettare sette anni; mercé l'impegno di D'Alema, quelle 'promesse' si tradussero nel peggior disastro economico-finanziario del Paese con valenza addirittura costituzionale attraverso la modifica del Titolo V. Ma di quest'ultimo dramma la Lega Nord non sembrò essere toccata; eppure, avrebbe potuto cominciare ad additare i presunti 'ladrocini' operati dalle Regioni ma preferì considerare quegli Enti solamente come possibili obiettivi di conquista; decise, così, di adottare una strategia, stranamente ancora una volta di sinistra: quella dell'incruenta rivoluzione gramsciana. Puntò soprattutto al suo consolidamento sul territorio, vista anche la scarsa rilevanza che ebbe nei successivi governi: due ministri senza portafoglio prima, un ministro di giustizia, poi e, infine, un ministro per l'Interno e due ministri senza portafoglio.
A proposito di giustizia, chissà se l'ingegner Castelli è soddisfatto di svolgere il compito di vice presidente del Parlamento della Padania; un fantasioso ruolo in un fantasioso organismo al quale è stato nominato dal presidente Calderoli, dopo le traversie della famiglia Bossi. Fatto si è che a seguito di quelle traversie necessitò un cambio di guida nella squadra federale e fu la volta di Maroni il quale, lo dico senza alcuna offesa, ciò che seppe innovare, con la benedizione bossiana, fu solamente l'enfasi del suo linguaggio, senza alcun seguito concreto.
Poi, dopo la vittoria alle primarie contro Bossi redivivo, toccò a Salvini. E, da quattro anni, indubbiamente la Lega sta cambiando. Niente più misticismo celtico e gallismo italico. Niente più 'Roma ladrona', ma l'intento di provare a dimostrare di non essere isolati. Addirittura il pittoresco viaggio in Corea del Nord col senatore Razzi e il più serio abboccamento con il Front National di Marine Le Pen. Ed è proprio a seguito di quell'abboccamento che la Lega Nord, in Europa, per la prima volta, appartiene ad un gruppo politico. Certo, non sarà facile la permanenza in quella coalizione, data la presenza anche di quattro membri del Partito per la Libertà olandese, di quattro dell'austriaco Fpo, di uno del partito fiammingo per l'indipendenza delle Fiandre, di due del Congresso della Nuova destra polacco e di una fuoriuscita dallo Ukip britannico, tra i quali gli argomenti dominanti sembrano essere quelli contro l'euro, contro l'immigrazione, contro l'evoluzione femminile e quelli a favore dell'introduzione della pena di morte. Non sarà facile perché ciò potrebbe contrastare con il nuovo volto della Lega che, intanto, ha deciso di cancellare la dizione 'Nord' dal suo appellativo, così da porsi, a distanza di un trentennio dalla sua nascita, formalmente come forza nazionale. Peraltro, la cancellazione del 'Nord' sicuramente farà venir meno il ricorso a quella trovata, un po' ipocrita in verità, del solo 'Salvini al Sud' e, nel contempo, potrà più attentamente misurare le attese meridionali interessate ad un nuovo accasamento.
Certo è che la nuova Lega, come forza nazionale, avrà necessità di sviluppare una politica coerente. Per ora, sta provando a prevalere la logica dei numeri, gettati a raffica dal segretario con sfrontata sicurezza, quasi a dimostrare la lucidità del progetto leghista. Ma certo è che, da qui a breve, un progetto complessivo avrà bisogno di emergere. Un progetto che inglobi certamente il Sud, dopo tanto bizzarro biasimo, e fornisca una visione complessiva per questo Paese. E che vi sia bisogno di questo è nell'ordine delle cose. Specie se, come sembra, essa intende proporsi come guida di un'ipotetica coalizione di centro-destra. Non sarà facile, dicevo, perché intanto dovrà conciliare, agli occhi del suo elettorato tradizionale, le sue origini nordiste e le relative aspettative con i disagi del Mezzogiorno e le possibili cure.
Inoltre, data la possibile presenza di componenti cattoliche nella eventuale coalizione, dovrà armonizzare le sue idee di una immigrazione più restrittiva con quelle più liberali e umanitarie. E, ancora, data la possibile presenza di Forza Italia, sarà costretta a rivedere la sua posizione anti-euro per sposare quella della validità di un'unione continentale, sia pur su basi e con percorsi differenti. In più, dovrà esternare una sua concezione economica e sociale, soprattutto in presenza ancora perdurante della decennale crisi, possibilmente conciliandola con le taccagne voglie della piccola imprenditoria lombardo-veneta. In sostanza, ciò che serve, a personale avviso, è l'emersione di un progetto complessivo che esca dall'ambito della critica spot.
Un progetto, infine, che faccia definitiva chiarezza, dopo una trentennale attesa, a favore di quale impianto federale essa intenda svolgere la sua azione, delineandone il tipo e le attribuzioni così da far venir meno quelle immeritevoli sceneggiate rappresentate, da ultimo, dai presunti referendum consultivi, inesistenti nel nostro impianto costituzionale, promossi dai governatori leghisti di Veneto e Lombardia con notevole dispendio di risorse pubbliche quando avrebbero potuto, in esito agli artt. 116 e 117 della Costituzione e senza vagheggiamenti fiscali, avviare una trattativa col Governo ai fini di una maggiore autonomia, come nel caso dell'Emilia.
In ogni caso, mi rifiuto di pensare che i governatori di importanti regioni come la Lombardia e il Veneto non fossero a conoscenza di una tale possibilità. Penso, invece, che Zaia, surrettiziamente, abbia voluto misurare le sue forze; un intento al quale si è associato ingenuamente (?) Maroni. E la statura tra i due può essere misurata anche dai risultati della pseudo consultazione: il quorum pieno e la maggioranza dei Sì nel Veneto, poco oltre il 30% degli aventi diritto nell'affluenza al voto in Lombardia.
Comunque, a prescindere da come andranno le alleanze per la competizione politica di primavera, anche alla luce dei recenti sondaggi che danno FI in leggera crescita e la Lega in leggera flessione, che la stessa Lega abbia assoluta necessità di rivedere la sua colorita storia non c'è dubbio, soprattutto se vuole porsi come forza nazionale. Come non penso ci sia dubbio sul fatto che, se intenderà portare avanti la sua revisione, dovrà ragionare con Zaia. Non è mia intenzione riflettere, peraltro in maniera ininfluente, sulle eventuali vicende interne di un partito ma, come uomo della strada penso che uno sforzo di coerenza, organicità, trasparenza e prospettiva serva al Paese.
E se Salvini lo vorrà fare, ben venga dopo tanta generale incoerenza, eterogeneità, opacità e cecità.
   
   
         
    POLITICA    
    di Pericle    
       
    DISCORSO AGLI ATENIESI    
    Un grazie a Michele Falcone per l’attualissima segnalazione:

"Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così."
Pericle, Discorso agli Ateniesi, 421 a.C. (tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36)
   
       
       
         
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