POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    SALVINI SCAGIONATO, FORSE    
   
Nel sabato catanese di Matteo Salvini i fan hanno respirato aria di convinto ottimismo. Nel corso dell'udienza che si è svolta davanti al Giudice per le udienze preliminari, Nunzio Sarpietro, per il caso della nave della Guardia costiera "Bruno Gregoretti" e del reato di sequestro di persona di cui è accusato il senatore Matteo Salvini, la Procura della Repubblica del capoluogo etneo ha chiesto il "non luogo a procedere". La vicenda risale al 27 luglio 2019, quando il leader leghista era ministro dell'Interno del Conte I.
Il comandante dell'unità navale dopo aver preso in consegna 135 migranti raccolti da altre navi nella tratta di mare tra le coste libiche e quelle italiane e fatto rotta verso il porto di Catania ne aveva chiesto l'autorizzazione allo sbarco. La richiesta è stata inviata all'Imrcc (Italian maritime rescue coordination centre), ubicato nella struttura della Centrale Operativa del Comando generale della Guardia costiera, che, a sua volta, l'ha girata al ministero dell'Interno, competente a fornire il Pos (Place of safety), cioè il luogo sicuro di approdo.
Il Viminale, benché avesse tempestivamente autorizzato il trasbordo sulla terraferma di una nigeriana in stato di gravidanza con i due figli e il marito, ne ha ritardato la comunicazione. Il via libera allo sbarco, presso il porto di Augusta, è stato dato attraverso e-mail all'Imrcc il 31 luglio 2019. Il ministro Salvini si è giustificato, asserendo che il tempo trascorso era servito al Governo per negoziare con le autorità comunitarie la redistribuzione dei migranti soccorsi in altri Paesi dell'Unione europea.
La vicenda sarebbe morta sul nascere se non fosse stato per lo zelo del Procuratore della Repubblica di Agrigento che, pur non avendo competenza giurisdizionale, pensò bene di sostituirsi alla Procura di Catania ordinando con decreto, il 30 luglio 2109, un'ispezione a bordo della "Gregoretti", alla fonda nelle acque antistanti il porto etneo in attesa di ordini sulla destinazione finale, allo scopo di accertare sia le condizioni igienico-sanitarie dei migranti sia il rischio di esposizione ad agenti patogeni da parte del personale di bordo in relazione a malattie infettive dalle quali fossero affetti i migranti a bordo, nominando al contempo tre medici come Ct del Pm (dalla Domanda di Autorizzazione a procedere in giudizio ai sensi dell'articolo 96 della Costituzione, depositata presso il Senato della Repubblica in data 16 dicembre 2019, pagina 6).
Il reato prefigurato a carico di Salvini è gravissimo: sequestro di persona aggravato. Pena massima prevista: 15 anni di reclusione. Trattandosi di reato ministeriale, solo il Senato, ramo di appartenenza del parlamentare Salvini, avrebbe potuto concedere l'autorizzazione a procedere richiesta dal Tribunale dei ministri di Catania. Autorizzazione che è puntualmente arrivata per mano della maggioranza demo-penta-renziana, nel frattempo costituitasi per sostenere il Conte bis dopo la decisione della Lega, nell'estate del Papeete, di rompere il patto di governo con i Cinque Stelle. È necessario ricordare il passaggio parlamentare perché è stato l'ennesimo riscontro di quanto la politica, per dare sfogo alla peggiore demagogia, sappia essere auto-castrante. Salvini non era più l'idolo dei grillini (della sinistra non lo è mai stato) e perciò andava punito per aver attentato alla vita del Conte I. Le pur evidenti motivazioni giuridico-costituzionali, che avrebbero dovuto obbligare l'Aula parlamentare a rigettare la richiesta dei giudici etnei, sono state ignorate.
Il mediocre opportunismo dei politici, impegnati a scrivere una pagina nerissima delle istituzioni di questo Paese, spiega il perché oggi ci attardiamo su una vicenda dal medesimo gusto del paradosso di una pièce del teatro beckettiano dell'assurdo, che mai avrebbe dovuto varcare la soglia di un palazzo di Giustizia. Ora, però, non si esageri con gli entusiasmi. Occorre calma e gesso. La decisione ancora non c'è. Quel che è accaduto sabato scorso è un déjà vu. Il Pubblico ministero si è limitato a ribadire la posizione della Procura di Catania, che fin dal primo momento è stata contraria alla richiesta del Tribunale dei ministri di processare Salvini. Lo è stata in data 20 settembre 2019 quando, a esito delle indagini, ha chiesto al Tribunale dei ministri di disporre l'archiviazione del procedimento nei confronti di Matteo Salvini per infondatezza della notizia di reato. E lo è stata quando, il 26 novembre 2019, a seguito del supplemento d'indagini disposto dal Tribunale dei ministri di Catania, ha reiterato il parere contrario al procedimento.
Per ben due volte un collegio di giudici non ha tenuto conto delle conclusioni alle quali era giunta la Procura della Repubblica etnea. Il che conduce a un'ovvia considerazione: in linea ipotetica anche il Gup potrebbe ignorare la richiesta del Pubblico ministero e decidere per il rinvio a giudizio dell'ex ministro dell'Interno. L'ipotesi non è campata in aria. Tuttavia, ogni decisione al riguardo assume grande interesse. Perché questa volta si potrà verificare, senza che le lotte partitiche di basso profilo intervengano a confondere il quadro, in qual misura un pensiero giuridico radicato in alcune correnti della magistratura sulla legittimità del "diritto vivente", affidato alle mani sbagliate, d'intervenire a dettare alla politica le linee di condotta circa alcune questione di fondo della vita del Paese possa influenzare il comportamento di un organismo giurisdizionale.
Chi, come Mauro Suttora sull'Huffington Post sostiene che il giudice si limiterà a decidere se Matteo Salvini abbia o no infranto la legge, è totalmente fuori strada. Il punto di snodo del conflitto dei poteri sotteso al caso specifico della "Gregoretti" lo ha messo a fuoco l'avvocato di Matteo Salvini, Giulia Bongiorno, quando rivolgendosi al Gup ha detto: "Credo che a lei spetti una decisione non su Salvini, ma sulla linea di confine dei poteri dello Stato. L'azione penale non doveva essere iniziata, perché l'azione di Salvini è un atto politico insindacabile". Il Tribunale dei ministri che ha chiesto l'autorizzazione a procedere a carico di Salvini l'ha pensata all'opposto, provando esso stesso a definire cosa si dovesse intendere per atto politico sottratto a ogni sindacato giurisdizionale. E non solo.
Il Tribunale dei ministri si è incaricato di arretrare il confine che separa la "ministerialità" della condotta in una determinata circostanza dalla giurisdizione ordinaria chiamata a giudicare dei reati comuni. Vieppiù, il Tribunale si è spinto nell'azzardo di non fare giurisprudenza ma norma decidendo, ai fini della qualificazione del reato, che la mancata immediatezza da parte del ministro dell'Interno di comunicare il Pos configurasse quell'arco temporale apprezzabile richiesto per integrare il delitto di sequestro di persona. Bisognerà attendere il prossimo 14 maggio, per conoscere la decisione del Gup. E se il giudice Sarpietro dovesse optare per l'archiviazione, sarà utile leggerne le motivazioni. Negli ambienti del Tribunale di Catania i rumors dicono che Sarpietro sia uno di quelli bravi. Tanto meglio, perché ci sarà da stabilire, dopo decenni trascorsi sotto il giogo di un potere giurisdizionale tracimante rispetto agli altri poteri, se la parentesi di crisi per la tenuta dello Stato costituzionale d'impianto liberale, aperta con gli eventi sciagurati di Tangentopoli nel 1992, sia chiusa o se invece l'emergenza democratica sia una lacerazione purulenta nella carne viva della società italiana. Che se così fosse non sarebbe questione da nascondere sotto il tappeto. Come si fa con la polvere.
   
   
         
    POLITICA    
    di Massimo Sergenti    
       
    L'ORAZION PICCIOLA    
    Ma va 'a da via 'i ciapp. Già. Un'espressione che non è una versione nello slang lombardo del pressante invito rivolto da Grillo e dai suoi aficionados ad urbi et orbi per attestare la loro 'purezza' ideale, la loro incontaminata voglia di impegnarsi nel bene del prossimo incondizionatamente, il loro irrefrenabile desiderio di manifestare capacità di fronte a tanta imperizia e ignoranza. La mia espressione ha senz'altro preso le mosse da quell'invito ma su basi completamente differenti. Infatti, con il pressante, stentoreo invito, il comico genovese e le sue 'spalle' davano anche un altro messaggio: tagliare ogni ponte che fosse mai esistito. Soli, nella tempesta, con la dannata voglia di cimentarsi con la furia degli elementi, vincerli e condurre il vascello Italia nelle acque placide e tranquille di un porto sicuro.
Quello, del resto, era il tempo della 'lotta' mentre il tempo del 'governo', tanto per buttarla lì tra reminiscenze, era lontano dal venire. E, nel tempo della lotta, il messaggio doveva risuonare forte e chiaro, dissacratore, dirompente. Beh! Almeno è quello che pensavo. Come credevo che, sotto sotto, a proposito di porti, ci fosse anche l'intimo desiderio di cancellare quell'amara considerazione che, come una grigia e pesante cappa, grava da un trentennio sulle carni delle genti: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, /non donna di province, ma bordello!". Povera Italia, ridotta in schiavitù, nave alla deriva nel pieno della tempesta, non più signora dei popoli ma luogo di prostituzione. Senz'altro, è una bella frase, non c'è che dire. Bella nella sua drammaticità e altrettanto bella tradotta in obiettivo d'azione.
Ma … già tempo addietro mi era sorto il dubbio di aver sintetizzato forse troppo e in maniera eccessivamente aulica lo stato d'animo dei grillini nonché le capacità e prospettive della loro azione. Chissà se i pentastellati sappiano della Divina Commedia, dell'Antipurgatorio e dell'inatteso incontro tra Virgilio e Sordello che si abbracciano dopo aver scoperto di essere ambedue mantovani; chissà se siano a conoscenza della ruggine - ed è dir poco - tra un discutibile Papa e il Poeta che l'ha coniata. Va be'… staremo a vedere, conclusi, chiudendo così le mie fumisterie mentali.
Il tempo è passato ed io mi ritrovo oggi nella mesta costatazione che le 'spalle' di Grillo non conoscono la Divina Commedia. Eppure, inconsciamente, ne incarnano i personaggi tra i più tristemente esilaranti: le Malebranche, cioè i 'cattivi artigli', quel gruppo di diavoli deputati a controllare che i dannati della quinta bolgia, i fraudolenti, non escano dalla pece bollente nella quale sono immersi. Armati di uncini, graffiano e squartano chiunque osi affacciarsi. Sono guidati da Malacoda, un soggetto sui generis che, nel sapere lo scopo della missione di Dante e Virgilio, si stupisce al punto che l'uncino gli cade di mano. È un maldestro che, per apparire grande, prende a dare informazioni, non richieste, sulla distanza del prossimo ponte per la successiva bolgia. Blocca con eccessiva enfasi Scarmiglione che voleva artigliare Dante e decide di affidare ai due Poeti una scorta non necessaria. Il tutto con una solennità che lo fa assomigliare alla parodia di un comandante militare e con l'uso di un linguaggio piuttosto colto, per distinguersi dagli altri diavoli ordinari, ben più plebei, nel pedestre tentativo, per giunta, di imbrogliare Dante e Virgilio: il ponte non esiste. I due Poeti, comunque, con un sotterfugio, si sottrarranno alla scorta e passeranno nella bolgia successiva.
Quindi, no. Non è quel tipo di invito il mio e non si prefigge quegli scopi ideali mal riposti: è un che di molto più modesto, casareccio. È un pirito di edoardiana concezione, un buffetto sulla guancia, a denti serrati, rivolto col pensiero ad un bambino lagnoso, capriccioso e irrequieto che angoscia il mio sonnellino pomeridiano. Ed il bello è che l'infante non mi è neppure consanguineo così da usare un linguaggio più spiccio: è il figlio di 'parvenu' arrivati nel quartiere, accolti dapprima con slanci cortesi ma poco dopo allontanati perché dimostratisi invasivi al punto da suscitare, alla fine, la ripulsa della gente. Non resta che aspettare che scadano i termini convenzionali della buona educazione per scacciarli. Così, nelle more, un mentale Ma va 'a da via 'i ciapp è liberatorio.
Del resto, in una tale ottica, il buffetto vorrei rivolgerlo a soggetti, invasivi, appunto ma meno tristemente umoristici dei Malabranche: e tra questi, ci vedrei senz'altro le istituzioni comunitarie. Preliminarmente, però, vorrei sottolineare la mia accesa visione europea, il mio desiderio giovanile, divenuto anziano al mio seguito, di una comune casa comunitaria; e ciò a scanso di equivoci, visti i tempi che corrono dove le etichette lanciate in aria a piene mani si attaccano indistintamente e senza riguardo come la carta moschicida. Detto questo, non è stato un bel vedere l'accoglienza riservata da Erdogan, il presidente turco, alla recente visita della Presidente della Commissione Esecutiva dell'Unione, Ursula von der Leyen, e del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
Si potrà pensare tutto ed tutto il contrario sull'azione della Commissione, sulla quale tra poco dirò la mia, ma ciò non toglie l'inammissibilità di un gesto voluto da parte del primo cittadino di un Paese che ha l'etichetta di candidato a membro dell'Unione europea, beneficiario perciò di un fiume di denaro per sostenerlo nella cosiddetta fase della pre-adesione: un gesto voluto che si è tradotto nel lasciare in piedi la Von der Leyen mentre lui e Michel si sedevano sulle uniche due sedie disponibili. Non so se una tale scortesia significhi la diffusa ritrosia (è corretto?) islamica a trattare con le donne o se, invece, voglia dimostrare il grado di considerazione riconosciuta alla Commissione e alla sua rappresentante. In ogni caso, preliminarmente, un generoso buffetto nessuno dovrebbe toglierglielo.
E non tanto perché io voglia difendere il ruolo istituzionale o chi lo incarna, quanto perché tra Paesi civili il rispetto tra le persone prima e poi tra le istituzioni è d'obbligo, a prescindere dalle proprie convinzioni personali. Forse, ai superficiali americani andrà pure bene avere un disinvolto alleato alla porta d'oriente, specie se gli sgarbi non sono rivolti a loro ma gli europei tutto questo non dovrebbero accettarlo: non per la diversità delle radici, non per avversa opinione nei confronti di un popolo che ha brillato nel mondo per la sua civiltà e per i suoi fasti quanto perché le regole del protocollo tra, ripeto, Paesi e persone civili lo impongono. Forse, bisognerebbe smettere di 'finanziare' quel governo, visti dopo quindici anni i deludenti risultati delle tappe di avvicinamento alla piena acquisizione negli ordinamenti nazionali dell'acquis communautaire: anziché andare avanti, sembra vada indietro come pare dimostrare da un lato lo spigliato trattamento verso i curdi e dall'altro la scarsa attenzione verso i diritti civili: è recentissima la fuoriuscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Un'uscita, tra l'altro, che al recente Consiglio dei Capi di Stato e di Governo non mi risulta che, nonostante la rilevanza, sia stata commentata da qualcuno.
E, questo è un altro aspetto della questione: il presidente del Consiglio europeo Michel, a mio parere, al di là delle irrilevanti giustificazioni postume, non avrebbe dovuto rimanere seduto beatamente non foss'altro che per cavalleria. Avrebbe invece dovuto cedere la propria cadrega alla donna oppure interrompere l'incontro, anch'egli nel rispetto dell'istituzione alla quale, peraltro, il suo Paese appartiene da tempo. Per assurdo, in un contesto di pura forza bruta, sarebbe più comprensibile la grave scortesia di Erdogan, a capo di un Paese di storia millenaria, da cento milioni di abitanti (più della Germania che, peraltro, al suo interno ha qualche milione di turchi), e forte degli 'aiuti' americani, europei, russi e arabi per la posizione strategica che anche l'Italia gli riconosce. Uno stato di cose che, sempre per assurdo, potrebbe motivare l'insofferenza al protocollo di un brutale capo manipolo. La mente va a Dante che nel XVI canto dell'Inferno incontra l'Aldobrandi, il Rusticucci e il Guerra e con loro ricorda i tempi passati della cortesia e del valore, cacciati dall'arroganza della 'gente nuova' e dai 'sùbiti guadagni'.
Più comprensibile, certo, anche se comunque non ammissibile. Di contro, è totalmente incomprensibile l'atteggiamento di Michel, il quale guida un Paese con una storia meno millenaria, meno fastosa, scenario di ripetute storiche contese tra potenti, con i suoi undici milioni di abitanti spesso alle prese con baruffe chiozzotte tra valloni e fiamminghi, beneficiato dalla presenza ad abundantiam di istituzioni comunitarie e internazionali che danno un notevolissimo contributo alla sua economia. Per cui, una maggiore più significativa attenzione sarebbe stata utile che, invece, si è persa in considerazioni e giustificazioni fumose. Sembra di leggere Dante: E io c'aveva d'error la testa cinta/dissi "Maestro, che è quel ch'io odo/ e che gent'è che par nel duol sì vinta?" / Ed elli a me: "Questo misero modo/ tegnon l'anime triste di coloro/ che visser sanza 'nfamia e sanza lodo/ Mischiate son a quel cattivo coro/ de li angeli che non furon ribelli/ né fur fedeli a Dio ma per sé fuoro/. E, a questo punto, il buffetto posso risparmiarmelo.
Certo è che la Commissione e la sua Presidente non sono nuove a situazioni del genere; anzi, sembra ormai un trend consolidato. Da un lato, la vicenda di Putin dello scorso febbraio: in piena visita a Mosca dell'Alto Rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, peraltro in cerca dell'aiuto russo per la vaccinazione di massa dopo aver riconosciuto con sei mesi di ritardo l'efficacia dello Sputnik V, il premier russo ha espulso funzionari delle sedi diplomatiche di Svezia, Polonia e Germania per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata in difesa di Navalny, giudicato nazifascista. Un fatto, questo, al di là dei motivi, sicuramente contrario ad ogni considerazione protocollare ma di minor portata di quello posto in atto da Boris Johnson che, a fine gennaio passato, dopo la conclusione della Brexit, si è rifiutato di dare lo status di diplomatico al Rappresentante dell'Unione Europea, praticamente l'Ambasciatore, riconosciuto invece in ogni altra parte del mondo.
Ci sarebbe da chiedersi cosa sia entrata a fare l'Inghilterra nella UE: ha sempre dimostrato insofferenza di fronte ad ogni provvedimento legislativo comunitario e si è da subito rifiutata di aderire all'Eurozona. La verità è che è entrata quando, negli anni '70, dopo aver provato a costruire un suo 'blocco' geo-politico-economico, ha ricevuto picche. Da ultimo, per motivare emotivamente l'elettorato, il predecessore di Johnson, Cameron, aveva addirittura inserito nel suo programma elettorale la promessa di effettuare un referendum se 'restare' nella UE o se 'uscire'. E, poi, aveva posto delle assurde condizioni alla medesima UE per non appoggiare quel suo stesso referendum; condizioni che, una volta accettate, avrebbero posto la Great Britain nella posizione di membro puramente nominalistico sul piano degli impegni ed effettivo circa i vantaggi. A quel punto, uno si sarebbe aspettato che dall'Unione si levasse un coro per lanciargli quello sbrigativo buffetto. Invece, l'inflessibile Merkel, la custode dell'ortodossia comunitaria, la vigilessa dei bilanci nazionali, è stata la prima a parlare di possibilità di accoglimento.
Ma il diavolo, si sa, fa le pentole e poi si scorda di fare i coperchi: nonostante l'appoggio della Merkel, la 'lungimiranza' di Cameron è stata 'accecata' e, alla fine, dopo un'ulteriore tornata referendaria, con sommo dispiacere della stessa Merkel, l'Inghilterra è 'uscita'. Tutto ciò sarebbe da non credere in un contesto lineare e logico ma mi chiedo dove siano andate a finire linearità e logica che puntualmente continuano ad essere sbandierate a destra e a manca. Dopo la bolgia dei fraudolenti, Dante e Virgilio arrivano in un'altra bolgia: Là giù trovammo una gente dipinta/ che giva intorno assai con lenti passi/ piangendo e nel sembiante stanca e vinta/ Elli avean cappe con cappucci bassi/dinanzi a li occhi, fatte de la taglia/ che in Clunì per li monaci fassi. Sono gli ipocriti ai quali, un po' come il Tapiro, non si dovrebbe negare il buffetto.
Comunque, c’è anche da dire che col Covid la sbandierata inflessibilità UE si è generalmente allentata: un'attenuazione rifiutata inizialmente all'Italia perché dapprima ritenuta la sola, dopo la Cina, a detenere 'untori', poi concessa a condizioni capestro e, infine, con l'appoggio della Lagarde, sbrindellata per tutti i membri visto il dilagare dei contagi e l'abnorme ampliamento delle spese di ciascuno per fronteggiare la pandemia. Qui sarebbe da aprire una parentesi sugli appartenenti alla bolgia di cui appena sopra ma ci porterebbe lontano e non gioverebbe all'economia del presente scritto. Per cui, nel riprendere il filo, c'è da rilevare che a quel punto il vertice UE sembra essere andato in tilt.
Il passato vertice, aveva cercato di dimostrare un po' di autorevolezza nella gestione dei migranti con la revisione, nel 2013, della Convenzione di Dublino firmata da tutti i Paesi membri, ad eccezione della Danimarca, con l'adesione per giunta di Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. Sembrava un passo importante, fuori dalla previsione specifica dei trattati. Ma quelli, diciamolo, erano anni ancora relativamente tranquilli sul piano dei flussi migratori e le ONG non erano ancora generalmente mosse dal quell'irresistibile impulso nel rispondere al grido di dolore che da ogni spiaggia del Maghreb (e non solo) si leva. Poi, centinaia di migliaia di migranti all'anno cominciarono a partire per mare verso l'Europa rivierasca, sospinti a tanto anche dalla chiusura della rotta balcanica con miliardi a sfare erogati a Erdogan, fortunatamente soccorsi, nella stragrande maggioranza, dalle ONG a poca distanza dalle coste di partenza così da evitare i pericoli della traversata. E, alla luce dei fatti, l'Italia fu sola a gestire la situazione.
Dopo varie, cortesi e sommesse rimostranze, dopo un piano strampalato UE che 'osservava' maggiormente le coste atlantiche (sic), si arrivò nel marzo '18 a stabilire delle quote di ripartizione. Sarà sicuramente un caso ma, col nuovo vertice, nonostante la resa della ripartizione andasse dalla totale disapplicazione ad una applicazione al 50% del fissato (tranne per tre piccoli Paesi) gli Stati hanno cominciato a sfilarsi. Un gigantesco flop passato praticamente sotto silenzio, con l'autorevolezza andata a pallino nella disattenzione e nel silenzio più totali. Anzi, adesso si parla di rivedere ancora una volta l'Accordo, e saremmo a quattro: come se, per risolvere un problema bastasse solo stabilire le metodiche d'azione.
Certo, a questo punto, la cassetta dei buffetti non si è ancora esaurita e un altro si potrebbe anche adoperare ma me lo riservo per un'altra considerazione che, manco a farlo apposta, riguarda i vaccini. Non vorrei apparire eccessivo ma non trovo termine diverso da vergognosa per aggettivare la gestione Covid da parte dell'attuale vertice UE. Prima l'argomento non era di pertinenza non essendo la sanità materia di trattati, poi lo è diventata lasciando tuttavia che ogni Stato, al tempo stesso, gestisse per proprio conto le problematiche. La scelta dei vaccini, poi, è stata al limite del ridicolo: accettata la tesi che un vaccino potesse essere pronto in quattro mesi, diversamente dal pregresso dove per le corrette sperimentazioni cliniche occorrevano anni per protocollo, si è perso un'infinità di tempo nel decidere, giungendo poi a sceglierne tre: uno tradizionale e due innovativi, a base RNA.
Quello russo, lo Sputnik V, come dicevo sopra, non è stato neppure considerato fino allo scorso febbraio. In ogni caso, la situazione è stata ed è talmente fluida che la piccola Serenissima Repubblica di San Marino ha scelto a priori di vaccinare i suoi 33.000 abitanti con lo Sputnik V e, a differenza dell'Italia, si accinge a 'riaprire tutto'. Per inciso, sembra che la Svezia, al di là dei vaccini, non abbia mai 'chiuso', con molti meno contagi e decessi dei sostenitori dei lockdown, ma questa è un'altra considerazione, per quanto significativa, non utile al momento. Comunque, uno si aspetterebbe che nel fare qualsivoglia contratto di fornitura venissero indicate vincolanti date di consegna dei beni richiesti e le loro quantità nonché forti penali in caso di inadempienza. Sembra, invece, che questi elementari termini non siano stati adeguatamente considerati e che, in più, sia stata data malleva alle case fornitrici circa possibili nocivi effetti collaterali.
Ora, già questo sarebbe di notevole portata, un secondo gigantesco flop, se al danno non si aggiungesse la beffa: libere, come sembra, nella fornitura sul mercato al maggior offerente, alcune aziende hanno pensato bene di 'saltare' consegne all'UE per 'fornire' invece gli americani; forse pagano meglio o hanno maggior autorevolezza nella contrattazione per cui non è bene fargli uno sgarbo. C'è voluta tutta la pressione politica possibile e immaginabile per riallacciare alla sans-façon le forniture. Da non credere, neppure questo. Eppure è lì, sotto gli occhi di tutti, attenti, disattenti e volutamente disattenti. A questo punto, il buffetto sarebbe veramente opportuno ma non è ancora giunto il momento.
Dicevo dei volutamente disattenti perché non saprei come altro definirli. Gli USA, nonostante la pandemia e i devastanti effetti, sono già in fortissima ripresa ed hanno un bisogno estremo di materie prime delle quali stanno facendo pressante incetta sui mercati internazionali. Il risultato, già ad oggi, è che in Europa scarseggiano legno, lamierati e polimeri. Il mercato dell'auto, ad esempio, sbandierato in forsennata ripresa dopo la stasi dello scorso anno al punto da arrivare a oltre il 400% di incremento, già oggi prevede consegne con tempi d'attesa che vanno da quattro a oltre dodici mesi: mancano componenti e scocche, polimeri e lamierati. Per cui, potremo solamente parlare di ripresa con una difficoltà enorme per attuarla.
Tra poco, però, credo che il problema sia definitivamente risolto. La Cina sta acquisendo sistematicamente aziende strategiche in ogni Paese, tra difficoltà che vanno dallo scarso al complesso e tra lo 'scarso' ci potrei mettere tranquillamente l'Italia dove, tra l'altro, addirittura i ripetitori della telefonia mobile sono di tecnologia Huawei. Lo sta facendo, creando al tempo stesso, delle mega-multinazionali che superano (anzi sembrano fregarsene) i principi di concorrenza e anti-monopolistici dettati dalla UE. L'Africa la sta monopolizzando mentre in Asia l'alleanza economico-commerciale già in atto rappresenta il 33% del PIL mondiale, senza l'India che si è riservata di aderire in appresso. Che dire di più? L'Unione, sul piano strategico, per una partita seria, avrebbe dovuto aprire alla Russia, giacimento di moltissime materie prime di elevatissimo interesse commerciale e produttivo ma secondo gli strateghi della UE, là mangiano ancora i bambini.
Così, il confronto alla fine sarà tra Cina e Usa. Ma sì, che se la vedano loro … noi abbiamo ben altro da fare dove la cosa più importante è l'addizione delle poste di bilancio.
Mi sorge un dubbio: che l'attuale vertice della UE, con tutto il rispetto, sia andato a scuola dai Pentastellati? Eh, sì. Questo è il momento di usare l'ultimo buffetto della scatola al quale, se non fosse irriguardoso e se avessi un animo perverso, potrei associare l'atteggiamento di Barbariccia, capo del gruppo dei Malabranche di scorta ai due Viaggiatori della Commedia: "ed elli avea del cul fatto trombetta". Ma so cos'è il rispetto e non posseggo animo fraudolento: tra tanti disattenti, l'unica cosa che vorrei fare è, invece, rivolgere una preghiera alle tante persone dotate di buon senso, politici e non, che dimorano in Europa perché si ricordino da dove vengono.
Considerate la vostra semenza/ fatti non foste per viver come bruti/ ma per seguir virtude e canoscenza. È un'invocazione, questa, che il Poeta fa rivolgere da Ulisse ai suoi compagni che ama, con i quali ha condiviso mille pericoli, divenuti timorosi di superare le colonne d'Ercole per le previsioni infauste della leggenda. Sebbene la 'semenza' dantesca abbia un significato spirituale, non mi spingo a tanto e ne faccio un che di più materiale: vorrei che i dotati di buon senso ricordassero non solo le avversità che hanno dilaniato l'Europa ma anche la cultura che l'ha animata e che l'ha legata da almeno un millennio, al di là delle contrapposizioni e nonostante queste.
Si parlano ben ventisette lingue, è vero, ma come scriveva Voltaire nel 1745 nel Discours préliminaire sur le Poème de Fontenoy: "… I popoli europei hanno principi di umanità tali che non esistono nelle altre parti del mondo; sono i più legati tra di loro; hanno legami comuni (…); i loro sudditi viaggiano continuamente e stringono legami reciproci. Gli europei cristiani sono ciò che erano i greci: fanno la guerra tra di loro, ma (…) un francese, un inglese un tedesco che s'incontrano sembrano essere nati nella stessa città. …". E concludeva: "… (l'Europa) una specie di grande Repubblica divisa in vari Stati (…) tutti collegati gli uni con gli altri, tutti con un unico fondamento religioso, anche se divisi in varie sette, tutti con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, sconosciuti nelle altre parti del mondo. …" riprendendo concetti di Montesquieu che parlava di "un Etat composè de plusieurs province".
E se la 'semenza' è comune non può che essere comune la strada da intraprendere: un segno di novità sostanziale è senz'altro rappresentato dal discorso che SuperMario ha recentemente tenuto al Consiglio europeo dove ha ricordato ai presenti, nonostante sia stato con molta efficacia Presidente della BCE al quale si deve la vita dell'euro, che col solo euro si va poco lontano se non si mettono in sinergia altri strumenti. Quasi in contemporanea, è sicuramente da apprezzare l'uscita di Macron rivolta alla UE: del deficit sotto il 3% si potrà tornare a parlare solo dopo il 2027. Che, tra l'altro, sia anche un segno di scadimento dell'asse franco-tedesco che per decenni ha incasinato la strada della crescita comunitaria?
Spero. Come spero, da infinitesima parte del Grande Poeta, di poter anch'io, un domani, annoverarmi tra coloro che innalzano la stessa preghiera e con loro arrivare a dire: "Li miei compagni fec'io sì aguti, / con questa orazion picciola, al cammino/che a pena poscia li avrei ritenuti.".
   
       
       
         
    POLITICA    
    di    
         
         
   
   
       
       
    POLITICA    
    di    
 
         
   
   
       
    POLITICA    
    di    
         
 
   
   
    POLITICA    
    di    
         
         
         
       
    POLITICA    
    di    
         
         
         
       
  Home Avanti  
Archivio Politica