POLITICA  
    di Gustavo Peri    
       
    UNA NUOVA COSTITUENTE PER SALVARCI    
   
Quanto è accaduto nella formazione del governo Conte, i paradossi della burocrazia, il perpetuo "tintinnio di manette" che rendono sempre agitato lo scenario politico italiano, fanno comprendere tutta l'inadeguatezza di una Costituzione scritta, alla fine della seconda guerra mondiale, dopo una guerra civile ed un'umiliante resa, in parte sotto dettatura dei vincitori della guerra, in parte per non ripetere gli errori del passato.
Tra i principali obiettivi "politici" dei "Padri costituenti" vi erano:
- mettere in piedi assetti istituzionali che impedissero il riproporsi di tentazioni dittatoriali e, pertanto, a forte frammentazione del potere;
- raggiungere un compromesso tra i "valori" e i desiderata delle fazioni partigiane antifasciste animatrici della guerra civile.
Ne è uscita una Costituzione che sarà anche la "più bella del mondo", ma che è anche la più inefficiente.
Da essa infatti - che è la madre di tutte le leggi - nascono tutti i principali mali italiani: l'ingovernabilità, l'incertezza del diritto ed i conseguenti problemi della giustizia, la bizantina complicazione dei processi decisionali, la debolezza intrinseca della Presidenza del Consiglio dei ministri, la scarsa autorevolezza e credibilità della politica estera e della stessa politica, l'alta frequenza degli sprechi e delle opere inutili.
Non è quindi un caso se l'Italia, unico tra i Paesi occidentali, dalla nascita della Repubblica abbia visto avvicendarsi ben 64 governi (fino a Renzi) in 17 legislature (esclusa quella in corso), circa 4 governi a legislatura e che la durata media di ogni governo sia stata di 410 giorni (13 mesi e mezzo), neanche il tempo necessario per varare e vedere compiuta un'opera pubblica.
Una durata risibile che fa comprendere quanto sia proprio il sistema costituzionale che rende instabile il Paese.
Un Paese, peraltro, difficilmente riformabile sul piano costituzionale attesi i vari tentativi, per via parlamentare o referendaria, abortiti.
Come uscirne? Con l'elezione di un'Assemblea Costituente che abbia un tempo determinato per elaborare e licenziare una nuova bozza di Costituzione da sottoporre a referendum ed ai cui membri sia precluso il candidarsi alle elezioni per non meno di 10 anni.
Se si vuole davvero il cambiamento questa è la via maestra.
   
   
         
    POLITICA    
    di Antonino Provenzano    
       
    OH MIO DIO, CONTE NON E' NAPOLEONE    
    Ma guarda un po', il simpatico Professor Giuseppe Conte - possibile nostro futuro Primo Ministro dalla faccina del compagno di scuola primo della classe, ma per nulla odioso - sembra venire accusato (diversamente da come mai ci si sarebbe azzardati di fare con il fatale Corso) di essere oggetto d'un' inaccettabile conduzione "eterologa" (cioè, nel nostro caso, etero diretta da un paio di partiti politici) per il semplice fatto di non sedere in Parlamento e quindi, e purtroppo, essere privo persino di quella minima dote di un umiliante recupero nel proporzionale in forza di un'eventuale consenso elettorale di qualche centinaio di voti. Ovvero, in mancanza d'altro, del gentile "cadeau" di una provvidenziale nomina a Senatore a vita; e ciò, senza neanche essere - qualora in mancanza perfino di tale "minimo sindacale" di caratteristiche politiche - titolare, se non altro, di una qualche solida parentela di sistema ovvero, proprio da ultimo ed almeno, di una faccia di loquace impunito da primo che passa. Certo trattasi di un'inaccetabile "vulnus" per la nostra rigorosa Democrazia che nel corso degli ultimi settant'anni ci ha assuefatti a Presidenti del Consiglio dei Ministri caratterizzati da una cristallina autonomia di giudizio con conseguente, esemplare libertà decisionale! Criticando infatti la genesi politica di Conte ci si vorrebbe far intendere che ciascun "capo" di quell'ottantina di governi succedutisi durante la vita della Repubblica (sempre "Prima", pur nei tentativi falliti di assumere velleitariamente i "nomi d'arte" di "Seconda" e forse anche di "Terza", ma soltanto per pochi intimi) abbia invece mostrato sempre la manzoniana caratteristica di "quel securo" di cui "il fulmine tenea dietro il baleno".
Ma suvvia(!) abbiate pietà almeno della memoria se non volete avere rispetto per la decenza! Infatti se bisogna in tutta onestà riconoscere, da un lato, come sarà compito non facile l'eventuale gestione di una sintesi tra le contrastanti aspettative programmatiche dei "5 Stelle" e della Lega, prego, dall'altro, di non dimenticare come quarant'anni fa si riteneva potenzialmente perseguibile una ventilata alchimia politica che (al netto dell'imprevedibile delitto Moro) avrebbe dovuto amalgamare, in una linea di governo ispirata alla lunare figura geometrica delle "convergenze parallele", il liberalismo occidentale cattolico ed il comunismo totalitarista sovietico. Con un corpo elettorale che mai una volta in settanta anni di votazioni così dette democratiche abbia consegnato ad un singolo partito, qualunque esso fosse stato, una maggioranza assoluta in Parlamento di almeno un singolo seggio, non ci si può permette di pronunziare nei confronti di un qualsivoglia Primo ministro, l'accusa di essere "etero diretto". I predetti ottanta Primi Ministri sono stati tutti frutto di coalizioni di compromesso e quindi tutti indistintamente in goldoniano servizio di ALMENO "due padroni", se non di molti di più e ben diversi tra loro. E non mi si racconti inoltre la leggenda che, pur da una posizione di minoranza parlamentare, si sia avuto qualche capo di governo definito a prima vista "decisionista" (lo "stivalone" di forattiniana memoria, tanto per intenderci). Con un tetto massimo di consensi sempre ben al di sotto del 20% della media nazionale il cosiddetto decisionismo del Segretario generale di quel determinato partito e Primo Ministro di un paio dei più longevi governi della Repubblica fu basato sulla paura politica infusa alle alleate forze di governo da un capo di esecutivo munito certamente di personalità carismatica, ma soprattutto dal fatto che egli tenesse pronta sotto il tavolino, la potenziale rivoltella ricattatoria della così detta "politica dei due forni". Fatto questo peraltro anomalo, e quindi irripetibile, nel panorama governativo della nostra repubblica tanto è vero che si provvide opportunamente ad eliminare il simpatico - e lo dico senza alcuna ironia - ancor giovane P.M."decisionista" con un esilio volontario in terra straniere solo e malato. Come è ormai norma consolidata, le "radicali" riforme all'italiana consistono nel cambiare il nome delle Istituzioni lasciando intatte la loro struttura e le forme di funzionamento. Pertanto, con la stra-cosi-detta seconda Repubblica si è deciso surrettiziamente che nella nostra IMMODIFICATA Costituzione di tipo prettamente parlamentare con un presidente del Consiglio dei ministri dalla mera funzione di "primus inter pares", questi dovesse diventare, d'emblèe, un "Capo del Governo" con modalità non prevista dalla Carta costituzionale e comunque sempre in presenza di leggi elettorali basate su sistemi che non consentivano ad una singola forza politica di assurgere, da sola, alla maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Sorvolo - perché il parlarne ci porterebbe molto lontano - sul fatto che tale frustrante mancanza di un unitario indirizzo politico su cui potesse contare il cosi detto capo dell'esecutivo (ricordate, ad esempio, la vicenda della grisaglia di Caraceni umiliata da una canotta da grandi magazzini?) ha generato anche l'anomala supplenza del Presidente della repubblica, avulsa da qualsiasi attinenza allo spirito costituzionale. Nel nostro amato e infelice paese (unicamente, intendiamoci, dal punto di vista politico-istituzionale) in termini di ETERODIREZIONE del Presidente del Consiglio, qualora non ci si trovi di fronte alla "zuppa" del condizionamento di matrice prettamente partitica, si avrà allora a che fare con "il pan bagnato" dell'ingerenza politica del capo dello Stato. Quindi per carità di patria, sia da parte di noi cittadini pappagallescamente recitanti che da quella di prevenuti e malevoli - in quanto intrinsecamente invidiosi della nostra, apparentemente miracolosa e, nonostante tutto, incomparabile qualità di vita - osservatori stranieri si cessi di criticare aprioristicamente il professor Conte per una sua presunta, inaccettabile etero direzione da parte di due legittimi partiti politici. Lo si giudichi piuttosto, soltanto quando si troverà a dover fronteggiare (e se ne sarà capace) il rivisitato mito della biga alata di platonica memoria, riproposto nella forma dell'anomalo esecutivo scaturito dal voto dello scorso 4 marzo, in cui il novello auriga (logistikòn) dei destini nazionali, dovrà tentare di gestire la difficile coesistenza del cavallo bianco irascibile (Salvini) con quello nero concupiscibile (Di Maio). Se ciò si dovesse comunque verificare, si abbia, gentile Professor Conte, i miei modesti, ma sentiti auguri di buona fortuna e di ottimo lavoro.
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    IMMIGRAZIONE: DALLE PAROLE AI FATTI    
    Dopo la prova di forza con l'Europa sull'immigrazione adesso serve stabilire cosa fare per il futuro. Non basta dire, come fanno gli altri Paesi: "Gli immigrati non li vogliamo". Bisogna trovare il bandolo della matassa. Ma dov'è questo bandolo? E, soprattutto, chi lo deve cercare? Sembra ovvio che la fase della chiusura dei porti italiani alle imbarcazioni che soccorrono i naufraghi dei "gommoni" sia l'extrema ratio. A monte c'è l'obiettivo di non farli partire. Ma un impegno tanto complicato non può essere scaricato solo sull'Italia. Serve l'Unione europea. Se il pugno duro di Salvini sulla vicenda della Nave Aquarius è servito a riportare l'attenzione generale su ciò che accade nel Mediterraneo centrale si può dire che abbia colto il bersaglio. Tuttavia, il futuro è nelle mani delle governance dell'Unione che devono dare seguito a ciò che loro stesse hanno deciso in passato, ma che finora è rimasto lettera morta.
Del fenomeno del traffico di essere umani dalla Libia si conosce tutto, o quasi. Il 22 giugno 2015, il Consiglio Affari Esteri dell'Unione Europea ha avviato ufficialmente l'operazione EUNAVFOR MED operazione Sophia. Un progetto articolato in tre fasi il cui scopo finale è di neutralizzare le rotte dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo.
Gli obiettivi della prima fase dell'operazione, consistente nella sorveglianza aero-navale per l'individuazione delle reti del traffico di migranti, sono stati rapidamente raggiunti. La seconda fase, che prevedeva la ricerca di navi sospette, è stata di fatto superata dal cambiamento di strategia dei trafficanti i quali hanno sostituito i grandi barconi pilotati da propri uomini con piccoli gommoni affidati alla guida degli stessi immigrati trasportati. Dove la missione si è arenata è sull'avvio della terza fase di ricerca dei trafficanti oltre che in mare anche sulla costa libica. Lo scorso anno, all'aggravarsi della situazione, la Commissione europea aveva fatto qualche passo avanti mettendo a punto il cosiddetto piano d'azione denominato "Migrazione nella rotta del Mediterraneo centrale ".
Il punto nodale del progetto ruota intorno alla disponibilità del Governo riconosciuto di Tripoli di autorizzare unità navali militari battenti bandiera di nazioni europee ad entrare nelle proprie acque territoriali per impedire la partenza delle imbarcazioni cariche di immigrati, anche ricorrendo al blocco dei porti interessati. Poteva essere la soluzione del problema ma non c'è stata la capacità, o la volontà, di metterla in pratica. Eppure le autorità di Tripoli stanno a chiedere continuamente quattrini all'Europa.
Messo di fronte al rischio di collasso del sistema dell'accoglienza in Italia, il Ministro dell'Interno Marco Minniti, nel 2017, pensò bene di accordarsi personalmente con le tribù della Tripolitania affinché, in cambio di denaro, fermassero le partenze dei gommoni. In parte l'operazione è riuscita: lo scorso anno abbiamo avuto un crollo degli arrivi. Ma la strategia di Minniti, benché vincente nel breve periodo, non può costituire la stella polare alla quale orientare i rapporti di lungo termine con la Libia. Ostano almeno due valide ragioni. La prima di ordine strategico: l'incerta dinamica conflittuale nel Paese nordafricano è tale da precarizzare gli accordi stipulati con le fazioni in guerra. La seconda motivazione ha fondamento etico-ideale.
Uno Stato sovrano non può scendere a patti con organizzazioni criminali piegandosi a pagarle per evitare che queste fomentino l'illegalità. E come se domani il nostro Governo, di fronte alla diffusione incontrollata degli stupefacenti, decidesse di corrispondere una gabella ai clan calabresi, siciliani e campani per convincerli a togliere la droga dalle strade. Sarebbe un prezzo troppo alto per qualsiasi Stato democratico anche in presenza dell'odioso ricatto delle vite umane degli immigrati usati come merce di scambio.
Siamo chiari, e vorremmo che lo fosse anche il neo-ministro Salvini: un conto è investire risorse sul piano d'uscita dell'Africa dal sottosviluppo, altro è versare il pizzo agli scafisti. Questi ultimi vanno braccati e messi in catene, altro che milioni di euro a gogò! Piaccia o no si dovrà cominciare a fare sul serio con la Libia paventando ai personaggi di Tripoli e dintorni la possibilità concreta di un intervento militare. Ciò sarà inevitabile quando si capirà che l'unico modo per fermare l'invasione è di riportare indietro i migranti da dove sono partiti.
Certo, non è pensabile che i disperati vengano rimessi nelle mani del crimine organizzato. Per questo è necessario implementare l'altra parte del piano d'azione europeo che, almeno sulla carta, prevede nei Paesi nordafricani che affacciano sul Mediterraneo gli hot-spot gestiti dalle organizzazioni umanitarie. Magari, aggiungiamo noi, sorvegliati da un contingente militare dell'Unione europea. Finora i nostri partner hanno fatto orecchie da mercante perché il caos libico ha fatto comodo a molti. Ma visto che siamo sull'hashtag: "lapacchiaèfinita", sappia il premier Conte completare, a Bruxelles, l'opera cominciata da Salvini. Minacci pure i suoi colleghi che o si fa tutti insieme la lotta all'immigrazione clandestina o l'Italia si metterà di traverso su tutte le decisioni comunitarie che stanno a cuore agli altri. A cominciare dal rifinanziamento alla Turchia, per 3 miliardi di euro, del patto per trattenere i profughi siriani. Se è vero che a Bruxelles l'unica cosa che conta sono i veti, qualcuno drizzerà le orecchie.
Cristofaro Sola*



da: L’Opinione
   
       
       
    POLITICA    
    di Piérre Kadosh    
    CHIUDIAMO I PORTI, MA APRIAMO LA MENTE    
    Nella dolorosa vicenda dei flussi migratori dall'Africa ci sono alcune questioni che non convincono e sulle quali riflettere.
La prima riguarda il forse involontario aiuto agli organizzatori dei viaggi "della speranza" fornito dalla presenza delle navi delle ong a poche miglia dai punti di partenza. Tale presenza attenua il rischio in mare degli scafisti e li legittima ad usare natanti idonei a fare solo poche decine di miglia piuttosto che attrezzarli, anche con viveri e carburante, per una lunga traversata, inoltre, consente loro di riempire i natanti oltre ogni ragionevolezza, tanto il soccorso è assicurato e la poca distanza dai punti di partenza consente agli scafisti più facili vie di fuga.
La seconda questione riguarda il meccanismo organizzativo di tali viaggi che presuppone un'organizzazione capillare in grado di reclutare gli aspiranti migranti in vari stati africani ed in grado di far arrivare "i bandi" di reclutamento pressoché in ogni sparuto villaggio di quei paesi, il che implica una incredibile capacità di comunicazione. Per non parlare dell'organizzazione logistica necessaria alla raccolta, ai trasferimenti ed al concentramento dei richiedenti e di quella amministrativa in grado di garantire agli organizzatori il pagamento certo del pattuito e l'approntamento dei mezzi di trasporto ed il reclutamento degli "equipaggi". Si può solo immaginare che la "holding" dei trafficanti metta in campo sofisticate politiche di persuasione per convincere, col miraggio di una vita nuova, dei poveracci a lasciare la propria terra, anche se amara, ad indebitarsi in maniera spropositata, ad affrontare rischi e mortificazioni, a indurre dei genitori a far partire i propri bambini o dei mariti a separarsi dalle mogli, spesso incinte.
La missione delle ong, in particolare di quelle italiane e mediterranee, dovrebbe essere quella di mettere in campo, nei paesi africani di partenza, idonee attività di dissuasione, di controinformazione e di supporto allo sviluppo di quelle popolazioni. Su tale terreno di deterrenza, la cooperazione allo sviluppo potrebbe trovare un ruolo nuovo, utile, significativo, umanitario e patriottico. Potrebbero, inoltre, collaborare con le Ambasciate italiane nella individuazione preventiva e "sul campo" di quanti hanno titolo per il riconoscimento dello status di rifugiato. Così come lo Stato italiano (gli stati europei?) dovrebbe promuovere accordi per i rimpatri con tutti gli stati di provenienza.
Altra questione riguarda gli accordi europei, Dublino in particolare. Perché all'epoca fu elaborato e sottoscritto un trattato tanto penalizzante per i Paesi di prima accoglienza in caso di grandi numeri? Potrebbe essere accettabile, forse, per i soli rifugiati non certo per i cosiddetti migranti economici. E perché nella redazione di un trattato non si sono previste e normate le eventuali condizioni eccezionali? Possibile che i tanti "addetti ai lavori", molto ben pagati, siano stati tanto sprovveduti? Lungimirante fu la Danimarca che non volle sottoscrivere il trattato.
Da ultimo l'eventuale uso di una forza navale di dissuasione. E' un'ipotesi da prendere in considerazione? Sarebbe praticabile secondo il diritto internazionale? E se si trattasse di un accordo con la Libia, ad esempio, per un blocco navale all'interno delle loro acque territoriali, aumentando i pattugliatori, per tagliare le unghie alle organizzazioni dei trafficanti?
La questione è certamente complessa, come è indubitabile che né l'Italia, né l'Europa possono accogliere al loro interno una quota sempre crescente di diseredati, né possono soggiacere ad una sostituzione etnica nel medio - lungo periodo, come piacerebbe ad alcuni "mondialisti".
Bene ha fatto Salvini a chiudere i porti, ma la soluzione è in Africa. La Cina da anni persegue una concreta politica di sviluppo nei confronti dell'Africa, offrendo infrastrutture in cambio di terra ed approvvigionamenti. Anche l'Europa dovrebbe seguirne l'esempio rinunciando alle sue pretese coloniali in campo economico e frenando le ingerenze indebite di qualche stato ancora abbagliato dalla "grandeur". Così come andrebbero coordinati gli sforzi in tema di cooperazione allo sviluppo, che troppo spesso si riducono allo scavo di qualche pozzo.
   
       
    POLITICA    
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