POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    LA GHIGLIOTTINA ERETTA AL QUIRINALE    
   
C'è chi vorrebbe un secondo mandato al Colle di Sergio Mattarella. Che questo possa essere il sogno proibito della sinistra, che dalla permanenza di un suo uomo al Quirinale ha tratto tutti i vantaggi possibili, ci sta. Ma che a desiderarlo sia qualche anima bella del centrodestra è da non credere. La compagine anti-sinistra dovrebbe stare a contare non le ore ma i minuti che ci separano dalla fine di un settennato ostile alle forze liberali, conservatrici e sovraniste del panorama politico italiano. Mancano poco più di sessanta giorni al momento in cui le Camere si riuniranno per eleggere il nuovo capo dello Stato.
Ma c'è da scommettere che l'uscente prima di fare i bagagli lascerà un ultimo segno del suo passaggio sulla pelle piagata degli italiani. E visto che siamo al settimo anno di presidenza, prendendo a prestito un simbolismo dell'Apocalisse di Giovanni, chiediamoci quale sarà il "Settimo sigillo" della presidenza Mattarella. Si tratta del Trattato di cooperazione bilaterale rafforzata tra Italia e Francia, noto come Trattato del Quirinale.
Una sorta di oggetto misterioso del cui contenuto si sa nulla. È un'iniziativa che nasce nel 2018 con il Governo di Paolo Gentiloni. Lo stesso Gentiloni che, nel 2015, da ministro degli Esteri del Governo Renzi avrebbe voluto cedere acque territoriali italiane dei mari di Sardegna, Toscana e Liguria alla Francia (accordo bilaterale di Caen firmato dai governi italiano e francese il 21 marzo 2015). Fortuna che l'accordo non fu ratificato dal nostro Parlamento per cui non se fece nulla. Chiusa la parentesi del Governo Gentiloni, il Trattato del Quirinale finì in archivio con il Conte I. La presenza alla guida del Paese di una forza sovranista come la Lega di Matteo Salvini aveva raffreddato i bollenti spiriti dei filo-francesi di casa nostra. Ma già con il Conte II, nato dall'innaturale connubio tra Partito Democratico e Cinque Stelle, il Trattato ha ripreso quota per arrivare in questi giorni al traguardo della firma. Non senza le pressioni che giungono dal Colle su Palazzo Chigi, perché il testo venga siglato entro la fine dell'anno.
Fuori da ogni prassi democratica la stesura dell'accordo è stata affidata, per parte italiana, a un pool di legali. Il Parlamento è stato esautorato: non può mettere becco nell'affaire.
I francesi sono entusiasti per la conclusione di ciò che per loro, a sentire i giudizi di chi ha avuto la ventura di esaminare le bozze riservate, sarà un ottimo affare. Tanto che il presidente Emmanuel Macron, come riferisce il quotidiano francese Les Echos nell'edizione on-line dell'8 ottobre 2021, "avrebbe voluto firmarlo già ad ottobre, ma la parte italiana ha voluto effettuare i controlli costituzionali e la cerimonia si svolgerà probabilmente a novembre".
Lo si definisce Trattato del Quirinale, sempre secondo Les Echos, per "una forma di omaggio al lavoro di Sergio Mattarella, per il quale Emmanuel Macron ha grande stima". Stima confermata da Marc Lazar, che dirige il gruppo di ricerca sull'Italia contemporanea presso il Centre d'histoire de Sciences Po di Parigi, secondo il quale "il presidente francese è particolarmente grato al capo dello Stato italiano per aver agito costantemente, soprattutto quando erano al governo la Lega di Salvini e il Movimento Cinque Stelle, per mantenere l'impegno europeo dell'Italia".
Chiaro il concetto? Ma, domandiamoci, perché qualcosa che vada bene ai francesi dovrebbe necessariamente andare bene anche a noi? Se i contenuti dell'accordo in via di stipula fossero noti potremmo argomentare un'opinione esaustiva. Visto che non possiamo, dobbiamo affidarci alle considerazioni di quei pochi che sono riusciti a leggere il documento. Come il politologo ed economista Carlo Pelanda, di cui abbiamo particolare stima.
Ora, se lui, in un'intervista rilasciata a Il Sussidiario.net, dichiara che lo scenario peggiore che si verrebbe a determinare per l'Italia con la firma del Trattato sarebbe "quello di sancire un'auto-annessione alla Francia, industriale e strategica. Edulcorata ma sostanziale", lo prendiamo sul serio. Ciò che a Pelanda è balzato agli occhi esaminando il carteggio è l'asimmetria tra le aspettative francesi e quelle italiane. Dice Pelanda: "I tecnici francesi mostrano di sapere benissimo cosa vogliono, mentre quelli italiani sono spaesati, cercano di fare controproposte che sono deboli perché prive di prospettiva. C'è un'asimmetria palpabile e imbarazzante". In linea di principio, non è sbagliato stringere un patto di cooperazione con uno Stato amico.
D'altro canto, è già successo tra francesi e tedeschi con il Trattato dell'Eliseo stipulato nel 1963 e rinnovato, nel 2019, con la firma del Trattato di cooperazione e di integrazione franco-tedesco ad Aquisgrana. Eppure quell'accordo a due ha preoccupato non poco i partner europei che vi hanno letto il manifestarsi della volontà di dominio dell'asse carolingio sull'Unione europea.
Anche ammettendo che il Trattato possa essere cosa buona in sé, la conditio sine qua non per il suo corretto funzionamento è che rispetti il criterio di reciprocità nel rapporto costi-benefici. Ma da quanto è dato sapere, il Trattato in preparazione in questi giorni non è equo. Vi sono fattori di contesto che lo rendono squilibrato. La Francia, al momento, ha un forte disavanzo nella bilancia commerciale; la sua economia, plasmata sul cosiddetto modello renano, è in crisi; la finanza transalpina, grazie alla penetrazione nel sistema bancario italiano, drena risorse dal nostro risparmio privato per ripianare i propri debiti; sul fronte energetico è in corso una guerra senza quartiere tra l'italiana Eni e la francese Total, che ha epicentro nello sfruttamento dei giacimenti libici e in quelli della fascia sub-sahariana in Africa.
Sul fronte della cantieristica, l'Eliseo ha fatto di tutto, riuscendoci, per impedire l'acquisizione dei Chantiers de l'Atlantique da parte della nostra Fincantieri. Mentre sono di questi giorni le pressioni di Parigi e Berlino su Roma perché la ex Oto Melara, azienda controllata del Gruppo Leonardo, attiva nel comparto della Difesa, non venga venduta a Fincantieri. Alle viste c'è un consorzio franco-tedesco pronto a portarsi via l'ennesimo gioiello dell'industria italiana.
C'è poi una questione di geopolitica da considerare. Un vincolo stretto con la Francia che margini di manovra lascerebbe all'Italia nel decidere una propria politica estera? La sensazione, pessima, è che la strategia di Macron preveda di servirsi del potenziale italiano allo stesso modo con cui l'impero coloniale nostrano si serviva degli ascari per fare il lavoro sporco nei territori occupati. Non intendiamo criminalizzare un possibile asse privilegiato Roma-Parigi - sempre che Berlino lo permetta - anche se, a proposito del progetto d'integrazione europea, verrebbe da chiedersi parafrasando il titolo di una celebre canzone di Charles Trenet: Que reste-t-il de nos amours "européens"? Il multilateralismo, tanto caro a Mario Draghi, con la sottoscrizione di questo pezzo di carta finirebbe al macero. Ha ragione il professore Giulio Sapelli nel dire che "l'Italia deve riequilibrare un rapporto che ad oggi è gravemente sbilanciato, subalterno. La Francia continua a intervenire nella nostra vita economica, e ci riesce anche" (intervista a Formiche.net).
Non sono poche isolate voci a sostenere che questo Trattato non sia nell'interesse nazionale e perciò non vada firmato. Il quotidiano ItaliaOggi ha intrapreso un'autentica crociata contro il Trattato del Quirinale. Sono tutti pazzi o pericolosi sovranisti? E poi, contro chi dovremmo misurare il nostro grado di sovranismo? Contro la Francia, che è campionessa mondiale di sciovinismo? Un presidente della Repubblica in scadenza di mandato, nel pieno del "semestre bianco", spinge perché il premier firmi un'annessione celata dell'Italia alla Francia.
Una nefandezza che non ha eguali. Ma l'impronta sull'arma del delitto non sarà quella dell'inquilino (in uscita) del Quirinale ma di colui che sta a Palazzo Chigi. Mario Draghi che farà? Firmerà a scatola chiusa, contando sul fatto che nella prossima legislatura non ci saranno i numeri in Parlamento per ratificare il Trattato o prova adesso a metterci mano per aggiustarlo come meglio si può? Siamo proprio messi bene. Hurrà!
   
   
         
    POLITICA    
    di Lino Lavorgna    
       
    LEGGE ELETTORALE: BASTA PORCATE    
    INCIPIT
Teorema: "Un sistema elettorale può definirsi perfetto quando consenta una razionale rappresentanza di tutte le forze politiche in competizione, purché raggiungano il quorum minimo necessario all'assegnazione di almeno un seggio".
Teoria: "La natura umana, anche nelle democrazie più solide, non consente la stesura di un sistema elettorale perfetto".
Dogma: "Qualsiasi sistema elettorale può essere valido per garantire una sana governabilità sol che i cittadini fossero in grado di scegliere la migliore compagine, tra quelle in competizione, tributandole un massiccio consenso".

PROLOGO
I partiti stanno scaldando i motori per le prossime elezioni politiche, ammesso e non concesso che siano rimasti spenti anche per poco tempo, cercando di conciliare i propri interessi con il fastidioso inghippo di dover prima eleggere il Presidente della Repubblica.
Che guaio! Quanti pensieri! Quanti problemi da risolvere per evitare le elezioni anticipate dopo quelle che sanciranno il nuovo inquilino del Quirinale, ovviamente la cosa più giusta e logica da fare e proprio per questo scartata a priori.
Rimandando ad altra occasione un po' di barzellette sulle fantasiose elucubrazioni che riguardano il balletto quirinalizio (con i nomi che la stampa sta portando quotidianamente alla ribalta non si può che utilizzare il termine "barzelletta"), concentriamoci su uno degli sport preferiti dei politici nostrani: inventarsi leggi elettorali uniche al mondo, a pieno titolo da loro stessi definite "porcate".

DI COSA PARLIAMO
Con la riforma costituzionale varata nel 2020 il prossimo Parlamento sarà composto da 400 deputati e 200 senatori. Un discreto taglio rispetto ai precedenti 945 parlamentari, che preoccupa non poco chi non intenda assolutamente privare il Paese del suo prezioso contributo legislativo tra i banchi di Montecitorio e Palazzo Madama.
Ciascun partito, pertanto, è seriamente impegnato nello studio di una legge elettorale che risulti funzionale agli interessi dei cittadini, ovvero che consenta ai propri candidati, ovviamente ritenuti i migliori e selezionati con i rigidi criteri che abbiamo avuto modo di vedere sistematicamente reiterati negli ultimi settanta anni, di conquistare quanti più seggi possibili. Il lodevole intento, però, determina un grande caos propositivo in quanto non riscontra unanimi consensi in quella che dovrebbe essere una semplice scelta di regole condivise.
La legge attuale è una sorta di miscela che contiene un po' di maggioritario e tanto proporzionale, in modo da tutelare al meglio i capi dei partiti che, sempre nel sacro interesse della Patria, possono "scegliersi" i parlamentari fedelissimi inserendoli nei listini bloccati.
Il risultato è l'ingovernabilità che abbiamo da anni sotto gli occhi. E vabbè. Pazienza. Sono cose che capitano. I capi dei partiti sostengono che fanno del loro meglio per assicurare al Paese le risorse migliori, ma chi non commette errori nella vita?
E purtroppo, "talvolta", per mera distrazione, può capitare che lestofanti, mafiosi, delinquenti incalliti, soggetti che non potrebbero nemmeno svolgere il ruolo di vice amministratori di condominio, siano scambiati per accademici titolati, scienziati, giuristi pienamente degni di occupare i dorati palazzi del potere, insieme con tante zoccole con i tacchi a spillo che, grazie ai meriti conquistati nelle stanze di albergo anziché in quelle universitarie (sempre stanze sono e non il caso di farla tanto lunga), vengono promosse al rango di degne rappresentanti dell'universo femminile, fungendo da esempio e guida per altre donne più giovani, pronte a rimpiazzarle.
Scagli la prima pietra, pertanto, chiunque, nella propria vita, non abbia acquistato almeno una volta un cocomero poi risultato immangiabile! Dopo tutto errare è umano, no?

LE IPOTESI IN CAMPO PER LA NUOVA LEGGE ELETTORALE
È davvero più facile azzeccare un terno al lotto che prevedere la prossima legge elettorale. I partiti cambiano idea un giorno sì e l'altro pure, facendo aggio sulle proprie decisioni i risultati delle elezioni amministrative, i sondaggi, gli assestamenti interni e una miriade di altri fattori vagliati - per carità - nel sacro interesse dei cittadini!
L'annosa diatriba tra maggioritario e proporzionale è sempre alla ribalta, sia nella formula "cocktail" sia in quella "DOCG", come se i due sistemi fossero dei vini composti da un singolo uvaggio.
È del tutto inutile, pertanto, riportare le "posizioni" attuali di ciascun protagonista della vita politica, che potrebbero cambiare nel lasso di tempo che separa la stesura di questo articolo dalla sua pubblicazione. Esempio: i pentastellati, favorevoli al proporzionale, oggi parlano di maggioritario sulla scorta dell'alleanza col PD, ma domani potrebbero di nuovo ritornare "lì dove porta il cuore"; i tre capi del cosiddetto centrodestra sono contrari al proporzionale", ma tra le loro truppe sono tanti coloro che lo preferiscono; nel Pd si fronteggiano i sostenitori del proporzionale, guidati da Zingaretti e quelli del maggioritario, che fanno capo a Letta.
Chi prevarrà? Davvero difficile dirlo.
Molto meglio, quindi, allargare i confini speculativi spiegando alcuni concetti fondamentali che sicuramente saranno ignorati dai partiti, ma almeno serviranno agli elettori per "capire" l'imbroglio che viene orchestrato alle loro spalle e sulle loro teste.
ELEGGERE UN PARLAMENTO VALIDO È POSSIBILE. DIPENDE DA NOI.
Alle elezioni si presentano i seguenti partiti: "A" (programma anacronistico, velleitario, non in grado di interpretare le esigenze di una società in veloce evoluzione; guidato da un politico la cui inconsistenza è più chiara dell'acqua sorgiva e composto da candidati raccogliticci, senza arte né parte; "B-C-D-E-F" uniti in una coalizione solo per accaparrarsi il potere nonostante diverse vedute su temi importanti, abbondanza di candidati pluripregiudicati e condannati, incolti, inetti e adusi a servire fedelmente i loro capi, qualsiasi cosa facciano o dicano, anche infame; "G" (la crema della società civile; programma eccellente che concilia in modo ottimale la migliore tradizione con le esigenze contingenti e guarda intelligentemente al futuro; candidati degni della massima fiducia, stima e considerazione per la brillante storia personale, alta cultura e comprovate capacità professionali).
A prescindere dalla legge elettorale, il partito "G" ottiene il 51% dei consensi. Meglio ancora: il 60%. Problema governabilità risolto grazie al buon senso dei cittadini. Se i cittadini, però, non mostrano buon senso e fanno vincere altri, di chi è la colpa? Il primo tassello da incasellare nella complessa analisi del rapporto tra sistemi elettorali e governabilità, pertanto, trova spunto in una sequela di saggi e antichi proverbi: "Faber est suae quisque fortunae"; "Chi è causa del suo mal pianga sé stesso".
È altrettanto vero, però, che il partito "G" potrebbe non essere presente nella competizione elettorale e questo, purtroppo, costituirebbe un problema non risolvibile, obbligando gli elettori a scegliere il male minore o ad astenersi.
Ciò premesso, siccome un Parlamento ogni tanto occorre eleggerlo e i cittadini hanno l'arduo compito di provvedere a questa importante funzione, cerchiamo di individuare la soluzione ottimale, essendo ben chiaro, toni scherzosi a parte, che i partiti sono intenti solo a studiare complesse alchimie per tutelare sé stessi.

FARE I CONTI CON LA REALTÀ A PRESCINDERE DAI PRINCÌPI
I "nobili princìpi" sono belli, ma servono a poco se nessuno sia disposto a onorarli. Garantire la rappresentanza di tutti i cittadini, con un sistema proporzionale che assicuri anche ai piccoli partiti di eleggere dei rappresentanti, sulla carta appare una cosa sensata.
Ma se la realtà dimostra che i "piccoli partiti" non siano altro che "piccole lobby" prive di qualsivoglia presupposto etico, aduse ad approfittare del proprio ruolo per meri interessi di soggetti degni di dimorare in palazzi dedicati a San Vittore e alla Regina dei cieli, non certo in quelli del potere, è meglio creare i presupposti per metterli fuori gioco senza tante storie.
Un altro problema da non sottovalutare è quello rappresentato dalle cosiddette quote rosa o quote di genere, che dir si voglia, che costituiscono una grande baggianata.
La formazione di una lista, infatti, dovrebbe essere ancorata precipuamente a un presupposto di qualità: tra le risorse disponibili a candidarsi si scelgono le migliori.
L'attuale legge prevede che nei collegi uninominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Il rapporto è valido anche per i collegi plurinominali, nei quali si prevede che la quota massima 60-40 sia rispettata a livello regionale. Cosa accadrebbe, quindi, se, per mera casualità, in un determinato collegio, un partito potesse contare su risorse eccellenti dello stesso sesso in numero superiore a quello candidabile? Dovrebbe sacrificarne alcuni in ossequio a un principio che, lungi dal rappresentare una evoluzione della democrazia, ne mina fortemente le fondamenta.
Ancora: immaginiamo che un gruppo di donne volesse dar vita al partito "Donne al potere per un mondo migliore". Per quanto bislacca possa apparire l'iniziativa, sarebbe ineccepibile sul piano giuridico. Quelle donne, però, paradossalmente, sarebbero costrette a inserire nelle liste un congruo numero di maschi e quindi contraddire in termini sostanziali il principio basilare del loro programma politico!
In un Paese come il nostro, pertanto, l'alternativa più equilibrata per assicurare almeno un minimo di governabilità è il maggioritario "secco" a turno unico. I partiti e le coalizioni sarebbero costretti a scegliere candidati veramente rappresentativi, a meno che non si sentano in grado (e in talune realtà territoriali purtroppo è ancora possibile) di candidare il classico somaro, avendo la certezza di sconfiggere il cavallo di razza grazie al forte potere condizionante su elettori adusi a tenere sempre la schiena curva.
Proprio a voler essere magnanini e "comprensivi" nei confronti di coloro che avrebbero un blocco intestinale con il maggioritario secco, si può prendere in considerazione il maggioritario a doppio turno, con ballottaggio tra i due candidati che ottengano le percentuali più alte, nel caso in cui nessuno raggiunga il 50% + 1 dei voti. A prescindere dalla natura della legge, comunque, come già detto, il risultato è sempre nelle mani degli elettori.

LA META: REPUBBLICA PRESIDENZIALE
Non si tratta di volere l'uomo forte al comando, come artatamente denunciato da chi dà la caccia ai fantasmi per distogliere l'attenzione da coloro che davvero dovrebbero essere "cacciati". I cittadini vanno responsabilizzati nelle scelte e peggio per loro se si lasciano incantare dagli affabulatori di turno.
Oggi vediamo un'Italia devastata dalla malapolitica e inquinata nei suoi gangli vitali da soggetti che della malapolitica sono figli. Una società in profonda evoluzione non può restare in balia di mestatori, delinquentucci che riescono a conquistare fette di potere, grazie alla cecità di troppi elettori, e non perdono occasione per produrre immani disastri pur di trarre beneficio personale dalle proprie squallide azioni.
I giochi di palazzo che traspaiono sfacciatamente dai media, giorno dopo giorno, rappresentano il segnale inequivocabile del fossato sempre più ampio che separa l'elettorato passivo da quello attivo. Il massiccio astensionismo, del resto, che oramai è praticato da oltre il 50% degli aventi diritto al voto, è la prova più eloquente che il sistema non funziona.
Una vera riforma dello Stato, quindi, va presa seriamente in considerazione ben oltre i litigi connessi alle leggi elettorali.
Il Capo dello Stato che funga anche da Capo dell'Esecutivo spezzerebbe, in un colpo solo, tutti i giochi sporchi a quali ci siamo purtroppo abituati con colpevole rassegnazione. E nessuno venga a dire che con l'elezione diretta del Presidente della Repubblica si corra il rischio di mandare dei fantocci al Quirinale.
I fantocci hanno facile gioco nelle elezioni politiche grazie a sistemi elettorali concepiti ad arte per favorirli e poi, una volta in Parlamento, possono senz'altro contribuire alla "proliferazione" di altri fantocci, in qualsivoglia contesto. È lecito ritenere, tuttavia, che il popolo italiano, messo in condizione di scegliere direttamente tra i vari fantocci e qualcuno che possa degnamente assurgere alla guida del Paese, non commetta sciocchezze.
Perché se davvero dovesse privilegiare il peggio anche in un contesto di elezione diretta, allora sarebbe davvero meritevole di estinzione e ogni altro discorso non avrebbe senso.
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    FEDEZ IN POLITICA    
    Il cantante rapper Fedez, al secolo Federico Leonardo Lucia, entra in politica? La notizia che il noto artista abbia registrato un dominio sul web dall'inequivocabile titolo "Fedezelezioni2023.it" ha suscitato non pochi sarcasmi. Al riguardo, non siamo per ridicolizzare l'iniziativa e soprattutto per sottovalutarne le possibilità di successo. Certo, Fedez è un personaggio che non ci suscita alcuna simpatia. Tuttavia, ha un vasto seguito tra il pubblico, in particolare quello più giovane che condivide le sue deprecabili "perle di saggezza". Si obietterà: Fedez è un fenomeno prevalentemente social; la sua platea è virtuale. Ma oggi le folle, smarrita la memoria delle grandi adunanze nei luoghi fisici, si ritrovano nelle piazze virtuali del web. Piaccia o no, è un fatto che non può essere ignorato. Il giovanotto ha su Instagram 13 milioni di follower. Sono numeri da capogiro se si considera che il concerto più affollato di sempre è stato quello della rockstar Rod Stewart la notte di San Silvestro del 1994 sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro, con tre milioni e mezzo di partecipanti.
È pur vero che la scienza della comunicazione non ha dimostrato, con il cambio di paradigma della partecipazione, l'esistenza di un automatismo nel passaggio dalla condizione (virtuale) di follower a quella (fisico-mentale) di militante di un movimento politico. Ma c'è una questione di aggregazione del consenso da considerare, che attiene alla psicologia delle folle. Nonostante le società occidentali evolvano a grandi passi, alcuni aspetti comportamentali delle masse non sono cambiati rispetto a un passato sfregiato dalle mortifere suggestioni degli autoritarismi, di destra e di sinistra. Benché la gente d'oggi abbia raggiunto, mediamente, un sufficiente grado d'istruzione e sia più consapevole della propria condizione esistenziale, dei propri diritti e dei propri doveri di cittadinanza, sopravvive un lembo di territorio nella coscienza popolare occupato dall'istintività e dall'irrazionalismo. L'insieme degli individui "suggestionabili" tende a fare massa e a produrre comportamenti uniformi che possono essere studiati. I dittatori del Novecento lessero con attenzione l'opera di Gustave Le Bon sulla Psicologia delle folle (1895). E ne fecero tesoro. Fatte le ovvie differenze, influencer, demagoghi, santoni, predicatori, imbonitori, capi carismatici, ricorrono alle medesime tecniche comunicative usate dai dittatori per soggiogare la volontà delle masse. Oggi come nel passato vale l'equazione dell'inconsistenza contenutistica del discorso del leader carismatico che conquista l'uditorio non per ciò che dice ma per come lo dice. Egli parla per immagini che non mirano a convincere l'ascoltatore ma a sedurlo. L'assertività dei toni, anche nel dire fregnacce, fa la differenza: crea quell'intima connessione tra leader e seguace che chiama in causa la sfera emozionale.
Al "messia" di turno è permesso ciò che per l'uomo comune è considerato patologico: credere alle proprie bugie (in psichiatria si chiama pseudologia fantastica). Il leader è esentato dall'obbligo di argomentare le sue estrinsecazioni essendo percepito dall'ascoltatore non come risposta a un bisogno reale ma come proiezione di un desiderio, di un'illusione. Le folle, di cui non sfugge l'assonanza onomatopeica con l'anglicismo "follower", non vogliono essere angustiate dalla fatica del ragionare e dalle misteriose meccaniche del pensiero incubatore di dubbi. Non c'è spazio per i filosofi. Nel moderno linguaggio della rete, la domanda di assertività è pienamente soddisfatta dalla scarnificazione della comunicazione ottenuta mediante lo strumento della codificazione messaggistica. Fedez su questo terreno è un campione, come lo è la sua partner di vita e d'affari, Chiara Ferragni. Il rapper non vuole essere un intellettuale. Al contrario, si propone all'immaginario collettivo come il vindice del vuoto mentale minorato dalla primazia della sostanza pensata. Un esempio: a un filosofo che aveva attaccato sua moglie definendola "uno stand con merce da esposizione", Fedez rispose "probabilmente i vostri editori sono contenti perché quando parlate di Chiara Ferragni qualcuno vi ascolta, mentre quando parlate di misticismi vari e sensi della vita non vi caga nessuno!".
Di là dalla volgarità della prosa, questa risposta riassume il personaggio Fedez: carismatico e demagogico, che agisce sull'alienazione (nell'accezione concettuale della psicanalisi post-freudiana) dell'individuo attraverso la rappresentazione testimoniale della bramosia di trasgressione, di successo, di ricchezza, d'impunità, di riscatto. Siamo al cospetto di una specie minore di volontà di potenza dell'imbonitore non esiziale per i destini dell'umanità, nondimeno nociva. Una società sana ed equilibrata neanche verrebbe sfiorata da una tale minaccia. Ma quella italiana non è la comunità stabile e armonica che si vorrebbe.
Troppe le contraddizioni e, soprattutto, troppi gli squilibri sociali che ne complicano le dinamiche. La sinistra si è lasciata andare a grandi festeggiamenti per avere vinto la partita delle elezioni amministrative nelle grandi città. Si è gloriata del pelo strappato all'avversario trascurando la trave che sta per crollare sulle istituzioni pubbliche. La trave è quel 50 per cento di astensionismo che racconta un'altra storia. Chi è quell'italiano su due che non si è recato alle urne? Cosa pensa, cosa desidera? Cosa lo spaventa, lo delude, lo rende felice? Da tempo lanciamo allarmi sul pericolo che una folla inappagata della propria condizione esistenziale possa desiderare di percorrere altre vie. E non è detto che le alternative debbano avere un orizzonte di senso: l'irrazionale è sempre in agguato. Un mondo che evolve troppo in fretta; che rende liquidi i suoi valori perenni; che impone dall'alto transizioni di civiltà alle società sottostanti senza avere alcun riguardo per le conseguenze negative economico-sociali che ricadrebbero sulle fasce più deboli della popolazione, espone masse di individui alla fascinazione indotta dall'imbonitore di turno attraverso la comunicazione.
Cosicché, è il malcontento il brodo di coltura dell'agente patogeno che si presenta sotto le mentite spoglie dell'uomo che regala sogni. Ricordate Beppe Grillo, il trionfatore delle elezioni del 2013?
Non furono verbosi discorsi programmatici che spinsero milioni di italiani a credergli: fu un'immagine evocativa nella quale tanta gente si riconobbe. Quell'urlo dalla piazza del Duomo a Milano contro la vecchia politica: "Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano". Quali effetti avrebbe oggi un messaggio simile se a lanciarlo fosse un Fedez? Si obietterà: è solo un cantante, per di più stonato, che fa marketing per i suoi prodotti musicali. Anche di Grillo si diceva: è solo un comico. Poi si sa com'è finita: nel 2018 Cinque Stelle primo partito.
In questo tempo storico il populismo, criminalizzato dal mainstream del politicamente corretto, è una realtà. Finora in Italia forme populistiche (il Cinque Stelle più che populista è stato fenomeno a metà strada tra il qualunquismo e il cesarismo) sono state connotate da elementi di revanscismo sovranista e pertanto etichettate come torsioni dell'oltranzismo di destra. Con Fedez potrebbe verificarsi una rotazione a sinistra dell'asse del ribellismo. Potrebbe essere lui il vettore su larga scala di un soggetto politico creato in vitro nel laboratorio della sinistra emiliano-romagnola e sperimentato in occasione delle regionali del 2020 con la mobilitazione delle Sardine. Ecco perché sulla sua discesa in campo non riusciamo a ironizzare.
   
       
       
    POLITICA    
    di Roberta Forte    
    UN TRANQUILLO WEEK-END DI INCAZZATURE    
    Quest'anno ho anticipato la visita ai miei consanguinei a Roma e, piena di entusiasmo, sono giunta nella Capitale fremente di bearmi delle novità amministrative che il nuovo sindaco innovatore ritenevo avesse introdotto dopo cinque anni di nulla elevato a sistema.
L'impatto, va detto, non è stato dei migliori: mi ha ricordato Napoli nei periodi bui, quando l'immondizia si accumulava a lato dei cassonetti strapieni con le pantegane che scorrazzavano tra i piedi dei passanti, l'olezzo si spandeva nell'aria a richiamo di una cloaca e mosche, moscerini, cornacchie e gabbiani banchettavano sulle miserie di un'amministrazione inutile. Mancava lo spettacolo pirotecnico delle ecoballe ma il clima era quello. Ovviamente, un po' per celia e un po' per non morir come direbbe Madame Butterfly, l'ho fatto presente ad un mio familiare che so addobbato dai panni progressisti e lui, con la sicumera del profeta mi ha risposto di aspettare e, poi, vedere.
In quell'occasione, non ho voluto infierire perché nell'ipocrisia generale si appropinqua il periodo delle Feste, i supermercati vendono già panettoni e pandori e l'animo si distende. Altrimenti, gli avrei fatto presente che un sindaco, ad un mese di distanza dalla sua elezione, peraltro di una Roma Capitale, non avrebbe dovuto permettersi il lusso di mostrare ai turisti (pochi), che fortunatamente tornano a visitare la Città Eterna, un indegno spettacolo quale quello che si rappresenta per le vie del Borgo tra il ribollir dei tini e l'aspro odor dei vini.
Così, per nulla soddisfatta ma facendo buon viso a cattivo gioco, mi sono ripromessa di dare ascolto alla voce del sangue e piantarla lì. E, quindi, mi sono proiettata a fare la turista e l'acquirente ossessivo-compulsiva per i 'regalini' di una notte che cadrà tra più di trenta giorni alla cui scadenza, al primo raggio di sole, l'animo umano tornerà al suo consueto ribollire per riproporci altri 364 giorni di ordinaria follia. Ma tant'è, i riti vanno osservati e vissuti e, al di là dell'ipocrisia, ciò che veramente conta è il sentimento con il quale si effettua il dono, un simbolo, la testimonianza di un pensiero rivolto e, nell'insieme dello scambio dei simboli, un'attestazione d'amore tra abbracci che s'intrecciano.
Perciò, tutta presa ad anticipare con significato l'appuntamento attraverso mirati acquisti, mi ero quasi dimenticata della punzecchiatura dei giorni precedenti quando, all'improvviso, una notizia risolutiva della questione, appresa alla radio, ha trovato conferma nelle agenzie e sul web: adeguatamente indirizzata dal nuovo Primo Cittadino, l'AMA ha previsto un incentivo fino a 360 euro lordi in busta paga per chi tra gli 'operatori ecologici', dal 22 novembre al 9 gennaio, non farà assenze per più di cinque giorni. L'obiettivo è ripulire la città. Come a dire che, per risolvere il problema dei rifiuti di Roma creato da una discutibile amministrazione sia generale che particolare, si gratificheranno i dipendenti perché facciano il lavoro per il quale sono stati assunti.
Ho capito bene? Ovviamente, manco a dirlo, l'intesa è stata siglata con i sindacati che si sono dichiarati ampiamente soddisfatti. E ci mancherebbe altro, mi sono ritrovata a dire. Poi, lì per lì, sono rimasta senza ulteriori parole perché, onestamente, non sapevo se scompisciarmi dalle risate o piangere delle disgrazie nuove che si appropinquano sui Sette fatali Colli. Subito dopo, però, un moto di commozione mi ha pervaso perché il mio pensiero è andato a quei poverini che, con i tempi che corrono, compiranno nel periodo 'cruciale' chissà quali sacrifici personali pur di dare la loro presenza. M'immagino l'impegno che gli influenzati febbricitanti dovranno assumere per passare i controlli Covid e così i raffreddati, costretti a starnutire in silenzio tra le pieghe della mascherina per non essere additati come possibili untori e scacciati. I 'fortunati' saranno gli artrosici e gli artritici che certamente s'industrieranno con i più potenti antinfiammatori per arrancare con onore e amor proprio verso il loro posto di lavoro.
Il mio congiunto ha ascoltato la notizia insieme a me e, subito dopo, mi ha rivolto un'occhiata eloquente come a dire: te l'avevo detto. Poi, con movimento orgoglioso della testa e il viso radioso, ha allargato le braccia e aperto le palme delle mani a significare: basta avere fiducia. Mi dispiace, avrei voluto rispondergli, quelli come te me l'hanno fatta perdere perché siete degli sterili cretini arroganti dalla vista corta e con un cervello adeguato. Ma …. Ma …. Ma, fortunatamente sento nell'aria lo scampanellio delle renne e la voce suadente di Kevin MacLeod che intona Jingle Bells e così sorvolo sulla drammatica soddisfazione manifestata dal mio congiunto.
Come si suol dire, faccio buon viso a cattivo gioco e me ne esco con un banale Ehhh! Sì, tutto è bene ciò che finisce bene. Poi, mi ritrovo a scrivere un memo mentale: è un'idea quella della gratificazione dei dipendenti di amministrazioni comunali che languono. Chissà se al personale addetto a parchi e giardini verrà riservato lo stesso trattamento e, già che ci siamo, a quello che dovrebbe avere in cura le strade. E se così non fosse mi aspetterei che gli integerrimi giudici del mos maiorum capitolino avanzino adeguate e pressanti richieste acciocché una eventuale così macroscopica dimenticanza possa essere immediatamente sanata. E, già che ci penso, perché non prevedere che dipendenti operosi scadano nella prestazione perché così possano essere opportunamente gratificati a fare meglio e di più? Ovviamente, col beneplacito sindacale, s'intende.
Peraltro, questa, nella sua incommensurabilità, è un'idea che può trovare vasta applicazione al di fuori delle amministrazioni comunali, nei settori più disparati, a cominciare da alcuni di quelli ministeriali. Chissà se adottata prima, diversi anni fa, si sarebbero potuti risparmiare i miliardi buttati nei quattro fallimenti Alitalia o se si sarebbe potuto evitare che il crollo del ponte Morandi desse, come sembra possibile, palmare dimostrazione di una scarsa per non dire nulla manutenzione. Forse, dirigenti, dipendenti e tecnici ministeriali avrebbero potuto controllare i bilanci ed eseguire più stringenti controlli se non fosse stato per una persistente salva di influenze che nel tempo si sono alternate a discopatie, artriti e artrosi, raffreddori, congiuntiviti, occhi di pernice e quant'altro. Ma, opportunamente gratificati, tutti questi avrebbero potuto operare al meglio. Ed invece, sembra che ad esser gratificati siano stati solo i dirigenti e i gestori che, sempre a quanto sembra, hanno fatto del loro peggio.
Certo, il mondo è un esempio continuo d'ingiustizia che mallevatori di 'destra' e di 'sinistra' si ostinano a perpetrare. Fortunatamente, qualche sprazzo di 'genialità' ogni tanto lo rende meno barboso perché riesce a superare l'imprevedibile dando tristemente ragione a Sri Aurobindo e a Maxwell Coetzee: 'Amara verità… Siamo veramente in grado di andare "oltre" quello che già pensavamo "impossibile" da sopportare sino a pochi istanti prima…'
   
       
    POLITICA    
    di    
         
 
   
   
    POLITICA    
    di    
         
         
         
       
    POLITICA    
    di    
         
         
         
       
  Home Avanti  
Archivio Politica