POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    CONVERSANDO COL NEMICO    
   
Giuseppe Brindisi, di Rete 4, ha fatto bene o male a intervistare il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov? Se questa è la domanda che ha animato il dibattito politico italiano negli ultimi giorni, vuol dire che abbiamo smarrito la bussola della ragione. O forse no. Probabilmente questo tempo di eclissi del buonsenso ci pone al cospetto delle nostre più remote angosce, ma ci sta anche aiutando a disvelare l'intima natura delle nostre classi dirigenti. Quando Enrico Letta scrive sui social che l'intervista è stata un'onta per l'Italia, dobbiamo ringraziarlo perché le sue parole appongono il sigillo dell'autenticità alle certezze che abbiamo sempre avuto sulla vocazione illiberale della sinistra. È un déjà vu: i comunisti di oggi, che pretendono di tappare la bocca a chi osi dare spazio alle tesi del nemico, sono della stessa materia di cui erano fatti i comunisti di ieri che riducevano al silenzio chi, a sinistra, criticava gli interventi repressivi sovietici dentro e fuori dei confini dell'Urss. Si obietterà: la storia di Enrico Letta non ha nulla a che fare con il vecchio Partito Comunista. Non è propriamente così. Letta appartiene alla "razza padrona", allevata nel laboratorio del cattolicesimo dossettiano, che ha usato la Democrazia Cristiana come un taxi per farsi scarrozzare all'interno del potere ma che ha sempre pensato alla sinistra come sua terra d'elezione. Il cattolicesimo dossettiano è la costola che il Dio dei comunisti ha strappato al corpo piagato del popolarismo di matrice sturziana per creare il Partito Democratico. Letta ha dato ampia dimostrazione che professare la libertà d'espressione sia solo un esercizio di stile, svuotato di contenuto. Nel solco del progressismo ideologico, per il capo dei "dem" la libertà di parola è data quando sia conforme all'idea di Bene, impersonato nel contesto italiano dalla "Chiesa" della sinistra dogmatica.
Nella cosmogonia dell'odierna sinistra Sergej Lavrov incarna il Male. E al nemico del "Bene" non si concede la parola, né si offrono pulpiti o palcoscenici dai quali illustrare la visione tenebrosa del mondo. La circostanza che un'emittente privata italiana abbia violato la consegna del silenzio sulle ragioni del nemico, per Enrico Letta e i suoi rappresenta una macchia indelebile sull'onorabilità del Paese. Siamo alla follia: in nome della libertà dai censori si censura. Siamo all'onanismo mentale del dilemma: essere o non essere tolleranti con gli intolleranti? Ma è un bene che queste cose le si scriva, per informare i lettori perché sappiano con che razza d'ipocriti hanno a che fare. Libertà d'espressione, libertà di pensiero, libertà di stampa? Per la sinistra è materiale di propaganda a uso ingannevole, che tuttavia deve essere tenuto a bada, governato col pugno di ferro - da qui l'occupazione militare della Rai, delle principali testate giornalistiche e dei canali televisivi a diffusione nazionale da parte della sinistra - e da neutralizzare quando metta in pericolo l'unica narrazione autorizzata: quella che l'esercito del Bene scrive per legittimare se stesso al potere. Noi, che stiamo dell'altra parte del mondo, invece, non possiamo che complimentarci per lo scoop messo a segno da Giuseppe Brindisi. Che sia stato lui a convincere il potente personaggio russo a rilasciare l'intervista o che, invece, sia stato Lavrov a studiare a tavolino l'incursione in un media occidentale di non primaria grandezza internazionale, conta poco. Ciò che vale è il risultato.
L'intervista non è stata in stile tappetino, come una parte dei media ha sentenziato. Premesso che un confronto giornalistico con uno dei protagonisti della scena globale può avere luogo soltanto sulle base di regole d'ingaggio che l'intervistatore deve preventivamente accettare, l'esito è stato più che soddisfacente. Eppure, Brindisi è stato accusato di scarsa aggressività nei confronti dell'interlocutore. Ma chi lo è stato prima di lui in circostanze analoghe? Oriana Fallaci, quando mise in fuga l'ayatollah Khomeyn?. Ma erano altri tempi e altri contesti. Quando, nel 1991, Bruno Vespa intervistò Saddam Hussein non è che gli saltò alla gola. Piuttosto, gli diede l'opportunità di esporre le proprie idee e di esporsi agli occhi dell'opinione pubblica internazionale. Perché, in certe interviste ai "grandi" del pianeta, l'obiettivo da cogliere non è quello di farli cadere in contraddizione, cosa quasi mai possibile per il fatto che non sarebbero "grandi" se si facessero incastrare da un giornalista, ma di farli parlare, di rappresentarsi. Ed è ciò che ha fatto Brindisi l'altra sera.
Sulla questione poi del contenuto dell'intervista, navighiamo controcorrente. Qualcuno, preoccupato di assolvere Giuseppe Brindisi, ci ha messo una toppa che è peggiore del buco. La tesi è stata: brava Rete 4 che ha permesso di ascoltare dalla fonte diretta le deliranti idee che i russi hanno sulla vicenda ucraina. Ma l'hanno seguita la trasmissione? Hanno udito tutto ciò che Lavrov ha detto? A parte lo scivolone rimediato al tredicesimo minuto dell'intervista, durata quarantadue minuti, su Hitler ebreo e sugli ebrei che sarebbero i principali responsabili dell'antisemitismo - una castroneria inaudita - per il resto il ministro degli Esteri russo ha messo in chiaro la posizione di Mosca sull'Ucraina, dando sistemazione alla concatenazione logica degli eventi finora succedutisi. Ora, si può essere contrari al progetto russo e si ha il diritto di contrastarlo con ogni mezzo. Quello che non si può dire è che sia un delirio, un'oscenità. La politica estera, in pace come in guerra, si compone di strategie non influenzabili dalla morale e dai sentimentalismi dell'umano. Insultare il nemico indebolisce, non rafforza, le proprie ragioni. Si vuole contrastare il racconto offerto da Lavrov? Si lasci da parte l'indignazione da vergini violate e si vada dritto al sodo.
Lavrov sostiene che la Russia abbia perseguito negli anni una politica di pacificazione con gli Stati Uniti, proponendo la ripresa di negoziati per bloccare la proliferazione nucleare, ma che siano state le Amministrazioni di Washington a stracciare gli accordi in essere dai tempi del Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) siglato a Washington l'8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov e a rigettare la proposta avanzata da Vladimir Putin tre anni orsono di dare vita a un summit delle cinque potenze cha hanno un seggio permanente all'Onu sulla riduzione degli arsenali nucleari. Vero o falso? Lavrov dice di aver ripetutamente avvertito i Paesi occidentali che un allargamento della Nato a Est sarebbe stato interpretato da Mosca come una minaccia alla sicurezza della Federazione Russa, ma che i Paesi interpellati abbiano risposto, con modi sgradevoli, che ogni nazione è libera di stare con chi vuole. Vero o falso? Lavrov ha detto di aver discusso direttamente con Josep Borrell, l'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, la situazione nell'Africa settentrionale e che questi gli avrebbe risposto a muso duro: l'Africa è affare dell'Europa e della Francia, statene fuori. Vero o falso? Lavrov sostiene che la decisione d'intervenire in Ucraina è giunta solo dopo che, per anni, i governi di Kiev si sono rifiutati d'implementare gli accordi di Minsk? Vero o falso. Sulla denazificazione, Lavrov ha spiegato che il discorso non si limita al battaglione ucraino Azov, presso cui la mitologia ariana è palesata, nella declinazione nazista, dai simboli apposti alle uniformi. Esisterebbe un humus favorevole all'identificazione della causa ucraina con l'aspirazione all'integrazione nel mito del Terzo Reich millenario. Per Lavrov la prova starebbe nella pulizia etnica perseguita dalle autorità ucraine ai danni della cultura, della lingua e delle tradizioni russe radicate da secoli nel contesto ucraino. Vero o falso?
Ora, si può tranquillamente fare a meno di verificare le contestazioni fatte dal nemico a giustificazione del proprio operato. Si può benissimo ignorare il dialogo e decidere di usare le maniere forti. L'importante, per essere credibili, è che non si accampino pretesti per dare una parvenza di superiorità morale ai propri progetti. Già, perché fin quando l'Occidente non risponderà con argomenti inoppugnabili alle obiezioni di Lavrov, i suoi pretesti varranno esattamente quanto quelli occidentali. E non saranno le inarcate di sopracciglio per le cose ascoltate a fare la differenza. Giuseppe Brindisi e Rete 4 hanno offerto una grande prova di giornalismo. Per qualcun altro hanno commesso un peccato capitale: mettere l'opinione pubblica di fronte a qualcosa che non è pronta a capire. É la solita sinistra, che proprio non ce la fa a fidarsi della gente. E perciò brama per il popolo la migliore delle libertà desiderabili: quella condizionata.

   
   
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    GAS ROSSO SANGUE    
    Repubblica Democratica Popolare di Algeria. Paese del Nordafrica, è indipendente dal 1962, data della fine della colonizzazione francese. In forza della Costituzione, varata nel 1976, l'Algeria è una Repubblica presidenziale musulmana, araba e berbera. Il potere esecutivo è ripartito tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Dal dicembre 2019 il Capo dello Stato è Abdelmadjid Tebboune. Il Governo in carica, la cui formazione risale al luglio dello scorso anno, è guidato dal premier Aymen Benabderrahmane. La democrazia algerina è piuttosto fragile. L'establishment è sotto l'influenza delle alte gerarchie militari. Negli ultimi anni il Paese è stato teatro di attività terroristiche, in particolare in Cabilia, regione del nord-est dell'Algeria. I diritti civili non sono particolarmente rispettati. Lo scorso dicembre, una coalizione di Organizzazioni non governative (Ong) ha denunciato "la repressione prolungata delle libertà fondamentali e del lavoro legittimo in materia di diritti umani in Algeria". Secondo l'accusa lanciata dalle Ong, le autorità algerine hanno continuato ad arrestare e perseguire arbitrariamente difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti pacifici per il loro esercizio dei diritti alla libertà di espressione, alla libertà di credo e alla riunione pacifica e associazione. Riguardo alla condizione economica, l'Algeria poggia sugli introiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi. La posta petrolifera produce il 30 per cento del Pil e assicura il 60 per cento delle entrate fiscali nonché il 93 per cento delle esportazioni.
Repubblica del Mozambico. Stato dell'Africa sud-orientale, è una ex-colonia portoghese, indipendente dal 1975. Dopo un lungo periodo di guerra civile (1975-1992), i negoziati di pace del 2016, conclusi nel 2019, hanno portato alle elezioni presidenziali e legislative del 15 ottobre 2019 che hanno visto la vittoria del partito ininterrottamente al potere dalla conquista dell'indipendenza: il Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo), organizzazione politico-militare di stretta osservanza comunista con aspirazioni dittatoriali in stile cubano. Il presidente Filipe Jacinto Nyusi è stato rieletto con il 73 per cento dei suffragi. Risultato, tuttavia, contestato dall'opposizione storica della Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo), di orientamento conservatore. Gli analisti valutano la democrazia mozambicana fortemente vulnerata dal monopolio del Frelimo nella gestione delle articolazioni dello Stato. Nel Paese sussistono elementi di deficit democratico a causa della scarsa indipendenza dei sistemi giudiziario e mediatico. Sul fronte del rispetto dei diritti umani la situazione si è aggravata dal 2020 a causa del conflitto in corso nel nord del Paese. Le forze di sicurezza dello Stato risultano implicate in gravi violazioni dei diritti umani compiute nel corso di operazioni di antiterrorismo nella provincia settentrionale di Cabo Delgado. Le organizzazioni umanitarie accusano il Governo di Maputo di aver ordinato alle proprie truppe l'utilizzo dei gas e di aver autorizzato arresti arbitrari, rapimenti, torture di detenuti, intimidazioni ed esecuzioni sommarie nonché l'uso eccessivo della forza contro civili disarmati. I giornalisti continuano a essere intimiditi e detenuti arbitrariamente dalle forze di sicurezza statali. A settembre 2021, il Parlamento europeo ha invitato il Mozambico ad avviare un'indagine indipendente e imparziale sulla tortura e altre gravi violazioni presumibilmente commesse dalle sue forze di sicurezza a Cabo Delgado. Riguardo all'economia, come rileva un report di Info Mercati Esteri: "Il Mozambico dispone di ingenti riserve di gas naturale, carbone, titanio, granito, gesso, grafite e pietre preziose. In particolare, enormi giacimenti di gas naturale sono stati scoperti nel 2011 nel bacino del Rovuma da Eni e dalla statunitense Anadarko per un totale di risorse finora accertate di oltre 2.000 miliardi di metri cubi di gas".
Repubblica di Angola. Stato dell'Africa sud-occidentale. Ex-colonia portoghese, l'Angola ha conquistato l'indipendenza nel 1975 divenendo dapprima Repubblica Popolare dell'Angola marxista-leninista con il sostegno dell'Unione sovietica e di Cuba. Dopo una lunga guerra civile, che ha visto Il Movimento Popolare di Liberazione dell'Angola-Partito del Lavoro (Mpla), forza politica al Governo, combattere contro il fronte anti-comunista sostenuto dagli Stati Uniti d'America e dal Sudafrica e raggruppato nell'Unione Nazionale per l'Indipendenza Totale dell'Angola (Unita), nel 1991 con gli accordi di pace di Estoril il Paese si è trasformato in una Repubblica costituzionale presidenziale unitaria. Presidente dell'Angola, succedendo al padre dell'indipendenza nazionale, António Agostinho Neto, è stato dal 1979 fino al 2017, anno del suo ritiro, José Eduardo dos Santos, espressione di vertice del Mpla. Negli anni della sua presidenza l'Angola ha lasciato il campo comunista per avvicinarsi all'area d'influenza Usa e ha ristabilito solidi legami con il Portogallo, ex-potenza colonizzatrice. Il 26 settembre 2017, a 63 anni, il generale della riserva João Manuel Gonçalves Lourenço è diventato il terzo presidente della Repubblica dell'Angola a seguito delle elezioni generali del 23 agosto 2017. Anch'egli è stato eletto nelle liste del Mpla. Nel Paese, ricco di diamanti e risorse petrolifere, il rispetto dei diritti umani non è argomento apprezzato. L'anno scorso Amnesty International e l'Ong angolana Omunga hanno denunciato l'uso eccessivo della forza nei confronti delle manifestazioni pacifiche e contro persone accusate di aver violato il lockdown durante il picco della pandemia da Covid-19. Particolarmente sentito il problema della costante violazione dei diritti dei minori.
Repubblica del Congo. Stato dell'Africa centrale, ex-colonia francese, è indipendente dal 15 agosto 1960. Repubblica presidenziale, è attualmente governata dal generale Denis Sassou Nguesso, politico di estrazione marxista-leninista, al potere dal 1979. Nel Paese è presente l'italiana Eni con attività di esplorazione e produzione che le ha reso, nel 2020, 18 milioni di barili di petrolio e 1,4 miliardi metri cubi di gas. Oltre che per le risorse del sottosuolo, il Congo si segnala per la pratica diffusa della violenza di genere. Secondo l'Unicef, il 54,2 per cento delle donne congolesi giustifica la violenza domestica e il fatto che un uomo possa picchiare la moglie in determinate situazioni. Studi condotti dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) mostrano come nella Repubblica del Congo il 66,1 per cento delle donne e delle ragazze tra i 15 e i 24 anni ritenga che le percosse alla moglie possano essere giustificate.
Perché questa sommaria schedatura? Semplicemente perché, giusto per limitarci al Continente africano, riteniamo importante saperne di più dei quattro Stati a cui il nostro Governo si è rivolto, col cappello in mano, per comprare più gas da sostituire a quello che tutt'oggi ci viene erogato dalla Russia. Beninteso: va tutto bene. Ci sta l'assoggettamento ai diktat di Washington e di Bruxelles sul comportamento da tenere nei confronti di Mosca. Ci sta che, da qualche settimana a questa parte, gli amici russi - quelli accolti fino a ieri a braccia aperte dal comparto turistico - siano improvvisamente diventati gli odiati russi da non voler più vedere neanche col binocolo. E che Vladimir Putin, finora corteggiato da tutte le cancellerie europee continentali, sia adesso il demonio da rispedire all'inferno dal quale sarebbe venuto. Va benissimo il moto d'indignazione per ciò che i russi stanno facendo in Ucraina e va bene dirci tutti ucraini. E va bene anche lo zelo col quale ci siamo affrettati a fare da apripista nell'applicazione della sanzione che vieta l'accesso ai porti dell'Unione europea alle navi mercantili russe, rimediando l'ennesima figura da pirla rispetto a quei Paesi partner che non si sono per niente scapicollati ad ascoltare Bruxelles. Una cosa, tuttavia, resta inaccettabile: la vomitevole ipocrisia di Stato. Non esiste un gas dei buoni e un gas dei cattivi. Esiste il gas che, quando viene estratto in Paesi dell'Asia e dell'Africa, è solitamente macchiato di sangue. L'unica differenza degna di nota è quella che distingue il gas più conveniente da quello più costoso. Ma questo non è un problema, giacché è noto che noi italiani talvolta amiamo essere un tantino "sboroni": ci piace metterci in mostra comprando quel che costa di più. Siamo fatti così, che ci volete fare.
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    LA CAMPAGNA DI RUSSIA    
    Siamo al sessantaseiesimo giorno dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina e ancora non abbiamo certezze su dove questo conflitto ci porterà. Finora abbiamo condiviso il diritto degli ucraini di combattere per la propria libertà. Altro punto fermo è stata la decisione dei Paesi del blocco occidentale di non voltare altrove lo sguardo ma di reagire aiutando il popolo ucraino a difendersi. Come? Applicando contro la Federazione Russa pacchetti di sanzioni gravemente penalizzanti e trasferendo agli aggrediti risorse finanziarie e armamenti leggeri. L'obiettivo era di far fallire la Blitzkrieg del Cremlino. Il bersaglio è stato solo parzialmente centrato. Si continua a combattere ma la guerra-lampo è sostanzialmente fallita, al punto che le autorità di Mosca hanno ripiegato su un "Piano B" che si limitasse a porre sotto il controllo russo il Sud-Est dell'Ucraina, dal Donbass alla fascia costiera meridionale, passando per i caposaldi strategici di Mariupol e di Odessa.
Inizialmente, per gli alleati occidentali, una soluzione che replicasse lo scenario coreano, cioè la creazione di due zone indipendenti, separate da una linea di demarcazione concordata in sede armistiziale, sarebbe stata accettabile. Ma la determinazione degli ucraini a preservare l'integrità territoriale e il cattivo andamento dell'aggressione russa hanno rinfocolato le aspettative degli alleati. Le dichiarazioni di quest'ultima settimana del presidente Usa Joe Biden, e del premier britannico Boris Johnson, puntano in direzione dell'escalation del conflitto armato. Sull'asse anglo-statunitense-ucraino si è fatta strada la convinzione che la guerra possa essere vinta.
I nuovi obiettivi dell'Asse? Ricacciare la forza d'occupazione russa fuori dal territorio ucraino, riprendere l'agibilità della costa e della portualità nel Mar d'Azov e ristabilire i confini ucraini ante 2014, cioè prima dell'annessione della Crimea alla Federazione Russa. Qualcuno ironizzerebbe sul vasto programma. I principali sponsor di Kiev, invece, ritengono fattibile un salto di qualità del conflitto che sfoci in una guerra di posizione di lunga durata. Allo scopo, Usa e Gran Bretagna hanno deciso l'invio ai combattenti ucraini di artiglieria pesante e di sistemi d'arma in grado di colpire obiettivi strategici sul suolo russo. Washington e Londra chiedono ai membri dell'Unione europea di adeguarsi alle esigenze della mutata strategia. Basterà per vincere? La domanda chiama un'altra domanda: noi europei reggiamo i tempi lunghi di una guerra della quale non si conosce la deadline? Prima d'interrogarci sulle capacità degli altri, preoccupiamoci di casa nostra. Per farlo bisognerebbe calarsi nei panni del buon padre di famiglia quando deve affrontare un'impresa imprevista. La prima cosa, si fa i conti in tasca.
Allora, com'è messo il "sistema Italia"? Il Centro Studi di Confindustria stima nel primo trimestre 2022 una flessione della produzione industriale di -2,9 per cento rispetto al quarto trimestre del 2021 (-1,5 per cento a marzo). La stessa fonte descrive l'impatto della guerra russo-ucraina sulla nostra economia in termini di "shock di offerta profondo, al momento difficilmente quantificabile, perché il quadro è in continua evoluzione". La principale causa di crisi deriva dall'aumento dei prezzi energetici, agricoli, dei metalli e da un trend della ripresa economica fortemente negativo, dovuto alla possibilità che il commercio delle principali commodity, in particolare del settore agro-alimentare, venga totalmente bloccato a causa del protrarsi della guerra. L'impatto sul Pil della durata della guerra nel lungo periodo sarebbe devastante.
Per l'Istat, i dati relativi all'andamento del Pil nel primo trimestre dell'anno segnano una diminuzione su base congiunturale dopo quattro trimestri positivi. Il calo è di -0,2 per cento rispetto all'ultimo trimestre 2021. Precedenti stime avevano fissato l'incremento del Pil italiano per il 2022 al +1,9 per cento, in forte ribasso rispetto al +4,0 per cento della previsione effettuata prima dello scoppio del conflitto. Al momento, la slavina non è stata fermata.
Un ulteriore crollo del Pil spalancherebbe le porte alla recessione. Lo ammette il ministro dell'Economia Daniele Franco, che, intervenendo ieri l'altro al Forum Confcommercio-Ambrosetti, ha testualmente dichiarato: "Dobbiamo assolutamente evitare un'altra recessione". Segno che il rischio c'è. Con l'aumento contestuale dell'inflazione si configurerebbe lo scenario peggiore: la temutissima stagflazione. Ad aprile l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (Nic) ha registrato un aumento dello 0,2 per cento su base mensile e del 6,2 per cento sul tendenziale annuo (Fonte: Istat). Possiamo aspettarci altri picchi inflattivi? I dati Istat indicano che "l'inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +1,9 per cento a +2,5 per cento e quella al netto dei soli beni energetici da +2,5 per cento a +2,9 per cento". Basandosi sulla variabile "durata del conflitto", la Banca d'Italia (Bollettino economico n.2/2022) ha ipotizzato tre scenari per determinare l'andamento dell'inflazione nel biennio 2022-2023. Primo scenario. Più favorevole, grazie a una rapida soluzione del conflitto e a un repentino ridimensionamento delle tensioni a esso associate, nel biennio 2022-2023 l'inflazione si porterebbe, rispettivamente, al 4,0 e all'1,8 per cento. Secondo scenario. Intermedio, determinato dalla prosecuzione delle ostilità. L'inflazione si attesterebbe nel 2022 e nel 2023 rispettivamente al 5,6 e al 2,2 per cento. Terzo scenario. Quello più critico, che presuppone oltre all'allungamento della durata delle ostilità anche l'interruzione dei flussi di gas russo solo in parte compensata da altre fonti. L'inflazione si avvicinerebbe all'8 per cento nel 2022 e scenderebbe al 2,3 l'anno successivo. La fotografia che le stime effettuate finora ci restituiscono colloca il Paese già ampiamente nel terzo scenario. Il nodo centrale resta l'approvvigionamento della materia prima energetica, in particolare del gas. A metà maggio sapremo se l'Italia continuerà a ricevere prodotto dalla Russia o se invece i rubinetti del gas verranno chiusi. La questione verte sul diktat di Mosca che obbliga i Paesi cobelligeranti a pagare in rubli, e non più in dollari o in euro, i volumi di gas acquistati. Il meccanismo di pagamento approntato da Mosca è piuttosto complicato da spiegare.
Per semplificare: l'Italia, tramite la sua Eni, intende o no corrispondere alle richieste del fornitore? Il nostro auspicio è che lo faccia e prenda le distanze dalla linea dura dei Paesi che hanno obbedito a Washington e Londra senza battere ciglio. Se è sacrosanto il diritto degli ucraini di provare a vincere la guerra, lo è altrettanto il nostro diritto a sopravvivere. E, al momento, senza il gas russo, verrebbe difficile farlo. L'attuale volume di 29 miliardi di metri cubi/anno che riceviamo dalla Russia non è, se non parzialmente, rimpiazzabile con prodotti provenienti da altre zone d'estrazione. Non solo per quantità, ma anche per qualità del gas. Si fa un bel dire, come fa il Governo, che si stanno stringendo accordi con altri Paesi. La realtà è che il calo di prodotto disponibile espone il nostro apparato industriale a un crollo di competitività.
Se i prodotti italiani vanno fuori mercato, chi li compra più? E se le manifatture chiudono, chi garantisce la coesione sociale? Mamma Europa? A tacere poi della scelta assai discutibile di predisporsi a riempire di valuta pregiata le borse delle più sanguinarie satrapie africane, le quali non userebbero il denaro italiano per fare il bene dei loro popoli ma per destabilizzare il quadro politico del continente africano, con conseguenze devastanti per i Paesi avanzati dell'Europa mediterranea. In questa follia collettiva rinunciare al gas russo sarebbe cosa alquanto bizzarra, dal momento che per primi gli ucraini si sono ben guardati dal farlo.
L'assurdo è che, guerra o non guerra, dei 700 milioni di euro giornalieri che Mosca riceve dai clienti europei a fronte del gas erogato una quota finisce nella casse di Kiev per i vantati diritti di transito dei metanodotti sul suo territorio. Non è un caso se le bombe russe abbiano colpito ogni sorta di obiettivo al suolo tranne i condotti del gas diretti in Europa. Ritornando alla domanda iniziale sull'opportunità di un nostro coinvolgimento in una guerra di lunga durata sul fronte ucraino, l'unica risposta sensata è che la partecipazione a un'estensione temporale del conflitto noi italiani non ce la possiamo permettere.
   
         
       
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
    LA LUNGIMIRANZA DI B.    
    Che cosa meravigliosa sono gli archivi, dove è conservata la memoria collettiva. E che cosa stupenda è Internet, la rete, che con un clic ci consente di recuperare quella memoria, visto che noi umani siamo piuttosto sbadati, inclini a rimuovere i ricordi dalla mente. Soprattutto quando il passato è scomodo e non conviene tirarlo fuori. Accade però che qualcuno, di tanto in tanto, si faccia un esame di coscienza e rispolveri qualche vecchia carta. È ciò che ha fatto "Il Giornale" di Augusto Minzolini. La testata giornalistica, associata alla famiglia Berlusconi, dopo settimane di martellante campagna anti-russa e pro-Ucraina - scelta editoriale del tutto legittima - ha pubblicato un documento di capitale importanza per comprendere come si possa essere ipercritici con i governi occidentali senza per questo essere tacciati di stare a libro-paga del leader russo. Si tratta di una lettera che Silvio Berlusconi inviò, nel 2015, al Direttore de "Il Giornale" per stigmatizzare la scelta dei governi occidentali di disertare le celebrazioni del 70esimo anniversario della vittoria sul nazismo che si svolgevano a Mosca, sulla Piazza Rossa. L'anno precedente - il 19 gennaio 2014 - c'era stata la rivolta di Piazza Maidan a Kiev - nella versione del Cremlino: un colpo di Stato appoggiato dagli occidentali - e c'era stata l'annessione della Crimea da parte della Federazione Russa.
Erano state varate le prime sanzioni economiche contro Mosca e la postura dei governi europei e del Nord America cambiava a favore dell'isolamento geopolitico ed economico del gigante euroasiatico. In tale cornice l'ex-premier italiano colloca un ragionamento di sorprendente lucidità. Il vecchio leone di Arcore, nel giudicare la scelta di isolare Vladimir Putin un grave errore prospettico, traccia uno scenario che è del tutto corrispondente alla odierna realtà. Scrive Berlusconi: "Quello che stiamo commettendo è un errore di prospettiva. Quella tribuna sulla Piazza Rossa, sulla quale di fianco a Putin siederanno il Presidente cinese, il Presidente indiano, gli altri leader dell'Asia, non certificherà l'isolamento della Russia, certificherà il fallimento dell'Occidente. Davvero pensiamo, dopo decenni di Guerra fredda, che sia una prospettiva strategica lucida quella di costringere la Russia ad isolarsi? Costringerla a scegliere l'Asia e non l'Europa? Crediamo che questo renderà il mondo un luogo più sicuro, più libero, più prospero?".
Siamo al ritrovamento della pistola fumante. Le parole di Berlusconi attribuiscono in modo inoppugnabile la causa degli eventi tragici ai quali stiamo assistendo non a un improvviso "impazzimento" del leader russo, come certe correnti del politicamente corretto vorrebbero far credere, ma a una sequenza di scelte sbagliate compiute dal fronte dei Paesi occidentali e che si sono rese evidenti già dal 2014. A voler essere precisi, le scelte sbagliate originano da un cambio di approccio al rapporto con la Russia che è data dalla prima presidenza Usa di Barack Obama, nel 2009. C'è un detto dalle nostre parti che recita: chi semina vento, raccoglie tempesta. Raramente la saggezza popolare ha offerto parole più adeguate a spiegare il comportamento dei governi occidentali negli ultimi due decenni nel trattare il dossier russo. Berlusconi lo aveva capito: sull'Ucraina bisognava trovare un compromesso sostenibile tra le ragioni di Kiev e quelle del Cremlino, "con Mosca e non contro Mosca". E invece i governi del nostro spicchio di mondo cosa hanno fatto? L'esatto contrario. Hanno lasciato che le cose degenerassero, che il livello delle provocazioni - perché sbandierare ai quattro venti il possibile ingresso dell'Ucraina nella Nato è suonata come una provocazione alle orecchie dell'inquilino del Cremlino - superasse la soglia di guardia; che gli stiracchiati accordi di Minsk divenissero carta straccia. E come se non bastasse, ancora oggi, a fronte di uno spiraglio di dialogo con cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, vero o falso che sia, apre a un negoziato di pace con Mosca, interviene a gamba tesa il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg - nomen omen - per dire che no, nessuna intesa sarà possibile prima della sconfitta militare della Russia.
Insomma, Putin sarà pure il diavolo che questa guerra nel cuore dell'Europa l'ha iniziata - ne avrebbe potuto e dovuto fare a meno - ma a continuarla sine die per procura, armando fino ai denti gli ucraini, siamo noi occidentali. Si asserisce che la guerra vada condotta, fino alla vittoria finale, per il nostro bene, di occidentali. E per la nostra sicurezza. Rispondiamo con una domanda che è di Berlusconi: "Ma tale sicurezza si garantisce meglio con una Federazione Russa parte integrante dell'Europa e dell'Occidente, o con una Federazione Russa asiatica, isolata e conflittuale?". Capite adesso perché, per nulla impressionati dagli insulti dei soliti idioti, che non mancano mai neppure a destra, ci sentiamo ingannati, presi in giro, da tutti coloro i quali hanno deciso di sfidare Mosca in una tragica roulette russa, usando le nostre tempie.
Possiamo dirci orfani di Putin? Certo che no, è un'insinuazione che volentieri lasciamo ai tanti imbecilli che osano farci la morale perché non siamo abbastanza solleciti nell'unirci al coro dei "Siamo-tutti-ucraini". È, però, vero che la Russia ci manca. Ha ragione Berlusconi: piuttosto che pensare a contenerla avremmo dovuto spendere ogni energia nel cercare le soluzioni giuste per agganciare in via definitiva alla civiltà occidentale la storia, la spiritualità e la cultura russe. E neppure avremmo dovuto calcare la mano nel dare di quel grande Paese, anello di congiunzione di mondi separati (l'Occidente e l'Oriente), la sprezzante rappresentazione di un'immensa area di servizio carburanti gestita da un delinquente. Che senso ha ricacciare Mosca tra le braccia della Cina e dell'India? Per spaccare il mondo a metà? E poi? Appiattirci sull'Ucraina ci farà essere meno dipendenti dai loro prodotti, dalle loro materie prime e dalle loro risorse naturali? Ci fornirà maggiore sicurezza per il domani? Ci eviterà, che sia oggi o che sia tra cento anni non fa differenza, di finire disintegrati da una pioggia di bombe nucleari? Andò meglio ai dinosauri, almeno loro si estinsero per colpa di un asteroide. Noi, se dovessimo ritrovarci a fine corsa contro la nostra volontà, con chi ce la dovremmo prendere?
Ora è tardi per recuperare, per rimettere indietro le lancette dell'orologio, per tornare alla foto di gruppo di Pratica di Mare, posto che qualcuno lo voglia fare. Ora è tempo che gli eventi, come in una tragedia del teatro greco, facciano il loro corso. È tempo che la Storia scriva le sue pagine sanguinose. Alla fine, si farà la conta dei danni. Poi perché, oltre al capro espiatorio, non vi siano colpevoli da individuare e condannare per i disastri provocati, si rimuoverà dalla coscienza collettiva ciò che è stato. Con il solito, inutile, bugiardo, ipocrita: mai più. Invece, si dovrebbe dire la verità su quelle foto di gruppo che ritraggono i nostri odierni governanti sorridenti e soddisfatti per quel che stanno combinando in Ucraina e con l'Ucraina. Perché quelle foto, parafrasando Berlusconi, non sono una prova di forza, ma l'emblema di una nostra sconfitta.
   
       
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