POLITICA  
    di Cristofaro Sola    
       
    LE EUROTANGENTI E I "MINIMA MORALIA" DELLA SINISTRA    
   
Sono giorni che siamo costretti ad assistere al grottesco tentativo dei "giornaloni" italiani di nascondere l'imbarazzo nel trattare la notizia delle tangenti che si sospetta siano state pagate da rappresentanti del Qatar a esponenti della sinistra europea, allo scopo di attenuare la pessima fama rimediata dal Paese mediorientale in materia di diritti umani e dei lavoratori. Il fatto certo è che l'ex europarlamentare del Partito Democratico, passato ad Articolo 1, Antonio Panzeri, in rapporti con personaggi qatarioti, sia stato trovato in possesso di una grossa somma in contanti nel corso di una perquisizione disposta dall'autorità giudiziaria belga. Le ipotesi di reato contestate sono di associazione a delinquere, riciclaggio e corruzione. Insieme al Panzeri sono stati tratti in arresto con la medesima accusa Francesco Giorgi, assistente parlamentare dell'eurodeputato nelle passate legislature e oggi nella segreteria dell'europarlamentare del Pd, Andrea Cozzolino; Niccolò Figà-Talamanca, direttore della Ong No Peace Without Justice che opera a Bruxelles. Ai domiciliari, sono finite la moglie e la figlia del Panzeri. Nell'indagine è stato coinvolto anche il sindacalista Luca Visentini, segretario della Confederazione internazionale dei sindacati, di cui era stato disposto il fermo, poi rilasciato dal giudice istruttore belga che non ne ha confermato l'arresto.
Ma non è finita. Sono stati perquisiti gli uffici di Federica Garbagnati, assistente dell'eurodeputata Alessandra Moretti; di Giuseppe Meroni, in passato assistente di Panzeri e oggi in forza allo staff di Lara Comi, eurodeputata di Forza Italia; di Donatella Rostagno, esperta di Africa sub-sahariana e di Medioriente, già collaboratrice di Panzeri e oggi assistente dell'europarlamentare belga di origine italiana, Maria Arena, inoltre componente del board della Ong "Fight Impunity", fondata da Panzeri e oggetto di indagini della procura di Bruxelles.
Come si noterà, sono tutti personaggi di sinistra e sono tutti italiani. A dare un tocco di internazionalità vi è tra gli arrestati colei che per gli inquirenti belgi potrebbe risultare il "gioiello della collezione": la greca Eva Kaili, vicepresidente del Parlamento europeo, colta con un mare di banconote tra le mura domestiche. Peccato, però, che anche l'affascinante politica ellenica sia riconducibile all'Italian Connection per essere la compagna di uno degli indagati nell'inchiesta in corso. Fonti di Bruxelles sostengono che lo scandalo esploso sia solo la punta dell'iceberg di un'inchiesta destinata a travolgere la credibilità del Parlamento europeo. Inoltre, altri eurodeputati sarebbero nel mirino degli inquirenti. Tra costoro vi è l'eurodeputato belga Marc Tarabella, di evidenti origini italiane, che si è autosospeso dal gruppo al Parlamento europeo Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D).
È una brutta storia, che macchia l'immagine del Paese e dà fiato ai nostri detrattori esteri, che potranno dire con perfido sarcasmo: sono i soliti italiani. Tuttavia, per quanto la faccenda sia in sé disgustosa, non sono loro, i presunti "mariuoli", a farci maggiormente del male. C'è una sinistra che per anni è stata campionessa del più servile filo-europeismo che ha portato l'Italia a essere un paria del consesso europeo. La nostra Patria, così bella e così fiera della sua millenaria storia, piegata e piagata dalla tracotanza del suo nemico più subdolo: la sinistra interna che da decenni sbandiera, a sproposito, la sua superiorità morale rispetto al nemico ontologico che sta a destra. Superiore un corno! Non facciamo che si caschi tutti dal pero. Alla superiorità morale della sinistra non abbiamo mai creduto. È stata una menzogna sulla quale i superstiti della stagione di Tangentopoli hanno costruito il loro diritto a impadronirsi dell'Italia. Al più, è stata scambiata per superiorità una naturale inclinazione all'arroganza ingiustificata che, tuttavia, ha funzionato da postulato alla pretesa impunità dei capi e dei quadri intermedi dell'ex Partito Comunista ai tempi di Tangentopoli e durante la Seconda Repubblica.
La ricordate la stagione delle Mani Pulite? Il vento della giustizia spazzò via la classe politica dominante della Prima Repubblica. Tutti colpiti e abbattuti: Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano, Partito Socialdemocratico Italiano, Partito Liberale Italiano, Partito Repubblicano Italiano e Primo Greganti. Non l'ex Partito Comunista Italiano che era diventato Pds, Partito Democratico della Sinistra, ma solo l'"eroico" compagno Primo Greganti, beccato con le mani nel sacco ma che ebbe il buon gusto di non tirare in ballo nessuno dei suoi.
Eppure, salvare la faccia del partito non avrebbe dovuto corrispondere a certificarne l'innocenza in fatto di mazzette incassate. Come quella misteriosa valigetta con un miliardo di lire che il povero Raul Gardini aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci. Di quella squallida vicenda non si è mai conosciuto il nome dell'elemosiniere di Palazzo che la ricevette in dono per la giusta causa. La maxi-mazzetta Enimont, benché regolarmente versata ai "compagni", non poteva essere attribuita penalmente a nessuno degli inquilini di Botteghe Oscure in ragione dell'assioma sulla superiorità morale della sinistra. Perciò, riguardo all'illibatezza della sinistra, niente di nuovo sotto il sole. Panzeri e soci, se dovessero essere confermate le accuse, sarebbero soltanto un particolare pittoresco di una lunga storia di illegalità compiute al riparo di una sfacciata menzogna. Ciò che infastidisce è la pretesa di alcuni commentatori al servizio dei "buoni", pur al cospetto dell'evidenza dei fatti, di gettare comunque la croce nel campo della destra. È il caso del politologo Piero Ignazi che, dalle colonne del Domani, li batte tutti. Cosa scrive Ignazi da far accapponare la pelle?
1) La destra non può cantare vittoria perché, in fatto di furfanterie, essa risulta ampiamente in testa. Il benchmark per misurare chi sia più "sporco" è la ripartizione per appartenenza politica degli inquisiti e condannati oggi presenti in Parlamento: 29 del centrodestra contro 5 del Pd.
2) La sinistra caccia o sospende i propri membri coinvolti in fatti illeciti mentre il centrodestra si chiude a riccio in difesa dei suoi inquisiti. Capite come funziona per questa razza di ipocriti? La pretesa censoria da peccato originale rende, agli occhi delle anime belle che la esercitano, irredimibili coloro che sono ontologicamente nemici. Ignazi si fa interprete di una rappresentazione del Bene assoluto che non viene scalfito dai comportamenti delittuosi dei suoi assertori. Neanche quando il modo disinvolto dei "compagni" di accettare denaro spalanca le porte della nostra civiltà a mondi che restano distanti anni luce da essa. Come quello delle dinastie arabe del Golfo Persico. È una cosa orribile che si pretenda di fare di tutta l'erba un fascio.
Se le cose si mettono male per la sinistra, la si butta in caciara evocando un comodo, mozartiano, "così fan tutte". No, cari compagni e compagne, così non fanno tutti. Non lo fanno quelli di destra. Loro non danno via i sacri principi per gonfiarsi le tasche di denaro. E non l'hanno fatto quelli della Lega quando sono stati coperti di fango per aver parlato bene della Russia e del suo leader. Il teorema accusatorio contro Matteo Salvini e i suoi era basato, evidentemente, sull'esperienza maturata sul campo: se si parla bene di qualcuno inviso agli altri, lo si fa per denaro. Stavolta, la diversità morale la tiriamo fuori noi. Perché non c'è parificazione che tenga con chi svende i fondamenti della civiltà a cui appartiene per intascare un "pizzo". I qatarioti non ci amano. Se provano a comprarci è perché ci vogliono cambiare, ma non prima di aver lucrato abbondantemente sulle nostre debolezze.
Ora, a sinistra ci sono "compagni" che vogliono riempirsi le tasche e fare vacanze da nababbi grazie al malaffare? Affaracci loro e della Giustizia che li deve stanare. Ma ci risparmino la lezioncina morale per pararsi le natiche quando vengono beccati con le dita nella marmellata.
   
   
         
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
    M5S: QUALCUNO VOLO SUL NIDO DEL CUCULO    
    È credibile Giuseppe Conte come guida dell'opposizione al Governo Meloni? Per rispondere alla domanda è necessario prima capire quale opposizione intenda intestarsi il leader dei Cinque Stelle. E, soprattutto, bisogna chiedersi se la strada scelta per contrapporsi al centrodestra sia definitiva o invece corrisponda a una rappresentazione della postura che l'ex premier mette in scena, salvo a stravolgerla ove le circostanze politiche - e le convenienze elettorali - lo richiedessero.
Una tale volubilità per qualsiasi politico sarebbe un'onta. Non lo è per il deputato Giuseppe Conte che del trasformismo ideologico, il più odioso, ha fatto la sua cifra identificativa. L'ex premier si scopre capopopolo a difesa dei più deboli e brandisce il Reddito di cittadinanza come una spada con la quale trafiggere i nemici politici. Un tempo, un personaggio del genere lo si sarebbe definito opportunista. All'avvocato di Volturara Appula, invece, non dispiacerebbe essere inserito nell'albero genealogico della sinistra. Ma sarebbe un intruso. Conte, nel rapporto con la sinistra, vive la sindrome del cuculo, l'uccello parassita. Il cuculo, ancora implume s'insinua nel nido di un uccello di altra specie, ne elimina le uova presenti, scaccia i nati della nidiata e si fa nutrire dalla madre surrogata. Che poi non è diverso, in fatto di tecnica dello scrocco, da ciò che il leader cinquestelle ha fatto e continua a fare a spese della sinistra tradizionale. Prima si è inserito in un campo non suo, perché il grillismo di cui si è impossessato è nato sul presupposto intangibile della terzietà rispetto ai blocchi storici della destra e della sinistra. Dopo un periodo di coabitazione nell'area progressista, il "cuculo" Conte ha cominciato a strattonare il legittimo abitatore di quel nido, il Partito Democratico, fino a spingere il suo leader, Enrico Letta, giù nel vuoto. E adesso, stando ai sondaggi, il "cuculo" comincia a succhiare il nutrimento del campo largo progressista, nella forma di occupazione dello spazio politico, al punto che qualche esperto pronostica per il Pd una fine per prosciugamento uguale a quella del defunto Partito socialista francese.
Ora, il signor Conte potrà pure camuffarsi da cuculo e rubare il pane di altri, ma questo non farà mai di lui un erede della cultura politica della sinistra occidentale per l'evidente ragione che la somma di populismo e qualunquismo, che il deputato Conte ha stipato alla rinfusa nel suo bagaglio ideologico, mal si combinano con i valori e le finalità della visione socialista. La teoria socialista, riguardo al fenomeno della disoccupazione, fonda sull'analisi originaria di Karl Marx che per primo attribuisce una forte soggettività alla classe operaia quale agente della storia. A differenza della centralità della divisione tra oppressi e oppressori nella teoria marxiana, per Marx i disoccupati sono assimilati alla plebaglia, venale, sottoproletaria, della "terza classe". Essi rappresentano un pericolo per la lotta di classe del proletariato contro la borghesia, in quanto sono l'"esercito industriale di riserva" del capitale e pertanto possono allearsi indistintamente con ciascuna delle due parti in lotta. Per il padre del comunismo, la massa di diseredati privi di lavoro e di coscienza di classe è un'escrescenza della società che genera una condizione di "sovrappopolazione relativa", funzionale allo sviluppo dell'economia capitalistica. L'idea di tenere masse d'individui inoccupati a carico dell'assistenza pubblica con forme di sussidio slegate dall'obbligo di qualsiasi tipo di prestazione lavorativa non sarebbe mai potuta appartenere alla sinistra che, in una logica di evoluzionismo sociale di matrice positivistica, ha posto in connessione il riscatto del proletario con il recupero pieno della sua dignità di essere umano.
Giuseppe Conte questa cosa non l'ha capita. Gioca a fare l'intellettuale organico al popolo su parole d'ordine e obiettivi, come la perpetuazione a tempo indeterminato del pubblico sussidio, che allontanano la filosofia del Reddito di cittadinanza dal socialismo mentre l'avvicinano a quella delle Power Laws del Medioevo anglosassone. Conte sceglie di farsi riprendere dalle telecamere mentre arringa i disperati che vivono la marginalità delle periferie. Ma anche in questo caso la superficialità del suo messaggio incrocia l'insufficienza delle sue analisi politiche. È accaduto di recente. L'ex premier si è concesso ai media dalla piazza di Scampia, per l'occasione affollata da una massa di questuanti desiderosi di rassicurazioni sulle future erogazioni del Reddito di cittadinanza. Cosa c'era di sbagliato in quelle immagini? Tutto. A cominciare dalla riproposizione di un vecchio cliché che vuole il quartiere napoletano di Scampia, insieme allo Zen di Palermo e al Corviale di Roma, paradigma del degrado economico, sociale e morale annidato nelle viscere della nazione. Uno stigma che ha fatto la fortuna di molti ciarlatani camuffati da intellettuali e di venditori di fumo in stile "Gomorra". Sebbene innegabili, la marginalità e i processi segregativi indotti da una errata interpretazione del Piano Straordinario di Edilizia Residenziale (Pser) per Napoli, varato dopo il terremoto del 1980, si associano alla presenza di realtà socio-economiche del ceto medio borghese, presenti in loco a seguito degli interventi di edilizia sovvenzionata e di cooperative abitative private. Scampia la si può definire un modello di urbanizzazione stratificata che rispecchia la periferia europea. Se ne ricava che solo una parte del quartiere può essere ricondotta allo stereotipo di "fabbrica della marginalità". È vero che la fama di piazza dello spaccio di stupefacenti più pericolosa d'Europa Scampia l'abbia guadagnata con la costruzione delle sette Vele le quali, per le caratteristiche della popolazione lì alloggiata, si sono trasformate ben presto in un microcosmo criminale all'interno di un macrocosmo del disagio. Ciò, tuttavia, non fa di Scampia un quartiere di tutti disperati o, peggio, di tutti delinquenti. Un'indagine sociologica svolta per individuare i profili ricorrenti delle categorie socio-produttive della generalità dei residenti nel quartiere tratteggia un quadro sorprendente per eterogeneità. Scrive al riguardo Fabio Amato in "Periferie plurali: il caso di Scampia oltre gli stigmi": "lavoratori dipendenti di industria e servizi, assegnatari di alloggi Iacp provenienti da altre periferie; assegnatari senza tetto; proprietari degli alloggi negli edifici delle cooperative provenienti da zone urbane ed extraurbane; occupanti abusivi in edifici di edilizia pubblica, soprattutto quelli non completati; abusivi che occupano i piani terra seminterrati, perciò chiamati 'scantinatisti'; infine Rom nel campo nomadi di Cupa Perillo, sito in un'area posta al di sotto del cavalcavia dell'Asse perimetrale Melito-Scampia".
Di tutta questa varia umanità, Giuseppe Conte chi intende rappresentare? Vi è un segmento di popolazione residente che vive dei proventi delle attività illegali e criminali. Costoro, risultando nullatenenti alla fiscalità generale, sono in prevalenza percettori del Reddito di cittadinanza. Attenzione, però. Nel caso specifico, non parliamo di un sostegno vitale offerto dallo Stato a individui totalmente indigenti. Traendo profitto da attività illegali, il sussidio per costoro va classificato come integrazione al reddito di provenienza illegale. È questo mondo che Conte vuole tutelare? E quando insinua che un eventuale taglio della misura assistenziale potrebbe provocare una violenta reazione sociale, a cosa allude? Alla capacità delle organizzazioni criminali di fare massa critica allo scopo di alimentare spinte eversive e ribelliste? L'avvocato in pochette sta scherzando col fuoco. Nella sua strategia si scorge l'illusione di replicare il trionfo del primo grillismo, nel 2013, generato dall'intuizione che fu di Gianroberto Casaleggio di canalizzare la protesta sociale e gestirla nell'alveo dell'ordine costituzionale. Ma non è detto che ciò che funzionò dieci anni orsono funzionerebbe oggi allo stesso modo. Sono cambiati i tempi ed è peggiorato il contesto generale. Se a muovere le piazze di domani dovessero essere soggetti provenienti da mondi antitetici alla società ordinata dalle leggi, Conte si troverebbe stretto tra due fuochi: la difesa dello Stato da una parte e, dall'altra, la tentazione di guidare contro le istituzioni democratiche quella che Marx ed Engels definivano la plebaglia dei lazzaroni. Per le dissennate parole pronunciate da Conte in questi giorni qualcuno ha evocato la figura, drammatica per la storia d'Italia, del "cattivo maestro". Dissentiamo. A noi, il Conte visto in azione ricorda le fattezze, goffe e pasticcione, di un apprendista stregone. Comunque, non ci piacciano entrambe.
   
       
       
         
    POLITICA    
    di Massimo Sergenti    
       
    I REGALI INATTESI    
    In verità, avrei voluto attendere il prossimo anno per scrivere sul 'nuovo' governo perché il breve tempo trascorso dal suo insediamento, a mio sommesso avviso, non era sufficiente per cominciare una seria opera di analisi (ovviamente, secondo le mie possibilità e capacità). Ma sono stato costretto a ricredermi perché dalla stampa ho appreso l'intenzione del reggitore del dicastero degli Interni di riformare il Codice della Strada e di introdurre delle novità restrittive. Un 'regalo' (seppur da ricevere nel prossimo futuro) che sotto le Feste non può essere ignorato senza i dovuti 'ringraziamenti'.
La motivazione sembra nascere dalla vetustà del predetto Codice, trent'anni, incentivata dai recenti, tragici fatti che hanno visto coinvolti giovani in stato di ebbrezza quando non sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. E, peraltro, il recente rapporto Dekra sulla sicurezza stradale sembra dare ragione all'atteggiamento del governo nell'affermare che nell'Unione Europea gli incidenti stradali nella fascia d'età 18-24 anni causano nel 64% dei casi la morte del guidatore o del passeggero al suo fianco, rispetto al 44% nella popolazione complessiva. Una situazione, quindi, che postula una necessaria riforma.
Non ci sono ancora le linee dei cambiamenti. Tuttavia, le esternazioni sia del ministro che del sottosegretario deputato lasciano un po' perplessi. Non discuto sull'esame circa l'uso del cellulare alla guida o in merito alla guida spregiudicata in monopattino elettrico. Nel contempo, non voglio far la parte del povero padre sempre pronto a giustificare il figliol prodigo ma qualcuno, intanto, potrebbe chiedersi perché una consistente parte giovani è oggi così fatua? Potrebbe domandarsi perché avverte la necessità di bere e di sballarsi? Non voglio certo avviare un'indagine sociologica, ma è innegabile che nei trent'anni trascorsi è stato posto in essere un dannato sistema altamente competitivo e specializzato dove o si corre, anche a danno del prossimo, o si è degli inetti.
Un sistema che non ha lasciato spazio a valori e a tradizioni, che non ha ammesso ideali, sentimenti e passioni, che ha elevato la precarietà come condizione di vita cancellando la speranza, determinando, per conseguenza, laddove le condizioni e i contesti non sono stati benigni, una latente insoddisfazione e una voglia di 'fuga', fisica e metaforica, accompagnata da vasta superficialità quando non da rabbia. E così, oggi, a distanza di trent'anni dalla posa della prima pietra dell'avvento del 'Progresso', nel costatare i risultati l'unico atteggiamento che, come rumore di scopa nuova ci viene in mente, è quello di inasprire le sanzioni.
Non basta l'omicidio stradale, relativamente nuovo conio legale, come se la configurazione giuridica del delitto, nelle tipologie e nelle modalità di esecuzione, possa assumere una forma diversa dal volontario, colposo, preterintenzionale o premeditato: condizioni tutte applicabili in una casa, in un luogo pubblico o su una strada. Ma lasciamo stare. Nelle recenti esternazioni si parla del ritiro della patente a vita. Per l'amor di Dio, non sono un garantista ma ciò significherebbe che la legge (e i suoi principi) non è uguale per tutti. Togliamo pure definitivamente la patente a chi ha falciato pedoni o altri automobilisti sotto l'effetto dell'alcool o della droga ma, nel contempo, dobbiamo necessariamente adeguare la legislazione per gli altri 'omicidi', comunque avvenuti sotto sostanze che, appunto, hanno alterato la coscienza. Altrimenti, è becera demagogia perché a fare la differenza sarebbe solo lo strumento del delitto, l'auto.
Mi verrebbe da dire che ben più stringenti sanzioni andrebbero varate per altri reati a prescindere per un attimo dalla droga e dall'alcool ma stavolta correrei io il rischio di scadere nel populismo. Passiamo, quindi, anche sopra la ventilata proposta di avere obbligatoriamente in auto il test per l'auto-misurazione del tasso alcolemico perché ci sarebbe da fare un gesto che avrebbe il sapore dell'irriverenza. Speriamo che, perdurando l'ipotesi, i rappresentanti delle prestigiose cantine italiche facciano quadrato e spieghino al responsabile del dicastero che un bicchiere di vino a tavola, oltre a far bene alla salute e all'economia del Paese, non ha mai ucciso nessuno.
Il fenomeno deprecabile dell'ubriachezza alla guida è sorto proprio quando la società ha iniziato a sfaldarsi, peraltro non a causa del vino bensì dei superalcolici, fenomeno tipico dei Paesi del Nord Europa. Lì, la società non si è sfaldata come da noi ma non ha stimoli, paga un 'botto' di tasse e ai bisogni provvede lo Stato. Non come da noi che paghiamo ugualmente nu sacch'e renar per non avere alcunché. Così, almeno abbiamo quelle esortazioni compensative che ci fanno apprezzare la tavola, pur smadonnando per le bischerate governative.
L'ulteriore esternazione, tuttavia, non può passare sotto silenzio: l'entità della contravvenzione, della multa, variabile in base al reddito del reo. Be', questa è roba da gatti fradici, si direbbe a Pisa. Ed il bello è che da quel dicastero si sono affannati a dire che un tale sistema è in essere da tempo in Germania, Danimarca, Svezia, Francia, Svizzera, Belgio e, da ultimo, in Gran Bretagna. Non ho grandi risorse, vivo di pensione, quindi non è per me che parlo né, tantomeno, ho a cuore le sorti dei 'dotati' economicamente ma ciò significa che di nostro non abbiamo più niente.
Prima, quando è iniziato lo 'smantellamento' sociale, il faro di riferimento, la luce guida, erano gli States. La competizione, la flessibilità, la velocità di reazione, l'adattamento all'andamento del mercato, e via dicendo. In pratica, abbiamo fatto inchinare (purtroppo, non solo noi) uno Stato all'economia, una collettività nazionale prona ai voleri di un ristretto gruppo di persone (sempre più rimpicciolito), dopo aver distrutto tutti quegli strumenti che consentivano una ripartizione equa del reddito prodotto. Così, in nome degli States e al pari di questi, le disparità, i baratri sociali, sono di tutta evidenza. Ma, almeno là, la mobilità ha un senso. Da noi, si può pensare che spostandosi da Roma, da Napoli, da Bari, da Palermo a Milano il lavoro si trovi checché ne dica l'ISTAT che si affanna a dichiarare incrementi a tutto spiano?
Adesso, da noi, il riferimento sociale ed economico degli States è andato scemando e, ora che ci penso, abbiamo trascorso un periodo dove l'obiettivo era l'elemosina e la depressione sociale. Non vorrei che adesso altri punti di riferimento sorgano all'orizzonte, tipo appunto i Paesi nordici europei. Perché, a volerli davvero considerare, avremmo di che 'saccheggiare' con gusto e a iosa e non solo citarli quando serve la pezza a colore. Ma, a voler restare nel campo dell'auto e della strada, intanto, in Germania non ci sono limiti di velocità e i pochissimi che sussistono è bene rispettarli perché le sanzioni sono alquanto dure, a prescindere dal reddito. Da noi, un po' come l'inferno italiano paragonato a quello tedesco nella barzelletta: una volta manca il martello per schiacciare i cabasisi e una volta manca la cacca per coprire. Dalla sentenza che di fatto ha abolito i tutors autostradali, nessun altro sistema automatico di rilevazione è stato introdotto.
Ma, poi, a dirla tutta, nei restanti Paesi è vero che l'entità della multa è commisurata al reddito ma, generalmente, essa ha un tetto che quasi sempre si attesta attorno ad un sedicesimo dell'introito mensile. In pratica, tradotto in Italia, significherebbe che con uno stipendio medio di 1.500 euro, il massimo della sanzione verrebbe posto a 240 euro. Qualcuno può dire al sottosegretario deputato che qui da noi per superamento dei limiti di velocità, ad esempio, la sanzione per chi ha e per chi non ha, ammonta già attorno ai 250 euro che si raddoppiano (costume italiano) se non si comunica il nome del guidatore?
A meno che, i responsabili del dicastero non pensino a sanzioni ben più aspre. Allora, alla bischerata si sommerebbe l'ingiustizia perché lo scopo ravvisabile sarebbe solo quello di fare 'cassa'. Nel qual caso, i riferimenti non sono i Paesi del Nord bensì alcuni Comuni italiani i cui vigili sembra abbiano l'abitudine di appostarsi dietro gli angoli, a ridosso di un cespuglio o alla fine di una larga curva per cogliere in fallo il contravventore. Le casse comunali languono.
Comunque, per ora, sono solo esternazioni. Vedremo in appresso ma è certo che con la sola demagogia non si è mai governato un Paese. Servono idee che facciano sistema strutturale. La campagna elettorale è finita e prima della prossima dovrebbero trascorrere cinque anni.
   
         
       
    POLITICA    
    di Antonino Provenzano    
    RAZZISMO O CLASSISMO?    
    Il caso Soumahoro, con l'inevitabile cicaleccio politico/mediatico di contorno, in concomitanza con il prosieguo di sbarchi illegali dall'Africa, ha ri-attualizzato - caso mai ce ne fosse stato bisogno - la perenne questione di un presunto atteggiamento razzista da parte degli italiani. Non essendo sociologo, non esprimo valutazioni al riguardo, ma, da cittadino e limitatamente alla mia modesta persona, mi arrogo il diritto di avere qualche mio convincimento in merito.
Credo, per prima cosa, che in Italia si faccia una confusa sovrapposizione tra "razzismo" e "classismo". Cosa intendo dire? Mi si consenta in proposito una breve digressione:
Un giorno un amico mi pose in modo brusco la seguente domanda: "ma tu, caro Antonino, ti consideri, o no, razzista?" La mia risposta fu: "no, non potrei mai essere razzista in quanto mi reputo profondamente classista, ma" - continuai - "nei limiti di una sorta di classe dell'animo, del sentimento, del comportamento, dell'educazione, della cultura, cose tutte che poco o nulla hanno a che vedere col colore della pelle, con lo status sociale o con il censo. Anzi, denaro e potere appaiono spesso in controtendenza con il livello della classe" di spirito degli interessati. Una per tutte? La mia personale memoria di alcuni braccianti agricoli nei feudi della Sicilia occidentale del secondo dopoguerra che, pur disponendo di quasi nulla di materiale avevano, nella loro povertà, una autocoscienza della propria dignità di esseri umani come parte di un consorzio di pari, che li rivestiva, appunto, di una "classe" in aperto contrasto con la modestia della loro condizione socio-economica". In tutt'altro contesto e dimensione, ma in modo altrettanto pertinente, giova anche ricordare come la stucchevole dialettica di "razza versus classe" venga rappresentata in modo molto efficace nell'ottimo film "Indovina che viene a cena" con Spencer Tracy, Sidney Poitier e Katharine Hepburn.
Il perdurante sguardo interrogativo del mio interlocutore mi costrinse a dover elaborare ulteriormente il concetto con paio di esempi del tutto teorici affinché, esasperandolo, essi potessero aiutarmi a delineare le caratteristiche di un ipotetico "razzista", diciamo, perfetto, purissimo, di natura quasi iperuranica. Ed altresì evidenziare come tali presunti razzisti "duri & puri", siano in realtà molto pochi e che colui che di tale atteggiamento si riempia la bocca, confonda in realtà la "razza" con la "classe". Equivoco questo alimentato in parte anche dal fatto che la massa di disperati che sbarca sulle nostre coste si presenta, in forma e sostanza, come composta da persone appartenenti alla categoria degli ultimi e dunque posizionati al gradino più basso della scala sociale. Data, ahimè, la natura umana e facile che essi vengano guardati con una sorta di sprezzante superiorità.
Al riguardo, e tornando alla provocazione, immaginiamo dunque che il presunto razzista senza se e senza ma di cui sopra si veda recapitare un ipotetico, elegante cartoncino in cui si legga qualcosa del tipo:
"Il Presidente degli Stati Uniti d'America e la Signora Obama si pregiano di invitare il Signor Tal de Tali e Signora al Pranzo di gala che avrà luogo alla Casa Bianca il giorno X alle ore Y. R.S.V.P."
Con coerenza "razziale" il nostro eroe dovrebbe limitarsi a rispondere con convinzione: " io per principio non frequento neri e, men che meno, mai mi siederei a tavola con uno di loro!" . Molto improbabile, nevvero!? Credo piuttosto che il nostro amico si precipiterebbe subito a Washington per potersi assidere a cotanto desco con buona pace del suo…. conclamato razzismo, evaporatosi all'istante di fronte alla "classe" di appartenenza dell'augusto invitante!
Su un livello molto più pedestre, potremmo anche immaginare una seconda e più verosimile fattispecie:
C'è il rischio di rimanere bloccati per un itero fine settimana, a causa di un improvviso guasto, nella cabina dell'ascensore di un palazzo di trenta piani ed al nostro iperuranico razzista viene data l'ipotetica possibilità di scegliere, come casuale compagno di sventura, tra un ingegnere nucleare giapponese (di cosiddetta "razza" gialla) ed un ragazzotto nostrano spacciatore di stupefacenti (di perfetta "razza" bianco-lattea) per trascorrere insieme 36 ore da coatti in quattro metri quadri. Lascio al gentile lettore la risposta circa quale potrebbe essere la più verosimile scelta del nostro amico iper-razzista.
Quanto sopra al semplice scopo di sostenere un mia convinzione secondo la quale qui da noi in Italia si confonde il razzismo con il classismo e per cui ci si scaglia contro coloro che hanno la pelle diversa, non in quanto "colored", ma in quanto di classe sociale, economica e culturale percepita (e spesso, di per se stessa, effettiva) come inferiore. Non dunque per motivi di principio o di sentire razzista, quanto piuttosto in considerazione del loro attuale stato di fatto (che, in puri termini di lettura"spot" del fenomeno è spesso più che evidente), ma che potrebbe ben modificarsi in una prospettive di più lungo periodo. Un esempio a sostegno di tale tesi? La mia lunga esperienza di vita australiana che mi consente di testimoniare come i primi emigranti italiani, giunti in massa in quel continente tra i due conflitti mondiali e poi nel secondo dopoguerra, vennero accolti da quei bi-secolari residenti di origine nord-europea ne più ne meno come qui da noi l'attuale immigrazione di colore a Lampedusa. Dal mondo "aussie" di provenienza britannica quei nostri connazionali venivano infatti considerati "razza" inferiore, pretta manovalanza per i lavori più umili e chiamati in modo dispregiativo "diegos" (pronunciato "daigos"); essi costituiscono oggi la primaria classe dirigente di origine non anglosassone del paese ed il connazionale Anthony Albanese è l'attuale capo del governo federale. Quindi la "classe" di quei nostri vecchi italiani ha fatto, a lungo andare, premio sul presunto disdoro della loro appartenenza alla "razza mediterranea" un tempo considerata colà come inferiore. " Mutatis mutandis", lo stesso discorso varrebbe, tenuto conto della sua storia imperiale, per l'attuale Gran Bretagna ed il suo nuovo Primo Ministro di origine indiana.
Certo i nostri emigranti, ovunque essi siano sbarcati, negli Stati Uniti, in Sud America, in Oceania e nell'Europa del nord hanno saputo riscattare, col valore del proprio lavoro e con l'intelligenza del duttile adattamento alle nuove realtà ospitanti, il gravoso handicap iniziale costituito da caratteristiche locali, costumi e pregiudizi avversi nei loro confronti, mai ponendosi come antagonisti al sistema che li accoglieva, ma, al contrario, adeguandosi alle nuove differenti realtà trovate di volta in volta, senza mai considerare il paese ospitante come una sorta di rifugio per "zattere" ove su ciascuna di esse possano accomodarsi liberamente le più diversificate "enclavi" di culture esotiche, nonché dei più diversificati usi e costumi, ciascuno dei quali libero di manifestarsi senza remore o come meglio aggradi: dallo spacciare droga, all' assalire donne nei parchi cittadini o addirittura nello strangolare e seppellire figlie adolescenti ribelli (il caso della giovane pakistana Saman, barbaramente assassinata dalla famiglia, "docet"). Non è dunque questione di razzismo. Qui si tratto di rispettare uno Stato di diritto a cui Storia, tradizione e scelte politiche hanno dato un fisionomia, con norme e costumi, che va accettata e condivisa senza eccezioni o sotterfugi. La partita tra razzismo e classismo nell'Italia di oggi è dunque del tutto nelle mani degli immigrati che sbarcano sulle nostre coste. Qualora essi si considerino vittime "a priori" di immeritate stigmate di inadeguatezza, illegalità, discriminazione o rigetto, l'eventuale riscatto da tutto ciò non potrà che dipendere soltanto dagli stessi interessati. Sorveglino, isolino e stigmatizzino chi tra i propri connazionali giunga in Italia per delinquere con forme di illegalità più o meno gravi, più o meno impattanti o più o meno appariscenti. Controllino, come comunità etniche, le componenti anomale delle loro stesse genti e stiano certi che allora non vi saranno più giudizi sommari, discriminazioni o forme di rigetto nei confronti di chi è "diverso" soltanto per il colore della pelle. Ed ecco spiegato anche quell'arcano secondo cui, anche il più becero tra i cosddetti "razzisti" nostrani, non abbia difficoltà alcuna a cogliere, tra le varie comunità straniere qui immigrate, le lampanti differenze che diversificano quelle dedite per lo più a spaccio, prostituzione e truffe "on line" da quelle che contribuiscono invece, con i loro umili e silenziosi lavori domestici, al quotidiano benessere delle nostre famiglie.
Roma, 5 dicembre 2022
   
       
    POLITICA    
    di Cristofaro Sola    
       
CASAMICCIOLA: PIOVE SUL BAGNATO
    Attribuire colpe a chicchessia per le conseguenze di un cataclisma, quando la ricerca delle vittime è da poco terminata, è inopportuno. Sarebbe più salutare tacere e attendere tempi migliori, prima di imbarcarsi in fumose discussioni su possibili responsabili da colpire con l'implacabile scure della giustizia. È un invito rivolto a tutti, media compresi, perché castronerie e giudizi sommari non aiutano la causa della verità. La frana che ha colpito il Comune di Casamicciola Terme, sull'isola d'Ischia, ha cause complesse la cui individuazione non può essere affidata alla "tuttologia" di coloro che nel volgere di alcuni mesi si sono presentati all'opinione pubblica prima da esperti virologi, per dire la loro sul Covid, poi si sono trasformati in strateghi militari, pur di pontificare sulla guerra russo-ucraina. E oggi, con immutata sicumera, strologano da consumati idrogeologi sulle cause della frana.
Un po' di senso del pudore, no? Neanche il tempo di capire cosa fosse accaduto, che gli "esperti" mediatici hanno puntato il dito contro l'abusivismo edilizio di cui l'isola flegrea è vittima. Ora, che il problema esista non v'è dubbio. Stavolta, però, l'abusivismo non c'entra. Almeno non è la causa diretta della frana che si è generata dal crollo di un costone del Monte Epomeo, alla quota di 700 metri, dove case e manufatti umani non ci sono. I morti vi sono stati perché la valanga d'acqua, massi e fango nella sua corsa verso il basso ha travolto delle abitazioni. La domanda è: quelle case potevano stare lì o erano abusive? Prima di sparare sentenze, occorrerebbe consultare gli atti in possesso delle autorità comunali per verificare se le licenze edilizie fossero state concesse o meno. Bisognerebbe accertare se sulle costruzioni pendessero istanze di condono e se le medesime fossero ubicate nella cosiddetta "zona rossa", cioè a più elevato rischio sismico e idrogeologico.
Ribadiamo: erano o no in zona rossa? In effetti, lo si scopre consultando la piantina allegata all'ordinanza comunale numero 102 del 5 febbraio 2018 che definisce la nuova perimetrazione della "zona rossa" del Comune di Casamicciola Terme, rielaborata in seguito agli eventi sismici del 2017. Per non tirare a indovinare, c'è un responsabile della procedura, che l'ordinanza comunale individua nel capo dell'Area tecnica del Comune di Casamicciola Terme, a cui chiedere per avere la risposta giusta. Capirete bene che non è irrilevante stabilire se le case sepolte dal fango fossero a norma con i regolamenti edilizi e se, quindi, fossero fuori dalla famigerata zona rossa. In caso affermativo, la critica sguaiata di queste ore avrebbe sbagliato bersaglio. A ingarbugliare la matassa è intervenuto l'ex premier Giuseppe Conte, che con sorprendente vigliaccheria ha tentato di allontanare da sé ogni responsabilità per l'emanazione del decreto legge del 28 settembre 2018, numero 109, meglio noto come "Decreto per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova". Il provvedimento prevede, al capo III, "Interventi nei territori dei Comuni di Casamicciola Terme, Forio, Lacco Ameno dell'Isola di Ischia interessati dagli eventi sismici verificatisi il giorno 21 agosto 2017". In particolare, i fari dei media sono stati puntati sul contenuto dell'articolo 25 del decreto, poi convertito in legge, che reca in rubrica "Definizione delle procedure di condono". Apriti cielo! Qualcuno avrebbe detto: ma che c'azzecca Ischia con la ricostruzione del ponte caduto a Genova? Nulla. Gli opinionisti da bar dello Sport ci sono andati a nozze: trovato il colpevole dei morti della frana ischitana. È lui, Giuseppe Conte, il responsabile dell'odierna tragedia, avendo consentito, a esclusivo beneficio degli ischitani dei Comuni di Casamicciola Terme, Forio e Lacco Ameno, di riaprire di fatto i termini del condono edilizio tombale del 1985.
Quale gigantesca idiozia! Per quanto del signor Conte, capo dei Cinque Stelle, pensiamo tutto il male possibile, questa volta non sarebbe leale gettargli la croce addosso, anche se lui con il pusillanime tentativo di svignarsela ha fatto di tutto per apparire colpevole. In primo luogo, quella norma - surrettiziamente introdotta in un decreto d'urgenza riguardante tutt'altra vicenda - fu un escamotage della politica per dare risposta a un problema concreto che, se non risolto tempestivamente, avrebbe tagliato fuori dal pacchetto di aiuti - stanziati dal Governo per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del 2017 - la stragrande maggioranza delle abitazioni private e delle strutture imprenditoriali presenti nel Comune di Casamicciola. Il provvedimento comprensivo del contestato articolo 25 fu approvato da tutto il Movimento Cinque Stelle, con qualche insignificante eccezione. E non solo. Ebbe il voto della Lega che, in sede regionale, aveva combattuto la battaglia per l'applicazione delle norme sul condono edilizio del 2003, non riconosciuto in Campania dall'allora Giunta regionale guidata da Antonio Bassolino. Sulla stessa posizione si schierarono Forza Italia e Fratelli d'Italia. Unica forza a opporsi fu il Partito Democratico, tenuto a difendere la decisione di Antonio Bassolino.
Ma l'abusivismo a Ischia si rappresenta alla stregua di una matrioska. Esiste una singolarità isolana che s'inserisce in una più ampia specificità campana che, a sua volta, s'inquadra nella generalità del fenomeno nazionale. L'abnorme presenza di domande di condono su un territorio delimitato, quale quello dell'isola d'Ischia, rispecchia la volontà degli isolani di sentirsi padroni della loro terra, anche a dispetto delle normative che imporrebbero vincoli stringenti all'esercizio del diritto alla proprietà privata. Chi conosce la psicologia dell'isolano, sa che la percezione che gli ischitani hanno dell'istituto del condono edilizio è l'opposto della realtà: l'atto sanatorio non è vissuto come un'occasione straordinaria per mettersi in regola con le normative vigenti. Al contrario, è inteso come l'opportunità che lo Stato concede a se stesso di riconciliarsi con la legittima pretesa degli ischitani di godere, pienamente, di ciò che gli appartiene in via esclusiva per diritto di nascita. La ragione dell'esasperata lentezza nell'evadere le istanze di condono non va ascritta alla burocrazia, ma alla necessità di garantire l'equilibrio tra gli interessi degli isolani, i doveri delle istituzioni pubbliche e la cogenza delle norme dell'ordinamento giuridico. Ne è prova la difficoltà nel procedere alla ricostruzione dopo il sisma del 2017, non per la farraginosità della Pubblica amministrazione ma per la pretesa dei danneggiati dal terremoto di non subire alcuna delocalizzazione e di poter ricostruire le abitazioni distrutte esattamente dov'erano situate prima dell'evento catastrofico, indipendentemente dal fatto che quelle aree fossero insicure.
Come mostrano le immagini, le case travolte non erano baracche abusive coperte da lamiere ma abitazioni di pregio, il cui valore di mercato è decuplicato dalla presenza di un panorama tra i più belli al mondo. Gli ischitani lo sanno da sempre e per questo si oppongono con ogni mezzo al cambiamento dello status quo, anche se ciò dovesse comportare un rischio mortale. Un imprenditore isolano della logistica, in auge alcuni decenni orsono, era solito affermare che, nascendo a Ischia, si diventava di diritto azionista di una grande spa. Aveva ragione. L'economia del luogo ha funzionato secondo logiche del tutto avulse da quelle che governano l'economia nazionale. È stato giusto consentire che si coltivasse un sentimento di separazione dal contesto nazionale così forte? No, e la politica ha le sue colpe. Avere assecondato nel tempo la natura monotematica dell'economia isolana, totalmente vocata al comparto turistico e al suo indotto, ha creato i presupposti perché i fenomeni catastrofici potessero abbattersi sulla popolazione. Il vero colpevole della frana dei giorni scorsi è rappresentato dall'incuria riservata alle terre alte dell'isola. La necessità di cristallizzare, come in un'oleografia ottocentesca, la natura selvatica dei luoghi, per accrescere il fascino esotico dell'isola, ha distolto le istituzioni pubbliche dal dovere di garantire la pulizia continua del sottobosco, la sistemazione degli alvei, la creazione di vasche d'espansione per contenere le acque pluviali e di canaloni per consentirne il regolare deflusso verso il mare. La necessità di intensificare l'urbanizzazione delle zone costiere dell'isola ha tolto spazio ai rii e ai ruscelli, funzionali alla decongestione della montagna. Più grave ancora è stata la scelta di abbandonare l'agricoltura collinare che, se tempestivamente pianificata e sviluppata, avrebbe offerto maggiori possibilità di cura e di governo al territorio.
Ora, padronissimi gli ischitani di rischiare le proprie esistenze e quelle dei loro figli per continuare a vivere a modo loro. Ma se volessero cambiare verso, pensando meno a cosa mettere a reddito per fare denari e riflettendo più sul dotarsi di una solida tranquillità esistenziale, riprovino a fare ciò che portavano avanti i loro avi, coltivando la terra e manutenendo i terreni incolti. Potranno maggiormente godere di buon vino e di buona frutta. E temere meno la furia devastatrice delle acque alluvionali.
   
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