PUNTO DI VISTA  
    di Silvio Sposito*    
       
    CONSIDERAZIONI SULLA PANDEMIA DA SARS-COV2    
   
Come medico e cittadino italiano mi sento in dovere di far presenti alcuni fatti che ritengo non essere stati sufficientemente messi in rilievo, almeno finora, riguardo alle problematiche connesse, direttamente o indirettamente alla epidemia da Sars-Cov2 (impropriamente detto Covid-19, sigla che si riferisce non al virus in quanto tale ma alla sindrome clinica da esso determinata). Premetto che ritengo fondamentale affrontare questo drammatico problema con il necessario distacco, non per cinismo, ma per evitare eccessivi coinvolgimenti di tipo emotivo e non razionali. La verità scientifica - per quanto sia a noi possibile avvicinarvisi - deve guidarci sempre e comunque. Per questo motivo, e avendo anche lavorato in gioventù in reparto di medicina interna con letti di malattie infettive, ho seguito con interesse l'evento fin dal suo esordio.

Devo dire, a questo proposito, che fui tra i primi a sospettare la gravità di quanto si sapeva avvenire in Cina (gennaio 2020) e il rischio che correva tutto il mondo. Per mio personale interesse avevo seguito recenti ricerche sul virus della famigerata "spagnola" del 1918-20, così che quando venni a sapere che: a) l'epidemia cinese era dovuta ad un virus a diffusione aerea b) sembrava essere più contagioso dell'influenza c) era in grado di provocare, in alcuni casi, una polmonite virale primitiva di tipo interstiziale, mi preoccupai non poco. Ciò configurava infatti, molto chiaramente, una possibile minaccia globale, tipo "spagnola", e sarebbe stato necessario proteggersi con una rigorosa quarantena verso chiunque - cinese o meno - entrasse in Italia provenendo dalla zona epidemica. Come ben sappiamo nulla di tutto questo fu fatto, anzi la (mancata) quarantena fu definita "razzista" mentre si correva ad abbracciare i cinesi italici (quasi tutti sicuramente innocenti, tranne quelli, non sappiamo quanti, nel frattempo rientrati dalla Cina, per non parlare dei turisti). Errore molto grave e pagato a caro prezzo, anche perché ideologico. Vedete, si può sbagliare per tanti motivi, e nessun umano può dirsi a prova di errore: per ignoranza, superficialità o presunzione; ma sbagliare per ideologia è davvero particolarmente grave. Dunque una grave e colpevole sottovalutazione iniziale. Ricordiamo solo alcune cose dette (l'elenco sarebbe molto lungo): "è solo una brutta influenza" "due casi di coronavirus, pensiamo all'influenza" "dobbiamo fermare il virus non le persone" "Milano non si ferma" e così via cantando e dicendo sciocchezze pericolose. Poi, improvvisamente, il brusco ritorno alla realtà, il rapido precipitare degli eventi e la corsa ai ripari con chiusura totale di tutto il paese.
Poi si capì che: a) il virus circolava già in Italia, allegramente e liberamente, almeno fin da fine dicembre 2019/inizio gennaio 2020, e ha continuato a farlo fino al 9 marzo senza nessuna misura di protezione nonostante fosse stato proclamato lo "Stato di Emergenza Nazionale per rischio pandemico" fin dal 1° febbraio b) al Sud si sarebbero potute prendere misure più graduali e regionalizzate (come fatto giustamente ad inizio autunno) vista la diffusione molto minore del virus per motivi oggetto di studio - clima eccezionalmente mite e soprattutto secco? Ciò avrebbe limitato assai i danni di tipo economico al Sud. Il 4 maggio si riapre e subito un grande allarme: un analista di dati (non medico) e un'agenzia straniera (Imperial College di Londra) prevedono per giugno una "seconda ondata" devastante con decine di migliaia di morti; anche un componente il CTS si unisce al corteo degli allarmisti! Il Napoli vince una coppa e i napoletani invadono la città; diverse manifestazioni in varie città. La catastrofe è annunciata, ma non succede proprio niente, anzi i contagi crollano e tutti i parametri virano verso lo zero. Effetto del blocco totale? Certamente in buona parte, ma non solo. L'infelice analista di dati o la celebre agenzia inglese di cui sopra, o l'illustre collega del CTS non avevano considerato un convitato di pietra decisamente di peso: non il "caldo" ma il CLIMA. Tutti i virus respiratori, nessuno escluso, sono fortemente influenzati da fattori climatici, non ancora del tutto compresi: temperatura, umidità, pressione atmosferica, lunghezza del giorno, nuvolosità e limpidità dell'aria e, di conseguenza, quantità di radiazione UV al suolo. Ciò determina una forte STAGIONALITA' ovviamente maggiore laddove più evidenti sono le stagioni, ovvero alle latitudini medio-alte di entrambi gli emisferi. Non vi sarà mai un'epidemia influenzale al di fuori del pieno inverno! Altri virus hanno un picco più primaverile e/o autunnale. Il miglioramento estivo (ora evidente ad esempio nell'emisfero australe) era quindi dovuto alla sommatoria delle azioni umane di controllo (chiusura, distanziamento, mascherine) e della protezione climatica. Ciò è stato recentemente confermato da importanti studi anche di climatologi e geologi (noi medici, tutti, dovremmo essere più umili e valutare con rispetto e attenzione le idee dei cultori di altre discipline). Eppure si continua a non tenere sufficientemente conto del fattore climatico. Ciò potrebbe comportare ulteriori gravi errori, oltre a quello di cui detto sulle previsioni post-riapertura primaverile.
La migliorata situazione consente un'estate più serena con allentamento di molte, forse troppe, precauzioni. Riaprono molte discoteche estive (all'aperto). La curva dei contagi riprende a salire, anche se lentamente. In realtà - come evidenziato dal prof. Battiston, eminente scienziato e analista di dati - il cosiddetto Rt a settembre non risale, ma continua a scendere per iniziare a risalire decisamente solo a inizio ottobre con la riapertura scolastica. Ciò fa pensare che la maggiore responsabilità della ripresa autunnale vada, più che alle follie estive (comunque all'aperto e che comunque sarebbe stato meglio evitare) al sovraccarico dei trasporti (bus, metro, treni regionali dei pendolari e degli studenti) con notevole e rischioso assembramento delle persone, anche se (parzialmente) protette dalla mascherina (non FFP3). Il tutto mentre vengono rapidamente meno i fattori climatici protettivi (vita all'aperto, radiazione UV solare, vitamina D e altri ancora) sostituiti da altri sfavorevoli (umidità, ridotta esposizione a UV, vita al chiuso, inquinamento, nebbia). Arrivano nuove restrizioni in previsione di una traversata nel deserto in attesa dei vaccini o degli anticorpi monoclonali. Tralascio ciò che si poteva fare in estate (oltre non aprire le discoteche): potenziare la medicina sul territorio per fare da filtro agli ospedali, potenziare le terapie intensive e gli organici medici e infermieristici (anche completare rapidamente l'assegnazione dei posti agli specializzandi) potenziare i trasporti locali, sia cittadini che regionali (bus, metro e treni regionali) in vista della riapertura delle scuole e della ripresa lavorativa.
Tutte cose non fatte o fatte parzialmente e male a favore di altri provvedimenti, del tutto inutili se non risibili, di cui non intendo neppure parlare..
Ma ora vorrei puntualizzare alcuni punti specifici di particolare rilievo.
Della Stagionalià'del virus abbiamo parlato. Molto altro ci sarebbe, ma basti dire che chi non ci credeva ha dovuto ricredersi.
Sars-Cov2 e influenza
si continua a dire che occorre vaccinarsi per l'influenza per non confondere i due quadri clinici e non sovraccaricare ancor più gli ospedali (non si sa poi cosa possa risultare da una sovrapposizione delle due infezioni). Giusto, giustissimo vaccinare le categorie a rischio (bimbi piccolini, anziani e sanitari). Impreciso dire che i quadri clinici sono sovrapponibili. La sindrome Covid è molto caratteristica e facilmente differenziabile con una semplice anamnesi ben condotta circa i sintomi e la loro tempistica di comparsa. Ricordiamo che i test non possono avere una specificità del 100% per i falsi negativi o positivi sempre presenti. Sintomi Covid di esordio: tosse secca, febbre anche elevata, profonda astenia spesso per ipotensione marcata a rischio di lipotimia; più rari: diarrea, faringodinia, ageusia, anosmia, dolori articolari, congiuntivite, eruzione cutanea polimorfa. Influenza: febbre, rinite secretiva spesso violenta, faringodinia talora forte, tosse di vario tipo, dolori osteoarticolari diffusi (ossa rotte), astenia lieve senza ipotensione marcata. Le differenze sono notevoli e spicca l'assenza del raffreddore, molto importante anche per altri motivi che vedremo. In realtà un raffreddore, di solito modesto e fuggevole (un giorno) può manifestarsi nella seconda fase di malattia (dopo diversi giorni). Solitamente precede la guarigione, tuttavia, se si prolunga ed aggrava può precedere la polmonite! In sintesi la diagnosi differenziale clinica è piuttosto agevole.
Modalità di contagio e di prevenzione del contagio
Il coronavirus Sars-Cov2 è un virus a prevalente diffusione respiratoria. Il suo più stretto parente è il Sars-Cov1 responsabile dell'epidemia di Sars del 2003-4 nella quale non fu possibile dimostrare una via di diffusione diversa da quella aerea (Epidemie - Giovanni Rezza - 2a edizione 2020). Si è comunque ipotizzato che, come i virus del raffreddore (4 dei circa 81 virus noti sono coronavirus) e quelli influenzali, una quota dei contagi possa derivare dal contatto (delle mucose non della pelle) con oggetti contaminati di recente dal virus. Sappiamo che ciò avviene spesso per raffreddore e influenza, ma perché? Perché la rinite secretoria, con sternuti o il soffiarsi il naso, fa sì che le mani contaminate trasmettano il virus a: maniglie, pulsanti, telefonini, bicchieri e così via; il contatto delle mani di altre persone, finché il virus è ancora vitale, e il successivo contatto delle proprie mani contaminate con la mucosa orale, nasale o la congiuntiva, trasmette il virus. Da qui le misure che sappiamo e le cosiddette sanificazioni. Tuttavia, un crescente numero di studi mostra che la trasmissione per questa via - come d'altronde avveniva per il Sars-Cov1 del 2003 - è marginale e poco significativa dal punto di vista clinico. E per un motivo molto semplice: nella sindrome Covid-19, come detto prima, la rinite acuta all'esordio non è presente al contrario di raffreddore e influenza e, nei casi di comparsa tardiva, il paziente sarà a casa o in ospedale; solo in caso di compresenza di vero raffreddore e infezione da Sars-Cov2 potrebbe verificarsi tale evenienza, la cui incidenza deve quindi ritenersi molto più rara e difficile nella sindrome Covid-19 rispetto a raffreddore o influenza. Alcuni colleghi, anche in TV, si sono affannati a negare che la rinite sia assente smentiti però dai documenti ufficiali anche della OMS. Come detto la rinite non è del tutto assente, ma la sua (rara) comparsa avviene nella seconda fase di malattia, quando molto difficilmente il malato va in giro a contaminare altre persone, ma più facilmente sarà a casa o in ospedale. Alcuni studiosi, in base a queste recenti evidenze di trasmissione in larghissima prevalenza aerea si sono rivolti alla OMS chiedendo di modificare le raccomandazioni profilattiche a questo riguardo. Per ora senza esito.
Per finire, ricordiamo che tutti gli studi che ci informano sulla permanenza del virus sulle varie superfici sono studi di laboratorio che, oltre ai secondi, minuti e ore di sopravvivenza non ci dicono se, in condizioni naturali, esista un reale rischio di contagio. Alcuni recenti studi sul rischio di contagio nelle industrie di alimenti surgelati lo hanno ulteriormente escluso (lunga persistenza del virus sulla superficie delle confezioni ma contagi tra il personale nulli).
Da queste considerazioni si evince che le misure preventive andrebbero accentuate verso la trasmissione aerea e allentate verso quella per contatto. Quindi in primis DISTANZIAMENTO che è la misura più importante; il virus infatti si trasmette per droplets o goccioline, ad elevata carica virale, il cui percorso in aria può variare anche sensibilmente a seconda dello stato fisico atmosferico (umidità, insolazione, temperatura, pressione atmosferica) oppure per aerosol, particelle molto più piccole e a minor carica virale, ma che possono persistere in aria molto a lungo. Molti studi hanno dimostrato che l'aerosol, all'aperto, non è contagioso grazie alla dispersione e diluizione in una cubatura praticamente "infinita" e, in estate, alla protezione "climatica"; solo in alcune particolari condizioni invernali (nebbia, inquinamento atmosferico) e in presenza di assembramento esso potrebbe divenire contagioso; l'aerosol potrebbe divenire contagioso anche in estate, in ambienti chiusi di piccola cubatura e con insufficiente ricambio d'aria. Ne consegue che le MASCHERINE (seconda misura protettiva dietro il distanziamento, non prima come molti ritengono erroneamente) sono fondamentali al chiuso purché si rispetti comunque il distanziamento. La protezione offerta dalle comuni mascherine è infatti parziale e in un bus affollato, ad esempio, il virus può trasmettersi ugualmente (e infatti si è trasmesso). Tutta la esasperante discussione mascherina sì/no ha ingenerato la convinzione che esse siano la prima misura protettiva, cosa che, come spiegato, così non è. All'aperto la mascherina è fortemente raccomandabile nelle condizioni sfavorevoli prima accennate (nebbia, elevato inquinamento, forte umidità) e in presenza di rilevante assembramento, nonché nelle fasi di forte ripresa del contagio (aumento "esponenziale"); in estate, in assenza di assembramento e nelle fasi di forte rallentamento del contagio sono più fastidiose che utili, basta rispettare un sufficiente distanziamento. Questo dice la scienza, se poi bisogna "mandare un segnale" è un altro discorso; ma il segnale che si manda può essere fuorviante: è che il virus galleggia indefinitamente in aria come il virus del vaiolo (che faceva esattamente così). Ma così non è. Riteniamo infine essenziale ribadire l'importanza, al chiuso, dell'areazione dei locali, cosa che consente una rapida dispersione dell'aerosol quasi come all'esterno.
Le SANIFICAZIONI. Alcuni epidemiologi, considerando la molto dubbia trasmissione per contatto, ritengono che sanificazioni regolari ad opera di ditte specializzate vadano riservate a: ospedali, cliniche, RSA, ambulatori medici e dentistici; per tutti gli altri ambienti basta un'accurata pulizia e igiene; a livello personale: lavaggio delle mani con acqua e sapone di preferenza rispetto ai gel (il sapone pulisce anche le mani, il gel no). Il lavaggio delle mani è comunque utile anche (e forse soprattutto) per prevenire raffreddori e influenze, in ogni caso meglio il sapone.
Osservo poi che, in estate, la migliore e più economica sanificazione viene dal cielo: la radiazione UV solare disattiva il virus in pochi secondi! Cosa ultra dimostrata ma colpevolmente ignorata, sminuita o addirittura negata!. Lettini da mare, ad esempio, si sanificano perfettamente tenendoli semplicemente esposti al sole senza inutili (e contaminanti) prodotti chimici. La Toshiba insieme ad altra azienda americana sta studiando lampade a raggi UVC (di diversa lunghezza d'onda rispetto agli UVA e UVB) e tale da non produrre danno alle persone; sarebbero molto utili in vari ambienti chiusi producendo una sterilizzazione rapida ed efficace.
Infine un argomento di grandissima rilevanza.
I Numeri della Pandemia.
Possiamo dire che vengono dati i numeri, letteralmente.
Partiamo dai contagi, anche se il problema maggiore riguarda i decessi. Un ministro della Repubblica per evidenziare la gravità della situazione (che io non intendo affatto negare, né sminuire) ha sbandierato in TV un grafico che mostrava l'andamento dei contagi ASSOLUTI da febbraio ad oggi; si osserva un impressionante ed evidente aumento "esponenziale" rispetto alla scorsa primavera, tale da far pensare (agli sprovveduti) che la "seconda ondata" sia molto peggiore della prima. Peccato che tale curva sia del tutto fuorviante visto che non tiene conto del numero dei tamponi fatti, estremamente più alto oggi rispetto a marzo/aprile; la curva dei contagi/tamponi è del tutto diversa. Io reputo questo fatto grave da parte di un ministro che non può non sapere di aver fatto opera di grave disinformazione (estremi per procurato allarme? Io non sono avvocato, ma credo ci siano). I contagi vanno SEMPRE considerati in rapporto al n° di tamponi fatti. Ricordiamo sempre che "positivo al tampone" non vuol dire ammalato, visto che la gran parte saranno asintomatici o pauci-sintomatici. Ricordiamo che dal 15 al 25 % dei contagi sono secondi o terzi controlli e, soprattutto, che un numero imprecisato (andrebbe invece sempre precisato) sono "debolmente positivi", il che vuol dire a bassa o bassissima carica virale, che solo una PCR potenziata (la sensibilissima tecnica biomolecolare che dosa l'RNA virale) può evidenziare; e ricordiamo che i cosiddetti "debolmente positivi" secondo uno studio italiano son contagiosi nel 3% dei casi (praticamente non contagiano) e quindi non dovrebbero essere presi in considerazione se non per scopi di ricerca. Una piccola nota finale: non si sono osservati ultimamente veri aumenti "esponenziali" dei contagi. La curva "vera" ha un andamento assolutamente lineare. Una funzione (matematica) esponenziale è ben altra cosa.
Ma veniamo al punto dolente.
I numeri dei decessi.
Si parla di LETALITA'(deceduti/contagiati) non di mortalità (deceduti/popolazione). Bene (male), siamo nelle posizioni di testa, primi in Europa e tra i primi al mondo. Perché? E' chiaro che un paese più "giovane" avrà una letalità minore per motivi puramente demografici. Ma perché la Germania (o la Svezia o la Svizzera) hanno una letalità di gran lunga inferiore (la Germania di 4/5 volte)? Un illustre collega che lavora in Germania imputa ciò al piano pandemico tedesco (pronto e prontamente attivato) con migliore uso della medicina territoriale (per prevenire il sovraccarico ospedaliero) e un maggior numero di terapie intensive. Tutto vero, soprattutto per marzo/aprile quando molte terapie intensive lombarde sono andate in saturazione. Ora però non è così: si è solo superata, in alcune regioni, la soglia critica del 30%. Bastano dunque questi fattori a spiegare una differenza così eclatante? Il collega accenna appena ad un altro possibile fattore: la classificazione e codificazione dei decessi, ma non ritiene che eventuali errori dei medici codificanti siano rilevanti. Il fatto è che i nostri colleghi non sbagliano poco o molto: non sbagliano affatto! Semplicemente applicano alla lettera le disposizioni in materia. Ora, la OMS ha redatto un documento, molto chiaro, con i criteri che ritiene i migliori per classificare i decessi in Covid-correlati e non-Covid. Esso termina con la raccomandazione, rivolta a tutti i paesi, di utilizzare criteri il più possibile omogenei a questo riguardo anche per consentire un corretto confronto dei dati. Criteri troppo diversi infatti potrebbero dar luogo a numeri molto diversi. E così infatti avviene.
In primis sarebbe necessario capire se anche i decessi "sospetti" e i "probabili" Covid siano inseriti nelle statistiche. Per caso "probabile" s'intende un caso con quadro clinico compatibile e "positività" dubbia o a test poco specifici; caso "sospetto" è quello con quadro clinico compatibile ma test "negativo". Ma il punto davvero critico è la valutazione dei pazienti (generalmente anziani) con patologie multiple associate cui il virus si sovrappone. Una recente importante rassegna pubblicata su Nature (una delle più importanti riviste scientifiche al mondo) analizza in profondità i molteplici fattori che possono influenzare i tassi di letalità e mortalità per malattie infettive; relativamente al discorso che ci interessa viene sottolineata l'importanza di valutare correttamente le patologie preesistenti e concomitanti che possono essere aggravate dal virus fino a portare al decesso, al prezzo di importanti alterazioni dei dati.
OMS afferma chiaramente che, in assenza di polmonite e di chiaro interessamento respiratorio acuto (in quel caso l'eventuale decesso è chiaramente riferibile al virus) le patologie che possono considerarsi aggravate dall'infezione in modo tale da poter DETERMINARE la morte sono: 1) patologie respiratorie croniche (bronchite cronica, enfisema, asma grave) 2) patologie cardiovascolari ischemiche cardiache e/o cerebrali (coronaropatie, ipertensione mal controllata, cerebrovasculopatie, malattie embolizzanti) 3) disturbi della immunità (AIDS, altri deficit immunologici, terapie immunosoppressive, disabilità croniche che compromettono le difese immunitarie) 4) malattie metaboliche scompensate (diabete mellito scompensato, obesità grave). Tutto molto giusto. Infatti, se per le prime (respiratorie croniche) e per le patologie immunitarie il motivo è palese, per le altre (cardiovascolari e metaboliche scompensate) si ipotizza la presenza di uno stato infiammatorio cronico generalizzato e di una esagerata risposta infiammatoria al virus, causa precipitante della polmonite interstiziale potenzialmente fatale, anche per una "vasculite", una flogosi dell'endotelio vasale con attivazione della cascata coagulativa e comparsa di microemboli o veri e propri emboli intravascolari con esito in infarto miocardico e/o ictus cerebrale.
Ma in Italia sembra che TUTTE le principali patologie siano possibile motivo di aggravamento della prognosi e del rischio di morte. In pratica tutte le persone che purtroppo decedono a motivo della loro grave malattia, ma che risultino "positive" al test, pur in assenza di polmonite interstiziale e/o di un chiaro ed evidente quadro clinico respiratorio acuto, sono da noi classificati come deceduti "per" il virus. Addirittura siamo a conoscenza (per riferimento diretto da parte dei parenti) di un paziente deceduto per grave malattia, sempre negativo a molteplici tamponi eseguiti nel corso di vari brevi ricoveri; ancora negativo all'ultimo tampone eseguito in ospedale per l'aggravarsi delle condizioni, eppure, dopo il decesso, classificato tra i Covid perché - a detta della Direzione Sanitaria - non si era fatto in tempo ad eseguire un secondo tampone!! Ritengo che il caso in questione sia stato classificato come "sospetto", ovvero quadro clinico compatibile pur con test negativo; trattasi però di forzatura in quanto la eventuale dispnea (affanno) è dovuta in questi casi alla grave anemia cronica secondaria alla insufficienza renale.
Sembra paradossale, ma se si legge attentamente il nostro italico documento (reperibile in rete come quello OMS e quelli tedeschi e altri) si evince che viene rovesciato - per così dire in termini legali - l'onere della prova: non si deve dimostrare che il virus è causa determinante il decesso (direttamente o indirettamente per l'aggravamento di patologie preesistenti) ma l'inverso, ovvero che un'altra causa è motivo evidente di un decesso non dovuto al virus!! E' palese come in questo modo venga a configurarsi, non un ERRORE ACCIDENTALE (che sarebbe certamente trascurabile attorno circa al 5%) ma un ERRORE SISTEMATICO e tale da produrre un'alterazione dei numeri che potrebbe essere molto rilevante (tra il 30 e il 40%). Una cosa è che i "veri" morti per virus siano 450 invece che 500, cosa ben diversa se siano 250. I 70.000 morti per cui siamo tristemente noti al mondo (unica notizia sull'Italia data dai TG francesi l'altro giorno, immaginiamo solo per un istante con quali conseguenze sull'immagine internazionale del nostro paese, già non brillante) potrebbero in realtà essere 35.000/40.000, o giù di lì. Questa questione, davvero grave, è stata accennata da un eminente clinico in una recente trasmissione TV, non negata dal Presidente dell'ISTAT (che ben conoscerà i dati e come si trattano!) e posta all'attenzione dell'ISS dal un collega del Policlinico Gemelli di Roma, incaricato di vagliare i dati pandemici, il quale ha notato l'anomalia e la ha correttamente fatta presente.
Eppure questi gravi fatti non sono ancora a conoscenza del grande pubblico. Anzi, le poche notizie sui giornali sono, come minimo, fuorvianti. Solo un recente articolo su "Il Giornale" parlava della cosa accennando, tra altre ipotesi, alla errata classificazione. Per dare ancora un'idea di quello cui assistiamo, con stupore e preoccupazione, a livello comunicativo, ricordo come non molto tempo fa nel corso di una trasmissione TV è stata rivolto ad un collega giustappunto il quesito circa l'abnorme numero di decessi; ebbene il collega ha risposto che tutti i deceduti, classificati come "per" Covid erano stati affetti da polmonite virale. Questa affermazione non è verosimile. Sappiamo bene che molti pazienti deceduti non presentano un quadro clinico e/o radiologico di polmonite virale e che non tutti i pazienti deceduti provengono dalle terapie intensive. Eppure si fanno tranquillamente simili affermazioni in TV con granitica sicurezza!
Io credo invece che sia necessaria estrema chiarezza, non per negare o ridurre alcunché (io ritengo che occorre ancora molta prudenza e responsabilità fino all'arrivo della primavera inoltrata e finché non sarà iniziata l'indispensabile vaccinazione di massa) ma perché agli italiani va detta la VERITA' e non vanno trattati in modo paternalistico e autoritario come bambini un po' mascalzoncelli, ma vanno invece informati in modo corretto e scientificamente valido e messi di fronte alle proprie responsabilità. Qualcuno invece sembra pensare che questi italiani un po' bricconcelli devono essere spaventati a morte, diciamo pure terrorizzati, in modo da ottenere il risultato sperato. Non si considera abbastanza che ciò può indurre (e lo vediamo) soprattutto nei giovani - ma forse non solo - una reazione di rigetto e rifiuto e, quindi, risultare alla fine controproducente, oltre ad indurre seri effetti collaterali di natura psichica (dirò meglio in seguito) e aggravare oltre il giusto le inevitabili ripercussioni economiche negative.
Questo mi dà l'occasione di toccare un ultimo, e fondamentale, argomento: la PAURA.
Cos'è la paura? Un sentimento? Non proprio, si tratta di un istinto fondamentale, un istinto di sopravvivenza evolutosi nel mondo animale per salvaguardare la vita dell'individuo e la sopravvivenza della specie. Dunque un istinto fortissimo, localizzato in profondità nelle nostre strutture cerebrali, nel cosiddetto "cervello rettiliano". La paura è utile? Sì, certamente, può salvare la vita. Può essere inutile o dannosa? Sì, certamente, se non è proporzionata al pericolo in corso. Vediamo: se un giovane neopatentato non teme i pericoli della strada, corre come un pazzo e non rispetta il codice stradale, oltre a incorrere in multe salate, metterà a rischio la propria vita e quella degli altri; in questo caso si tratta di troppo poca paura di un pericolo reale e molto serio. Se, invece, di fronte ad un analogo pericolo la paura è sproporzionata in eccesso, si avranno lo stesso "effetti collaterali" negativi e tali a volte da pareggiare o perfino superare il pericolo che si vuole evitare. Nel nostro caso ho la fondata impressione che si sia superato - non so dire quanto scientemente - il giusto limite con l'idea (come già accennato) che fare un po' di paura, magari anche un po' eccessiva, sia utile ad imporre i giusti comportamenti ad una marea di scavezzacollo. I più maliziosi pensano che agitare lo spettro della morte per virus torni utile a qualcuno anche per inconfessabili motivi di opportunità politica (cosa cui non voglio pensare e che sarebbe molto grave). Ma tant'è, le motivazioni potrebbero davvero essere queste e forse altre cui non abbiamo pensato. Intanto, come già accennato in precedenza, l'oltrepassare certi limiti potrebbe comportare una reazione di rifiuto e rigetto e risultare così controproducente. Ma poi dobbiamo considerare attentamente gli "effetti collaterali" di una paura sproporzionata in eccesso: essi sono fondamentalmente di due tipi; il primo tipo: danni psichici molto seri su 3 categorie di soggetti ovvero 1) i bimbi piccoli, molto sensibili e in grado di assorbire come spugne l'atmosfera di paura che li circonda; ma anche gli adolescenti colpiti pesantemente nella loro nascente vita di relazione. Esiste il rischio concreto di sviluppare varie forme di nevrosi di tipo ansioso od ossessivo con il rischio che perdurino e si "cristallizzino" in età adulta (caso classico quello del famoso miliardario americano Howard Hughes - the Aviator di Leonardo di Caprio - che sviluppò una grave forma di nevrosi/psicosi ossessiva dopo che la madre lo aveva ossessionato, in tenera età, con il timore della "spagnola" e del colera) 2) persone già affette da patologie psicologiche e/o psichiatriche 3) persone anziane "fragili" non solo fisicamente ma anche psicologicamente. I colleghi psicologi e psichiatri sono ben consapevoli di un'epidemia silenziosa e parallela anch'essa in atto e di cui non si parla abbastanza: un'epidemia psicopatologica. Il secondo tipo di "effetto collaterale" consiste nel danno economico generalizzato e sproporzionato, molto più grave del danno che si sarebbe comunque verificato.
In conclusione, la paura è un istinto molto potente; essa va maneggiata con cura e, per essere sommamente efficace e non dannosa deve sempre essere proporzionata al pericolo che la ingenera. Quindi, se l'asticella della paura si trova oggi molto al di sopra del giusto livello, è doveroso tentare di riportarla in equilibrio, né al di sotto né al di sopra, senza per questo negare il grave pericolo tuttora in corso (saremmo negazionisti, e non lo siamo) e senza pretendere di portare l'asticella al di sotto del giusto livello (saremmo riduzionisti, e non lo siamo). Dobbiamo tendere, per quanto sia difficile, alla Verità; questa Idea Platonica che a volte ci appare come un miraggio fuggevole e mai raggiunto. Per questa difficile impresa possiamo avvalerci della ragione e del sapere scientifico, combinati con quella pacifica virtù che ha nome semplice buonsenso (che tanto spesso sembra mancare a molti oggigiorno) e infine ricorrere all'esercizio del dubbio e alla critica costruttiva, elementi indispensabili alla conoscenza scientifica ("La logica della scoperta scientifica" - Karl Popper).
Al tempo stesso dobbiamo provare a sfuggire - e questo è ancora più difficile - alla trappola della partigianeria preconcetta e schierata che - come insegna il Maestro di cui ci apprestiamo a ricordare la venuta al mondo - ci farà sempre scorgere la pagliuzza nell'occhio dell'avversario senza accorgerci della trave nel nostro.
Roma 24 Dicembre 2020


Addendum
Essendo partita intanto la campagna vaccinale mi sembra opportuno aggiungere alcune considerazioni.
Premesso che i vaccini sono l'arma più efficace per metterci del tutto al riparo da questo pericolo, occorre però sapere che l'autorizzazione concessa dalle Autorità regolatrici internazionali è CONDIZIONATA, ovvero è stata rilasciata provvisoriamente in considerazione della situazione di emergenza epidemica, con la condizione appunto di presentare nel corso dei prossimi due anni dati più completi ed esaurienti sia per l'efficacia di ciascun vaccino che per le loro caratteristiche di sicurezza. Sicuramente queste condizioni saranno ottemperate, capite bene comunque come, di fatto, ci troviamo tutti in una situazione di tipo sperimentale.
Ciò vale in particolare per i due vaccini di tipo "genetico" a base di mRNA (Rna cosiddetto messaggero) delle aziende Pfizer e Moderna. La loro progettazione è oltremodo interessante e scientificamente valida e, oltretutto, ne consente il facile e rapido adattamento alla comparsa di nuove "varianti" del virus a motivo di mutazioni in grado di alterare il profilo antigenico del virus e quindi la risposta immunitaria dell'ospite umano. Ciò non esime tuttavia dalla necessità di una adeguata sperimentazione e dall'attento controllo verso effetti collaterali magari non immediati o non previsti, e per quanto attiene a questi due ultimi punti la situazione non può dirsi purtroppo del tutto soddisfacente. Aggiungiamo anche il fatto che il vaccino Pfizer non è stato studiato in soggetti di età<16 anni e il Moderna di 18 (perché?). Ciò comporta un più tardivo raggiungimento della immunità di gregge della popolazione a meno che non si intervenga rapidamente con un altro vaccino che non abbia tali limiti (Astra Zeneca).
In pratica, viste anche le difficoltà concrete che debbono affrontare i piani vaccinali ovunque nel mondo - conservazione del vaccino Pfizer a -80°C, insufficiente produzione, tempo di osservazione di almeno 15' per eventuali (anche se eccezionali) reazioni allergiche gravi con possibile necessità di intervento medico immediato (cortisone e/o adrenalina) - sarebbe auspicabile una contemporanea accelerazione sul fronte terapeutico. Infatti, mentre all'inizio le opzioni terapeutiche erano limitate, si è vista in seguito l'utilità di usare cortisonici e/o anticoagulanti nei casi più gravi. Più recentemente assistiamo all'arrivo in commercio di vari tipi di anticorpi monoclonali in grado di arrestare la progressione della malattia verso i quadri clinici più gravi, e - notizia di questi ultimi giorni - l'avvio della sperimentazione di nano-anticorpi monoclonali (ovvero molecole anticorpali molto più piccole dei normali anticorpi) e di sieri immuni policlonali. I nano-anticorpi, in particolare, potrebbero risultare ugualmente efficaci anche in presenza di "varianti" virali.
Non dimentichiamo poi che con l'arrivo della bella stagione - come già nel 2020 - la situazione dei contagi è destinata a migliorare rapidamente. Un recente studio ha dimostrato che al raggiungimento di una T ambientale di 28°C l'attività virale subisce un calo significativo. Ciò, insieme alla minore umidità atmosferica relativa e alla maggiore insolazione (radiazione UV) spiega il crollo nella capacità contagiante del Sars-Cov2.
Dunque, tra avanzamento delle vaccinazioni, maggiore efficacia delle terapie e l'arrivo di condizioni climatiche più favorevoli, si prospetta - io credo - una stagione estiva più serena, anche se non potremo essere del tutto fuori finché non sia stata raggiunta una sufficiente immunizzazione della popolazione.
Roma 22 gennaio 2021


*Specialista in endocrinologia e malattie metaboliche e in medicina nucleare, diplomato in medicina sociale, già direttore di una unità operativa di diabetologia e metabolismo presso la ASL RM-H.
   
     
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