PUNTO DI VISTA/REPLICA  
    di Antonino Provenzano    
       
    PERCHE' "CRISI DELL'OCCIDENTE"?    
   
Ritengo opportuno ritornare, con un'ultima breve chiosa chiarificatrice, sul contenuto del mio recente scritto "La Crisi dell'Occidente" che "CONFINI" mi ha gentilmente pubblicato nella sua edizione dello scorso settembre. Noto infatti come, in questi ultimi tempi, il tema di tale "crisi" sia spesso ricorrente su vari mezzi di informazione. Crisi geopolitica, finanziaria, demografica, climatica, sociologica, religiosa e così via. Tra di esse spicca con evidenza la constatazione di una vera e propria "crisi" dell'Occidente in quanto tale intesa essa sia in senso onnicomprensivo di patologia generale del sistema, sia in quello delle singole sofferenze che si riscontrano nell'ambito della sue varie componenti le quali concorrono poi, nel loro reciproco relazionarsi, a costituirne un'unità. Lungi da me fare alcun commento sulle diversificate crisi mondiali di aspetto settoriale e sulle relative, eventuali cause e/o concause. Non ne avrei assolutamente competenza di sorta. Ma di una - e di una soltanto di esse - sento di poterne parlare con cognizione di causa dato che in tale crisi ci vivo dentro da anni, la sento "sulla mia pelle", ne sono testimone e, a causa della mia età, sono in grado di registrarne un certo percorso storico in relazione alla mia diretta esperienza esistenziale.
Intendo quindi sottolineare con vigore come, nelle mie riflessioni, io abbia inteso far riferimento unicamente alla sopra menzionata crisi dell'Occidente, inteso quest'ultimo come fenomeno chiaramente collocabile in ambito storico e ricompreso nei 25 secoli trascorsi all'incirca dal V secolo a. C. all'appena trascorso XX secolo d.C. e null'altro; ciò pertanto senza alcun riferimento sia a periodi storici, o addirittura preistorici, ad esso antecedenti che a qualsivoglia sorta di eventuali, astratte speculazioni di tipo "futuristico".
Dunque una semplice fotografia "spot" e qualche sofferta, relativa dubbiosità sullo "stato dell'arte" della crisi dell'Occidente: in tanti ne parlano, la analizzano, la vivisezionano, cercano di interpretarla, di darle un senso intelligibile ammesso che tale senso possa essere colto da comuni mortali che si confrontano con tale tema data l'intrinseca limitazione determinata dal fatto che gli osservatori medesimi vivano all' interno del fenomeno stesso e che da tale asfittico angolo di visuale tentino l'ardua impresa di darne una qualche lettura di sintesi.
Pur tuttavia, allo stato attuale di tali tentativi, le varie cause della crisi fin'ora individuate mi sembrano sì aderenti e/o compatibili col tema in esame, ma tutte quante attribuite a motivazioni di tipi ESOGENO al fenomeno stesso. La Civiltà dell' Occidente è, come è evidente, un fenomeno attuariale che, come tutti i fenomeni di questo mondo, ha avuto una genesi, uno sviluppo e non potrà che avere una ineluttabile fine.
Tutte le civiltà studiate storicamente hanno seguito tale percorso e credo che la loro estinzione non abbia avuto - fortunatamente almeno fin'ora! - ripercussioni sensibili sul più generale equilibrio del Creato. Pertanto, mettiamoci l'animo in pace su un elemento assodato: l'Occidente è nato, si è sviluppato e purtroppo, come noi anziani ben constatiamo quotidianamente con malinconia, sta ormai avviandosi verso la sua fine. Ma ciò - secondo me e fatte comunque salve le numerose concause che contribuiscono, chi più chi meno, al formarsi del fenomeno - tale estinzione si sta verificando per una causa prettamente ENDOGENA derivante da una patologia di tipo AUTOIMMUNE. E' infatti soltanto al proprio interno e per una improvvisa (e per molti versi abbastanza imprevedibile), tumultuosa modifica genetica della sua essenziale componente di fondo che va ricercata la causa di tale attuale crisi. Intendo con ciò riferirmi all'inesorabile dissolversi di quell'impronta prettamente MASCHILE ( o, se si preferisce, MASCHILISTA) che tale patto esistenziale umano si era dato dalla sua origine ad almeno la prima metà dello scorso XX secolo.
L'Occidente si è infatti formato, sin dal suo apparire, con una struttura che, piaccia o meno, è stata di natura prettamente maschilista, fatta da maschi e per i maschi. Come ho già avuto modo di illustrare più ampiamente nel sopra citato numero di "CONFINI", l'attuale fenomeno di FEMMINILIZZAZIONE della società occidentale ne mina dall'interno la struttura di fondo e ne favorisce la dissoluzione (quest'ultima intesa, soltanto ed ovviamente, come estinzione di uno specifico "patto sociale" di tipi storico e strutturalmente intrinseco alla - ma non monopolizzato unicamente dalla - civiltà occidentale senza che, da parte mia, se ne voglia suggerire, Dio me ne guardi (!), ALCUNA VALUTAZIONE di "merito", sia esso esistenziale, sociologico, etico o morale che dir si voglia). Nella mia precedente, e per forza di cose sintetica disamina, sono partito dalla constatazione di alcuni specifici elementi di fatto, ed ho elaborato un ragionamento, mi auguro sostenibile, che però, come tutte le disamine che abbiano per oggetto una materia vivente e soprattutto in costante divenire, non può non interrompersi - concludendosi altresì nello stesso istante in cui tali riflessioni vengono elaborate - che con una serie di DOMANDE specifiche per le quali non esiste comunque alcuna possibilità di RISPOSTA dimostrabile.

Nel primo millennio di vita della così detta civiltà Greco-Romano- Cristiana (diciamo dal 500 a.C. al 500 d.C. circa), i GRECI di Atene (da Atena, dea della Sapienza nata dalla mente, cioè dal pensiero stesso, di Giove) "concepiscono" e "narrano", i ROMANI "strutturano" e "codificano" e la CHIESA CATTOLICA "spiritualizza" e "fideizza" dando vita a quella nostra civiltà, la Greco-Romana-Cristiana appunto, sulle cui caratteristiche non credo sia il caso di dilungarsi essendo noi contemporanei occidentali ben consapevoli di essere ancora corpo vivo di tale fenomeno storico, anche se, purtroppo, in modi molto più affievoliti e sempre meno attenti alla sue delicate ed insopprimibili esigenze di mera sopravvivenza.
La recente FEMMINILIZZAZIONE di detta nostra civiltà con la relativa ed evidente "morte" del Padre (facilmente constatabile in quanto quotidianamente sotto i nostri occhi), ha soffocato la sua essenziale linfa vitale data da quel maschile patto generazionale di tra-dizione socio-culturale di tipo paternalistico che implica necessariamente una visione prospettica FUTURISTICA concreta e gestibile. In buona sostanza il nostro Padre storico ha allevato fin'ora il figlio nell'ottica che, successivamente ed entro consolidate linee guida di tipo moralmente e sociologicamente condivise, tale figlio provveda a sua volta alle esigenze di continuità della società di appartenenza pur sviluppandosi naturalmente in modo autonomo. Tendendo invece la DONNA/MADRE (caratterizzata da notevoli capacità di analisi "spot", ma carente di visione di sintesi universalistica di più lungo periodo) a riferirsi piuttosto all'immediato episodico, ella tende a curarsi principalmente dei bisogni contingenti del figlio, con limitate prospettive temporali e poco propensa in genere a forme di "privazione" nell'attimo presente mirate ad un "risparmio" ed ad un "investimento" (nel senso più ampio dei due termini) in vista di attesi, più onnicomprensivi , vantaggi futuri. In tal modo si impedisce al giovane di ereditare e consolidare quella struttura mentale rivolta verso un futuro che ha costantemente forgiato il nostro Occidente e che è stata da sempre caratteristica peculiare dell'ormai moribondo, platonico genitore. Dalla madre la figliolanza viene instradata a gestire al meglio le varie sfaccettature di quell'ETERNO PRESENTE nel quale l'attuale società mondano-consumistica di tipo monadico-autistico auspica (o meglio, pretende) che essa sia formata affinché possa felicemente accomodarsi (in psiche e cultura) in quel beota gregge etero-diretto ed acriticamente recipiente che costituirà la planetaria società di massa del prevedibile futuro.
Di conseguenza, con il subentro della genitrice al genitore si indeboliscono e decompongono le Istituzioni sociali ed economiche che sono state, in sostanza, tutte figlie di quel modo platonico/euclideo di guardare alla - e gestire la - realtà circostante ed in cui l'umanità dell'Occidente si è trovata a vivere negli ultimi due millenni e mezzo. Progettarne e costruirne una nuova è l'ineludibile, sofferta ed al momento conflittuale e contraddittoria sfida globale della contemporaneità con le relative incertezze esistenziali, dubbi, confusioni e paure.
Domanda: Ci si riuscirà ? Sarà capace l'Occidente, ormai immerso nel tramonto di quel suo modo di essere con il quale più di 125 generazioni sostanzialmente maschiliste si sono fino ad oggi rapportate, di trasmettere ad un qualcosa sostanzialmente "altro" (come di fatto sono, e peraltro sono sempre state almeno in tempi STORICI, le sue Eva), in un ahimè (!) non lontano futuro, una testimonianza culturale di se sufficientemente stimolante e feconda da poter costituire la base per un NUOVO patto di convivenza sociale che sia degna dell'esigenze di armonico sviluppo di quel superiore "animale", fantasioso e pensante, quale è appunto l'essere umano strutturalmente composto (non dimentichiamolo mai !) non solo da maschi e da femmine, ma soprattutto da UOMINI (veri) e DONNE (vere)? Me lo auguro sinceramente per le future generazioni (certamente non più per me, considerandomi io, ormai, in "lista d'attesa" per l'Aldilà) purché tale PASSAGGIO DI TESTIMONE, già tumultuosamente in corso, non si cristallizzi alla fine in un'amorfa società dedita unicamente alla fruizione di costanti, e sempre inappaganti consumi materiali ed alla divinizzazione di sterili forme di fredde iper-tecnologie auto fecondanti.
   
     
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