PUNTO DI VISTA  
    di Antonino Provenzano    
       
    DEBITI & DEBITORI    
   
E' risaputo che il "convento" Italia (cioè il Paese) è malandato e peggio gestito, mentre i singoli fraticelli di detta conventicola (i cittadini) sono, se presi singolarmente uno per uno, ricchi sfondati salvo, naturalmente e come fisiologica eccezione, chessò, quei famigli aiutanti di cucina, giardinieri o sagrestani (il 5% della confraternita) che invece non possiedono alcunché, fanno la fame e vivono della caritatevole benevolenza degli altri; e ciò, sia per demeriti e/o sfortune del tutto attribuibili agli individui stessi che ricevuti in dote, senza loro colpa, da maligna sorte.
Il convento inoltre sopravvive sui debiti per soddisfare soprattutto esigenze quotidiane di mera sussistenza, mentre i singoli fraticelli piangono coralmente miseria o si defilano di corsa starnazzando non appena qualcuno ventili la larvata possibilità che si attinga in qualche modo, per le dovute restituzioni, agli ottimamente accuditi e/o ben occultati risparmi personali degli stessi. Ora, come ben si sa, essere oberato di debiti non è cosa né buona né giusta: essi infatti pesano parecchio, hanno la brutta abitudine di apparire in sogno la notte ed avvelenare tutto ciò che abbia a che fare con una qualsivoglia, possibile, anche se ipotetica, "joy de vivre" del malcapitato debitore. Il debito creato inoltre a fini prettamente consumistici, senza alcuna finalità strategica o almeno di lungo respiro, è iattura per l'individuo e minaccia per la società sulla quale viene a pesare in tal modo una plumbea cappa di incertezza e malessere nell'ottica di una qualsiasi, futuribile prospettiva di crescita e progresso. Di conseguenza i debitori insolventi, in tutti i tempi e luoghi della storia, hanno sempre avuto vita grama, sia a livello personale per le ripercussioni diciamo "domestiche" del gravame debitorio, sia pubbliche, data la stigma sociale (ed economica) che esso portava seco; ciò con la conseguenza che la società stessa predisponeva forme di prevenzione e/o sanzione nei confronti di chi si fosse ostinato a vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche, senza poter poi restituire il credito da altri ricevuto.
Un esempio per tutti, magistralmente descritto in letteratura? La Londra di Charles Dickens nell'Inghilterra di metà ottocento. Per la cronica situazione di insolvenza del padre John, il futuro scrittore conosce infatti, sin da bambino e con tutta la famiglia, i rigori della prigione per debitori, la famigerata Marshalsea, che apparirà poi nelle sue magistrali descrizioni della sinistra atmosfera londinese nelle prime fasi della rivoluzione industriale del XIX° secolo. Come già sottolineato al riguardo da Miro Renzaglia sul settimanale "ALTRI" :
"A quei tempi infatti si poteva ancora finire in galera per prestiti anche di poche sterline, non restituiti. Bastava un'istanza del creditore, sentenziata da un giudice solerte, per finire in gattabuia. E rimanervi fino a quando non solo eri in grado di restituire il prestito, ma, anche, di pagare di tasca tua, ed al contempo, le spese di detenzione. Già, perché la galera di cui si narra, era in gestione privata …. Inoltre (in Italia) siamo tutti debitori e non solo di Equitalia. Anzi la nostra identità di cittadini nel mondo è soprattutto quella del debitore. Il debito, pubblico e privato, detta le nostre scelte e, perfino, ci costringe ad accettare le scelte che non abbiamo fatto. Marshalsea, a vedere bene, era solo lo strumento rozzo di una pratica che nei secoli davanti si sarebbe affinata ai livelli di un destino ineluttabile. Ed ineludibile. Ineludibile, almeno fino a quando qualcuno, in nome del popolo sovrano, per quanto incravattato, non si prenderà la responsabilità di reclamare la moratoria del debito pubblico".
Dunque in ogni tempo e luogo, per i debitori "mala tempora currunt" (o, almeno, "dovrebbero correre") nella più generale accezione della loro condizione di insolvenza.
Lasciamo ora riposare in pace l'ottimo autore inglese, e passiamo invece ai giorni nostri ed in particolare alla nostra cara Italia, nei tempi cupi di quel micidiale "cocktail" (abbiamo appena lasciato l'Inghilterra!) di pandemia virale e recessione economica. Nefasta mistura, questa, di allarme sanitario e sociale, nonché di profonda recessione economica e relativo indebitamento pubblico che rende in sostanza la qualità della nostra vita pubblica non dissimile dalle sofferenze esistenziali del povero John Dickens, già citato padre dello scrittore, nonché assiduo ospite della famigerata prigione per debitori insolventi. Se le somiglianze tra lo strampalato cittadino britannico e la nostra amata patria collimano sul fatto di essere entrambi incalliti debitori verso "altri" (nel caso nostro, ed indifferentemente, sia italiani che stranieri), esse invece divergono del tutto in relazione ai possibili "futurismi" dell'uno e dell'altra. Mentre John Dickens, con i suoi comportamenti dissennati, procedeva spedito verso le tristezza della Marshalsea, il nostro paese, a parte prevedibili sofferenze, se non veri e propri disastri socio-economici, gode invece della certezza di poter scampare ai rigori di una concreta prigione di dickensiana memoria per il semplice e fortunato fatto che l'ineffabile Commissione europea non sia ancora venuta fuori con qualche idea/regolamento che istituisca una qualche forma di "galera", o cordone sanitario che dir si voglia, per quei paesi dell'Unione che si carichino di debito pubblico in modo pervicacemente irresponsabile. Tuttavia, mai dire mai e chissà se un giorno noi tutti, miopi fraticelli del convento Italia, non si possa rischiare di essere in qualche modo ristretti, come paese intero, in una sorta di ipotizzabile Marshalsea europea in quanto cattivo esempio sociale di disordinata vita pubblica al di la dei limiti consentiti (60% del PIL, tanto per intenderci). Quindi, a questo punto, cosa ci converrebbe scegliere tra la "galera" (qualunque forma, o sostanza, esso possa mai venire a prendere) ovvero un qualcos'altro di altrettanto nefasto, ma forse un poco meno peggio della "prigione", per quanto metaforica essa possa mai essere?
Forse una sorta di commissariamento del "convento" da parte di un padre guardiano burbero, sicuramente inflessibile, severo verso gli indisciplinati fraticelli, garante nei confronti degli occhiuti creditori, ma almeno non del tutto nemico del povero convento, che parli, se non altro, la lingua dei debitori e che castigando, senza alcun dubbio, gli attuali ospiti della disastrata struttura ("chi è causa dei suoi mal pianga se stesso") possa almeno prendere per mano la gestione del convento per gettare alcune basi di futura sostenibilità?
Quelle basi, forse, per cui i futuri giovani frati di detta confraternita, possano almeno sperare in un avvenire, se non di certo prospero, almeno più sereno e con qualche spiraglio di concreta prospettiva di sviluppo?
Un nome? Mario Draghi .
Ma quali ragioni, considerazioni, commenti, su tale eventuale, ma, ahimè, epocale e soprattutto irreversibile scelta?
Risposta:
Il cortese lettore che ne avesse vaghezza e volesse prendere in minima considerazione il relativo punto di vista del modesto scrivente, potrebbe onorarmi della consultazione di quanto da me elucubrato al riguardo sull'ultimo numero (90) di CONFINI ove, a pagina 30, io confesso una mia personale predilezione per quel mitico Cincinnato di classica, romana memoria.
Roma 17/12/2020
   
     
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