PUNTO DI VISTA  
    di Alfredo Lancellotti    
       
    NELLA PIENA DI QUIRINALISMO E LEADERISMO    
   
Sovente si è voluta indicare come "Prima Repubblica" quel sistema politico che si è avuto in Italia dal 1948 fino agli scandali di tangentopoli contraddistinto dall'egemonia politica della Democrazia Cristiana contrapposta al Partito Comunista Italiano e caratterizzato da una legge elettorale di stampo proporzionale. Già da allora non possiamo immaginare la politica italiana come un fenomeno di esclusiva pertinenza nazionale, indipendente cioè da ciò che avveniva oltre i nostri confini, i due grandi partiti italiani erano infatti filoamericano e filorusso ed è difficile immaginare in definitiva che la politica di questi due partiti non subisse influenze esterne. Non è un caso quindi che si giungesse alla "Seconda Repubblica" negli anni successivi alla Caduta del Muro. Mani Pulite è l'innesco di un cambiamento di prospettive che avveniva già a livello mondiale: la caduta delle ideologie doveva portare ad un rinnovamento anche sul piano nazionale. E' quindi stato inevitabile che alla politica dei grandi partiti si sostituisse la politica dei grandi cartelli elettorali, ciascuno strutturato sostanzialmente sull'intenzione di dar voce ad una proposta di respiro nazionale in grado di offrire soluzioni ai problemi dei cittadini.
Nasce quindi il bipolarismo, agevolato dalla nuova legge elettorale prodotta allo scopo e che in qualche modo doveva consegnare all'Italia un modello di successo già sperimentato altrove. Si è parlato ancora di confronto fra destra e sinistra (nota: centrodestra e centrosinistra) ma a ben vedere il confronto c'è stato esclusivamente fra 2 interpretazioni diverse del capitalismo che non ha prodotto risultati rilevanti sia quanto a soluzioni prospettiche sia quanto al tipo di proposta che non si è mai discostata troppo da ciò che si era già adottato in altri paesi.
I motivi vanno ricercati sia nelle difficoltà di Berlusconi a poter coniugare gli interessi personali con gli interessi della nazione, sia nelle difficoltà da parte del centrosinistra di sganciarsi da politiche in buona sostanza stataliste ed assistenzialiste che hanno frenato lo sviluppo dell'Italia. Di concerto c'è da sottolineare che il fenomeno della corruzione non solo non è stato veramente intaccato ma ha incancrenito i gangli vitali del paese. Con buona pace del nostro amor patrio si è verificato che il nostro paese ha continuato a viaggiare a traino di ciò che accadeva fuori dai nostri confini non potendo inoltre mai incidere significativamente, nelle vesti dei nostri rappresentanti, sulle decisioni importanti che sono state prese in questa delicata fase storica.
Se nel progetto dei padri fondatori dell'Europa vi era la buona intenzione di procedere ad una condivisione delle risorse strategiche, ad una difesa comune, ad una comune Costituzione, a medesime Leggi, ad un'unica fiscalità, in sostanza a pari opportunità e pari dignità fra tutte le nazioni e genti europee, se ciò non è avvenuto, una grande responsabilità è ascrivibile alla politica italiana (ricordiamo tra l'altro che l'Italia è una delle nazioni fondatrici del progetto europeo) per non aver saputo incidere nei fatti a quel fenomeno di "deriva europea" che ci ha consegnato nel presente un'Europa iniqua, distante dal progetto iniziale ed in mano a burocrati ed Istituzioni non veramente riconosciute come proprie dai cittadini. Possiamo tranquillamente immaginare infatti che tanto più l'Italia sul piano politico si fosse mossa attivamente nella stesura dei Trattati europei nell'interesse dei popoli, tanto più saremmo stati messi al riparo, come cittadini, dai guasti che la crisi economica del 2008 ha recato.
Tutto questo ha inoltre portato ad un ennesimo cambiamento di fondo della politica nazionale; sebbene a tutt'oggi alcune testate giornalistiche parlino ancora di "Seconda Repubblica", alla riprova dei fatti con la caduta dell'ultimo Governo Berlusconi del 2011 cessa anche questa fase della nostra storia repubblicana. In concreto il bipolarismo si è interrotto allora e si è passato ad una serie di Governi apparentemente necessari, dovuti alle contingenze di ciò che accadeva in Europa e nel mondo. In concreto da allora tutte le politiche nazionali sono fortemente influenzate dalle politiche di Bruxelles.
Ma non è stato un processo spontaneo: a ben vedere il vuoto di offerta politica che si è manifestato da un certo momento in poi ha permesso a chi occupava la più alta carica dello Stato di incidere profondamente sulla storia del nostro paese; possiamo tranquillamente ritenere, non a torto e senza immaginarci come dei reazionari, che tutti gli ultimi Premier siano l'emanazione diretta di quello che auspicava il Quirinale, cosa resasi possibile dall'espletamento della sua funzione di nomina del Presidente del Consiglio: i Governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni lo sono stati e con buona pace di quello che accadrà nel prossimo voto di marzo, anche il prossimo Governo probabilmente avrà questa impronta. E tutti tali Governi subiscono pesantemente le indicazioni delle Istituzioni europee di cui il nostro Capo dello Stato per scelta arbitraria si è fatto Garante.
Si è giunti quindi dopo il bipolarismo a questa nuova fase (che esiste già da oltre 6 anni) che potremmo definire come quella del "Quirinalismo" o della "Terza Repubblica", fase che si è di fatto consegnata alla nostra storia repubblicana con la recente stesura ed approvazione della nuova legge elettorale Rosatellum Bis che ne fa da corredo (nota: spesso si tenta di dare poca importanza alla legge elettorale ma come abbiamo visto è proprio attraverso tale legge che la nostra Repubblica si esplica in un particolare modus).
In buona sostanza il Quirinalismo è quanto di più si può avvicinare ad un europeismo di maniera, che volge l'orecchio prima a ciò che viene richiesto fuori dai nostri confini e poi si rivolge ai cittadini imponendo le decisioni finali attraverso un esecutivo ed una classe politica accondiscendente, e nascondendosi dietro la leva del senso di responsabilità che sia la classe politica che i cittadini devono fare propri. Se dal ruolo di Garante delle Istituzioni il potere del Capo dello Stato travalica in altri ambiti ecco che diventa davvero difficile comprendere di chi o di cosa si fa garante il Presidente della Repubblica. Da qui pure nasce l'argomentazione secondo la quale il nostro paese sia in mano ai cosiddetti "poteri forti": se il programma politico e di governo di un qualunque partito è soffocato da ciò che si decide soltanto nel dopo-voto ecco che si innesca un meccanismo di sudditanza da parte della politica nei confronti di altro, ad un qualcosa che sfugge al controllo del popolo e che può vedere proprio nel Capo dello Stato il garante-responsabile del perpetuarsi di voleri che non sono specificatamente quelli dei cittadini.
Non voglio entrare nel merito delle decisioni adottate dagli ultimi Governi e quindi dal Capo dello Stato ma mi appare doveroso sottolineare che una democrazia compiuta non può sottrarsi a quella che è la voce del popolo, a ciò che si ritiene essere l'indicazione schietta del cittadino quando va a votare. Anche in questa campagna elettorale, come nelle ultime, assistiamo alla proposta da parte delle principali forze politiche di chi si vuole designare come Premier, ma come negli ultimi anni ciò che appare più verosimile e che si giungerà ad un Premier voluto dal Capo dello Stato, "unico" capace di trovare convergenze fra forze politiche avversarie e facendo leva sul senso di responsabilità nazionale a cui prima facevamo accenno.
Tutto ciò nasconde una grande ipocrisia di fondo perché l'elemento assente in tutta questa dinamica è proprio la volontà del popolo che attraverso il proprio voto non decide ma agevola soltanto decisioni prese in altri luoghi.
Come uscirne?
Per rispondere a questa domanda è opportuno fare un passo indietro.
Prima la caduta delle ideologie e poi la perdita diffusa di consenso dei grandi partiti di massa ha introdotto un elemento nuovo sullo scenario politico: il leaderismo. Il leader 2.0 è colui che riesce a calamitare su di sé l'attenzione delle masse, quindi a spostare fette di consenso popolare più sulla propria figura che sul tipo di azione politica che si vuole intraprendere. In conseguenza di ciò più l'azione politica dei partiti è evanescente tanto più la figura del leader è funzionale e necessaria. Il leader "serve" a nascondere questo deficit, nonché a rendere possibile l'adozione di misure decise in altri luoghi e che sfuggono all'attenzione della masse.
In altri termini il leaderismo è complementare al quirinalismo: senza la figura di leader carismatici di facciata non sarebbe neanche possibile concentrare il potere in altri luoghi, o meglio adottare decisioni che sfuggono alla volontà popolare.
Oggi in Italia ed in Europa sostanzialmente si parla di contrapposizione fra forze europeiste e forze anti-sistema, in realtà ci stiamo incardinando ad un modello di democrazia antidemocratico in cui le stesse forze che si definiscono antisistema sono funzionali al mantenimento del sistema attuale in quanto incapaci di proporre un modello alternativo (le recenti sconfitte delle forze antisistema in diversi paesi europei ha come significato principale proprio questo).
Accertato tutto ciò si può anche giungere ad una risposta alla nostra domanda.
Se l'elezione del nostro Presidente avvenisse con suffragio diretto ecco che quest'ultimo dovrebbe giustificare meglio certe scelte. Tanto più se questo avvenisse all'interno di un piano di Riforma di stampo Presidenziale (ad esempio sulla falsariga del modello francese) in cui i poteri del Capo dello Stato sono maggiori ma dove c'è pure un maggior controllo delle Istituzioni da parte dei cittadini. Tutto ciò sarebbe inoltre necessario proprio per tracciare un orientamento diverso all'attuale Europa. Al Consiglio Europeo credo che tutti preferirebbero vedere un Presidente eletto direttamente dai cittadini anziché Gentiloni (senza nulla togliere al politico Gentiloni). Almeno fintanto che l'Europa voglia continuare ancora ad esistere come confederazione di stati e non come un'unica nazione federale europea così come ipotizzata dei padri fondatori e gradita dalla maggioranza degli stessi cittadini europei. E' infatti l'Europa nazione la risposta che va ricercata. Ma tutto ciò potrà avvenire, è indubbio, quando il primato della politica ritroverà una sua nuova dimensione e si sia stabilita una nuova architettura per il nostro stato.
Una "Quarta Repubblica" potrà prendere le mosse solo quando i partiti politici avranno ritrovato il proprio spazio in mezzo alla gente. Quando i cittadini potranno appunto scegliere direttamente chi avrà maggiori responsabilità in seno alle Istituzioni e quando la più alta carica dello stato non potrà sottrarsi ad un'interlocuzione diretta col popolo per le scelte adottate.
In conclusione voglio traslare tutto questo in quello che è il nostro orientamento politico. Qui a destra qualcosa che viene spesso richiesto negli ultimi tempi, che si è già manifestato a tratti con urgenza, è quello che venga creata una nuova "piattaforma" di destra. In effetti stanno già avvenendo tentativi di federare attraverso vecchi personaggi del nostro mondo realtà eterogenee ma il solo scopo, detta con franchezza, sembra quello di strappare consenso a buon mercato col solo fine di ottenere posti in Parlamento. Tra l'altro questi tentativi si muovono attorno a realtà politiche, forse attigue, ma di certo diverse culturalmente dalla nostra.
Se sopravviveremo al leaderismo ed al quirinalismo ci sarà quindi bisogno di una rifondazione della destra e sarebbe auspicabile che si ricominciasse con metodo.
Per quanto detto, la base concettuale dalla quale partire sarebbe (per ciò che concerne il nostro paese) di farsi portavoce di una proposta politica attraverso la quale si possa giungere ad una riforma di stampo Presidenziale, e per ciò che riguarda i nostri rapporti con l'Europa spingere per un europeismo meno di maniera e più di sostanza: in soldoni farsi portabandiera di un nuovo progetto federale europeo attraverso il quale si possa giungere in tempi certi, dopo un'interlocuzione pressante con i partner europei, ad un'unica grande nazione europea.
Su questi due pilastri incorporare poi una base programmatica che tenga conto dei bisogni dei cittadini e che venga sviscerata solo dopo aver sentito e fatte proprie le competenze del nostro mondo (e non solo). Tutto in sintonia poi con i nostri principi che vedono nei valori cristiani e nell'humanitas dei caratteri distintivi, così come quelli che riguardano il rispetto della legalità e quelli molto sottovalutati oggi della meritocrazia.
"Uscirne si può", ma si dovrà trovare gente disposta a lavorare seriamente su quello che sarebbe comunque un progetto di medio termine e che potrebbe non venire immediatamente compreso all'inizio. Ma ne varrà la pena se tutto sarà mosso dall'amore per la nostra patria e per garantire un futuro diverso alle prossime generazioni.
   
     
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