SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    AL VOTO, AL VOTO    
   
Siamo alla fine di luglio e, da alcuni giorni, tra amici e conoscenti emerge a mo' di mantra con sempre maggiore risonanza la domanda: per chi votare? Ed è curioso, quanto indicativo, che chi la solleva pareva avere fino a non molto tempo fa una consolidata 'simpatia' politica; un'inclinazione manifestata negli anni soprattutto durante momenti conviviali, dove tesi di sostegno si confrontavano con argomentazioni avverse, tra accalorati scoppi di voce e sommessi affilati sarcasmi. Vedere, oggi, convinti assertori di 'verità', perdere la 'via' e scombussolarsi la 'vita', da il polso della grande nebulosità della situazione ma anche e soprattutto della posizione alquanto indeterminata dei partiti che nel prossimo futuro dovrebbero affrontarla.
Quindi, per chi votare?
Non sono una sofista ma sono arrivata a capire Protagora che, seppur in riferimento agli dei, affermava di non avere la possibilità di accertare né che sono, né che non sono, opponendosi a ciò molte cose: l'oscurità dell'argomento e la brevità della vita umana.1. Prima, diciamolo, era più facile compenetrarsi nelle questioni politiche: ho 'vissuto 17 Legislature, 28 Presidenti del Consiglio e 64 Governi per i quali i meccanismi di regolazione, almeno all'apparenza, erano chiaramente leggibili. Una sfilza di volti, di contesti e di circostanze che ha 'allietato' il cittadino-elettore per diversi decenni dando luogo ad una dimostrazione pratica, palpabile, di versatilità, di duttilità, d'ingegno ma anche, a volte, di strumentale inconcludenza e di umorismo.
Non sono mancati, infatti, esempi eclatanti per ciascuno degli aspetti indicati che il popolo (ma sì, riscopriamolo) ha 'letto' e recepito con partecipazione: schierandosi, confrontandosi e incazzandosi. Ricordo con bonarietà persino i cosiddetti 'governi balnerari': in attesa che quagliassero situazioni, si dava luogo ad un governo a tempo che superasse la 'stanca' del periodo estivo per poi, a settembre, porre in atto un esecutivo più duraturo.
Ma, negli ultimi tre decenni, la solleticazione sentimentale verso l'elettorato è andata sempre più scemando: la politica, infatti, ha concesso sempre meno emozione ed ha preso a volare giù giù, fino a rasentare il 'brodo primordiale' caro al cav. Pazzaglia; del resto, con le ideologie imperanti, i partiti potevano permettersi di definire 'azione contingente' una fase 'buca' in attesa di tornare a perseguire la coinvolgente idea-fine. Con il programma, invece, segno dichiarato di modernità, di efficienza, di funzionalità operativa, sbandierato ai quattro venti come Logos, vicino a Dio fino a identificarsi con Lui, il salto di uno 'step' avrebbe potuto esser letto come 'accidentale'; quello dell'intera catena operativa, come incapacità e fancazzismo.
Sono queste, del resto, le due sole caratteristiche oggi più manifeste. In questi ultimi trent'anni avremmo dovuto navigare sull'onda delle riforme, assolutamente necessarie non foss'altro che per lo scenario dell'internazionalizzazione che Maastricht apriva, onde confrontarci su un piano di parità intanto con altri Paesi europei; in grado quindi di competere con essi economicamente, funzionalmente e socialmente. In tre decenni, invece, l'unica disgraziata riforma mai tanto deprecata è stata la modifica del Titolo V della Costituzione che ci ha regalato venti pozzi senza fondo quale omaggio della sinistra ad un'irrequieta Lega, a quel tempo vogliosa di autonomia.
Non una riforma delle Istituzioni e della P.A. che le schiodi dal periodo post-unitario; non una riforma del diritto societario per un approccio armonico con realtà estere; non una riforma del fisco, fermo alla Commissione Visentini-Cosciani del '71; non una riforma della Pubblica Istruzione che non rappresenti una gara tra gasteropodi e testuggini; non una riforma della giustizia che finalmente renda chiarezza e funzionalità al sistema; non una riforma del catasto, risalente all'assetto napoleonico da un lato e a quello gregoriano dall'altro; non una riforma del welfare che non sia il capriccio distruttivo di un bambino dinanzi ad un puzzle; non una riforma del mondo del lavoro che non consista nel solo uso dei riders. In pratica, non una riforma che disincagli questo Paese dal guado nel quale è approdato nel '92 dopo che un'intera 'classe' dirigente, colpita dalla bacchetta magica della moralità, è scomparsa dall'orizzonte politico.
Sono esattamente trent'anni che stazioniamo in mezzo al guado mentre la corrente e i flutti ci sballottolano. E l'unico motivo per il quale non siamo ancora 'affogati' è che i nostri fondamentali, i nostri sistemi di 'ancoraggio', sono solidi. E, a tenerci ancora in piedi, tra l'altro, è la testardaggine degli imprenditori: non quella di amministratori delegati o CEO di grandi imprese, pronti alla dislocazione di impianti e di sedi sociali, sempre in caccia di 'occasioni' per ridurre costo del lavoro e pressione fiscale intanto all'interno di una 'riserva', l'Unione, che invece avrebbe dichiaratamente dovuto rappresentare armonizzazione e coesione. No. Non quella testardaggine bensì quella del piccolo imprenditore che ogni 'santa' mattina tira su il bandone, nonostante tutte le avversità che in questi ultimi tre decenni Dio Padre e l'uomo in sedicesimo si sono divertiti a scagliargli contro.
Quei piccoli imprenditori, un po' ottusi in verità che invece di fare squadra si ostinano nel più sprovveduto individualismo, che comunque sono i maggiori fautori del gettito all'Erario, i maggiori artefici del PIL e i maggiori sostenitori del tasso di occupazione. Ed insieme ad essi, a rafforzare l'ancoraggio, ci sono le famiglie: quel nucleo sociale, comunque inteso, che malgrado la sfilacciatura, lo smarrimento dell'autorevolezza e della spiritualità, l'incomunicabilità interna e la oppressiva precarietà economica, riesce a risparmiare una piccola reseca dei sempre più magri guadagni per far fronte al 'futuro': una caparbietà, questa, ancora presente nel genoma dell'italiano medio ancorché studi di alta ingegneria genetica sono in atto per eliminarla e così 'aggredire' gli 'stipati' oltre 4.000 miliardi di euro.
Un 'risparmio' che ha consentito alle famiglie di assorbire e, sia pur malamente, superare l'ingiustificata impennata al raddoppio dei prezzi all'entrata dell'euro; lo shock dei consumi per lo scoppio della bolla speculativa nel 2008; l'inasprimento sistematico della pressione fiscale dalla cui fonte oggi si abbeverano, separatamente, Cassa Centrale, Regionale e Comunale sebbene tutti, dico tutti, forniscano servizi solo a pagamento; il continuo slittamento nel rinnovo dei contratti collettivi di lavoro, pratica ormai desueta; la perdita costante del potere d'acquisto delle retribuzioni per l'assenza di tutele, abolite trent'anni fa in nome della competizione e del progresso; casse integrazioni e riduzioni di personale.
Nella mia ingenuità, giunta al 2018, pensavo di aver visto l'intera gamma delle assurdità e irrazionalità della politica ma non avevo fatto i conti con il Fato. E, come nello scorso numero parafrasando Murphy, quando ho ritenuto di essere arrivata in fondo, ho cercato bene e, nella XVIII legislatura, ho trovato una botola: il M5S. Sono consapevole che, nella considerazione, dovrei abbinarlo alla Lega prima e al PD dopo ma, intanto, mi limito ad osservarlo come si fa con un lepidottero infilzato dall'ago dell'entomologo. E, nel farlo, poco dopo aver visto la loro azione parlamentare-governativa, ho avuto la conferma al dubbio iniziale: siamo di fronte ad una specie aliena. Non ad una mutazione genetica, aberrante, di un essere esistente bensì alla comparsa di un'entità le cui connotazioni non trovano riscontri nell'universo noto.
Nato sull'onda della protesta, dell'esasperazione popolare circa l'inconcludenza e l'incompetenza della politica che, da oltre un quarto di secolo, si andava dipanando a destra e a manca tra il pittoresco e il deprimente, gli unici messaggi d'esordio che ha saputo con veemenza veicolare sono stati praticamente due: il disfacimento dei sistemi e degli assetti operativi a mezzo dell'apocalittica onda sonora di un roboante 'vaffanculo' e l'elargizione a piene mani del denaro dell'Erario verso bisognosi, diseredati, indigenti, poveri, nullatenenti. E, sotto la spinta catalizzatrice delle due promesse, è risultato il 'partito' ('movimento', 'sodalizio', 'associazione'?) di maggioranza relativa. Addirittura, un terzo dell'elettorato votante gli ha espresso il consenso.
Se fossi una baciapile bigotta, avrei potuto dire "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno"2 ma non lo sono e un pizzico di naturale risentimento mi ha preso: come accidenti si fa a votare un soggetto con l'unico programma di distribuire risorse senza preoccuparsi prima di costituirle, senza armonizzare i sistemi di ripartizione, senza porre mano ad un assurdo sistema fiscale? Non c'è scusante: l'elettore medio mi aveva fatto terribilmente incazzare con la sua costante ricerca del riscatto per delega. Ma poi mi son detta: perché no? Nessuno può essere così stupido da mandare a ramengo istituzioni senza sostituirle né, tantomeno, nessuno può pensare di vuotare le Casse senza rimpinguarle a meno di non mandare a ramengo il Paese. Che fosse la volta buona per rivedere gli assetti amministrativi ed economici dello Stivale?
In verità, l'avevo sperato, molto, nel '94, con la vittoria del Cavaliere, 'unto dal Signore', 'sceso in campo' per togliere la preda ad un agguerrito Occhetto e alla sua 'gioiosa macchina da guerra'. Un Cavaliere, senza macchia (si fa per dire) e senza paura che entrava nell'agone per realizzare un'auspicata 'rivoluzione' moderata liberale così da mantenere il Paese nell'effettivo novero di quelli europei, moderni, civili, avanzati.
Ma l'attesa, allora, venne frustrata dall'inconsistenza esecutiva. Però, almeno le promesse erano 'ordinarie'. Si dice che fu colpa della Lega bossiana la caduta 'settimina' di quel Governo: il che ci può stare ma se il buongiorno si vede dal mattino si sarebbe comunque allestita una giornata totalmente inconcludente. Invece, l'ingresso del M5S nel 'sacro' contesto della formazione della volontà popolare, in linea con le inconsuete 'promesse' e in spregio dei rituali, è iniziato con uno show in 'streaming'; l'incontro-farsa col PD dove un dimesso Bersani ha fatto da spalla al saltimbanco Grillo.
E da lì, è cominciato lo spettacolo spettacolare, con l'ausilio intanto della Lega salviniana, in sostituzione dello 'schifato' PD; una Lega 'sdraiata' sull'intero territorio nazionale. Al che, dopo le perplessità dello show, mi son detta che forse quell'intesa poteva davvero rappresentare l'Apocalisse, la Rivelazione, la caduta di Babilonia; un M5S la cui forza dirompente e innovativa aveva 'piallato' temprati avversari e una Lega che, nella sua 'romanizzazione', con i suoi 'tombini di ghisa' speravo intendesse un ritrovato Mundus patet, un Mondo Aperto: l'apertura di quella 'fossa', al centro tra il Cardo e il Decumano, collegamento col Mondo sotterraneo per renderlo palese, preliminare dei Saturnalia dove i ruoli erano significatamene rovesciati. E, lì per lì, non badai ad un caro amico siculo, trinariciuto di antica data, che, di fronte a quelle iperboliche ipotesi, mi disse bonariamente con genetica saggezza millenaria: "Ma che minchia vai cuntannu ?!?!".
Già. Aveva pienamente ragione. Il 65° Governo della Repubblica, guidato dal 29° presidente del consiglio, estraneo' della politica come il soggetto collettivo che lo aveva proposto, dopo tante assicurazioni di 'sfracelli', nei suoi quindici mesi di vita ha allestito un'esibizione che potrebbe essere sintetizzata con le parole del Grande Partenopeo: … Ma ch'era ascì... Santoro 'ncacagliava, faceva smorfie, zumpe e niente cchiù…3
Così, mentre la Lega prendeva a cavalcare l'onda dell'improvvisazione e quella mediterranea dei migranti, senza un confronto con le ONG, senza una politica estera verso porti alternativi, senza una politica internazionale verso i Paesi di partenza, in scontro con 'capitani di ventura' e fenomenici magistrati, il M5S come un sol uomo si vestiva dei panni di un dissociato Arcangelo Michele e ne impugnava la spada.
E giù a menar fendenti intanto verso sé stessi e i colleghi: la bagarre dei vitalizi è stata una delle più demagogiche attività della sedicente politica: come se la riduzione dei 'soldi' ai parlamentari potesse migliorarne la qualità dell'azione e non invece dimostrarne all'atto pratico lo sfrontato scadimento. L'istituzione del reddito di cittadinanza, poi, è stata una rara perla di saggezza persa. Definito paradossalmente 'strumento d'inclusione sociale e di reinserimento nel mondo del lavoro', ha 'bruciato' ben 9 miliardi di euro l'anno senza neppure sfiorare lo scopo istituzionale, come l'ISTAT può testimoniare, magari dettagliando anche quei recenti dati sull'occupazione per privarli dal vago odore elettoralistico. Una distribuzione praticamente a pioggia, senza seri controlli, che è arrivata non solo a deprimere la domanda ma anche e soprattutto a frustrare l'offerta di posti di lavoro: l'assegno mensile del 'reddito' in questione è considerato da persone con poche pretese un 'valido', appetibile sostituto di una busta paga.
Del resto, non credo che la maggior parte dei componenti di quel 'movimento' (?) sappiano veramente cosa sia un lavoro. In buona parte, sono giovani che, forse, sanno 'smanettare' sulla tastiera di un computer ma ignorano come sa di sale lo pane altrui, e com'è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale4.
Giovani che, una volta raggiunta l'età matura, a meno di non votarsi all'indigenza, si porranno necessariamente il problema di chi corrisponderà loro una pensione o una cura medica perché coloro che adesso 'pagano' per il già traballante welfare, oltreché per il suddetto 'reddito', stanno velocemente scemando a causa soprattutto dell'assenza di politiche adeguate.
Come si disse nel '92 quando Draghi avviò le privatizzazioni in Italia, lo Stato non deve certo fare i panettoni ma 9 miliardi l'anno possono davvero fare molto non solo per la ricerca, voglia di futuro, che langue per indisponibilità e per fughe di 'cervelli', ma anche per la creazione di opportunità economiche che illanguidiscono per assenza di risorse e di progettualità. E, del resto, come diceva mia nonna, mutuando da un proverbio cinese (che strani, anticipatori connubi): Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita. Ma gli esponenti di quel movimento non sanno pescare e non sembra abbiano voglia d'imparare, nonostante le responsabilità: due 'grosse' crisi aziendali, l'ILVA e la Whirlpool, dopo fantasmagoriche assicurazioni, sono andate ambedue a sperdersi, insieme a migliaia di posti di lavoro.
Come è andata a sperdersi la 'trovata', salviniana stavolta, di quota 100 per il pensionamento al fine di 'liberare' posti di lavoro. I dichiarati 11 miliardi di spesa sociale in più avrebbero dovuto essere compensati da assunzioni (e, quindi, da versamenti) di giovani; un tutto senza, tuttavia, stimolare adeguatamente gli imprenditori. È vero che non si poteva certo prevedere l'arrivo del bitorzoluto virus e la (inutile) stasi economica ma è anche vero che è stato ignorato il classico atteggiamento imprenditoriale che, in assenza di tangibile interesse, preferisce inasprire i carichi di lavoro. Un fatto che avrebbe dovuto essere evidenziato dalle organizzazioni sindacali, se ancora ci fossero.
Un caleidoscopio di trovate inverosimili che avrebbe potuto durare se alla Lega non fosse venuto in mente di 'staccare la spina', forse, spinta dall'entusiasmo popolare sorto dal vedere un ministro 'duellare' con altezzosi nocchieri. Forse, ritenendo che con la caduta del Governo, fosse automatico lo scioglimento delle Camere. Forse, pensando di andare alle urne e di 'incassare' il montante consenso così da convalidare, tra l'altro, la leadership all'interno della coalizione. Forse, dimenticando però che tutto ciò sarebbe potuto restare un miraggio se fosse esistita la possibilità di un'altra maggioranza, come puntualmente riscontrato dalla Presidenza della Repubblica. Ed è stato alquanto ingenuo 'sondare' anticipatamente il PD e 'credere' alle sue assicurazioni che mai si sarebbe prestato per la sostituzione.
Del resto, sarebbe stato alquanto strano se non lo avesse fatto: ridotto alla 'canna del gas' dalla disinvolta gestione renziana prima e da quella 'artistica' di Zingaretti, poi, è stato davvero ingenuo credere che non fosse disposto a scalare l'Everest pur di tornare a respirare l'aria di montagna; un Everest, peraltro, fatto da tanti, tanti 'ragazzotti'. Sprovveduti. E, soprattutto, incoscienti di essere destinati allo 'svuotamento'. Così, Calandrino è pronto per il secondo tour e a dar vita al 66° Esecutivo della Repubblica, l'apoteosi rispetto al primo dove l'impensabile è divenuta realtà. Ed ecco a Voi, Signore e Signori, reduce di sensazionali tournée asiatiche, l'eccelsa mirabilia tra le mirabilie pandemiche, Sua Maestà il Covid 19.
Non voglio certo tornare su un argomento trito e ritrito del quale, fino ad un recentissimo passato, anch'io mi sono industriata di mettere in luce le anomalie, le discrasie, le incredibili dicotomie, le devastanti nebulose informative mentre un governo, pieno di sola speranza, sfornava a ripetizione inconsueti decreti tangenti alle Camere, tra perplessità addirittura di ordine costituzionale e scontri tra istituzioni, 'bruciando' miliardi a sfare attraverso l'opera del Commissario Straordinario svincolato persino dal controllo della Corte dei Conti. Nel silenzio generale. La durata dei blocchi alle attività che questo Paese ha subito nel '20 e nel '21 non ha riscontri nel mondo. Nel silenzio generale. E lo schiacciamento dei diritti della persona in quel periodo, se come sembra si esclude Cina e Canada, non ha eguali su quella parte di Terra definita civile e democratica. Sempre nel silenzio generale. L'unico soggetto di levatura che ha teso ad introdurre nell'opprimente clima una nota d'ilarità, c'è da dirlo, è stato il segretario del PD.
Così, mentre la TV sedicente di Stato sfornava nelle case cataste di casse da morto trasportate da camion dell'esercito; mentre coraggiose riprese da corrispondente di guerra immortalavano il collasso (annunciato) delle strutture ospedaliere tra personale sfatto, bardato da laboratorio di livello 4; mentre tra sguardi urlanti e depressi venivano rinviati oltre 600.000 interventi chirurgici e oltre 2.000.000 di visite specialistiche a causa di 'posti impegnati' in previsione; mentre virologi di chiara fama con voce tremebonda descrivevano la distruttiva galoppata del verdastro Cavaliere dell'Apocalisse; mentre sergenti di fureria ad orari prestabiliti aggiornavano gli allibiti spettatori su ogni numero possibile attinente alla falcata della terrificante cavalcatura, compresa la quantità giornaliera delle deiezioni.
E, ancora, mentre la 'sindrome della capanna' dilagava soprattutto tra gli anziani restringendo ancor di più il loro orizzonte; mentre la connotazione tradizionale del lavoro e della scuola andava in malora per nuovi improvvisati rapporti smart tutti da codificare; mentre concorsi a premi per bambini premiavano le idee più fantasiose e dispendiose nella concessione di astrusi bonus, compreso quello (giustamente) per lo psicologo; mentre il pallottoliere delle finanze arrivava a fondo scala e il PIL sprofondava; mentre le cartolerie finivano le scorte dei quaderni a quadretti, a causa della lunga sequela di bastoncelli storti nella richiesta del PNRR.
Mentre accadeva tutto questo, il segretario del PD, dicevo, ha avuto l'arguzia di lanciare nell'agone due temi di profonda riflessione umoristico-postprandiale: il voto ai sedicenni e lo ius soli. Quando si dice avere la capacità di guardare lontano. C'è da dire, comunque, che nel silenzio generale, tra le chiusure a iosa degli esercizi nonostante le reprimende di Tridico contro il lassismo (sic) e il sommarsi affliggente di milioni di ore di cassa integrazione con i licenziamenti, almeno una reazione l'ha suscitata: il solito amico siculo, vecchio militante di sinistra, dondolando il capo con aria sconsolata, ha borbottato tra sé: ma che minchia ci cunta?
Poi, San Gennaro ha imposto le mani e, come fece per la lava del Vesuvio, ha dato l'alt al Governo 'usando' l'assenza di maggioranza al Senato sulla relazione Bonafede circa la prescrizione. La derivante salita di rito al Colle ha concluso una gestione efficacemente sintetizzata da giornalisti dell'ex 'foglio di regime' col titolo di 'Scimmie al volante'. Se non fosse stato per il banchetto posto in mezzo a Largo Chigi quale metafora della disponibilità su piazza dell'ex premier, a vendere frutta e verdura aggiunse Crozza, almeno la conclusione sarebbe stata nella norma. Ma no. Venghino, signore e signori, Venghino, lo spettacolo spettacolare alla cage aux folles ha appena concluso il secondo atto.
E siamo così giunti al 67° governo repubblicano e al 30° presidente dell'Esecutivo. L'opera di Mario Draghi in quest'ultimo anno e mezzo è nota: guida di una compagine governativa all'insegna del 'dentro tutti', dietro invito alla responsabilità della Presidenza della Repubblica, ha registrato una sola notante astensione: FdI. Un anno e mezzo nel quale, a mio modesto avviso, alla guida 'Draghi' può essere contestualmente attribuito un inequivocabile segno di autorevolezza internazionale e un altrettanto inequivocabile segno di preoccupata incomprensione popolare.
Non c'è dubbio alcuno che il prestigio del personaggio ha fatto premio sulla ristesura del PNRR nei tempi stabiliti e sulla sua approvazione in quel di Bruxelles. Anche il programma, sia pur con qualche ombra a sommesso parere personale, era all'altezza dei tempi. E, se fosse durato, con una maggioranza più armonica, con davanti almeno un'intera legislatura, sono dell'avviso che in quanto a riforme un qualche risultato avremmo pure potuto portarlo a casa. Ma, come sappiamo, il tempo a sua disposizione sarebbe stato al massimo due anni, ridotto anzitempo per fibrillazioni intestine.
Comunque, ferma restando questa cornice, nella sua breve gestione sono accaduti fatti che oscillano tra l'incomprensibile e lo schizofrenico. Compresa una strana guerra per procura. Quale inciso, abbiamo scritto in proposito e abbiamo ascoltato tante voci. E, tra queste, ce n'è una che ho 'incontrato' recentemente e che mi ha dato da pensare: è un libro, Ucraina, la guerra e la storia', scritto da Franco Cardini, docente di Storia Medievale, e Fabio Mini, generale NATO, con la prefazione di quel Marco Travaglio5.
Mi limito a riportare l'attacco della prefazione: "Quando sarà finita, la guerra criminale scatenata dal presidente russo Vladimir Putin contro l'Ucraina verrà studiata, oltreché dagli esperti geopolitici e militari, anche dagli psichiatri. O, meglio, ne verrà studiato uno dei più allarmanti effetti collaterali in Europa: la folle isteria da osteria diffusa a piene mani da molti governanti e da quasi tutti i media occidentali, italiani in primis. Una pandemia di demenza e sadomasochismo collettivi che travalica abbondantemente i livelli fisiologici della propaganda di guerra, e anche quelli patologici. E che rende questo libro particolarmente prezioso, perché a scriverlo sono Franco Cardini e Fabio Mini, cioè uno storico e un generale che manifestano una prodigiosa quanto rara immunità dal nuovo, terrificante contagio. L'immunità che deriva da una tripla dose di vaccino: competenza, libertà di pensiero e spirito critico. … […].
Non vado oltre. Ma gli effetti, come sappiamo, hanno tra l'altro dato luogo ad un'impennata vertiginosa dei prezzi, a cominciare da quelli energetici e una pari cabrata dell'inflazione, riverberando il tutto intanto sull'alimentare. Potrei capire il gas ma che c'entra il carburante da trazione che rimorchia l'effetto inflattivo? Non c'è risposta e il silenzio, come al solito ormai, regna sovrano. Mi correggo: due voci nelle more si sono levate. La prima, immancabile, del segretario del PD che ha inteso risollevare gli animi introducendo due tematiche di ampio respiro: l'uso della cannabis e lo ius scholae. Al che, l'amico siculo di sinistra storica, sintennu sbiguttitu, con puntualità lo ha idealmente apostrofato: ma che minchia ci cunti? La seconda voce, invece, è stata quella dell'opposizione la cui prima (e unica) preoccupazione si è risolta nel dimostrare la nostra fedeltà (sic) all'alleanza atlantica attraverso la proposta d'incremento al 2% dello stanziamento di bilancio per gli armamenti. Che dire? L'emendamento, manco a dirlo, è stato prontamente recepito.
Chiuso l'inciso, per tornare alle caratteristiche curiose dell'Esecutivo, con cotanta 'guida' sono stati mantenuti quali intestatari di dicasteri soggetti che nel governo passato non sono parsi adeguati. Ma c'è Lui, è stato sottolineato. Poi, sono stati affidati dicasteri a soggetti il cui spessore non è parso conformato. Ma c'è sempre Lui, è stato ribadito. Ma se è così, perché se n'è andato? La 'colpa', quale prima evidenziazione, è stata attribuita all'ex premier che, nelle more, si è trovato a gestire un M5S ridotto i cui fuorusciti si possono definire come 'personaggi in cerca d'autore' di pirandelliana memoria, proiettati però in un'altra opera del drammaturgo siciliano: Questa sera si recita a soggetto.
Ebbene, innovando procedure e riti, l'ex premier del banchetto ortofrutticolo, di fronte alla 'fiducia' posta per 'difendere' i decreti-aiuti, ha dichiarato la sua disponibilità a votare la suddetta fiducia ma non i citati decreti. Attimi di sconcerto: come sarebbe possibile? E, comunque, cosa c'è di così negativo in quei decreti da minacciare un governo di solidarietà nazionale? Il proposto termovalorizzatore di Roma. Vi prego, ditemi che è uno scherzo. No. È il naufragio dell'unica proposta lanciata finora dalla ormai annosa 'nuova' giunta capitolina che avrebbe dovuto fare Roma 'più bella e più nuova che pria' eliminando cumuli di rifiuti per le strade che in tutta evidenza, con i loro miasmi, hanno scatenato una morbilità tale da causare un'altissima percentuale di assenti tra gli operatori ecologici. Quando non interessi degli affaristi della monnezza.
Ma ci sta. Dopo il rifiuto delle Olimpiadi e del nuovo stadio di calcio, la cancellazione del termovalorizzatore non poteva mancare. E a nulla è valsa la sottolineatura che a Copenaghen un impianto del genere è addirittura in centro città. La visione negazionista pentastellata non conosce deflessioni. Poi, un lampo di lucidità: anche senza i pentastellati, la maggioranza non viene meno, grazie ai fuorusciti allineati e coperti. Ma ecco il pronto rifiuto del premier: vado avanti solo col plenum iniziale. Ed è a questo punto che i due partiti del centro-destra, cogliendo la palla al balzo, hanno pronunciato il diktat: la nostra fiducia per un rimpasto senza M5S. Nuovo rifiuto del premier e salita al Colle per rassegnare le dimissioni.
Ignoro, ovviamente, i contenuti del colloquio col Capo dello Stato ma sono propensa a credere che da parte Sua ci sia stato un invito a porre da parte l'impolitica stizza e un bonario richiamo al senso di responsabilità. Dal che, il rinvio alle Camere: un adempimento che il premier, in tutta evidenza, ha affrontato con immutato spirito. E, pur avendo comunque una maggioranza, come le votazioni hanno dimostrato, ha reiterato le sue dimissioni. Ed è inutile, ritengo, indagare sulle ragioni che lo hanno spinto a tanto. Così siamo giunti alla fine di una legislatura, la XVIII, che non ha eguali nella storia repubblicana. Ho voluto riepilogarla per me, tra incredulità e sconforto. Sono certa che, tra qualche secolo, ne parleranno i cantastorie ai fuochi di bivacco nelle notti di plenilunio come segno di malevolenza degli Spiriti Superni.
Dunque, siamo all'avvio della campagna elettorale e a distanza di un mese e mezzo dall'edizione del numero della rivista e di quasi due mesi dal voto, non ho idea di cosa ci riservi il futuro ma un auspicio mi sento di farlo: che i partiti stilino un programma serio lasciando al palo le boutade che, con voce d'improvviso ritrovata, hanno già cominciato a circolare, tipo la piantumazione di un milione di alberi, le cure dentarie gratis agli ultrasessantenni, l'elevazione a mille euro la pensione minima o la costituzione di una dote ai diciottenni e la tassazione patrimoniale ai plurimilionari. Non voglio bestemmiare ….
Un programma che, ciascuno secondo il proprio taglio, fornisca risposte, da troppo tempo inevase, sull'economia e sul sociale e che comunque dia palese dimostrazione che questo Paese, leale componente NATO e sentitamente attivo membro dell'Unione Europea, ha ancora i cojones per decidere del proprio destino. Ah! Dimenticavo. Per chi votare? Dal momento che gli eventuali programmi sono tutti da verificare nel pratico, il voto diventa un atto di fiducia al buio. Per cui, quello che io farò sarà votare turandomi il naso, secondo l'insegnamento montanelliano, quel partito che, nonostante i trascorsi, almeno idealmente dovrebbe rappresentare il mio sentire. Ma un aspetto ci tengo a sottolineare: occorre comunque votare.
L'astensionismo non è più letto come un segnale di delusione del quale, peraltro, ci si può beatamente fregare. Ripristiniamo davvero la democrazia con una chiara, forte e determinata maggioranza da porre al lavoro. Diversamente, non resta che sollevare gli occhi al cielo, credenti o meno, e con voce accorata e le palme rivolte verso l'alto gridare: Dio … se ci sei...







Note:
1. Citato in Diogene Laerzio - Vite dei filosofi, libro IX, cap. VIII, traduzione di Marcello Gigante, Mondadori 2009
2.Lc 23,34
3. Totò – Santoro, il fine dicitore – dalla raccolta 'A livella. – Ed. F, Fiorentino 1989
4. Dante Alighieri – Divina Commedia – Paradiso – Canto XVII – vv. 58-60
5. PaperFirst by il Fatto Quotidiano – Edizione I – Anno 2022
   
     
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