SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    GLEBALIZZAZIONE    
   
Più di due mesi fa, l'amico caro Angelo Romano, il nostro beneamato direttore, ha condiviso con me il video dello speech del prof. Valerio Malvezzi, economista e cattedratico in Pavia, postato su Youtube1. L'ho visto con tanto interesse e ho aderito ad ogni passaggio dell'intervento di quel docente fino alla sua conclusione, alla sua denuncia del forzato ripristino, generalizzato stavolta, della servitù della gleba, come l'ha definita. Ho aderito, dicevo, perché, accantonando presunzione e superbia, ho costatato con soddisfazione che non c'è stata argomentazione dell'esimio ricercatore che non sia stata già 'toccata', già trattata, già denunciata dalla rivista con la quale ho il piacere di collaborare. Nei suoi sette anni di nuova edizione, infatti, non c'è stato numero di 'Confini' dove lo stesso direttore o almeno uno dei colleghi, senza avere una laurea in economia (mi scuso della supponenza), non abbiano doviziosamente trattato i tanti marchingegni, le mistificazioni, le imposture, gli espedienti, tutti volti a disegnare per la società un tristo orizzonte; la 'glebalizzazione' appunto, nell'ottica neologistica del ricercatore di Pavia.
La supremazia prima dell'economia e poi della finanza sulla politica, il dio mercato, il potere e l'impunità delle banche, la cancellazione degli strumenti di ridistribuzione del reddito, la concentrazione della ricchezza in sempre minori mani, l'eliminazione di istituti di tutela giuslavorista e il dilagare della precarietà, lo sradicamento sociale accresciuto dalla sospinta mobilità, la mercificazione del lavoro e dei lavoratori, il riscontro della povertà persino in presenza di un lavoro, un tutto megafonato addirittura come 'salvifico' dagli sherpa dell'informazione, sono solo alcuni tra i pervicaci meccanismi che gravano sulla società per la sua disarticolazione, per la sua dispersione e per la sua successiva riconduzione verso lo stabulario.
Dal che il mio ulteriore compiacimento, misero se si vuole, nel costatare che finalmente un autorizzato, organico, 'formatore' di giovani menti abbia il coraggio e la capacità di 'cantare' fuori dal coro avvalendosi, peraltro, di uno dei più efficaci strumenti di diffusione dell'informazione: il web. L'unico aspetto sul quale non sono d'accordo, tuttavia, è il neologismo, 'glebalizzazione', usato per definire un tale approdo perché, sempre senza presunzione, ritengo ben diversa la vita del 'servo della gleba', paradossalmente 'migliore' di quella che ci si prospetta.
Dio mi guardi dal dare 'lezioni' di storia o di sociologia a chicchessia ma, intanto, interessante è che tale 'condizione' venne istituita, di fatto, addirittura ai tempi dell'antica Roma per frenare la fuga dalle campagne verso la città. Il che, considerati i tempi, non mi sembra del tutto negativo. Con un provvedimento autoritativo fu, infatti, imposto ai coloni di trasmettere il proprio mestiere ai loro discendenti, 'fissandoli' al terreno che coltivavano al punto da essere venduti assieme ad esso. Dal ché, i servi della zolla. Certo, il fatto di essere vincolati alla terra poteva senz'altro risultare oppressivo ma dobbiamo considerare che la vita in città, senza arte né parte, poteva essere anche peggiore.
In realtà, al tempo dell'antica Roma, il legame non era proprio indissolubile: matrimoni, trasferimenti, arruolamenti volontari consentivano in fatto, dove non in diritto, di lasciare il 'campo' per nuove destinazioni. Del resto, la società romana (e il relativo ordinamento giuridico) era per certi versi così elastico da consentire che un uomo, per debiti ad esempio, al fine di riscattarli (e riscattarsi) potesse scegliere di divenire per un predeterminato lasso di tempo schiavo del creditore o, per altro verso, addirittura gladiatore così da guadagnare soldi e fama.
La condizione di 'servo della zolla', invero, cominciò ad essere un tantino più oppressiva con l'avvio del Medioevo quando al legame con la 'zolla' si sommarono diverse incombenze: il pagamento del fitto o delle decime, specifiche prestazioni e il 'banno' e cioè il turno di guardia, il trasporto di materiali, l'alloggiamento dei guerrieri e quello del signore, la trasmissione di messaggi, ecc. C'è da dire, comunque, che se il terreno era disagevole non era infrequente la concessione ai lavoranti di privilegi o di ampie libertà (franchigie). Insomma, nonostante l'obbligatorietà, i 'servi della gleba' erano portatori di diritti, potevano possedere e lasciare in eredità. Non solo. Non potevano essere allontanati dal 'campo' senza il loro volere. E, aspetto importante, il feudatario non aveva potestà alcuna sulla loro vita.
Invero, l'unico istituto che creò forti risentimenti e dissapori fu la necessità dell'autorizzazione del proprietario terriero per sposarsi. L'unico modo per sottrarsi ai vincoli complessivi era fuggire dal fondo per raggiungere la città perché, una volta raggiuntala, venivano meno tutte le servitù. Così, in molti si avventurarono nel non facile viaggio, soprattutto mossi dalle questioni matrimoniali. Già, perché la vita nella città, spesso, non poteva definirsi entusiasmante per una famiglia già formata.
Infatti, i fuggiaschi arrivavano isolatamente nei centri urbani e trovavano una comunità organizzata contro la quale erano impotenti. Se il loro lavoro era regolato da una corporazione e doveva essere appreso, i maestri li sottomettevano secondo il loro interesse e se, invece, la loro prestazione non era regolata da una corporazione ma era lavoro a giornata, essi non arrivavano mai a costituire un'organizzazione e restavano plebe disorganizzata in balia degli eventi2. In sostanza, non voglio certo dire che la vita del 'servo della gleba' fosse tutta rose e fiori ma, tutto sommato, per quei tempi, consentiva di avere una dimora, di vivere intanto con i frutti della terra e di guadagnare vendendoli per integrarli secondo necessità attraverso l'acquisto o il baratto. Di allevare i figli e di lasciare loro un'occupazione e una casa.
Inoltre, il popolo della 'zolla', a differenza di quello della città, aveva tre caratteristiche che lo differenziavano enormemente: era timorato di Dio nel quale riponeva la speranza naturale di una vita migliore, di una salvezza dalle avversità, dalle malattie. Conosceva la solidarietà e amava la vita. Era "rumoroso, malizioso, scherzoso, pieno di traboccante vitalità, di entusiasmo e di foga.", soggetto sì al diritto feudale, ma con un gusto della vita da "celebrarla" quotidianamente3.
Non voglio qui ripercorre le tante denunce fatte dalla rivista negli anni, denunce che ho sinteticamente enunciato sopra; ma la differenza è lì, per chiunque voglia osservarla.
Oggi non siamo legati ad alcun 'terreno', quando lo troviamo lo lavoriamo per un compenso sempre più basso con sempre meno tutele e possiamo essere allontanati da esso in un attimo, tutt'al più con un modesto risarcimento. Non abbiamo certezze da lasciare in eredità e neppure speranze, non conosciamo più la solidarietà, il pensiero di Dio non allevia più le nostre sofferenze e la vita è diventata la nostra matrigna. Abbiamo accantonato il matrimonio per non correre il rischio d'incappare in vincoli economici e, analogamente, abbiamo messo da parte la perpetuazione di noi stessi: i figli. Infine, nonostante le apparenze, non siamo liberi.
E, per accorgercene, non dobbiamo aspettare il commento interessato di Sallusti4 a proposito dei recenti fatti politici o, prima ancora, la dichiarazione pseudo filosofeggiante del presidente Putin rilasciata al Financial Times lo scorso 27 giugno sull'avvento della 'democrazia illiberale': lo vediamo tutti i giorni. Se disponiamo di un minimo di risorse finanziarie, siamo 'liberi' di comprare orgiasticamente negli outlet, di volare forsennatamente low cost, di acquistare superbamente utilitarie-missile. Possiamo scegliere tra cento yogurt, tonni, maionese, merendine e mille altri prodotti tra i quali t-shirt, jeans, felpe e sneakers. E se le disponibilità non sono sufficienti per soddisfare le nostre voglie ecco pronta la banca e la concessione di credito al 'consumo' che, tanto, al di là di 1/1.500 euro non arriva. Tanto, cinquanta o cento euro al mese, anche con una retribuzione di 7/800 euro di un call-center, si possono pagare. Ma, per serbarci l'argent de poche, non dobbiamo alzare la testa.
Dobbiamo mantenerci riverenti, a capo chino, giornalmente grati che il 'mostro-mercato' non volga il capo verso di noi e non ci sbatta in una solitudine casalinga dove moglie e figli fungono da penose ombre, dove un padre e una madre scuotono tristemente la testa nel vederci sepolti nella nostra stanza, tra devastanti pensieri e il baluginio di uno schermo mentre il tempo passa inutilmente. Una casa dove già non c'era colloquio perché non c'è alcunché da comunicare, dove non c'è festosa separazione perché non c'è possibilità di un mutuo fondiario. Una casa silenziosa che alla disperazione delle insufficienti risorse sostituisce l'angoscia di un'esistenza inutile. Un terzo delle famiglie è in tali condizioni o le rasenta.
Non dobbiamo alzare la testa, non possiamo 'rivendicare': le istituzioni democratiche, i cosiddetti soggetti intermedi, espressione cara al Censis e a De Rita, i sindacati insomma, hanno smesso di essere portatori di interessi collettivi, di tutelare, per divenire 'tecnici' della 'flessibilizzazione produttiva', della 'riorganizzazione snellente', della 'riconversione competitiva', adorati fino alla prostrazione dagli scampati allo 'slancio concorrenziale'. Né possiamo appellarci al 'diritto': il legislatore prima e il magistrato poi seguono ormai il 'nuovo corso' volto alla 'crescita' dove non c'è considerazione per il singolo fino al punto da cancellare l'espressione 'progresso' perché lo inglobava e prevedeva la sua elevazione economica e sociale. Dove la 'ricchezza' non deve più essere ripartita (nessuno si azzardi a pensare al reddito di cittadinanza), dove è lecito che si accentri in sempre minori mani, dove le legittime aspettative individuali sono considerate fumisterie di un astruso passato.
Così …. Per ridere. Chissà se qualcuno dei nostri 'reggitori' si è accorto della somiglianza tra l'attuale situazione e la Carta del Lavoro di Bottai del '27 dove all'art. 1, 1° comma, si legge: 'La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono.'.
Eppure, quasi paradossalmente, c'è stato chi, nella scorsa legislatura, ha cercato di inasprire sia il divieto costituzionale espresso nella XII disposizione transitoria e finale, sia il portato della legge Scelba. Aspetti tristemente umoristici della vita. Beh! Ad onor del vero, la seconda differenza rispetto a quel passato, è che a nessuno oggi verrebbe in mente di definirci Nazione. Non lo eravamo, continuiamo a non esserlo e non c'è più speranza di divenirlo.
Ogni segno distintivo della nostra identità è stato cancellato (anche quest'aspetto è stato opportunamente affrontato dalla nostra rivista), le tradizioni sono divenute cibo per gatti e l'unica cultura rimasta, che non disdegna il prefisso di pseudo, è quella che ammannisce RAI3 nelle cosiddette trasmissioni di satira e di approfondimento.
Già, perché, ulteriore aspetto umoristico della storia è che due 'visioni' (è il caso di dire), a noi estranee, antitetiche tra loro, hanno trovato una convergenza per una comune concezione del tempo e dello spazio: due 'visioni' l'una proveniente dai deserti di Sonora, con l'immancabile scena di una banda di cattivoni con le penne che insegue il solitario cowboy che spara all'impazzata e che, alla fine, riuscirà a prevalere dandogli così la convinzione che potrà conquistare il mondo con una pistola e un cavallo; l'altra proveniente dalle steppe siberiane dove poverissimi mugik, stanchi dell'oppressione zarista, armati di forconi e zappe, pur avendo avuto ragione di moschetti e di cannoni, rimarranno mugik dandogli così la convinzione che l'omologazione al ribasso di un popolo sia cosa buona e giusta. In effetti, due 'chiese', ognuna con i suoi 'dogmi' inderogabili.
Vero è che oggi, per l'evoluzione dei costumi (e per gli sfaceli compiuti), rappresentazioni del genere non avrebbero più effetto ma la spregiudicata disinvoltura nell'affermare che, da un lato, la ragione risieda solamente nel più forte e che, dall'altro, la 'verità' abiti solo ed esclusivamente negli eredi della falce e del martello è fatto quotidiano; e, permanendo inalterata la concezione del tempo e dello spazio, le due 'visioni' continuano rovinosamente a convergere. Gli effetti su culture e animi umanistici e rinascimentali, sia pur un po' contaminati dal giacobinismo, li possiamo paragonare a quelli descritti da Hans Ruesch nel suo libro 'Paese dalle ombre lunghe' dove l'autore racconta la vita di una famiglia di cacciatori Inuit (esquimesi) di antichissime tradizioni e modi di vivere, perfettamente adattati all'ambiente glaciale, ed il loro drammatico incontro con l'uomo bianco, con le sue tecnologie spiazzanti e la sua fede, ingiunta agli Eschimesi senza il minimo senso critico né di rispetto. L'unico risultato è stato la devastazione di quel popolo.
Non siamo noi i 'servi': questi sono i nostri 'reggitori'. Potrei impiegare un mare di parole per descrivere il mio pensiero. Invece, preferisco ricorrere a quello di Max Weber mirabilmente espresso nella sua opera 'Economia e società' e, più specificatamente, nella parte intitolata 'Sociologia del potere': ' […] Il potere tradizionale sussiste in virtù della credenza nel carattere sacro degli ordinamenti e dei poteri di signoria esistenti da sempre. Il gruppo di potere è una comunità; il tipo di colui che comanda è quello del "signore", mentre coloro che prestano obbedienza sono "sudditi" e l'apparato amministrativo è costituito da "servitori". ….
[…] … 'il volere del signore è vincolato soltanto dai limiti che, nel caso singolo, derivano dal sentimento di equità, e quindi in modo straordinariamente elastico: il suo potere si distingue perciò in un campo di grazia ed arbitrio libero, nel quale egli decide a piacere, per simpatia o avversione, e secondo punti di vista puramente personali che sono anche influenzabili dalla compiacenza personale. Quando però a base dell'amministrazione o della composizione dei conflitti vengono posti dei principi, essi sono quelli dell'equità etica materiale, della giustizia o dell'opportunità utilitaria, e non quelli di tipo formale che si hanno nel potere legale.
In maniera completamente eguale procede il suo apparato amministrativo, costituito da persone che sono vincolate personalmente (servi e funzionari domestici) o da parenti o da amici personali (favoriti) o da individui vincolati da un legame di fedeltà personale (vassalli e principi tributari).
Manca il concetto burocratico della "competenza" come sfera di funzioni oggettivamente delimitata […]. La struttura puramente patriarcale dell'amministrazione è quella in cui i servitori si trovano in una completa dipendenza personale rispetto al detentore del potere, e vengono reclutati in modo puramente patrimoniale (come nel caso di schiavi, domestici, eunuchi) oppure in modo extrapatrimoniale da strati non completamente privi di diritti (come nel caso di favoriti e di plebei). La loro amministrazione è assolutamente eteronoma ed eterocefala; non esiste affatto un diritto personale all'ufficio per gli amministratori, e non esiste neppure una scelta in base alla specializzazione e un onore di ceto dei funzionari; i mezzi amministrativi oggettivi vengono impiegati del tutto in favore del detentore del potere, e nella sua regìa personale […].5
Non credo che occorrano altre parole. Ma, allora, noi chi siamo?
Noi che, dopo essere divenuti merce, paghiamo le tasse fino all'ultimo centesimo, senza beneficiare di alcun servizio pubblico se non a pagamento (compresa la scuola), mentre alcune società e soggetti evadono somme ingenti per finire di pagare poi, in via concordata, un dieci per cento dell'evaso.
Noi che dovremmo beneficiare di un servizio sanitario nazionale a carattere universale che, tuttavia, per fare una TAC o una RM fa registrare un anno d'attesa, sei mesi per una visita specialistica, due o più giorni d'attesa in pronto soccorso su una lettiga prima di un ricovero, una degenza spesso senza sapone né salviette e, a volte, senza farmaci complementari mentre mediamente l'80% del bilancio regionale è destinato alla sanità.
Noi che avevamo pensato, nel corso della vita lavorativa, di campare senza grilli per la testa una dignitosa vecchiaia, ci ritroviamo di anno in anno alle prese con provvedimenti che, per ottenere la pensione, aumentano i requisiti anagrafici, poi quelli assicurativi, indi li accorciano integrandoli tra loro, e che infine calmierano l'importo come se, per determinarlo, sia intervenuta in passato qualche benevolenza e non il duro lavoro e i relativi prelievi.
Noi che affidiamo i nostri sudati risparmi alle banche che li usano a loro piacimento dandoci Ø interessi quando va bene o, addirittura, addebitandoci un tasso per la gestione del conto.
Penso possa bastare. Bene. Quindi, alla luce di tutto, ciò se i nostri 'reggitori' sono i 'servi', ricalcando le orme di Weber per noi non resta che la condizione di schiavi o, in via alternativa, quella di eunuchi.









Note:
1.https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=413911992557872&id=372478550034550 ma ce ne sono molti altri dello stesso Malvezzi su argomenti tutti interessanti
2. K. Marx-F. Engels - L'ideologia tedesca - Editori Riuniti Roma 1972 - pag. 42
3. Fulcanelli – Il mistero delle cattedrali – Edizioni Mediterranee – III edizione ampliata 1972 - p. 30 – citato da Massimo Sergenti – The wall – Confini aprile 2018
4. Il Giornale – 27/8/2019 – pag. 9 - Il cittadino vota ma non conta più: è non democrazia
5.M. Weber, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, anno ed. orig. 1922 - Vol. II, pp. 258-262


   
     
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