SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    MARE MONSTRUM    
   
Non posso negarlo. Di fronte alla parola 'monstrum', immediatamente sono stata indotta a caricare l'accezione di significati negativi tipici di un'espressione simile: 'mostro'. Ma, poco dopo, mi sono ravveduta e ho focalizzato che 'Monstrum', invece, è il sinonimo di prodigio, di miracolo, di evento straordinario. Un termine che, solo raramente, sta a significare una nefandezza, un atto mostruoso. Ed ecco il Mediterraneo: mare monstrum per eccellenza, l'esatta fusione dei concetti espressi. Peraltro, la sua assonanza con 'mare nostrum' è puramente casuale: nel primo caso, è il senso di una poliedrica arricchente astrazione mentre il secondo è una 'definizione a tempo'. Venuta in essere poco dopo il 30 a.C., essa fu mantenuta, insieme a 'mare internum', fino alla fine dell'Impero Romano d'Occidente per essere soppiantata, poi da 'mediterraneum mare', appunto.
Il 'mare interno', infatti, prima ancora della definizione romana, è stato il crogiuolo dove civiltà si sono formate, hanno operato e si sono esaurite. Pensiamo ai Sumeri, a questi abitanti della Mesopotamia di oltre 6.000 anni fa, e alla loro capacità di tradurre per la prima volta al mondo il linguaggio parlato in oltre duemila segni pittorici al fine di 'leggerlo', prima ancora di stilizzarlo nella nota scrittura cosiddetta cuneiforme. Gli ùĝ saĝ gíg ga, il popolo dalla testa nera, della terra Ki-en-gir, dei 'signori civilizzati', che hanno lasciato ai posteri le prime nozioni di educazione, di diritto, per la navigazione, per la zootecnia, per la scultura, per l'architettura nonché il sistema sessagesimale, quello che ancora oggi usiamo per contare le ore e i minuti, i gradi del cerchio e degli angoli. Lo stesso sistema che attualmente adoperiamo per il frazionamento delle costellazioni.
'I signori civilizzati', del resto, non avrebbero potuto scegliere terra migliore in virtù della configurazione geografica e idrografica: due fiumi, i mitici Tigri ed Eufrate a est e la Palestina e la sua costa mediterranea a ovest. E, non a caso, gli amanuensi ebrei del I° Libro del Pentateuco, Genesi, redatto in cattività in quel di Babilonia circa cinque secoli a.C., per descrivere il Paradiso parlarono di un corso d'acqua che si divideva alimentando quattro rami dei quali il primo, Pison, circondava la Terra di Avila, la regione arabica; il secondo, Gihon, che avvolgeva la Terra di Kush, l'Egitto; ed il terzo e il quarto, il Tigri e l'Eufrate, appunto, che irrigavano la Mesopotamia.
Una terra, quella dei Sumeri, che s'intreccia strettamente con le Tre Religioni del Libro grazie al comune Grande Padre Abramo, si dice proveniente, appunto, dalla sumera Ur, dominante città/Stato, abbandonata dal Patriarca presumibilmente a seguito dell'invasione degli Ittiti: i provetti lavoratori del ferro, i primi a usare il carro da guerra, dotati della più antica Costituzione al mondo emanata col proclama di Telipinu1 nel XVI secolo a.C. Senza considerare, infine, il valore per loro del codice di Ur-Nammu di cinque secoli prima, contenente ben cinquantasette leggi penali nonché misure standard di capacità e di peso.
E come dimenticare i coevi Egizi e la loro civiltà il cui regno si perde nella notte dei tempi con Narmer o Menes, il primo faraone secondo Manetone all'incirca 3.000 anni a.C.; quegli Egizi la cui storia si dipana in tre millenni attraverso ben trentuno dinastie, lasciando ai posteri arcinoti segni inequivocabili di grandezza e di civiltà nonché di forza militare. Furono loro, infatti, a sconfiggere gli ittiti nella celebre battaglia di Qadeš condotta dal grande Rames II. Così come, poco prima, avevano definitivamente abbattuto, sotto la guida di Kamose, uno strano popolo, gli Hyksos, con il quale per ben due secoli erano stati costretti a convivere al loro interno.
I Greci e i Romani sono ancora di là da venire e già la storia dei Paesi rivieraschi del 'mare interno' è ricchissima di scambi culturali e commerciali, di guerre infauste e di felici riconciliazioni; un mare, lungi dal diventare 'nostrum', già solcato a profusione da capienti barche fenice in grado di navigare anche di notte prendendo come punto di riferimento le costellazioni circumpolari, in particolare l'Orsa Maggiore. Un popolo, quello fenicio, già capace a quel tempo (XIII sec. a.C.) di circumnavigare l'Africa2, al quale dobbiamo l'ideazione del primo alfabeto fonetico, che comprendeva ventidue segni, usati e modificati successivamente dagli Ebrei. Tuttavia, dopo cinque secoli di libertà e di splendori, dovranno chinare il capo sotto la potenza assira, attratta dalle ricchezze fenice.
Una condizione di sudditanza, quella citata, che si protrarrà per tre secoli. L'impero assiro, sorto sotto la guida di Tiglat-Pileser I, conobbe una serie infinita di vittorie, tra le quali quella contro l'Egitto, e di sconfitte, tra le quali quella contro la Babilonia di Hammurabi, estensore del noto Codice che, oltre un millennio avanti Cristo, detta norme di diritto costituzionale, immobiliare, obbligazionario, matrimoniale, successorio, penale, locativo nonché dispositivo per la schiavitù e per l'allevamento del bestiame; norme racchiuse in una stele di oltre due metri, visibile al Louvre.
L'impero assiro brillerà ancora e lascerà segni inequivocabili della sua grandezza: sotto la guida di Assurbanipal, chiamato dai Greci Sardanapalo, venne costruita a Ninive una grandiosa biblioteca che raccoglieva circa 22.000 tavolette cuneiformi (tra cui la redazione del Ciclo di Gilgamesh), incoraggiando oltremodo l'arte e la cultura, in rappresentanza di uno dei momenti più prosperi per lo sviluppo civile e artistico assiro. Ma, alla fine, dalle contese dell'epoca, due sole stelle emersero dal firmamento del relativo scacchiere: la Persia e Babilonia. Non credo occorra sintetizzare la grandezza e la potenza della Persia né, tantomeno, dopo alterne vicende, quella di Babilonia. E se la prima, tra l'altro, dovette fare i conti con un'altra potenza militare e marinara, Cartagine, che aveva preso a dominare la parte occidentale del 'mare interno', la seconda ebbe la meglio sull'intraprendenza del regno ebreo del sud palestinese, quello di Giuda, giungendo con Nabucodonosor alla deportazione del gotha gerosolimitano e di re Sedecia. Al pari del destino dei maggiorenti del regno del Nord, Israel, confinati in precedenza dagli Assiri a Ninive.
Lo si deve alla cattività babilonese la nascita della prima sinagoga, superando per forza naturale di cose il divieto di celebrare al di fuori del Tempio, e (presumibilmente) l'avvio lì della redazione della prima versione di Genesi, di Esodo, del Levitico, di Numeri, del Libro I e II dei Re, dei Libri dei profeti Geremia, (proto) Isaia, Baruc e Ezechiele nonché di quello dei Salmi. Dopo circa cinquant'anni, ci penserà il persiano Ciro, vincitore sui babilonesi, a decretare il ritorno dei deportati a Gerusalemme sotto la guida del prefetto persiano Zorobabele, e la ricostruzione del Tempio, distrutto da Nabucodonosor.
Ma il Fato continua a muovere i suoi scenari e, per la prima volta, al giro di boa dell'ultimo millennio prima dell'era volgare, salgono al proscenio le città-stato greche contro la macchina bellica persiana. È il momento storico dei Greci, di breve durata se vogliamo, ma estremamente intenso: dalla cosiddetta Prima Guerra Persiana, vinta dagli Ateniesi nella battaglia di Maratona che ha reso immortali due emerodromi e due 'corse': Filippide, inviato a Sparta con richiesta di aiuto, e Tersicore, spedito ad Atene ad annunciare la vittoria. Alla Seconda Guerra Persiana, vinta dalla Lega panellenica sotto il comando di Temistocle, che insieme al mito di Leonida e dei suoi 300 alle Termopili, ha donato ai posteri una vittoriosa strategia di battaglia navale a Salamina che, a detta di studiosi, ha finanche reso possibile la conservazione di quella che diverrà la 'cultura occidentale'.
Già. La cultura 'occidentale', allora fatta di artisti, quali tra gli altri Fidia e Apelle, e di filosofi del livello di Socrate, di Aristocle in arte Platone, di Aristotele la cui portata del pensiero ha pervaso il mondo fino ai giorni nostri e che a quei tempi produceva una stretta relazione con le attività umane: si pensi ad Alessandro Magno, giovane allievo di Aristotele, che in soli trentatré anni di vita, oltre ad unificare la Grecia, ha conquistato terre che ininterrottamente vanno dal 'mare interno' fino all'Oceano Indiano. Poi, i Diadochi, i suoi generali, alla sua morte si spartiranno le conquiste e i loro eredi si troveranno ad affrontare una impetuosamente emergente potenza militare: Roma.
Dopo due secoli di 'regno' dalla sua dichiarata fondazione (753 a.C.), Roma cancellerà la guida di un re per sposare quella della Repubblica, primo esempio tra le civiltà esistenti, con bilanciamento dei poteri tra Senato, Tribuni della plebe e Consoli: un assetto istituzionale che sostanzialmente si protrarrà per cinque secoli: fino ad arrivare all'Impero augusteo che manterrà il sistema solo formalmente per altri quattro secoli.
Ma Roma, come sappiamo, non sarà solo una potenza militare le cui conquiste non hanno eguali ma anche un insieme di credi (oltre trenta), di culture e di conoscenze le cui attività e opere sono ancora perfettamente visibili ai giorni nostri. Si dice che 'Grecia capta ferum victorem coepit'3, la Grecia catturata catturò il rozzo vincitore. Ma tale affermazione, a sommesso avviso, è fondata solo in parte: è vero che agli aspiranti alle cariche pubbliche faceva merito la conoscenza del greco ma è anche vero che Roma seppe fare tesoro della cultura ellenica che elaborò per costruire la sua magnificenza: opere architettoniche che sfidano il tempo, dimore abbellite da splenditi mosaici e rese funzionali da avveniristici sistemi idraulici, città con fori, teatri, arene, terme e reti fognarie, strade e ponti ancora in essere per efficaci sistemi di collegamento e di trasporto.
E, poi, l'arte, la letteratura, la poesia, il diritto le cui indelebili tracce hanno influenzato artisti, letterati, poeti, giureconsulti e magistrati dei secoli successivi; e, ancora, certo, la forza delle armi. Come Alessandro Magno nel 'disegnare' la sua fanteria trasse spunto dai quaderni di Xenofonte circa l'impiego degli opliti, così i Romani, elaborando la falange oplita, concepirono e impiegarono l'inarrestabile legione che ha reso possibile l'estensione di quella civiltà in tutto il mondo allora conosciuto, soppiantando, è vero, ogni ulteriore, coeva, civiltà a cominciare da Cartagine, fino a definire il 'mare interno' con l'inequivocabile appellativo di 'nostrum'.
Potrei fermarmi qui perché il proseguo della storia è noto ma da quanto maldestramente sopra riportato emergono delle considerazioni su fatti che dal passato, a dritta o a rovescio, rimbalzano fino ai giorni nostri. Il Mediterraneo ha visto sulle sue rive un florilegio di antiche civiltà che per trovarne di simili occorre spostarsi in Cina. Ma, a differenza di questa, quelle mediterranee hanno generalmente avuto migliori riverberazioni sociali e maggiori effetti civili. Le culture mediterranee, peraltro, tra i loro punti di maggior forza hanno trovato la 'percorrenza' del mare. Per scorgere navigatori simili, occorre attendere più di un millennio e spostarsi nelle regioni scandinave per scoprire i mitici vichinghi che, tutt'al più, hanno attraversato il Mare del Nord per raggiungere l'Inghilterra e, successivamente, la Francia.
Inoltre, è indubbia la posizione, 'privilegiata' possiamo dire, della penisola italica che si protende nel bacino mediterraneo fino a 90 miglia (grazie alle sue isole) dalla costa africana formando quasi una sorta di transenna tra le colonne d'Ercole e il Mar d'Azov. E questo, insieme all'intraprendenza, ha consentito alle cosiddette Repubbliche Marinare, nell'Italia dei Comuni, di produrre commerci in ogni capo del mondo noto e conseguente ricchezza. Certo, anche altri Paesi hanno trovato il loro core business nel mare ma per giungere al livello delle Repubbliche marinare hanno dovuto attendere qualche secolo. Si pensi alla I crociata, quella mossa da Papa Urbano II nel primo secolo del secondo millennio: quattro armate, europee possiamo dire, che dopo varie vicissitudini arrivarono a Gerusalemme per espugnare la quale, dopo numerosissimi infruttuosi attacchi, dovettero attende l'arrivo delle navi genovesi al comando dei fratelli Embriaco con le loro torri d'assalto.
Non sarà certo quella l'unica volta dove le Repubbliche marinare saranno attive partecipanti, finanche risolutive nelle controversie 'interne': nell'arco di oltre quattrocento anni, saranno decine e decine le battaglie dove parteciperanno disgiuntamente, congiuntamente o, addirittura, reciprocamente contro. Saranno invece restie a prender parte alle ulteriori nove crociate in quanto avevano interessi (magazzini, punti vendita, ecc.) da difendere, particolarmente tra la Siria, la Palestina e l'Egitto. Ma quando si trattò di contrastare lo strapotere turco, si ritrovarono insieme nella battaglia di Lepanto, unitamente alla Spagna, divenuta nelle more potenza marinara, al regno di Napoli e a quello di Sicilia, sotto l'egida dello Stato Pontificio.
L'antefatto fu il salvataggio di Famagosta, assediata dai turchi sull'isola di Cipro, dominio veneziano. Ma il contesto fu quello di una lotta per il controllo del Mediterraneo, benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche fossero intensissimi. La sconfitta dei turchi a Lepanto non frenò, comunque, il loro espansionismo: più di un secolo dopo, verranno definitivamente fermati sotto le mura di Vienna. Ma sul mare, per avere chances, dovettero ricorrere all'uso di corsari. In pratica, fino ad allora, sulle acque mediterranee sulle cui sponde si affaccia sia l'Occidente che l'Oriente, avevano indirizzato la prua solo navi 'interne' per commerciare e per guerreggiare. Un quadro che ha attraversato i millenni, immutato. Fino all'arrivo in quelle acque di una potenza marittima esogena: l'Inghilterra.
Tutto ciò posto, i fatti espressi inducono a mio sommesso avviso a delle riflessioni, inefficaci e ininfluenti quanto vogliamo, ma non per questo meno fondate e potenzialmente veritiere. Dato il 'comune destino' delle popolazioni rivierasche, la comune storia e il patrimonio culturale comune, una qualche mente brillante avrebbe potuto efficacemente proporre, nel tempo, una sorta di ONMU, un'Organizzazione delle (sole) Nazioni Mediterranee Unite. Conosco l'esistenza dell'Unione per il Mediterraneo, composta da ventisette Stati membri dell'Unione Europea e da sedici Paesi del Nordafrica, del Medio Oriente e dell'Europa sud-orientale ma non mi sento di attribuire a quell'Unione un intento che vada al di là del nominale, in palese offesa del patrimonio storico comune. E ciò, nonostante gli 'alti compiti' auto-attributi: Sviluppo imprenditoriale, Alta formazione e ricerca, Affari sociali e civili, Energia e azioni per il clima, Trasporti e sviluppo urbano, Acqua e ambiente, Politica e sicurezza, Economia e commercio, Ambito socio-culturale e Giustizia e affari interni. Un'Unione le cui teoriche basi risalgono al 1995 e, attraverso il cosiddetto Processo di Barcellona, sono state incrementate negli anni.
Sono sicuramente una disattenta lettrice ma non mi sembra che così altisonanti compiti abbiano prodotto concreti effetti. Forse, un po' come si narra, accadde a Mozart che, nel presentare Il Ratto dal serraglio all'imperatore, si sentì dire: 'Bella ma … troppe note.' Nel senso che se creassero un'armonia, i Paesi del Nord Europa corroborerebbero quell'Unione attraverso un arricchente, diversificato contributo non foss'altro che d'idee anche se digiuni di specifiche conoscenze. Ma, spesso, i punti di vista tra Nord e Sud sono in totale opposizione che si concretizza nel contrastare o nel correre 'in solitaria' per interessi di parte, quando non in risposta a 'calcoli' di terzi. Basti osservare, ad esempio, le problematiche relative ai migranti, all'approvigionamento energetico, alla tutela delle acque o alla difesa di minoranze. Mi riferisco, in quest'ultimo caso, ai curdi.
Si dice che, per brillante pensata americana, siano stati 'usati', insieme ad un fiume di denaro, come corrispettivo all'impegno di Saddam Hussein contro gli iraniani. Un corrispettivo, quello dei curdi, che sembra aver previsto solo il 'silenzio' sulla loro strage. Un 'silenzio' che si dice essersi ora spostato su Erdogan che sembra aver receduto dal suo veto all'ingresso nella NATO di Finlandia e Svezia, a suo dire ospitanti 'attivisti' curdi, grazie alla 'mano libera' nei loro confronti. Una problematica, quella curda, tutta mediterranea la cui articolazione, tuttavia, è stata lasciata alla sola 'disattenzione' di terzi, peraltro estranei pure agli interessi reali europei, oltreché mediterranei.
Quindi, tornando alla nominalistica Unione per il Mediterraneo, questa mi ricorda il parto della mente del colonnello Edward Mandell House, braccio destro del presidente Woodrow Wilson alla pace di Versailles nel '19 del secolo scorso: la nascita della Società delle Nazioni, definita 'comunità di potenza'. Un'organizzazione internazionale che sostituisse l'Inghilterra nel ruolo di 'gendarme d'Europa' e che avesse le facoltà, grazie ai Paesi in essa riuniti, di risolvere le crisi e di evitare lo scoppio di nuove guerre. I risultati, tuttavia, furono disastrosi: i vinti e la Russia non vennero inclusi nei primi accordi e gli Stati Uniti, con un voto contrario del Senato nel 1920, a causa dell'avversa opinione pubblica, si astennero dalla loro stessa iniziativa.
La debolezza della Società delle Nazioni, rimasta tra le sole mani di Inghilterra e Francia, venne evidenziata subito dopo: le furono sottoposti sedici conflitti, nessuno dei quali, venne risolto con un deciso intervento. Bisognerà attendere il '45, quando Franklin D. Roosevelt 'propose' l'ONU alle cinquanta nazioni partecipanti alla conferenza di San Francisco. E, per assicurarsi che la sede restasse negli USA, John D. Rockefeller Jr. donò il terreno per il relativo quartier generale. Non che questo sembra aver mutato l'ottica dell'analisi critica: i 'caschi blu' hanno svolto nel tempo preziosa presenza di 'cuscinetto' nelle zone calde del pianeta ma quando interessi terzi si sono trovati in disaccordo con i deliberati di quell'Organizzazione, quest'ultimi sono stati bellamente ignorati e, peraltro, è stata volutamente attuata un'intromissione brutale non solo nel territorio europeo ma, più specificatamente, nell'ex Jugoslavia, terra rivierasca mediterranea, nel 'silenzio' europeo e dell'Italia, dirimpettaia.
Già. L'Italia e il suo 'silenzio'. La conclusione della I guerra mondiale fu la fine degli imperi mediterranei: quello ottomano e quello austro-ungarico lasciando la situazione nel 'mare interno' sotto la praticamente sola regia inglese, un Paese estraneo alle culture e alle problematiche locali; infatti, le scelte operate e le decisioni allora assunte riverberano i loro dannosi effetti fino ai giorni nostri. Leggasi, tra i tanti, l'Iraq. Un solo Stato mediterraneo, il Regno delle Due Sicilie, qualche decennio prima, aveva ritenuto utile dotarsi di una forza marittima del livello di quella inglese, non foss'altro che per il fatto di essere contornato dal mare per la quasi totalità dei suoi confini. E non certo per scontro visti i vasti, proficui traffici commerciali che tra i due Paesi intercorrevano.
Che quella Marina fosse una presenza di rilievo, al di là dei florilegi liberali e repubblicani dell'epoca, lo dimostra il fatto che, nell'Italia appena unificata, la Marina italiana, oltre ad assumerne i cospicui moderni natanti, adottò le uniformi, i gradi e i regolamenti di quella borbonica. Senza voler minimamente adontare la sacralità dell'Unità e le relative Istituzioni, resta il quesito nel 'silenzio' degli storici di come due bastimenti da trasporto commerciale, affittati dalla società Rubattino, abbiano potuto eludere i controlli di quell'efficiente Marina. Comunque, a livello d'inciso, nessuna mente raziocinante avrebbe potuto, nel proseguo, penalizzare la nautica italiana, viste le caratteristiche della penisola: una nautica fiore all'occhiello per design, cantieristica, porti e contesti paesaggistici. Eppure, dovremo attendere l'illuminazione del III Millennio per incontrare Soter, allevati da deità atlantiche, che nell'assoluto 'silenzio' degli astanti con un colpo di penna hanno cancellato quella arricchente tradizione.
Il 'silenzio', infatti, sembra essere una caratteristica particolarmente italica o a essa rivolta. Protesa nel Mediterraneo, in una posizione particolarmente strategica, agli albori del secolo passato ha provato ad attraversare il mare per contenere la presenza sulle coste africane di Inghilterra e Francia. Due Paesi che, grazie alla forza delle loro armi e della loro marina, avevano conquistato possedimenti ed erano magna pars nella gestione di territori che, oltre all'Africa, andavano dal Mar dei Caraibi all'Oceano Indiano; luoghi dove in parte ancora permangono o hanno perso per loro scelta dopo oltre due secoli di lucrosa permanenza. A differenza dell'Italia che, dopo qualche decennio di soggiorno africano operoso e notevolmente oneroso, è stata 'gettata' a mare nel 'silenzio' internazionale per il sacrosanto 'diritto' di un popolo di fare la rivoluzione. Quello stesso 'diritto' che nel mondo occidentale viene, giustamente, negato dando però nel contempo ragione al detto che i rivoluzionari non hanno mai ragione, a meno che non vincano. Poi, di recente, è stata aggiunta la considerazione ulteriore: '… e non abbiano giacimenti di gas e di petrolio.'. Un'aggiunta che per noi, a distanza di oltre trent'anni, ha comportato l'esborso di alcuni miliardi a titolo di 'risarcimento'(?), dopo aver lasciato in quelle terre inestimabili proprietà imprenditoriali e abitative.
Già. Il Mediterraneo, gioie e dolori di popoli e nostri in particolare. In barba ai dettati altisonanti dell'Unione Europea e dell'Unione per il Mediterraneo, ogni anno una fiumana di profughi composta da centinaia di migliaia di persone, per scampare alla guerra e alla fame, abbandona l''altra' riva, preda di mercanti di esseri umani, col miraggio di raggiungere una vita dignitosa. Un miraggio che per buona parte di loro rimarrà tale ma, almeno, avranno sostenuto lo scopo istitutivo di ONG del Nord Europa, divenute, esse, le nuove 'signore con le lanterne', le redivive Florence Nightingale, in soccorso ai bisognosi: le uniche e sole 'corsare' del Mediterraneo, in grado addirittura di dettar legge sul porto d'attracco. L'importante è che sia italiano. Per il 'silenzio'.
Agli inizi dell'esodo, abbiamo fatto svolgere alla Marina militare il ruolo di crocerossine nell'operazione definita (nemmeno a farlo apposta) Mare Nostrum, operando un'infinità di salvataggi e comunque chiamando sommessamente in soccorso l'Unione Europea per gli abnormi costi che dovevamo caritatevolmente sopportare. Alla fine, dopo l'ennesimo bisbiglio, l'Europa ha risposto con Frontex: un raggio d'azione in mare ridotto a circa un decimo di quello di Mare Nostrum e con la più ampia facoltà di azione alle suddette ONG. Ovviamente, nel nostro 'silenzio'. Con tutto il rispetto verso la Magistratura, siamo arrivati ad ipotizzare il rinvio a giudizio di due ufficiali superiori, a seguito del naufragio di un barcone che ha comportato la morte di 268 persone; un tragico fatto che, a detta della Procura, avrebbe potuto essere evitato con un intervento più celere e non dilatorio della Marina italiana. No comment.
Alcuni anni fa, un Ministro italiano (di sinistra) fece un accordo con la Libia volto a contenere il flusso di migranti che transitano e partono da quel Paese; un'intesa che prevedeva aiuti, dotazioni, formazione soprattutto alla Marina libica. Di lì a breve, si ritrovò con una denuncia di Amnesty International perché quell'accordo, si affermava, avrebbe comportato il soggiorno presso campi di internamento libici di decine di migliaia di profughi, esponendoli alla violenza e, addirittura, alla tortura dei sorveglianti. Non sono in grado, ovviamente, di confutare quelle affermazioni ma, mi sono chiesta allora e ribadisco ora, la Libia non è uno Stato sovrano, una Repubblica parlamentare, riconosciuta persino dall'Onu? Posso capire che il governo è conteso ma ciò non toglie che i suoi attuali rappresentanti siano legittimati ad agire dalla Società delle Nazioni, dallo stesso ONU.
In ogni caso, ammesso che le affermazioni di Amnesty International siano vere, perché non denunciare quel Paese all'Onu? Perché non documentare le presunte atrocità commesse? Perché, nel caso di fondatezza, non lottare al fine di porre al bando quel Paese dal club degli Stati civili e arrivare ad adottare nei suoi confronti anche una sorta d'embargo per indurlo al rispetto dei diritti umani? C'è chi afferma che tali 'disattenzioni' risiederebbero da un lato nel petrolio e nel gas e, dall'altro, nei presunti interessi delle ONG. Va a sapere. Comunque, a latere, perché non denunciare i Governi di tutti quegli Stati che hanno posto l'esercito alle frontiere, hanno alzato muri, hanno schierato forze di polizia, hanno chiuso i loro porti, per impedire l'accesso a frotte di immigrati, la stragrande maggioranza delle quali salvate dalla Marina italiana? Ma alle tante domande segue il tradizionale silenzio.
Due impressioni balzano imperiose alla mia mente. La prima non credo abbia bisogno di spiegazioni; si basa su un detto di un'antica terra mediterranea, la Sicilia, e testualmente afferma: 'ammuttari û fumu câ stanga', spingere il fumo col bastone. Che dire di più? La seconda inerisce al 'solito' silenzio. Uno stato d'essere, questo, che ci connota solo all'esterno del nostro Paese. All'interno, invece, assordanti grida su progetti, impegni, idee inerenti il Mediterraneo, rimbalzano puntualmente e frequentemente nell'aria.
La politica dei porti, ad esempio, lanciata circa trent'anni fa per accogliere trasporti provenienti in special modo dal Canale di Suez, destinati all'Europa, è ancora profondamente carente di infrastrutture nonostante il buon andamento nella movimentazione dei containers, specialmente nel transhipment. Peraltro, i corridoi, tirrenico e adriatico, di connessione alle lunghe reti viarie europee sono incompleti e mancano interconnessioni tra di loro, soprattutto ferroviarie. Almeno, sia pur a distanza di decenni, è venuta di recente in essere l'A2, l'autostrada del Mediterraneo: i circa venticinque cantieri, che negli ultimi venticinque anni hanno dimorato in loco, hanno finalmente ultimato il loro gravoso compito. Tra gli applausi festosi delle autorità.
Chissà se, almeno per il turismo, marittimo in tal caso, riusciremo ad essere all'altezza dei tempi: non siamo i soli ad avere amene località turistiche marinare ma siamo in molto pochi ad avere un così rilevante contributo al PIL di quella provenienza. Non credo, comunque, che dopo decenni di assenza di un Piano Nazionale per il turismo, basti formulare un Turismo 4.0 basato sull'elettronica computeristica per armonizzare e valorizzare un così rilevante settore economico, senza peraltro un coinvolgimento attivo delle amministrazioni locali e delle migliori energie del territorio. Resta il fatto che con la stampante in 3D non si può fare e non vorrei, anche qui, che tutto si risolvesse in un 'ammuttari û fumu câ stanga'.
In ogni caso, con l'incombente siccità, si presenta il problema di cosa dar da bere ai turisti che, si spera, sempre più numerosi torneranno a visitare questo meraviglioso, disgraziato, Paese: chissà se a qualcuno verrà in mente di contattare l'Impregilo. Come sappiamo, gli Emirati Arabi non brillano certamente per l'abbondanza d'acqua e le piogge sono alquanto diradate. Eppure, non si parla di siccità: ho letto recentemente che un desalinatore costruito dall'impresa citata fornisce loro ben 2 miliardi di litri d'acqua potabile al giorno. Ma forse hanno perso lo stampo, oppure i Comuni non si mettono d'accordo su dove porre l'attacco, o con le scarse risorse ci dovremo costruire gassificatori per gestire il GNL americano acquistato al 50% in più dello scorso anno.
E l'acqua? Ci stiamo attrezzando per la danza della pioggia e per la formulazione di domande su appositi moduli circa gli aiuti per le emergenze sia al Governo centrale che all'UE. Ma … e come dovrebbero provvedere? Con i soldi?!?!? Con le carrette d'acqua?!?!? Al momento, non so. Vedremo cammin facendo. E mentre la musica sale di volume in un pieno d'orchestra e il sole s'inabissa nel mare incendiando il cielo in un tripudio di colori dal rosso al tabacco, mentre le inchieste di Lega Ambiente attraverso puntuali rapporti ci danno contezza della qualità dell'acqua che lambisce le nostre spiagge, mentre 'pocciamo' le nostre riverite terga nell'acqua salmastra garantita, volutamente dimentichi di che casino immane sta suscitando un piccolo pezzetto periferico di Mediterraneo per 'calcoli' di terzi, mentre abbiamo forzatamente accantonato i 'mala tempora' che s'addensano sul cielo settembrino, affamati di un minimo di 'tregua', ecco una scritta che si fa largo a forza tra le scarne nubi e si staglia nel cielo già scuro di Levante:
Mediterraneo: Mare Monstrum. Certamente da vedere per gioire. E da compiangere.









Note:
1. Birgit Brandau e Hartmut Schickert, Gli Ittiti, Newton Compton editori s.r.l., 2006, p. 77-79,112. -
2. Erotodo – Storie – IV Libro
3. Quinto Orazio Flacco – Epistole – II libro – Componimento inziale - v. 156.


   
     
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