SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    FONDAMENTALISMO    
   
Signore e signori, medames et messieurs, ladies and gentlemans, squillino le trombe e rullino i tamburi, sventolino i gonfaloni, entrino i giocolieri e i saltimbanchi, ed i giullari si apprestino alla recita del mistero buffo: reduce da eclatanti successi internazionali, ecco a voi: il fantafondamentalismo, ultima trovata del postmodernismo.
Diciamolo. Quando Jean-François Lyotard nella sua opera La Condition postmoderne: rapport sur le savoir1, parlò per la prima volta di 'postmodernismo', legandolo al concetto di 'verità' che a seconda dei contesti assume significati totalmente differenti, era il 1979 e il mondo era, tutto sommato, ancora un luogo dove ancora esistevano fonti autorevoli del 'sapere'. In ogni caso, nella società abitava ancora una coscienza che potremmo definire 'popolare', fatta di tradizioni, culture, valori, ideali che consentiva di prendere o lasciare ciò che veniva propinato come 'verità'.
Va da sé, ad esempio, che la tesi darwiniana in merito all'evoluzione già si scontrava con quella religiosa della creazione; ambedue sotto l'egida della 'verità' snocciolavano (e continuano a farlo) le loro 'inconfutabili' considerazioni, come grani di un rosario. Ed era logico (e persino naturale) che un 'credente' propendesse per l'una mentre un ateo o uno scienziato prediligesse l'altra. E non ha minimamente disturbato queste due teorie la scoperta dell'Eva mitocondriale, risalente dai 99.000 ai 200.000 anni fa, dalla quale sembra discendano tutte le donne del mondo. Non l'ha fatto, sebbene incasini un po' la cronologia delle suddivisioni antropologiche, perché la nostra Eva può essere comunque ricondotta sotto la prima o la seconda fondamentale, irrinunciabile, tesi: la creazionista e l'evoluzionista.
Comunque, quanto sopra, tutto sommato, non ha smosso altro che parole: può aver scaldato gli animi ma non ha sollevato altro che il tono della voce. Oh! Intendiamoci: questo dipende dai periodi.
Certamente nel 1979 uno scienziato poteva tranquillamente affermare i suoi convincimenti senza temere il 'fondamentalismo' ecclesiale, cioè il rogo. Galileo, a differenza dei suoi tempi, nel 1979 avrebbe potuto tranquillamente disquisire sul suo eliocentrismo, senza aver bisogno di affermare sommessamente: Eppur si muove! uscendo dal tribunale dell'Inquisizione dopo l'abiura. Avrebbe potuto trovare sostenitori del suo pensiero e manifestanti per la modifica dei percorsi didattici. Avrebbe potuto fare tutto questo, nell'autorevolezza delle sue fondamentali affermazioni, senza scalfire il contrariato, infondato 'fondamentalismo' religioso e senza subirne ritorsioni.
Questo ci porta ad un'altra considerazione: la coesistenza 'pacifica' di tesi ed antitesi la possiamo collocare tra la fine del XVIII secolo e la fine del XX secolo. Non sono una patita della Rivoluzione Francese, anzi credo che gran parte dei mali odierni della società derivino proprio da quell'evento ma è innegabile che il turbine della laicità che mosse nel 1789 dal Club bretone a Versailles nell'ex convento domenicano di San Giacomo, abbia oltremodo ridimensionato il 'fondamentalismo' religioso: nel senso che ha annullato la sua capacità reattiva 'ufficiale'. Il che non è poco se si pensa che fino a pochi anni prima, in presenza di condotte e affermazioni, accertate o riportate, ritenute 'eretiche', si destinava il soggetto all'opera purificatrice del fuoco. Già … fino a quel periodo, il 'fondamentalismo' era appannaggio ecclesiale. La sua autorevolezza era indiscussa: piegava persino re e imperatori, induceva a muovere guerre, anche fratricide, e sovvertiva entità statali.
L'aspetto umoristico è che non c'era bisogno di aggettivare come 'fondamentalista' quel comportamento perché non esisteva una diversa, autorevole espressione da contrapporgli: nessuno poteva rapportarsi e confrontarsi con l'azione indotta direttamente da Dio. Eppure, a mo' di spigolatura contrapposta, per applicare giustamente l'etichetta in questione bisognerà attendere la fine della Guerra Civile Americana quando all'interno della Chiesa Battista nacque una corrente di pensiero che intendeva opporsi al modernismo e al razionalismo teologici che si diffondevano fra i fedeli evangelici. Quella corrente, nel 1909, pubblicò una raccolta di dodici volumi di saggi, intitolata 'The Fundamentals', che esprimevano la volontà di riaffermare in modo dogmatico punti irrinunciabili della fede e postulavano, tra l'altro, la necessità di un credo facilmente comprensibile all'individuo, arricchito da una prospettiva politico-sociale, 'anti-intellettuale' e 'anti-élite', cioè contro il pericolo di una società e di una morale 'degli avvocati e dei filosofi'.
A quel credo 'protestante' compete ufficialmente l'etichetta di 'fondamentalista' e il fatto è, quale ulteriore considerazione, che quel 'vero' fondamentalismo, proprio perché marginale, non alterò minimamente né l'azione del clero universalistico né quella del potere secolare e né, tantomeno i rapporti tra i due poteri.
Aspetto parimenti importante, peraltro, è che quel fondamentalismo non aveva una carica negativa come poi attribuito alle frange oltranziste islamiche. Rimasto confinato nella cronaca, soprattutto americana, è sbiadito nella nebbia dell'indifferenza all'interno di quei due secoli di convivenza 'felice' tra i poteri citati. Uno stato di 'grazia' che non venne mutato neppure quando il comportamento 'fondamentalista' in Europa mutò d'immagine e, anziché mosso dalla mano paludata di Dio, fu posto in atto esclusivamente da quella scarna degli uomini, dichiaratamente in nome del 'bene comune'.
Detto così, si potrebbe anche ingenuamente pensare ad un filosofico richiamo allo Stato etico tratteggiato da Hobbes nel suo Leviatano o da Hegel nella sua Fenomenologia dello spirito.
Il primo, britannico, sostenitore del giusnaturalismo e padre dell'Assolutismo, era del resto convinto che la natura umana fosse competitiva ed egoista (che precognizione!); dal che, regole comuni e il sacrificio di una parte di libertà, avrebbero ottenuto in cambio la tutela e il rispetto delle regole stabilite sotto l'occhio vigile di un unico grande rappresentante istituzionale, il Leviatano. Di contro, il secondo, Hegel, grande filosofo tedesco influenzato dalla cultura filosofica greca, nella sua concezione di 'Assoluto' non prescindeva dall'opera di Dio sia nelle leggi naturali che nelle attività umane.
No. Lo Stato etico europeo non fu alcunché di tutto questo: il suo nome corretto è 'dittatura', intramezzata dove più e dove meno da intuizioni sociali. Nata per motivi diversi, dal Portogallo, alla Spagna, dall'Italia alla Germania, alla Russia, fu la realizzazione pratica di un 'fondamentalismo' che nell'interesse superiore, per quanto evanescente, dello Stato privò di ogni libertà interi popoli. Fortunatamente, la ventata 'fondamentalista' dittatoriale del XX secolo non ebbe (relativamente) vita lunga; un anelito se paragonato a quello ecclesiale, anche se produsse notevoli danni nel suo dispiegarsi. Una ventata, nella maggior parte dei casi, spenta in parte dalla deflagrazione della II guerra mondiale e, in altra parte, a distanza di tempo, dalla forza del denaro e del mercato. A quest'ultimo aspetto, ci arriveremo tra breve.
Non sto qui a ripercorrere la storia delle dittature ma è innegabile che esse si atteggiassero in una singolare dignità, ammesso che in casi del genere si possa usare una tale accezione. E, proseguendo la licenza, non c'è altresì dubbio che esse, dichiaratamente, mirassero a rafforzare almeno lo spirito nazionale per stimolare un certo qual orgoglio d'appartenenza, anche in presenza di un esteso disagio sociale. Ciò che voglio dire, senza minimamente giustificare forme coercitive della libertà, è che in quei casi il 'colpevole' era noto: si poteva combattere, contro il potere da lui gestito si poteva lottare. In sostanza, se da un lato il dittatore doveva in qualche modo giustificare il suo operato e cercare di nobilitarlo, dall'altro il popolo soggiogato, in nome di un ideale, poteva avversarlo. Giocava la voglia di riscatto, la speranza di un domani migliore, il desiderio di assicurare alle generazioni successive la possibilità di costruirsi il futuro.
Come detto, il 'fondamentalismo' dittatoriale è venuto meno in un tempo relativamente breve, seguito da una fase di stasi dove sembrava che il mondo (almeno quello occidentale) dovesse tornare a percorrere la strada dei valori e degli ideali, a promuovere cultura e a rinforzare la tradizione. Pareva che i popoli, quasi in una sorta di lavaggio purificatore dopo anni di costrizione, celebrassero quotidianamente alla vita e all'intelletto. Un po' come l'impulso che percorse l'Europa dopo la caduta di Napoleone. Anzi, sembrava addirittura che il 'Capitale', nell'illuminata Europa postbellica, potesse arrivare a capire e ad accogliere le problematiche che hanno sempre mosso il suo eterno interlocutore, il 'Lavoro', fino a configurare un particolare tipo di capitalismo, quello cosiddetto 'renano', dal volto buono, in contrapposizione a quello anglosassone, arido e indifferente. Quasi una dicotomia, analizzata, ad esempio, con puntualità e competenza da Michel Albert nel suo noto saggio 'Capitalismo contro capitalismo'2.
E, a personale avviso, poco importa se quella caratteristica concezione di capitalismo trovò poi pratica applicazione solo in Germania (e, si pensi, nel lontano Giappone): nella restante Europa vennero comunque ripristinate e valorizzate quelle istituzioni, quei soggetti intermedi, che potessero consentire variegate forme di partecipazione sociale al governo dell'impresa e dello Stato.
La Chiesa aveva un seguito ma era lo Stato a dettare le fondamentali parole d'ordine per il progresso. E non sono mancati esempi in Italia, sia sotto governi democristiani che socialisti, così come non sono mancati in Francia e in Germania.
Certo, limitatamente all'Italia, potremmo dire che i 'dirigenti' di quegli anni, ed a ragione, non hanno incontrato una buona fine. Ma, cosa non da poco, conoscendoli, è stato possibile contestarli e farli cadere. Tuttavia, l'ho già scritto in precedenza ma giova ripeterlo, la loro azione, comunque la si voglia considerare, ha consentito a questo Paese di essere annoverato tra i Sette Grandi del mondo. Insomma, un periodo felice, una specie di età dell'oro simile a quella che Seneca nel suo Phaedra rappresenta come il paradigma ideale su cui Ippolito proietta lo stato felice della vita agreste (leggi, industriale).
Purtroppo, quell'impulso magico ha ballato una sola estate, parafrasando l'omonimo film di Arne Mattsson. Ippolito, ignaro, incappava nelle macchinazioni di Fedra. Dalla fine del XX secolo, quasi sommessamente all'inizio, si è gonfiato un impetuoso uragano dal pomposo nome di 'modernismo', un impersonale fondamentalismo fatto di categorici imperativi che ha spazzato l'Europa cancellando tradizioni, valori e ideali, bollati come arcaiche strutture del pensiero umano; forme di tutela sociale sono state abbattute; capisaldi del diritto del lavoro sono stati cancellati e con essi la cultura del lavoro; le comunità, bollate come concezioni anacronistiche, sono state snaturate e sostituite da una indistinta dimensione globale e multietnica.
Ecco. Da quegli anni, idealizzato come 'progresso', ha fatto la sua comparsa una sorta di totalitarismo, paradossale se si vuole vista la caduta delle ideologie, non nato nella mente dei suoi corifei bensì fatto di 'merce' d'importazione: una specie di relativismo culturale elevato a sistema dove le 'cure' importate non hanno minimamente funzionato neppure nei luoghi d'origine se non per creare profondi gap sociali.
Inoltre, una volontà, mai ragionata abbastanza, ha portato alla realizzazione di un''unione' il cui punto di forza è una moneta comune, le cui basi sono inesistenti, che tuttavia, in un atteggiamento assolutamente fondamentalista, impone ai partecipanti non solo 'razionalizzazioni' della spesa pubblica ma anche e soprattutto gli obiettivi delle stesse 'razionalizzazioni', all'insegna di 'mobilità', 'flessibilità', 'variabilità', e quant'altro che, secondo i più accreditati vocabolari della lingua italiana, denoti instabilità e precarietà. Un tutto cavalcato paradossalmente da una 'politica' sedicente di sinistra. Un'opera alla quale la destra ha assistito dalla platea con il programma in mano e una sostenuta aria critica.
Sprazzi del capitalismo renano sono rimasti in Germania (in Giappone è intatto) mentre nella restante parte d'Europa sono venuti meno tutti quei riflessi che una tale concezione aveva comunque indotto. E, ancora una volta Michel Albert, è stato puntuale quando nel 2001 ha scritto 'Capitalismo contro capitalismo - Dieci anni dopo'3.
La prima a saltare è stata la solidarietà, la seconda la speranza. La cultura si è persa nelle querelle delle vajasse. E, a quel punto, ognun per sé, senza più un Dio per tutti. La regressione spirituale ha fatto il paio con una dilagante corruzione morale, la forza prevaricante ha sostituito il dignitoso dialogo e hanno preso a imperversare falsi idoli e maestri.
Anche la borghesia bottegaia, negletta fino a pochi anni prima, ha rivestito la corazza di carta ed è scesa nell'agone per pretendere, gonfia della sua grettezza e del suo egoismo. Cancellato un passato e vanificato il futuro, l''io' e il presente sono stati (sono) i nuovi obiettivi da soddisfare.
Ma l'opera di destabilizzazione sociale, morale, civile non era ancora compiuta: a completamento doveva subentrare un ulteriore fenomeno, il postmodernismo. Ciò che l'incedere 'modernista' non poteva distruggere era il significato tradizionale di parole come: libertà, verità, bellezza, bontà, ecc. A questo ci ha pensato il 'postmodernismo', appunto, legittimando il fatto che gruppi di persone possano utilizzare lo stesso linguaggio per indicare realtà molto diverse tra loro, soggettive e, spesso, prive di senso. Si pensi alla 'crescita', nuova parola d'ordine della società postmoderna, senza strumenti e percorsi di distribuzione del reddito e, di rimando, si pensi all'ineludibile dilagare della povertà. Si pensi alla 'libertà' tradotta in 'libertà di consumare'. Non amo Michel Foucault ma ha ragione quando afferma che la formula dell'odierno liberismo non è più 'sìì libero' bensì 'ti procurerò di essere libero'4. Analogamente, è il concetto di libertà ad essere profondamente alterato e, di rimando, il concetto filosofico che lo presiede.
Così, oggi ci ritroviamo con argomentazioni postmoderniste che affermano come le condizioni economiche e tecnologiche della nostra epoca abbiano 'plasmato' una società decentralizzata e dominata dai media, nella quale le idee, come denuncia Scott Lash nel suo Modernismo e postmodernismo5, sono divenute semplici simulacri e solo rappresentazioni autoreferenziali e copie tra di loro. Insomma, stanno venendo meno fonti di comunicazione e di senso realmente autentiche, stabili o anche semplicemente oggettive. Sta venendo meno il concetto stesso di 'verità' perché ciascuno ha la sua. E non c'è modo e, soprattutto, tempo per verificare. Sono parole d'ordine. La 'viralità' di internet, peraltro, non ammette ritardi, riflessioni, riscontri. Vox populi, vox Dei come parafrasò Manzoni circa la folla che nei suoi Promessi Sposi metteva a ferro e a fuoco Milano.
Ed a ferro e a fuoco viene messa la società, con danni in particolare sui giovani che, privi di tradizioni e di valori, nell'impossibilità oggettiva di pianificare il futuro, non trovano di meglio per essere ritenuti 'ganzi' che attraversare di corsa una strada trafficata, una ferrovia mentre passa un treno, gettare sassi dai cavalcavia autostradali, far scoppiare petardi in uno stadio o spruzzare peperoncino in una discoteca semplicemente per ridere del parapiglia, nonostante i loro atti procurino puntualmente dei morti. E ciò quando non ritengano di acquisire forza nel branco, incrementare a dismisura l'uso dei superalcolici, sperimentare le ultime forme di 'sballo' o frequentare siti che esaltano ogni bruttura del dark-web.
In definitiva, come già scrivevo su 'Paradossi globali e paradossi locali' dello scorso aprile, ciò che emerge è una 'società' (sic) globale, interconnessa e 'culturalmente' pluralistica, priva di un reale centro dominante di potere politico, di comunicazione e di produzione intellettuale. A quel punto, il fondamentalismo ha trovato la sua glorificazione: non più emanante da un'autorità spirituale che, per quanto da criticare, trovava la sua giustificazione in una presunta volontà divina; non più proveniente da un'autorità secolare dittatoriale che, nel presunto nome di 'nazione' e di 'popolo' toglieva libertà e imponeva una sua etica; e nemmeno più scaturente da una autorità politica che, sulla scia di un consenso, compiva atti, a volte anche paradossali e impopolari, in nome del progresso.
Oggi, sono davvero pochi a rendersi conto che il fondamentalismo ha perso la sua connotazione umana per essere espresso da una entità aliena, perché lo ritroviamo in interposte persone che esprimono semplicemente la 'volontà' di un'impersonale autorità che si chiama 'mercato' per favorire il quale non c'è limitazione che tenga. L'aspetto che ne deriva, esilarante e drammatico al tempo stesso, è che i soggetti che oggi animano lo scenario politico, sociale e economico si qualificano come i portavoce di una tale autorità la quale detta le sue fondamentali, inappellabili direttive. Per cui, gli apparenti attori, per loro stessa ammissione, sono in realtà banditori, tutt'al più balivi, i quali non si peritano di affermare, appunto, che il loro agire è da attribuire ad una volontà superna, tesa d'altra parte a modificare il concetto stesso di Stato.
L'aspetto ulteriormente esilarante è che la politica, a ben vedere, si è posta al servizio esclusivo di una 'pratica', di una 'mano invisibile', i cui effetti hanno assunto il potere di un fondamentalismo assolutista; e ciò è bizzarro se si pensa che nell'Occidente, civile e democratico si continua ad esaltare il diritto, la giustizia e la libertà, espressioni ed azioni intimamente legate alla volontà umana e non astratte. L'ennesima bizzarria, peraltro, riguarda il 'conflitto'. Nessuno si allarmi: esso è solamente inteso come quella contrapposizione tra capitale e lavoro, secolarmente celebrata nei testi di filosofia, filosofia del diritto, giuslavoristici e sociologici. Eppure, nemmeno un tale aspetto è sfuggito all'odierno assolutismo fondamentalista, nonostante la sua libertà sancita dalla Costituzione: si può scendere in piazza a protestare, dato che il concetto di democrazia è ormai sacralizzato, purché il conflitto sociale, per quanto colorato e fantasioso negli slogan, sia pacifico e rispettoso delle 'zone rosse': se trasgredisce queste regole, si trasforma automaticamente in 'facinoroso' e opinione pubblica, mass-media e politica gareggiano nel condannarlo senza neppure indagare sui motivi scatenanti.
Un fondamentalismo, in estrema sintesi, che non ha volto, evanescente come l'aria che tuttavia, quando manca, inebetisce e asfissia.
A questo punto mi accorgo di aver tracciato un quadro analitico quanto si vuole ma pessimista. E sebbene, più che all'eventuale lettore, sia servito a me per provare a ragionare, non voglio e non posso concludere senza una favilla di riflessione alternativa.
Non voglio esaltare i 'facinorosi' e lungi da me ogni forma di violenza, ma mi chiedo (senza alcuna retorica), al di là del 'fondamentalista' Di Maio e del suo reddito di cittadinanza, cosa accadrebbe se invece del 2,4% di disavanzo, bocciato fermamente da Bruxelles, si portasse l'asticella al 3% per più adeguati, necessari investimenti per la ripresa? Si incapperebbe nella procedura d'infrazione? I mercati non nutrirebbero più fiducia? Non comprerebbero più il nostro debito? Sì, può essere. Ma per questa, sottolineo questa, Unione, lo dico da europeista convinta, sarebbe la fine. O, forse, qualcuno preferirebbe l'estensione del fenomeno dei gilets gialli che già hanno procurato una figura barbina (con tutto il rispetto) al novello Re Sole?
Quei gilets jaunes che non si sono accontentati dell'ottenuto blocco degli aumenti di carburante e proseguono manifestando contro la disoccupazione e l'esosità fiscale? O, forse ancora, la preferenza va al dilagare dei governi di destra che nel loro sospinto nazionalismo, sembrano fregarsene delle direttive dei balivi e, in ultima analisi, dei destini dell'Europa?
Mi chiedo: è mai possibile che non ci sia alcuno che rifletta sul fatto che, per uscire a riveder le stelle, occorre passare per il pertugio tondo? In ogni caso, che fantastica storia questa sarebbe stata per Asimov.



















Note:
1. Jean-François Lyotard - La Condition postmoderne: rapport sur le savoir – Les Editions de minuit - 1979
2. Michel Albert – Capitalismo contro capitalismo – Ed. Il Mulino 1993
3. Michel Albert – Capitalismo contro capitalismo - Dieci anni dopo – Il Mulino n. 3/2001 – maggio-giugno – pp. 383-398
4. Michel Foucault - Nascita della biopolitica - Lezione del 24 gennaio 1979 -; nonché Università degli Studi di Ferrara - Dottorato Di Ricerca In Modelli, Linguaggi E Tradizioni Nella Cultura Occidentale - Coordinatore Prof. Paolo Fabbri - Biopolitica E Libertà In Michel Foucault - Dottorando Dott. Filippo Domenicali - Tutore Prof. Marco Bertozzi.
5. Scott Lash – Modernismo e postmodernismo, i mutamenti culturali delle società complesse – Armando Editore 2000

   
     
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