SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    SUD, AUTONOMIA, RISCATTO    
   
Nello scorso maggio, a proposito dell'Europa, scrivevo 'Diversamente la farsa continua' e, nel discorso, citavo una frase usata da Gramsci1 che, a mio avviso, rendeva bene il sentimento che mi anima: il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà. Non sto a ritornare sul contesto ma, in sostanza, quello che volevo dire è che se ci limitassimo solo alla costatazione della realtà che ci circonda non vedremmo e non avremmo modo di modificarne l'assetto, se non affidandoci all'opera della Provvidenza o della Natura. Ma questo avrebbe un solo significato: arrenderci a quella stessa realtà, creata da altri, e ed essere acquiescenti ad essa. Il che, però, sarebbe il contrario esatto della politica la quale ha il precipuo scopo, sotto la spinta della volontà, di acquisire consenso alle proprie idee; un consenso sufficiente a modificare la realtà stessa, a mutarla. A prescindere dal tempo necessario.
Questo intendeva Gramsci ai suoi tempi e nel suo contesto. Per cui, mutatis mutandis, l'essenza di quella frase è applicabilissima alla 'questione meridionale', tanto per rimanere con Gramsci2, la quale è tale poco dopo l'unità d'Italia. "Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale." scriveva Giustino Fortunato nel 19113. In sostanza, la situazione del Meridione ha attraversato l'Italia monarchica per giungere immutata a quella repubblicana, fino ai giorni nostri.
Eppure, prima del 1860 le condizioni delle due parti del Paese erano diametralmente opposte. Da convinta assertrice dei valori unitari e repubblicani, non voglio, qui, fare apologia della casa dei Borboni ma, basterà vedere i dati ISTAT per rendersi conto che l'emigrazione, ad esempio, era una piaga che affliggeva il Piemonte e la Liguria in un rapporto con il Sud di 20 a 1; i flussi migratori che si sono ripetuti in maniera sostenuta fino al 1952 hanno visto gradualmente capovolgere quel rapporto fino a superarlo abbondantemente. Del resto, la produzione industriale nel Regno delle Due Sicilie, sollecitata da un imponente numero di brevetti, era talmente variegata da vedersela in quanto a gettito e occupazione con il settore primario, tranne che in Sicilia dove il latifondo era la pressoché unica ricchezza della nobiltà e la sola 'giornata' dei braccianti4.
Di contro, basterebbe leggere gli Atti parlamentari dello Stato sabaudo, conservati rispettivamente alla Camera e al Senato, per trovare, tra quelli del 1860, il testo di un intervento dell'On.le Brofferio che, rivolgendosi al presidente del consiglio, il Conte Camillo Benso di Cavour, gli domanda in toni accesi perché, visto l'immane deficit e debito dello Stato, non dichiari default, si direbbe oggi5. Il Regno delle Due Sicilie e lo Stato della Chiesa, invece, avevano discreti avanzi6. E, appunto, di rimando, sarebbe utile scorrere due testi fondamentali per rendersi conto della ricchezza in senso lato del Regno delle Due Sicilie: I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli di Giuseppe Buttà7 e Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto De Sivo8.
Non a caso, infatti, persino rivoluzionari del calibro di Ciro Menotti9 e di Nicola del Preite10 ritennero opportuno rivolgersi a Ferdinando II, come sovrano dell'unico regno potente e ricco, per proporgli di unificare l'Italia; cosa che il re non prese neppure in considerazione a causa, intanto, dell'enorme rispetto che portava a Pio IX. E, per dirla tutta, non è che, nonostante la stampa rivoluzionaria si ostinasse ad affermare il contrario, la vita nel Regno delle Due Sicilie fosse da considerarsi sotto un governo dispotico e tiranno.
Paolo Mencacci11 a proposito del sistema giudiziario in vigore nelle Due Sicilie, riporta che: "A giudicare coi criteri odierni che ritengono la pena di morte una barbarie, il Regno delle Due Sicilie, nel decennio che precede l'unificazione, è senz'ombra di dubbio uno stato modello." …. Infatti, su 175 condanne a morte emesse dalle Corti borboniche, negli anni che vanno dal 1838 al 1846, ne furono eseguite soltanto 1612 mentre dal 1851 al 1854 di 42 condanne a morte non ne fu eseguita nessuna, fatto unico in Europa; Ferdinando II aveva inoltre abolito, il 25 febbraio 1836, la pena dei lavori forzati perpetui che invece decenni più tardi fu comminata, in gran copia, dal governo unitario ai cosiddetti 'briganti' meridionali. Viceversa nel Regno di Sardegna la realtà è molto diversa. Se assumiamo la pena di morte come indice della violenza di un regime, il regno sardo è uno stato brutale perché da quando i liberali vanno al potere, le esecuzioni capitali aumentano a dismisura, dal 1851 al 1855 sono ben 113 contro le 39 avvenute in un quinquennio (1840-44) di governo assoluto13. E questo, senza tener conto della minore popolazione rispetto al regno borbonico, considerata la quale il dato aggrava la sua portata14.
Se non dispotico, allora si potrebbe pensare che il Regno delle Due Sicilie fosse uno Stato esoso. Ebbene, la tassazione era la più lieve d'Europa (-30% di quella inglese, -20% di quella francese). Ammontava, nel 1859, a 14 franchi a testa. Nel 1866, fu più che raddoppiata la tassa sul macinato (che colpiva i poveri) "ed estesa a tutte le granaglie, persino alle castagne"; fu allargata al Meridione la tassa sulle finestre, "la gabella sulla macellazione del maiale" e "il dazio sul minimo consumo" (che colpiva chi comprava un litro di vino per volta, ma non chi ne comprava 25 litri)15. E, insieme al raddoppio della tassazione, iniziò la disoccupazione: il giornalista francese Charles Garnier ha fornito prove certe del fatto che, nei primi sei anni dell'unità italiana, alcune delle più prospere manifatture meridionali furono deliberatamente distrutte per favorire quelle del Nord16.
Ora, al di là del diritto internazionale e della fondatezza giuridica di un'annessione operata senza neppure una dichiarazione di guerra, è stata la conquista operata da mille (!) garibaldini contro un esercito di circa 100.000 uomini, perfettamente armati e addestrati, ad offuscare la dignità di una terra? O, forse, il duro soggiorno nel forte di Fenestrelle in Val Chisone, di decine di migliaia di prigionieri borbonici? "[…] Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra … si ebbe ricorso a un spediente crudele e disumano che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie. E ciò perché fedeli al giuramento militare ed al legittimo Re. […]"17. O, forse ancora, è stata, nel decennio successivo, l'oppressiva presenza di ben 100.000 soldati del nuovo esercito italiano nel Meridione a caccia di 'briganti', con grande vessazione sulle popolazioni, indotti a tanto dalla famigerata legge Pica?
Sarà, ma io non credo a 'Franza o Spagna purché se magna' di guicciardiniana memoria attribuibile al Mezzogiorno quanto piuttosto alla restante parte dell'Italia; del resto, l'intero meridione, sotto un unico regno, ha vissuto secoli di unità quando il Centro e, soprattutto, il Nord erano una congerie di Stati in perenne lotta tra loro, tra l'altro sostenuti da potenze straniere. Ed è ciò che il Guicciardini ha fotografato, la perfetta sintesi del pensiero dominante nel centro e nel settentrione della penisola: opportunismo e municipalismo. Peraltro, tre secoli dopo, Voltaire esprimeva gli stessi concetti: l'Italia è abituata a 'far da premio del vincitore', nella speranza che esso fosse più clemente, generoso o semplicemente circuibile18. L'Italia, ma non il Meridione la cui conquista, dal rinascimento in avanti, è sempre stata un'operazione di risulta di altri interventi.
Perciò, ad eccezione della Sicilia la cui autonomia ha radici profondissime, sono propensa a ritenere che la frattura nell'unità del Mezzogiorno (!!) si sia verificata paradossalmente dal 1861, proprio quando nasceva l'Italia unita, facendo emergere, anno dopo anno, tutto il disinteresse del restante Paese per quella Terra: era una colonia. La gestione piemontese, infatti, non solo l'ha impoverita ma ha creato le condizioni perché l'identità unitaria si disperdesse in tanti rivoli la cui valenza era (ed è) solo apparentemente giuridica. Così, l'atteggiamento delle genti, in conseguenza, è stato quello dei contadini dei kollektivnoe chozjajstvo, o Kolchoz se si preferisce, dove pur avendo un pezzettino di terra e qualche bestia, avevano l'obbligo di lavorare per la collettività e conferire i loro prodotti ai mercati statali. Così nascondevano parte del prodotto per le esigenze familiari e lavoravano facendo 'a muina, trasmutando il cirillico in napoletano. Comunque, i kolchoznik, almeno, erano pagati in parte della produzione e dei profitti fatti dal kolchoz stesso proporzionalmente al numero di ore di lavoro.
La fine della monarchia e l'avvio della Repubblica non ha mutato l'atteggiamento dei governi centrali e delle genti settentrionali verso quella parte del Paese. Anzi, come in un processo di sostituzione funzionale, ha dato visibile concretezza a due partiti,: i 'Contadini' e i 'Luigini'19, tanto per usare le parole di Carlo Levi20. E se nel primo 'partito' possiamo annoverare anche gli operai e gli impiegati, i piccoli imprenditori e operosi professionisti, insomma quella parte di piccola borghesia attiva e perbene che, malgrado tutto, ancora resiste, tra i 'Luigini' dobbiamo collocare quelli che 'dipendono e comandano, che amano e odiano le gerarchie, che servono e imperano.' I 'Luigini, afferma Levi, sono di più, ma non molto, per ragioni evidenti. Perché ogni 'Luigino' ha bisogno di un 'Contadino' per vivere, per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo. Con un vantaggio per i 'Luigini': i 'Contadini' non sanno neppure di esistere, di avere degli interessi comuni.
Quindi, decennio dopo decennio, nonostante le roboanti affermazioni della I.a repubblica sulle formule salvifiche per il Mezzogiorno, fatte da un'industrializzazione forzata, in parte già desueta all'atto dell'istallazione, in parte compromissoria a danno della salute e dell'ambiente, in altra parte incentivata da allentamenti nelle tutele sociali e, in altra parte ancora, regalata per l'estorsione scambista occupazionale, ci ritroviamo con la scomparsa della chimica calabrese, della siderurgia pugliese nonché della metalmeccanica campana, abruzzese e siciliana. I giovani che non lavorano sono il 40%, oltre 20 punti in più della media nazionale e 11 punti in più della Grecia, percepita in questi anni come l'epicentro della crisi europea. Mentre le infrastrutture, rispetto al resto della penisola, hanno un gap rispetto al Centro/Nord del valore di decine di migliaia di miliardi di euro. A questo dato impietoso si aggiunge quello sul crollo della natalità. I dati che emergono in proposito sono i più bassi della storia unitaria, più di quelli registrati ai tempi del brigantaggio, o durante le due guerre mondiali. Quindi, nel giro di qualche lustro, una metà del paese apparirà sempre più invecchiata, spopolata e marginalizzata.
Ed è inutile cercare colpe: queste, indubbiamente, risiedono in parte fuori dal Mezzogiorno ma in altra buona parte sono stabilmente annidate nelle classi dirigenti locali e nella 'borghesia lazzarona'. È inutile, dicevo, perché il vero dramma è che, ad oggi, non c'è un pensiero forte in merito. Il meridionalismo migliore ha sempre pensato che non bisognasse chiedere 'per' il sud, attivando la solita economia di scambio gestita dai sottopoteri, bensì che occorresse trasformare il Sud per attivare una sorta di rivoluzione culturale che rivoluzionasse in conseguenza i canali economici. Ma, ad oggi, di quel meridionalismo, non resta che il ricordo. E, allora, a voler ancora parlare di Meridione senza scadere nella più becera demagogia, non restano che due brutali, alternative strade: una, come dicevo all'inizio, è la supina accettazione dello status quo, sperando che alla fine la Divina Provvidenza o Madre Natura ci ponga una mano. L'altra è una sospinta autonomia, in esito e secondo le possibilità offerte dalla Carta costituzionale.
So bene che l'argomento è di attualità e sta scatenando un putiferio tra i 'falsi' cultori del Mezzogiorno, tra i piagnoni di professione, tra coloro cioè che, pur avendo avuto in mano le redini del potere per decenni, non hanno mosso un muscolo per modificare quello status quo, e i 'nuovi' cultori di una rivoluzione dal basso, estesa dal Nord al Sud, all'insegna dell'autodeterminazione.
Ora, vorrei dire ai primi che la loro posizione nel rifiutare tout court la seconda via è ridicola e insostenibile: avrebbero potuto pensarci quando la scuola è stata snaturata per farne una specie di raccattasoldi dall'economia locale verso la quale indirizzare i corsi di studi. Ed è ovvio che in quel momento si è palesata la differenza tra Nord e Sud ed è venuto meno uno dei cardini costituzionali fondamentali: quello di un'istruzione dove i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi e la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze …21,
Ma il ridicolo non si arresta lì: i piagnoni lo hanno elevato fino a contrastare l'uscita della rispettiva Regione dal cosiddetto Obiettivo 3, quello cioè dove vengono considerate (e finanziate dall'UE ai fini dello sviluppo) le Regioni con reddito pro capite al disotto del 75% della media nazionale. Anziché gioire a fronte delle risultanze positive, i 'falsi' cultori del Mezzogiorno, da non credere, battagliano perché la situazione resti immutabile e immutata. Quindi, sono certa che, anche stavolta, il piagnisteo continuerà ma senza alcuna credibilità perché, nel III millennio e nella ristrettezza delle risorse, non c'è più spazio per i mediatori tra centro e periferie che pur si ostinano a cercare di rinnovare ciò che resta dello scambio novecentesco tra fondi pubblici e consenso.
Però, vorrei anche dire ai secondi, ai 'nuovi' cultori di una rivoluzione dal basso, che la storia gli dà torto. Non si è mai vista una rivoluzione promossa dal popolo. Per farle occorrono le élite, locali nel caso di specie, vista l'attuale configurazione istituzionale e il dettato costituzionale circa l'ordinamento repubblicano e le sue funzioni22.
Occorre un pugno di valorosi, acculturati e motivati, che abbia tempo e modo di spiegare al popolo regionale i vantaggi di una sospinta autonomia, non ultima l'opportunità di uscire dal circolo vizioso del vorrei ma non posso, rimpallante tra poteri locali e quelli centrali, la possibilità di riappropriarsi del proprio destino per sé e, soprattutto per i propri figli, l'opportunità di disegnare e realizzare il proprio progresso civile, economico e sociale, nonché ultimo ma non ultimo di riscattare 158 anni di ingiustizie perpetrate paradossalmente in onore di un inalienabile bene superiore, l'unità d'Italia, le cui imprese per raggiungerla sono ritualmente enfatizzate in ogni occasione ma la sostanza di tale unità è di là da venire.
Lo so che oggi, anche per i vincoli europei e per la crisi internazionale, se Atene piange Sparta non ride. Ma, l'autonomia, sia pur differenziata, può rappresentare quello stimolo necessario a che le migliori energie del territorio, del Nord come del Sud, si mobilitino per dimostrare al colto e all'inclita che i voti che riceveranno sono ben riposti, senza più scusanti di inefficienze, lassismi, incapacità. Così, infine, il voto non sarà più una protesta o una speranza, spesso disattesa, sostituita da un'altra speranza o protesta bensì un premio o una punizione a ragion veduta.
Non sto qui a disquisire se per il Sud sia meglio tornare ad una industrializzazione dove la Quarta Rivoluzione industriale la faccia da padrona sotto la spinta della stampa dei prodotti in maniera tridimensionale, o se sia più opportuno dare finalmente concretezza a quei beni naturali rappresentati dal 'sole' e dal 'mare', tanto celebrati ma mai inquadrati in un progetto di ospitalità, di soggiorno, che coinvolga tour operator, albergatori, produttori locali, artigiani, associazioni di volontariato, sindacati. Gli strumenti, in ogni caso, non mancano: in parte dati dalla stessa intraprendenza e dalla volontà comune di perseguire un obiettivo, in altra parte rappresentati da strumenti finanziari e dai sostegni comunitari che consentono non solo la valorizzazione di una data zona ma anche il superamento di quello iato, a vantaggio di comunità, che i confini regionali oggi determinano.
Due ultime notazioni: il partenariato a valle, se così si può definire, avrebbe la forza di intervenire sulla settennale programmazione regionale di sviluppo nonché di sollecitare l'emanazione dei relativi bandi di attuazione, senza perdere le possibilità date per assenza o incapacità di progettazione. E questa è la prima. La seconda è umoristica: chissà che la riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione, voluta da D'Alema nel 2001, alla fine, dopo tanto penare, non abbia trovato la sua nemesi.





Note:
1. Discorso agli anarchici, L'Ordine Nuovo, anno I, n. 43, 3-10 aprile 1920
2. Note sul problema meridionale e sull'atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici - 1926
3. Giustino Fortunato - Il Mezzogiorno e lo Stato italiano – Vol. II - Laterza, Bari, 1911 - pp.311-312
4. http://www.sudindipendente.superweb.ws/index_file/Page516.htm
5. Atti Parlamentari 1860 nonché Raffaele De Cesare – La fine di un Regno – Cap. IV – Ed. Grimaldi 2003 - pp. 63 – 73,74,75 – nonché Maurizio Blondet- Il risorgimento e gli italiani - Ed. 6. Effedieffe.com -
6. Maurizio Blondet – op. cit.
7. Tipografia del giornale La Discussione – Napoli – 1877 – Conservato presso Harvard College Library H. Nelson - Risorgimento Collection
8. Tipografia Salvilli Editore nonché Trabant – Pillole per la memoria - 2009
9. Citato in Edmondo Cione, La corona d'Italia offerta a Ferdinando II, in Historia, Mensile illustrato di Storia, anno VIII - n. 78, Milano, maggio 1964, p. 53, Cino Del Duca. – nonché dell'esistenza di trattative intercorse fra Ferdinando II e gli emissari di Menotti in due incontri svoltisi nella Villa di Portici riferisce il bolognese – ex carbonaro, in seguito filoborbonico – Giuseppe Bastianello nell'opuscolo Della Italia giornale napoletano e delle sue importanti corrispondenze di Roma pubblicato con lo pseudonimo anagrammatico di P. Ugo Pianel Basseleti. Cfr.più dettagliatamente La corona d'Italia offerta a Ferdinando II, p. 51.
10. http://archiviostorico.blogspot.com/2008/06/sull'Unità d'Italia.html
11. Paolo Mencacci (1828 – 1897) fu uno scrittore e storico romano autore di testi sul Risorgimento italiano
12. Domenico Capecelatro Gaudioso, Retroscena e responsabilità nell'attentato a Ferdinando II di Borbone, Del Delfino,1975
13. Eduardo Spagnolo - Manifestazioni antisabaude in Irpinia - ed. Nazione Napoletana - 1999 nonché Angela Pellicciari, “L'altro Risorgimento “, op. cit.
14. Nelle “Memorie Documentate” citate da Angela Pellicciari “L'altro Risorgimento “, Piemme, 2000, pag. 188
15. Patrick K. O'Clery - La Rivoluzione Italiana - Ares 2000 - p. 374, riportato da Maurizio Blondet in Senza verità, niente risorgimento - http://www.azionetradizionale.com/2010/05/25/senza-verita-niente-risorgimento/
16. Ib.
17. La Civiltà Cattolica, serie IV, vol. IX, pag. 304 – citato da Giuseppe Ressa in Il Sud e l'unità d'Italia - Edizione elettronica ed immagini a cura del Centro Culturale e di Studi Storici “Brigantino - Il Portale del Sud”, Napoli - http://www.ilportaledelsud.org - copyright 2003
18. Indro Montanelli – l'Italia unita – BUR Rizzoli – I ediz. digitale 2015 – GooglePlay
19. Luigino era il nome dato in Italia alle monete d'imitazione del petit louis, una moneta francese d'argento da 1/12 di luigi. I luigini furono coniati in Italia da molte zecche per essere inviati nei paesi del Levante dove furono utilizzati come ornamento. Le emissioni dei primi anni 1660 avevano una lega minore ma comunque ancora erano d'argento. Ma subito dopo la situazione precipitò rapidamente e già nel 1665 era impossibile, prendendo un luigino, avere anche approssimativamente nozione del valore dell'intrinseco. Le zecche che imitavano le monete non erano gestite dai diretti titolari del diritto di coniazione, ma il lavoro era appaltato a speculatori per lo più della zona.
20. L'orologio – Einaudi 1989 nonché https://www.nazioneindiana.com/2005/10/26/1430/ Contadini e Luigini
21. Costituzione italiana – Parte I – Titolo II - art. 34 – 3° e 4° comma
22. Costituzione italiana – Parte II – Titolo V
   
     
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