SCENARI  
    di Massimo Sergenti    
       
    TRADIZIONE    
   
Da qualche decennio, è inveterato l'atteggiamento mentale di ritenere tutto ciò che attiene alla 'tradizione', nella sua accezione più ampia, come un qualcosa di vecchio e di superato. Mi verrebbe intanto di domandare, in primis a me stesso: superati i vecchi, quali sono i nuovi pilastri sociali, i moderni obiettivi, gli evoluti traguardi? Non ci sono perché il 'superamento' è fine a sé stesso: vanno accantonati perché, nel loro ripetersi periodico, indicano una caratteristica, evidenziano una distinzione, esprimono un'identità. Ed è l'identità, io credo, il vero obiettivo del superamento in quanto questa comporta una 'memoria', un passato, mentre il traguardo finale sembra essere quello di una universale omologazione.
Lo so. In tutto ciò c'è il sapore di una fantastoria che, abbinata agli ultimi risultati nel campo della robotica (che la recente mostra europea del Maker Faire ha presentato), potrebbe essere uscita tranquillamente dalla mente di scrittori del livello di Isaac Azimov. È vero: non ci sono in giro Man in black che, muniti di 'neuralizzatore' cancellano ricordi inopportuni ma cosa pensare dell'omologazione nel campo del vestiario, ad esempio? Le sneakers, una scarpa che assomiglia molto a quella da ginnastica, generalmente in puro materiale sintetico, è oggi indossata indistintamente per il tempo libero e non solo. Sneakers nere o bicolori vengono eccentricamente indossate persino sotto lo smoking. Una scarpa universale, insomma, che ha tratto il suo nome dall'inglese 'to sneak', muoversi silenziosamente: per cui il nome italianizzato potrebbe essere 'passi silenziosi' ma convengo che sneakers ha un che di esotico che attrae ogni fascia generazionale, ogni categoria censoria anche se standardizza.
Oddio, non proprio standardizza: ci sono sneakers da cinquanta euro e da trecento euro dove la differenza, si pensi, è data dal simbolo impresso sulla tomaia. È la sola griffe a fare la visibile differenza e ad accontentare la 'legittima' voglia di distinzione dei ceti più abbienti.
Con buona pace di rinomate case calzaturiere italiane, inglesi e persino americane che avevano fatto della ricerca del modello, del pellame della sua composizione e della bravura dei maestri pellai la loro originalità e la loro forza; ricerche ed esperienze, posti di lavoro, economie locali gettate alle ortiche per fare 'passi silenziosi' realizzati in lontane località orientali, a volte da bambini operai.
Non parliamo, poi, del jeans, la cui fattura ha affiancato alla classica tela materiali tra i più diversi: tutti religiosamente 'skinny' o tutt'al più 'slim', cioè 'a pelle' o 'stretti' al posto dei tradizionali (ci vuole) pantaloni a tubo. E, anche qui, è la sola griffe a fare la differenza, nemmeno tanto visibile perché collocata, di solito, sul bordo del giro vita. Un capo d'abbigliamento che se prima era dedicato al solo tempo libero, oggi con una giacca blu, ovviamente casual, anch'essa variabile solo in quanto a prezzo, ha innovato il tradizionale blazer ed è sfoggiabile in ogni occasione.
E le T-shirt? Con scritte, senza scritte, con immagini tra le più variegate, oscillano tra i cinque euro dei mercatini ai quattrocento euro delle più accreditate case di moda. Oh! A proposito dei mercatini, è facile vedere la signora abbiente che compra dai banchetti o in giro per outlet insieme a signore del post proletariato: fa trendy ma ingarbuglia ancor di più le acque perché a nessuna delle due interessa che sull'etichetta della T-shirt o del jeans, a prescindere dalla Maison de couture accreditata o meno, ci sia la dizione Made in China. Con buona pace della tradizione del filato e delle economie che ne derivavano.
Il cibo merita un discorso a sé. Le nuove generazioni, a causa della velocità di vita imposta da ritmi forsennati (casa, lavoro, produzione, traffico, dislocazione dei mercati, degli uffici pubblici, le frequenze dei mezzi pubblici, il pendolariato, a volte il doppio lavoro, ecc.) preferiscono confezioni di cibo che vanno dalle scatole alle scatolette, ai sottovuoto, ai vasetti, alle lattine, alle buste; un cibo, ovviamente proveniente da mari puliti, da fattorie sterilizzate, da allevamenti asettici, che apporta vitamine, fa diminuire il colesterolo, fa bene alla vista, accompagna la crescita, aiuta il cuore, sgonfia la pancia, ecc. ecc. ecc., in buona parte proveniente dall'estero: insomma, un cibo miracoloso che accomuna milioni di famiglie, sempre più depresse, nonostante il 'prodigioso' apporto. In ogni caso, le tradizionali cucine regionali, volendo, si possono trovare al ristorante, a prezzi da lievemente sostenuti a stratosferici, accompagnati da interminabili descrizioni di un piatto.
Ciò a dimostrazione della rarità. A parte gli scherzi, ciò in totale disinteresse per lo stravolgimento metabolico di una razza, con il comporto di un'infinità di allergie, di intolleranze e di obesità, anche nei bambini.
Ma l'abbigliamento e il cibo non sono i soli ad essere standardizzati: fino a qualche decennio fa, si poteva tranquillamente affermare che una automobile aveva una sua 'personalità'. È un po' forte come affermazione, mi rendo conto, ma bastava un solo colpo d'occhio per riconoscere la casa produttrice del mezzo. Era economia, è vero, ma anche orgoglio e sogno, una tradizione.
Le linee filanti, le cromature, il rombo dei motori o la versatilità, hanno dato benessere a comunità, hanno determinato un orgoglio di appartenenza delle maestranze e hanno fatto sognare milioni di persone.
Oggi, è difficile individuare la casa produttrice di un'autovettura se non si osserva il marchio. In ogni caso, le forme sono più o meno standardizzate, per fasce, e analogamente dicasi per i motori.
Le grandi fusioni e incorporazioni, la dislocazione planetaria degli impianti della componentistica e di quelli dell'assemblaggio e le economie di scala di un singolo pezzo hanno prodotto un tale effetto. Comunque, è anche la sempre minore disponibilità economiche delle famiglie ad aver standardizzato i consumi, sia pur per fasce, ma affianco a questo fenomeno c'è anche l'opera delle istituzioni comunitarie e internazionali.
La loro opera è quella di regolare, di uniformare, di standardizzare appunto, però ignorando spesso habitat, microclimi, caratteristiche geniche, usi, costumi, senza tuttavia uniformare, nemmeno in tendenza, impianti sociali e condizioni economiche.
Il WTO, ad esempio, a seguito di accordi internazionali, arriva a vietare la produzione di un determinato prodotto agricolo, nonostante esso abbia fatto parte delle tradizionali colture di un certo contesto geografico.
Di rimando, l'Unione europea si spinge ad ammettere nel mercato interno prodotti e sementi ottenuti da OGM, (per buona parte dei quali è impossibile accertarne l'impiego) lasciando agli Stati nazionali la regolamentazione delle distanze tra colture OGM e quelle tradizionali e le relative forme di preservazione. Con il risultato che è assolutamente inattuabile evitare una contaminazione.
Certo, tra gli interventi comunitari vi sono quelli mirati a sostenere le specificità di prodotti nazionali ma non esiste un'opera di censura nei confronti di Stati, comunitari ed extra comunitari, che 'copiano' un prodotto, compreso il nome, senza rispettarne le caratteristiche, comprese quelle organolettiche. Il risultato, nel tempo, sarà un mélange di prodotti dal solo nome uguale ma dal gusto e dalle proprietà diverse senza poterne accertare un'originalità. Con la conseguente perdita di esperienze produttive che hanno reso famoso un prodotto nel mondo al punto di copiarlo.
C'è di peggio. Trattative in corso tra l'Unione e gli USA sul Transatlantic Trade and Investment Partnership, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, porteranno all'invasione dei mercati europei di prodotti americani a prezzi stracciati, con danni all'economia diffusa e all'occupazione; prodotti americani, peraltro, il cui costo 'beneficia' dell'assenza di ratifica da parte degli USA di convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di tradizionali diritti del lavoro, diritti umani e ambientali. E se un qualsivoglia Stato dovesse opporsi, le bozze di quel trattato prevedono la possibilità per l'azienda che si ritenesse danneggiata di portare in giudizio quello stesso Stato davanti ad un organo giudicante, si pensi, privato.
Di contro, è invalso l'uso di scoraggiare il consumo di prodotti europei sulla scorta di abusi compiuti in certi Paesi.
Si prenda l'alcool: lo smodato consumo soprattutto dei Paesi del Nord Europa trova, tutto sommato, una 'giustificazione' per quanto deprecabile: sistemi 'troppo perfetti' e assenza di stimoli, scarsa propensione sociale, disoccupazione, ateismo, ecc. Ma, nulla ha a che vedere la vodka, lo slivovitz, le akvavit con il vino: distillare patate e grano non è lo stesso che curare e selezionare una vigna, vendemmiare, pigiare, diraspare, veder fermentare, solfitare, svinare, vinificare per ottenere un prodotto che, rotolato nel palato e assaporato con ogni papilla del cavo orale, racconta storie secolari di famiglie e di territori.
Ora, soft drink da discoteca, consumati in tutta Europa, contengono dagli 80 ai 300 mg di caffeina, (con il rischio di tachicardia, ansia, tremori, insonnia e dipendenza), guaranà (contenente caffeina), l'aminoacido taurina, considerato uno stimolante cardiaco che, se assunto in eccesso, può causare ipertensione, il glucuronolattone, che dovrebbe stimolare memoria e concentrazione nonché l'inositolo, che dovrebbe migliorare l'umore e anche l'utilizzo della serotonina; un tutto in una lattina da 250 ml. accompagnato da un quantitativo di zucchero pari a ben nove zollette.
Una mistura, peraltro, che attenua la percezione degli effetti dell'alcool. Eppure, l'Unione impone la sola dicitura 'ad alto contenuto di caffeina'.
Di contro, il vino, ammesso che nella sua dignità possa accettare uno 'strillo', non può neppure fregiarsi delle sue conclamate proprietà terapeutiche: un buon bicchiere di rosso è contro il colesterolo.
Così, si ferma un sessantenne, medio-borghese, che ha passato la serata in un ristorante con la moglie e una coppia di amici ed ha bevuto un paio di bicchieri di rosso, in grado perfettamente di arrivare a casa in tutta sicurezza, lo si multa fino a duemila euro e lo si penalizza con la perdita di 10 punti, mentre un giovane (emigrato o meno), privo di saldi riferimenti sociali, reduce dalla discoteca dove ha alternato soft drink con 'roba più sostanziosa', che ha carambolato per eccesso di velocità con danni notevoli alla proprietà privata, lo si considera con benevola comprensione. Si sa, la gioventù è irresponsabile per natura.
Già, è irresponsabile per natura perché il senso di responsabilità viene trasmesso, viene tramandato ed oggi non c'è più alcuno ad essere responsabile di qualcosa; la famiglia non ha tempo, è angosciata dall'insicurezza del posto di lavoro o delle strade, dal terrorismo, dall'aumento del costo della vita, da una malattia la cura della quale in una struttura pubblica, dopo mesi di attesa, comporta una spesa in ticket maggiore del ricorso ad una veloce struttura privata; in ogni caso, ambedue elevati. Ed è l'angoscia, l'insicurezza, l'insoddisfazione a non far trovare il tempo di tramandare, di insegnare.
Ma neppure lo Stato, nelle sue variegate forme istituzionali e nelle sue multicolori composizioni politiche, si dichiara responsabile, innovando la tradizionale concezione che lo Stato siamo noi: non è responsabile delle rapine dei mercati, dello stravolgimento del diritto del lavoro, della disintegrazione della previdenza sociale, della dilagante corruzione, dell'onerosa inerzia dell'articolata Pubblica Amministrazione; non è responsabile del dissesto delle strade e idrogeologico, dei ripetuti fallimenti dell'ex compagnia di bandiera, l'Alitalia, nonostante i profusi miliardi dell'erario, né lo è del dissesto delle banche nonostante la funzione del controllo sia pubblica; né, tantomeno, lo è della riluttanza europea ad occuparsi dei problemi più spinosi quando questi hanno un costo sul Paese che li subisce sebbene riverberino sull'intera Unione: fiscali, sociali, economici, di sicurezza, emigrazione.
Gli immigrati, poi, hanno una considerazione a parte. Io non sono un razzista e considero un nero musulmano mio fratello (lo dico senza infingimenti) ma, per quanto tale, non ci possono essere degli imbecilli che vietano nelle scuole l'intonazione dei canti di Natale, il Presepe, l'esposizione del crocifisso in quanto simboli e manifestazioni che potrebbero offenderlo.
Né dovrebbe pretendere un trattamento particolare quando la mia famiglia è costretta ad una gestione prudente delle risorse. Potrebbe stare a casa sua oppure, se costretto a lasciarla, io lo ospito volentieri purché rispetti i segni della tradizione della mia casa sebbene non la condivida. Ma lo Stato non è responsabile di tali ottusità; sono 'estemporaneità' che lasciano il tempo che trovano, non c'è da preoccuparsi, non vengono neppure censurate come offese, come vilipendio alle radici di un popolo perché espressioni 'progressiste'; del resto, ce ne corre da oggi a quando per legge non sarà possibile esporre alcun segno distintivo di un cristiano.
E, comunque, dobbiamo rassegnarci ad avere una società mélange, multietnica; è così e lo Stato non ne ha colpa. Del resto, la politica 'progressista', nella sua lungimiranza, è un'anticipatrice dei tempi futuri: non ci sono, dopo decenni di sterili annunci di politiche a sostegno della famiglia, interventi mirati ad incrementare la natalità nonostante l'indice demografico sia pressoché su 'zero' mentre, da ultimo, lo ius soli, che concede la cittadinanza a centinaia di migliaia di immigrati all'anno, è addirittura divenuto conditio sine qua non per formare alleanze in vista di competizioni elettorali.
Non c'è che dire: è veramente un innovativo 'progresso' che non sa che farsene di stantie parole come 'tradizione'; un'accezione che assomiglia molto a 'conservazione'.
Non si possono 'conservare' apparati vetusti, come la scuola, ad esempio: occorre farla divenire 'smart', al passo coi tempi, in vista anche della multietnicità degli alunni. Una scuola che, innovando una tradizione costituzionale per una garanzia di insegnamento di base uguale per tutti, sia ovviamente a pagamento (da lì l'uniformità tra pubblico e privato) ed in competizione al suo interno, con ogni struttura tesa alla ricerca di finanziamenti del privato per l'accaparramento dei migliori insegnanti.
Una scuola che, al passo con i tempi, 'specializzi' e nel contempo 'omogeneizzi': sin dalle elementari, come ci dicono recenti progetti, l'alunno dovrà imparare che non ci sono generi precostituiti. L'essere umano nasce e cresce e, alla maggiore età, potrà decidere se essere 'uomo' o 'donna', nonostante la conformazione biologica ci dica diversamente; questa, peraltro, è un concetto 'conservativo' ampiamente superato.
Una scuola, peraltro, che deve riuscire ad inculcare anche il superamento di vetuste tradizioni militari e diplomatiche; il caso dei fucilieri di marina, trattenuti per tre anni in India, ha fatto scalpore. Subito, dei facinorosi avrebbero voluto fare fuoco e fiamme, vista anche l'infondatezza delle accuse, ma la pazienza e (dicono le malelingue) il dipanarsi del processo per le tangenti di Finmeccanica (ma io non ci credo) alla fine hanno avuto ragione del problema. È bastato attendere l'evolversi degli eventi.
Al tempo stesso, occorre essere intransigenti e fustigatori su ogni atto e iniziativa che richiami, sia pur lontanamente, agli orrori del passato, tra cui la barbarie nazi-fascista. E poco importa se un meschino carabiniere teneva sulla testiera del suo letto una bandiera prussiana del 1871; se ufficiali prussiani, accesi antinazisti, furono i massimi artefici delle operazioni Spark e Valchiria per la soppressione fisica di Hitler. Poco importa se uno dei massimi propugnatori di quelle operazioni fu Henning von Tresckow, morto suicida dopo l'ultimo fallimento, sotto quella bandiera prussiana, dopo aver scritto "Colui che riesce a mantenere intatti i sogni dell'infanzia / A conservarli dentro al suo petto nudo e indifeso, / Colui che, incurante dell'irrisione di questo mondo, / osa vivere come sognava da bambino, / Fino all'ultimo giorno: questo sì che è un uomo, un uomo vero.".
Poco importa perché l'aquila e la croce (non la svastica) sopra riportate potrebbero richiamare quelle naziste. E questo basta.
Ora, qualche minus habens dà colpe alla politica di tutto ciò; ma la politica è incolpevole, proprio come lo Stato, cioè in quanto Stato. Intanto, ha cambiato sé stessa fino a perdere le tradizionali connotazioni di 'destra' e 'sinistra'; certo, conserva le dizioni ma, praticamente, esse non significano più nulla se non la collocazione fisica dei vari personaggi non più per questioni ideologiche (che brutta parola) ma per semplice, mera opportunità.
La più intrepida, quella veramente innovativa è quella 'progressista' quella di 'sinistra', come dicevo, che arriva al punto di fare della sua azione una sperimentazione continua, frantumando ogni aspetto sociale, civile, istituzionale, purché abbia una qualche attinenza con la 'conservazione'. Si guarda bene, tuttavia, dal frantumare assetti economici che sono il motore del Paese e ben oliati. Addirittura, oggi, è in piena gara tra chi è più di 'sinistra': si pensi che inatteso 'progresso'.
La politica di 'destra', invece, è quella meno intraprendente; non si può certo definire 'conservatrice' ma sicuramente è un po' più confusionaria. Non ha ancora deciso quale via 'progressista' intraprendere per non farsi definire 'reazionaria'.
Perché la 'conservazione' passi ma la 'reazione' giammai. In ogni caso, sono ambedue d'accordo nell'innovazione della tradizionale concezione di alcuni termini che hanno fatto la vita della passata Repubblica: d'altronde, andiamo verso la nuova.
La 'cittadinanza' è stata opportunamente mutata in 'sudditanza'; nel diritto è stato ripristinato quello medievale, ovviamente con qualche innovazione, sposando il pensiero andreottiano: la legge si applica per i nemici e s'interpreta per gli amici.
L'imposizione fiscale non giustifica più la fornitura di servizi da parte dello Stato (tutti a pagamento, del resto) ma più semplicemente il costo dell'apparato di potere, con le salmerie al seguito, e la sua insindacabile azione.
La morale può essere riscattata a distanza di venti/venticinque anni (così come l'imene può essere ricucito) e la libertà di essere è stata mutata in libertà di comprare. C'è chi si lamenta ma è ovvio che non si può restare ancorati pedissequamente e in eterno alla 'tradizione' intesa come consuetudine inamovibile di quel complesso di memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione all'altra; non si può perché la tradizione investe il comportamento e manifestazioni di vita; un po' come l'ethos per il quale, sebbene immutato da almeno 35.000 anni, cambiano gli strumenti e i modi per manifestarlo.
Quindi, al pari dell'ethos, la tradizione dovrebbe trovare, nel tempo, le sue forme e le sue vie per rinnovarsi. In sostanza, dovrebbe essere il passato che s'infutura, per ricorrere ad una frase nota. C'è anche chi asserisce che l'evoluzione dovrebbe essere coerente: una sorta di domino sociale. Il concetto mi sembra ben descritto da Karl-Otto Apel nella sua Filosofia dove afferma che ' …. La dimensione inconscia del linguaggio consente nell'unità dell'unica storia la pluralità delle esperienze, la diversità dei parlanti, dei dialoganti. Il presente eterno del dialogo è storia perché è sempre oltre sé stesso. Il profondo storicizza la storia in ogni suo momento del tempo; se l'interprete conosce l'autore meglio di quanto questi non conosca sé stesso, ciò perché l'autore nell'interprete conosce altro della sua storia. Il passato s'infutura, ma senza cancellarsi nel futuro. L'ermeneutica difende i diritti del passato, dell'"oggettività" propria del passato, nell'atto stesso in cui lo trans-pone in altro. …'1
Già. Perché il proprio evolversi induce l'evolversi dell'altro e la storia dovrebbe accomunare, pur nelle differenti restanti esperienze che fanno l'unicità della persona stessa; un cambiamento che dovrebbe avvenire in coerenza col cambiamento dell'altro, per rimanere sé stessi. Ma questo presuppone che ci sia un passato e che questo abbia un peso, abbia prodotto effetto, abbia influenzato l'esistenza. Così, pur rimanendo sé stessi, coerenti col proprio passato, potremmo proiettarci nel futuro su un solido trampolino di lancio.
Ma il fatto è che un passato non c'è più. E le giovani generazioni e quelle future non sapranno nemmeno della sua esistenza. Non essendoci un passato, non ci sarà neppure un futuro. Il futuro, infatti, era ieri. Ma ci sono degli irriducibili che una situazione del genere non l'accettano. Che fare? L'unica cosa possibile: continuare ad essere cavalieri.
Per comprendere il fenomeno della Cavalleria, bisogna rapportarsi al fatto che essa, prima ancora di essere una istituzione storicamente definita, fu l'incarnazione della ricerca di un'idea di perfezione, la risultante di un Archetipo di Giustizia da riportare sulla terra. Essenzialmente l'idea cavalleresca era legata a valori quali l'amicizia, la lealtà verso l'avversario, il rispetto per la parola data, la pietà verso il nemico vinto, la protezione verso i deboli, gli indifesi, gli orfani e le vedove. Collegata ad una fratellanza d'armi, si ha l'embrione di quello che sarebbe stato il delinearsi di questo complesso fenomeno,
Per accedere alla comunità cavalleresca era necessaria una vera e propria iniziazione, conferita sotto la forma di una investitura spirituale, che comportava il superamento di prove atte a sondare la volontà e la capacità di adempiere agli obblighi che la condizione di cavaliere avrebbe comportato. Tale investitura poteva avvenire sul campo, o da parte di un Signore, oppure da un Vescovo, oppure da un Cavaliere già consacrato, a conclusione di un tirocinio iniziato fin dall'adolescenza.
La preparazione del giovane cavaliere era complessa, ed iniziava infatti fin dall'infanzia. Partendo da tenerissima età, il ragazzo attraversava i tre gradi di paggio, valletto e scudiero, nel corso dei quali apprendeva non soltanto l'uso e la manutenzione delle armi, ma regole di cortesia e precetti. Veniva quindi consacrato cavaliere intorno ai quindici-sedici anni. Il candidato vi si preparava con una notte di veglia in armi nella cappella di famiglia, inginocchiato davanti all'altare. Veniva poi purificato con un bagno rituale, confessato e comunicato. Seguiva una messa solenne, al termine della quale avveniva la vestizione vera e propria, che consisteva nella consegna della spada consacrata, degli speroni, dello scudo, della lancia e delle varie parti dell'armatura.
La cerimonia si concludeva, infine, con l'Accollata o Palmata, cioè con un colpo inferto con il palmo della mano dal padrino sulla nuca del neofita, o anche di piatto con la spada sulla spalla. Era consuetudine che il colpo fosse di una certa forza, tanto da far vacillare il ricevente. Scacciava l'uomo vecchio. A quel punto, il padrino, cingendo in vita al candidato, lo guardava e gli diceva: "Sii cavaliere".
Ora, nonostante la rituale coreografia, qualora il candidato avesse intrapreso la via dell'iniziazione solo per volere familiare o altro, non c'era Accollata a farne un uomo nuovo. Ma, di contro, se avesse condotto sempre una vita come se lo fosse stato, con sani principi, non c'era bisogno dell'annosa preparazione: lo diveniva sul campo.
Noi, tutti noi, siamo sul campo da decenni e la sanità di tanti principi che abbiamo praticato non ci ha mai abbandonato. Peraltro, la saldezza dei nostri principi spesso e volentieri ha fatto sì che pagassimo di persona. Ma poco importa. Sì. Siamo cavalieri, privi di truppe al seguito come ogni cavaliere che si rispetti, ma ben saldi nei nostri tradizionali convincimenti. E l'esternazione continua di questi è la spada, la quale non ha una funzione di mera offesa bensì di affermazione della Verità e la ricerca della Giustizia.
Solo così si può conservare un passato e costruirci sopra un futuro: ovviamente, 'innovando' la becera affermazione che da qualche decennio ormai che lo nega.










Nota:
1. Karl-Otto Apel – Filosofia – Edizioni Jaca Book Milano 1992 – p. 44
   
     
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