SCENARI  
    di Lino Lavorgna    
       
    BUIO OLTRE LA SIEPE    
   
INCIPIT
"Il prossimo futuro si presenta fosco sotto vari profili e la siepe rappresenta il "perimetro di contenimento" nel quale una democrazia sempre più invasiva ci tiene relegati". (Angelo Romano, direttore di "CONFINI": catenaccio al titolo scelto come tema del mese).
"Quando si spengono le luci, accendi la lanterna che brilla nel tuo cuore: illuminerà il cammino e ti consentirà di non smarrirti nel buio". (Giorgio Almirante. Anni Sessanta e Settanta: incitamento spesso utilizzato nei suoi discorsi).
"Henry Louis Mencken sosteneva che il tribunale sia un posto dove Gesù Cristo e Giuda Iscariota sarebbero uguali, con scommesse a favore di Giuda. E aveva ragione, perché personaggi come Atticus Finch si trovano solo nei romanzi". (Riccardo Campa, docente di storia delle dottrine politiche, Napoli, 1974: lezione universitaria. Atticus Finch è il protagonista del romanzo di Harper Lee "Uccidere un tordo", la cui versione italiana ha come titolo "Il buio oltre la siepe" per conferire maggiore peso all'elemento simbolico rappresentato dall'ignoto e dalla paura, fonti primarie di ogni pregiudizio).

VERITÀ E PERCEZIONE DELLA VERITÀ
Il catenaccio non si presta a equivoci interpretativi, essendo scaturito da una mente lucida, capace di esporre con sintesi estreme argomenti che, per la loro complessità, richiederebbero lunghe trattazioni. Ventisette parole che disegnano una parabola le cui radici affondano nella notte dei tempi, da noi percepita solo flebilmente nella sua veloce corsa verso un indefinito punto di approdo, dove giungerà chissà quando e chissà come, lasciandoci in balia delle nostre angosce e, diciamolo pure con un singulto di onestà che non guasta mai, della crescente incapacità a dare un senso al "presente".
Tremila anni di storia vengono destrutturati e dissacrati da quelle ventisette parole, che sanciscono il fallimento della democrazia come sistema di governo e, soprattutto, il fallimento del genere umano nel creare ottimali condizioni di vita per preservarsi, se è vero, come è vero, che sin dagli albori della civiltà sono state la tirannia e l'ipocrisia a regnare sovrane, dappertutto e quindi non solo lì dove apparivano (e appaiono) evidenti e ben percepibili, anche se le pagine di storia raccontano tutt'altro. Le lanterne di cui parlava Almirante oggi non sono più sufficienti a illuminare il cammino e valgono solo per pochi eletti.
Per sconfiggere l'angoscia e illuminare almeno quel piccolo tratto di futuro che consenta di coltivare la speranza, dobbiamo innanzitutto liberarci di quell'opprimente fardello di ipocrisia che ci portiamo sulle spalle da troppo tempo, il cui peso è diventato insostenibile.
Di queste cose ne abbiamo parlato più volte e pertanto ci limitiamo a "pennellate rapide" solo per ribadire che tutta la storia umana va riscritta, avendo cura di prestare la massima attenzione affinché non si correggano le mistificazioni volontarie con mistificazioni prodotte in buona fede, ma non per questo meno gravi.
Pochi riferimenti, quindi, ma importanti per inquadrare bene il buio che ci affligge nel presente, rendendo fosco il futuro, perché oggi noi registriamo solo i nodi venuti al pettine dopo secoli di "mancata pulizia".
Verità e percezione della verità sono cose ben diverse e non vanno confuse. Parimenti non va confuso ciò che è "vero" (sotto le mie dita vi è una tastiera di colore bianco e chiunque entrasse nello studio potrebbe constatare che è "vero") con la "verità", concetto che esprime qualcosa di più ampio. Esiste Dio? Per miliardi di persone esiste, sia pure con nomi diversi, e a nessuno sfugge quanto l'accettazione fideistica di un'entità scientificamente non dimostrabile abbia condizionato e continui a condizionare la storia dell'umanità. Limitatamente alla sfera cristiana, tuttavia, anche i fedeli più devoti dovrebbero stentare a credere che Dio possa ridursi al ruolo di un burattinaio, scendendo al livello di un Andreotti qualsiasi, aiutando Costantino contro Massenzio solo perché il primo, anticipando di qualche secolo Enrico di Navarra, abbracciò la nuova religione per meri fini di potere, dopo aver trucidato mezza famiglia pur di preservarlo. Questa è una "percezione della verità" che si avvicina molto "a un dato di fatto oggettivo", pur non essendo dimostrabile, e può essere validamente proposta come "verità storica", alla pari di quelle per loro natura inconfutabili.
Maggiore attenzione, ma non reticenza, occorre prestare per quelle percezioni che scaturiscono precipuamente dall'abilità deduttiva dello studioso, dall'intelligenza, dalla capacità di inquadrare una determinata vicenda in un contesto che veda ben sistemati anche gli aspetti reconditi e apparentemente insignificanti.
Parliamo, per esempio, del modesto giurista Antonio Salandra, una delle tante marionette che Giolitti presumeva di gestire (talvolta sbagliandosi) a suo piacimento. Divenne capo del Governo proprio su indicazione del suo mentore, costretto alle dimissioni a causa delle controversie connesse alla conquista della Libia, pronto a seguirne le direttive in ogni campo. Una volta assiso sulla poltrona del potere, però, Salandra assaporò non solo l'ebbrezza di poter decidere autonomamente qualsiasi cosa, ma anche quella di essersi liberato, in un attimo, dello scomodo ruolo di cagnolino scodinzolante al cospetto di "Palamidone" (passato alla storia come il "ministro della malavita") e vedersi a sua volta circondato da tanti cagnolini scodinzolanti, desiderosi di leccargli mani e piedi. Sidney Sonnino non era certo tra costoro, ma generava comunque una piacevolissima sensazione avere come sottoposto un ministro degli Esteri che lo sovrastava per statura politica e culturale, due volte capo di governo e lunga esperienza ministeriale! Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, pertanto, dopo i primi mesi di titubanza, dettati anche dalle precise indicazioni di Giolitti che intendeva mantenere l'Italia neutrale, nutrendo già a titolo personale marcate simpatie per i Paesi della Triplice Intesa, col determinante aiuto di Sonnino non esitò a dire "ciaone" a Giolitti e ai propositi di non belligeranza.
Sul fronte militare, però, quando oramai era chiaro che l'Italia sarebbe entrata in guerra, sia pure non subito, vi era da risolvere un complesso problema: il comando supremo del Regio Esercito era nelle mani del generale Alberto Pollio, convinto sostenitore della Triplice Alleanza, amico intimo dei vertici militari austriaci e tedeschi (che non mancavano di esternargli l'apprezzamento per l'alto ingegno e gli eccellenti studi militari), marito di un'aristocratica austriaca e in ottimi rapporti con alti dignitari della corte austro-ungarica.
Mettiamoci nei panni di Salandra: deve aver passato notti insonni al solo pensiero di vedere un intero esercito guidato da un comandante che tifava per i nemici, tra l'altro incazzati più che mai a causa del "tradimento". Sostituirlo? Sarebbe stata la cosa più semplice e logica, ma semplicità e logica non sono facilmente coniugabili con la gestione del potere. Il 1° luglio 1914, comunque, Pollio passa a miglior vita dopo un leggero malore refertato come "imbarazzo gastrico" e curato con un "purgante", nonostante la parca e leggera alimentazione a base di brodo e trota bollita. "Morte per cause naturali", si scriverà sui libri di storia.
L'autore di questo articolo, invece, nel saggio "Il Piave mormorava", pubblicato a puntate su "CONFINI" nel 2018 (dopo aver consultato numerosi documenti sulla cui natura si glissa per amor di sintesi), ha accusato espressamente Salandra di essere il mandante dell'omicidio di Pollio. Nessun giudice potrebbe dargli ragione, ovviamente, ma solo perché le prove addotte non consentono un giudizio di colpevolezza espresso "oltre ogni ragionevole dubbio". Ciò che vale in un tribunale, tuttavia, può essere disatteso in campo storiografico, affinché fatti e persone siano inquadrati in una prospettiva quanto più realistica possibile.
La verità ha mille volti e soprattutto ci pone un terribile interrogativo: è sempre opportuno renderla evidente o talvolta ragioni "particolari" consigliano di tacerla? La domanda affligge il dibattito filosofico sin da quando Ponzio Pilato chiese a Gesù cosa fosse la verità, anche se è prevalente la propensione a non celarla: "La natura ama nascondersi e il compito dei sapienti è portare alla luce l'essere", sostiene Heidegger in "Essere e Tempo". Etimologicamente, però, il termine "veritas", proveniente dall'area balcanica, incarna la "fede" concepita nella sua accezione più ampia. Nell'italiano corrente abbiamo "fede nuziale" o "vera". La verità, di fatto, è qualcosa che "comunque" si accetta per conformità a una realtà oggettiva ed è proprio la conformità che ne esclude la valenza assoluta, dando origine a tutte le implicazioni di carattere filosofico.
Un esempio eclatante del dilemma succitato è assurto alla ribalta della cronaca proprio in questo periodo pre-natalizio, in quel di Noto. Il vescovo Antonio Staglianò, membro della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, parlando dal pulpito della stupenda basilica del SS. Salvatore, in presenza di un folto pubblico e tantissimi bambini, ha asserito testualmente: "Babbo Natale non esiste e la Coca Cola, ma non solo, ne usa l'immagine per accreditarsi come portatrice di valori sani.
Aggiungo che il rosso del vestito che indossa è stato scelto dalla Coca Cola esclusivamente per fini pubblicitari". Apriti cielo! Il vescovo è stato massacrato dai media e dai social con la stessa ferocia che portò al rogo Giordano Bruno.
Ragioniamo con calma. Il vescovo è stato linciato per aver detto "una verità" che contrasta con una menzogna convenzionalmente accettata, sia pure per un lasso di tempo limitato: quello che serve a un bambino per diventare abbastanza adulto da rendersi conto che Babbo Natale non esiste. Ha fatto male il vescovo a dire la verità?
L'intento era quello di conferire valenza a San Nicola, da cui è stato tratto il personaggio immaginario, affinché i bambini concepissero in modo meno "consumistico" lo scambio dei doni e riflettessero con maggiore consapevolezza sul senso del Natale e delle belle tradizioni che lo accompagnano.
Per i suoi superiori ha sbagliato e sono partite le scuse ufficiali. Scuse per aver detto la verità! Attenzione, però: una verità che nasce da un contesto che, a sua volta, non è definibile come tale, dal momento che anche Dio si accetta per "fede" (veritas) e non certo perché qualcuno fosse in grado di dimostrarne l'esistenza (ossia che fosse "vero"). È proprio questo, quindi, il punctum dolens dell'intera vicenda: il vescovo ha sbagliato non tanto perché abbia detto una verità, ma perché ha assunto una decisione che, per la sua importanza, spettava alle più alte sfere della Chiesa cattolica. Arriverà un giorno in cui la Chiesa farà i conti anche con "Babbo Natale", così come ne ha fatti tanti, secolo dopo secolo, ma "quel giorno" sarà deciso dal Papa e non da un semplice vescovo, sia pure di alto profilo culturale.

Che cosa ci rivelano queste storie? Che da un lato l'umanità non è ancora pronta a recepire certi messaggi, dall'altro le veloci trasformazioni sociali, il progresso tecnologico che procede a una velocità doppia (o ancora più consistente) rispetto alla capacità degli uomini di assimilarlo compiutamente e marciare all'unisono, come avveniva fino alla metà del secolo scorso, mal si conciliano con quel modo di vivere che condiziona "in un certo modo" l'esistenza umana a partire dai fermenti rivoluzionari che sconvolsero il mondo nel XVIII secolo.
Non solo: dopo Nietzsche non si è sviluppato un pensiero filosofico che fosse in grado di interpretare compiutamente la veloce mutevolezza della società e gli sconvolgimenti generati dai limiti della natura umana (guerre, pandemie, disastri naturali, non dipendono dal caso ma dalla irresponsabilità delle persone) e oggi, di fatto, coloro che si definiscono filosofi non sono nulla più che degli storici della filosofia, per giunta non tutti di alto livello e particolarmente attenti all'esposizione mediatica, che sicuramente fa aggio sotto il profilo propagandistico ed economico, mettendone in luce, però, la reale essenza che, quando è pregna di inconsistenza, soprattutto in periodi come questi, sconcerta non poco.
Dulcis in fundo (non tanto dolce, a onor del vero, e ne abbiamo parlato più volte) i flussi generazionali che a partire dalla metà del secolo scorso arrivano in età adulta con basi culturali fragili e confuse quando non del tutto inconsistenti, completano la minestra, rendendola indigeribile. La minestra, poi, diventa velenosa a causa di coloro che perfezionano corsi di studi anche importanti senza, però, supportarli con un adeguato substrato di contorno rappresentato dai cosiddetti "classici della letteratura, della politica e della filosofia", oggi considerati inutili e anacronistici, senza dei quali la gestione di qualsivoglia potere perde l'elemento più caratterizzante per esercitarlo dignitosamente: la sensibilità. Ma procediamo con ordine.

A) LIBERTÉ, EGALITÉ, FRATERNITÉ.
Copiamo letteralmente un passo di un libro che non dovrebbe mancare in nessuna casa e andrebbe suggerito soprattutto agli studenti delle scuole medie, in modo da offrire loro un efficace antidoto contro le sciocchezze sciorinate dai docenti di storia (Lorenzo Del Boca, "Il maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere", Piemme editore, 2017): "Lasciamo stare la fratellanza, che viene continuamente predicata senza che sia possibile trovarne un barlume da qualche parte.
Resta un'utopia affidata alla sensibilità dei filosofi (ma negli ultimi tempi, come già detto e come meglio vedremo in seguito, anche questo concetto è di per sé stesso utopico. N.d.R.) Quanto alla libertà e all'eguaglianza, sono termini apparentemente complementari ma che in realtà si escludono a vicenda. O l'uno o l'altro. La storia, concretamente, certificò che, se c'è la libertà, sparisce l'eguaglianza; e se si realizza l'eguaglianza se ne va la libertà. L'America ha insistito e insiste sulla libertà come valore primario, ma è difficile non riconoscere che ciò è avvenuto e avviene a prezzo di sperequazioni sociali vistose e talvolta intollerabili. (Si potrebbe tranquillamente omettere "talvolta", N.d.R.) Interi strati sociali, costretti ad assecondare i feticci del mercato, restano un problema irrisolto".
Lo abbiamo scritto più volte e giova ripeterlo: il fallimento dell'Illuminismo come modello di società è un dato di fatto incontrovertibile che stenta ad essere recepito solo per l'incapacità, da parte del mondo occidentale, di accettare "scomode verità" e per la paura che da esse possano scaturire rimedi peggiori del male. Si naviga a vista, pertanto, in un mare sempre più nebbioso, coltivando l'illusione che prima o poi le nebbie si dissolveranno da sole, senza rendersi conto che, invece, diventano sempre più cupe e dense.

B) QUATTRO AMICI AL BAR CHE VOLEVANO CAMBIARE IL MONDO
È bella la canzone di Gino Paoli, che disegna l'illusione di una generazione, cui fa seguito la disillusione e l'arrivo di altri quattro giovani che iniziano lo stesso percorso: illusione di poter cambiare il mondo e inevitabile futura disillusione. Meno bello vedere altre bande di "quattro amici al bar" che, per formazione ed esperienza di vita, a prescindere dalla loro visione del mondo, dovrebbero mantenere nervi saldi e mente lucida soprattutto in momenti come questi. Soprattutto se si dichiarano filosofi o comunque si sentano in grado di filosofeggiare. Sono davvero tanti e occupano, trasversalmente, tutto il palcoscenico nel quale si recita quella tragicomica commedia che si chiama "Politica".
Quattro di loro, però, hanno conquistato un maggiore diritto di ribalta perché sono usciti di senno più di tanti loro "limitrofi ideologici" e vari colleghi di sponde opposte: Massimo Cacciari, Giorgio Agamben, Carlo Freccero, Ugo Mattei, ossia due "filosofi", un intellettuale visionario che si sente capace di perforare la nebbia che occulta il futuro e un giurista, docente universitario ed editorialista de Il Manifesto nonché collaboratore de Il Fatto Quotidiano.
I quattro, autorevoli esponenti della sinistra filosofica e beneficiari di cospicue schiere di fedeli seguaci, hanno dato vita alla "Commissione dubbio e precauzione" tesa a contrastare il "Green-Pass", considerato alla stregua delle leggi razziali: "Il green-pass separa e definisce in maniera negativa i no-vax come i non ariani per le leggi del '38. Scivoliamo in una barbarie (sic, N.d.R.) senza precedenti nella storia" (Agamben, che considera la pandemia una invenzione, come ha ben specificato in un farneticante libro del quale non intendo trascrivere né il titolo né l'editore, nonché in un delirante intervento al Senato, pregno di riferimenti al nazismo e di ostilità nei confronti dei vaccini). I commenti sull'iniziativa dei "quattro" sono superflui perché qui siamo ben oltre la libertà di pensiero e di parola e le loro asserzioni sono esclusiva prerogativa degli psicologi e degli psichiatri, essendo ben evidente che lo "stress temporale" ha prodotto dei guasti che trascendono quelli già gravi derivati dalla comune matrice ideologica marxista-leninista.
Il riferimento, pertanto, è importante solo perché costituisce un elemento rappresentativo di una realtà che investe non "quattro amici al bar" o poche bande di "quattro amici", ma milioni di persone che, presumendo di poter decidere autonomamente su complesse materie scientifiche, stanno mettendo a rischio la vita di tutti coloro che si affidano serenamente alla scienza, confidando negli sforzi profusi da chi abbia la competenza per individuare i giusti rimedi alla pandemia. È importante, altresì, perché ulteriormente rivelatore di quel fallimento del "razionalismo illuminista" cui facevamo riferimento innanzi, grazie a un evidente paradosso: milioni di no-vax attendono con cieca fiducia i farmaci anti Covid-19. In Danimarca è già stata autorizzata la prescrizione del "Lagervrio", prodotto dalla casa farmaceutica statunitense Merck, e presto giungerà il "Paxlovid" (che nome meraviglioso!), prodotto dalla Pfizer. Il paradosso che sancisce il trionfo dell'irrazionalità è già stato intuito dai lettori più accorti e da chiunque abbia anche una minima conoscenza in campo farmacologico: i vaccini hanno preservato l'umanità dall'estinzione perché prevengono le malattie; i farmaci - importantissimi, ci mancherebbe - intervengono quando la malattia si sia già sviluppata, spesso curandola in modo radicale e definitivo, altre volte generando qualche problema collaterale. Il proverbio "prevenire è meglio che curare" per i no-vax non ha senso e l'istinto irrazionale prevale sulla ragione e sul buon senso. Cosa celi questo bislacco processo mentale è stato argomento più volte trattato in questo magazine e sul quale ritorneremo senz'altro.

C) DISARMONIA TRA CULTURA E POTERE
"Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese".
La frase, che tanti erroneamente attribuiscono a De Gasperi, è stata coniata dal predicatore e teologo statunitense James Freeman Clarke. Cala a pennello per definire la realtà politica attuale, non solo quella italiana, ma di quasi tutti i Paesi del mondo. Non sono gli uomini migliori, i più preparati, i più culturalmente evoluti (e tra questi ultimi quelli non affetti dalla sindrome dell'onnipotenza) a conquistare le leve del potere ma un esercito di mediocri figuri, capaci, però, sia di creare piena "empatia" con frotte di elettori sia di orientarne tanti altri sulle proprie sponde, facendo leva precipuamente sulla loro natura eticamente di bassa qualità, protesa a privilegiare il "particulare" di guicciardiniana memoria a discapito "dell'universale", che vide nel suo antagonista Machiavelli uno dei principali interpreti, sconfitto però dalla pratica dimostrazione dei fatti, se è vero come è vero che il suo pensiero ancorato all'antica massima "historia magistra vitae" è stato dissacrato da Antonio Gramsci quando fu costretto a cesellarla - ahinoi - con l'aggiunta "… ma ha pochi allievi".
I guasti del mondo, senza tanti giri di parole, dipendono esclusivamente dalla disarmonia tra cultura (intesa nella sua accezione più ampia e non limitatamente alla "conoscenza") e potere. È perfettamente inutile ribadire la lista dei governanti che fanno venire la pelle d'oca, tanto in Europa quanto nel resto del mondo. E in quanto ai politici, solo chi non vuole vedere e sentire riesce a non comprendere la scarsa consistenza qualitativa dei parlamentari italiani, indipendentemente dalle idee professate, ammesso e non concesso che agiscano in ossequio alle idee e non ai meri interessi personali.
I risultati di questo disfacimento colossale sono costantemente sotto i nostri occhi grazie alla grande esposizione mediatica cui nessuno si sottrae, ma, paradossalmente, lungi dal rappresentare un campanello d'allarme, genera solo divisioni nette in larghi strati della popolazione che, incapaci di cogliere le tante sfumature che traspaiono dalle singole posizioni e da quelle di apparato, effettuano scelte nette, parteggiando ora per gli uni ora per gli altri, senza rendersi conto di saltare continuamente da una padella nella brace e viceversa. Con questi presupposti, che tra l'altro in un grafico temporale oggi vedono l'asticella del caos solo più in alto rispetto a un passato non certo roseo, di quale futuro vogliamo parlare? Andrà sempre peggio… a meno che…

C'È UN GRANDE PRATO VERDE DOVE NASCONO SPERANZE CHE SI CHIAMANO RAGAZZI
(E NON SOLO)
Questo paragrafo - lo avete compreso tutti - ha come titolo le prime strofe di una celebre canzone di Gianni Morandi. Ho riflettuto non poco prima di scegliere se utilizzare solo la prima parte ("c'è un grande prato verde dove nascono speranze") oppure aggiungere anche il resto, coinvolgendo "i ragazzi".
La riflessione verteva sull'impostazione da conferire alla parte finale dell'articolo, che vuole comunque veicolare un presupposto di speranza dando voce a chi, in questo momento, a prescindere dall'età, abbia scelto il silenzio. Il dilemma se coinvolgere in modo pressante "i ragazzi" in questa analisi non è stato facile da sciogliere, ma alla fine la volontà di allargare il cerchio ha avuto il sopravvento: senza il loro aiuto, infatti, non si va da nessuna parte.
Andiamo a vederlo, allora, questo prato verde, cercando di comprendere da chi sia popolato e come possa trasformarsi in un vero prato dell'amore. Il discorso è "universale" e vale, quindi, per tutto il mondo. Solo per comodità espressiva, pertanto, limitiamoci a utilizzare, come riferimento, il momento storico che riguarda il nostro Paese, nel quale il caos regna sovrano con un governo composto da schieramenti ostili tra loro e accomunati solo dal comune desiderio di gestire il potere e restare a galla quanto più a lungo possibile; un Parlamento nel quale, sostanzialmente, vigono le stesse regole; un sistema mediatico asservito a vari padroni, eccezion fatta per poche voci isolate; una società civile disorientata e ondeggiante in un mare quasi sempre tempestoso, spinta più dalla forza delle correnti che dalla capacità di orientare la barca verso approdi scelti con oculatezza.
In questo bailamme caotico, che vede tanti adulti senza bussola, milioni di giovani si trovano senza punti di riferimento validi e, restando in balia di sé stessi, diventano facile preda di speculatori senza scrupoli, che sono sempre esistiti ma che oggi trovano maggiore spazio operativo grazie alle croniche deficienze di chi avrebbe il compito di contrastarli.
I risultati di questo disfacimento sono sotto gli occhi di tutti e spaventano non poco, perché lasciano presagire un "futuro fosco". Ancora una volta, tuttavia, ragioniamo con calma.
In questo Paese vivono poco meno di 60 milioni di persone, secondo dati aggiornati al 31 dicembre 2020, così suddivisi per fasce di età: 10.598.610 (da 0 a19 anni); 12.939.014 (20-39 anni); 18.351.424 (40-59 anni); 10.688.724 (60-74 anni); 7.063.716 (più di 75 anni).
I dati statistici che riguardano la succitata ripartizione sono molteplici e complessi. Qui ne prendiamo in esame solo due: numero di laureati e comportamento degli aventi diritto al voto. Tra i Paesi dell'Unione Europea, l'Italia è al penultimo posto per numero di laureati: 29% nella fascia di età 25-34 anni. Solo la Romania ha una percentuale inferiore: 25%. In cima alla classifica vi è il Lussemburgo (61%), seguito da Irlanda e Cipro (58%), Lituania (56%), Paesi Bassi (52%). Seguono gli altri Paesi con quozienti comunque di tutto rispetto e ben ancorati a quel 45% fissato dai burocrati di Bruxelles come obiettivo comunitario da raggiungere entro il 2030. Questi dati già così espressi fanno venire il mal di pancia; quando poi si dovesse verificare l'effettiva consistenza culturale di molti laureati, il mal di pancia richiederebbe l'immediato intervento di un gastroenterologo.
Tutto ciò premesso, il "sistema Italia", a livello politico, è stabilito da circa 50 milioni di aventi diritto al voto, tra i quali, alle elezioni del 2018, circa il 30% ha deciso di non esprimere alcuna preferenza perché, evidentemente, non si sentiva rappresentato da nessuna componente in campo. Il dissenso nei confronti della classe politica, secondo le ultime avvisaglie, naviga intorno al 50% e forse addirittura lo supera.
E non c'è da meravigliarsi: milioni di persone, di destra, di sinistra, moderati, conservatori, progressisti, non riescono a trovare un punto di riferimento degno della loro attenzione, nemmeno turandosi il naso come suggeriva Montanelli, perché la puzza è così forte da rendere inefficace ogni tentativo di sopportazione, dal momento che, in qualsivoglia schieramento, si vedono poche cose condivisibili e tante altre che fanno venire l'orticaria. Non sapendo cosa scegliere, decidono "di non scegliere".
Gli unici capaci di non soffrire in questa triste realtà sono i delinquenti, che trovano ampio e facile supporto da parte dei loro rappresentanti in Parlamento e nei luoghi del potere; i lobbisti espressione del liberalismo più sfrenato, per i quali vale analogo discorso; i "poveri di spirito" che, come pecore al pascolo, seguono il "pastore" scelto come guida, esaltandolo sempre e comunque con anacronistico entusiasmo, perché loro hanno bisogno come il pane di qualcuno in cui credere e per questo, non essendo la stupidità né perseguibile né condannabile moralmente, finiranno beati in Paradiso, dopo aver vissuto una vita vana, rendendo infernale più quella altrui che la propria.
Coloro che, invece, il problema se lo pongono, numericamente, rappresentano il primo partito! Parliamo, infatti, di 23-24 milioni di persone prive di rappresentanza politica, che costituiscono la "crème" del Paese per qualità intrinseche, livello culturale, onestà, preparazione, dedizione al bene comune. Vi sono senz'altro persone di sinistra, tra gli astensionisti, che vedono come il fumo negli occhi sia una sinistra ondivaga, litigiosa e asservita ai poteri forti, composta da tanti "radical-chic" che di radicale hanno solo la loro supponente saccenteria e di chic proprio nulla, sia quella minoritaria, sicuramente più appetibile e "simpatica", pregna di brave persone, ma priva di qualsivoglia presupposto che possa consentire seriamente di considerarla in grado di governare anche una media città, figurarsi un grande Paese.
Occorre una fantasia maggiore di quella che ha consentito ad Isaac Asimov e Stephen King di scrivere i loro stupendi capolavori, infatti, per immaginare i personaggetti della sinistra radicale alle prese con le faccende di governo, i trattati internazionali, la gestione dei servizi segreti e quant'altro. Avendo comunque la sinistra una consistente rappresentanza parlamentare, è lecito ritenere che, in maggioranza, il fronte degli astensionisti sia composto da persone che, se non è il caso di definire "tout court" di destra, dei principi di una vera destra moderna, sociale, europea ed europeista, siano "portatori sani", agognando una componente politica in grado di incarnare ed esaltare "i valori e le istanze" in cui credono, ancorati a una visione sociale che coniughi la solidarietà con la meritocrazia; che affronti i problemi senza "conformismo ideologico"; che non lasci indietro gli ultimi e non penalizzi i primi; che combatta i delinquenti e gli evasori "seriamente e non a chiacchiere"; che tuteli la salute pubblica sopprimendo lo squallore rappresentato dalla regionalizzazione della Sanità; che proponga una seria riforma dello Stato (elezione diretta del Capo dello Stato, abolizione delle regioni e delle province, accorpamento dei piccoli comuni in modo da non avere entità territoriali inferiori ai quindicimila abitanti) e una seria riforma della Giustizia (minore ingerenza della politica nella magistratura, riduzione dei gradi di giudizio da tre a due, abolizione della prescrizione, aumento delle pene per tutti i reati, ribaltamento dell'attuale propensione "ideologica" che vede il sistema più a favore dei carnefici che delle vittime).
Ancora: seria riforma della scuola e dell'università, soprattutto per impedire che i "cervelli migliori" fuggano all'estero; seria riforma dei servizi con recupero della gestione centrale per trasporti ferroviari, poste, comunicazioni, essendo l'attuale sistema concorrenziale favorevole solo per i gestori (che spesso fanno "cartello") e non per i consumatori; sviluppo articolato e continuo di politiche giovanili per orientare i ragazzi a un impegno civile serio, inculcando loro sin dalla più tenera età quei presupposti che servono a costruire "positivamente " il loro futuro, tenendoli il più lontano possibile dalle deviazioni proposte dalla parte marcia della società (sotto questo profilo è utile parlare sin dalle scuole elementari dei danni provocati dal fumo, dalle droghe, dall'alcool e, contestualmente, agire con fermezza contro chiunque, subdolamente o coscientemente, ne favorisca il consumo ancorandosi a errate concezioni della "libertà personale"); riforma fiscale e pensionistica in modo da evitare sperequazioni e consentire ai meno abbienti di vivere decorosamente (semplicemente vergognoso quanto stabilito dalla manovra recentemente varata). Ecco, queste persone meravigliose, che farebbero salti di gioia se un partito si presentasse alle elezioni con i succitati programmi, è facile trovarle in quel "grande prato verde" dove, però, bivaccano o rassegnate o coltivando la speranza che qualcuno crei le premesse per un "mondo degno di loro".
Purtroppo sia i primi sia i secondi sono preda di un grande errore: la rassegnazione è sempre negativa; nessuno, al di fuori del prato verde, offrirà loro ciò di cui hanno bisogno per sentirsi appagati: nessun detentore di qualsivoglia potere è così stupido da tirarsi la zappa sui piedi fino al punto da consentire ad altri di togliergli i privilegi, ancorché indegnamente conquistati, e magari sbatterlo in galera.
Si rimboccassero le maniche, pertanto, e si dessero una mossa: o sono in grado di trovare nel loro ambito le risorse per combattere quella che non può che essere una dura e difficile battaglia, e fare di tutto per vincerla, o passeranno la vita a mugugnare, attendendo invano un cavaliere della tavola rotonda che giunga chissà da dove per offrire loro un'ancora di salvezza. Dall'esterno non arriverà nessuno, non fosse altro perché i cavalieri di Camelot, quei pochi che ancora esistono, sono già nel "prato verde" ed è lì che vanno individuati. Gli altri, che la battaglia hanno cercato di combatterla all'interno delle Istituzioni, sono stati tutti uccisi o messi fuori gioco. Per diradare le nebbie che rendono fosco il futuro, quindi, non è che vi siano molte scelte.
Sic est e altro non c'è da dire.
   
     
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