SCENARI  
    di Lino Lavoprgna    
       
    DEMOCRAZIA FUTURISTA    
   
INCIPIT NR.1
"Papà, ma è mai possibile che milioni di persone siano così stupide da non rendersi conto di portare al potere inetti e delinquenti?".
"No, figliolo. Non sono stupidi e tu sei ancora troppo ingenuo. A loro sta bene così".
(Conversazione tra un padre quarantenne e un figlio quindicenne nei primi anni Settanta del secolo scorso)

INCIPIT NR.2
"Babbo, babbo ci dai 20 euro? Ci shoppy delle skin con le v-buk?"
"Eh? Non ho capito una parola…"
"Ci dai venti euro per shoppare delle nuove skin?".
Il papà fa la faccia di chi non sa di cosa si parli. Interviene la sorellina, che scandisce bene le parole, compitandole lentamente.
"Shoppare…le..skin…su Fortnite…con le V-buck".
"Siamo gli unici bot del team che hanno solo una skin!".
(Il fratellino, con aria implorante, come quella dei bimbi di un tempo quando chiedevano il trenino elettrico, Barbie o Cicciobello).
"Ma che lingua parli? Non ho capito una parola?". (Il papà, visibilmente turbato, pensando a qualche sfasatura mentale dei pargoli, che invece incalzano con calma, scandendo bene le parole, per farsi meglio comprendere). “Devi shoppare delle skin con le V-buck sennò ci bannano dal team perché siamo gli unici bot con la skin di default".
(Report. Puntata del 3 maggio 2021. Servizio sui videogame che fungono da pericolosa droga per i giovanissimi, inquinano il loro linguaggio e favoriscono la ludopatia).

UTOPIA: L'ISOLA CHE NON C'È
"Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese. L'uomo di Stato ha voluto guidare, mentre il politico si è accontentato di lasciarsi portare dalla corrente".
Così scriveva il predicatore e teologo statunitense James Freeman Clark, nel 1876, in un articolo intitolato "Wanted, a Statesman (Statista cercasi)".
(In Italia, erroneamente, si attribuisce ad Alcide De Gasperi la prima parte della frase).
Ai massimi livelli del potere, però, arrivano quasi sempre dei politici che non dimenticano la loro natura. Di tanto in tanto capita che emerga qualche vero statista, qualcuno realmente intenzionato a ragionare in prospettiva, trasformandosi quindi in una spina nel fianco per chi non sappia guardare oltre il proprio orticello e se ne freghi dei "posteri". Gli ortolani, pertanto, anche se in feroce lotta tra loro, trovano comodo allearsi pur di mettere fuori gioco l'intruso.
Qualche volta sono costretti anche a uccidere, cosa che fanno senza scrupoli da millenni e senza alcun riguardo per il ruolo delle vittime: scienziati, artisti, governanti, letterati, se non si rendono complici di un "sistema" perverso, sono solo degli ostacoli da eliminare, come accaduto a Socrate, Ipazia, Cicerone, Seneca, Giordano Bruno, Boezio, Thomas More, Andrea Chenier, Brasillach e a tanti altri personaggi illustri che, in un arco temporale di ben venticinque secoli, hanno pagato con la vita la loro opposizione al potere dominante, sommandosi a un numero spropositato di persone - centinaia di milioni - a vario modo vittime tanto degli "ismo" che il genere umano è stato capace di partorire per farsi del male quanto dei regimi apparentemente democratici ma intrisi di sottile tirannia, talvolta palesemente spudorata.
Ogni epoca ha avuto i suoi geni, nati postumi e capaci di dettare le linee guida per realizzare un mondo migliore, la "città del sole", una società ancorata a quei nobili valori che consentono di vivere in armonia e in pace, rispettando un semplicissimo precetto: "ama il prossimo tuo come te stesso", che non trova albergo solo nella dottrina cristiana ma rappresenta il pensiero condiviso di chiunque abbia chiaro nella mente cosa serva realmente all'umanità per non autodistruggersi.
Iniziò Platone, con la "Repubblica", a concepire uno stato perfetto, destinato a fungere da modello per l'eternità, senza peraltro credere più di tanto nella possibilità oggettiva che ciò accadesse, se è vero come è vero che diede maggiore risalto a un'opera successiva, "Le leggi", con la quale disegnò una società meno perfetta ma più attinente ai limiti della natura umana. Dopo di lui Thomas More e Tommaso Campanella hanno scritto non meno significative opere, intrise di quella perfetta armonia che si può definire in un solo modo: utopia.
Decine di altri pensatori, poi, talvolta impegnati anche in politica, si sono affannati a redigere progetti socio-politici tesi a privilegiare il bene comune: ne abbiamo già parlato più volte in questo magazine, soprattutto negli articoli dedicati ai progetti federativi europei, e quindi è perfettamente inutile ribadire concetti triti e ritriti.
Seimila anni di storia, di fatto, hanno sancito una terribile verità: il genere umano non è proprio capace di vivere in reciproca armonia e mai lo sarà. È solo possibile, pertanto, continuare a tratteggiare sulla carta "una società ideale", anche se ciò servirà solo a conquistarsi un posticino privilegiato nei libri di storia e filosofia.

CHI SIAMO. DA DOVE VENIAMO.
Assodato - e non certo da ora - che si renderebbe necessario un nuovo ordine mondiale in grado di sovvertire, prima ancora delle regole nefaste, la mentalità degli esseri umani, soffermiamoci sui fatti di casa nostra per cercare di sbrogliare una matassa confusa non poco, incrostata di nefandezze antiche e continuamente implementata da quelle moderne, fonte di quel tanfo che tutti percepiamo e condanniamo, senza però essere in grado di ammettere la quota di responsabilità personale per la sua crescente consistenza.
Prima di chiederci dove vogliamo andare e come, pertanto, è bene chiarirci le idee su due concetti fondamentali: da dove veniamo e chi siamo, cosa tra l'altro non facile perché le distorsioni mentali tipiche del genere umano tendono a esaltare tanto le radici quanto sé stessi, infondendo in ciascuno la sensazione di essere il depositario di verità assolute e delle ricette giuste per curare i mali del mondo.
"La vita è adesso", ci ammoniva Claudio Baglioni circa quaranta anni fa, e pertanto, non fosse altro per rendere più duttile l'articolo, soffermiamoci sul presente, anche perché le radici remote dei nostri malanni sono state più volte trattate in passato e sicuramente lo saranno anche in futuro.
Sia pure solo per grandi linee, essendo impossibile procedere altrimenti, sono due gli aspetti fondamentali da sviscerare: il confronto generazionale tra gli adulti nati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso e i loro figli, nipoti e pronipoti; il quadro socio-politico.

BOOMER, MILLENIALS, GENERAZIONE Z, GENERAZIONE ALPHA
Se nel corso dei secoli i cambiamenti sociali avvenivano in modo così lento da consentire a genitori e figli di "respirare la stessa aria", gli sconvolgimenti epocali post 1968 hanno subito un'accelerazione così marcata da creare fossati generazionali invalicabili, con conseguenze disastrose sul piano relazionale.
Per giovani e giovanissimi ("millenial", se nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta; "generazione Z" se nati dalla metà degli anni Novanta fino al 2010; "generazione Alpha", se nati a partire dal 2010, ossia dei mocciosetti che già si fanno sentire, mettendo in crisi i loro genitori "millenials") gli adulti sono i "boomer", ossia coloro che sono nati dal 1946 al 1964, periodo in cui si registrò un sensibile incremento demografico (baby boom), che proseguì parallelamente al boom economico post bellico. Il termine è utilizzato con finalità dispregiative, per deridere ed esprimere un disprezzo assoluto nei confronti di elementi ritenuti fastidiosi e sorpassati: modo di pensare; visione del mondo; propensione all'impegno severo e ai sacrifici per costruire il futuro; rispetto per la famiglia tradizionale; rifiuto di condotte di vita aberranti e autodistruttive, che però per i giovanissimi costituiscono una droga della quale non riescono a fare a meno.
Il mondo adolescenziale e giovanile ha assimilato metodiche comportamentali che, oltre a sovvertire sensibilmente le vecchie scale dei valori, favoriscono azioni insulse a difesa del malsano stile di vita. La cronaca riporta sistematicamente quelle più estreme, quali, per esempio, l'omicidio dei genitori che si rifiutano di dare soldi per l'acquisto di droga. Solo pochi giorni fa a Catania la polizia ha arrestato un quarantenne mentre si accingeva a sfondare la porta di casa e con urla disumane minacciava di uccidere i genitori, già duramente vessati da molti anni, se non gli avessero consegnato i soldi per la droga. Sempre in questi giorni, una ragazza giovanissima, rispondendo alle domande di una cronista televisiva, ha dichiarato candidamente di essere contraria alle restrizioni per il contenimento del virus perché "tanto a morire sono solo gli anziani", non lei o suo padre, che ha cinquanta anni, aggiungendo, poi, una frase ancora più scioccante: "Arrivati a questo punto, dico la verità… io tengo molto ai miei nonni, ma se devono morire, morissero".
Nel servizio giornalistico altri giovani si sono espressi in modo non dissimile, manifestando una disumanità e un vuoto culturale che atterriscono. Cosa imparano a scuola questi ragazzi? Che educazione ricevono dai genitori? Il fallimento del processo formativo è evidente, ma come intervenire?
L'argomento è già stato trattato nel numero di marzo scorso, dedicato alla "Pubblica Distruzione" e qui si può solo aggiungere che o si trova il coraggio di bloccare "drasticamente" il processo disgregativo o immetteremo nella società masse crescenti di individui che, anche in età adulta, resteranno prigionieri delle pericolose distorsioni dell'essere, mancando in loro ogni presupposto che possa favorire lo sviluppo della maturità. Non è un compito facile, ovviamente, perché da un lato occorre scardinare un intero mondo intorno al quale ruotano interessi miliardari, dall'altro occorre recuperare processi formativi da tempo accantonati e ristrutturarli in modo che risultino in linea con le esigenze temporali. Contestualmente occorre "formare" adeguatamente i "formatori", destrutturando il fardello di sciocchezze assimilate nel percorso scolastico, universitario e post universitario. Un gran casino, insomma.

I LIMITI DELLA SOCIETÀ DEIDEOLOGIZZATA.
Sulla realtà politica del Paese occorre essere chiari, avendo il coraggio di non nascondersi dietro il dito e sciorinare anche le verità scomode, di difficile accettazione soprattutto per chi, magari in perfetta buona fede, nutra sentimenti di appartenenza.
In primis va detto, senza tanti giri di parole, che sin dal 1860 non si è mai registrata una classe politica che rispondesse "unicamente" agli interessi del Paese. Corruzione e interessi personali non sono mai mancati nei governi della destra e della sinistra storica, per poi perpetuarsi durante il Fascismo e nel dopoguerra, fino ai giorni nostri. Se si volesse realizzare un grafico che, partendo dal 1860, esprimesse la qualità della classe politica su una scala da uno a dieci, il sei potrebbe essere il voto più alto e lo si riscontrerebbe forse in non più di due circostanze a livello governativo e due-tre volte a livello parlamentare, escludendo però il periodo post-bellico. Con l'avvento di Berlusconi si è avviato un processo di omogeneizzazione che, in pochi anni, ha favorito l'ascesa di una classe politica pregna di tutti i difetti di quelle precedenti e scevra dei pochi meriti, per lo più ascrivibili al livello culturale. I risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi: nessuna delle componenti politiche che si contendono il potere risponde appieno alle esigenze di una società complessa e in forte evoluzione.
Il centro-sinistra non è in grado di fronteggiare la grande crisi epocale dettata dall'immigrazione clandestina; non è in grado di fronteggiare il vuoto esistenziale dei giovani, che tra l'altro trova origine proprio nei falsi miti esaltati dalla sinistra sessantottina; sull'onda di un malsano buonismo frammisto a malsana tolleranza favorisce il consumo di droghe e alcool, con le tragiche conseguenze a tutti note; non è in grado di tutelare le classi sociali che più soffrono, gli schiavi delle multinazionali sfruttati oltre ogni limite di decenza umana, essendosi appiattita su posizioni liberal-capitaliste e trovando comodo porsi al servizio dei poteri forti, adusi a creare ricchezza in modo sporco; non è in grado di avviare un serio processo di trasformazione sociale, essendo attento solo ad assecondare le voglie malsane di un elettorato che, per certi versi è definito "radical-chic", ma che di radicale ha solo la presuntuosa prosopopea dei parvenu e di chic proprio nulla.
Secondo modalità comportamentali tipiche dei parvenu, poi, gli esponenti del centro-sinistra sono pronti a perdere la faccia pur di tutelare la poltrona, come sta emergendo in questo periodo che li vede tollerare l'intollerabile in quella scalcinata compagine governativa che fa ridere il mondo dal momento che si definisce "governo dei migliori", pur inglobando ministri ai quali non sarebbe lecito affidare nemmeno la gestione di un condominio. Di converso bisogna riconoscere che nella coalizione, soprattutto nella componente più a sinistra, albergano delle persone "parzialmente ragionevoli", almeno su alcune importanti tematiche, risultate preziose nella gestione della pandemia che, qualora fosse stata affidata ai "Bolsonaro" nostrani, pronti prima a negarne la pericolosità e poi a favorire anzitempo il deleterio "liberi tutti", avrebbe creato disastri non dissimili da quelli che si registrano in Brasile e India.
Ancora più caotico il quadro d'insieme del centro-destra, i cui esponenti utilizzano impropriamente il termine "destra", non incarnando in alcun modo l'essenza di una vera destra moderna, sociale, europea ed europeista, che si faccia carico di premiare la meritocrazia in modo da impedire la fuga dei cervelli; sviluppare una sana coscienza solidaristica per tutelare i meno abbienti; perseguire gli evasori e la criminalità organizzata; riformare la giustizia avendo a cuore le vittime e non i carnefici, come si sta tentando di fare attualmente; favorire la cultura e la ricerca scientifica, cosa che sarebbe risultata preziosa in questo periodo, che ci vede come accattoni costretti ad accettare l'elemosina, non gratuita, dei vaccini prodotti altrove. Un giorno sì e l'altro pure, poi, si professano "liberali", senza rendersi conto di pronunciare il più grossolano degli ossimori, manifestando una pochezza culturale che fa il paio con quella di tanti elettori, i cui commenti nei social media fanno accapponare la pelle.
È sì vero che la componente leghista, nel primo governo Conte, ha gestito in modo ottimale i flussi migratori (e si dovrebbe solo vergognare chi sostenga subdolamente il contrario, mentendo sapendo di mentire) ma è troppo poco per conferire alla coalizione il privilegio di governare il Paese e a Berlusconi il piacere di portare al governo le sue amichette e i suoi lacchè.
Il Movimento 5Stelle per anni ha raccolto il consenso di tutti coloro che avevano ben chiari i limiti e le manchevolezze delle due principali coalizioni, salvo poi implodere quando le tentazioni del potere hanno preso il sopravvento sulla primitiva propensione alla purezza.
Non vanno disconosciuti, tuttavia, i meriti per aver portato alla luce i tanti giochi sporchi praticati sulla pelle dei cittadini. Ora è impegnato in una difficile ristrutturazione interna, che dovrebbe conferirgli un'anima e un preciso campo operativo che, a quanto pare, guarda a sinistra, sia pure nel modo più caotico e contraddittorio che la realtà politica italiana abbia mai registrato.
Ciò è un vero peccato: un Movimento 5Stelle che fosse in grado di proporsi al Paese secondo i dettami di un tempo, evitando le velenose contaminazioni sinistrorse, soprattutto ora che si è liberato di tanta zavorra e si è affidato a un uomo per bene come Conte, potrebbe rilanciarsi grazie all'attenzione che sicuramente riceverebbe dai tantissimi italiani che schifano gli altri partiti e si rifugiano nell'astensionismo, a cominciare dagli elettori "realmente e degnamente" di destra, che già nel 2013 e 2018 contribuirono sensibilmente ai successi elettorali.
Un quadro pesante e nefasto, come si vede, che non lascia presagire nulla di buono e registra la grande assenza di una vera destra. Un'assenza che scaturisce da una realtà sconcertante: manca il tessuto sociale in grado di favorirne l'affermazione.

NON SMETTERE DI SOGNARE. NON SMETTERE DI COMBATTERE
La realtà, dunque, è quella che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno ed è preceduta da tremila anni di storia che sono più che illuminanti per chi la conosca bene.
Ma che senso ha abbandonarsi alla disperazione o alla rinuncia, accettando passivamente il fatto che non sia possibile un futuro migliore? Nessuno, perché una generosa illusione è sempre da preferire a una negazione preconcetta: aiuta a sopportare il peso di un'esistenza condizionata dallo squallore dilagante chi dello squallore non sia responsabile.
Bisogna continuare a lottare, quindi, come se davvero le cose potessero cambiare da un giorno all'altro, senza mai smettere di denunciare i mali del sistema, sbugiardare i mistificatori e mettere in riga i somari che si diano arie da cavalli, ricordando la loro vera natura. Devono aver pensato la stessa cosa anche i due visionari che, agli inizi del secolo scorso, in un'Europa sonnecchiante e ancora non presaga delle nuvole che si addensavano all'orizzonte, osarono pensare in modo rivoluzionario al futuro: Filippo Tommaso Marinetti e Vladimir Vladimirovič Majakovskij.
Non potevano essere più diversi per carattere, formazione culturale, stile di vita, pensiero politico. Il primo, esuberante, vulcanico, fautore della guerra come unica igiene del mondo, intriso di quel pizzico di follia che sconfina nella genialità, trovò naturale confluire con il suo Partito Politico Futurista nei Fasci di combattimento, impegnandosi nella stesura del Manifesto degli intellettuali fascisti dopo aver superato un po' di dissenso e delusioni, assolutamente in linea con un carattere che lo portava a collocarsi al di sopra di ogni entità, anche al di sopra del Fascismo e del suo capo, in modo da poter sempre tessere elogi o critiche da una posizione privilegiata.
Il secondo, seppure appartenente a una famiglia nobile, aderì giovanissimo ai movimenti rivoluzionari anti zaristi, provò la durezza del carcere per ben tre volte e fu tra i protagonisti della rivoluzione d'ottobre, della quale divenne il poeta per antonomasia, ergendosi come un gigante tra una marea di altri intellettuali e artisti. Un gigante che quando si rese conto di non essere compreso dai suoi stessi compagni di partito, e forse anche schifato dal comportamento di un'attrice ventiduenne di cui si era innamorato, che aveva "osato" rifiutarsi di abbandonare il marito per seguirlo, perché - meschina - non avrebbe sopportato di condividerlo con Lilja Jur'evna Brik, amante ufficiale e musa ispiratrice, pensò bene di spararsi un colpo di pistola alla tempia.
Due persone geniali, avanti e non di poco rispetto al loro tempo e lontani mille miglia dalle miserie umane, che ovviamente è riduttivo, fuorviante e sbagliato definire "fascista" e "comunista", aduse a sognare l'impossibile avendo in comune il desiderio di mutare la Storia con l'arte; di incidere nella vita politica con la cultura; di creare un uomo nuovo, più dinamico, meno titubante al cospetto del nuovo che prende forma e pronto ad esaltare, con il sorriso sulle labbra, il coraggio e la temerarietà.
Due geni che rappresentano la prova vivente di quanto sia valida la visione protagoriana dell'uomo misura di tutte le cose che, se nell'antica Grecia esprimeva semplicemente l'assenza di una verità oggettiva, apparendo essa differente a ciascun individuo in base al livello di percezione, per estensione sancisce anche l'assenza di un qualsivoglia sistema (politico, economico, sociale) di per sé definibile in assoluto valido o fallace, dipendendo tutto dalla qualità degli uomini che lo incarnano.
A Marinetti andò meglio perché trovò spazio nel Fascismo, riuscendo anche a portare in Parlamento il Partito Politico Futurista, grazie all'elezione di un deputato alle elezioni del 1919. Il Partito comunista-futurista di Majakovskij (Kom-Fut), invece, fu subito visto con diffidenza dal nuovo potere e bloccato sul nascere, nonostante il crescente consenso a livello di opinione pubblica, o per meglio dire, proprio a causa di esso.
Nel 1921, infatti, Lenin, preoccupato per il successo popolare del poeta, diramò un ordine ben preciso alla Gosizdat, la casa editrice di Stato, che poi era l'unica operante essendo state annientate le private: "Mettiamoci d'accordo perché questi futuristi non possano pubblicare più di due volte l'anno e in non più di 1500 copie".
Non poteva finire diversamente perché il cinico pragmatismo del potere non sopporta e teme la genialità fine a sé stessa, che condiziona le menti elevandole invece di renderle schiave.
Marinetti coltivò l'illusione futurista senza mai cedere un solo millimetro alla realtà, che pure doveva ben dipanarsi alla vista, considerata la grande intelligenza: convinto assertore dell'utilità della guerra e soprattutto convinto che in futuro le guerre sarebbero state combattute dai vecchi, non pago delle imprese ardimentose effettuate durante la guerra del 1911 in Libia e durante la Grande Guerra, a sessanta anni suonati non esitò ad arruolarsi volontario per andare a combattere in Etiopia e addirittura, sei anni dopo, a seguire in Russia quella scalcinata armata agli ordini del generale Messe, che lasciò nelle innevate steppe più di 84mila italiani. Sopravvissuto miracolosamente al freddo, al gelo e alla terribile controffensiva dell'Armata Rossa, aderì alla Repubblica Sociale Italiana vagheggiando, in un momento in cui era chiaro a tutti la fine di un'epoca, il sogno di un ritorno agli ideali fascisti del 1919.
Oggi, manco a dirlo, si può guardare al manifesto del Futurismo solo da un punto di vista storico e culturale, ben contestualizzandolo nel periodo in cui è stato varato, al fine di comprenderne l'essenza e la portata a livello sociale.
Nondimeno, proprio per non cedere a quell'avvilente nichilismo da ultima spiaggia e tenere ancora accesa la fiammella della speranza, un nuovo manifesto "per il futuro" si rende indispensabile. Un manifesto che faccia piazza pulita di tutto lo sporco che avvelena la società e getti le basi per quella città del sole che tutti bramiamo a parole, senza però mai impegnarci più di tanto per costruirla realmente.
Gli uomini capaci di redigerlo ci sono. Aspettano solo che qualcuno li chiami e dica loro di costruire il futuro. Nell'attesa, consoliamoci ascoltando una vecchia canzone, il cui breve testo racchiude l'essenza del pensiero di tanti grandi filosofi e i sogni irrealizzati di tanti esseri umani: "Immagina che non ci sia il paradiso, è facile se ci provi, né l'inferno sotto di noi, sopra di noi solo il cielo. Immagina tutta la gente che vive giorno per giorno Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile. Nulla per cui uccidere o morire ed anche nessuna religione. Immagina tutta la gente che vive in pace. Potresti dire che sono un sognatore, ma non sono l'unico. Spero che un giorno ti unirai a noi e il mondo vivrà come se fosse uno solo. Immagina che non ci siano proprietà, mi chiedo se ci riuscirai. Nessun bisogno di avidità o brama, una fratellanza dell'uomo.
Immagina tutte quante le persone che condividono il mondo intero. Potresti dire che sono un sognatore, ma non sono l'unico. Spero che un giorno ti unirai a noi e il mondo vivrà come se fosse uno solo".
Per aspera ad astra. Forse.
   
     
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