SCENARI  
    di Cristofaro Sola    
       
    SOVRANISMO    
   
Cos'è sovranismo?
Al momento una suggestione. Non è una teoria politica compiuta, passata al vaglio della storia. A riguardo, il nazionalismo lo è. Si potrebbe asserire che il sovranismo sia un contenitore delle forme molteplici nelle quali si manifesta la ribellione popolare al multiculturalismo e al progressismo indotti dalla globalizzazione economica. Il limite immanente del sovranismo è la sovrapposizione con la categoria politica del populismo. Essi sono rappresentati, nell'azione di delegittimazione da parte del nemico, alla stregua dei due termini noti dell'equazione del Male, dove il coefficiente dell'incognita è il grado di razzismo, xenofobia, paura del diverso che viene instillato negli interstizi della società impreparata a discernere ontologicamente il Bene dal Male.
In realtà, il vero razzismo risiede in coloro che riassumono le figure sovrapponibili di populista e sovranista in un indistinto categoriale etico a connotazione fortemente negativa. Tale pregiudizio non si può cambiare, è uguale dalla notte dei tempi, dalla favola del lupo e dell'agnello ed è misurato sulla condizione dei rapporti di forza tra culture politiche. Nelle società dell'Occidente avanzato, egemonizzate dal multiculturalismo, il sovranista, come il populista, è per definizione brutto, sporco, cattivo, razzista, fascista. Il pregiudizio cade solo a seguito di un ribaltamento d'egemonia culturale. Non basta, pertanto, vincere un'elezione per restituire misura di verità al dibattito politico. Occorre la "riforma morale" che prosciughi il mainstream del politicamente corretto che scorre nelle casematte del potere: università, burocrazie, media, ordine giudiziario, istituzioni della cultura, Terzo settore, sistema della solidarietà e comparto educativo. Nella ripartizione manichea della cosmogonia del pensiero, dove sopravvive la separazione dei mondi della sinistra e della destra, riflessi speculari del dualismo Bene-Male, il sovranismo è per statuto espressione della destra come, su altro fronte, il progressismo lo è della sinistra. La classificazione è corretta, ciò che non lo è, invece, attiene al giudizio di valore spregiativo che accompagna tale classificazione.
Il sovranismo è un'ideologia?
No, perché manca di una weltanschauung, di una visione organica e coerente del mondo. È piuttosto un momento di resilienza per fronteggiare la guerra totale all'apparato valoriale tradizionale di cui l'uomo di destra è naturale portatore. L'attacco proviene dallo schieramento compatto del progressismo. Per intenderci, se i multiculturalisti esaltano la "cultura dei ponti" contro quella dei muri è perché essi puntano ad annichilire il concetto di frontiera che richiama in spirito il concetto di limite non arbitrariamente valicabile.
Nell'ottica dei multiculturalisti, i difensori dei muri sono il male da debellare, ergo: difendere la dignità delle cinte murarie equivale alla salvaguardia dei fondamenti sui quali è stata costruita "la civiltà delle mura e delle torri" che è quella alla quale apparteniamo, piaccia o no ai suoi detrattori. I sovranisti, per iperbole, sono i difensori inconsapevoli della Storia; viceversa, i multiculturalisti sono gli addetti alla rimozione sistematica del passato, in luogo del quale subentra uno storytelling, una narrazione/rappresentazione di una pseudorealtà forzosamente piegata alla volontà dei narratori. È il trionfo postumo della massima bonapartista secondo cui: "Che cos'è la storia, se non una favola su cui ci si è messi d'accordo?" E la retorica dei ponti non è altro che la favola che i vincenti della globalizzazione raccontano a se stessi per scaricarsi la coscienza per i molti danni causati ai popoli.
Può una civiltà sopravvivere deprivata di incorrotta memoria storica?
Pur in assenza di evidenze scientifiche, il sovranista risponde istintivamente di no. Il che è compatibile con l'effettiva storia della civiltà umana che è stata costruita non sulla ragione ma sull'istinto, sulle pulsioni dell'anima e sulla forza dei sentimenti. Solitamente, la ragione è intervenuta per stabilire il diritto dei più forti a soggiogare i più deboli. Le nazioni concepite dalle potenze vincitrici all'indomani del Primo conflitto mondiale, tracciando delle linee diritte su un'anonima carta geografica, sono il parto della razionalità degli arroganti. Ma come negativamente stia evolvendo la situazione in quelle zone del mondo dove ha funzionato la logica della spartizione a tavolino delle zone d'influenza e del neoimperialismo delle multinazionali è sotto gli occhi di tutti.
Il sovranismo è identità?
Sì, più propriamente si può definire come una forma compiuta di "identitarismo comunitario". Come osserva Ferdinand Tönnies in Comunità e Società: "Ovunque gli esseri umani sono legati reciprocamente in modo organico dalle loro volontà e si affermano l'uno di fronte all'altro, là esiste una comunità...". Ma vi sono alcuni fattori identificativi di un soggetto collettivo che consolidano il senso d'appartenenza dei suoi membri, elevandolo a elemento indefettibile della struttura comunitaria. L'origine, la lingua, le tradizioni e i costumi trasmessi dagli antenati, si collocano a fondamento di ogni contesto comunitario durevole, partecipato ed esclusivo, fondato sul consenso naturale, impermeabile agli influssi etico-valoriali e religiosi di cui sono portatori gli allogeni che tentano di perforare la compattezza e l'organicità dei contesti comunitari. La reazione immunitaria all'aggressione di tali agenti patogeni è propriamente sovranismo.
Cosa prende il sovranismo dal populismo?
L'idea di popolo come mito. È in questa accezione che esso viene riconosciuto quale legittimo e unico depositario della sovranità che è sì potere decisionale sullo stato d'eccezione, ma è anche sintesi e compendio dei valori positivi, specifici e permanenti che configurano una comunità di destino. Se il popolo è uno non vi può essere la lotta tra le classi ma solo l'organizzazione piramidale comunitaria che assegna compiti, funzioni, ruoli a ciascun membro del sodalizio. In tale visione, le élite non sono separate dal popolo ma sono organicamente assorbite in esso.
La comunità (gemeinschaft) organicista non è una società di eguali, tuttavia è marcatamente solidarista. In senso contrario si muovono tutti i modelli sociali costruiti sul principio della concorrenza degli interessi e sull'individualismo.
Tali paradigmi, formalmente vocati all'egualitarismo, nella prassi privilegiano gli oligopoli e la cristallizzazione delle élite dominanti sottratte alla volontà e al giudizio delle popolazioni sottostanti. Ma il concetto di popolo necessita di una qualificazione: esso deve essere sovrano e riconoscersi in una comune identità fondata sulla coppia assiologica sangue/suolo. Il sovranismo è un atto di legittima difesa del pensiero identitario, ancorato saldamente al concetto di patria, dalle aggressioni continuate del terzomondismo comunista imparentatosi con l'universalismo pacifista del nuovo cattolicesimo bergogliano.
Il sovranismo è antitetico alla mondializzazione dell'economia e dei diritti?
Esso è la risposta più efficace all'espansionismo della globalizzazione come ideologia, oltre che come fenomeno macroeconomico. È, per altri versi, la sintesi concettuale di un'istanza di riscatto espressa in termini talvolta irrazionali da quello che il professore Giulio Sapelli definisce "il popolo degli abissi", cioè l'insieme delle masse, per lo più provenienti dai ceti medi tradizionali, che sono state espunte dai processi di modernizzazione sollecitati dall'avvento di una globalizzazione selvaggia delle produzioni, in particolare manifatturiere.
C'è spazio politico per il sovranismo nelle società della post-modernità?
Sì, a condizione che si rinunci a pensare di scendere a patti con una globalizzazione soft, cioè che possa nel tempo favorire momenti d'integrazione di culture e organizzazioni sociali le quali, storicamente, sono state costituzionalmente alternative.
Basta guardare a ciò che sta accedendo lungo il confine turco-siriano. Un convinto islamista qual è il leader turco Recep Tayyip Erdogan, con il pretesto di colpire il terrorismo curdo, sta massacrando gruppi di civili inermi colpevoli di essere di religione cristiana. In un drammatico appello lanciato da monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico emerito di Hassaké-Nisibi, si paventa il rischio concreto che "tra qualche settimana nel Nord della Siria potrebbero arrivare oltre due milioni di persone. Tra queste ci sono anche le famiglie dei jihadisti legati ai Fratelli musulmani che stanno combattendo contro i curdi e che hanno già combattuto attorno a Damasco negli scorsi anni.
Per i cristiani sarà la morte. Un bagno di sangue". Come la compianta Oriana Fallaci ebbe a dimostrare nei suoi scritti ultimi, non solo non esistono civiltà, che non sia la decadenza occidentale, disponibili all'amalgama in un indistinto cosmico di culture "diverse" ma è vero che le ragioni del conflitto tra esse non siano ad oggi venute meno. Ciò vuol dire che le relazioni inter-statuali non possono essere basate sulla compassione e sull'arrendevolezza.
Soltanto la forza usata come deterrente può garantire la tenuta degli equilibri tra civiltà. Ma non basta, anche la consapevolezza di appartenere a una civiltà superiore soccorre il bisogno di non farsi contaminare dalle tradizioni e dalle norme morali, religiose e sociali radicate in altre aree del pianeta.
Rivendicare il diritto di possesso di un suolo per un popolo significa riconoscerne la storia e la tradizione che ha permesso a valori archetipici di essere trasmessi attraverso il succedersi di generazioni dalle origini della fondazione della patria fino alla contemporaneità.
Inquadrato sotto questo profilo il concetto di sovranismo è tutt'altro che sulfureo, è una limpida manifestazione di consapevolezza identitaria. Il sovranismo è risposta al problema incombente della costante perdita di sovranità dei singoli Paesi indotta dalla crescita d'influenza di strutture ed entità sovraordinate agli Stati nazionali, il cui ruolo di regolatori è stato imposto dalla diffusione della globalizzazione su scala planetaria.
Si dirà, c'è l'Unione europea che è la nuova frontiera dei popoli del Vecchio continente. In realtà, il progetto di Europa nazione è un vecchio sogno della destra. Però, sovente i sogni sconfinano nell'utopia. In ipotesi, si potrebbe pensare a una gigantesca rivoluzione morale che spinga popoli diversi e con una storia di lotte sanguinose alle spalle a negare le differenze e a mettersi insieme per costruire una nuova patria comune: gli Stati Uniti d'Europa.
La realtà è altra cosa. In primo luogo, un'identità comune si fonda sulla lingua. Si prenda il caso della Germania. Ciò che fa la nazione tedesca non è la dimensione territoriale ma l'espressione linguistica. Come bene spiega il Tönnies in Comunità e Società, è la lingua il vero organo della comprensione in quanto "espressione comunicativa e recettiva, in gesti e suoni, di dolore e di piacere, di timore e di desiderio, e di tutti gli altri sentimenti e emozioni.
La lingua non è stata - come tutti sanno - inventata e quasi convenuta come un mezzo o strumento per farsi capire, ma è essa stessa comprensione vivente, e al tempo stesso contenuto e forma della comprensione". Ora, è pensabile di costruire una casa comune nella quale tutti i cittadini per comunicare tra loro debbano parlare una lingua di un Paese che sta facendo di tutto per uscire da quella medesima casa comune ritendendosi realtà storica distinta e distante dal contesto dei Paesi con i quali avrebbe dovuto cementare il patto comunitario? Un'identità comune si fonda sulla condivisione di un complesso di valori espresso dalla Tradizione, dalla religione, dai costumi e dagli usi popolari.
Attualmente si osserva la presenza di una profonda linea di faglia che separa, antropologicamente, i Paesi del Nord Europa, di tradizione luterana-protestante dai cattolicissimi Paesi della fascia mediterranea. Si può immaginare una comunità di destino all'interno della quale i membri non si fidino gli uni degli altri o coltivino pregiudizi inestirpabili? Una comunità sovrana deve riconoscersi in una sola volontà di potenza. Che è ciò che non accade oggi in Europa. Si guardi agli eventi epocali del nostro tempo, come adesso il fenomeno migratorio.
L'Europa ha forse una voce sola? Riguardo alla difesa degli interessi nazionali la musica non cambia. Un conto sono i proclami, altro è la realtà dei rapporti di forza in chiave geopolitica. Al redde rationem la Francia resta la Francia della "grandeur", la Germania non smette di coltivare le sue aspirazioni egemoniche sugli altri Paesi dell'Unione. "Lebensraum" e "Piano Funk" non sono mai stati messi al rogo dopo la caduta del Terzo Reich e con puntuale frequenza rispuntano sotto altre forme, più edulcorate, dalle correnti carsiche della politica. Quindi, l'esercizio sovranista ha senso soltanto se riferito a realtà nazionali.
Non vi sono i presupposti per associarlo a differenti entità sovraordinate agli Stati nazionali, salva, forse, la prospettiva di una confederazione di Stati europei.
Chi sono i sovranisti in Italia?
Verosimilmente la Lega di Matteo Salvini, Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e alcune formazioni minori della destra radicale, quali ad esempio CasaPound. Non Forza Italia di Silvio Berlusconi. Neppure il Movimento Cinque Stelle che, inizialmente, organizzazione politica populista e cesarista, strada facendo ha perso la prima connotazione, quella populista, per tenere, seppure in bilico, la struttura cesarista del partito monocratico.
Cosa possono fare i sovranisti?
I partiti più grandi possono provare, riuniti in coalizione, a vincere la sfida democratica per dare al Paese un compiuto assetto conservatore. Sarebbe ora di sfruttare l'onda di consenso al sovranismo per dare una spallata alla cultura egemone progressista la cui indubbia abilità, affinata in anni di gestione del potere, è stata di far passare le visioni del mondo non conformi alla propria come aberrazioni della civiltà. Tuttavia, la lotta per la conquista dell'egemonia, almeno in Italia, non sarà mai un "pranzo di gala; non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità".
Mao Zedong lo diceva della rivoluzione, ma può valere parimenti per il sovranismo, che resta un atto di forza, espletabile all'interno del gioco democratico, funzionale al rovesciamento della visione del mondo imposta dai multiculturalisti e dai progressisti. Di regola, la falange macedone del sovranismo dovrebbe procedere da sola e non accettare di associarsi nella competizione elettorale con forze portatrici di valori opposti ai suoi. Ma, com'è noto, la carne è debole per cui di fronte al rischio di essere sconfitti si cede ad imbarcare tutti coloro con i quali si riesca a individuare qualche punto programmatico di contatto, trascurando le premesse ideologiche generali. Tale tattica contiene insieme un vantaggio e un pericolo.
Non vi è dubbio che patti coalizionali facilitino la vittoria elettorale. Tuttavia, una volta ottenuta la vittoria si corre il rischio di doversi accontentare di una politica di piccolo cabotaggio a cagione della mancanza di condivisione degli ideali di fondo tra forze aderenti al patto di coalizione. L'esperienza fatta con l'anomalo governo giallo-blu, varato sulla base di un contratto sottoscritto tra Cinque Stelle e Lega, lo scorso anno, ha mostrato tutti i limiti programmatici e di visione di soluzioni dettate dalla contingenza di un compromesso al ribasso. Se le forze sovraniste dovessero tornare a vincere, in un futuro prossimo, con l'ausilio però delle componenti moderate del centro, che possibilità vi saranno di compiere la missione che il sovranismo si è dato in questo tempo storico segnato dallo stigma della globalizzazione?
Perché la destra dovrebbe dirsi sovranista?
Il sovranismo per affermarsi deve superare il limite che è stato del nazionalismo della seconda metà del Novecento: sentirsi privo di legittimazione per il sopravanzare egemonico dei nuovi imperialismi globali quali sono stati gli Usa e l'Unione Sovietica. Mutato lo scenario geopolitico è possibile lottare, nonostante la pervasività della globalizzazione, per ritagliarsi uno spazio di autonomia e libertà come Stato nazionale seppure in complicate articolazioni di delicatissimi equilibri internazionali, sia economici sia strategici. La legittimità, in questo caso, deriva dalla consapevolezza "d'incarnare un'esigenza storica" (l'espressione è di Adriano Romualdi in La Destra e la crisi del nazionalismo).
Ora, per un uomo di destra i valori dello spirito sopravanzano quelli dell'erudizione e della pseudocultura. Per stare alla categorizzazione individuata da Oswald Spengler e ripresa da Thomas Mann, l'uomo di destra riconosce la differenza tra il portato debole, discendente, del concetto di "zivilisation", sinonimo di declino di un sapere cristallizzato, contrapposto a quello, forte, ascendente, di "kultur" che tiene insieme legati da un comune filo conduttore la religione, l'arte, la scienza, la filosofia, le tradizioni, le regole di una comunità.
Se il sovranismo si ponesse l'obiettivo di fare un passo avanti nell'individuazione di una propria visione del mondo scaturente dall'agire sintonico dei componenti la "kultur" di un popolo, non potrebbe che penetrare il Dna della destra acquisendo un'autonoma attitudine di visione. In tal caso, nessun uomo di destra potrebbe sottrarsi alla qualificazione di sovranista.

   
     
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