SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    IL PORTO DELLE NEBBIE    
   
Beh! L'allegoria che il nostro beneamato direttore propone l'abbiamo incontrata diverse volte nella vita, soprattutto chi, come me, è un po' avanti negli anni; un'allegoria le cui trame sono state animate da differenti personaggi nel tempo: da Jean Gabin, al quale nel film la vile pistola di Zael, tra le nebbie del porto di Le Havre, toglie la vita, al grande Maigret che, tra le brume del porto di Ouistreham, verrà a capo dell'omicidio dello smemorato Joris, nonostante le torbide macchinazioni del sindaco Grandmaison. Non fa difetto il fantasy, si direbbe oggi: la mitica Isola delle Mele, Avalon, con le sue nebbie, è stata per secoli l'approdo-rifugio di Viviana, Morgana e Artù, fino a divenire leggendaria tomba di quest'ultimo. La similitudine, poi, parve cadere in disuso quando a rinverdirla ci pensò la penna di diversi giornalisti che, tra gli anni '70 e '90, l'appiccicarono, a mo' di etichetta, alla Procura e al Tribunale di Roma. Era l'epoca, quella, dell'inchiesta sulla P2, sul caso Calvi, sullo scandalo dei petroli. Ed era l'epoca del terrorismo.
Concluso quel periodo, la metafora letteraria sembrò sparire non trovando contesti ai quali adattarsi. O, per meglio dire, a causa di forti nebbie, i contesti successivi, quali paradossali ossimori, parvero risplendere sotto un sole sfolgorante. E se non ci fosse stata ancora una volta la penna dei giornalisti a riproporla per le recenti vicende della magistratura romana, tra imputazioni, sospensioni e dimissioni di soggetti che dovrebbero essere doverosamente attrezzati per districarsi tra le sirene, per essa si sarebbe potuto intonare il requiem e seppellirla nel vocabolario delle espressioni desuete.
Comunque, si sa. Il giornalismo nostrano non ha mai brillato per le sue doti di investigazione: si è sempre limitato a commentare pittorescamente i fatti e a colorare le considerazioni a seconda del colore della testata di appartenenza. Non gliene faccio certo una colpa perché tutti tengono famiglia ma, mi domando, non è forse questo un esempio di faziose brume che coprono o svelano a seconda della bisogna? E, ad esser sinceri, in svariati casi, gli operatori dei mass-media sono stati e sono gli ultimi operai di una variegata catena di montaggio il cui scopo è quello di velare la realtà. I primi operai, invece, sono i radical-chic nostrani. Lo so, anche quest'ultima sembra un'espressione desueta essendo trascorso molto tempo da quando Montanelli l'adoperò nel suo articolo 'Lettere a Camilla', in forte polemica con Camilla Cederna, quale ideale rappresentante dell'italico 'magma radical-chic', superficiale e incosciente, negli anni di piombo.
Invece, all'atto pratico, tale espressione, al pari della prima, non è mai scomparsa; si è camuffata e impoverita. Se ci fossero dei dubbi, basterà dire che la vera paternità dell'espressione spetta al giornalista americano Tom Wolfe, che lo coniò in un articolo sul New York Magazine del giugno 1970, per riferirsi ai promotori e spettatori di un concerto diretto da Leonard Bernstein, organizzato per una raccolta di fondi in favore del gruppo rivoluzionario marxista-leninista Black Panthers. Ora, i radical-chic casarecci non appartengono all'alta borghesia, tutt'al più appartengono alla classe media e tutto quello che li accomuna ai vecchi 'fratelli' d'oltre oceano non è il seguire una moda o l'essere anticonformisti persino nell'abbigliamento: è invece l'esibizionistica ostentazione di politiche affini alla sinistra radicale, avulse o diametralmente opposte ai valori culturali e sociali del ceto o del gruppo di appartenenza. Nel loro essere socialisti riformisti senza radici, rifuggono il marxismo-leninismo e aborrono la rivoluzione, specie se a proporla sono dei neri. Ma, ciò che è peggio, è che i nostri radicali sciccosi assumono atteggiamenti del genere quali ripiego per l'assenza di pensiero organico e costruttivo, quali avanguardie di quell'atteggiamento che ha portato nel tempo la sinistra, certo, ad abbandonare la lotta di classe fino al punto, tuttavia, di snaturare sé stessa per divenire una sorta di club per snob.
Potrei fare una lunga elencazione di esempi di strumentale nebbia che non tralasciano alcun aspetto del vivere quotidiano ma così facendo ci perderemmo in una sterile descrizione anche di forme marginali che finirebbero per non rendere giustizia all'affermazione. Che so, i piani di risanamento dell'Alitalia degli ultimi 10 anni, preceduti da promesse di altisonanti traguardi e seguiti da altrettante dichiarazioni di (vero) fallimento. Oppure, la fuga di 'cervelli', in essere da circa trent'anni per incuria dei governi precedenti ma, a sentir le fattucchiere climatiche, è come se fosse iniziata in giornata. Limitiamoci, perciò, a quelli più eclatanti e, tra, questi, non possono mancare le pietre della contesa per antonomasia: gli immigrati.
Mentre strumentali colpi di vento, fatti da strategici 'servizi', mostrano le miserevoli condizioni dei trasportati dalle 'carrette', per breve tratto, va detto, vista la vigile presenza delle navi ONG a distanza di sputo dalle coste della partenza, subito dopo la nebbia torna provvidenziale a coprire il futuro dei poveri 'salvati', il proseguimento delle loro tribolazioni. Sembra, quasi, che coloro i quali a piena voce, con altisonanti richiami alla compassione, hanno osannato l'opera di precedenti governi che consentivano gli sbarchi a iosa, abbiano improvvisamente esaurito il loro compito. Gli unici, sporadici momenti dove lo ritrovano, in maniera dissociata c'è da dire, è quando s'imbarcano in battaglie di borgo per abolire crocifissi, segni di croce e presepi. Non sia mai offendessero gli ospiti.
Non sembra loro interessare se gli immigrati finiscono per sopravvivere ai margini della società senza basilari condizioni igienico-sanitarie, mercé famelici ospitanti attratti dalle poche decine di euro elargite per il loro mantenimento; se finiscono per lavorare, buona grazia dei 'caporali', senza tutele, a vantaggio di disinvolti imprenditori, fornitori di multinazionali apolidi. E, questo, nel 'migliore' dei casi perché, nel peggiore, gli snob nostrani per partito preso sconfessano il contributo che gli immigrati stessi forniscono al crimine, organizzato o meno. Ma, tanto, non è un problema: la faziosa nebbia stende i suoi filamenti sulle vicende umane e salvaguarda quell'aura di misericordia che sovrasta i cantori dell'ospitalità tout court.
All'uso strumentale della biancastra caligine sugli immigrati non sfuggono neppure le più alte cariche della Chiesa Cattolica Apostolica Romana le quali, inopinatamente, si sono messe a distribuire pagelle di cristianità. L'insufficienza, di recente, è toccata al vice premier Salvini per la sua politica contro gli sbarchi indiscriminati che ha indispettito non poco le alte sfere vaticane, a cominciare dal direttore di Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro e dal presidente della CEI, il cardinale Gualtiero Bassetti. Ora, ciò che desta meraviglia non è tanto l'uscita del responsabile di Civiltà Cattolica, organo dell'Ordine gesuitico, in linea quindi con l'atteggiamento che ha sempre contraddistinto lo stesso Ordine: quello di fare politica sotto la nebbia mentre sopra splende la difesa ad oltranza della fede; in sostanza, in linea con quel concetto di premorale a loro caro. Quanto, invece, suscita stupore la bacchettata del presidente della Conferenza Episcopale Italiana che avrebbe avuto ben altri, drammatici momenti per far sentire la sua voce così da cominciare a censurare i suoi stessi 'confratelli'.
Ma le brume catarifrangenti della compassione e della misericordia coprono tutti i discutibili risvolti. Del resto, chi mai avrebbe avuto da ridire sulle uscite dei due prelati se non fosse stato per l'improvvido intervento del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere del Vaticano, a richiamare l'attenzione? Un imperioso impulso da parte del porporato che sull'onda della dichiarata compassione l'ha portato a riallacciare di sua mano la luce in un palazzo romano, abusivamente occupato da oltre quattrocento immigrati. Questo, e solo questo, ha suscitato le perplessità se non l'indignazione della gente la quale si è posta il materiale quesito sul perché la Chiesa non intervenga anche in casi di accertata indigenza di famiglie italiane. E non è che manchino le occasioni.
Il fatto vero è che la Chiesa, a prescindere dai motivi, fa politica e si schiera come ci ha ricordato la critica all'agire vaticano elevata dal cardinale Gerhard Müller in un'intervista rilasciata a Massimo Franco sull'edizione cartacea del Corriere della Sera dello scorso martedì 28 maggio. Il prelato tedesco, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'ex Sant'Uffizio, ha specificato che '…. un'autorità ecclesiastica non può parlare in modo dilettantesco di questioni teologiche. E soprattutto non deve immischiarsi nella politica, quando ci sono un Parlamento e un governo legittimati democraticamente, come in Italia…'. In sostanza, una palese contraddizione con uno dei due motti che sovrastano la prima pagine dell'Osservatore romano: uniquique suum, a ciascuno il suo.
Si vocifera che soprattutto l'uscita del leader della CEI abbia creato disappunto persino nel Papa ma è singolare, commenta Müller, che lo stesso Papa riceva le persone più laiciste, e non Salvini. 'Dialoga col regime del Venezuela, o con la Cina che mette milioni di cristiani nei campi di rieducazione, distrugge le chiese, perseguita i cristiani. Ma qui in Italia non siamo in Cina. Devi parlare con tutti in uno spirito di fratellanza'. E, beh! Ogni tanto il diavolo, tanto per rimanere in tema, fa le pentole ma dimentica i coperchi nebbiosi esponendo la pietanza che bolle. E questo, con i tempi che corrono, non gioca certo a vantaggio della Chiesa come il recente sondaggio, promosso dall'Uaar (Unione degli Atei, Agnostici e Razionalisti) e operato dalla Doxa sulla situazione religiosa in Italia, ha dimostrato. Un sondaggio svolto faccia a faccia e non per telefono che ha attestato il calo di circa l'8%, dal 2013 ad oggi, dei credenti cattolici e l'impennata di 5 punti percentuali (dal 10 al 15%) degli atei e degli agnostici. Un risultato che, peraltro, investe direttamente il Santo Padre promosso al soglio di Pietro nel 2014.
Ma ciò che è ancora peggio sono le profane e materiali speculazioni sull'atteggiamento ecclesiale che non depongono per una pronta risalita dell'indice di 'gradimento'. Punteranno, alcuni si chiedono, a non perdere i contributi per gli immigrati? O, più strategicamente, punteranno a convertire gli ospiti visto il calo di fede dei padroni di casa? Ma, almeno in questo, le nebbie persistono e la speranza che il tempo sfumi le asperità è sempre valida.
Ora, va detto, non è che io ce l'abbia con la Chiesa ma un atteggiamento ipocrita colpisce meno se a praticarlo è un laico e, come sappiamo, in tale ambito gli esempi abbondano. Specie nella politica dove l'uso della nebbia è divenuta l'occupazione abituale del popolo degli 'eletti'. Non scampa nessuno: le istituzioni, nella festa della Repubblica, l'annebbiano per dedicarla ai rom e ai sinti. Ora, se a dritta o a manca sappiamo chi sono i 'rom' nel senso che rappresentano uno dei principali gruppi etnici della popolazione e relativa lingua 'romaní', conosciuti anche come 'gitani' o 'zingari', anticamente originaria dell'India del nord, i 'sinti' chi sono? Ebbene, l'origine del nome è nella parola indo-persiana 'Sindh' ad indicare la Valle dell'Indo e lo stesso fiume Indo (Sindhu), nell'attuale Pakistan e India nord-occidentale, e per estensione tutta l'India, terra di origine di questo popolo.
Lo dico col massimo del rispetto: non sapevo che il presidente Fico fosse così preparato da registrare la presenza in Italia della suddetta etnia, sconosciuta ai più almeno nel nome. Ma la domanda è? Non poteva aspettare il giorno dopo per apprezzare tali presenze e lasciare intonsa la dedica della celebrazione, sacralizzata dal sangue versato? Chissà se la Romania, luogo di nutritissima presenza 'rom', il 1° dicembre, festa nazionale, li cita. Ma non ha importanza, la provvida nebbia registra la pietosa menzione della III carica istituzionale, l'ammanta di altruismo e copre le perplessità se non l'offesa.
Ho riportato tale fatto anche per un altro aspetto: i mass-media hanno altresì registrato quel giorno le dichiarazioni di tre generali, ex capi di stato maggiore, che hanno deciso di rifiutare l'invito a presenziare alla sfilata. È certo prerogativa di un ufficiale, specie se di alto grado, 'rifiutarsi di obbedire' ma l'onore e il decoro avrei giurato impedissero la propalazione dei motivi addotti per il rifiuto, fondati o meno che siano. Si può pensarla come si vuole ma, in ogni caso, uno non si aspetta di leggerli sui social forum postati per mano dei suddetti ufficiali. Comunque, la lungimirante nebbia creata dagli sherpa dell'informazione, ha fatto sì che il popolo, questo sconosciuto, registrasse l'episodio come una critica di rilievo, tra le tante, diretta al Governo. Abbiamo molti esempi di magistrati che hanno deciso di dedicarsi alla politica (quando, poi, tornare a essere magistrati). C'è da pensare che tali intenti inizino a serpeggiare tra le forze armate? Chissà. La nebbia, questa alleata, è pronta ancora una volta a nascondere 'brutture' e la far splendere, sopra il suo bianco letto, le 'beltà'.
In ogni caso, non stiamo tanto a soffermarci sulle critiche. La politica, come detto, ha dato e dà ben più vasti e beceri esempi. Non voglio scendere a ricordare i tanti flop dei diversi governi che dal '94 si sono alternati alla guida di questa Repubblica dove, novella Città del Sole avrebbe detto Campanella e ricordato Fico, hanno felicemente convissuto italiani, rom e sinti. Non lo voglio fare perché il servile 'vapore acqueo' ha puntualmente coperto le disattese delle promesse starnazzate nelle tante campagne elettorali. Una nebbia che, equanime, aiutata dalla corta memoria dell'elettore, è servita alla sedicente sinistra e alla sedicente destra.
Ma non posso esimermi di citare, ultimo ma non ultimo, il governo, l'attuale. E non tanto per la caligine strumentale che viene versata su ogni sua azione quanto, ad esser sinceri, per la bruma che lo stesso governo solleva. Mi riferisco ai dichiarati intenti moralizzatori che hanno visto decurtare il vitalizio dei parlamentari, le pensioni ai magistrati, ai dirigenti dello Stato e ai pensionati comuni che, fortunati mortali, in una vita di lavoro hanno maturato una pensione di che vivere dignitosamente. Ma l'attuale governo, arbitrariamente, ha deciso che l'ammontare delle loro pensioni non fosse moralmente accettabile. Da che far invidia ai gesuiti. Comunque, non voglio disquisire su tale punto quanto, invece, su altri che ben più importanti risparmi avrebbero prodotto per le casse dello Stato.
Mi riferisco, ad esempio, al cosiddetto 'reddito di cittadinanza' che avrebbe potuto essere più opportunamente essere convertito in maggiori investimenti così da dare agli indigenti un lavoro e non un'elemosina. Mi riferisco, ad ulteriore esempio, alle complessità della Pubblica Amministrazione che affossano il sistema produttivo, alla mancata costituzione di centri aggregati della spesa pubblica, al mancato accorpamento dei Comuni di modeste entità (si pensi che gli ultimi 10 non hanno più di 60 abitanti ciascuno e il 'centultimo', mi si passi lo svarione, ne ha 130), alle migliaia di società municipalizzate erogatrici di fatui servizi, alle inutili comunità montane visti i tanti disastri, alle 14 evanescenti Authority che comportano presidenze, consigli di amministrazione, costi di gestione, personale, ecc. Ribadisco: tanto per fare degli esempi.
Ma che ci vogliamo fare, l'italiano è specializzato nel valorizzare la 'fuffa'. Ed è talmente bravo da aver scalzato il primato del monte Washington nel New Hampshire (Usa), dove le nebbie stazionano per oltre 300 giorni all'anno.
   
     
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