SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    BEL SUOL D'AMORE    
   
Bel suol d'amore', senza Tripoli ovviamente, visto quello che sta succedendo da quelle parti, è una di quelle espressioni che il lessico comune usa in contesti diametralmente opposti; quale apprezzamento, oppure con sarcasmo. Cambia il tono della voce e la mimica facciale: ridente il primo, accompagnato spesso dagli occhi sgranati e amaro il secondo, con le labbra tirate. Rende l'idea in ambedue i casi.
Comunque, ne è passato di tempo da quando Giovanni Corvetto e Colombino Arona, nel 1911, scrissero e musicarono 'A Tripoli', conosciuta poi come 'Tripoli, bel suol d'amore', composta per propagandare l'imminente impegno bellico italiano contro l'impero ottomano, finalizzato alla conquista della Libia. In verità, 'd'amore' nel testo ce n'è poco perché, dopo le prime strofe accattivanti: "Sai dove s'annida - più florido il suol/ Sai dove sorrida - più magico il sol/ Sul mar che ci lega - coll'Africa d'or/ La stella d'Italia - ci addita un tesor…", ciò che domina è il 'rombo del cannon'. Beh! In qualche modo andavano rinfrancati i fanti e, al tempo stesso, infusi di spirito guerriero.
Forse da qui la duplice, antitetica valenza: nel primo caso, la trepidazione nel conoscere le bellezze africane e, nel secondo, l'orgoglio di poter far 'beneficiare' quei popoli (quelle tribù), sotto il gioco ottomano, della 'democrazia' e della 'cultura' italica, sia pur con l'uso delle armi. Sventoli il Tricolore/sulle tue torri/al rombo del cannon. Senza ironia, non sembra un'operazione di peacekeeping ante litteram? In realtà, l'intervento venne giudicato necessario a seguito dell'occupazione francese della Tunisia (con l'avallo inglese che da tempo spaziava nel mondo) e delle successive possibili riverberazioni sullo scenario del Mediterraneo e non solo.
Infatti, quel conflitto si allargò, poi, fino al Mar Rosso da un lato e al Dodecaneso dall'altro. Ma questi aspetti sono ignorati dai più. Il fulcro, rimasto nei cuori e nelle menti, nonostante il fluire del tempo, resta la Libia dove le operazioni militari, sin d'allora, suscitarono accesi entusiasmi e forti dubbi. Quest'ultimi, a caricarli di sarcasmo, ci pensò Gabriele Galantara con la sua celebre vignetta "Domani a conti fatti - Pantalone: Valeva proprio la pena?", pubblicata sulla rivista satirica L'Asino, piuttosto diffusa a quel tempo. Già, Pantalone. In sostanza, noi.
Non so se la posizione assunta allora dalla rivista socialista fu oggettivamente fondata o se essa, nonostante il ripetuto sostegno della sinistra al pragmatico governo giolittiano, si schierò contro l'intervento per partito preso. Dico questo perché, quattro anni dopo, allo scoppio della Grande Guerra, l'ala oltranzista del movimento socialista, il sindacalismo rivoluzionario, quello che addirittura arrivò a definire Turati la 'guardia bianca del regime', si divise tra interventisti e non. Chissà, valli a capire con i loro ragionamenti contorti, contraddittori ma, ovviamente, illuminati. E, per fortuna, era di là da venire la luce che la Stella Rossa moscovita avrebbe riverberato sul mondo.
Beh! In ogni caso, non è che, successivamente, le cose si siano chiarite. All'impero ottomano, inglese, francese, austro-ungarico, tedesco e alla parvenza di quello italiano, si aggiunse la monopolizzazione delle istanze e delle risposte, in sostanza la totalizzazione delle idee, che si sostituì al 'normale' impero russo. In ogni caso, è comprensibile che ognuno di quegli imperi definisse, in sostanza, 'bel suol d'amore' il proprio, dopo aver prima magnificato e poi annesso (anche con le armi) quello altrui. E se l'Italia non ha fatto difetto in tale percorso ciò che la distingue dai restanti non è solo il fatto di aver vinto la I e perso la II guerra mondiale.
Non voglio con questo giustificare (neppure lontanamente, anzi stigmatizzo) la guerra ma certo è che le condizioni alla cessazione di un conflitto le dettano i vincitori, al di là della qualificazione degli sconfitti. Wilson, a Versailles nel '19, dopo un solo anno di partecipazione alle operazioni belliche, in nome della 'democrazia' e della 'libera espressione' dei popoli dettò all'impero tedesco condizioni talmente oppressive da generare la Repubblica di Weimar e creare così l'humus per il nazismo. Ad un 'bel suol d'amore' se ne sostituiva un altro: l'imperialismo americano, per la prima volta sullo scenario internazionale, che prometteva il bene supremo di ogni persona, la libertà, cancellando gli imperi sconfitti, ovviamente oppressivi.
Ma, si sa, al di là dell'oppressione, non tutti gli 'imperi', sono uguali: il colonialismo francese e inglese verrà meno tra la fine degli anni '40 e gli anni '70. Forse, perché quei due paesi potevano annoverarsi tra i vincitori e, quindi, il loro 'bel suol' era migliore di altri. In quanto alla 'libertà', poi, dobbiamo convenire che il suo concetto, da quei momenti, travalicò i confini nazionali dove conviveva col casareccio e a volte cinico opportunismo (nella patria della 'libertà' occorrerà aspettare gli anni '60 per il varo del Civil Rights Act e del Voting Rights Act) e sposò le esigenze del mercato e dell'economia, apolidi per antonomasia. In pratica, si svincolò platealmente e universalmente dalla giustizia. Non stiamo neppure a discutere, infine, sull'allora nuovo imperialismo russo dove la 'libertà' personale, la libera espressione, fu sostituita dall'interesse superiore dello Stato, in un palese iato con il popolo (i popoli) che rappresentava. Del resto, il 'bel suol' delle repubbliche socialiste sovietiche, inondato dal 'sol dell'avvenire', era tra i vincitori, guardato certo a vista dagli interlocutori ma apprezzato e ossequiato.
Eppure, in ognuno di quegli imperiali paesi, sconfitti o vincitori, non è mai venuto meno l'orgoglio e non c'è mai stato senso di colpa o come vogliamo chiamarlo. Questo, per ritornare all'Italia, a denotare la differenza. È indubitabile che la nostra presenza in Libia (arrivata al 13% della popolazione) abbia apportato beneficio a quel Paese, a prescindere dal nostro diritto di essere là; un beneficio fatto di strutture, reti viarie, tecniche produttive, reti commerciali, occupazione, ecc. Un beneficio, peraltro, pienamente condiviso tra italiani e 'cittadini italiani libici' così da determinare nella prima generazione italo-libica una sorta di amor di nuova patria, sia pur legata ad interessi. E del resto, nel '43, quando gli Alleati occuparono la Libia, la gran parte degli italiani non pensò minimamente di rientrare in Italia. E nulla significò per quella comunità che il trattato di Parigi del '47 assegnasse la Tripolitania e la Cirenaica alla Gran Bretagna, il Fezzan alla Francia e la striscia di Aozou alla colonia francese del Ciad; né, tantomeno, lo significò il fatto che dal dicembre '51 la Libia, a seguito della risoluzione ONU dell'anno prima, divenisse monarchia costituzionale sotto il re Idris al-Sanusi, il quale accettò di buon grado la permanenza di basi inglesi e americane per il controllo strategico del Mediterraneo.
E se, a seguito di quegli eventi, a qualcuno sorsero delle perplessità circa l'opportunità di permanere in Libia, bastò a fugarle il trattato bilaterale del '56 dove l'Italia, accanto ad un impegno di collaborazione economica, trasferiva allo Stato libico tutti i beni demaniali nonché la somma di 5 milioni di sterline (di quel tempo) a saldo di qualunque pretesa. Un trattato che, peraltro, assicurava la continuità della permanenza della comunità italiana residente nel paese, garantendone i diritti previdenziali ed il libero godimento dei beni.
Tuttavia, i fatti, a poco più di dieci anni di distanza, hanno sconfessato quelle fiduciose attese perché i fiduciosi non hanno considerato né le intemperanze locali né l'insipienza italiana; il colpo di Stato del settembre 1969, e l'ascesa di Gheddafi al potere portò all'adozione di misure via via più restrittive nei confronti della collettività italiana, fino al decreto di confisca del luglio '70, emanato per "restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori". Non si salvarono neppure i contributi previdenziali. In risposta, ciò che l'Italia seppe fare è varare tre leggi, nell'arco di venticinque anni, "in attesa di accordi internazionali", che previdero la erogazione di acconti sugli indennizzi per i beni perduti; acconti che, nella loro totalità, sono stati ben lontani dal puro valore nominale delle perdite al 1970.
Non so se la Francia, l'Inghilterra o gli Stati Uniti, in presenza di fatti simili occorsi a loro cittadini, avrebbero tenuto lo stesso comportamento.
Quando Fidel Castro conquistò il potere varò una politica di nazionalizzazione di tutte le proprietà straniere sull'isola, così che gli Stati Uniti con l'allora presidente Eisenhower, risposero intanto con un embargo commerciale. Le proprietà e gli interessi di cittadini americani in Cuba erano ingenti; tra l'altro, le raffinerie della Esso di John D. Rockefeller e della Shell di Marcus Samuel, nonché della Texaco di Joseph S. Cullinan, Thomas J. Donoghue, Walter Benona Sharp e Arnold Schlaet. E, ancora, tra le altre, la First National City Bank of New York di James Stillman Rockefeller, la First National Bank di Boston, e Chase Manhattan Bank, di David Rockefeller. E, infine, casinò e catene di alberghi come il Riviera e Capri, di Meyer Lansky, di Lucky Luciano, di Santo Trafficante Sr. e di Frank Costello.
A tanto, seguì poi una ulteriore risposta, sembra non dall'esercito bensì dalla CIA, che si concretizzò con l'operazione 'Baia dei Porci' il cui nome vero, in realtà, era 'operazione Zapata', dalla denominazione geografica della zona da conquistare, Ciénaga de Zapata, della società finanziaria Zapata di proprietà di George Bush Sr.
Come sappiamo, quell'operazione, a prescindere da chi l'abbia ideata e condotta, si risolse in un fantasmagorico flop i cui effetti perdurarono nei decenni solo per inasprire, strumentalmente, i rapporti tra gli USA e l'URSS nonché per dare fiato ai partiti comunisti europei. A prescindere dai titolari degli interessi che si cercò di difendere.
E non fa difetto la Francia: nella cosiddetta guerra franco-algerina, tra il '54 e il '62, non ci fu più di qualche sopracciglio sollevato di fronte ai morti che fra i civili assommarono tra i trecentomila e il milione e a invii nei campi di raggruppamento di ben tre milioni di persone. Non parliamo dell'Inghilterra che ha sempre difeso con unghie e denti le sue prerogative colonialiste fino a che, di sua sponte, non ha deciso di abbandonarle.
Di contro l'Italia, almeno dal suo comportamento, ha sempre avvertito una sorta di sudditanza verso chicchessia. Nel '15/18, dopo aver fatto sì che "… I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo" risalissero "in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.", dopo aver 'liberato' Trento e Trieste, anche qui con l'accompagno di patriottiche canzoncine, ha concesso a quelle terre il bilinguismo, gli statuti e le leggi speciali senza arrivare minimamente a scalfire l'insofferenza nutrita nei suoi confronti. Chissà se verrà meno ora che il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz, nel disinteresse più totale, ha promesso la concessione della cittadinanza austriaca ai gruppi etnici di lingua tedesca e ladina di quelle terre.
Beh! Almeno quell'operazione non ci costerebbe. La nostra supinazione, dieci anni fa, è giunta a 'riaprire' la questione Libia: come tempo addietro ci ha ricordato Massimo Sergenti nel suo 'Pesi e misure', il 30 agosto 2008, Gheddafi e l'allora Presidente del Consiglio Berlusconi siglarono a Bengasi un Trattato internazionale, definito 'storico', che previde, tra l'altro, la fine del contenzioso (sic) a fronte di uno stanziamento di ben 5 miliardi di (nostri) dollari in favore della Libia come saldo dei presunti danni coloniali, senza attribuire alcun rilievo ai beni persi da nostri connazionali per 400 miliardi di lire valore 1970, pari oggi a oltre 3 miliardi di euro. L'unica concessione che l'Italia ebbe fu la fine della 'discriminazione' nel rilascio dei visti turistici a cittadini italiani nati a Tripoli. Almeno la nota umoristica non è mancata. Lo so. Non sono totalmente ingenua. C'erano in ballo i contratti per il petrolio e il gas ma dovevamo arrivare fino a quel punto? Fino ad accettare che il colonnello Gheddafi, dopo tanto 'risarcimento', arrivasse in Italia con tanto di foto -in bella vista sulla divisa- di Omar al-Mukhtar, un eroe della resistenza libica contro gli italiani? Qualcuno dice che i servizi francesi, nonostante simili interessi, siano stati meno accomodanti.
Ora, mi chiedo, dovrà pur esserci una ragione se la nostra posizione preferita nel tempo è stata quella dell'appecoronamento, della ricerca costante del compromesso fino allo svilimento, dell'inseguimento incessante dell'opportunità a scapito della coerenza. È possibile che quella sinistra, divenuta nelle more la più consistente d'Europa, con la sua capacità di conciliare l'inconciliabile e giustificare l'ingiustificabile, abbia prodotto effetto su un'azione di governo che per cinquant'anni è stato all'insegna dello scudo crociato e per i restanti venticinque, alternativamente, sotto l'egida di un biscione e della stessa sinistra divenuta nel frattempo, quasi in un ritorno alle origini, 'socialismo riformato' dopo aver buttato il garofano? Sì, penso sia possibile ma da sola non sarebbe stata sufficiente per depotenziare, svilire, altalenare la politica governativa. Penso, quindi, che un'altra forza, contrapposta diciamo, abbia aggravato l'effetto pendolo a scapito della proiezione e dell'incisività.
Nel più profondo rispetto per l'istituzione, ritengo che quest'ultima forza possa configurarsi nella 'sede sociale' della cattolicità ubicata nel nostro Paese.
L'aspetto, se vogliamo, anche qui umoristico è stato dato certamente dalla 'cortese' contrapposizione tra le due forze, ambedue dotate, tuttavia, di quel sano (si fa per dire) pragmatismo, di quella visione universalista delle cose più che nazionale, che ha portato entrambe a sposare scambievolmente la croce e il diabolico forcone. E così, per cinquant'anni, abbiamo avuto fior di governanti che si sono accontentati di piazzare uscieri e autisti nella giovane Unione Europea e, per i restanti venticinque, fior di artisti il cui fine principale è stato quello di realizzare, nella stessa Europa e in Italia, un falso quadro cubista. E tutto questo non ha potuto non riverberarsi sulla politica estera (e non solo), a volte ambigua o, in ogni caso, eterogenea, a seconda delle sensibilità di chi la interpretava: filo-vaticana tout court al pari di uno Stato teocratico, europeista, filo-francese, filo-atlantica, direttamente filo-americana, filo- russa, pro Israele, pro-Palestina, in assoluto disinteresse per i Paesi balcanici.
Inoltre, la presenza di una notevole forza comunista non poteva non produrre effetto anche su altre politiche: quella ambientale, ad esempio. Così, mentre l'URSS avviava una corsa all'armamento nucleare per eguagliare gli USA, le forze di 'sinistra' nei vari Paesi strumentalmente intraprendevano iniziative atte a scoraggiare l'impiego del nucleare anche a scopi benefici. Col risultato che in Italia, in nome di un ambientalismo d'accatto, a differenza di altri Paesi, è stato decretato il 'No' alle centrali nucleari e il 'Sì' alle centrali a carbone, a olio combustibile, idroelettriche e, in seguito, la messa al bando delle prime due per inseguire, a suon di miliardi di euro, l'eolico, il fotovoltaico, il geotermico, la mareomotrice col risultato, di lì a breve in molti casi, di pale contorte, pannelli sfondati e progetti faraonici sulla carta. Occorrerà attendere, dal lontano 1987, il 2013 per vedere apprezzabili rese dalle fonti rinnovabili di energia: il superamento del 15% del fabbisogno energetico.
Certo, l'aria, l'acqua e la terra più pulite e vivibili è un obiettivo oltremodo apprezzabile e condiviso ma la dogmatica sinistra, trasformata nelle more in un 'socialismo riformato,' nella sua visione pragmatica e universalista potenziata dal suo amore per il cubismo, non ha battuto ciglio quando nel '95 l'ILVA di Taranto, dopo la messa in liquidazione di Italsider e Finsider, passò nelle mani del gruppo Riva. La cosiddetta I Repubblica era caduta da poco; lo scudo crociato, perduto il 'grande' cetaceo, passava di mano in mano tra minutaglie mentre la 'ecclesia', nonostante il protagonismo del Papa polacco, avviava lentamente il suo ottenebramento; i partiti si riconvertivano, spesso adottando sul territorio liste civiche. Eeeh! Segno del rinnovato legame tra mandanti e mandatari. Inoltre, nuovi attori entravano ufficialmente, prepotentemente, nella vita politica italiana: i mercati e la finanza.
A Taranto, nel '95, era insediata una maggioranza derivata da una lista civica di centro-destra, seguita da una giunta dichiaratamente di centro-destra, a sua volta seguita di lì a breve da un commissario prefettizio, seguita da una del Polo delle Libertà, seguita di lì a breve da un altro commissario prefettizio, a sua volta seguito da una amministrazione di 'sinistra non riformata, dichiaratamente ecologista' che dal 2007 al 2012 ha governato la città e la Regione.
Dovevano essere ben camuffate le attività altamente inquinanti dell'ILVA se c'è voluto un magistrato, Patrizia Todisco, dopo la pubblicazione di due incontestabili indagini, per bloccare la 'fabbrica' dei tumori e delle più invalidanti patologie, operante per quasi un ventennio nell'indifferenza generale, salvo poi vedere la sollevazione di esponenti pubblici, silenti fino ad allora, per 'bollare' il suddetto magistrato come colei che decretava la fine della 'politica' (???) siderurgica italiana.
Aaah! Quel 'robusto' realismo di destra che si coniuga col 'sano' pragmatismo della 'sinistra', casualmente sostenuti dalla disattenzione ministeriale, di destra e di 'sinistra riformata', dove centocinquanta autorizzazioni integrate ambientali - tra cui quella per l'ILVA - sono rimaste in attesa di rilascio, in barba alla pericolosità degli impianti, diciotto dei quali dichiarati addirittura 'fuorilegge' dall'Europa.
C'è qualcuno che afferma (ma io non ci credo) che è stato proprio il connubio di questi due soggetti che negli ultimi venticinque anni hanno ridotto il Paese, il nostro 'bel suol d'amore', ad un caso clinico. Nonostante le quasi duecento 'comunità montane' ancora esistenti sul territorio, il dissesto idrogeologico è da bollino rosso, né è possibile prevedere interventi riparatori per mancanza di fondi. La cementificazione ha cavalcato vette parossistiche fino a dieci anni fa e, senza alcuna considerazione per la morfologia e l'orografia del territorio, ha persino chiuso canali naturali di sfogo delle acque che, in piena, irrompono nell'abitato devastandolo. E, a proposito di acque, nonostante i magistrati preposti, i risultati dei monitoraggi dei maggiori corsi idrici prospettano discariche chimiche e metallurgiche.
I mari, fortunatamente monitorati da Goletta Verde, sono le nuove poste per il lotto: ogni anno, la pagella ci dice dove è opportuno balneare per evitare coli et similia. L'accortezza sarebbe far uscire prima la pagella in modo che si possano programmare per tempo le vacanze ma tant'è, non si possono fare controlli di fretta e distruggere reputazioni. Un momento … non dimentichiamo la plastica, il nuovo satanasso del III millennio. Chissà perché quella piccola isola di plastica che galleggia nell'Oceano Pacifico dovrebbe riguardare il Mediterraneo e l'Italia. Forse andrebbero bacchettati quei Paesi rivieraschi sui quali, però, probabilmente, non ha influenza l'Assocarta. Va a capire le associazioni… Per l'aria non preoccupiamoci: ci sono le domeniche ecologiche a targhe alterne per scongiurare il pericolo delle polveri sottili. Orbene, alla fine dei giochi, resta la triste realtà che le associazioni ambientaliste stanno vivendo una nuova primavera di autoreferenzialismo. Il cane è arrivato a mordersi la coda.
Le nostre infrastrutture cadono a pezzi: varate da quei 'fior di governanti' degli anni '60, senza particolari slanci internazionali che non fossero approvati dall'altare d'oltreatlantico, limitati quanto si vuole alla cura del solo Brescello come i loro alter ego Don Camillo e Peppone, hanno comunque saputo dotare il Paese delle basilari infrastrutture compiendo miracoli: l'Autosole, ad esempio, con un percorso di ben 759,4 Km costati 15 milioni complessivi di giornate lavorative, 52 milioni di metri cubi di terra scavata all'aperto, 1,8 milioni di metri cubi di terra scavata in galleria, 5 milioni di metri cubi di murature e calcestruzzo, 16 milioni di metri quadrati di pavimentazioni, 853 ponti, viadotti e opere simili, 2500 tombini, 572 cavalcavia, 35 gallerie su due carreggiate, 3 gallerie su una sola carreggiata; l'Autosole, dicevo, è stata realizzata in soli otto anni: iniziata il 19 maggio del '56, era stata inaugurata il 4 ottobre del '64.
Sarebbe opportuno farlo presente alle maestranze che stanno lavorando sull'Autosole all'altezza di Firenze e dintorni sin dal 2006, o a quelle che hanno operato sulla Salerno/Reggio C. per ammodernamenti dal 1997 al 2016, o a quelle che hanno realizzato gli ultimi 22 Km di III corsia sul GRA di Roma dal 2003 al 2012. Potrei continuare ma è di tutta evidenza che le ardite tecniche costruttive adottate allora risultano incomprensibili agli odierni tecnici; un po' come le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino a Giza per l'elevazione delle quali non c'è ancor oggi una spiegazione plausibile. E, al pari delle piramidi di Giza, c'è difficoltà di manutenzione.
Già la manutenzione… Atteso che in presenza di ipotesi di reato è d'uopo che la Magistratura indaghi e formalizzi ipotesi di responsabilità; da lì l'indiscutibile necessità che le inchieste facciano il loro corso, senza interferenze, per attribuire colpe e comminare punizioni. C'è comunque un interessante articolo 'Autostrade: la convenzione. Rendimento garantito sopra il 7% e investimenti sempre sotto il previsto (Corriere della Sera) a firma Francesca Secci del 28 agosto scorso, pubblicato su 'Soldi on line'1 che riporto per la sua stesura tecnicistica, invitando chi volesse di andare a leggerselo: “Il Corriere della Sera di oggi rende noti alcuni dati relativi al contratto di concessione tra Aspi e governo sottoscritta nel 2017 dal Ministero dei Trasporti e valido fino al 2038. Il documento, come scrive il giornale, è colmo di informazioni e dati sensibili per i mercati finanziari. Alcuni dati rilevanti si possono rinvenire nell'Allegato E, dove si calcola che Autostrade per l'Italia avrà ogni anno un rialzo delle tariffe pari al 70% dell'inflazione reale. Uno di questi dati è rappresentato dal "parametro K", definito nell'allegato B, attraverso il quale si evince "il calcolo di costo medio ponderato del capitale", cioè la rendita dell'azienda. Nel medesimo allegato, prosegue l'articolo, è stabilita la formula (X) degli investimenti, principale variabile del piano economico-finanziario. Gli investimenti sono calcolati "sulla base di un tasso di remunerazione pari al 7,18 attraverso la predisposizione di piani di convalida economica per ogni singolo investimento utilizzando il metodo dell'attualizzazione dei flussi di cassa". “Gli investimenti in manutenzione, tra l'altro, risultano inferiori al programma iniziale di circa il 70%, mentre i numeri relativi ai flussi del traffico sottostimano le entrate da pedaggio, che risultano crescenti rispetto a quanto previsto dal piano, grazie all'aumento costante delle tariffe al casello.'
Basta. La verità è che, dopo aver prima gioito, ci siamo macerati nella colpa quando ci siamo impadroniti del 'bel suol d'amore' altrui al pari di altri Stati coloniali ma, a differenza di quest'ultimi, vi abbiamo profuso risorse e ingegno e, per giunta, ci siamo fatti carico riparatore (sic) addirittura di azioni dei nostri bisnonni e trisavoli. Però, non abbiamo avvertito alcuna colpa quando abbiamo assistito a scempi del nostro 'bel suol d'amore', del nostro patrimonio naturale e strutturale. Almeno i nostri padri e i nostri nonni, nell'immaginario internazionale, facevano i suonatori di mandolino e cantavano 'O sole mio dinanzi all'americano che chiedeva folklore; il che poteva anche starci: c'era il Piano Marshal che portava soldi. Oggi, senza neppure i soldi a rallegrarci, nell'immaginario d'oltralpe c'è la vignetta di Charlie Hebdo che rappresenta i tronconi del Ponte Morandi in alto con le macerie abbasso e la scritta: fatto da italiani e pulito da migranti.
Sarebbe da ricordare ai francesi le loro estemporanee e disinvolte azioni del passato e del presente, che tra l'altro hanno coinvolto e coinvolgono la Libia, così come ci sarebbe da sottolineare le spigliate dichiarazioni del loro Presidente, addirittura volte a dare agli altri lezioni di morale quando non a trovare soluzioni per la Libia, tipo le elezioni in piena guerra tra tribù, derise certo dalla politica internazionale ma miranti, a quanto pare, ad estromettere l'Eni dal suolo libico. E, però … non vale la pena di gridare: di problemi interni Macron e il suo governo ne hanno già abbastanza. Sì, tacciamo, è meglio.
Ma in questo nostro continuo, strenuo, essere silenti, ritroviamo la voce, alta e imperiosa, quando di fronte ad effetti di calamità naturali che potevano essere evitati, a catastrofi che potevano essere scongiurate, chiediamo l'intervento dello Stato. Un po' come accaduto nella cosiddetta Terra dei fuochi dove ettari di terreno sono stati scavati fino ad una considerevole profondità per seppellirci centinaia di fusti di materiali tossici, senza che alcuno si accorgesse del via vai dei camion e del rumore delle ruspe. Pur comprendendo il motivo vero, resta il fatto che se la situazione non fosse drammatica, sarebbe esilarante col fatto di ricercare l'intervento dello Stato per la bonifica e per il sostegno all'agricoltura, visto il divieto di colture in quelle zone.
Concludeva il Leopardi nel suo Sabato del villaggio riferito ai giovani: … Altro dirti non vò; ma la tua festa/ Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.'. Già, i giovani, allevati oggi come polli in batteria, senza il benché minimo attaccamento alla loro terra, si specializzano all'inverosimile per essere in grado di lasciarla. Non è da ridere anche questo? Il motivo lo trovo nel ricordo delle parole di un mio maestro che, a proposito di morale e di disaffezione, affermava che esse decadono quando si predilige il sapere alla conoscenza e la filosofia becera all'intuizione costruttiva.
Ma, purtroppo, il ricordo non mi è di aiuto.


NOTE:
1. https://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/autostrade-la-convenzione-rendimento-garantito-sopra-il-7-e-investimenti-sempre-sotto-il-previsto

   
     
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