SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    IL TETTO DI CRISTALLO    
   
Piuttosto che una platonica, sono sempre stata una socratica; nel senso che partendo dal presupposto di non sapere mi industrio per apprendere quanto più possibile, nella consapevolezza che la conoscenza non ha mai fine così come le sfaccettature della natura umana. E proprio di recente ho colmato una vasta lacuna a proposito del 'tetto di cristallo', un'espressione metaforica mai sentita, lo confesso, fino a che non è stata proposta quale focus del presente numero. Infatti, appena pronunciata dal nostro beneamato direttore, mi è uscito spontaneo: E che vuol dire?
Così, l'amico Angelo, con la sua innata pazienza, mi ha messo a giorno del suo significato. Un'allegoria che si usa per indicare una situazione in cui l'avanzamento di carriera di una persona in una organizzazione lavorativa o sociale, o il raggiungimento della parità di diritti, viene impedito per discriminazioni e barriere di prevalente origine razziale o sessuale, che si frappongono come ostacoli di natura sociale, culturale, psicologica apparentemente invisibili anche se insormontabili.
Al che, sospinta dalla voglia di sapere, intanto sono ricorsa alla onnivalente Wikipedia dove ho letto che l'espressione fu coniata nel 1978 dalla scrittrice Marilyn Loden e poi, nel marzo 1984, venne usata in un'intervista da Gay Bryant, fondatrice della rivista Working Woman: "Le donne hanno raggiunto un certo punto - io lo chiamo il soffitto di cristallo. Sono nella parte superiore del management intermedio, si sono fermate e rimangono bloccate. Non c'è abbastanza spazio per tutte quelle donne ai vertici. Alcune si stanno orientando verso il lavoro autonomo. Altre stanno uscendo e mettono su famiglia"1. Due anni dopo, persino il Wall Street Journal in un articolo descriveva il soffitto di cristallo come "qualcosa che non avrebbe potuto essere trovato in qualsiasi manuale aziendale o addirittura discusso in una riunione di lavoro, ma che era stato originariamente introdotto come un fenomeno invisibile, segreto, non detto, e che esisteva per mantenere le posizioni di leadership di livello esecutivo nelle mani dei maschi caucasici"2.
Alleluja, allelujà. Stavo colmando. Quindi, vale anche per la politica, mi son detta. E, dopo un veloce girovagare sul web, ho saputo che addirittura l'ha usata il presidente Meloni nella sua presentazione alle Camere, significando che finora mai e poi mai era stata neppure ipotizzabile una donna a capo dell'Esecutivo. In effetti, ha rotto il tetto di cristallo. Già, ma in quella semplice, indiscutibile affermazione, ha fatto i conti senza il presunto oste, lo stravagante 'padrone' della fonte della loquela, l'eccentrico 'detentore' del segreto degli uvaggi e della miscelazione delle parole, il bislacco sommelier che, munito di tutto il suo scenografico armamentario, si affanna nell'indirizzare con atteggiamento sussiegoso e melense il cliente nella scelta dei significati delle accezioni. Ne va del suo traballante impiego, è anziano e di meglio non sa fare.
Mi riferisco al PD che in quell'occasione, nella fretta di apparire, è stato indotto dalla congenita tracotanza e dal sopraggiunto amaro in bocca a travisare l'indiscutibile situazione e ad addentrarsi in un'improbabile descrizione delle sue proprietà organolettiche. Così, a fare la parte del confuso enologo è toccato al capogruppo alla Camera che nel dibattito sulla fiducia ha mostrato in toto la fine del battistrada e l'esposizione delle corde: dire alla Meloni che è sembrato d'intravedere nell'avvio del suo governo l'intenzione di porre la donna un passo dietro l'uomo e rivolta unicamente alla famiglia significa ignorare la realtà dei fatti, se non volutamente provare a distorcerli, per giunta in maniera improvvida. E non è stata tanto la risposta nella replica a 'stenderla': Mi guardi. Le sembra che io stia un passo indietro agli uomini? quanto l'aggiunta che non fa una piega: … E' certamente una sconfitta che la donna debba rinunciare al lavoro per avere un figlio ma, parimenti, è una sconfitta rinunciare ad un figlio per avere un lavoro. Spero che per queste libertà lotteremo insieme. Lo sguardo un po' confuso e frastornato della giovane esponente PD è stato un diletto senza pari, frammisto a tanta tristezza per la fine ingloriosa di un 'pezzo' di storia patria.
Non credo che possa mai realizzarsi un lavoro in comune sulla condizione della donna e sulla concretizzazione della sua legittima, sacrosanta scelta di avere sia un figlio che un lavoro, senza dover optare per l'uno o per l'altro, indotta a tanto non più da un atteggiamento maschilista (ne sono rimasti davvero pochi), bensì dall'incapacità manifesta dei suoi 'tradizionali' paladini di mettere a fuoco la problematica e di inquadrarla in un contesto operativo, al di fuori dei semplici nominalismi di maniera, tipici da circa trent'anni a questa parte di quella formazione e di quella cosiddetta 'cultura' che, immeritatamente, si definisce di 'sinistra'. E, purtroppo, quell'incapacità di dare un senso alle parole, di realizzare il loro intrinseco ed estrinseco significato, è la causa di buona parte delle odierne problematiche. Un'inettitudine nemmeno mitigata dall'essere stati al governo del Paese, come avvenuto in tanti degli anni passati, trascorsi ad ammiccare al capitale prima e poi alla finanza.
E' più che altro l'istillazione del dubbio che li caratterizza, senza le proprietà del mercurio per dare luogo al processo di riforma. Non so che tipo di governo sarà quello di Giorgia Meloni. La 'campanella', del resto, è passata di mano da pochi giorni e, materialmente, non ci sono significativi elementi, atti, iniziative per poter abbozzare un giudizio che abbia un minimo di fondatezza.
Eppure, c'è chi si è lanciato nelle più articolate interpretazioni al semplice udire, ad esempio, la denominazione di due dicasteri: al posto dello 'sviluppo economico', 'Imprese e made in Italy', oppure anziché il semplicemente 'Sud' l'aggiunta 'del Mare'. Sono bastate queste due 'correzioni' per scatenare la fantasia degli 'opinionisti' più accreditati, dei politologi più considerati circa le direttrici delle azioni future. Che so, l'accezione 'Imprese', a detta dei 'soloni' di turno, potrebbe lasciar intendere una politica volta esclusivamente a favore di quest'ultime mentre il 'Made in Italy' potrebbe indicare un indiretto accenno al 'sovranismo' e, comunque, un acceso 'protezionismo'. La postilla 'del Mare' al dicastero del Sud, poi, potrebbe significare un sospinto impegno verso le 'vie d'acqua' e i porti, in contrapposizione alle 'reti' terrestri e ai relativi trasporti. Senza considerare, infine, quel 'merito' aggiunto all'Istruzione, sicuramente foriero di forsennata competizione sociale.
Oddio, per l'ultima ipotesi, non c'era da aspettare un governo di centro-destra. E' bastato, senza il merito, il solo centro-sinistra. Comunque, non sono state sufficienti le sole stringate supposizioni ad intrattenere gli spettatori di prima serata di avvalorati talk-show: l'esigenza del palinsesto prevedeva l'impiego di un tempo più ampio. Così, mentre la ventilata 'sensibilità' verso il mondo imprenditoriale si è congiunta con la 'sicura insensibilità' verso le condizioni sociali del Paese, il 'Made in Italy' ha 'suffragato' la 'percezione' e ha fornito linfa alla 'intuizione' di 'antieuropeismo'. L'aggiunta 'del Mare', indi, ha acceso il dubbio, ovviamente 'serio', da un lato su un atteggiamento quasi ideologico in ordine alla concezione del Paese in uno scenario europeo e internazionale e, dall'altro, su una 'possibile' contrapposizione tra forze imprenditoriali. Tralascio, per carità di patria, le considerazioni su alcuni neo-ministri, 'bollati' come 'rappresentante del vecchio', 'incapace nella precedente occupazione', 'assolutamente inadatto alla funzione' e via dicendo. Il giudizio sui ministri politici, infine, lo lascio all'immaginazione.
Parole in libertà senza pudore. Del resto, soprattutto negli ultimi quattro anni, abbiamo visto di tutto: dalla demagogia più spicciola e negativa, assolutamente arida, al pressappochismo più sfacciato e deleterio, spacciati nelle loro deliranti esternazioni come 'vie' salvifiche e proficue. Senza considerazione alcuna per dignità, intelligenze e logiche razionali. Non parliamo, poi, della 'qualità' dei passati 'manovratori' che, ad esser veramente buoni, non sarebbero sfigurati nel Corrierino dei Piccoli tra Bibì Bibò, il capitan Cocoricò, i Puffi e la Pimpa.
Quattro anni praticamente buttati nel cesso non solo a causa della pandemia o, da ultimo, delle riverberazioni (paranoiche) della guerra per procura, non solo per i provvedimenti insensati assunti al seguito dei due eventi, bensì per le mancate occasioni, anche sulla scorta di quelle necessità, di porre in cantiere riforme strutturali, serie, prospettiche.
Le prime bozze del PNRR sono lì a dimostrarlo, senza dimenticare che proprio sull'incapacità di redigere quel Piano è caduto il Conte II. Due anni di annichilimento economico e sociale e due anni di sola efficienza comunitaria e internazionale, peraltro in capo ad un'unica persona, esclusivamente per 'parare' i conti e per 'battere un colpo'.
E, strano ma vero, l'aspetto che più m'intristisce all'interno di quella fotografia, e, al tempo stesso m'indigna, è il livello al quale il PD è giunto. Confuso con una massa di sprovveduti come l'asino di Buridano tra i suoni del reddito di cittadinanza e dei bonus, da un lato, e dall'altro di improbabili impegni civili.
Comunque, la sorpresa vera è stata veder tornare alla ribalta i sindacati: silenti per anni, lontani dalla telecamera, è riapparsa inaspettatamente la faccia del segretario del più 'grande' dei tre che ha, con adeguato cipiglio, avvertito il governo di non pensare minimamente di procedere senza un'adeguata consultazione e coinvolgimento delle forze sociali.
Ignoro il nome degli altri due e non ho nemmeno presente la loro fisionomia (né mi interessa accertarla) ma, in ogni caso, non sembrano degni di nota.
I tempi eroici sono passati da lungo tempo. Landini, invece, con lo sguardo determinato, ha indubbiamente mantenuto le physique du rôle del sindacalista agguerrito, giusto 'capo' dei duri metalmeccanici. Peccato che i 'metalmeccanici' siano scomparsi dall'orizzonte produttivo della grande impresa. Così come dall'orizzonte del mondo del lavoro è, da tempo, scomparso il sindacato. Siamo ai 'canovacci' della commedia dell'arte.
Eppure, nel passato, proprio sulla condizione della donna, quali soggetti intermedi tra il mondo del lavoro e l'economia da un lato e, dall'altro, tra i poteri dell'esecutivo e del legislatore, avrebbero potuto dire e fare molto, inquadrare la questione in una articolata trattativa in sede di contrattazione nazionale, oppure provare l'approccio graduale nella contrattazione aziendale, ovvero rendersi promotori di un'iniziativa legislativa, corroborata dai pareri delle rappresentanze datoriali. In realtà, hanno preferito scegliere la via della 'moderazione', della 'comprensione' del momento, delle esigenze del mercato, della 'via mediata', all'atto pratico incuranti se non partecipi dello smantellamento dei diritti sociali, uno via l'altro, conquistati in anni ed anni di dure lotte dai loro predecessori. Ci sarebbe da chiedersi con quale faccia i loro rappresentanti politici parlano oggi della condizione della donna ma non ne vale la pena: siamo sempre ai 'canovacci'.
Per inciso, 'canovacci' analoghi a quelli che al momento stanno sollevando i sindaci PD in ordine alla questione 'immigrati' arrivando persino a paventare ripercussioni sociali ed economiche di fronte alla riduzione dei flussi migratori. Non una parola, quali Primi Cittadini di comunità italiane, sul tracotante atteggiamento francese, non un accenno su quello tedesco e nemmeno un punto di domanda circa il portamento dell'UE. Non li ha toccati neppure il falloso intervento a gamba tesa della Norvegia, manco appartenente alla UE e solo rappresentata dalla bandiera della nave ONG. Dovrebbero leggersi la pagina di EuroNews relativa a quel Paese nella quale viene esplicitamente detto che questo non ha interesse ad entrare nell'Unione in quanto '… le industrie norvegesi della pesca e dell'agricoltura ne soffrirebbero, e l'adesione porterebbe a una maggiore centralizzazione e ad un indebolimento dell'uguaglianza e dello Stato sociale3 …. Ma, con ogni evidenza, sembrano avere carenza d'informazione; altrimenti, avrebbero corretto i 'canovacci' almeno di fronte all'intervento de Le Figarò4 che ha duramente criticato le 'uscite' del presidente francese contro l'Italia, accusandolo di un atteggiamento contraddittorio.
Chiuso l'inciso, sempre nell'ambito della sedicente sinistra, all'atto dell'insediamento dell'attuale Esecutivo, non sono mancate considerazioni riguardo alla 'donna' e al 'tetto di cristallo' anche da parte di coloro che bramano tornare ad una connotazione meno manierosa e sdolcinata, meno salottiera, meno radical chic, con temi più concreti e confacenti alla dichiarata veste quali, ad esempio, quelli del Foglio Quotidiano. Non faccio fatica ad ammettere di aver sempre letto con interesse le analisi di quel giornale, a volte senza condividerle, ma era la logica, la concatenazione, la deduzione a 'prendermi' anche se, a volte, i simboli esposti erano codificati diversamente dal mio sentire. Ma non c'è verso, la 'sinistra', anche quella 'più vera', quando perde diventa totalmente faziosa, dimentica della sua 'mission' e del suo 'core business'. Un po' come accaduto per Il Manifesto.
Nella sua pagina on line dello scorso 26 ottobre5, infatti, asserisce di ravvisare nell'esordio dell'attuale presidente del consiglio altro che la 'rottura del tetto di cristallo' bensì una completa adesione al modello patriarcale. Afferma, infatti, che la vittoria della Meloni 'è un modello di emancipazione individualistico che non promuove nessun empowerment collettivo, mentre rimuove la storia delle donne che l'hanno preceduta'. Poi, ricorda che molte donne di destra hanno sempre avversato le 'quote' e (a suo dire) le azioni positive per promuovere pari opportunità limitando di fatto libertà ed uguaglianza. E in questa negazione d'interventi a rimuovere ostacoli sia culturali sia legislativi e nel rifiuto ad usare un linguaggio corretto dal punto di vista del genere per i ruoli apicali, vede un affermare che la leadership si conquista con le stesse modalità usate dagli uomini, ribadendo così un'ideologia conservatrice e sovranista della maternità e della famiglia. Alla faccia. A Napoli si direbbe ''a capa nun l'aiuta'.
Dove mai l'articolista abbia visto tutti quegli atteggiamenti del nuovo Esecutivo a distanza di pochi giorni dal suo insediamento è tutto da sapere: l'ipotesi più fondata è che anche quel giornale si sia accodato alla pletora di 'spargitori' di fesserie non 'volendo' fare altro. Provi a chiedere, quell'articolista, quante donne di 'sinistra' sposano le 'quote': avrebbe un'amara sorpresa perché il commento più gentile è di sentirsi 'ingabbiate'. Fermo restando che tali 'quote' sono legge dello Stato e come tale va rispettata. Piuttosto, c'è da dire che sono trascorsi ben undici anni dall'emanazione di quel 'dettato' ad opera delle relatrici Golfo e Mosca e, al di là di quella semplice operazione aritmetica, non c'è stato finora alcun implemento né sul piano legislativo né, tantomeno, su quello culturale, ad iniziare dai diritti riproduttivi. Anzi, si può tranquillamente affermare che le ultime 'gestioni' del PD siano state alquanto avare in 'riconoscimenti' femminili.
Se, poi, il segno di un'ideologia conservatrice dell'attuale Esecutivo è il rifiuto di usare un 'un linguaggio corretto dal punto di vista del genere per i ruoli apicali', intendendo con questo il rifiuto di usare 'La Presidente' o 'La Presidentessa', allora queste stupidaggini le possiamo serenamente lasciare a chi, pur avendo ricoperto ruoli apicali, ha saputo fare ben poco d'altro dal suscitare ilarità. Di contro, dovrebbero prendere esempio da Natalia Ginzburg che, oltre trent'anni fa, ebbe a scrivere '[…] Sempre per la stessa motivazione ipocrita, le donne di servizio vengono chiamate colf, …'6. Ma, per tornare ad allargare le considerazioni, la 'sinistra', comunque intesa, dovrebbe fare pace col cerebro e trovare un minimo di razionalità. Si pensi al disegno di legge Zan, inserito persino nel programma elettorale, che prevede di cancellare l'identità di genere. Renato Rascel avrebbe detto: … E allora che abbiamo combattuto a fare …7
Per di più, in questa nominalistica considerazione della donna, non sono bastevoli per la 'sinistra' le osservazioni nazionali. Ora, è il turno delle donne iraniane come prima lo è stato per quelle afgane. Non voglio certo sminuire gli eventi che hanno purtroppo riguardato Nasrin Ghadri e Mahsa Amini e nemmeno sottovalutare la condizione della donna in quel Paese, in lotta contro secolari sedimentazioni culturali. Altro che 'tetto di cristallo': al di là dell'obbligo del velo, dell'impossibilità di viaggiare senza il permesso del marito o di recarsi ad impianti sportivi se non in occasioni di eventi nazionali; al di là del divieto di cantare davanti ad un pubblico se non di sole donne, e comunque 'accompagnate' da una voce maschile; al di là della separazione dei generi nella scuola e della ridotta scelta negli indirizzi universitari, nonché dell'obbligo per le 'sposate' di frequentare corsi di pianificazione familiare, comprensivi del divieto del controllo delle nascite; al di là di tutta una serie di ulteriori obblighi e limitazioni che rendono la posizione della donna totalmente subordinata all'uomo, ciò che impedisce di fatto l'evoluzione è la limitazione nell'economia: la donna non può amministrare possedimenti e se diviene vedova la sua spettanza è di un solo ottavo mentre il resto rimane senza amministrazione8.
Tutto ciò posto, dobbiamo però avere l'onestà di ammettere che la condizione della donna iraniana, rispetto ad altri Paesi musulmani, non è tra le peggiori. Pensiamo all'infibulazione, all'analfabetismo voluto, alla lapidazione e a tutte le altre pratiche che attestano in maniera addirittura brutale una diversità di genere, nonostante che i Paesi dove queste vengono attuate siano rispettati componenti di quel sodalizio di Nazioni, l'ONU, e quindi partecipi nell'emanare, nel 2012, la Risoluzione che le vieta. Al che, qualche vago sapore d'ipocrisia mi par di sentirlo, dal momento che l'Iran è attualmente in amorosi sensi con la Cina, destinataria di investimenti pari ad oltre 400 miliardi di dollari da parte del Paese asiatico e, in contropartita, fornitrice di imponenti quantità di petrolio a prezzi calmierati; fuori dall'area delle contrattazioni nella divisa statunitense nonché dagli embarghi dell'Occidente.
Un vago sapore d'ipocrisia, quindi, al pari delle donne afgane, come prima cennavo. E' relativamente recente l'abbandono dell'Afghanistan da parte delle forze democratiche dell'Occidente. Vent'anni di lotta contro guerriglieri, in precedenza sotto il nome di mujahidin, prima sostenuti in tutti i modi dalle società civili e democratiche per il loro impegno combattente contro i biechi bolscevichi, fautori di riforme in netto contrasto, si pensi, con i dettami e le prescrizioni coraniche, come la 'liberazione' della donna, la sua istruzione, l'abolizione del burqa, un generale, efficiente sistema scolastico.
Poi, dopo l'uscita di scena dei russi, l'Afghanistan conobbe dodici anni di travagli interni: le forti tensioni tra i comandanti dei mujaheddin portarono alla nascita dei taliban, una milizia composta da giovani afghani di origine pashtun provenienti dalle scuole islamiche del Pakistan e da mujaheddin delusi dai loro comandanti. In seguito, i finanziamenti derivati dal 'libero' traffico degli oppiacei consentirono ai talebani di acquistare gli armamenti con cui condurre una guerra civile, conclusasi nel 1996, con la presa di Kabul e la nascita dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan. È inutile sottolineare che in quel periodo vennero cancellate le 'turpi' riforme inerenti alle donne. Eppure, fino al 2001, nessuno rilevò alcunché nella ri-trasformazione afgana.
Solo dopo l'11 settembre, e alla luce di prove inconfutabili che individuavano nei talebani e soprattutto nell'organizzazione terroristica del miliardario Osama Bin Laden gli artefici di sanguinosi attentati, gli USA, di concerto con la comunità internazionale, diedero vita all'offensiva militare e ad una presenza armata, durata vent'anni nel corso dei quali la donna non ha certo migliorato la sua condizione di soggetto succubo. Poi, l'abbandono militare e il venir meno della presenza. Dalla sera alla mattina.
Qualche malpensante afferma che ciò è da attribuirsi alla successiva, già programmata azione della NATO per l'Ucraina ma va a sapere. Il fatto è che il ripristino in toto del controllo talebano sul Paese, che in nulla ha modificato la condizione femminile rispetto al recente pregresso, ha reinnescato la protesta dell'Occidente a favore della donna afgana.
L'ulteriore fatto è che, al pari dei limiti sociali, in tante parti del mondo, purtroppo, la condizione della donna lascia davvero a desiderare: una condizione della quale ho cercato di rappresentare solo due scorci, neppure paragonabili alle diatribe nostrane su 'tetti di cristallo'; condizioni che, soprattutto da parte di una sinistra universalista, richiederebbero precise prese di posizione a livello internazionale verso Paesi con i quali l'Occidente, civile, democratico e facoltoso, mantiene interessati rapporti commerciali ed economici; ma si sa, tutti teniamo famiglia e dobbiamo campare e le maschere sono fatte apposta per essere indossate. Tutti i giorni. L'unica differenza nel corso dell'anno è che a Carnevale sono doppie. E quella che in certi ambienti va più di moda ha un aspetto alquanto curioso.
Se vado con la mente all'Apocalisse giovannea e mi soffermo sulle caratteristiche dei terrificanti cavalieri9 mi accorgo che ne manca uno. Un impomatato e traslucido cicisbeo, paludato di seta gialla, armato di retino e di micidiale sica, mentre sprona con i piedi marci un cavallo color violetto. Il suo nome è ipocrisia demagogica. Al pari di oggi dove parole come 'modernità' e 'competizione' svolgono un'importantissima funzione latente: quella di occultare l'ampiezza del disagio sociale. Un po' come la chiusura delle 'case chiuse' di Julius Evola che su 'Metafisica del sesso' la definì un miscuglio di ipocrisia, di irresponsabilità, di falso zelo, di retorica e di moralismo10. A distanza di più di mezzo secolo, basta vedere la 'mercanzia' doviziosamente esposta di sera nelle strade di periferia.
Detto ciò, mi avvio velocemente verso la conclusione. Dicevo del PD. Ho già scritto in proposito e viene a noia ripetermi ma fa davvero male vedere una rilevante componente della storia dell'ultimo secolo di questo Paese ridotta ad una sorta di sagra di campagna. Dovrei gioire per questo. Se avessi contratto il germe della tanto praticata 'cancel culture', dovrei almeno fregarmi le mani e pregare che gli agenti della mutazione genetica in corso completino velocemente la loro devastante opera ed evidenzino al colto e all'inclita che la 'sinistra' è morta, con tutta la sua supponenza e arroganza. Con tutto il suo book house di sogni infranti e di cocenti delusioni. Dovrei intonare alleluia di ringraziamento perché gli eredi di un'oscura dottrina totalizzante e totalizzatrice, dopo aver provato la via del socialismo riformista senza averne l'anima, hanno alla fine precorso uno dei controversi risvolti del transumanesimo e scelto di vivere come avatar. Voglio sperare che almeno l'alterigia e la tracotanza vengano cancellate dal prossimo congresso.
Comunque, questo, come detto, non mi rallegra. Né mi allieta la fine, non certo di personaggi che quel mondo hanno malamente interpretato e animato, quanto dell'Idea delle origini che, al pari di una religione, ha fornito 'oppio' alle genti per lenire sofferenze e per far sperare.
Lo so, non dovrei esprimermi in tali termini: con un'anima e una cultura di una destra che non temeva 'concorrenza a sinistra' corro il serio rischio del fraintendimento. Ma, il fatto è che la mia età impietosamente incalza e che, mi rendo conto, la 'mia' destra è 'd'antan': del resto, i riferimenti del passato sono stati superati dall'evoluzione degli scenari nazionali, comunitari, internazionali, delle esigenze delle società, delle relative culture, delle derivanti scelte politiche.
Sull'Espresso on line, in data 22 dello scorso giugno, l'articolista titolava 'La drammatica assenza di una destra veramente liberale in Italia' e giù ad indicare caratteristiche negative. Atteso che avrebbero molto da elencare per la loro ex casa, l'augurio forte che mi faccio è di vederli sonoramente smentiti. Ora che ci sono le condizioni.











Note:
1.https://it.wikipedia.org/wiki/Soffitto_di_cristallo
2. idem
3. https://it.euronews.com/my-europe/2013/03/29/la-norvegia-e-l-ue
4.https://www.open.online/2022/11/11/francia-le-figaro-macron-trappola-immigrazione/;
nonché https://www.nicolaporro.it/e-pure-il-figaro-bastona-macron-sui-migranti/; nonché https://www.huffingtonpost.it/esteri/2022/11/11/news/ocean_viking_francia_italia_le_figaro-10611931/.
5. https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/10/26/meloni-ha-rotto-il-soffitto-di-cristallo-io-vedo-una-completa-adesione-al-modello-patriarcale/6851609/
6. “L'uso delle parole”, l'Unità, 28 maggio 1989
7. Renato Rascel – Sketch su Napoleone
8. https://www.lacostola.eu/la-donna-in-iran/
9. Ap 6,1-8
10. Julius Evola – Metafisica del sesso – Ed. Mediterranee 1996 - p. 325
   
     
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