Numero 21 - Febbraio 2014 Numero 21 - Febbraio 2014
 
 
  SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    SESSO MATTO    
   
Ma sì. Facciamolo. Abbandoniamoci all'impeto esagitato che ci prende di petto e ci scaglia in una dimensione di sensazioni nella quale la vista e il tatto, insieme al gusto, la fanno da padroni. Il cuore tumultua e il respiro si affanna, la ragione svanisce e l'emozione, che governa dispoticamente la plasticità dei movimenti, avanza in un crescendo senza fine, volutamente alternando un intuitivo controllo, quasi a cercare sofferenza, a sfrenatezza incontenibile. E, alla fine, in un inarrestabile turbinio fantasmagorico di percezioni estranee ai sensi e alla realtà, ecco la sublimazione, il congiungimento in uno, il grido liberatorio.
E, poi, una si sveglia tutta sudata.
La rivista aveva già trattato, a destra e a manca, il sesso ma, stavolta, il riferimento è diretto, sia pur con la definizione di 'matto'. E che un tale aggettivo necessiti nella realtà dell'oggi non è dato in alcun modo dalla varietà delle performances praticate, sebbene alcune delle quali vengano definite 'devianze' o persino 'aberrazioni'. Del resto, Vatsyayana Mallanaga non si pose il problema quando redasse l'antico testo sul comportamento sessuale umano, il K?ma S?tra, ampiamente considerato nella cultura Veda come l'opera più importante della letteratura sanscrita sull'amore.
Né il riferimento va al vecchio film di Dino Risi, Sessomatto appunto, magistralmente interpretato da un giovane Giancarlo Giannini e da una ancora avvenente Laura Antonelli; un film che snoda la sua trama su sette episodi che, ad onor del vero, hanno più a che fare con l'aspetto bizzarro della sessualità.
No. Oggi, il 'matto' nel sesso, a mio avviso, ha più attinenza con una patologia mentale che porta l'infermo a ritenersi perfettamente sano, nonostante il suo comportamento esuli completamente dalle condizioni reali nonché dai canoni civili e sociali. In sostanza, il 'matto' non sa di esserlo e crede che il suo comportamento sia perfettamente normale, stupendosi che la società non lo veda come tale. E, siccome possiede un suo senso della libertà, si ribellava contro le costrizioni che la società stessa voleva infliggergli.
Il tempo passato è d'obbligo perché in un determinato momento, in nome della 'dignità' (si pensi) e della 'libertà' i manicomi furono chiusi. Oggi, infatti, i 'matti', specie se portatori di patologie gravi, sono inseriti nelle strutture sanitarie ordinarie, a contatto con pazienti affetti da malattie fisiche, esposti alle intemperanze dei primi, come lo è l'intera società nella quale vivono i 'matti' meno gravi.
Ora, i 'normali' possono accettare l'ecletticità e il pittoresco e pure la diversità perché è arricchente ma che dire di fronte alla pretesa di tramutare la 'normalità' in 'eccezione' o, meglio, di affermare che l'eccezione è la normalità? Ovviamente, con tutto il rispetto e la cura per l''eccezione', quando questa non infierisce sulla 'normalità' altrui. Ma l'aspetto, già di per sé delicato, diviene preoccupante quando è la stessa società, in nome di un progressismo di maniera, ad imporre l'equiparazione di ogni aspetto della 'diversità' stessa ad una sempre meno riconosciuta 'normalità'.
È un po' il caso dei migranti per i quali io non discuto sul fatto che si debba soccorrerli e accoglierli, a prescindere per un attimo da chi lo faccia, specie se essi fuggono dal loro Paese per condizioni compromissorie della loro vita e di quella della loro famiglia. Ma questo non comporta (non dovrebbe comportare) il contestuale fatto che una società debba ignorare, fino a cancellarle, proprie culture e tradizioni, nel timore di offendere culture e tradizioni degli ospiti. Semmai, sarebbe da auspicare che questi, una volta divenuti cittadini del Paese ospitante, nel mentre osservino l'ordinamento legislativo che trovano, possano mantenere intatte tutte le loro originarie caratteristiche culturali e religiose.
Eppure, in un perverso gioco al massacro di ogni logica, c'è chi reclama a viva voce la necessità che spariscano crocifissi, presepi, immagini sacre; che si creino in ambienti pubblici luoghi da riservare alle sole donne; che si consenta l'infibulazione quale pratica culturale. E a nulla vale osservare che la libertà di espressione e di culto è un nostro diritto costituzionale che ben volentieri estendiamo agli ospiti senza che ci si debba rinunciare; che in occidente una delle più impegnative questioni civili è la parità delle condizioni e delle opportunità tra i generi; e che la tortura, sempre in occidente, è bandita, costituzionalmente e moralmente da ogni contesto civile. A nulla vale perché l'accusa paradossale contro la quale si corre il rischio di incappare è quella di 'razzismo'.
E, con questo, per tornare al sesso, non voglio certo riferirmi agli omosessuali i quali sono, ovviamente, 'normali' appartenenti al terzo genere. Ma certo è che essi divengono davvero 'diversi' quando in nome di un non meglio qualificato 'orgoglio', al di là dell'ecletticità, con il viso imbellettato si svestono sulla pubblica via, mostrano le nude terga e sculettano come bagasce da angiporto. È una questione almeno di buon gusto, di offesa alla loro dignità prima che al comune senso del pudore; un reato, questo, verso il quale la società è sempre più indulgente. Ma guai a sollevare interrogativi o perplessità: il minimo che possa accadere è un'accusa di 'omofobia'.
So bene che la materia ha subito rimaneggiamenti nel tempo al fine di mantenere sempre aggiornato il concetto di libertà sessuale ma rimangono comunque contemplati gli articoli relativi alle offese al pubblico pudore. E, al riguardo, fatta la premessa che per moralità pubblica si intende la coscienza etica di un popolo e che per buon costume si intende uno stile di vita conforme a dei precetti di decenza, ciò che voglio affermare è che sono proprio questi parametri di riferimento a trovare sempre meno significato.
È un po' come il ridicolo e lo spirito critico che lo censura. Ma se il ridicolo dilaga chi resta a definirlo tale? E così facendo, ciò che prima era tacciato come 'ridicolo' diviene espressione usuale, acquista i crismi del 'normale', in una escalation di interpretazioni che finiscono per ribaltare completamente concetti e precetti. Un po' come la 'verità' dove in un mondo postmodernista è qui, è là e in ogni luogo. Nel senso che non esiste più un luogo deputato alla sua espressione. Perciò diviene una 'verità' personale, spesso strumentale, che può cozzare contro montagne di erudizione, fino a spianarle. E poco importa se essa non corrisponde al 'vero' perché nessuno di prenderà la briga di verificarla. È la meccanica, del resto, delle fake news che affossano una persona costringendola a smentite che si perdono nella abnorme vastità e tra i marosi del web nell'indifferenza generale, tutt'al più sollecitata da curiosità scandalistiche.
Eppure, oggi la 'verità' è che non sappiamo più cosa sia il sesso e come si debba praticarlo. E, stante, la realtà che ci circonda, sembra andar bene in tal mondo. Così, si vende per 'sesso' una chiacchierata telefonica con un'anziana signora che, per mandare all'Università i nipoti, si spaccia per un'arrapata vamp che, descrivendo minuziosamente la merlettata parure che dichiara di indossare al posto delle mutande sottascellari di cotonina e di un reggipetto che a stento contiene il seno pendulo e straboccante, espone al cliente le pratiche alle quali intenderebbe sottoporlo. E mi par di vedere l'infoiato consumatore che, mentre si bea di quel profluvio di colorite espressioni, si trastulla con sempre maggiore trasporto l'appendice del suo bassoventre. Una situazione, questa, che ha certamente sostituito la rivista con le immagini di donne poco o punto vestite che i ragazzi portavano in bagno. Con l'unica notazione: i praticanti della 'calda' telefonata sono adulti mentre i ragazzi hanno trasformato il 'sesso' in una pratica di 'consumo'.
Infatti, come scrivevo nell'ottobre dello scorso anno, in questo mondo di 'soli', il sesso nei giovani ha perso il suo aspetto misterico, la trepidazione dell'attesa, l'affanno della scoperta e la radiosità della rivelazione, per divenire lo sfizio di un attimo, senza precedenti ne seguiti. Al pari di un video gioco o di un film di evasione. Ma tale trasformazione non ha eguali effetti sui due generi: nella giovane è divenuto un ninnolo alla sua costante manifestazione d'indipendenza mentre nel giovane rappresenta il solo, inconsapevole, momento di manifestazione della sua identità di maschio, la sola dimostrazione del passato ruolo. Così, si attiva per risolverla 'al peggio': attraverso l'aiutino' il quale, a quell'età, non ha lo scopo di consentire l'erezione o di prolungare la durata del rapporto bensì solo quello di poter mostrare, all'occorrenza e con immediatezza, uno 'strumento', imperioso e pulsante, un demistificato totem, da 'usare' all'impronta, nel pieno di una bolgia sonora o sui sedili di una autovettura.
E, comunque, in quei casi c'è almeno un contatto di genitali, a testimoniare il significato perduto: ma la scienza e la tecnologia avanzano e, in nome del 'progresso', ecco la webcam che già consente un 'rapporto' a distanza, intervallato da ansimanti richieste: togliti..., stenditi..., apriti..., mostrami..., toccati..., fra il baluginio delle immagini, ciascuno nel chiuso della propria stanza. Peraltro, superata la sindrome della tastiera, stanno ricorrendo ad una tale 'pratica' con sempre maggiore frequenza anche gli 'adulti', in prevalenza 'maschi': ovviamente, con una meretrice informatica.
È un aspetto davvero curioso, questo: è come se l'adulto regredisse allo stadio adolescenziale, pieno di indecisioni e di timori. Per liberarsi degli 'umori tempestosi', preferisce in quel caso ricorrere ai soli sensi della vista e dell'udito nel mentre il tatto lo dedica ad un esercizio che ha appreso fin dalla culla: quello di gingillarsi il 'pistillo' o (in minori casi) la 'patatina', fuori portata dell''occhio magico'. Neanche a parlarne, nel caso del maschio, di una sana e spensierata copula, sia pur con una prostituta da strada. Almeno in questo ci sarebbe un che di tradizionale. E non è per la paura dell'AIDS, essendo un rapporto protetto, né è per il timore di incappare in qualche altalenante 'giro di vite' delle autorità di pubblica sicurezza perché, a differenza del passato, i trans da strada riscuotono un sempre maggiore successo, viste le lunghe file di auto nei luoghi dove 'esercitano'.
Devo, quindi, ritenere che, a spaventarli, sia il contatto fisico con la donna, questa sconosciuta. Lo so, lo so: ci sono i 'rapporti' di coppia. Ma, in buona parte dei casi, le virgolette sono d'obbligo, sia sul piano della frequenza che della qualità. Così, sempre in buona parte dei casi, abbiamo una donna insoddisfatta che ha due strade dinanzi: quella di intristirsi in silenzio, anno dopo anno, oppure quella di prestare attenzione a giovani stalloni locali o ad attempati viveur quando non di visitare paesi esotici, attratte dal big bamboo, facilitate dai viaggi low cost o dalla maggiore disponibilità economica.
Le possibilità del web nel sesso comunque non si esauriscono qui. A dimostrazione della 'mutazione' sociologica e antropologica, stiamo diventando una società di esibizionisti e di voyeuristi: è sempre più frequente, infatti, l'abitudine a 'riprendersi' durante l'atto. Così, poi, potremo rivedercelo … e da lì trarre la 'carica' per una nuova performance. Ma chissà per quale arcano mistero, i video del genere affollano sempre più siti specializzati definiti 'amatoriali' (un modo curioso per dire 'fatti in casa') dove la massaia di turno, munita di mascherina, ostenta gioiosa il cespuglioso 'oggetto' d'interesse del partner di turno, sia esso il compagno stabile, il coniuge o un monteur occasionale. E, immancabilmente, il sito trova affezionati clienti che, a pagamento, inseguono bramosi le ultime 'novità' in un'attività che è la più antica del mondo.
Ma la bramosia non si arresta nel vedere esibizioni caserecce (o pseudo tali): il dark side dell'essere umano è in continua espansione come lo sono i siti del deep web, frequentati a pagamento da pedofili e da amanti del sesso estremo: tortura, mutilazioni e persino uccisioni.
Nel tornare all'umano dopo il cenno all'infernale, gli ormai notissimi clubs privé non sono, forse, un altro segno della 'mutazione'? Si trae piacere dal mangiare una nuova 'pietanza' e, nel contempo, dal vedere che un altro 'commensale' mangia la 'pietanza' che, senza star lì a cercare un'altra definizione, ci ha stancato. Ma il fatto è che il tutto deve avvenire coram populo, in un effimero dare e ricevere che avviene per persone interposte, come se (e lo è) l'importante non sia tanto il congiungimento carnale quanto la sua esibizione. Una forma di spettacolo, all'atto pratico.
Ecco. Il tutto è diventato spettacolo: l'esibizione delle nude terga, dello 'strumento' imperioso e pulsante, del ménage casalingo, dello scambio di partner nella penombra dei salotti vellutati, tra esposizioni e impieghi variegati di orifizi.
Il 'vecchio', caro sesso sta scomparendo nell'indifferenza diffusa; anzi, per meglio dire, nella noia generale, senza un guizzo di curiosità, di fantasia, di inventiva; fa solo succulenta notizia, quando si carica di morbosità, come il caso di Weinstein il quale sarà anche stato un infoiato satiro, un orco allupato, un insaziabile fauno, un mostro libidinoso ma resta il fatto che le 'malefatte', denunciate oggi, datano venticinque anni fa: il tempo necessario perché l'imene possa ricrescere. In ogni caso, mi sembra corretto definire la situazione 'ipocrita' e, comunque, eccessiva: lo si vorrebbe condannare all'ergastolo. Mi domando perché non alla pena di morte.
Già. L'ipocrisia si avvia a regnare sovrana in un crescendo di paradossi senza la ricerca di una base di coerenza. Ma non c'è tempo e poi a chi interessa? Gli esempi non mancano: in un numero del recente passato, la rivista ne ha trattati diversi, addirittura nella dimensione globale. Ora, al volo, me ne vengono in mente due nuovi. A chi importa se Bossi, oggi che la Lega ha dimostrato di poter agire sull'intero territorio nazionale, riscopre la 'pigrizia' del Sud e la 'denuncia'? Ci può essere chi gli dà ragione senza neppure accorgersi di spararsi sui 'gioielli'.
E men che meno sembra importare se la Commissione Europea, nella indecisione più totale sul tema 'migranti', vorrebbe varare una tassa, definita formalmente link tax, che comporterebbe un 'prelievo' nei confronti di tutti coloro che si avvarranno del web per una ricerca; una tassa pensata a favore della Libia e, comunque, dei territori di partenza dei migranti, per attrezzare un'ospitalità in loco. E … delle locali condizioni proibitive e compromissorie della vita che li spinge a partire che ne facciamo?
Potrei andare avanti ma mi fermo qui. Eh! Sì. L'ipocrisia regna sovrana. Anche nel sesso. Provate a farvi ascoltare da un gruppo di menadi danzanti che stanno affondando unghie e denti in un povero piccolo daino, come in un rito dionisiaco, un attimo dopo averlo coccolato, accarezzato e protetto. C'è verso che sbranino anche voi. Già … e tutto questo perché ignorano chi siano le 'menadi' e Dioniso e, a spiegarglielo, c'è verso che ti chiedano cosa c'entri il daino.
Guai a denunciare questa 'involuzione' antropologica: ben che vada, si è 'sessisti' perché ciascuno deve poter essere 'libero' di esprimere la propria sessualità come vuole, senza inibizioni. Beh! Soprattutto gli uomini ne avvertono già tante. Comunque, ne convengo. Ma vorrei non essere costretta ad assistere a gratuite esibizioni e ad eloquenti gesti, ad ascoltare espliciti linguaggi, a vedere allusive gags. E non perché io sia bigotta: mi piace semplicemente il buon gusto.
E se 'libertà' è la parola d'ordine non ci deve essere alcuno che provi ad impormi la sua 'libertà', peraltro in una società che non si sta evolvendo: sta diventando meramente anarchica, priva di riferimenti verso i quali dirigersi. Se tanto mi dà tanto, almeno in questo dovremmo essere tutti d'accordo.
Ma … non c'è modo di riappropriarsi del caro vecchio sesso? Certamente. Nei sogni, con i segni dei conturbamenti notturni al mattino sulla stoffa delle mutande.
   
     
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