SCENARI  
    di Lino Lavorgna    
       
    AUTONOMIA: METASTASI DEL REGIONALISMO    
   
Guarderò tutte le terre come fossero mie, le mie come se fossero di tutti. Io vivrò come se sapessi di essere nato per altri e a motivo di ciò ringrazierò la natura: in qual modo, infatti, essa avrebbe potuto curare i miei interessi? Me solo ha donato a tutti, a me solo ha donato tutti".
Seneca inizia il paragrafo del "De vita Beata" che contiene l'incipit con le seguenti frasi: "I filosofi non fanno quel che dicono. Pur tuttavia fanno già molto a dire ciò che dicono e pensano onestamente. Se poi il comportamento fosse all'altezza delle parole, chi sarebbe più felice di loro? Intanto non sono da disprezzare le parole buone e l'animo colmo di buone intenzioni". Sicuramente pensava anche a se stesso quando le ha scritte; non era certo uno stinco di santo e anche per lui si può dire, sia pure in modo molto ridotto rispetto a tanti altri: "Predicava bene e razzolava male". Nondimeno, il suo lascito culturale, come ben noto, è di altissima valenza.
Le sue riflessioni, pertanto, consentono di affrontare le tematiche sulla voglia di autonomia con un approccio più sereno di quello generalmente inferto da chi privilegia le spinte emotive, nella migliore delle ipotesi semplicemente irrazionali e spesso retaggio esclusivo di quelle sub-culture intrise d'ignoranza che tanti guasti producono in ogni contesto sociale, specialmente quando gli annaspamenti della storia consentono loro di ottenere largo consenso popolare.
Suona retorico l'incipit, certo, alla pari di tutti i pensieri profondi che anelano al bene e si scontrano con una realtà che, sistematicamente, li riduce a frasi da incorniciare in qualche polverosa sala di attesa, ché ovviamente il predicare bene e razzolare male è un vizio diffuso. Non vi è scelta, tuttavia: se non si parte da un concetto "positivo" e si dà per scontato che i buoni princìpi sono tanto più irrealizzabili quanto più si elevano nella scala del bene, si lascia campo libero a chi, non essendo attrezzato per entrare in modo congruo nella complessità dell'essere, tende a gestire semplicisticamente problematiche vitali, che richiedono in primis l'impegno esclusivo di menti eccelse e poi, cosa ancor più complicata, la traduzione sul piano pratico delle loro decisioni.

LA QUESTIONE TERMINOLOGICA: AUTONOMIA NON VUOL DIRE INDIPENDENZA.
Come sempre, la questione terminologica assume fondamentale importanza. La confusione generata dal potere politico inadeguato e dalla stampa distratta, essendo tutti più attenti ai giochi di bottega che a comprendere i veloci mutamenti epocali, è una causa primaria del diffuso e ben percepibile disorientamento che attanaglia l'opinione pubblica. En passant è appena il caso di ricordare che tale presupposto riguarda anche il concetto di "ius soli", entrato prepotentemente nel lessico quotidiano, per definire qualcosa che con lo "ius soli" nulla ha a che vedere. La definizione di "autonomia" ricalca analogo scenario quando viene confusa con l'indipendenza o la secessione, che sono ben altre cose. Le supposte analogie tra le vicende catalane e il referendum in Lombardia e Veneto, per esempio, ne sono una prova evidente.
E' opportuno chiarire, pertanto, che l'autonomia riguarda la capacità di un dato territorio, all'interno di un singolo stato, di perseguire interessi propri, con norme che riguardano precipuamente la materia economica. L'attuale normativa già contempla siffatti presupposti, ma alcune regioni, soprattutto nell'Italia del Nord, ne chiedono una più marcata estensione perché, ritenendosi virtuose, non sono disposte a finanziare, con il proprio gettito fiscale, gli sprechi notoriamente registrati in quelle con "gestione allegra".
L'indipendenza, invece, presuppone il distacco radicale di un territorio dallo stato in cui è inserito. Di fatto nasce un "nuovo stato", che necessita del riconoscimento internazionale, alla pari di quanto avvenuto con la dissoluzione dell'URSS e della Jugoslavia. In Catalogna non si chiede "autonomia" ma "l'indipendenza dalla Spagna". L'Irlanda del Nord (o almeno buona parte di quel territorio) non vuole "autonomia"; vuole staccarsi dal Regno Unito, visto come stato occupante, e ricongiungersi con l'Éire, per formare lo Stato d'Irlanda e realizzare l'antico sogno di: "A Nation once again".
Lombardia e Veneto, con il recente referendum promosso dalla Lega, non chiedono "indipendenza" dalla Repubblica Italiana ma di avere nuove competenze, oltre a quelle già previste per tutte le regioni. Chiedono maggiore "autonomia", la qualcosa, è bene sottolinearlo, non necessitava di un referendum, essendo già possibile ottenerla su determinate materie tramite l'articolo 116 della Costituzione. L'Emilia Romagna, per esempio, ha avviato tale procedura agli inizi di ottobre. Che poi nel Nord, di là dai proclami ufficiali, la stragrande maggioranza della popolazione sarebbe ben felice di staccarsi dal Sud e costituire uno stato indipendente, è un dato di fatto incontrovertibile che nessuno può negare.

IL FALLIMENTO DEL REGIONALISMO
Sistemata la questione terminologica è possibile inquadrare la voglia di autonomia nel suo alveo più naturale, alimentato da controversi affluenti, che vanno ben definiti per comprendere la portata del fenomeno.
Prima, però, è necessario spendere qualche parola sulle regioni ordinarie che, secondo i padri costituenti, avrebbero creato i presupposti per avvicinare maggiormente il cittadino allo Stato e favorito lo sviluppo economico dell'intero Paese. Il dibattito tenne banco per lunghissimo tempo, producendo uno stallo sull'applicazione della norma che prevedeva le elezioni dei Consigli regionali entro un anno dall'entrata in vigore della Costituzione.
L'indifferenza dell'opinione pubblica si sommava alla paura della DC di vedere un'occupazione territoriale da parte del PCI e così, di rimando in rimando, il nodo si sciolse solo nel 1970. Mentre il larvato antiregionalismo della DC (o almeno di buona parte di essa) era di carattere puramente strumentale, l'unico partito che intuì il baratro nel quale stava precipitando l'Italia fu il Movimento Sociale Italiano. La storia di quegli anni è generalmente narrata in modo artatamente distorto e del MSI si dice che fosse precipuamente preoccupato per la tenuta dello Stato unitario. Niente di più falso.
E' indubitabile che nell'elettorato missino, e ovviamente anche nella classe dirigente, il sentimento unitario fosse molto marcato, ma nessuno temeva la "dissoluzione" della Patria perché, in quegli anni, non esistevano forze che agissero apertamente in tal senso e i sentimenti antinazionali riguardavano gruppi sparuti di scarsa importanza e quei singoli individui che troveranno nella Lega Nord, solo a partire dal 1989, il terreno fertile per dare sfogo alle proprie frustrazioni. Ciò che si temeva, sostanzialmente, era la "disgregazione" politica, economica e sociale del Paese. Giorgio Almirante, che ben conosceva la natura e i limiti del popolo italiano, intuì con largo anticipo ciò che sarebbe accaduto e lo disse più volte nei suoi numerosi e memorabili discorsi, come quello del 26 gennaio 1970, quando affermò che: "Le regioni tanto più costeranno quanto più saranno politicizzate; tanto meno costeranno quanto più rappresenteranno o potranno rappresentare o potrebbero rappresentare (poiché la mia credo sia oramai una vana illusione) degli organismi meramente amministrativi. […] Nel momento stesso, infatti, in cui si attribuisce alle regioni una potestà legislativa praticamente indiscriminata […] nessun ragionevole contenimento di spesa sarà pensabile, il che potrà andare benissimo per i sostenitori di un federalismo tra l'altro piuttosto spinto e incontrollato, potrà andare ancora meglio per i sostenitori del caos e dell'anarchia che siedono all'estrema sinistra, ma non so quanto andrà bene per il cittadino, per il contribuente e per quella larga parte tra voi che, in buona fede, continua a essere regionalista in senso pluralista e disaccentratore, in senso articolato, e non si rende conto che la legge è stata portata via di mano alla vecchia maggioranza democristiana regionalista nell'antico senso, ed è stata presa nelle mani dell'estrema sinistra della Democrazia cristiana e dei socialisti di entrambe le specie".
La lungimiranza di Giorgio Almirante, purtroppo, è stata confermata dai fatti ben oltre le sue pur drammatiche previsioni. Il fallimento dello stato regionale è cronaca quotidiana sin dai suoi albori. Siamo tutti vittime dello sfascio sanitario grazie alle ruberie senza ritegno perpetrate dai politici senza scrupolo.
A nessuno sfugge il clientelismo indiscriminato che ha riempito gli uffici di scaldasedie nullafacenti ed è diventata una barzelletta planetaria la storia dei 24mila forestali in Sicilia, regione di 25.711 Km2, mentre il Canada, con i suoi 9.984.670 Km2, dei quali ben 400mila costituiti da foreste, ne ha solo quattromila! Anche la Calabria non scherza, in tal senso, con i suoi 10.500 forestali. Finiamo qui, perché del tutto inutile ribadire fatti arcinoti.


L'AMARA REALTÀ E QUALCHE BUONA RICETTA.
Rebus sic standibus si possono individuare i profili psicologici dei fautori delle autonomie.
1) Autonomisti duri e puri. Sono coloro che, seppur caratterizzati da alta scolarizzazione, si convincono della bontà di alcuni princìpi e li difendono con argomentazioni articolate e ben strutturate. La buona fede è fuori discussione e traspare evidente, nei discorsi, alla pari della loro visionaria percezione della realtà. Un tipico esempio di siffatto profilo psicologico è quello di un giovanissimo e affascinante filosofo, dotato di eccelsa proprietà di linguaggio, spesso ospite di programmi televisivi nei quali sostiene la giusta critica al capitalismo e alla sua degenerazione con le anacronistiche e irrealizzabili teorie marxiste.
2) Gli strateghi ipocriti. Sono per lo più i politici, che guardano all'autonomia come manna dal cielo per incrementare la propensione truffaldina, ovviamente mascherando le reali intenzioni con fiumi di argomentazioni farlocche.
3) I furbetti. Parlano di autonomia, ma pensano alla secessione perché, soprattutto al Nord, proprio non ce la fanno a sentirsi connazionali dei meridionali.
4) Gli arrabbiati. Per lo più residenti nel Nord, sono presenti in tutte le categorie succitate. Sono ben consapevoli di alimentare, con le loro tasse, gli sprechi e le ruberie nelle regioni meridionali e ciò li manda in bestia.
Con questi presupposti, è possibile parlare seriamente di autonomia? Domanda retorica, ovviamente, perché una maggiore autonomia delle regioni significherebbe solo aumentare gli sprechi e il divario tra Nord e Sud.
Gli italiani sono quel che sono ed è inutile girarci intorno: fatte le debite e sporadiche eccezioni, se si trovano nella possibilità di "frodare", lo fanno senza ritegno e in modo "patologico", comportandosi alla stregua di quei crocieristi che vanno al buffet con due piatti tra le mani, anziché uno nel quale inserire "tutto" ciò che si desidera mangiare, per poi fare bis e ter fino a scoppiare.
I politici che inseriscono nella rendicontazione delle spese mutande, caramelle, ricariche telefoniche, gratta e vinci, pupazzi di peluche, piatti di cristallo, pandoro, panettoni, spumanti, le multe prese con le auto private, cravatte, foulard, biglietti di autobus, parcelle di estetiste e barbieri, piante, vasi, candele, i fumetti "Diabolik", la retta dell'asilo, le maniglie delle porte, le cene con gli amici ivi compreso il cenone di capodanno, prima di essere dei ladri sono dei malati (delirio di onnipotenza e disturbo ossessivo compulsivo generato dal potere acquisito) ai quali va comminata l'interdizione perpetua dai pubblici uffici per palese incapacità nella gestione di qualsivoglia potere, anche minimo.
L'istituzione delle regioni ordinarie, proprio come aveva previsto Giorgio Almirante, ha esaltato questa deprecabile propensione, che via via ha dato forma a un inestricabile caleidoscopio di elementi umani nel quale, molto spesso, "carnefici" e "vittime" coincidono.
La malasanità, per esempio, ha colpito chiunque e si è potuto sottrarre a essa, in particolare nel Sud, solo chi sia stato in grado, economicamente, di fuggire dalle deficienze locali. La cattiva gestione dei servizi, le strade dissestate, le opere incompiute, penalizzano tutti. I 24mila forestali della Sicilia saranno ben felici di percepire uno stipendio senza fare nulla, ma di certo imprecheranno contro i loro stessi benefattori per la criticità dei trasporti pubblici e le strade senza illuminazione e senza segnaletica, con manto deformato e ponti che cadono per mancanza di manutenzione.
Cosa fare quindi? Anche questa è una domanda retorica perché dietro ogni azione si cela la qualità di chi la pone in essere: uomini di qualità potranno risolvere i problemi, anche più gravi; uomini senza qualità, che dei problemi fanno il loro "core business", non potranno che perpetuare quanto di più negativo da decenni si registra nel nostro paese.
Se le regioni ordinarie, pertanto, costituiscono il "cancro" del sistema, si possono solo eliminare per evitare che minino ancor più il "corpo" nel quale sono inserite, ossia lo Stato. Altro che parlare di autonomia!
Occorre rivedere l'impianto costituzionale per riparare i guasti prodotti tanto dai padri costituenti quanto dalle successive riforme del 1999 e 2001. Ovviamente vanno abrogate anche le regioni a statuto speciale, salvaguardando i diritti delle minoranze linguistiche con apposite leggi nazionali. Insieme con le regioni vanno abolite le amministrazioni provinciali e va ridefinita la geografia dei comuni, con accorpamenti che prevedano non meno di 12-15 mila abitanti. In pratica si tratta di ridurre drasticamente il numero di persone che, grazie agli enti locali, vive di politica, soprattutto clientelare.
Da qui, però, a celebrare il rito di uno stato completamente centralizzato ce ne corre, perché senza il filtro delle province e delle regioni il rapporto tra comuni e potere centrale sarebbe complicato e fonte sicura di ben altri problemi. Bisogna tenere in considerazione, inoltre, che l'Italia veramente unita è tale solo quando gioca la nazionale di calcio e, per quanto amaro possa apparire, fatte le doverose tare che riguardano il razzismo (sempre deprecabile) e l'ignoranza (che va sì combattuta a tutte le latitudini, ma richiede tempi lunghi), il divario "culturale" ed "economico" tra Nord e Sud non può essere gestito accademicamente e va inquadrato nell'ottica più realistica possibile. Amore e rispetto non possono essere imposti: vanno conquistati.
Una riforma dello Stato che possa essere funzionale alla reale consistenza della classe sociale italiana, pertanto, dovrebbe prevedere un vero federalismo e dar vita a quattro o cinque macro-regioni (o stati, che dir si voglia) con poteri ben definiti e limitati rispetto a quelli che caratterizzano oggi le attuali regioni. Sanità, Trasporti e Istruzione devono ritornare a essere gestiti a livello centrale con norme univoche che valgano sull'intero territorio nazionale.
Le Ferrovie devono recuperare "anche" una funzione sociale, senza per altro cadere nei tipici "errori" del passato, ed essere modernizzate lì dove ancora, proprio per la malsana gestione, vigono in stato pietoso, come nemmeno nel terzo mondo.
La liberalizzazione del mercato energetico e telefonico, con annessi servizi scaturiti dall'avvento della rete, lungi dal determinare un contenimento dei costi, ha solo creato caos, sprechi, disservizi, truffe e malcostume.
Non è un mistero per nessuno che molte società "insegnano" ai giovani collaboratori come "truffare" i clienti ed estorcere loro i contratti in modo fraudolento. Non serve sprecare troppo spazio per spiegare quanto ciò risulti deleterio per la società, perché non siamo lontani dal lavaggio di cervello che gli integralisti religiosi fanno ai bambini per trasformarli in futuri terroristi.
Rinazionalizzare tali servizi, pertanto, gestendoli con mentalità raziocinante, anche qui senza reiterare gli sprechi del dopoguerra, sarebbe quanto mai opportuno e contribuirebbe a risolvere l'annoso problema del digital divide, che è una vera vergogna. E' evidente, altresì, che una riforma del genere si configura meglio con l'elezione diretta del Capo dello Stato, che fungerebbe anche da capo dell'esecutivo, con un Parlamento monocamerale, perché l'attuale Senato è solo una palla al piede dell'impianto costituzionale. Il tema di questo articolo prevede la trattazione della sola "autonomia" e quindi non è il caso di scendere articolatamente nei dettagli di una radicale e sostanziale riforma dello Stato, argomento che può essere compiutamente trattato in altra occasione. Quanto detto, tuttavia, basterebbe e avanzerebbe per risolvere annosi problemi e fornire, se non in toto per buona parte, l'unica "autonomia" che davvero serve al Paese: quella dai farabutti al potere, che sono davvero tanti.
   
     
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