SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    L'OCCIDENTE PERDUTO    
   
Be', certo è che la 'perdita', lì per lì, lascia un po' disorientati perché verrebbe facile, in un argomento dove c'è di mezzo l'Occidente, sostituire l'accezione col 'tramonto'. Già, il 'tramonto', questo fenomeno astrale ineluttabile, accompagnato da inconfondibili segni celesti e terrestri che lo rendono inequivocabile: la posizione del sole sulla linea dell'orizzonte, la notte che già incombe nel cielo ad oriente, la tiepida tonalità della luce. E, pensando al 'tramonto', è un passo dallo sconfinare mentalmente nella pregevole opera di Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente, appunto, scritta dal filosofo tedesco allo scadere della Grande Guerra. Un'opera che, tra l'altro, sembra voler giudicare la situazione geopolitica, sociale ed economica post-bellica di allora e preconizzare quella che una parte di mondo sta attualmente vivendo.

Ebbene, (lo dico a me stessa) l'eventuale accostamento sarebbe improprio perché non era obiettivo di Spengler spacciare ai lettori di ogni tempo le sue riflessioni quali vaticini quanto lo era, invece, rappresentare la Storia del mondo in via puramente morfologica, considerando gli avvenimenti sul piano del Simbolo e il loro evolversi quale azione del Destino. Oddio, detta così, la 'cosa' appare un po' criptica, me ne rendo conto, ma proviamo ad affrontare l'argomento seguendo un ragionamento più articolato e, in parte, ricalcando le orme di Stefano Zecchi nella sua prefazione all'opera spengleriana. Nella Storia, arriva sempre il momento per l'Uomo di dover indossare un atteggiamento, quale che sia, di fronte agli eventi che lo toccano: l'irriducibilità, ad esempio, in difesa della propria tradizione culturale, a significare che tutto ciò che è accaduto non è stato vano, che il tormento, la gioia, l'odio, l'amore per affermare la concretezza di una passione, continua a vivere e ad avere un senso. Oppure, l'arrendevolezza, il cedimento di fronte al destino cinico e baro nella convinzione di appartenere ad una tradizione non più ripetibile e di aver esaurito il proprio tempo. Ed in quest'ultimo caso, ciò che resta è l'angoscia dello sradicamento, la desolazione e la solitudine vissute come incubo quotidiano.

Ora, partendo dal presupposto che il Fato ha addirittura il potere di soppiantare le intenzioni e le azioni degli dei, può sembrare che Spengler, parlando di Destino, propenda per quest'ultimo atteggiamento, quello cedevole e remissivo. In realtà, ricorrendo al Simbolo, egli ci addita l'esistenza di una pluralità di punti di vista su quegli stessi eventi. Riflettiamo un attimo: l'interpretazione dei simboli è sempre stato motivo di divisione in quanto l'uomo vuole trovare ad ogni costo un significato ad un simbolo anche se questo non ne ha; e ciò in quanto il simbolo può evocare e focalizzare, riunire e concentrare, in modo analogicamente polivalente, una molteplicità di sensi che non si riducono a un unico significato. All'interno del medesimo simbolo, peraltro, vi sono evocazioni simboliche molteplici e gerarchicamente sovrapposte che non si escludono reciprocamente, ma sono anzi concordanti tra loro perché, in realtà, esprimono le applicazioni di uno stesso principio a ordini diversi ed in tal modo si completano e si corroborano, integrandosi nell'armonia della sintesi totale. Questo, del resto, è ciò che rende il simbolismo un linguaggio meno limitato del linguaggio comune e più adatto per l'espressione e la comunicazione di certe verità.

Gli eventi, quindi, indotti alla fin fine dal Destino, sono Simboli la cui interpretazione è lasciata alle disquisizioni degli uomini. Altrimenti, quale rappresentazione morfologica sarebbe? Spengler, d'altro canto, ha poggiato le basi della sua opera su due 'pilastri' del secolo a lui precedente: Goethe e Nietzsche i quali, in via alternativa, forniscono macro-risposte a quegli stessi Simboli: il primo in un percorso di revisione naturale e di verità dove l'approdo finale viene ricondotto a Dio e l'altro, costatato lo sfacelo e la 'morte' di Dio, nell'appello all'Oltreuomo o, al Superuomo che dir si voglia. Perciò, come si vede, la dicotomia delle posizioni dei due eminenti filosofi rispecchia la pluralità di lettura dei Simboli stessi e sostiene l'armatura complessiva.
Ma … al di là della piacevole analisi dell'opera spengleriana e delle giravolte siderali che può stimolare, a voler cogliere nelle posizioni dei due autorevoli pensatori possibili risposte all'odierno disfacimento dell'Occidente, va detto senza mezzi termini che le vie derivanti che si volessero intraprendere porterebbero immancabilmente davanti ad un muro: con tutto il rispetto, né Ghoete né tantomeno Nietzsche avrebbero potuto prevedere l'evoluzione delle umane vicende fino al punto odierno.

In esito al primo, la modernità si è sviluppata seguendo una direzione completamente opposta alla prospettiva goethiana: si è affidata all'ideologia emancipativa e progressiva della Storia ed ha teorizzato la separazione dei saperi per ottenere con la settorialità dell'analisi il massimo della conoscenza, innalzando sopra ogni cosa la scienza e la tecnica. Dove la modernità costruisce gerarchie e divisioni, Goethe coglieva organicità, analogie, equivalenze. Per cui, dichiararsi 'goethiani' oggi significherebbe rifiutarsi di collocarsi in quegli estremi che hanno chiuso come in una morsa la filosofia, l'arte e la tecnica dell'Occidente: da un lato l'ideologia scientista dell'emancipazione e della crescita e, dall'altro la retorica del negativo, della crisi immane e insormontabile. In pratica, un'opposizione senza speranza alla 'cultura' insorta alla fine del Novecento.

Allora si potrebbe pensare che a questo punto il caro, 'vecchio' Nietzsche possa fornire risposte indicative, attesa peraltro la scomparsa di ogni rinvio al trascendente e la dilagante crisi spirituale. Ma neppure lui è attrezzato per la bisogna perché nemmeno l'Uomo esiste più. Come non esiste più il 'cittadino' né, tantomeno, il 'popolo'. Oggi, imperano le categorie: per cui, figuriamoci se un utente, un piccolo proprietario, un produttore, un consumatore, un follower, un 'amico', un contribuente, ecc. ecc. abbia in sé la capacità di assurgere al ruolo di Superuomo, in una nuova futura epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo, predetta da Zarathustra. Una notazione al riguardo: in ogni costatazione deprimente c'è una nota (tristemente) umoristica: non c'è più una Scuola che insegni a diventare Uomo in una considerazione e in un'ottica complessiva ma, in compenso, una miriade di associazioni difendono le sue particolarità. Da non credere.

Quindi, per tirare le prime conclusioni, non si può, come giustamente ha fatto il nostro direttore, ricorrere al termine 'tramonto' per sintetizzare la situazione dell'Occidente anche perché ciò implicherebbe una diagnosi e l'indicazione di una 'cura' dove l'accuratezza della prima dovrebbe indirizzare al meglio la scelta della seconda. In realtà, il paziente è già morto e tutti i consulti in merito si possono fare, semmai, davanti ad un tavolo settorio. Quindi, diciamolo: l'Occidente ha superato il suo essere semplice punto di riferimento geografico ed ha acquisito una pregnanza politica, civile, sociale ed economica praticamente per meno di mezzo secolo, in paragone quando non in contrapposizione ad un 'Oriente' diverso, se non antidemocratico, tirannico e illiberale. Ed in tale lasso di tempo ha espresso, fino all'esaurimento, tutto il suo significato intrinseco ed estrinseco.

Una notazione, in aggiunta, va fatta: come ci ha ricordato qualche tempo fa il caro amico Antonino Provenzano, l'Occidente, al di là di riferimenti storici dei secoli passati concernenti ragioni puramente amministrative, ha basato il suo essere più recente su radici che sinteticamente potremmo definire greco-romane cristiane. Radici che l'opportunismo se non l'ottusità ha impedito fossero l'incipit della tentata Carta Costituzionale europea al tempo di Giscard d'Estaing quale presidente della Convenzione che l'ha varata. Ecco: quel rifiuto ha testimoniato vent'anni fa e lo attesta platealmente oggi che tali radici, già compromesse allora, non esistono più o, meglio, esse si sono stemperate fino a perdersi nel Melting pot cultural-religioso che alberga al suo interno e che spazia dalla linearità progressiva senza fine alla circolarità dell'eterno ritorno.

Una situazione, questa, che al di là degli aspetti di fede, ha prodotto effetto intanto sulla filosofia amministrativa e sul diritto civile ma ha anche compromesso costumi e tradizioni, a cominciare dall'alimentare, che caratterizzavano un'appartenenza. In sostanza, L'Occidente ha iniziato a collassare quando si è 'aperto'. E dico questo non certamente come un giudizio negativo bensì come una costatazione di fatto. Del resto, siamo al tavolo settorio. Ma non è solo questa la causa della morte. Esso ha accelerato il trapasso nel momento in cui si è 'allargato'.

Come sappiamo, sino ad una trentina d'anni fa, l'Occaso, per dirlo con Dante, sul piano simbolico inglobava praticamente gli USA e l'Europa e più che costumi e tradizioni esponeva uno stile di vita. Anche perché, sul piano delle sole tradizioni e dei costumi ci sarebbe stata più somiglianza tra l'Europa del Sud con l'America del Sud come, del resto, tali differenze sono riscontrabili tra il Nord e il Sud dell'Europa, tra il Nord ed il Sud degli USA e tra le due Americhe. Quindi, se proprio si fosse dovuta fare una differenziazione, allora quella più pertinente sarebbe stata tra il Nord e il Sud del Mondo. Ma a vantaggio dell'accento su Est ed Ovest, come altresì sappiamo, giocava un'esigenza politica che da un lato vedeva la libertà, la democrazia, i diritti individuali, l'economia di mercato mentre dall'altro, nell'impero del male, albergava l'interesse superiore dello Stato che soppiantava ogni libertà e ogni diritto nonché un'economia centralisticamente pianificata.

Due visioni dei destini delle genti (rispettiamo la cancellazione dell'accezione 'popoli') che praticamente ha caratterizzato per poco meno di cinquant'anni le zone d'influenza di due Super Potenze, gli USA e l'URSS, con ampi risvolti sulle restanti parti del mondo. Una contrapposizione che inalberava un altro simbolo, Berlino, confine-emblema finanche al suo stesso interno non solo delle due concezioni di vita a livello planetario ma anche della sconfitta della paranoica tracotanza tedesca. E qui una sosta, succinta l'assicuro, mi sembra doverosa.

Lasciamo stare il fatto che, sin dal 1917, all'affermazione politica, economica e militare dell'impero bolscevico, paradossalmente ma concretamente, concorse il grande capitale internazionale. E lasciamo anche stare l'ulteriore fatto che l'intransigenza di Woodrow Wilson, al tavolo di Versailles nel 1919, costituì l'humus sul quale germogliò la malapianta del nazismo che, dopo lo sconquasso economico e sociale prodotto dalla Grande Guerra, tese a rappresentare sé stesso in una travisata veste che arlecchinamente racchiudeva i colori di Goethe e di Nietzsche, esaltati dalla colonna sonora di Wagner al Bayreuth. E, già che ci siamo, accantoniamo pure il provvidenziale aiuto che i generosi USA diedero alla Russia stalinista così da contrastare fino a sconfiggere i portatori occidentali della notte che innaturalmente incombeva sull'origine della luce, l'Oriente.

Tralasciamo tutto questo e attribuiamolo a ciò che la nostra mente soggettivamente ci suggerisce per soffermarci solo su un punto: la caduta del muro di Berlino, al di là della ritrovata unità tedesca, ha avviato la perdita di significato del binomio politico Occidente/Oriente perché quell'evento ha segnato la vittoria di un solo stile di vita, quello liberal capitalistico. Con la caduta della prima pietra del Muro è iniziato lo sgretolamento concettuale dell'Occidente simbolo. E più lo stile di vita occidentale si allargava ad Oriente e più parti di quell'impalcatura politico-psicologica crollavano senza rumore dopo tanto clamore nell'innalzarle. E così oggi osserviamo i segni inequivocabili del capitalismo fatto di acciai e cristalli proiettati in alto, auto fuoriserie e limousine, haute couture e haute cuisine, non solo in tutta l'Europa dell'Est compresa la grande Mamma Russia ma anche in tutta l'Asia, cominciando dalla Cina e finendo con l'India.

Certo, il liberal-capitalismo ha vinto e l'Occidente si è sgretolato non trovando più una sua ragion d'essere; il che potrebbe non fregarcene più di tanto se non fosse per il fatto che, all'interno di quel mezzo secolo, il serrato confronto cultural-politico pseudo-geografico aveva indotto i contendenti ad assumere atteggiamenti umanitari: l'uno teso a dimostrare che non mangiava bambini e l'altro proteso a documentare quanto tenesse alla gente. Che il primo non abbia mai mangiato bambini ormai non frega più nulla ad alcuno mentre è palmare che il secondo non abbia più bisogno di manifestare il suo pseudo-altruismo: da vincitore, passa sulle miserie umane di Occidente e di Oriente con occhio distaccato, noncurante, infastidito.

A voler essere cinica, potrei provare a sottolineare che le genti dell'Est erano più avvezze a trattamenti del genere, a subire sprezzanti portamenti dei potenti di turno, a manifestare umiltà di fronte ad arroganza, a sopravvivere col poco che la scaltrezza da un lato e l'intraprendenza dall'altro riuscivano a procurare. Ed in pratica, proseguendo col cinismo, potrei aggiungere che l'arrivo delle mirabilie egoistiche dell'Occidente non hanno prodotto modifiche sostanziali in quegli assetti sociali. Ma non sono cinica, l'umanità tutta mi interessa e soffro psicologicamente per le storture alle quali viene puntualmente assoggettata nell'indifferenza generale. Ciò non toglie, comunque, che il dramma sociale è stato tutto paradossalmente occidentale e, a voler essere più precisi, particolarmente europeo.

Dobbiamo essere onesti fino in fondo ed ammettere che sull'Occidente politico l'impronta americana era (ed è) larga e pressante e che la dilagante occidentalizzazione è stata in pratica un'americanizzazione. Ora, non c'è dubbio, si perdoni il bisticcio, che in America l'americanizzazione funziona: le smisurate contee con la legge che fa quello che può, l'attrazione smisurata della frontiera e la voglia di raggiungerla su un cavallo e con la pistola al fianco. E non c'è tempo per diritti del lavoro, tutele sindacali, piani sanitari, assistenza pubblica. Non c'è tempo per le dotte disquisizioni sui massimi sistemi. Basti pensare all'Obamacare, alla fortissima ostruzione posta in atto anche all'interno dei democratici e ai consensi verso Trump per le picconate inflittele.

Un concetto di vita ed un portamento che sono andati affermandosi sin dallo sbarco dal Mayflower dei Padri Pellegrini alla Roccia di Plymouth i quali intrattennero, è vero, idilliaci rapporti con i nativi Squanto e Wampanoag; rapporti che, tuttavia, come sappiamo, non fecero testo sui loro discendenti. Un concetto di vita ed un portamento che sotto l'egida di un forte spirito nazionale ha inglobato inglesi e irlandesi, latini, ispanici, afro e cinesi. Ha inglobato persino i nativi che, dopo le aberranti traversie alle quali sono stati sottoposti, almeno alla fine si ritrovano nelle riserve proprietari di casinò aperti al pubblico. Eh! Aveva ragione Smith. La lunga mano del mercato che tutto pareggia….

Comunque, il sarcasmo è un fuor d'opera perché l'Europa, quella occidentale (ora ci vuole) dopo la 'conquista', non ha certo ricevuto coperte tarmate, whisky adulterato e pane verminoso bensì soldi, tecnologia e prodotti massmediali a profusione che hanno via via introdotto un diverso stile di vita rispetto a tradizioni secolari e radicati impianti culturali i quali hanno continuato a sussistere e a 'prosperare' fintanto che l'alternativa è esistita: la dottrina socialcomunista che dal Cremlino si irradiava al punto da creare in Europa, in quella occidentale, fortissimi partiti nazionali comunisti. Ma una volta crollato il faro moscovita, la collisione con la realtà dei navigli con la stella rossa è stata inevitabile al punto da costringerli a riconvertirsi addirittura sotto bandiere 'liberiane' o 'panamensi'. L'attesa operosa del liberal-capitalismo era terminata.

E, da quel momento, nel mentre nel 1990, a Potsdamer Platz, Roger Waters, co-fondatore dei Pink Floyd, invitato per l'occasione della riunificazione, intonava Another Brick in the Wall, un nuovo muro cominciava ad innalzarsi e ad inglobare; non più a Berlino vista l'ormai intervenuta inutilità della divisione bensì a Battery Place in New York, Wall Street; un 'muro' la cui ombra, dalla strada intitolata, si è estesa ormai sull'intero globo. E, qui, potrebbe concludersi la carrellata sul tema del mese. Quindi, 'perdita', certo. Definitiva, inappellabile, tombale. Un'accezione, questa, che di solito si accompagna a disappunto se non a dispiacere. Ma non è la 'perdita' della 'divisione' a indurmi verso tali stati d'animo quanto gli effetti sociali ed economici, culturali e spirituali di quella stessa 'perdita'; effetti che nella rinascimentale e civile Europa hanno fatto tabula rasa di secoli di pensiero umanistico e di impianti dottrinari, costruiti con immani sacrifici.

Mi ripeto (anche per l'età): quì potrebbe concludersi il mio ragionamento se non fosse per le appendici di pensiero che indefettibilmente si affollano nella mente al termine di una sintetica esposizione di un quadro alquanto complesso. Sarebbero molte ma mi limiterò a due anche per non alimentare eventuali accuse di prolissità. E la prima riguarda proprio gli USA.
Il 'tramonto' o 'perdita' dell'Occidente che sia ha incontrato da qualche tempo a questa parte, a dritto o a rovescio, alcuni commentatori che pur costatando il 'tramonto', appunto, se non la 'perdita' hanno cercato di accreditare il concetto di 'Occidente' sotto altre ottiche, sempre in unione ideale tra Europa (allargata) e gli USA. Ed una delle ottiche non poteva, immancabilmente, che essere la lotta al terrorismo. Sono quasi trent'anni che alle intelligences si sono affiancate le armi intercontinentali ma, spiace notarlo, la costanza americana lascia un po' a desiderare: la prima guerra in Iraq stoppata nel bel mezzo dell'azione, lasciando tra l'altro al potere il 'bieco' Saddam Hussein, colui che si industrierà di 'nascondere' armi di distruzione di massa talmente bene che la presenza militare di dodici anni dopo per spodestarlo, in otto anni di ricerche belliche sul campo non è riuscita a reperirle.

Tra l'altro, otto anni di guerra in quei luoghi per esportare una democrazia che, dopo dieci anni di abbandono dello scenario da parte degli USA e delle forze interalleate, ha prodotto solo questo mese forse le prime vere elezioni politiche. Una situazione analoga è accaduta in Afghanistan, una guerra durata vent'anni, nata per il rifiuto dei talebani di consegnare il bieco Osama; quei talebani che, contrari all'emancipazione della donna, nella precedente veste di mujahidin avevano ricevuto ingentissimi aiuti di ogni genere per combattere i biechi russi, portatori di riforme. Una guerra, anche quest'ultima, stoppata nel bel mezzo di non si sa cosa, dove gli unici dati certi sono le migliaia di miliardi di dollari spesi dagli USA e dai Paesi interalleati e il numero delle vittime. Oh! E il ripristino delle restrizioni alle donne, mentre la droga sgorga liberamente a fiumi dagli sterminati campi di papavero.

Lo so, lo so. Non sono mica nata sotto il pero. Posso immaginare che la situazione sia molto più articolata di quella che semplicisticamente ho sintetizzato ma almeno la fantasia dei 'comunicatori' americani dovrebbe essere un po' più generosa e coerente. Altrimenti, potrei pensare (nell'indifferenza generale) che quei comunicatori ritengono le genti una banda di coglioni. Che poi, forse lo siano in buona fede, questo non toglie che 'l modo ancor m'offende. Resta il fatto che mai e poi mai si dovrebbe auspicare un'unione di amorosi sensi incentrata solo ed esclusivamente su uno sfondo militare. O, almeno, dico per dire, si cambiasse il nome alla NATO che col Nord Atlantico non c'azzezza più alcunché. E che diamine. Peraltro, costa un bel po' di soldi.

In ogni caso, saremmo certi che, a volerci provare su un qualcosa di più ampio delle armi, vi sia corrispettivo da parte americana? Prima i dazi sui prodotti provenienti dalla Ue, poi l'abbandono della conferenza di Parigi sul clima, indi l'uscita unilaterale dall'Afghanistan e, infine, lo scippo a danno di Francia e Italia dei contratti sulla fornitura dei sommergibili all'Australia accompagnato da un presunto accordo anti Cina tra gli USA, la Gran Bretagna e la stessa Australia. Già, la Cina, il gigantesco spauracchio comunista turbo-capitalista che si agita ad ovest degli USA e che attenziona gli animi della politica e della finanza dopo avergli affidato 1/3 dell'intero debito pubblico e avergli aperto le porte del commercio internazionale caldeggiandone pressantemente l'ingresso nel WTO. Che stia nascendo un nuovo binomio geografico-politico a polarità invertite che incontra maggiore interesse da parte dell'industria e della finanza e, in coerenza, della politica statunitense?

La seconda appendice riguarda l'Europa. Anche qui, tra i vari commentatori del tema, c'è chi ha proposto il solo nostro continente in rappresentanza dell'Occidente. Ovviamente, con l'esclusione della Russia. Ed in proposito, la domanda è una sola: d'accordo ma con quali caratteristiche? Anche perché, ad esser buona, a me sembra che la strada intrapresa ci porti ad essere la brutta copia degli USA senza lo spirito nazionale ma con gli stessi enormi gap sociali. Quindi, dovremmo porci come punto di riferimento per chi, considerato che non siamo riusciti a gestire neppure una pandemia? Eppure, ripetendo i concetti già espressi lo scorso febbraio circa 'La guerra delle parole', l'Unione sente l'irrefrenabile bisogno di magnificare l'area sulla quale ha giurisdizione con appellativi come spazio di sicurezza, di giustizia e di libertà.

Nei fatti, ciò che funziona alla grande è la libera circolazione delle merci e dei capitali. Nemmeno tanto quella delle persone. Con la costante attenzione, ovviamente, a non scontentare i mercati finanziari. Detto questo, quel che m'intristisce di più è che dal '94 ad oggi, al di là di qualche spicciolo trattato di apparenza, non si registra un salto in avanti, un colpo d'ala che schiodi l'Europa dalla morta gora nella quale si è cacciata: una sorta di malebolgia, invertita nel contrappasso, nella quale sono affossati i novelli Dante, per giunta pervasa dal pensiero debole per dirla con Gianni Vattimo. Sull'orizzonte europeo, del resto, non si stagliano più personaggi del livello di Mitterrand e di Kohl, sostituiti da sbiadite immagini che per dovere di facciata si atteggiano a quadri d'artista. Neppure la Germania, madre dolorosa europea, riesce più ad incarnare lo spirito comunitario e, prima con l'avvento della Merkel ed ora con la sua uscita di scena, a rappresentare meglio il declino.

No. L'Occidente è perso. Comunque lo si voglia considerare. Ma, per dirla con Spengler, non credo nella fine della 'civiltà faustiana'. Forse non sarò io a vederne il riscatto ma spero ardentemente che i miei nipoti abbiano la capacità e la voglia di apprendere le bellezze di un mondo passato e la fermezza caratteriale per riconquistarle, nonostante i canti accattivanti delle Sirene su futuri eroici e gloriosi e sulla conoscenza di tutte le cose del mondo. Altrimenti, la via dei 'barbari' resterà aperta e l'unica valenza che all'occidente resterà sarà quella di incarnare, per la prima volta nella sua storia, l'ingresso dell'Aldilà dove le anime perse, traditrici dei fratelli, sono immerse nel ghiaccio per l'eternità.
   
     
  Home Archivio Scenari Avanti