SCENARI  
    di Roberta Forte    
         
    PARADOSSI GLOBALI    
   
Diverse volte, in passato, la rivista si è occupata di fatti e azioni che, a buon diritto, hanno potuto e possono avvalersi dell'appellativo di 'paradossali'; queste, tuttavia, sono state esaminate nell'ambito di uno specifico contesto, slegate le une dalle altre, separate sul piano geografico e culturale. Ma … con l'attuale tema di copertina, mi piace credere che il nostro direttore voglia intendere qualcos'altro; un che di più esteso, soprattutto concettualmente, di più permeante, fino a significare la caratterizzazione, quasi la peculiarità di un'epoca, la nostra, che, sempre a buon diritto, possiamo definire quella dell'apoteosi del paradosso e, per certi aspetti, dell'ipocrisia.
Qualcuno, mi rendo conto, potrebbe chiedersi se non stia esagerando un tantino, se non stia tentando di esasperare il concetto attraverso la ricerca del famoso 'pelo' nell'uovo; se cioè io non debba essere annoverata tra quegli italiani che, come dicono affermasse Benedetto Croce in quanto a paradossi, dopo tanto cercare, mangiano il pelo e buttano l'uovo. Non sono una capziosa, amante del cavillo fino a sé stesso, del parlare per il parlare, ma cerco di esaminare un fatto senza limitarmi alla sua semplice, asettica registrazione. Anche perché credo fermamente che, come affermava Shakespeare, ci siano 'più cose in cielo e in terra, Orazio, /di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.'1
Prendiamo, ad esempio, la vicenda che ha visto coinvolto Facebook, la più grande piattaforma social al mondo, e il 'trafugamento' di dati dei suoi utenti. Sembra, infatti, che quei profili, circa 87 milioni, 'sottratti' illegalmente, siano serviti ad orientare il voto degli americani a favore del presidente Trump e, addirittura, ad indirizzare quello degli inglesi in occasione del referendum sulla Brexit. Per inciso, chissà a cosa saranno serviti gli oltre 200.000 profili di soggetti italiani. Dal che, lo scandalo. Tuttavia, io che sono una vecchia signora, un po' velenosa, mi domando dove risieda l'immoralità dell'atto. Non che voglia giustificare un illecito, Dio me ne guardi, ma a me sembra che, innanzi tutto, il problema, paradossalmente, sia semantico.
I dati che girano sui social network dovrebbero essere riservati; in sostanza, gli unici a prenderne conoscenza dovrebbero essere il gestore, impegnato alla discrezione intanto dall'interesse a mantenere la sua fonte di guadagno basata sul numero dei partecipanti, e le persone che li hanno 'postati' unitamente ai loro 'amici accettati'. E ciò perché in quei dati è rappresentata la vita dell'utente: coniuge, figli, casa, lavoro, scuole, divertimenti, viaggi, hobbys, preferenze politiche, riflessioni e quant'altro caratterizzi la vita di una persona. Dal che la presunta riservatezza.
In premessa, tuttavia, dovremmo chiederci cosa spinge una persona, a volte parossisticamente, a mettere 'in piazza' non solo la sua vita quotidiana ma anche ogni più piccolo angolo, ogni più recondita nicchia della sua esistenza.
E, se lo facessimo, non potremmo non risponderci che è la voglia di 'esistere', il battere un colpo, una richiesta di attenzione e la ricerca di solidarietà. Un po' come l'origine del tatuaggio tra i carcerati, ripreso, poi, certo come sfizio discreto dall'high society ma come identificativo dalla low society. Immagini multicolori, scritte in gotico, corone di spine e tanto altro, ostentati a sfida della convenzione, che si affiancano alla incontenibile, quotidiana, voglia di 'postare' e (paradossalmente, in solitudine) di 'condividere'.
In ogni caso, lasciate ai sociologi le sintetiche riflessioni di cui sopra, quanti sanno che solamente in Italia e nel solo 2017 i nostri computers sono stati oggetto di attacchi da parte di oltre 300.000 tra virus, malware e trojan horse, solamente in parte bloccati dai nostri antivirus? Per non parlare dei 3 miliardi di profili sottratti a Yahoo. Dov'è, allora, la riservatezza, a prescindere per un attimo dalle imputate 'malversazioni' di Cambridge Analytica nei confronti di Facebook? Per cui, non sembra che, al di là dell'illecito, ci sia un pizzico di ipocrisia in ciascuno di noi?
Un po' come la crociata globale mossa dalla vicenda di Weinstein, il grande 'satana' sempre allupato, dove paradossalmente frotte di attrici (e di attori), hanno crocifisso i molestatori un quarto di secolo dopo le molestie subite, a carriere avanzate. Non che non andasse fatto, ma forse era il caso da subito di non soggiacere, di non prestarsi, senza pensare a 'sfondare', costi quel che costi, nel mondo della celluloide. Ma, si sa, la definizione di 'morale' è alquanto controversa sia sul piano semantico che su quello fisico-temporale e, con i tempi che corrono, se volessimo volare alto, potremmo dire che è meglio parlare di 'premorale', termine caro al mondo gesuita, che tradotto si riassume nella nota sintesi del pensiero del Machiavelli: 'Il fine giustifica i mezzi'2. Oh! Se poi volessimo volare basso, un volo che più si attaglia all'imbarbarimento dilagante, potremmo dire che la morale è un po' come la pelle dei cosiddetti: si allunga e si accorcia all'occorrenza.
Ma torniamo al web. Non so se a voi sia mai capitato di visitare un sito per informarsi su un prodotto commerciale o per acquistarlo on line. Da quel momento, le informazioni su prodotti di quel genere ci perseguiteranno: autovetture usate, profumi, abbigliamento, accessori, libri e quant'altro sia stato per voi interesse di ricerca accompagnerà la 'spalla' di quasi ogni altra pagina del web che apriremo.
Possiamo dire, allora, che le nostre preferenze commerciali sono alla portata di almeno altri due soggetti? Il motore di ricerca e la società produttrice, uno o forse ambedue, a conoscenza del nostro IP, cioè del nostro codice identificativo di 'navigazione' attraverso il quale si può facilmente risalire addirittura al nostro indirizzo. Senza considerare, poi, la possibilità, a prescindere per un attimo dalla liceità, di 'vendere' ad altri i nostri dati per 'ampliare' la gamma di offerte di prodotti associabili. Chi è che nel merito solleva il sopracciglio? Paradossalmente, nessuno.
Ora, se la 'rete da pesca' (in ambedue i sensi: le maglie larghe e lo strumento di cattura) che il web rappresenta è utilizzato a dismisura dal settore commerciale perché non può essere utilizzato anche a vantaggio della politica? Beh! Della politica … Non corriamo: della pseudo politica. Come abbiamo avuto modo di costatare, il comizio e il manifesto elettorale sono divenuti due strumenti talmente in disuso da essere sempre più spesso affiancati alla famosa scena di Totò che, da candidato in una competizione elettorale, dalla finestra del suo gabinetto arringa la corte condominiale con altisonanti e ripetuti 'Vota Antonio La Trippa' ai quali uno smagato condomino risponde con altrettanta enfasi 'Al sugo'.
Se già ai tempi di Totò la politica era oggetto di satira, oggi naviga a vista, priva di radar e GPS e, soprattutto, senza un obiettivo finalistico che non sia la 'cadrega'. Per quanto inconsistente, è però umoristica, quindi si presta per lo spettacolo e non a caso sono nate e nascono come funghi talk-show cosiddetti di approfondimento dove i 'politici', a frotte, si alternano, battibeccando tra loro, paradossalmente senza approfondire alcunché. La massiccia scoperta della Tivì ai fini elettorali e comunque politici la possiamo datare ad un quarto di secolo fa ma oggi, in maniera sempre più decisa, ecco il nuovo Eldorado, il web, ampollosamente definito come la 'nuova forma di partecipazione dal basso', vista tra l'altro la crisi della democrazia rappresentativa.
È un fatto, tuttavia, che il web, paradossalmente, esprima una cultura 'impolitica' perché l'interesse dei 'naviganti' si concentra sulla democratizzazione dell'economia e sulle relazioni personali più che sulla politica, la quale viene vissuta nella stragrande maggioranza come ostacolo alla libera evoluzione della tecnica, del mercato e di nuovi stili di vita, più che come arena in cui impegnarsi per promuovere gli interessi della società. A meno che, … a meno che, attraverso i social network non si formino dei gruppi-target, un insieme di soggetti-obiettivo. E tutto ciò con una originaria riflessione di un tizio, opportunamente concepita e 'postata', sulla quale un caio clicca 'Mi piace' o articola una risposta.
Fermiamoci per un attimo in Italia. Il M5S, oggi il primo partito italiano, il primo soggetto politico, ne è un chiaro esempio. Esso nasce come blog dell''antipolitica', con il V (vaff...) day a coperchio, massacrando tutto e tutti; un blog che ha avuto la capacità di attirare scontenti e delusi, di far leva sulle loro pulsioni più umorali e di dar loro una casa e una speranza: facciamo piazza pulita del vecchio retrivo. Ma, dopo i successi iniziali, ha pagato lo scotto interno: le discrasie, gli scontri, i duri confronti, lo scontento e persino l'abbandono, dati dalla mancata conoscenza fisica tra i partecipanti; e ciò a dimostrazione che ad un unico argomento che telematicamente li 'univa' ce n'erano tanti altri che, psicologicamente e culturalmente li 'separavano'; uno scotto, comunque, via via superato dalla coesione fisica; quando, cioè, i partecipanti si sono conosciuti, hanno cominciato ad operare fisicamente insieme, si sono confrontati de visu su uno spettro più ampio di problematiche e hanno dovuto sottostare alle regole e ai riti istituzionali.
Dal che, si deduce che, paradossalmente, di 'partecipativo' nel vero e pieno significato del termine, il web non ha assolutamente nulla; anzi, sostiene ed accresce l'individualismo nonostante le numerose 'amicizie' con le quali si condivide ogni più larvata espressione della propria vita, messa lì a disposizione del primo venuto al quale non frega assolutamente nulla delle gioie e dei dolori altrui, se non per fini utilitaristici. In più, il web contribuisce all'imbarbarimento perché manda a sperdere il concetto di 'politica' e favorisce le derive populiste.
Ma, quello che è peggio è che la società, sempre più cieca e ottusa, non è più in grado di distinguere tra ciò che è oggettivo e razionale e ciò che non lo è. Lanciata dalla voglia di 'modernità' come un treno in corsa verso il nulla, ha intanto perso le sue tradizioni, i pilastri del suo essere. Come scrivevo nel numero dello scorso dicembre, l'incedere demolitore 'modernista' però non poteva distruggere il significato oggettivo e tradizionale di parole come: libertà, verità, bellezza, bontà, ecc. A questo ci ha pensato il 'postmodernismo' legittimando il fatto che gruppi di persone possano utilizzare lo stesso linguaggio per indicare realtà molto diverse tra loro e soggettive3.
Così, oggi ci ritroviamo con argomentazioni 'postmoderniste' che affermano come le condizioni economiche e tecnologiche della nostra epoca abbiano 'plasmato' una società decentralizzata e dominata dai media, nella quale le idee sono divenute semplici simulacri e solo rappresentazioni autoreferenziali e copie tra di loro4. Insomma, stanno venendo meno fonti di comunicazione e di senso realmente autentiche, stabili o anche semplicemente oggettive e veritiere.
In definitiva, sta prepotentemente affermandosi una paradossale 'società' globale, interconnessa e 'culturalmente' (sic) pluralistica, priva di un reale centro dominante di potere politico, di comunicazione e di produzione intellettuale. Per cui alla TV o sul web si possono udire o leggere grossolane panzane (sia che si tratti di fake news, sia che riguardi realtà storiche) che hanno l'etichetta di 'verità' e che investono milioni di persone le quali non hanno capacità (temporale, culturale, ecc.) di accertarne la fondatezza. E, ad ennesimo paradosso, in una società che, privata del passato e orbata del futuro, vive in un eterno presente, defraudata dei suoi tradizionali pilastri, in corsa verso il nulla, l'insipienza, la superficialità, l'interesse personale, assumono la veste di 'verità'.
Dicevo a dicembre che la possibilità di scegliere tra un prodotto con meno grassi, un gestore che dà più minuti di conversazione e più Giga-bit di navigazione, una società turistica del web che pratica i migliori prezzi sui last minute, pretendono l'egida della 'libertà'; blog che inneggiano all'anoressia blaterano di 'bellezza' e siti ed emittenti che celebrano la guerra sproloquiano sulla 'bontà' e la 'pace'. In una tale società, dove si tende a travisare ogni più nobile espressione dell'essere per portarla sul piano mercantilistico o comunque di interesse particolare, perché non dovrebbe trovarvi coinvolgimento quella che oggi (sempre più spesse, impropriamente) si definisce 'politica?
Come accennavo all'inizio, si pensa che scaltri operatori si siano recentemente avvalsi della 'rete da pesca' per pilotare l'elezione di Trump e il referendum sulla Brexit. In verità, gli artifizi strumentali nella comunicazione non è solo 'roba' dell'oggi: senza voler vilipendere i valori nazionali, subito dopo l'Unità d'Italia gli ex soldati del Regno delle II Sicilie che, in un altro contesto sarebbero stati appellati come 'patrioti' o 'partigiani', vennero definiti 'briganti' per eliminare i quali occorse l'impiego decennale di oltre 100.000 soldati.
A maggior ragione oggi che tra i mezzi di comunicazione annoveriamo il web e gli effetti virali della 'comunicazione' che contiene, senza possibilità nel breve, e in difetto dei mezzi, di verifiche o di approfondimenti oggettivi. E senza la capacità di riflettere.
Altrimenti, a proposito della Brexit ad esempio, cosa dovremmo pensare della legittima determinazione inglese di uscire dall'Unione Europea e, al tempo stesso, dell'impossibilità per l'Irlanda di riappropriarsi di tutte le contee dell'Ulster, buona parte delle quali sotto il governo (armato) inglese? E cosa pensare dell'affermazione della 'legittima determinazione dei popoli' e, al tempo stesso, in capo al medesimo soggetto, delle sue ripetute azioni di 'ingerenza umanitaria' o di 'esportazione della democrazia'? Come stigmatizzare (giustamente) il terrorismo dimenticando che in buona parte è stata l'avventata, disinvolta azione occidentale, specie in Iraq e in Libia rispettivamente da parte di Usa e Francia (leggi i due Bush e Sarkozy) a creare l'humus dal quale ha tratto nutrimento?
Queste sono solo alcune delle tante paradossali scelte del passato delle quali scontiamo ancor oggi gli effetti. Ma, purtroppo, lo stravagante agire della 'politica' non si arresta: così, oggi, ad ulteriore esempio, si sommano gli effetti delle scelte del passato, come quella del '91, di lasciare che lo sconfitto Saddam Hussein facesse strame del popolo curdo, all'odierna 'crociata' del turco Erdogan contro lo stesso popolo. Un popolo, quello, che sin dal 1919, ha ricevuto dalla società delle nazioni civili e democratiche la promessa di una 'patria', alle prese con le decisioni tutt'altro che umanitarie dell'attuale presidente di uno Stato, la Turchia, attualmente candidato a divenire membro dell'Unione Europea, sedicente spazio di libertà, di giustizia e di democrazia. La stravaganza del presidente Erdogan, peraltro, non si arresta lì ma giunge persino ad ospitare il vertice con il presidente russo Putin e quello iraniano, lo scita Rohani, dove si sono decisi i destini della Siria, mentre gli americani smobilitano e l'Unione europea dorme. Chissà verso chi verranno puntati i missili che la Russia ha recentemente venduto alla Turchia, paese appartenente alla Nato che ospita basi aeree americane.
Tra tanti paradossi, c'è da perderci il capo. Ma, per tornare ai curdi, non c'è dubbio che essi siano un popolo travagliato, al pari di israeliani e palestinesi. Ancora senza patria, nonostante le promesse, a differenza dei due ultimi che, recentemente, hanno ricevuto l'imprimatur ad esistere e ad avere una loro terra addirittura dal principe ereditario dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Non che gli israeliani attendessero il placet all'esistenza da parte di un sunnita, sia pur principe: il loro diritto, al di là del voto all'ONU, è stato conquistato nei decenni sui campi di battaglia contro la Lega Araba; quella Lega che, a distanza di settant'anni ha ammesso quel diritto. Certo, a volte paradossalmente, dimenticano il loro passato e scambiano il ruolo che essi ebbero in Exodus. Ma tant'è. Paradossalmente, ci penserà la sempiterna ONU, bonariamente s'intende, ad una tiratina d'orecchie.
In ogni caso, l'ammissione per i palestinesi forse è stata più agevole: dotati di uno 'Stato' dal 1988 e della relativa autodeterminazione, hanno in più il pregio di essere a maggioranza sunnita, come il principe. Eppure, nonostante la 'fratellanza', hanno sempre rappresentato per il mondo arabo paradossalmente un groppo in gola, difficile da deglutire.
Ma i paradossi non si arrestano lì. Tanto per la cronaca, in quella lunga intervista per la rivista statunitense The Atlantic il principe bin Salman non si è limitato a riconoscere il diritto di israeliani e palestinesi, ma ha parlato anche di soldi sauditi a gruppi terroristici. "Abbiamo lavorato con chiunque potevamo usare per sbarazzarci del comunismo", ha ammesso. " ….. Li abbiamo finanziati in Arabia Saudita. E gli Stati Uniti li hanno finanziati". È ipotizzabile che tra i gruppi terroristici si possa includere l'ISIS che, è dato il caso, è (stato) a maggioranza sunnita. L'ipotesi del passato prossimo, peraltro, sembrerebbe d'obbligo dal momento che gli USA motivano la loro smobilitazione in Siria con il (quasi) debellamento dell'ISIS: i 'resti' intenderebbero lasciarli alla 'cura' dei Paesi arabi.
Forse è per questo che, lo scorso anno, sotto l'amministrazione Trump, hanno firmato nove contratti per la fornitura di armi e servizi militari alla sunnita Arabia Saudita del valore di 110 miliardi di dollari; contratti ai quali si è aggiunto l'accordo col Regno Unito per la fornitura di armi, dopo il già avvenuto acquisto di quarantotto caccia inglesi Eurofighter Typhoon, ad integrazione delle forze aeree saudite, adeguatamente impiegate nei bombardamenti nello Yemen contro forze scite.
Non mi raccapezzo più. In ogni caso, chiunque sia a rimanere, sarebbe il caso che gettasse un occhio sull'attività di funzionari ONU e ONG: secondo le recenti denunce alla BBC di alcuni operatori umanitari tra i quali Danielle Spencer, e le dichiarazioni di International Rescue Committee, sembrerebbe che funzionari dell'ONU e di ONG in cambio di aiuti (compreso il cibo) abbiano preteso favori sessuali.
A Daràa e Quneitra parrebbe che il 40% delle donne (circa 90) sia stata abusata. Oh! Ma c'è di più. Sembrerebbe, altresì, che alcuni funzionari di ONG siano portati per tali pratiche come emergerebbe da denunce per fatti analoghi accaduti in Haiti e in Etiopia con scarsi o punti interventi moralizzatori. Oh! Bella. Paradosso nel paradosso, di fronte a tali denunce, Weinstein correrebbe il rischio di apparire come un giovincello scapestrato.
Alla faccia. Nella mia povera mente c'è un tourbillon di fatti che si susseguono e si accavallano senza che, nella mia pochezza, vi possa trovare una ragione. Vorrei trovare una linearità nella comunicazione, una oggettività razionale e coerente ma è sempre più difficile reperirla nello scenario internazionale. Non riesco. Infatti, trasecolo quando Trump, da presidente di uno Stato vessillifero della libertà e del diritto, patria del neo-liberismo capitalista, introduce i dazi intanto sull'acciaio d'importazione, meravigliandosi quando la Cina, paese dichiaratamente comunista ma non da meno vessillifera addirittura del turbocapitalismo, detentrice di 1/3 del debito pubblico americano, per ritorsione applica i dazi su decine di prodotti USA.
Va a capire, per quanto il tycoon americano si arrabatti a spiegarlo. Oh! Non è che il vecchio continente sia da meno in quanto a stravaganze. Abbiamo più e più volte scritto su queste nel corso dei sei anni di vita della rivista ma c'è da dire che, coerentemente con la sua incoerenza, Bruxelles non perde occasione per rimarcarla. È il caso della Germania che trova la sua forza anche e soprattutto nell'export (ben più di Pechino in quanto a valore) con un enorme surplus commerciale: un fatto, questo, che non piace ai partners europei e, in particolare, a Washington che chiedono un riequilibrio.
Per Bruxelles, la Germania dovrebbe investire di più in opere pubbliche, nella crescita dei consumi interni e dei salari (in modo da favorire l'import). Per Donald Trump, invece, la bilancia commerciale tedesca va riequilibrata col gas.
Gli Stati Uniti sono, infatti, da poco diventati esportatori di gas e petrolio. Grazie alle nuove tecniche di estrazione e ad una legge che ha abrogato il divieto di esportare idrocarburi, gli Usa stanno guardando ai mercati energetici globali. Due loro navi cariche di gas liquefatto sono già arrivate in Polonia ed Estonia ed ora Trump vorrebbe includere anche la Germania, in contropartita al fatto di essere tra i maggiori importatori di prodotti tedeschi. Una sollecitazione che non piace alla Germania essendo la seconda finanziatrice del mega gasdotto Nord Stream 2, attuato dalla russa Gazprom; un gasdotto dal quale attingono la maggior parte dei Paesi UE. Con buona pace di Bruxelles che più di una volta ha affermato che legarsi ancora di più alla Russia di Putin non è una saggia idea. Bene. Ma non risulta che, all'atto della costruzione del gasdotto, l'Unione abbia espresso le sue perplessità né che abbia mai abbozzato una politica energetica comunitaria.
Chissà. Forse, non ha preso sufficienti ceffoni dal presidente americano (il defilamento dagli accordi sul clima non è bastato) ed ha considerato i dazi americani come un buffetto scherzoso al quale non rispondere neppure. Anzi, per compiacerlo, meglio comprargli un po' di gas. Speriamo non se la prenda con l'Italia che, nel 2017, in termini di export ha superato la Germania e doppiato la Francia. Confidiamo di non trovare a Mortara (PV) un capostazione, con fascia azzurra e 12 stelle, e un coadiuvante, fregiato di stelle e strisce, che blocchino il treno italiano di 17 vagoni che trisettimanalmente parte per Chengdu, città di 14 milioni di abitanti nel cuore della Cina, trasportante i più disparati prodotti nazionali.
Eh! Sì. Il paradosso è di casa nel mondo e, quindi, anche nella nostra penisola. L'ho lasciata da ultimo perché, anche qui, non voglio rischiare la depressione. Ma di fronte all'ultima boutade non posso tacere. Il prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria dovrà essere ultimato entro il 10 aprile e già si sa che presenterà degli scostamenti dalle iniziali previsioni: zero virgola sul deficit e un altro zero virgola sul debito. I mass-media, peraltro, non fanno mistero del fatto che tali scostamenti siano dovuti agli interventi pubblici a salvataggio del Monte dei Paschi di Siena e delle banche venete. Beh! È umoristico. C'è da augurarci che Bruxelles non chieda la copertura di quegli scostamenti perché, qualora lo facesse, diverremmo automaticamente soggetti ad una manovrina (mi piace il diminutivo) supplementare. In sostanza, pagheremmo con soldi pubblici due volte per una cattiva gestione di un soggetto privato.
Basta. Sono arrivata al termine. E di fronte ad un tale quadro non posso non trarre delle conclusioni, alquanto sconfortanti, in verità, perché evidenziano precise, conseguenziali verità: l'abbruttimento culturale della società non consente più a questa di riconoscere all'impronta un atteggiamento paradossale; il che è di una gravità assoluta specie se chi attua un tale atteggiamento è un rappresentante della stessa società. Ne consegue che, paradossalmente, alla società non viene più attribuito alcun significato se non quello di ignara, supina leggittimatrice di una democrazia, divenuta anch'essa paradossale; una sedicente democrazia, infatti, che si articola non più e non solo sui rappresentanti eletti ma, paradossalmente, anche su altri soggetti (il potere economico, ad esempio, o Istituzioni sovranazionali) dai quali la politica non può prescindere perché questi ultimi, senza alcuna legittimazione popolare, hanno il potere di decidere dei destini delle genti.
Ciò ha portato alla surreale situazione che vede i mali sociali, causati dal libero agire del potere economico o dai ragionieristici diktat di Istituzioni sovranazionali, ad essere scontati dalla società attraverso la paradossale intermediazione della politica la quale, anziché regolamentare il mercato o interloquire significativamente con quelle Istituzioni create con l'uso disinvolto del mandato popolare, preferisce attuare 'politiche' sempre più coercitive e vessatorie definendole, paradossalmente e senza infingimenti, come necessarie per la tranquillità degli stessi mercati e Istituzioni sovranazionali.
Risulta, perciò, che la politica, cioè quell'arte e quella tecnica che attiene al governo della società, ha perso il suo significato originario per divenire una sorta di categoria 'intermedia' la cui azione, paradossalmente, si articola solamente verso il basso. Da tanto è derivato che anche il termine 'cittadino', il pol?t?s, è stato privato di qualsivoglia significato defraudato del patrimonio dei diritti per lasciare solo il carico di doveri.
L'incoerenza, peraltro, è talmente estesa, dilagante, da inflazionare il significato stesso di paradosso e di privarlo del suo significato originario: quello riferito all'etica nel pensiero dei filosofi stoici; quell'etica che porterà Cicerone a parlarne nel suo Paradoxa Stoicorum e Dante Alighieri a chiosarlo nel suo Convivio: "E però dice Tullio in quello De Paradoxo, abominando le ricchezze: "Io in nullo tempo per fermo né le pecunie di costoro, né le magioni magnifiche, né le ricchezze, né le signorie, né l'allegrezze de le quali massimamente sono astretti, tra cose buone o desiderabili esser dissi; con ciò sia cosa che certo io vedesse li uomini ne l'abondanza di queste cose massimamente desiderare quelle di che abondano. Però che in nullo tempo si compie né si sazia la sete de la cupiditate; né solamente per desiderio d'accrescere quelle cose che hanno si tormentano, ma eziandio tormento hanno ne la paura di perdere quelle"5.
Che fare?!? La risposta a botta calda sarebbe svegliarsi, accantonare l'ipocrisia, armarsi di coraggio e agire per cambiare. Già … cambiare.
Certo è che intanto dovremmo sceglierci i compagni di viaggio. Il recente voto in Italia ha provato a cambiare le cose e, a detta dei vincitori, una riverberazione di quel voto la si dovrebbe attendere anche a livello europeo e internazionale. Ma già si ergono i detrattori professionisti del livello di Feltri che, recentemente, sul Libero ha fatto a pezzi Di Maio trattandolo da 'personaggetto incolore, privo di spessore, adatto sì e no a guidare il tram, altro che il Paese, trasforma la nostra politica in una pochade, un'operetta da quattro soldi.' Nonché da 'omuncolo insignificante'. Ha scritto di più: 'gli italiani si sono collettivamente rimbambiti'. Quegli italiani, cioè, che rappresentano oltre il 33% (1/3) degli elettori. La vedo come un'affermazione paradossale. Ma Feltri, si sa, non vede queste sottigliezze.
Nel '96, a ridosso delle elezioni, se la prese col mondo intero: affittopoli, militaropoli, disoccupati, ragazze madri, lavoratori sindacalizzati, iscritti agli ordini: il centro-destra, si guardi il caso, perse le elezioni.
Comunque, sarebbe da chiedergli chi, oggi, secondo lui, avrebbe il diritto di guidare il Paese. Peccato che io conosca già la risposta, anch'essa paradossale, visto che il suo altalenante mentore, in quattro governi e tante chiacchiere infarcite da atteggiamenti a dir poco da operetta, non abbia cambiato alcunché. Visto, altresì, che solo il 14% dell'elettorato gli ha riconosciuto ancora una qualche credibilità.
Però, siccome in fondo, in fondo, non sono cattiva mi sento di fare un augurio a Feltri: quello di far sua la preghiera del teologo protestante statunitense, Reinhold Niebuhr: “Signore, concedimi la grazia di accettare con serenità le cose che non possono essere cambiate, il coraggio per cambiare le cose che posso, e la saggezza per distinguere le une dalle altre."6














Note:
1 William Shakespeare – Amleto – 1,5,167-8
2 Niccolò Machiavelli – Il Principe – Letteratura Italiana Einaudi – Torino 1961 - Cap. XVIII - p. 66 “nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi ... si guarda al fine ... e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati».
3 Jean-François Lyotard - La Condition postmoderne: rapport sur le savoir – Les Editions de minuit - 1979 – pp. 128
4 Scott Lash – Modernismo e Postmodernismo, I mutamenti culturali delle società complesse – Edizioni Armando 2000 – pp.315
5 Dante Alighieri – Convivio IV, XII, 6
6Reinhold Niebuhr – Preghiera della Serenità 1.a, 2.a, e 3.a riga
   
     
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