SCENARI  
    di Roberta Forte    
       
    L'OPPIO DEI POPOLI    
   
Ne è passato di tempo da quando Marx ebbe a scrivere quella frase, nota ai più, 'La religione è l'oppio del popolo'; un'espressione con la quale, così com'è, è lecito pensare che il filosofo tedesco abbia voluto esprimere un giudizio non solo verso i credi dello spirito ma anche verso le istituzioni che sulla Terra li rappresentano, accomunandoli tutti in una valutazione che si sostanzia da sola: l'oppio, consumato attraverso il fumo, ottunde la mente e fa dormire. Un significato dal quale non si sono certo discostati quei soggetti che negli ultimi centosettant'anni l'hanno pronunciata o parafrasata. Soggetti, fra gli altri, del calibro del sacerdote anglicano Charles Kingsley, scrittore e docente, o del certamente laico Vladimir Il'ič Ul'janov, in arte Lenin.
In realtà, il ragionamento dell'uomo di Treviri, espresso nell'introduzione de 'Per la critica della filosofia del diritto' di Hegel, è stato un tantino più complesso perché egli non solo non critica la religione che considera teoria generale del mondo, realizzazione fantastica dell'essenza umana ma la ritiene anche 'l'espressione della miseria reale' e la protesta contro di essa, 'il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo.' Quindi, necessaria per sopportare il dolore di disagi e angherie. Poi, passaggio non da poco, aggiunge, che: 'Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale.'. E ciò per rendere giustizia (!!) all'inconsapevole motivatore del comunismo. Semmai, a dirla tutta, l'unico pericolo che Marx individua nella religione è che l'uomo, con l'idea di Dio, sia portato a non ravvisare sé stesso come protagonista del processo storico.
In sostanza, egli vede nella religione e nelle sue istituzioni terrene realtà ed azioni ineludibili, inalienabili, imperiture che, nate con l'uomo, lo accompagnano utilmente nel corso della sua esistenza, in saecula saeculorum. Ma, non poteva certo immaginare che, a distanza di poco meno di due secoli dalle sue considerazioni, una tra le maggiori istituzioni religiose si avvitasse su sé stessa sovvertendo due millenni di dottrina in un contesto, nel mondo occidentale, di una desertificazione spirituale che non trova riscontro nella storia dell'essere umano. Né poteva supporre che altre istituzioni, altri soggetti, contestualmente si adoperassero a ché, sovvertendo il pensiero marxiano e ribaltando il paradigma, inducessero l'uomo nella condizione di drogato permanente, confinato in un'opprimente realtà, inesorabile, della quale in buona parte egli deve pure sentirsi angosciato colpevole.
Dicevo dell'istituzione religiosa. È innegabile che la discendenza della parabola per la Chiesa Cattolica Apostolica Romana sia iniziata con la fine del Concilio Ecumenico Vaticano II. Oddio, ovviamente queste non sono mie considerazioni bensì appartengono al Papa emerito, Benedetto XVI, che nel suo libro, 'La mia vita', afferma senza mezzi termini che la riforma liturgica emersa da quel concilio, tesa a recepire la 'modernità', sia stata di 'inaudita' rottura con la tradizione millenaria, fino al punto di banalizzarsi e banalizzare la stessa liturgia, la dottrina e persino l'esistenza dell'istituzione. Non mi dilungo sull'esemplificazione dei cambiamenti perché gli attempati come me li hanno presenti mentre ai giovani, cosa triste, non interessano. L'altro aspetto che il Papa emerito pone in evidenza è che quell'evento è sostanzialmente servito ad alimentare la fantasmagoria del circo massmediale. Come a dire che l'aspetto al quale la Chiesa si è uniformata negli ultimi decenni dello scorso secolo è quello dello spettacolo. E non solo.
Monolitica all'esterno per ben due millenni nonostante le lotte interne che l'hanno travagliata, malgrado le scissioni che l'hanno scossa, alla fine del secolo passato ha sostanzialmente inteso dividersi tra sedicenti 'conservatori' e asseriti 'progressisti' così da avallare formalmente il fatto che 'cattolici' si può essere all'interno di qualsivoglia espressione partitica. Di primo acchito, l'atteggiamento può anche apparire giusto e doveroso ma ciò, se da un lato ha depotenziato quelle forze che si opponevano alla suddetta desertificazione spirituale, dall'altro ha avallato altre forze le cui azioni hanno teso e tendono a sostituire il richiamo al trascendente in ogni impianto culturale con il solo falso demiurgo della tecnica e dell'edonismo competitivo. In pratica, parafrasando Solženicyn, ha costruito il cappio dove, in nome della liberalità e della 'modernità', ha infilato il collo.
Quando il tracollo ha iniziato ad essere manifesto, ha provato a riempire le piazze facendo perno sui giovani ma, al di là dei grandiosi colpi d'occhio rappresentati dai Papaboys, altri pregnanti effetti non ha suscitato perché le chiese hanno continuato a restare vuote al punto da indurre l'amministrazione diocesana ad una loro, come dire, riorganizzazione territoriale, fatta di chiusure, trasferimenti e incarichi ad interim per la costante, concomitante diminuzione delle vocazioni. Ora, qualcuno pensa che un tal grado di disaffezione nei riguardi dell'istituzione sia derivato dal disdicevole comportamento di alcuni preti che hanno indugiato nelle forme più abiette del 'peccato della carne', che sono risultati preda della bramosia dell'avere, che alla comprensione e alla modestia hanno sostituito paradossale arroganza. Be', certo non ha aiutato, ma ciò che è risultato determinante per l'avvio del tracollo è la sempre maggiore scarsità di generale autorevolezza e di contraltari con i quali confrontarsi.
La storia è ricca di notizie di Papi bestemmiatori, profittatori, ladri, con amanti a iosa e figli a profusione e, con loro, a scendere nella gerarchia ecclesiale, di analoghi comportamenti da parte di cardinali, vescovi e monsignori, priori, abati, semplici preti e miseri frati. Eppure, la loro presa sulla comunità non è mai venuta meno, persistendo quel binomio che ha retto le società sin dall'origine dell'uomo, fatto dal potere temporale e da quello spirituale, in accordo o disaccordo tra loro ma comunque esistenti per 'testimoniare' l'un dell'altro l'esistenza.
L'ho già scritto in passato ma mi piace ricordarlo: circa trent'anni fa, il consigliere di Reagan, Francis Fukuyama, scrisse un saggio che ebbe vasta risonanza nel mondo e sollevò non pochi timori: 'La fine della storia e l'ultimo uomo', dove il politologo affermava che l'ordine capitalistico, basato sulla cancellazione di qualsiasi legame umano o sociale non mediato dal mercato, apparentemente tollerante di stili di vita e di opinioni politiche diverse, era ormai l'orizzonte ultimo dell'umanità.
In sostanza, il politologo affermava che l'orizzontalizzazione della società, insieme alla sola dottrina liberista, aveva contribuito a far venire meno la figura del Principe, o del Popolo che dir si voglia, e in conseguenza quella del Potere spirituale. E l'una senza l'altra non si sostiene, non vi è democrazia, vi è caos, confusione, la fine della storia. Poi, alcuni anni dopo, lo stesso Fukuyama, non più consigliere, scrisse un altro saggio, molto meno noto del precedente, eppure risolutivo dell'analisi precedente: 'La grande distruzione. La natura umana e la ricostruzione di un nuovo ordine sociale' dove il politologo assicurava che l'uomo ha comunque dentro di sé la capacità di creare un'alternativa al suo destino apparentemente segnato. E non vi è altra premessa ad un tale cammino, asseriva, se non attraverso una sorta di ripristino di Ordini e Gerarchie.
Tra poco, arriverò a toccare meglio quest'ultimo aspetto ma, intanto, a conclusione del ragionamento in atto è di tutta evidenza che, nel momento in cui le immagini delle autorità temporali hanno iniziato a sbiadire, parimenti lo stesso effetto ha colpito quelle spirituali. È mancato il contraltare sul quale fare presa in quanto, in via traslata, venendo meno il Principe, è venuto meno il Popolo. Perciò, è pressoché inutile, ritengo, aprire le porte della 'comunità dei fedeli' ad 'accompagnati', ai divorziati, ai gay, consentire la comunione senza digiuno e addirittura senza confessione, permettere sistemi di contraccezione. E, ancora, addirittura denegare l'assolutismo dei comandamenti sia pur mitigandolo con la maturazione delle persone. È inutile, ritengo, perché l'unico effetto che ciò produce è lo sconcerto dei fedeli tradizionali.
Dopo due millenni di dottrina sull'intangibilità dei sacramenti, sulla negazione del genere gay considerato deviante patologia mentale, sul vincolo nel rapporto sessuale, sulle condizioni tassative per tornare nella Grazia di Dio, sull'obbligo morale, oltreché spirituale, del rispetto del dettato delle Tavole, non si può che restare sconcertati. E a restare tali sono soprattutto quei fedeli avanti con gli anni, quelli che avrebbero maggiore bisogno del conforto spirituale, sia per le traversie della vita che per quelle del corpo. Certo, anche i giovani necessiterebbero di un tale sostegno ma, allevati sotto l'insegna deificata della scienza e della tecnica e lanciati verso il miraggio cricetiano dell'edonismo competitivo, ne fanno volentieri a meno.
Altro che oppio. Il destino di quel credo sembra purtroppo segnato e nemmeno i ripetuti, plateali slanci verso i 'reietti' del mondo ritengo possano sopperire alla mancanza di fedeli e di fede; tutt'al più, questi possono arricchire la variopinta coperta di Arlecchino, peraltro fatta di materiali vari, sotto la quale non giace un corpo bensì un insieme di membra sconclusionate. Ci sono categorie ma manca un popolo perché l'esigenza spirituale dell'uno, pur se differente nella motivazione da quella dell'altro, formi comunque quel tessuto connettivo morale che abbisogna, per ritrovarsi, di occasioni e di momenti di comunione nei luoghi deputati. E, del resto, nemmeno il sottomultiplo di popolo, la famiglia, assolve più alla funzione, come tante volte dalle pagine di questa rivista abbiamo amaramente rilevato.
Quel che emerge, quindi, è un improbabile, sconsiderato insieme di soggetti per i quali la speranza da un lato è segno di debolezza mentre dall'altro è un sentimento sconosciuto in quanto presuppone aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di ciò che si desidera. Del che, oggi, insieme ai presupposti formativi, mancano assolutamente le basi in quanto tutto deve essere riconducibile al 'qui' e 'subito': condizioni che, intuitivamente, non scacciano l'angoscia, anzi l'accrescono. Quindi, per tornare a Fukuyama, se le parole del politologo nel secondo saggio hanno un fondamento teorico di verità, in pratica la possibilità di un ripristino degli assetti tradizionali della società rasenta lo zero. E ciò, tutto lascia pensare, a seguito di un preciso disegno: l'uomo, sempre più solo, non confida più in un Dio che nemmeno conosce; le ancore di 'salvezza' offerte si limitano, come dicevo, alla scienza e alla tecnica per approcciare le quali, comunque, occorre correre e competere, in solitudine. Infine, con buona pace di Marx, non si pone certo la questione, che nemmeno vede, di essere motore della storia.
Manca l'insieme e mancano le pulsioni dell'insieme, politiche, emotive, culturali. Certo, c'è l'Italia turrita, raffigurata su francobolli, onorificenze, monete, monumenti, passaporti e carte d'identità ma essa è ormai divenuta un ente quasi nominalistico, ombreggiato dall'azzurro drappo a dodici stelle, immersa in 'guerre tra bande' fatte articolate in accordi e disaccordi, scontri e confronti bilaterali e multilaterali, nazionali, comunitari ed extraeuropei, con un giudice di gara che redige di volta in volta le regole dell'incontro, paradossalmente delimitato da una vistosa riga bianca e contornato da attenti guardalinee.
L'Ente Italia, è evidente, fa fatica a trovare una netta connotazione giuridica; al pari di altri Paesi si può dire, ma quest'ultimi beneficiano di un animo meno rinascimentale, meno inutilmente turbolento e frammentato e risultano maggiormente identitari come collettività nazionale. Già, perché qui da noi manca quella moltitudine che, raffigurata dall'abile penna degli storiografi, in altre parti continua ad assaltare la Bastiglia intonando la Marsigliese. Da noi, invece, si è persa traccia della schiera dipinta da Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Oddio, chiariamoci. Pur amandolo come mio prossimo, non credo nel popolo come motore di storia ma certo è che senza il suo conseguente assenso, procurato o spontaneo che sia, comunque rappresentato con toni opportunamente operistici, le azione delle élite si sarebbero concluse con un quartino all'osteria o appese ad un cappio. Però non c'è da temere: le società civili e democratiche non appendono più alcuno e Mastro Titta è andato da tempo in pensione. Tutt'al più, resterebbe il passaggio alla mescita ma, anche lì, non corriamo il rischio di incrementare il disdicevole uso di alcool perché, in ogni caso, le élite sono scomparse. La pialla della moderazione ha efficacemente compiuto la sua opera.
Per cui, venendo a mancare le seconde, si è smarrito il fattore primo. Due emblematici interconnessi elementi, élite e popolo, spariti dai banchi del mercato della politica, intruppata nel politically correct e nel pensiero debole, consenziente a che le sue azioni non abbiano più come finalità il benessere della polis bensì la tranquillità e la redditività personale di soggetti terzi che nulla hanno a che vedere con la stessa polis; peraltro, senza avvedersi, la politica, che così facendo denega il suo ruolo e la sua funzione per farne un'umoristica quando non drammatica farsa. E così the people, senza élite a caratterizzarlo e motivarlo, è stato trasformato in consumatore, utente, follower, fruitore, avventore, cliente quando non evasore e inquinatore, bisognoso comunque di politiche attive. Non arrivo a immaginare le passive. Si vede, in ogni modo, l'attenzione che la semantica gli riserva al fine di individuarlo propriamente attraverso i suoi bisogni o le sue manchevolezze.
Va be'. Non ho voglia di scherzare. In ogni caso, mancando un fattore che accomunasse le diversità come poteva essere quello religioso, il ruolo di 'pusher' è stato assunto da altri soggetti cambiando però le finalità della somministrazione: non più il potente analgesico spirituale quale 'espressione della miseria reale' e protesta contro di essa, non più 'sospiro della creatura oppressa'. No. I nuovi 'oppiacei' sono tesi a suscitare indignazione 'popolare', 'paura' collettiva, collera 'sociale', avversione comune: il Girolimoni d'occasione sbattuto in prima pagina. Non certo a fornire un calmante, una valvola di sfiato all'angoscia bensì ad accrescerla. Il popolo è scomparso ma resta la massa da indirizzare.
In passato, mi sono già trovata a citare Noam Chomsky a proposito della metafora della 'rana bollita' e cioè dell'illusione dell'essere umano circa le sue presunte illimitate capacità di adattamento. Ma Chomsky, da grande scienziato cognitivista e teorico della comunicazione, ha anche affrontato, tra l'altro, la pervasività dell'informazione a cura dei massmedia. Egli asserisce che, oltre ad esserci un uso fraudolento delle informazioni, vi è un 'livellamento' conformistico degli stessi media, costituito dalla 'fissazione delle priorità'. Per l'insigne studioso, un certo numero di mezzi di informazione determina una sorta di struttura prioritaria delle notizie, alla quale i media minori devono più o meno adattarsi a causa della scarsità delle risorse a disposizione. Le fonti primarie che fissano le priorità, precisa, sono grandi società commerciali a redditività molto alta, e nella grande maggioranza sono collegate a gruppi economici ancora più grandi.
L'obiettivo è quello che Chomsky definisce 'fabbrica del consenso', ossia un sistema di convincimento attuato coi mezzi di comunicazione di massa ritenuto dallo studioso molto efficace per il controllo e la manipolazione dell'opinione pubblica. Ad ogni buon conto, tratto da Media e Potere, una delle ultime opere dello scienziato, allego un significativo decalogo. Ora, non è da dire che Chomsky sia un pazzo visionario; altrimenti il prestigioso M.I.T. non gli avrebbe certo consentito di tenere cattedra presso di sé, né autorevoli istituzioni gli avrebbero conferito eclatanti riconoscimenti e tributato palesi apprezzamenti. Per cui, stabilita la chiave di lettura, prendiamo ad esempio la cessata operazione dal nome di Enduring freedom, Libertà duratura, condotta da vent'anni (sottolineo vent'anni) a questa parte in Afghanistan dagli USA, insieme a Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Canada, Australia e Polonia, con il contributo militare di Albania, Belgio, Croazia, Danimarca, Irlanda, Lituania, Norvegia, Nuova Zelanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia. Inoltre, fra i paesi islamici che hanno dato una diretta collaborazione troviamo il Bahrein e la Giordania mentre l'Uzbekistan ha fornito le basi logistiche. Ma la collaborazione più importante sembra essere stata quella del Pakistan. Vent'anni, dove uno schieramento di forze 'da paura' non è riuscito ad aver ragione di un numero di talebani combattenti oscillanti tra i 6.000 e i 12.0001, collocati prevalentemente nel sud del Paese. È superfluo sottolineare che il noto epilogo dimostra da sé la vacuità del nome della ventennale operazione.
Almeno, la presenza russa, durata circa dieci anni, aveva un senso: si basava su vecchi rapporti tra i due Paesi risalenti addirittura al 1919 quando il governo del re Amānullāh Khān fu il primo a riconoscere il regime bolscevico instauratosi a Mosca dopo gli eventi della rivoluzione d'ottobre, ricevendone in cambio sostegno e appoggio durante la terza guerra anglo-afghana: conflitto che comportò il definitivo affrancamento dell'Afghanistan dall'influenza coloniale britannica.
Vent'anni di lotta contro guerriglieri, in precedenza sotto il nome di mujahidin, sostenuti in tutti i modi dalle società civili e democratiche per il loro impegno combattente contro i biechi bolscevichi, negatori delle libertà e fautori di riforme in netto contrasto, si pensi, con i dettami e le prescrizioni coraniche, come la 'liberazione' della donna, la sua istruzione, l'abolizione del burqa, un efficiente sistema scolastico, una funzionale rete viaria, un'efficace pubblica amministrazione, ad opera di un governo, è ovvio, di stampo nettamente socialista.
Quando è troppo, è troppo e a 'mali estremi' è stato giusto e doveroso contrapporre 'estremi rimedi': si dice che i campi di papavero nelle zone controllate si estendessero a perdita d'occhio e che la 'produzione' di oppio (neanche a farlo apposta), con ampio beneplacito, sia 'andata alle stelle' al fine sostenere finanziariamente lo sforzo di opposizione alla tracotanza bolscevica.
Poi, dopo l'uscita di scena dei russi, l'Afghanistan conobbe dodici anni di travagli interni: le forti tensioni tra i comandanti dei mujaheddin portarono alla nascita dei taliban, una milizia composta da giovani afghani di origine pashtun provenienti dalle scuole islamiche del Pakistan e da mujaheddin delusi dai loro comandanti. In seguito, i finanziamenti derivati dal traffico degli oppiacei consentirono ai talebani di acquistare gli armamenti con cui condurre una guerra civile, conclusasi nel 1996, con la presa di Kabul e la nascita dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan. È inutile sottolineare che in quel periodo vennero cancellate le 'turpi' riforme.
Eppure, fino al 2001, nessuno rilevò alcunché nella ri-trasformazione afgana. Solo dopo l'11 settembre, e alla luce di prove inconfutabili che individuavano nei talebani e soprattutto nell'organizzazione terroristica del miliardario Osama Bin Laden gli artefici di sanguinosi attentati, gli USA, di concerto con la comunità internazionale, diedero vita all'offensiva militare. La lotta al vigliacco terrorismo divenne l'imperativo categorico, l'impegno nel quale profondere ogni risorsa, l'obiettivo principe da debellare. Un imperativo, un impegno ed un obiettivo che, di lì a breve, avrebbero inglobato l'Iraq, spudorato detentore di ordigni di distruzione di massa, talmente bene ammucciati, avrebbe detto Camilleri, che dopo diciotto anni non sono ancora venuti fuori.
Relativamente all'Afghanistan, sono passati due decenni in armi: da parte USA sono stati spesi oltre 1.000 miliardi di dollari. La Gran Bretagna ne ha sborsati 30, la Germania 19 mentre la quota dell'Italia è ammontata a quasi 9 miliardi di euro2. Nel complesso, l'impegno finanziario delle forze in campo è assommato a 2.313 miliardi di dollari. Le vittime del lungo conflitto da parte Usa hanno totalizzato 3.846 morti fra i contractor, 2.461 decessi fra i soldati statunitensi a cui vanno aggiunti 1.144 soldati in forza agli eserciti di altri Paesi. Di questi 53 sono italiani. Le vittime civili, invece, sono state quantificate in ben 47.2453. Forse, danni collaterali.
L'epilogo ci è tristemente noto, ad ulteriore testimonianza dell'inutilità della vicenda. Ma ancor più triste è il contenuto dell'intervista rilasciata dal veterano americano Miles Vining e pubblicata su Repubblica: R. "[…] ... Ma d'altronde, l'America ha sempre gestito male la sua presenza in Afghanistan". D. "Cosa intende?" R. "Non abbiamo perso sul campo di battaglia, ma negli uffici di governo: perché non ci siamo mai occupati della corruzione endemica nella società afghana. Per dire, i soldati combattevano con coraggio. Ma i comandanti li derubavano d'ogni cosa, i rifornimenti sparivano, non gli arrivavano nemmeno divise e cibo. Nella società civile lo stesso. Corruzione ovunque, a partire dal sistema giudiziario: in tribunale vinceva sempre chi pagava di più i giudici. Anche per questo i talebani hanno seguito: quando giudicano sono crudeli, certo. Ma hanno una loro morale e fanno giustizia coerenti col loro credo. Non li giustifico, sia chiaro, sono nemici della democrazia. Ma noi non abbiamo costruito una società civile in grado di stare in piedi da sola. E senza quella, non c'è guerra vinta che tenga".4
Ora, c'è già chi pensa di mettere a frutto lecito le sempre presenti colture di oppio cercando di indurre i talebani a vendere il prodotto del sudore della loro fronte alle big pharma. Non credo che un'operazione del genere vada in porto per una questione di 'prezzo' ma comunque è indicativa del fatto che, chiuso un capitolo, se ne può aprire un altro: ma sì, parliamoci con questi talebani, e chissà che l'Afghanistan tra non molto non possa diventare come il Vietnam del quale ha seguito pedissequamente il copione, compresi gli attentati in aeroporto: divenire, cioè, un'ambita meta turistica, destinazione di importanti flussi di visitatori. Alla fin fine, ognuno ha le sue culture, basta guardare la Cina che da Paese con una dittatura dichiaratamente comunista ha sposato il turbo capitalismo, inalbera miliardari di numero di poco inferiore agli USA, è ricercata meta di vacanze e ambito partner negli affari. Peraltro, recenti indagini affermano che se nel '90 la percentuale di PIL mondiale proveniente da Paesi con scarsa o punta democrazia era di circa il 15%, tra un paio d'anni è stimata attorno al 50%. Di spazio ce n'è.
Potrei chiudere qui ma gli officianti che all'incenso nei turiboli hanno sostituito l'oppio ce ne sono molti e proliferano in continuazione. E da noi, il sentimento di emulazione e uno stato di fantasia non fanno certo difetto. Lo so, è una mia 'fissa' ma sono sempre dell'avviso che nella nostra beneamata terra il 'grande teatro' abbia aperto i battenti all'incirca trent'anni fa e, sulla scorta dei ripetuti, grandi successi, continua indefesso a sfornar commedie, scritte ed interpretate da vecchi e nuovi attori. Ad esempio, 'moralizzazione' che avrebbe dovuto rigenerare il Paese dopo mezzo secolo di depravazione, sembra non sia ancora riuscita a debellare la corruzione che nelle more pare addirittura polverizzata. 'Competizione', quella parola magica che, cancellando garanzie e tutele, avrebbe dovuto portare benefici economici e sociali a profusione, finora ha arrecato solo precarizzazione e disperazione. 'Razionalizzazione della spesa' che avrebbe dovuto cancellare le uscite inutili e improficue, ha visto schizzare il deficit verso vette vertiginose, a prescindere dal Covid; ha osservato inerme la nascita delle Regioni come centri autonomi di spesa così da creare 'pozzi senza fine', peraltro a disdoro dell'omogeneità dei servizi; continua a consentire la permanenza in essere di oltre mille Enti dichiarati inutili alla modica cifra di 13 miliardi all'anno nonché l'esistenza, al costo di 650 milioni annui, di milleduecento partecipate di enti territoriali che, per legge, dovrebbero essere chiuse da tempo5 .
La 'lotta all'evasione', poi, ha visto vari remake: l'Agenzia delle Entrate, per sua stessa ammissione, dei 900 miliardi di cartelle emesse negli ultimi dieci anni, ne dichiara incassabili grosso modo solo un'ottantina6 mentre le casse degli istituti di credito lussemburghesi e olandesi sembra contengano oltre 7.000 miliardi buona parte dei quali derivanti da evasione, si crede proveniente in parte dall'Italia7. Però, che magnifico effetto producono sugli spettatori le altisonanti dichiarazioni di crociate contro il torvo evasore. Per non parlare, infine, della 'salvaguardia ambientale', un tema estremamente caro alle sensibili coscienze green: i tanto decantati termovalorizzatori sono di là da venire, la raccolta differenziata è a macchia di leopardo quando non una farsa che vede la consegna delle istruzioni ma non i cassonetti, non esiste una campagna di sensibilizzazione e la campagna contro la plastica è stata boicottata da chill fetient 'e virus; in compenso, in piena pandemia, è stata tentata la sostituzione del parco auto con monopattini elettrici e biciclette.
Dice un'amica che a vedere uomini nella posa pliè da danza classica e col mento in alto, si atrofizzano le ovaie. Ma il Covid, nei suoi effetti perversi, ha fatto di peggio: ha sovvertito il funzionamento delle sinapsi fino a far cortocircuitare l'ordinamento del pensiero e l'uso della lingua, in un indisciplinato guazzabuglio senza capo né coda di bizzarrie espresse e di realtà taciute. Ma che vogliamo farci, mi son detta: l'assurdo non conosce dogane e non paga dazi. E poi, diciamola tutta, da quando lo spirito critico, formatosi alla dura scuola del sapere e del pensare, è stato strumentalmente polverizzato in una miriade di altisonanti espressioni di distinguo tratte dal Bignami e male interpretate, il ridicolo dilaga. Ma pochi sembrano avvedersene lasciando campo libero ai redivivi, più ottusi seguaci di Giano della Bella.
Basti dire che, nel periodo, abbiamo appreso i motivi del NO alle Olimpiadi in Italia nel 2024. Sembra che l'ex deputato pentastellato Di Battista, nelle sue 'memorie' pubblicate da Rizzoli sotto l'aulico titolo 'Meglio liberi - Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare' abbia affermato che, contrario alle Olimpiadi, non essendo sicuro di come la pensassero i romani, chiese al meccanico Massimo che "… radunò una decina di persone: l'edicolante, il fruttivendolo del quartiere, un paio di parenti, un pensionato. … Così, quasi in modo solenne, domandai cosa ne pensassero delle Olimpiadi a Roma. Le loro risposte furono molto aspre, e non posso riportare le parole esatte per evitare querele. A ogni modo uscii dall'officina, dal mio 'soviet' personale tra bulloni, pezzi di ricambio e olio, e mandai un messaggio a Virginia: 'Sulle Olimpiadi nessuna esitazione, linea durissima. La stragrande maggioranza dei romani sta dalla nostra parte".
Siamo del gatto direbbero a Pisa. Ma il clou del periodo è la gestione della pandemia. Non sembra che la sua trattazione 'informativa' e 'dispositiva' abbia pedissequamente osservato le regole dell'allegato catalogo di Chomsky? Tra l'altro, pare che ogni voce dissenziente, per quanto autorevole, sia stata oscurata. Mi dicono che persino Facebook abbia bannato voci e video divergenti dalla cacofonia informativa-espositiva-dispositiva. Ma il 'pezzo forte' sembra essere quello che stiamo vivendo in questi giorni: il tanto citato green pass ottenibile a seguito della vaccinazione.
Premesso che, per mia libera scelta, già da tempo ho fatto prima e seconda dose, mi sono presa la briga di rileggere la Costituzione dove, nell'art. 32 si precisa che "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario" in mancanza di una legge che lo imponga."8. Questo significa che non si può accusare il non vaccinato di danneggiare gli altri con la propria scelta di non vaccinarsi. Non esiste, infatti, alcuna responsabilità per conseguenze che derivano dall'esercizio di un diritto costituzionalmente valido. Ciò che solamente esiste è il dovere di comportarsi responsabilmente e di osservare, quindi, nel caso di specie le norme di prevenzione.
Ne consegue che se i diritti di libertà legittimano scelte diverse e addirittura opposte a quelle che si vorrebbero imporre, il dovere di prevenzione - mascherina e distanziamento - applicabile a tutti, vaccinati e non, si basa sul principio giuridico secondo il quale 'non impedire un danno che si ha il dovere di bloccare equivale a provocarlo'. Dal che l'eventuale censura. Ora, la domanda è: perché lo Stato non converte il diritto di non vaccinarsi in un obbligo a farlo? Delle due l'una: o quei danni non sono così gravi, oppure i vaccini che dovrebbero evitarli non offrono sufficienti garanzie a uno Stato che volesse imporli per legge. Comunque, mi sembra che qualcosa non torni in questo gioco della persuasione nei confronti di persone che, per il semplice fatto di aver deciso di non vaccinarsi, sono accusate di essere prive di qualunque senso morale. In esito al decalogo, peraltro.
Stavolta, mi fermo veramente qui mentre volute di fumo mi turbinano attorno. Anche se non trovo una nota di speranza per concludere. Un momento … mi sovviene l'opera cinematografica del regista Hayao Miyazaki, 'Si alza il vento', dove il protagonista avrebbe voluto fare l'aviatore ma a causa di una forte miopia finisce per fare il progettista e 'creare' i famosi 'Zero' che tanto danno hanno arrecato nella II guerra mondiale. Quel titolo, ad onor del vero, è stato tratto da una poesia di Paul Valery9 , scritta dopo la I guerra mondiale, mentre attorno a lui turbinano gli eventi che hanno portato alla II. E, in effetti, si alza il vento … bisogna tentare di vivere.


Note:
1. https://it.wikipedia.org/wiki/Talebani
2. Sole 24 Ore – Mondo - 13 agosto 2021
3. https://www.ilgiorno.it/mondo/guerra-afghanistan-morti-soldi-1.6750580
4. La Repubblica – Esteri – Anna Lombardi – 28 agosto 2021
5. Messaggero – Primo Piano – il Rapporto della Corte dei Conti – 20 agosto 2021.
6. https://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13509290/evasione-fiscale-cartelle-non-riscosse-2000-oltre-900-milardi.html
7. La Repubblica – Affari e Finanza – 14 ottobre 2019
8. II capoverso – 1.a riga
9. Le cimetière marin - traduzione di Giancarlo Pontiggia, in: Aurora, Cantico delle colonne, Il cimitero marino, Palma; introduzione di Valerio Magrelli, commento di Antonietta Sanna, Milano: TEA, 1995


ALLEGATO
LE DIECI REGOLE DELLA MANIPOLAZIONE MEDIATICA

1. La strategia della distrazione
L'elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l'attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d'interessarsi alle conoscenze essenziali, nell'area della scienza, l'economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l'Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali.

2. Creare problemi e poi offrire le soluzioni
Questo metodo è anche chiamato "problema- reazione- soluzione". Si crea un problema, una "situazione" prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3. La strategia della gradualità
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. È in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4. La strategia del differire
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come "dolorosa e necessaria", ottenendo l'accettazione pubblica, nel momento, per un'applicazione futura. È più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che "tutto andrà meglio domani" e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all'idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.
5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini
La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno.

6. Usare l'aspetto emotivo molto più della riflessione
Sfruttate l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette aprire la porta d'accesso all'inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti...

7. Mantenere il pubblico nell'ignoranza e nella mediocrità
Far sì che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. "La qualità dell'educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell'ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori".

8. Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità
Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...

9. Rafforzare l'auto-colpevolezza
Far credere all'individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l'individuo si auto svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l'inibizione della sua azione. E senza azione non c'è rivoluzione!

10. Conoscere agli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano
Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il "sistema" ha goduto di una conoscenza avanzata dell'essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l'individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.
   
     
  Home Archivio Scenari Avanti