SCENARI  
    di Massimo Sergenti    
       
    IL POTERE    
   
Mi hanno recentemente informato che nelle maggiori case editrici di dizionari, di vocabolari, di guide turistiche e di fumetti, è conclusa la revisione del lemma 'potere' la cui declinazione non corrisponde più alla situazione odierna. Certo, tutto si evolve e al fine di rendere al meglio la proposizione preposta alla dimostrazione del relativo teorema si è disperatamente cercata la locuzione più aderente alla realtà. Ed è stato, ritengo, uno sforzo immane: infatti, prima, per 'potere', leggendo da Oxford Languages, s'intendeva la facoltà di fare, secondo la propria volontà. In sostanza, la possibilità di fare tutto ciò che era in tuo potere. Oddio, non è che mi piacesse molto. Meglio la Treccani per la quale era da intendersi la capacità, la possibilità oggettiva di agire, di fare qualcosa. Un po' più adeguatamente, forse, Wikipedia dove per 'potere', in termini giuridici, era da intendersi la capacità, la facoltà ovvero l'autorità di agire, esercitata per fini personali o collettivi; più in generale, aggiungeva l'enciclopedia virtuale, il termine veniva usato per indicare la capacità vera o presunta di influenzare i comportamenti di gruppi umani.
Bella. Ma c'è di più. Attesa la definizione, non si poteva non aggettivarlo: buono, cattivo, democratico, dittatoriale, distorto, giusto, ecc. e ad ognuno di tali aggettivi corrispondeva un comune sentire che, forse, non si identificava con la totalità dei componenti della comunità o di qualsivoglia aggregazione societaria ma certo rispecchiava quanto meno la maggioranza. Ulteriormente, si dava per scontato che il potere venisse in un certo qual modo 'concesso' in via di rappresentanza e che il detentore avesse l'obbligo morale oltreché formale e materiale di agire in nome e per conto del mandante. Poteva anche capitare, come le cronache storiche ci dicono, che esso venisse estorto con la forza: non quella del consenso bensì quella degli accoliti, degli sgherri se non quella delle armi. Ma la comunità internazionale, in quel caso, era pronta a stigmatizzare quei comportamenti e a censurare il relativo turpe detentore.
In pratica, al 'potere' si abbinavano due determinanti concetti che rendevano 'civile' una comunità o un'aggregazione sociale di specie: la democrazia, come sopra cennato, e la libertà. Poteva apparire non coerente quest'ultimo termine ma era quello il trittico che connotava qualsivoglia forma societaria: il 'detentore' agiva in un ambito democratico fatto di maggioranza e di opposizione dove a quest'ultima erano riconosciuti ampi spazi d'azione e modalità d'espressione. In sostanza, all'obbligo di rispettare il detentore del 'potere' e di 'obbedire' al suo volere, frutto di volontà maggioritaria, si affiancava la libertà di dissentire.
Ovviamente, le società non erano perfette: ed ecco che le società attribuivano ai meritevoli e ai retti il 'potere' di giudicare e di punire Neppure a dirlo, i 'poteri' erano molti, pubblici e privati, nazionali e internazionali, che coesistevano e dialogavano arrivando anche al punto di scontrarsi. In una parola, la 'teoria degli insiemi realizzata' dove anche in caso di asperità prevaleva, sia pur alla fine, l'obiettivo supremo dell'armonia. Un tutto dimodoché, nello splendore del '70' millimetri accompagnato dal magico effetto del surround, potesse essere rappresentata nelle migliori sale cinematografiche la Civiltà, da additare a destra e a manca.
Naturalmente, non tutte avevano caratteristiche identiche ma ciò che differiva era soprattutto la costruzione tecnica degli ordinamenti. Ma i principi basilari possiamo dire fossero pressoché simili in tutto il mondo occidentale. Ohhhh! L'ho detto, ed è qui che comincia a cadere l'asino, quel povero animale che, tirato per i finimenti e gravato dal basto fino allo stremo, inopinatamente decide ad un certo punto di collassare. Ed infatti l'Occidente, al pari dell'asino e del potere, è collassato sotto il gravame dell'ubriacatura. Già. In soldoni, a causa di una crisi etilica data dall'eccessiva libertà. Ma qui non parliamo di quella che si assapora al di là dell'Oceano, sotto le arcate di ponti disseminate di accrocchi di cartone e lamiera occupate da navigatori nullatenenti del tempo, di aggregati di roulottes scrostate e arrugginite sparse ai margini di centri urbani abitate da amanti indigenti della natura, di periferie allo sbando vissute da soggetti in cammino sulla via del ritorno allo stato istintuale.
Non parliamo nemmeno di quella libertà che si ottiene obbligandosi fino allo spasmo nel proprio lavoro, peraltro senza coperture di fringe benefit, per essere poi licenziati al primo stormir di fronde del mercato. Ed eccoli i 'liberi' con la tradizionale scatola di cartone in mano che raccattano le loro poche cose, come ogni film d'autore ci mostra orgogliosamente, con la macchina da ripresa che accompagna il 'fortunato' fino all'uscita, libero di esprimersi altrove, mentre i colleghi meno fortunati, evitano d'incrociarne lo sguardo. Né, tantomeno, discutiamo di quella libertà delle minoranze, soprattutto etniche, di rivendicare smodatamente i loro diritti: come se in un Paese libero per definizione non ci fosse altro da fare che controllare continuamente i dettati costituzionali.
E, del resto, parliamo del Nuovo Mondo che nel mentre espone all'ingresso una Signora Coronata munita di Fiaccola che illumina il cammino dei viandanti della Terra, dall'altro si industria di non ratificare l'emendamento costituzionale sulla parità di diritti senza distinzioni di sesso, come sta accadendo da cinquant'anni a questa parte. Né quello sul lavoro minorile. Altrimenti, che libertà sarebbe? No. Per raggiungere quei livelli, occorre impegno e dedizione: ore e ore, passate davanti alla TV, col bussolotto del gelato in braccio o con la ciotola della frutta secca accanto, mentre liberi come l'aria gli animi s'infiammano per le Wall Series o per l'ospite del Letterman Show.
No. No. Non è giusta la foto sovrastante perché sembra che in quel luogo, Paradiso della Libertà, non si avvertano pulsioni, non si animino passioni, non si registrino stimoli che si identificano con la politica. In realtà, non è vietato averne. Ma non è neppure caldeggiato se non per le Convention e per le votazioni presidenziali. Lì, il Nuovo Mondo pone in scena le migliori rappresentazioni del suo repertorio istrionico a beneficio delle Folle del Pianeta.
Vogliamo mettere, a proposito di libertà, i travagli dilanianti che le ideologie hanno portato al Vecchio Continente? E vogliamo davvero paragonarle allo stato d'animo delle Folle 'impegnate' dei possessori di villette a schiera, col loro bravo pezzetto di prato, la 'familiare' sul vialetto, il barbecue settimanale, i 'cin cin' col collo di bottiglie di birra mentre gli hot dog e gli hamburger sfrigolano sulla gratella e i bambini si rincorrono? E, poi, va a dire che non ci sono passioni, pulsioni, stimoli. E questo il 'potere' lo sa. Sa che alla bisogna, gli animi si mobilitano, s'incendiano, combattono ogniqualvolta nel globo terracqueo la Democrazia è compromessa e la Libertà degli altri pregiudicata. Anche a costo di personali sacrifici.
È il destino del Nuovo Mondo, sotto la guida di un puntuale e illuminato 'potere'. È stato così, dal dopoguerra ad oggi, per la Corea, per il Guatemala, per l'Indonesia, per Cuba, per il Congo, per il Laos, per il Vietnam, per la Cambogia, per Grenada, per il Libano, per la Libia, per El Salvator, per il Nicaragua, per l'Iran, per Panama, per l'Iraq, per il Kuwait, per la Bosnia, per il Sudan, per l'Afghanistan, per la Serbia, per lo Yemen, per la Siria. E, ovviamente, non parliamo dell'Ucraina, dove una pluralità di motivi sconsigliano il confronto diretto con la Russia ma le brigate internazionali sono un funzionale ripiego acciocché mere ragioni d'opportunità contingente non si riverberino sulla democrazia e sulla libertà delle genti.
Ehhh! Quando il 'potere' è così attento e capace. E non gli si possono certo attribuire colpe se lì per lì la democrazia, in giro, non si è istaurata, se le libertà non si sono prontamente manifestate, se a distanza di tempo tardano a concretizzarsi, se nonostante tutto non si registrano i presupposti per la loro realizzazione. È la lampante dimostrazione, questa, della necessità che l'altruistica abnegazione dei 'liberi' per antonomasia non venga meno e che, anzi, il 'potere' che li guida intensifichi impegno e largisca ancor maggiori risorse. E, del resto, chi può dubitare che oltre seicento miliardi di dollari all'anno in armamenti non siano una ragguardevole dimostrazione di altruismo? Naturalmente, non mancano i detrattori che sollevano dubbi persino sull'identità del potere.
C'è chi dice, infatti, che il vero potere risieda nelle mani di oligarchi … ops, no, di grandi imperi finanziari alcuni dei quali con vasti interessi nel mondo delle forniture militari, oltreché della sanità. E comunque alcuni malevoli ritengono di trovare un primo aggancio alle loro tesi nei costi abnormi delle campagne presidenziali le cui risorse, invece, provengono sì da soggetti finanziariamente dotati che però sostengono il candidato per puro amore delle idee, lungi dal pensare di chiedere contropartite. Peraltro, analoghe maldicenze hanno riguardato presunti traffici di droga provenienti sia dal Triangolo d'Oro del Sud/Est asiatico che dall'Afghanistan operati, si afferma, addirittura sotto la direzione dell'Intelligence del Nuovo Mondo. Al pari di un presunto traffico di materiale bellico al confine tra il Kossovo e l'Albania. Da non credere a che punto possa giungere la perfidia umana per danneggiare il Bene Supremo, la Luce della Libertà, il Faro della Democrazia.
E, purtroppo, non è tutto. C'era un'espressione nel Nuovo Mondo che racchiudeva tutto lo spirito delle genti che, a costo di immani sofferenze, lo hanno raggiunto, vi hanno vissuto, vi hanno lavorato, vi hanno costruito una famiglia; un'espressione che le aveva stimolate a superare avversità e sciagure e a confidare nelle proprie forze e nel domani perché I have a dream: avevano un 'sogno' da realizzare e tante opportunità da cogliere: serviva solo l'intraprendenza per farlo, dati i presupposti. Ebbene, sembra che prezzolati diffamatori vadano in giro a cianciare che, a causa di una forsennata concentrazione della ricchezza, le opportunità siano oggi rasenti allo Ø e che il 'sogno' sia finito. E che diamine, prendano un Tavor per continuarlo. Anche in assenza di una sanità pubblica quanto mai potrà costare?
Quindi, non parliamo della libertà nel Paese che l'ha coniata, confezionata, esportata, sebbene nel passato, per licenza letteraria, sia appartenuto all'Occidente perché anche questa accezione è venuta meno. Del resto, proprio in nome della libertà, elevata a sistema, come si poteva pensare che restasse ancorato ad astrusi limiti di emissioni in atmosfera, che non ponesse in essere protezioni daziarie a vantaggio dei propri produttori, che non surclassasse l'inamovibilità del Vecchio Continente sostituendosi ad esso nel rimuovere tragedie interne sia pur con energica determinazione, comunque necessaria al bisogno di eliminare punti di vista ostinati? Già, perché, si pensi, erano proprio i punti di vista ostinati che davano verve al Vecchio Mondo, era proprio la libertà 'condizionata' da altre libertà che lo animava, era il concetto di progresso che lo spingeva, era il senso della socialità che lo regolava. Da non credere fino a che punto si possano autoimporre catene.
Ma il Vecchio Mondo era così, caparbio e tenace, frammentato da una pluralità di Paesi la cui storia narra di un'infinità di guerre e di una incredibile capacità di riconciliazione, fatta di parentele, di matrimoni combinati, di alleanze strategiche, di opportunità commerciali; un tutto architettato da poteri ottenebrati dalla cultura ed altamente contaminati da ben due persistenti virus: la pandemia rinascimentale e quella religiosa. La prima, che fortunatamente non era ancora in grado di affrontare la traversata atlantica, ha mietuto vittime a iosa nel continente dando una visione altamente distorta della libertà e la seconda, infarcita di varianti, che l'ha limitata ad ermetiche considerazioni.
La caparbietà, in tempi più recenti, è giunta persino ad ipotizzare una sorta di sodalizio tra diversi che, anziché avvalersi della forza, ha portato a ritenere che, con le sole ragioni, i poteri di allora, perché contaminati, potessero costruire un importante, comune spazio commerciale, di sicurezza e di giustizia. E così, dopo un processo di avvicinamento durato ben tre decenni, superando addirittura il principio della metafisica aristotelica, si è ritenuto che, essendo già dato il terzo, non necessitasse il quarto decennio di rifinitura. Ma l'obiettivo era, e restava, la libertà che tuttavia non poteva dispiegarsi al meglio costretta da remore psicologiche, pratiche, morali, economiche, sociali e civili che un'ingombrante presenza sul continente imponeva: quella dell'Impero del Male che con le sue oscure trame inquinava quei refoli che giungevano d'oltre oceano.
C'è da credere che di sforzi per rimuovere quell'handicap ne siano stati compiuti molti. Non solo e non tanto dai poteri autoctoni quanto dai paladini della democrazia e della libertà nella loro infaticabile opera a favore delle genti del Globo. Del resto, gli indigeni erano arrivati persino al punto di intrattenere con quello Stato/Canaglia rapporti economico/finanziari addirittura vantaggiosi per entrambi mandando completamente a ramengo ogni sforzo teso a riconoscere la libertà quale unico punto di riferimento e di valore. Ma, fortunatamente, il destino, che non sempre è cinico e baro se viene aiutato nella sua opera livellatrice da mecenati illuminati, decise di porre rimedio ad una tale stortura e liberare intanto gli animi e le menti dei detentori del potere del Vecchio Mondo.
Difatti, tutto iniziò in Potsdamer Platz con Roger Waters dei Pink Floyd che intonava paradossalmente Another Brick in the Wall per celebrare un Muro che cadeva spargendo libertà a quattro mani. In realtà, Water parlava sì di un muro ma che s'alzava. Comunque, fu lo stesso e nessuno ci badò tanta era l'euforia per il tana libera tutti. Ma, al contempo, si può dire cominciarono lì una serie di problemi, del resto tipici di genti con un background di solida e complessa cultura, con consolidate tradizioni e valori; tutti aspetti che da subito risultarono d'intralcio. Neppure a dirlo, non mancarono Cassandre che mentre tutti inneggiavano alla libertà presero a dire che quell'espressione di per sé non significa alcunché se le condizioni economico-sociali tra le persone sono profondamente diverse e che, per conseguenza, 'libere' avrebbero potuto essere quando fossero state in grado tutte di comprarsi un maglione, un frigo, ecc.
Più si da e più si vuole. Ma, intanto, la caduta di quel Muro aveva consentito che l'euforia libertaria si spargesse a litri nelle vene del Continente inviando concupiscenti fumi al cervello dei 'potenti' che, dopo tante remore di natura cultural-politica, videro l'occasione attesa per compiere un ulteriore balzo di rafforzamento dell'iniziale sodalizio. Diciamolo, c'era anche una sottesa volontà d'insegnare al Nuovo Mondo che per raggiungere un'unione tra diversi non servisse il passaggio alla violenza e alla forza delle armi, cercando in questo anche di contraddire i tentativi di tanti potenti del passato che quella via avevano tentato senza fortunatamente riuscirci. Ma, si sa, la fretta è nemica del bene e perciò, in maniera totalmente apodittica, decisero di porre in essere un'Unione il cui fulcro è la moneta che, tuttavia, non ha basi di sostegno comune.
Di primo acchito, si può ritenere che il fatto impensierì il Nuovo Mondo, ancorato alla sua moneta, tra l'altro mezzo di transazione per oltre l'80% del volume degli affari a livello mondiale. Ma poco dopo, i timori vennero meno perché fu manifesto che l'euforia generale abbinata alla fretta aveva costituito una sorta di ibrido istituzionale i cui poteri alla fine risultarono grotteschi: potevano stabilire la lunghezza dei baccelli e definire la differenza tra molluschi bivalve e gasteropodi, in nome di un cervellotico processo di coesione, ma non potevano neppure ipotizzare un processo di convergenza economico e sociale, né tantomeno supporre un sistema di difesa comune.
Fu lì che nel Vecchio Continente l'espressione 'potere' nel comune, tradizionale uso, cominciò a collassare, aiutata nella mutazione anche dalle 'gabbie' all'azione autoimposte: il vincolo dei bilanci vietò, di fatto, che ogni membro di quell'Unione ponesse in essere un processo di crescita e di distribuzione della ricchezza prodotta e, nel contempo, l'adesione alla libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali consentì in pratica solo a quest'ultimi di agire liberamente per perseguire il loro compito istituzionale: la ricerca del lucro nel più breve termine. Nei mercati finanziari del Vecchio Mondo giornalmente oltre 1.000 miliardi di dollari fluttuano in cerca di esaudire il loro scopo. Quale economia potrebbe mai resistere alla loro libera movimentazione?
Quando si dice la caparbietà e la cultura: 'A fessa 'n man' 'e ccriature. Ci fu qualcuno tra i potenti che addirittura arrivò a meravigliarsi che libere speculazioni si appuntassero tra l'altro sul debito di qualche membro del sodalizio, rendendo problematica la sua collocazione e complicando, per conseguenza, la gestione economico-sociale del Paese. Così, in nome di un'affrettata costruzione della libertà, elemento comunque seducente, si diedero risolutive spallate alla concezione del 'potere' restringendone, all'atto pratico, il suo tipico esercizio. Ma non bastò per limitare il tracollo del termine: dal momento che risorse occorrevano almeno per il funzionamento della macchina burocratico-amministrativa, utile se non altro per conoscere in tempo reale lo stato del disavanzo, i detentori di quella parte del potere rimasta identificabile con l'imposizione, pensarono di invertire il paradigma millenario circa la democrazia e cominciarono a 'tosare' il loro popolo, accusandolo a mo' di giustificazione delle peggiori perversioni.
Fu a quel punto che il valore del termine 'potere' si perse definitivamente: il popolo, ovviamente, non ci stette e, nel cercare di sfuggire al 'capestro', prese a saltellare, con mugugno, a destra e a manca mercé il residuo di democrazia rimasta. Ma fu inutile perché girone dopo girone si prestò a dare ascolto a soggetti sempre più improvvisati i quali non solo non ripristinarono il corretto significato dell'accezione interessata ma finirono per comprometterne definitivamente il valore lasciandola talmente vuota da identificarsi con l'impotenza. Ma, purtroppo, il fenomeno della dissoluzione continuò perché nella ricerca spasmodica il popolo arrivò persino ad approcciare The Weather Mans: soggetti dal sorriso smagliante e dal look sportivo e disinvolto che, davanti alla cartina del Mondo intersecata da isobare, muovevano le mani con tale padronanza nell'illustrare la naturale variabilità del tempo da risultare come se la loro elementare ma determinata volontà fosse in grado di fermare il Sole sul punto enantiodromico. I temporali, tuttavia, non si arrestarono.
Non fu quella la sola manifestazione degenerativa: nell'insipienza interpretativa di menti semplici, persino la libertà corse il rischio di compromissione ma, fortunatamente, la sesquipedale prontezza di pochi cercò di porvi riparo. Infatti, la componente spirituale nell'essere umano stava venendo meno: un colpo terribile le era stato inferto dall'Impero del Male col suo materialismo storico prima che Waters intonasse la sua canzone del mattone. Ma nonostante ciò, l'elemento patogeno ormai era uscito dai laboratori. Poi, c'era stato il discutibile comportamento di alcuni 'pastori' che, anziché rispettare i riti della transumanza, aveva reso le pecore ed essi stessi alquanto torpidi. Infine, le perseveranti, bizzarre performances degli improvvisati soggetti avevano inequivocabilmente fornito la certezza dell'inesistenza di Dio.
Se avessero tratto esempio dalle Folle 'impegnate' del Nuovo Mondo avrebbero liberamente costruito un Credo a loro immagine e somiglianza, invertendo lo stantio teorema biblico, con tanto di predicatori che a bordo di lussuose auto promuovono in TV le bellezze della Fede da loro propugnata e che la domenica mattina, il giorno del Signore, dopo una tonante predica tesa a toccare le corde dell'intimo, guidano il canto e il ballo comune sulle note di un ritmico gospel o spiritual. Ehh! Se lo avessero fatto. Sarebbero tornati a casa, spiritualmente soddisfatti, pronti a dedicarsi alla socialità del barbecue sul prato. Ma la scarsa propensione al canto e al ballo liturgici e la cultura ci misero lo zampino e, a conoscenza della legge fisica che in natura non è ammesso il vuoto, colmarono la perdita con l'insoddisfazione e con la rabbia.
Fu allora che le sesquipedali intelligenze si manifestarono per frenare il distruttivo impeto popolare sostituendo la perdita del Credo con le Favole. Già, con le Favole, aggiornando però il loro intrinseco messaggio metaforico alla realtà della società odierna. Per qualche tempo, la trovata funzionò perché il fascino di una fiaba coinvolge l'emotività certo del bambino ma anche dell'adulto in grado di coglierne il peculiare insegnamento. Ma, alla lunga, purtroppo, il devastante materialismo tornò a manifestarsi nelle genti che presero con fervore ad invitare i favolisti ad andare ove sarebbe opportuno che andassero. Ma … (si pensi al potere di quella congiunzione avversativa), se supinamente fossero andati avrebbero lasciato le moltitudini nella temperie della solitudine, del rancore, dell'insoddisfazione. E ciò, da animi sensibili e altruistici, non poteva essere consentito.
Perciò, tratto insegnamento dall'atteggiamento ecclesiale del passato, ne adottarono intanto un assioma con una piccola aggiunta e ne fecero il fulcro della successiva costruzione: credere - alle favole - vi renderà liberi. Non bastava però a soppiantare l'inerziale resistenza, complice il postmodernismo che aveva frantumato l'oggettiva verità derivata da autorevolezza in una miriade di soggettivi convincimenti, complice Internet. Per cui, conoscendo la natura umana, si adoperarono perché efficaci mezzi di persuasione venissero posti in essere. Ed in questo un determinante contributo fu dato dai massmedia che, novelli muezzin, dall'alto delle loro emittenti e delle loro redazioni e forti del loro determinante ruolo di utilità sociale, presero a redarguire e ad ammansire il popolo. Non saranno mai ringraziati abbastanza per l'impegno profuso in nome della libertà.
Inoltre, perché le genti non avvertissero l'iniziale peso psicologico, fu rintrodotto, con revisione, un fenomeno del passato: il consumismo, che alla libertà diede un nuovo, liberatorio significato. A differenza del trascorso, infatti, che vedeva il concordante agire di due rappresentanze per stabilire l'entità dell'elargizione, nella nuova concezione non ci fu più la necessità di dispensare denaro. Intanto perché delle due rappresentanze ne era rimasta una sola ma soprattutto perché ciò al quale si mirò fu solo la possibilità realizzata di 'acquistare' per ridare vitalità all'appannato 'io'. Ed in questo bastò unicamente la cura, magica e risolutiva, del debito, saggiamente gestito da banche. Fu così che si arrivò persino a dare al possesso di taluni oggetti il valore di gratificanti status symbol. Per il resto, bastarono le bancarelle che fornirono, in particolare ai giovani, materiale a iosa per aggiornare significativamente il loro guardaroba e la loro autostima. E ciò a disdoro delle Cassandre del passato.
Successivamente, si pensò alle pastoie normative, giuridiche, concettuali, tradizionali che impedivano il libero dispiegarsi della libertà e per rimuoverle si tornò con la mente al pensiero giacobino ma, anziché varare una nuova legge Le Chapelier sul delitto di coalizione, si preferì far cadere nel dimenticatoio istituzioni quali i sindacati e le associazioni. Infine, per i più pericolosi riottosi, furono di fatto istituiti veri e propri tribunali del pensiero che, senza alcuna indulgenza, bollarono i reprobi esponendoli al pubblico ludibrio. Era stato realizzato il cosiddetto 'pensiero unico dominante', che a detta dell'inventore della definizione, Ignacio Ramonet, direttore responsabile di 'Le Monde diplomatique', è da intendersi come "… il concetto del primato dell'economia sulla politica, tanto più forte in quanto un marxismo distratto non lo contesterebbe…"1. Un altro disfattista. Alla fin fine, comunque, la libertà era salva. Anzi ce n'era a dismisura.
A quel punto, però, il patatrac era compiuto: una simile trasformazione non poteva certo essere attribuita al 'potere' tradizionale che, peraltro, non sarebbe stato in grado di provvedere con tanta efficienza alla bisogna delle genti, tutto preso com'era nelle sue bizzarre, inutili performances. E, muovendo dal fatto che anche nel Nuovo Mondo l'identificazione del potere sembrava far sorgere qualche dubbio, fu lì che emerse imperiosa la necessità di ridefinire l'accezione, considerato che erano saltati tutti i parametri che la significavano, rivedendo, al tempo stesso, la definizione delle figure e dei ruoli che la rivestivano. Fu compiuta una stressante ricerca al riguardo che spaziò finanche nelle culture antiche passando dall'Enūma eliš accadico ai Veda sancriti ma, da non credere, la soddisfazione all'indagine è pervenuta dalla cultura gnostica.
Infatti, l'unica definizione che racchiude i significati dell'odierna concezione di 'potere' è l'Eone, diretta emanazione del Dio Primo e l'esercizio di quel potere è, appunto, la Volontà dell'Eone, ineludibile e improrogabile. Si è pensato, inizialmente al Demiurgo ma le sue potenzialità non sono adeguate alla dimostrazione completa dell'effettivo teorema. Inoltre, per conseguenza, si è manifestato l'obbligo di rivedere anche la definizione del ruolo degli apparenti reggitori della cosa pubblica e del popolo, al fine di completare comunque il trittico. Lì, la ricerca non è stata né lunga né affannosa: si è arrestata, infatti, sullo scritto di un filosofo e sociologo tedesco dello scorso secolo, tal Max Weber, che nella sua opera 'Economia e società' e, più specificatamente, nella parte intitolata 'Sociologia del potere' ebbe a scrivere:
"[…] il volere del signore è vincolato soltanto dai limiti che, nel caso singolo, derivano dal sentimento di equità, e quindi in modo straordinariamente elastico: il suo potere si distingue perciò in un campo di grazia ed arbitrio libero, nel quale egli decide a piacere, per simpatia o avversione, e secondo punti di vista puramente personali che sono anche influenzabili dalla compiacenza personale. …
In maniera completamente eguale procede il suo apparato amministrativo, costituito da persone che sono vincolate personalmente (servi e funzionari domestici) o da parenti o da amici personali … o da individui vincolati da un legame di fedeltà personale …
Manca il concetto burocratico della "competenza" come sfera di funzioni oggettivamente delimitata […]. La struttura puramente patriarcale dell'amministrazione è quella in cui i servitori si trovano in una completa dipendenza personale rispetto al detentore del potere, e vengono reclutati in modo puramente patrimoniale (come nel caso di schiavi, eunuchi) … La loro amministrazione è assolutamente eteronoma ed eterocefala; non esiste affatto un diritto personale all'ufficio per gli amministratori, e non esiste neppure una scelta in base alla specializzazione e un onore di ceto dei funzionari; i mezzi amministrativi oggettivi vengono impiegati del tutto in favore del detentore del potere, e nella sua regìa personale […].
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Quindi, atteso che il 'Signore' è l'Eone, rimangono disponibili il termine di 'servo' e quello di 'schiavo' o di 'eunuco'.
 










Note:
1. Monde-diplomatique.fr: "La pensée unique" gennaio 1995 trad. ita. a cura del Manifesto
2. M. Weber, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, anno ed. orig. 1922 - Vol. II, pp. 258-262 citato da Roberta Forte – Identità – Confini – Agosto 2020

   
     
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