SOCIETA'  
    di Gabriele Sardo    
       
    1968: AUTORITA' E AUTOREVOLEZZA    
   
Davanti alla prospettiva di dover scrivere qualcosa su un tema frusto come il maggio '68 mi ero già rassegnato a passare la mano aspettando qualche altro argomento più stimolante. Poi mi sono reso conto che dietro l'etichetta Maggio '68 si mimetizzava un equivoco nefasto e tutto italiano, con un potenziale negativo ben più attuale di quei lontani episodi di contestazione. E mi sono risolto a offrire un contributo.
Esso è diretto a mettere a fuoco non i fatti del '68, bensì l'uso che di quei fatti è stato fatto specificamente nel nostro paese e le conseguenze che questa strumentalizzazione ha avuto e continua ad avere nella società italiana. Gli italiani non sono francesi e non avrebbero avuto né il gusto né l'interesse a mettere in scena per primi un '68. Il sinistrismo sofisticato e inconcludente dei santoni borghesi dell'intellettualità francese di allora (non molto diversa da quella di oggi) aveva poco a che vedere con le mète della nostra sinistra comunista. Alla Sorbonne si poteva contestare il tipo e la qualità dell'insegnamento universitario tradizionale, riempiendo le lavagne degli slogan più o meno originali che di quel '68 sono diventati il simbolo. Passata la folata "rivoluzionaria", non ci fu però resistenza al ripristino di un qualche modulo didattico, uno strumento di cui nessuna vera società può fare a meno. La nostra sinistra, ben più consapevole dei suoi obiettivi di lungo termine che i viziati rampolli della borghesia francese, cavalcò l'altrui '68 per le sue finalità: ad essa interessava la distruzione di un sistema selettivo ("il voto politico") e la demolizione di un sistema educativo che derivava la sua forza da un ambiente di autorità e di gerarchie che la Resistenza non aveva affatto scalfito e che continuò praticamente intatto negli anni '50 e '60 (lo so perché in quella scuola mi sono io stesso formato).
A quest'opera fu deputata nei due decenni successivi - anni '70 e '80 - la nuova generazione di nostri insegnanti sessantottini quando altrove i temi del '68 erano stati già archiviati e sostanzialmente dimenticati. Ciò avvenne tanto più impunemente perché i più accorti di quella stessa generazione, troppo accorti per arruolarsi nella "fanteria" dell'insegnamento secondario, si annidarono come nuovi maîtres à penser nelle pieghe dei media, dell'editoria, del cinema e di ogni istituzione che avevano avversato e dichiarato di voler abbattere. Costoro fornirono copertura ideologica allo smantellamento di quell'ambiente di autorità cui ho più sopra accennato. Lo fecero ovviamente nel nome della Resistenza e di un futuro egualitario, in realtà spesso al di là e al di fuori dell'ideologia sinistrorsa a cui dicevano di richiamarsi, perpetuando invece di quel Maggio francese soprattutto l'ispirazione anarchica (l'unica affine al nostro sentire tradizionale).
Furono soprattutto costoro e non tanto i quadri del PCI (e dei suoi successori) a diventare, come oggi si ama dire, i principali influencers nella germinazione progressiva di una "democrazia" senza rotta e senza responsabilità. Questo tipo di democrazia, nulla sostituendo alle rovine di ciò che aveva distrutto, e lungi dall'edificare un sistema di socialità funzionante, ci ha portato all'attuale acefala melassa di rivendicazioni individuali e sociali. L'unica protagonista politica è oggi una massa di frustrati titolari di "diritti", incapace ormai per ignoranza di base anche di capire in che mondo vive, ma che con logica da drogato esige dosi sempre più massicce di assistenzialismo.
All'origine della deriva che ci ha portato dove oggi siamo non è stata breve fiammata libertaria del '68, bensì la successiva erosione sistematica ed irresponsabile di ogni autorità. Per affermare una cesura irreversibile tra un'Italia di prima del 1945 e quella del dopoguerra - riuscendo a far credere, dopo tre generazioni, che prima del 1945 non esistesse affatto un'Italia degna di essere ricordata (quella liberale, che portò l'Italia nel consesso delle nazioni europee) o che la diarchia del Ventennio fosse l'equivalente di un rogue state - si è parificata ogni fonte di ordine nazionale e collettivo a espressione di autorità fascista, ultima sua incarnazione, ormai illegittima e bollata dal mondo intero. In questo modo gli italiani persero ogni memoria storica e l'idea stessa di Autorità diventò "antidemocratica". Ci sono voluti settanta anni ma alla fine dall'unione dell'astio ideologico con il libertarismo più dissennato è nato un nuovo ominide italico, irto di diritti umani autoprodotti, che pretende di governarsi da sé fuori dal tempo e dal mondo (compresa la sua stessa società).
L'avere i nostri progressisti disintegrato ogni tradizionale principio di autorità, per spianare la strada a non si sa bene quale radioso futuro, è costato però carissimo - anche a loro. Perché senza un'idea sottostante di Autorità una società - qualunque società - diventa impossibile. Non ci si riferisce qui all'autorità/potere, cioè alla violenza legittima dello Stato per preservare la vita e i beni dei suoi sudditi o cittadini, che da che mondo è mondo è considerata, in linea di principio, necessaria e giustificata.
Si intende piuttosto l'Autorità come fonte di ordine civile e di regole morali: e qui si va da Dio come fonte di giustizia assoluta, fino al vigile urbano che deve multarti per un'infrazione, passando per il monarca che da Dio proclamava non a caso di derivare la sua di autorità, per il despota che piega comunque i suoi sottoposti al sistema di valori che preferisce, per il capo di governo eletto più o meno democraticamente dal popolo che comanda per un certo periodo di tempo, e così via lungo una fitta e complessa scala gerarchica.
Non si sceglie l'Autorità sotto cui si muovono i primi passi nel mondo come non si sceglie la famiglia in cui si nasce e nessuno in genere nasce isolato all'interno di un paesaggio lunare. Nasciamo già "ordinati", e ciò è essenziale per quella fondamentale stabilità di cui nessuna società può fare a meno. Il che non vuol dire che l'ordine che ci è toccato possa essere assolutamente giusto (nessun ordine del resto è giusto nella stessa misura per tutti).
In ogni comunità esistono in questi casi dei rimedi, legali/costituzionali o altrimenti rivoluzionari. I primi sono meccanismi politico-legali che ritoccano le regole sociali o le sentenze giurisdizionali senza rovesciare la fonte dell'Autorità che quelle regole e sentenze legittima. I secondi modificano l'Autorità vigente e ne instaurano una nuova che imporrà nuovi criteri di legittimazione: a volte con violenza e spargimento di sangue, ma sono eventi rari, il più delle volte l'Autorità si rigenera pacificamente, senza soluzioni di continuità.
Rivoluzioni e guerre invece annullano temporaneamente questo processo ma sono fenomeni precari. L'assenza totale di Autorità è rarissima e ed è ferita che tende a rimarginarsi molto rapidamente. Tutto ciò però a condizione che l'Autorità comandi con determinazione ed efficienza o, in alternativa, i rivoluzionari facciano effettivamente la rivoluzione e si prendano i loro rischi per prevalere sull'ordine costituito.
Se l'Autorità, invece che fare pressione sulla comunità per imporre il suo decalogo di norme, decide più conveniente non imporre regole allo scopo di conquistarsi i favori (ad esempio, elettorali) della cittadinanza, alla lunga si autodistrugge; e se il popolo non si ribella al sorpruso, l'Autorità resta comunque in sella ancorché ingiusta.
Ora, nel caso italiano, il popolo ha, come dicono a Roma, sempre"abbozzato" davanti al potere . Solo in questo dopoguerra si è dato il caso di governi che abbiano, loro, "abbozzato" comprando per decenni i favori del popolo e abdicando ai doveri e alle prerogative dell'Autorità, e accreditando una linea politica che, per pusillanimità o irresponsabilità, al popolo nulla nega (in barba anche ad ogni impegno internazionale). Solo che in questo caso all'Autorità precedente non si è sostituita un'altra Autorità che abbia prevalso "con il sangue e con il ferro", ma capriccio di plebe - cioè una non Autorità.
Un'ultima considerazione mi pare necessaria circa la relazione tra autorità e autorevolezza, di cui tratta il mio collega ed amico Antonino Provenzano nel suo contributo al precedente numero di Confini. La sua tesi è che solo l'autorevolezza legittimerebbe l'autorità, che senza la prima non avrebbe titolo per esercitarsi.
Per quanto ho cercato di chiarire sopra non posso essere d'accordo. In realtà il rapporto tra i due concetti è ambiguo e può essere tentatore, ma far dipendere dall'autorevolezza la legittimità dell'Autorità è fallace e rischioso. L'Autorità può e deve essere esercitata in quanto è un fatto che obiettivamente esiste e non può non esistere.
Chi trovasse questo stato di cose politicamente intollerabile ha a sua disposizione, come si è detto, rimedi politici (elezioni) giurisdizionali (ricorsi al potere giudiziario), o il proselitismo (attraverso i media o la democrazia diretta). Se il sistema è autocratico o autoritario o semplicemente allo sfascio e non consente tali rimedi si può sempre cercare di cambiarlo con la forza - e il molto coraggio - richiesti da una rivoluzione (reale però, tipo la Rivoluzione di Ottobre di Lenin, non il Piano Solo). Tutto ciò, in ogni caso serve a passare da un'Autorità ad un'altra, non ad abolire l'Autorità in quanto tale.
L'autorevolezza non è invece un fatto ma un'opinione. È un atout da spendere alle elezioni per conquistare il potere - cioè l'autorità - non una qualità per abolire le elezioni stesse legittimando un colpo di stato. Inoltre, come si misura l'autorevolezza?
È autorevole un Governo che per mantenere la pace sociale dissangua l'erario elargendo sussidi e compromettendo il futuro delle generazioni a venire? Forse no, ma semplicemente dichiararlo non autorevole non lo priva dell'autorità di operare male. È autorevole un apparato giudiziario che impiega molti anni per emanare una sentenza definitiva? Probabilmente no, ma quanti anni sono il massimo per avere giustizia? E comunque in una società civile l'attesa di una sentenza è obbligatoria, perché nessuno può farsi giustizia da sé. E così via.
Si è menzionata prima la rivoluzione come uno tra tra i rimedi a una cattiva Autorità. Mi pare opportuno aggiungere che nel nostro caso questo rimedio sa di soluzione teorica.
Nella penisola italiana l'ultima vera rivoluzione credo sia stata quella di Spartaco. Non può stupire dunque che oggi gli italiani possano vivere senza una vera Autorità, cioè qualcuno o qualcosa che sia deputato o si arroghi il diritto di decidere del loro destino. O meglio, vivere forse sì, sopravvivere probabilmente no.
 
 
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