Società Numero 21 - Febbraio 2014
 
 
  SOCIETA'  
    di Cristofaro Sola    
       
    IL SESSANTOTTO VISTO DA DESTRA    
   
Parte prima

Ho atteso qualche tempo prima di mettere nero su bianco una riflessione sulla questione del Sessantotto, nell'anno della "celebrazione" del suo cinquantenario. Già, perché in una società liquida, qual è quella in cui siamo, tutto finisce per essere divorato e metabolizzato con disperante rapidità. Anche i valori più solidi.
Perciò resistere alla tentazione di reagire d'impulso corrisponde ad un atto di civile resilienza. Tuttavia, il presente non si limita a ingoiare il passato, pretende di razionalizzarlo. Sempre e comunque. Il determinismo storico, che fa da pilastro portante alla cultura progressista di cui è impastato il nostro tempo, impone di incastonare ogni evento nell'intricato mosaico della necessità storica.
Anche il fatto marginale, l'accaduto periferico, devono rientrare in un processo di composizione di una realtà sempre interpretabile e codificabile. Il tutto, talvolta, al prezzo di farsesche riabilitazioni innaturali. L'assunto è: la Storia è funzione invariabile del divenire. Le vicende degli anni della "Contestazione" non sfuggono a questa ferrea regola e bisogna tenerne conto.
Ora, cosa sia stato il Sessantotto non è necessario spiegarlo in questa sede perché lo ha già fatto egregiamente Roberta Forte, in particolare modo riguardo alla descrizione di scenario sull'evoluzione del fenomeno ribellistico negli altri Paesi, nel suo ampio e approfondito articolo pubblicato nel numero di maggio della nostra rivista e al quale faccio espresso rinvio.
Ciò su cui mi interessa riflettere è invece un quesito di più ridotto perimetro ma che, purtuttavia, assume rilevanza per un'analisi critica delle vicende della destra politica nell'Italia repubblicana. Le domande sono: avrebbe potuto la Contestazione studentesca del Sessantotto essere influenzata da elementi originari del pensiero politico della destra italiana? E, viceversa, la destra avrebbe potuto ricevere spunti e motivi di miglioramento del suo messaggio politico incrociando le ragioni degli studenti per un periodo più lungo e in un rapporto più strutturato di quello che c'è stato nella realtà con la Contestazione studentesca?
Seguendo il metodo razionale la risposta immediata dovrebbe essere che con i se non si la fa Storia. Tuttavia, come una mente brillante qualche tempo fa ebbe a dire: i se aiutano a capire la Storia. E c'è un "se" lungo mezzo secolo che è il nodo alla gola di una generazione di ragazze e di ragazzi della sponda nemica a quella delle "buone opere" dell'antifascismo di regime, che è la mia.
Presumibilmente anche quella di Roberta Forte per appartenenza generazionale, anche se il ricordarlo suona poco elegante. E di questo mi scuso pubblicamente con l'interessata.

*****

Mario Capanna, nel suo "Formidabili quegli anni", libro-testimonianza sulla Contestazione studentesca, paragona la storia del "Sessantotto" a quella di Cartagine. C'è somiglianza tra i ragazzi sconfitti dal sistema borghese e i cartaginesi battuti dalle legioni romane. Ma anche un opposto destino. Mentre Cartagine, una volta espugnata fu rasa al suolo e le sue rovine cosparse di sale perché mai più risorgesse la sua gloria, il Sessantotto, sebbene sconfitto, non è stato sbaragliato. Anzi, sulla distanza si è mostrato essere il vincitore morale di quella tormentata stagione.
È il punto di vista di Mario Capanna che essendone stato uno dei principali attori protagonisti ne difende la memoria in un ragionamento in pieno stile "Cicero pro domo sua". Dunque, quel moto rivoluzionario altro non sarebbe stato che una palingenesi della civiltà occidentale: l'innesto di nuova linfa che avrebbe fertilizzato i processi sociali sclerotizzati dagli assetti borghesi e conservatori dominanti negli anni dell'esplosione del benessere diffuso.
La Storia da quel momento si sarebbe rimessa in cammino, quando non decisamente a correre in alcuni ambiti specifici dei costumi e dell'etica comunitaria. Scrive Capanna: "…Come quando, esaurito il tempo del <pensiero debole> come quello del reaganismo e del darwinismo sociale rampante, riaffiorano vicino al presente le pulsioni di solidarietà e di egualitarismo in vasti strati sociali… Fino al nuovo ordine propugnato dai movimenti pacifisti e ambientalisti, che si oppongono alle (in)compatibilità del profitto che uccidono l'uomo, l'ambiente, la natura. E ai lavoratori, trasformati nei ruoli e nelle funzioni, che non si rassegnano ai rapporti di nuova e perdurante subalternità".
Dunque il Sessantotto sarebbe stato una sfida vincente al sistema borghese e alla sua scienza intrinsecamente reazionaria condotta, questa la novità, dalle avanguardie del mondo studentesco per conquistare il diritto a una nuova scuola come "luogo di cultura fluente per l'analisi critica dell'esperienza sociale, per la nascita ininterrotta dell'ipotesi politica, per una rifondazione della scienza, per una convincente riautenticazione dell'insegnamento".
Di là dall'oscurità criptica del linguaggio, questo sì di pura marca sessantottina, bisogna prendere atto, alla luce delle odierne cognizioni, che alcuni degli obiettivi tracciati siano stati traguardati. Quanto positivamente è tutt'altra faccenda. L'odierno stato preagonico della scuola non sembra il miglior esempio di un'evoluzione riuscita nell'ottica di una "riautenticazione dell'insegnamento". A meno che non si voglia considerare una vittoria lo smantellamento progressivo, fino al totale annientamento, dell'ordine gerarchico all'interno dell'universo scolastico che poneva il docente su un piano diverso e superiore a quello del discente.
I recenti episodi, ampiamente documentati dalle cronache, di scolari che praticano bullismo nei confronti di insegnanti resi impotenti dalle blande norme sulla tenuta della disciplina nelle scuole saranno pure esasperazioni di una patologia, ma è un fatto che la loro motivazione profonda si collochi nel perimetro ideologico del rovesciamento dei valori tradizionali i quali non contemplavano certo la primazia di pretese egualitariste e nichiliste nelle dinamiche dell'azione educativa. Non sarà forse che gli insulti e "le mani addosso" ai docenti da parte di alunni e di genitori di alunni trovino il loro mefitico ascendente nelle giornate di lotta e di occupazione degli atenei che segnarono il mito del Sessantotto?
Il fronte della scienza. Non si può negare che con il Sessantotto vi sia stata soluzione di continuità rispetto al pregresso approccio alle tematiche della vita e alle condizioni della sua riproducibilità, assolutamente precluse all'ordinato sviluppo della scienza tradizionale. I tentativi di creazione della vita mediante processi artificiali guidati dall'uomo non erano presenti nei programmi scientifici approvati dallo Stato e non solo perché le conoscenze sviluppate nel settore fossero scarse. Esisteva un saldo confine tra fede, etica e religione che veniva costantemente sorvegliato dagli stessi addetti ai lavori.
I codici deontologici nei quali la maggioranza della comunità scientifica si riconosceva non permettevano improvvide invasioni di campo. Erano i letterati gli unici autorizzati a violare quei confini, per rafforzare e non demolire i convincimenti etici e metafisici sull'impossibilità della surroga di Dio da primo fattore nel processo della creazione. E, sovente, le conclusioni dei letterati venivano fatte proprie dagli scienziati. Come nel caso paradigmatico del romanzo di Mary Shelley: "Frankenstein, o il moderno Prometeo".
Non vi è dubbio che, in quel particolare settore della conoscenza, il mutamento di clima determinato dagli effetti del Sessantotto abbia sciolto le briglie al pensiero laicista, per cui oggi stiamo per assistere, attraverso la sistematizzazione dei processi di clonazione di parti anatomiche degli esseri umani, all'assalto all'ultimo diaframma che ancora ostruisce l'accesso al potere di Dio. Per il momento. E cosa ancor più sorprendente è che il tutto avvenga in nome del benessere fisico di quell'umanità alla quale, fattualmente, si nega diritto di accesso alla forma di benessere che può derivare all'Uomo dalla frequentazione della dimensione trascendente del metafisico.
Il Sessantotto ci ha resi testimoni di una speciale ribellione che i libri di Storia non potranno raccontare. È quella degli uomini improvvisamente scopertisi novelli titani i quali, vissuti nell'ancestrale complesso di colpa per la disobbedienza del primo uomo e della prima donna, colpevoli di aver svelato l'albero della Conoscenza contro la volontà del loro Creatore, si sono presi la rivincita con la cacciata di Dio dal paradiso terrestre della creazione umana.
Titani dai piedi d'argilla che hanno smesso di sentirsi figli di Dio per ritrovarsi ad essere padri single di quello stesso Dio che hanno preso a coccolare come fosse un grosso, tenero peluche. E, dal Sessantotto e per lungo tempo dopo, lo hanno ficcato nelle proprie esistenze vestendolo con pantaloni attillati a zampa d'elefante e accollati dolce-vita, cingendogli la fronte con ghirlande intrecciate nei bivacchi notturni delle comunità libere dei "figli dei fiori"; gli hanno buttato sulle spalle uno stropicciato eskimo e gli hanno messo tra le mani una Stratocaster, la chitarra di Jimi Hendrix, e in bocca uno spinello rollato e hanno detto: Ecco Dio nostro figlio, ecco colui che non toglie i peccati dal mondo ma lotta con noi per farne uno nuovo e migliore, senza servi né padroni. Senza regole. Anche questo è stato il Sessantotto.
Sul fronte dell'identità di genere il Sessantotto ha scavato il solco. Dalla giusta rivendicazione della parità uomo-donna si è approdati alla destrutturazione della differenza di genere su base biologica-archetipica (assoluta) per favorirne la relativizzazione quale stigma di un nuovo paradigma "culturale". La precarietà, condizionata dal "contesto", del fattore identitario sessuale strappato definitivamente ai domini della biologia e della religione, ha portato alla prevedibile conseguenza della liberalizzazione dei processi di trasmigrazione identitaria. A monte, ha fatto aggio il rifiuto della differenza che è diventata pulsione egemone nelle fasi della ribellione agli archetipici stilemi che connotavano la sessualità. Per questa ragione il "genere" si è fatto ideologia.
Ha ragione Alain de Benoist quando, nel suo I demoni del Bene, sostiene che: "L'aspirazione alla <dedifferenziazione> rientra nell'ambito dell'egualitarismo ideologico, che confonde l'uguaglianza con la medesimità. La trasgressione maggiore consiste nel ridurre l'Altro al Medesimo… La passione del medesimo, che è anche una passione del neutro e una passione dell'indifferenziato".
L'androgino è tornato per perdersi definitivamente nel suo narcisistico non-senso fuori del mondo degli archetipi. La storia di questa mutazione, che è annichilimento d'identità, ben può essere fissata dalla cruda sintesi di una recensione a un film che Eric J. Hobsbawm cita in epigrafe al capitolo sulla Rivoluzione culturale del suo "Il secolo breve": "Nel film, Carmen Maura interpreta un uomo che ha avuto un'operazione per cambiare sesso e diventare donna e che, in seguito a un'infelice storia d'amore con il padre, ha rinunciato agli uomini per avere una relazione lesbica con una donna, la quale è interpretata da un famoso travestito madrileno" (Paul Berman in Village Voice, pag.572, 1987).
La rivoluzione sessuale e il femminismo sono stati un cavallo di Troia. Introdotti surrettiziamente sotto gli stendardi dell'emancipazione e del riscatto paritario all'interno dell'istituzione famigliare hanno funzionato da miccia e detonatore per far esplodere la struttura tradizionale che regolava i rapporti tra i sessi e le generazioni. In nome della sacrosanta parificazione dei diritti e dei poteri tra uomini e donne, piuttosto che limitarsi a segare il ramo secco del privilegio patriarcale si è proceduti ad abbattere il tronco dell'istituto matrimoniale sul quale reggeva la famiglia naturale fondata dall'unione tra un uomo e una donna in grado di procreare figli o di adottarne e di tenerli, nelle fasi di crescita, all'interno di un impianto valoriale che assicurava la trasmissibilità dei codici, materiali e morali, dell'identità giovanile.
Oggi la famiglia è un non-luogo, una campo abbondonato nel quale chiunque si sente autorizzato a entrare per seminarvi del proprio. Anche la sua configurazione strutturale è saltata. Si parla liberamente di famiglia in presenza di organizzazioni monogenitoriali, allargate, omosessuali. Intendiamoci, non è che in via di principio si possa negare alle persone di vivere nel modo che più gli aggradi. Ma non è giusto chiamare famiglia, presidio di valori e di regole costitutive risalenti alle origini della civiltà occidentale, ciò che tale non è più.
L'anarchia è il tratto distintivo di quello che è stato il pilastro culturale portante della comunità umana dalla quale discendiamo. Vi è di positivo che oggi la maggioranza delle donne appartenenti alle comunità occidentali non patisce il peso insopportabile di un'autorità maschile motivata esclusivamente dal pregiudizio. E questo in parte è dovuto al fatto che abbia spirato il vento rivoluzionario del Sessantotto. Tuttavia, la sensazione è che sia stato buttato via il bambino con tutta l'acqua sporca.
Capanna parla di <nascita ininterrotta dell'ipotesi politica>. Se il Sessantotto si fosse limitato a produrre effetti soltanto in questo dominio del sociale oggi neanche ci ricorderemmo che c'è stato. Sullo specifico terreno del politico è stato un fallimento totale.
La lotta studentesca puntava a saldare le istanze dei giovani a quelle dei lavoratori nel presupposto, tutto ideologico, che la divisione delle forze della produzione da quelle della formazione fosse una condizione del perpetrarsi del controllo borghese-capitalistico della società. A sprazzi e per un certo tempo la saldatura c'è stata ma non fu tale da generare quella spinta egemonica che avrebbe dovuto trasformare la natura del potere in Italia. Per la classe operaia, dopo una stagione di conquiste scosse certamente dagli eventi che segnarono il cosiddetto <autunno caldo del '69>, cominciò la lunga stagione del riposizionamento strategico dalla produzione industriale nel post-fordismo. Che con la Contestazione non ha alcun punto di contatto.
La rivoluzione in fabbrica si chiama <riconversione> e furono i "padroni" a condurre il gioco a suon di ristrutturazioni selvagge, delocalizzazioni delle aziende, sradicamento dei rapporti territoriali della fabbrica con le comunità interessate dalla sua presenza, robotizzazione e automazione dei processi produttivi, concentrazioni capitalistiche e finanza transfrontaliera. Non furono certo le forze emergenti dalla Contestazione a guidare il processo di trasformazione dei rapporti di produzione. Dov'è il Sessantotto in tutto ciò? E la politica?
Se possiamo condividere l'assunto che l'equazione Contestazione=terrorismo sia fallace, non vi è parimenti dubbio che proprio dai conflitti irrisolti originati dalle distorsioni interpretative degli eventi del Sessantotto siano emerse le aberrazioni conosciute in tempi successivi, nei cosiddetti "anni di piombo". I cambiamenti radicali auspicati dai rivoluzionari de <lo-Stato-borghese-si-abbatte-e-non-si-cambia> non ci sono stati. La classe dirigente si è rinsaldata ed ha continuato per la sua strada dando luogo a quella che Stenio Solinas chiama, nel suo L'infinito Sessantotto, la <cachistocrazia>, cioè il governo dei peggiori.
A provare ad abbattere il sistema, senza peraltro andare oltre l'erosione della superficie, ci penseranno 25 anni dopo i magistrati di <Mani Pulite> che si auto-investiranno della funzione di guardiani della morale repubblicana. A mezzo secolo di distanza la transizione a una nuova fase della politica non può dirsi completata. Posto che sia mai iniziata. In compenso, una graduale cooptazione delle migliori energie del Sessantotto, anche quelle più spregiudicate e creative, è avvenuta all'interno delle classi dominanti in accettazione e non in negazione del vituperato sistema borghese.
E oggi quegli stessi rivoluzionari - figli di papà, un po' imbolsiti dagli anni trascorsi e dagli agi nei quali sono vissuti, sono i nuovi <gattopardi> succeduti per anzianità al comando della società. La loro attitudine ad un conflittualismo di natura prettamente libresco e parolaio è funzionale a creare moto apparente nella società, che non è reale. Il verosimile è l'arma acuminata del "gattopardo".
È l'eterno Tancredi che fa capolino dal Sessantotto ai giorni nostri per ripetere a beneficio del divenire della Storia la sua fortunata battuta: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".
Non ho alcun intendimento di carattere moralistico nel giudicare i sessantottini alla stregua degli ascari di guardia al potere. Tuttavia, provo difficoltà ad accettare, oltre la beffa il danno, di dover fare i conti in quasi ogni settore del vivere civile con le scorie di una mentalità impregnata del pernicioso sociologismo, vera eredità del '68, che non ha mai smesso di avvelenare i pozzi del sentire identitario di una comunità nazionale ordinata, in cerca di una definitiva pacificazione interna. Sotto tale riguardo il mio giudizio è netto: abbasso il Sessantotto!
 
 
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