SOCIETA'  
    di Antonino Provenzano    
       
    SANTO PADRE, MA COSA MI COMBINA?    
   
Nella seconda metà degli anni '90 del secolo scorso (primo, e credo ancora unico, ambasciatore d'Italia a recarsi personalmente colà) mi ritrovai nelle isole Gilbert della Repubblica delle Kiribati, Oceano Pacifico centrale, a presentare al Presidente di quello stato insulare della Micronesia le mie lettere credenziali ed ebbi in tal modo l'occasione di soggiornare per un paio di giorni in un piccolo, incontaminato atollo da cartolina al di fuori di qualsiasi percorribile rotta turistica. Il ricordo più vivo di quella specifica circostanza è una mia estemporanea riflessione del momento - ispirata forse della bianca sabbia, dalle verdi palme o dalla laguna blu - incentrata su un semplice domanda : "ma perché mai il buon Dio, il fato, o il caso che dir si voglia, abbiano voluto farmi nascere siciliano di Palermo di stretta osservanza cattolico-romana piuttosto che "felice" indigeno animista in quel paradiso terrestre"? Naturalmente tale interrogativo non ha mai avuto risposta ed io mi sono ritrovato ad essere quel che sono, nella mia attuale identità storica, culturale, ambientale, sociale e religiosa senza alcun'altra alternativa se non che quella di dovermene comunque fare un'accettata ragione. E con tale ragione ho comunque convissuto, più o meno serenamente, per ben oltre settant'anni.
Ma come canta il grande Frank Sinatra: "and now the end is near and so I ( o, direi piuttosto, "we") face the final curtain", ecco che tutti noi (o almeno quei cattolici dai capelli bianchi) ci ritroviamo oggi davanti ad un inatteso sipario che forse prelude ad un abisso profondo ed ignoto. Chi se lo sarebbe mai aspettato, così improvviso e contraddittorio?
Chi avrebbe mai potuto immaginare che il capo supremo della Chiesa cattolica, "pontifex maximus" tra terra e cielo, avrebbe consentito la costruzione di un ultimo ponticello verso un ignoto dottrinario e fideistico foriero di chissà quali e definitive alterazioni della "nostra" Chiesa apostolica romana? Dopo mille accenni, suggerimenti, indicazioni ed interpretazioni sui più svariati temi, ma tutti concorrenti a proporre al mondo una visione laica e mondana della chiesa di Cristo, Papa Bergoglio sembrerebbe venuto allo scoperto consentendo un'ultima e definitiva provocazione: con somma sorpresa apprendo infatti dalla stampa che sarebbe stata assestata una fatale picconata all'ultima, residuale ridotta di sacralità dell'intera Chiesa cattolica, riconducendo nel più concreto - ed a lui ben più familiare - contesto dello "here and now" quell'estremo baluardo di spiritualità pura ancora presente tra le pecorelle del suo gregge: le suore di clausura.
Riflettiamo: non credo che vi sia alcun dubbio sul fatto che il voler conciliare, concettualmente ed emotivamente, in un'unica persona (come da imperativo evangelico) l'amore verso Dio e quello verso il prossimo sia pratica difficilissima per una comune mente umana. Questa è infatti entità complessa, poliedrica e comunque sostanzialmente contraddittoria. Se infatti per facilitarci il compito volessimo scindere, in due aspetti facilmente percepibili, i limiti estremi di tale forma d'amore slegandoli, a puro scopo illustrativo, l'uno dall'altro, non potremmo che ricorrere ai distinti esempi delle suore Clarisse e Carmelitane, da un lato, e delle Missionarie della carità di madre Teresa di Calcutta, dall'altro. Le prime, nella sostanza, si rivolgono soprattutto a Dio con la loro costante preghiera, le seconde in larga misura, tendono invece a concentrarsi sull'uomo e sulle sue primarie esigenze materiali.
Di conseguenza, il perfetto cristiano che volesse conformarsi in pieno al vangelo di Matteo secondo cui: "amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore ed amerai il prossimo tuo come te stesso" quali caratteristiche dovrebbe egli avere? Mi permetto di suggerire umilmente: una specie di santo ircocervo di difficilissima concretizzazione pratica e composto idealmente da una perfetta fusione tra una Clarissa/Carmelitana ed una Missionaria di Calcutta. Dato però che tali due essenziali componenti della fede cattolica, pur se nella loro sostanziale differenza, debbono comunque dottrinalmente coesistere (ma non in una singola simbiosi materiale, realisticamente impraticabile), non vi è altra soluzione che il mantenere in vita le due relative, estremizzanti fattispecie, almeno come simultanei, ma ben distinti, punti di riferimento. La formula fideistica della professione di fede cattolica "io credo nella comunione dei santi" (e non in quella degli infermieri!) è infatti un qualcosa di essenziale nel mantenere quel necessario equilibrio tra gli umani (a volte infinitamente perversi) e la misericordia di Dio (costantemente totale). Di conseguenza ritengo che non si possa fare a meno di nessuna delle due attuali, predette componenti. Ma se alla fine del confronto esistenziale tra tali due complementari elementi, "madre Teresa" prendesse il sopravvento - ridimensionandola - sulla "suora di clausura", il mondo cristiano si squilibrerebbe: amare il prossimo diventerebbe, di per se stesso, PIU' importante che "contemplare" Dio; adorare il creatore, in individuale e silenziosa meditazione, sarebbe invece MENO importante del lenire le inevitabili sofferenze umane.
Pertanto, Santità, si rende conto di quello che Lei favorirebbe consentendo l'ospitalità di immigrati nei monasteri di clausura? (escludo infatti che, per esempio, le suore clarisse che come è noto dipendono direttamente da Lei, e da Lei soltanto, possano aver concepito una tale idea di supina accettazione soltanto nel solitario silenzio delle loro spoglie cellette). Ed inoltre, e spero che Lei mi perdonerà tale mia deformazione professionale, da ex diplomatico sono sempre stato convinto che in una struttura prettamente gerarchica nulla che scaturisca apertamente dai ranghi non possa non essere necessariamente ricondotto in qualche modo ad un' inevitabile genesi di vertice supremo.
Un monastero di clausura riempito di fedeli musulmani? Forse soltanto Santa Chiara avrà immaginato per un attimo, e con una certa preoccupazione, un simile scenario nei momenti in cui il suo contemporaneo fratello in Cristo - ed altresì Suo omonimo - Francesco d'Assisi faceva visita al Sultano del Medio Oriente al fine, però, di convertirlo al cristianesimo. I musulmani maschi ospiti del Carmelo e/o delle Clarisse (a proposito, Santità, come pensa che possa sentirsi lo spirito, ormai eterno, del Suo predecessore Innocenzo IV ? …. ma certamente, Lei mi dirà, quelli erano altri tempi) al solo scopo di una malintesa solidarietà umana costituirebbe, secondo me, un eccesso di peloso "umanitarismo" che neppure i più assatanati (e si, è proprio il caso di dirlo: assatanati!) "buonisti", "internazionalisti", "solidaristi" e compagnia cantante delle variegate agenzie, delle Nazioni Unite e relativi sodali avrebbero mai immaginato che si sarebbe potuto verificare; e ciò, anche nelle loro più pindariche velleità concettuali di amalgama, compattamento ed appiattimento dell'umanità intera sul pensiero unico mondialista. Mi scusi lo sfogo Santità, ma la sola prospettiva di una tale, ipotetica eventualità mi sconvolge.
A quando dunque l'ormai inevitabile e definitivo trasferimento dell'intero Vaticano alla nuova sede di Turtle Bay, Midtown Manhattan, New York City, U.S.A., indirizzo ufficiale del Segretariato Generale delle Nazioni Unite come ultima, ma illustre e prestigiosa, agenzia ONU per i diritti "UMANI" (cioè di QUESTO mondo)?
E no, Santità, Lei non può dare in tal modo la stura ad un totale ed assoluto tradimento della mia povera, insignificante persona, nonché modestissimo, antico fedele di quella vecchia "mia" - ma forse a questo punto sarebbe il caso di dire soltanto "Sua" - chiesa alla quale (e sono certo che me lo concederà in nome del Suo tanto lodato rispetto per i "diritti umani") io resterò comunque legato fintanto che mi sarà dato da vivere.
Ma comunque, chi mai sono io? Mi corre l'obbligo di presentarmi: sono un ex bimbetto degli anni quaranta del secolo scorso con madre molto colta, profondamente credente ed osservante e da questa instradato alla religione cattolica con l'aiuto catechistico del santo parroco della parrocchia di "San Espedito martire" della città di Palermo, nonché un ex adolescente degli anni cinquanta/sessanta, alunno del ginnasio/liceo classico "San Luigi Gonzaga" dei padri gesuiti (si, padri gesuiti, proprio i Suoi confratelli!) della stessa Palermo e dunque impregnato - volente o nolente che io ne sia mai stato - di quell'insegnamento cristiano basato unicamente sui quattro evangeli e sugli atti degli apostoli e nei quali, almeno al tempo della loro prima illustrazione al sottoscritto infante/adolescente, non si intravedeva alcuna indicazione in merito ad un presunto, ultimo fine della Chiesa cattolica di dover diventare un'ancillare agenzia specializzata di quell'organizzazione prettamente laica e concettualmente del tutto mondana chiamata Nazioni Unite. Sui principi ispiratori di detta struttura, nonché sulle caratteristiche dei relativi padri fondatori, evito peraltro di pronunciarmi per pura carità di "patria" verso la mia fede religiosa. Credo proprio con costernato dolore, Santità, che quando la Sua visione politica avrà permeato (e Dio ce ne scampi, è proprio il caso di dirlo) l'intero universo della chiesa cattolica, il gregge dei relativi fedeli sarà diventato, ahimè', un perfetto osservante dei valori della "terra" e non più di quelli del "cielo"
Conclusione. Non so se la notizia di cui sopra, giornalisticamente riportata e da me qui commentata, sia vera, semivera o falsa. Per me ciò non ha alcuna importanza. Il catechismo cattolico di infantile, ma ancor viva memoria, mi ha infatti insegnato che quattro sono i modi in cui si possa peccare: pensieri, parole, opere ed omissioni; pensieri appunto. Quindi il fatto stesso che una tale eventualità (musulmani nella clausura!) possa se non altro essere stata soltanto concepita e fatta in qualche modo circolare, è di per se stesso un profondo vulnus nel monolite di quella fede cattolica a cui noi, modesti credenti "d'antan", siamo stati allevati sin dalla più tenera infanzia.
Accadrà, non accadrà? Non ha importanza. La ferita è stata inferta e dunque il Suo messaggio alle suore diventa oggettivamente il seguente: "mie care sorelle della Clausura e del Carmelo, smettetela di 'perdere tempo' in silenziosa, astratta contemplazione del Cristo sofferente sulla croce, ma rimboccatevi le maniche e cominciate finalmente ad occuparvi delle carnali ferite mondane di quei bisognosi fratelli peraltro, nella fattispecie, non soltanto non credenti nel nostro divino Salvatore, ma altresì fermamente persuasi che per accedere al loro eterno paradiso di delizie sarebbe cosa buona e giusta farvi scomparire definitivamente tutte quante dalla faccia della terra .… e cosi sia!
Roma, 19.07.2019.

 
 
SOCIETA'
di Antonino Provenzano
MA COSA CI STA A FARE UN CREDENTE "D'ANTAN" NELLA CHIESA DI PAPA BERGOGLIO?
Sull'onda dell'istintivo senso di sconcertato sbalordimento suscitatomi dalla notizia di fonte giornalistica secondo la quale in ambito ecclesiale sarebbe stata ventilata l'eventualità di una possibile apertura dei monasteri di clausura all'accoglienza di immigrati stranieri di variegata provenienza, ho buttato giù di getto le brevi riflessioni di cui al mio scritto: "Santo Padre, ma cosa mi combina?", senza tener conto del fatto che la relativa pubblicazione su CONFINI, avrebbe dovuto comportare per me preliminari obblighi di carattere, diciamo, 'giornalistico'.
Mi sono infatti ricordato che colui che scrive per la pubblicistica avrebbe il preciso dovere di non dare alcunché per scontato, soprattutto se la sua prosa sia frutto di un istintivo moto dell'animo. Ai lettori infatti (non appartenendo essi ovviamente alla cerchia dei suoi diretti conoscenti) non può essere irrazionalmente attribuita, come data per acquisita, la presunzione che essi abbiano alcuna idea dei motivi di fondo dai quali - e per i quali - un qualsiasi scritto abbia preso poi una determinata veste. Mi sono quindi chiesto: è corretto che io manifesti, così di punto in bianco, una evidente personale indignazione come quella che traspare dal mio, certamente irrituale e secco, quesito al Santo Padre? E' giusto che io non chiosi successivamente, almeno in questa sede, in merito ad un possibile, aprioristico dubbio che possa aver attraversato la mente di chi abbia avuto la compiacenza di leggermi, del tipo di: "…. ma tu, caro Antonino, su cosa cerchi di discettare trattando un argomento in merito al quale la tua "autorevolezza", diciamo teologico/ecclesiale, non può comunque travalicare la tua modesta condizione di semplice battezzato, tiepido credente ed ancor più modesto praticante religioso in una vita quotidiana di fatto laicale?".
Tale domanda sembrerebbe più che legittima, ma ritengo tuttavia che il relativo argomento sia ANCHE di mia personale competenza.
Cercherò quindi di illustrare qui di seguito la sofferta, si proprio sofferta, genesi di quell'interno disagio che mi ha portato ad esternare ciò che potrebbe essere considerato, con qualche ragione, una domanda forse irrispettosa rivolta al Sommo Pontefice.
Ma procediamo con ordine.
La Storia della Chiesa cattolica e la relativa osservanza del suo credo sono, per quanto mi concerne, iniziate oggettivamente da zero nel momento in cui sono venuto al mondo in un giorno del lontano 1944 (dunque oltre 75 anni fa) ed accolto tra le braccia di una madre colta e profondamente religiosa. Dopo appena un paio di giorni il Papa dell'epoca (e che Pontefice !), PIO XII°, mi dava (attraverso il fonte battesimale) l'"ufficiale" benvenuto nel più ampio gregge di santa Madre Chiesa. Diciamo quindi che io mi sono ritrovato di fede cattolica, come oggi suole dirsi, del tutto "a mia insaputa", ma ciononostante in essa sono stato abbastanza serenamente educato, metabolizzandone i valori pur se con gli inevitabili contrasti psicologici e relative sofferenze che tale credo religioso pretende dai suoi praticanti, peraltro totalmente immersi oggi nella crescente laicità della vita quotidiana. La mia venuta al mondo in una famiglia della agiata borghesia cittadina ha inoltre comportato, per oggettive situazioni di fatto, che nella dialettica tra la religione del "sacro" e quella della "solidarietà", io sia stato indotto a propendere verso gli aspetti sacramentali della nostra fede piuttosto che verso quelli di una particolare attenzione a poveri e diseredati.
Quest'ultimi infatti si trovavano abbastanza al di fuori dai miei orizzonti esistenziali di giovinetto di buona famiglia, educato dai Padri Gesuiti del Liceo classico "San Luigi Gonzaga" di Palermo, con oggettiva percezione dell'altrui disagio sociale soltanto attraverso i limitati, e peraltro edulcorati, resoconti fatti in famiglia da mia madre, attiva Dama di San Vincenzo. Quindi, per forza di cose, sono cresciuto con gli occhi della fede rivolti più verso Dio che verso il prossimo, pur rendendomi conto che un tale atteggiamento non faceva giustizia all'altro fondamentale pilastro fideistico del Nuovo Testamento concernente ANCHE l'amore per i "fratelli". Un religione dunque manifestata soprattutto attraverso forme di liturgia con, ripeto, un'inevitabile propensione al SACRO.
Ne è conseguito quindi che il Papato di GIOVANNI XXIII° e la relativa fine della Chiesa pre-conciliare - archiviata questa, come è noto, nel 1965 (all'epoca io avevo soltanto 21 anni) - mi ha segnato profondamente costituendo per me un'irreversibile svolta epocale. Dopotutto Sant'Ignazio di Loyola, fondatore appunto dei padri gesuiti, non aveva forse affermato: "datemi l'adolescenza di un giovane ed egli (e, aggiungo io,: sia in positivo che, eventualmente, in negativo) sarà mio per sempre"?
L'appariscente svolta imposta alla Chiesa dal Concilio Vaticano II° fu per me sconvolgente. Prima di tale evento - e da semplice fedele osservante di tipo, diciamo, soltanto "domenicale" - io avevo infatti conosciuto: 1) Una Santa Messa, celebrata con il sacerdote rivolto al tabernacolo e racchiusa in un sacrale latino da un "introibo ad altare Dei"ad un "ite, missa est", intercalato da musiche e canti intonati alla sacralità dell'evento; 2) Una Comunione, che si poteva ricevere soltanto se confessati da non oltre un giorno e digiuni dalla mezzanotte precedente; 3) Un'Ostia consacrata che si prendeva in ginocchio e depositata direttamente nella propria bocca dalle mani CONSACRATE del sacerdote officiante (maschio, come Cristo e gli apostoli: e questo "è " un fatto) e via di questo passo. In sostanza il tutto dava molto bene il senso di una corale preghiera, sia razionale che emotiva, che il popolo dei credenti rivolgeva al Creatore soprattutto in una consona atmosfera liturgica.
Ricordo molto bene le sconcertanti sensazioni datemi invece dalle conseguenze postconciliari sia in senso lato (almeno per come esse apparivano agli occhi sbalorditi di un cattolico come me che, non avendo ovviamente consultato alcuno degli ATTI ufficiali del Concilio, ne constatava soltanto gli effetti esteriori percepibili "de visu", oppure tramite resoconti di "mass media") che con particolare riferimento all'atto fondamentale della fede cattolica: il Sacrificio eucaristico della santa Messa e ad alcuni suoi sbalorditivi aspetti, diciamo "moderni":
1)L'Ostia consegnata direttamente nelle MANI dei fedeli (inoltre : "a che ora risalirebbe il digiuno ed a quale giorno l'ultima confessione"?), talvolta non da parte dello stesso sacerdote celebrante;
2) Accompagnamento di musica rock con chitarre elettriche e strumenti a percussione;
3) Persona del celebrante rivolta verso il popolo, con il tabernacolo del Santissimo posizionato alle sue spalle (peraltro trasferito, poco tempo dopo, in altro luogo della chiesa, appartato e fuori vista);
4) Sorprendente uso della volgare lingua italiana in luogo del tradizionale latino, lingua che aveva se non altro il pregio storico di collegarsi alla genesi "romana" dello stesso cristianesimo militante (al riguardo apro e chiudo una pietosa parentesi sull'uso delle altre lingue volgari nelle varie Sante Messe postconciliari celebrate nel mondo. Tali lingue infatti sono spesso idiomi foneticamente inadatti; forse utili per farsi capire dal popolo presente, ma sconcertanti in Chiesa, ove tranne che nell'omelia, ci si dovrebbe rivolgere soltanto a Dio ed alla sua SACRALITA'. Ed infatti il dialogo con il soprannaturale ha sempre richiesto, in ogni tempo e luogo della Storia umana, linguaggio aulico e certamente non "volgare");
5) … e, via, via "profanando".
La chiesa scaturita dunque dal Vaticano II° non mi è più apparsa, purtroppo e sin dal suo primo esplicito momento liturgico, come la mia Chiesa e, diciamolo chiaramente, se la PROPRIA casa di religione comincia a non far sentire più a proprio agio, c'è indubbiamente qualcosa che non va. In sostanza il Concilio, almeno per come da me "percepito", ha inferto un duro colpo al monolite di quella che era stata la personale cultura cattolica di un giovane laico del tempo.
Di conseguenza non cessavo di tentare di cogliere, nel volto ieratico e scavato del subentrante PAOLO VI°, segni di un qualche "sofferto dubbio" che potesse far trasparire un potenziale conflitto interiore in colui che veniva chiamato a "conciliare" (è proprio il caso di dirlo) il tipo di chiesa nelle quale egli era nato ed in cui si era formata la sua vocazione sacerdotale, con il gravoso onere di implementarne, modificati, - almeno nella semplice ottica della grande massa dei fedeli - LESSICO e LITURGIA, con la conseguente responsabilità di dover incidere nei due fondamentali pilastri di relazione tra magistero ecclesiale e secolo.
Dopo la sottile oscillazione "concettuale" tra i papi Giovanni XXIII° e Paolo VI°, ecco un'ulteriore progressione in chiave non ortodossa in senso scritturale, con l'affermazione di papa GIOVANNI PAOLO I°: "Dio è ANCHE madre", umanizzante ulteriormente il concetto di divinità. Affermazione questa che forse in termini di pura filosofia teologica potrebbe anche starci, ma che data l'indubbia esigenza comunicazionale del doversi rivolgere ad un vasto popolo di credenti in termini lessicali necessariamente basati su un Minimo Comune Denominatore di ricevibilità, avrebbe potuto comportare serie difficoltà di interpretazione (credo che sia appena il caso di ribadire come, nella comunicazione tra umani, il lessico sia TUTTO; cosa questa di cui era peraltro ben consapevole Gesù Cristo che per rivolgersi alle masse faceva spesso ricorso appunto a quel minimo comune denominatore di eloquenza esplicativa che era appunto la PARABOLA metaforica). La prematura scomparsa di Papa Luciani non consentì tuttavia di registrare eventuali sviluppi di natura teologica di tale sorprendente chiave interpretativa.
Ed eccoci arrivati alla figura pontificale di GIOVANNI PAOLO II° che è per me quella più dolorosamente divisiva in quanto mi genera tuttora un lacerante conflitto tra cuore e mente. Sulla figura di detto Pontefice - che ho avuto peraltro l'onore di incontrare di persona in occasione del suo pellegrinaggio pastorale nei paesi caraibici nella prima metà degli scorsi anni ‘90 - sentimento e ragione si scontrano in me in modo struggente.
Il CUORE mi porta a dire come sarebbe stato difficile il trovare un rappresentante di Cristo in terra più degno ed efficace di Lui : 1) una fede granitica, accompagnata da una esplicita e dolce devozione alla Madonna; 2) una fermezza di convinzione comunicativa capace di trasmettere un senso di guida dalla consapevole responsabilità pastorale di colui che sa di condurre un gregge fatto di anime spirituali racchiuse, ahimè, in corpi fin troppo umani; 3) le due affermazioni del tipo : "non abbiate paura!" e "aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo!" espresse in termini di severo pastorale comando, la prima, e di amoroso e responsabile suggerimento paterno la seconda, sono secondo me quanto di più alto, in termini di suprema sintesi tra umano e divino, sia mai uscito dalla bocca di un pontefice romano; 4) una sopportazione dell'umiliante sofferenza fisica accettata, umanamente da eroe e spiritualmente da martire. Esempio unico che rende comprensibile la sua immediata elevazione all'onore degli altari: questo è infatti il modo in cui dovrebbe comportarsi, per essere testimone di verità', un pastore spirituale di esseri umani che mostri di dialogare efficacemente con Dio.
La MENTE, invece? Premesso quanto sopra sulla figura SPIRITUALE di Papa Wojtyla, debbo ancora una volta richiamare, per chiarezza di esposizione, la mia affermazione di cui alla prima pagina del presente scritto : " … ma tu, caro Antonino, su cosa cerchi di discettare trattando un argomento in merito al quale la tua "autorevolezza" … etc. etc. ?" Giustissimo, ma a questo punto però io intendo fare riferimento soltanto alla dimensione prettamente STORICA di Carol Wojtyla sulla quale mi sento invece in grado di poter appunto "discettare".
Il Pontificato Di Giovanni Paolo II° copre infatti il periodo che va dal 1978 al 2005 che corrisponde agli anni 44-61 (la piena maturità) della mia vita. Pertanto durante il Magistero pietrino di Carol Wojtyla, io c'ero, ne ho seguito le opere (se non altro come testimone di cronaca dal punto di vista della comunità dei cattolici), l'ho visto amministrare la MIA chiesa alla guida della barca di Pietro nella perigliosa navigazione dell'alba del terzo millennio. E noto purtroppo due gravi "errori" da lui commessi per la sopravvivenza stessa di quel cattolicesimo, almeno per come l'ho conosciuto io a partire dalla mia prima infanzia; e, comunque, mi permetto far rilevare tali "errori" nel più sincero rispetto verso quell'eccelsa memoria.
ERRORE n° 1: Papa Wojtyla si è strenuamente battuto per contribuire ad abbattere l'unica antitesi politico/ideologica su base statuale che, in relazione ai rispettivi principi di fondo, si contrapponeva realmente al cattolicesimo occidentale: il Comunismo della Russia sovietica.
Da parte mia nessuna critica alla persona: egli era un polacco e tale sua impostazione mentale di matrice storica appare più che comprensibile, ma resta il fatto oggettivo che egli non abbia percepito, in tutte la sue possibili sfaccettature, lo sconvolgimento che il crollo dell'Unione Sovietica, come entità IDEOLOGICA, avrebbe di per se stesso comportato, per quanto irrazionale ciò possa sembrare, nella "PSICHE" sociale dei fedeli della sua Chiesa. La plurimillenaria saggezza filosofica dell'umanità e tutta la scienza sperimentale ben sanno infatti come una tesi sia percepibile, e quindi eventualmente difendibile, soltanto se in presenza di una sua diretta antitesi. In buona sostanza senza quest'ultima la tesi si sgretola, perde consistenza, evapora. L'esistenza del contrario di una qualsiasi ENTITA' (per quanto concerne lo specifico regime comunista dell'Unione Sovietica, il cattolicesimo si trovava di fronte ad un "contrario" peraltro bivalente, in quanto sia di tipo politico/terreno che teologico/spirituale) è dunque una "conditio sine qua non" affinché detta entità possa veder evidenziate le proprie rilevanti, specifiche caratteristiche. Ci si è infatti mai chiesto perche la tumultuosa accelerazione della crisi del cattolicesimo storico (soprattutto sotto gli aspetti estetico-formali della partecipazione di massa al culto liturgico classico, dato che la spiritualità "fatta in casa" è ovviamente cosa del tutto differente) cominci ad accelerare proprio alla fine del secolo scorso ANCHE in concomitanza (si tratta soltanto di mera coincidenza ?) con la dissoluzione del suo grande antagonista ateo/materialista, chiamato appunto Unione Sovietica? Ci si potrebbe infatti chiedere: Il Cattolicesimo, come gestito sulla terra dagli Umani, deve essere in sostanza TESTIMONIANZA di una fede ovvero atto di diretta INCIDENZA nella Storia e quindi attività politica?
ERRORE n° 2 : Il fatto che Papa Wojtyla si sia recato ai quattro angoli del pianeta (ben 130 nazioni) per testimoniare il credo cattolico annunciandone il Vangelo. Egli, secondo me, ha fatto troppo in poco tempo e di conseguenza in modo superficiale: potremmo dire anteponendo "quantità" a "qualità". Dato che la parola di Dio è, come affermato nei Vangeli, il seme del seminatore, essa deve necessariamente cadere sulla terra per poi nascere e svilupparsi e di conseguenza - per restare in metafora - è indiscutibile non soltanto che tale terreno sia innanzitutto fertile, ma anche che non si possano non tenere in debita considerazione le particolari caratteristiche, diciamo, "organolettiche", del suolo stesso nel senso dell'importante ruolo che queste poi verranno a svolgere nello sviluppo, più o meno felice, della futura pianta.
Andrebbe infatti tenuto presente che nella terra di Palestina dell'epoca di Gesù tale considerazione sarebbe stata oggettivamente fuori dal contesto della parabola in parola dato che quella regione era, al tempo, una terra fisicamente limitata ed abbastanza omogenea e che quindi una distinzione concepibile per i locali contadini dell'epoca si limitava in linea di massima a due soli tipi di terreno conosciuti: fertile ovvero arido/spinoso. Al giorno d'oggi le cose non stanno più così. Sempre per restare in linea con l'esempio fatto da Gesù, ma attualizzandolo alla presente diversità del mondo moderno, bisogna tenere presente che, ahimè, anche le caratteristiche morfologiche di diversificati terreni di semina (siano essi aridi o fertili, umidi o secchi, sabbiosi o rocciosi, di marina o di montagna) concorreranno, singolarmente prese, a determinare il frutto maturo con la conseguenza che detto frutto risentirà inevitabilmente sia dei geni intrinseci del seme stesso (la universale parola di Dio) che dello specifico terreno in cui esso verrà a svilupparsi (le varie culture dei popoli della terra). Pertanto - e chiudo con la metafora - il trovare poi ammassato indiscriminatamente nel medesimo magazzino "frutti" provenienti dalle più disparate regioni del mondo potrebbe forse creare qualche problema di ibrida commistione, A questo riguardo mi sorge spontanea la domanda: sarebbe veramente del tutto fuori luogo chiedersi se il postumo successore di Giovanni Paolo II, l'attuale papa FRANCESCO, non sia forse il portato di quella LOCALISTICA Teologia della Liberazione di autoctona matrice sud-americana foriera di una fede "estremizzata" e rivolta di fatto alla sfera del sociale? Egli proviene infatti da una regione i cui abitanti, bisogna ammetterlo senza ipocrisie, non hanno, ahimè, mai brillato sia per felici visioni "politico /strategiche" di ampio respiro che per apprezzabile senso di equilibrio storico. E soprattutto, e mi rivolgo a Papa Francesco,: "non ritiene Ella, Santità, che - dato il momento di crisi che il cattolicesimo (per non parlare del cristianesimo occidentale su più larga scala) sta oggi attraversando - non si dia proprio il caso che i relativi ranghi vadano ben serrati, motivati e resi più coesi piuttosto che diluiti, allargati e quindi indeboliti ?".
Inoltre tornando a papa Wojtyla, mi viene anche spontaneo il ricordare : non affermò Cristo stesso (Matteo 5,13) : "voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? a null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente"?. La chiesa di Roma - in un'ottica di pura spiritualità - dovrebbe quindi prestare molta attenzione alla qualità del "sale" di cui essa favorisce la rigenerazione. Inoltre essa non dovrebbe mai perdere di vista il fatto che il sale appunto è alimento da gestirsi in piccole, ma proprio piccole, dosi affinché esso possa esprimere al meglio la sua funzione insaporente: un suo eccesso snaturerebbe la pietanza e sarebbe anche intrinsecamente sgradevole. Credo, a questo punto, che traspaia evidente come io non sia un fautore di un'indiscriminata ed acritica fede "di massa", notando in questa il celato scopo di voler favorire la "quantità" piuttosto che la "qualità" dei relativi fedeli con il rischio che si pervenga (come peraltro già stato autorevolmente profetizzato) ad un tipo di chiesa "grande" - questo forse si - ma probabilmente anche strana e stravagante. Sarebbe allora del tutto fuori luogo citare a questo punto la riflessione di G.K. Chesterton, secondo cui: " Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo"?.
Potrei quindi , in conclusione, aggiungere - con il massimo rispetto per Giovanni Paolo II° alla cui figura spirituale assolutamente mi inchino - se non sia forse il caso di attribuire anche al polacco Wojtyla (nella sua specifica qualità di gestore "politico" della Chiesa nel secolo) quell'amara constatazione di Winston Churchill, secondo la quale: "non vi sarebbe qualità che i polacchi non posseggano, ma non vi sarebbero altresì errori che essi non abbiano commesso"?
Come suole dirsi : "ai posteri, l'ardua sentenza".
Che dire a questo punto della significativa figura di BENEDETTO XVI° (Papa Ratzinger)? Ecco che il "pendolo" sembrava con lui oscillare verso una visione più ortodosso/teologica della dottrina e quindi della fede. La percepita - almeno dalla semplice ottica dei fedeli - apertura al mondo del VATICANO II° richiedeva forse che la Chiesa venisse ricondotta entro più netti binari di ortodossia quasi a bilanciare quella sorta di improvvisa fuga in avanti apparentemente distonica alla millenaria, ponderata prudenza del trono pietrino. Ma ecco purtroppo il prematuro, inaspettato interrompersi del pontificato di Papa Benedetto. Egli ebbe infatti a trovarsi quasi subito in una posizione di apparente retroguardia "politica", l'abbrivio era già stato preso, il pontefice sembrava remare contro un percorso già - per quel momento almeno - irreversibilmente tracciato dalle più alte sfere del Vaticano. L'ecumenismo acritico senza barriere religiose, culturali e storico-ambientali tendeva ormai a prendere il sopravvento, la marea concettuale ed ideologica sembrava inarrestabile e la Curia romana evidentemente più che assecondava. Il Vangelo non riguardava più, "in primis" una filosofia teologica, ma piuttosto una sociologia applicata. Ed in tal modo l'irrilevante cattolico che qui scrive viene del tutto colto, come suole dirsi, "in contropiede". E siamo così arrivati ai nostri giorni.
Papa JORGE MARIO BERGOGLIO è ormai un libro aperto. All'anziano fedele che verga queste note l'approccio dottrinario ed operativo dell'attuale Pontefice appare più come ispirato ad un manieristico "Cantico delle Creature" di francescana memoria (San Francesco, appunto) che all'amore - concettualmente "sovraumano" ed emotivamente straziante - del Cristo della Croce. Secondo Bergoglio infatti la fede verso Dio sembra doversi manifestare soprattutto attraverso forme di assistenza umanitaria (in un salvaguardato contesto ambientale) nell'ambito di un'indistinta fratellanza planetaria. E questo, senza se e senza ma. Certamente il Gesù del Nuovo testamento non ha mai fatto un discrimine, né una "graduatoria" tra i vari, possibili fratelli e ciò era, storicamente, a quel tempo più che comprensibile. Per la stragrande maggioranza dei palestinesi di duemila anni fa infatti, l'intero universo percepibile era, per l'appunto, soltanto la popolazione della Palestina con qualche fugace contatto con un paio di genti confinanti ovvero, al limite, con il conquistatore straniero di turno. Sarebbe stata quindi concettualmente accettabile, anche se forse non immediatamente metabolizzabile, una Dottrina, per quanto nuova e "rivoluzionaria", che proponesse una oggettiva, "universale" fratellanza senza distinzione alcuna tra esseri umani e relative appartenenze. La Chiesa cattolica tuttavia vive ed opera, da duemila anni a questa parte, in un ben più ampio ed articolato contesto SECOLARE e, con tale contesto, essa deve fare i conti, soprattutto se ci si pone in relazione alle caratteristiche proprie dell'odierna società umana. Non dimentichiamo infatti che la perfetta realizzazione della dottrina cristiana si chiama PARADISO che non pertiene, ahimè, alla intrinseca realtà di questo mondo. Idealità concettuale e prassi socio-temporale hanno peraltro convissuto e si sono confrontati (sia tra i cattolici che tra i laici) sin dagli albori dello stesso cristianesimo e qualora un Papa appaia come non voler tener conto di tale ineludibile caratteristica dell'umanità, egli allora non si comporta più come concreto, e quindi efficace, PASTORE del popolo di Cristo sulla TERRA, ma piuttosto come capo di una ecclesia teorico-ideologica (per quanto "ideale" egli la possa, forse, ritenere), ma certamente non "umana". E soprattutto, non evangelica, in quanto - va ricordato - Gesù Cristo ha sempre mostrato nel corso della sua vicenda terrena, un grande senso di PRAGMATISMO.
Delle conseguenze di una sbilanciato rapporto di carattere religioso tra "cielo" e "terra" sono purtroppo pieni i libri di storia riguardanti guerre, eresie, scismi e quant'altro. Secondo me l'attuale posizione di Papa Francesco è oltremodo indirizzata in senso, se non altro (?), troppo "teorico/dottrinale" per un contesto mondiale come l'attuale che, lungi dall'essere pronto ad accogliere "in toto" e serenamente una messaggio di pura dottrina, costituisce invece una realtà ancora molto "impura". Ciò, non volendo io prendere in seria considerazione l'astratta possibilità che l'attuale Pontefice possa realmente ritenere - per quanto riguarda in particolare il fenomeno della trasmigrazione dei popoli - che attraverso un'"accoglienza" universale, acritica, indiscriminata e paritaria si possa realizzare sulla terra una specie di teorico e velleitario "paradiso" di ispirazione soltanto teoricamente evangelica in quanto basato su una supposta forma di congenita empatia tra esseri umani ancora lungi dal potersi realisticamente immaginare. Temo in particolare, per l'Italia (ancora, e nonostante tutto, di solida matrice culturale greco-romano-cristiana), future, gravi problematiche socio-economiche in ottica di un'acritica politica immigratoria. E ciò, anche con l'esplicito concorso del marcato sbilanciamento, ormai di tipo più politico che morale, di Papa Francesco a favore di un'applicazione "letterale" della dottrina cristiana al posto di un più pragmatico approccio storico frutto di consolidate esperienze ("Historia magistra vitae"?). E temo soprattutto per il futuro della MIA Chiesa cattolica italiana che forse, nella migliore delle ipotesi, sarà sempre più frequentata da credenti smarriti e quindi molto tiepidi ovvero, nella peggiore, gradualmente abbandonata. Non vorrei infatti che, secondo alcune profezie di fede, Papa Francesco intenda anticipare in qualche modo la "fine" del tempo evangelico, almeno come da noi fin'ora conosciuto.
Cristo infatti non ha mai affermato che sia dovere morale dei cristiani adoperarsi per una generale riduzione della sofferenza dell'intera umanità la quale, per suo ineludibile, connaturato destino, DEVE portare a termine il suo doloroso pellegrinaggio sulla Terra prima di poter giungere alla promessa beatitudine celeste.
Roma li, 23 agosto 2019
   
     
         
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