SOCIETA'  
    di Andrea Torresi    
       
    NON GUARDARE DOVE NON VUOI ANDARE    
   
Tempo addietro riflettevo sull'ordine e sul caos notando, a mio avviso, la similitudine con un certo principio della fisica nel senso che, se è vero come è vero che è possibile raffreddare un corpo solamente sottraendo calore da esso, analogamente si può asserire che il caos è semplicemente la sottrazione di ordine all'ordine naturale delle cose.
Perché parlare di ordine e caos? Preliminarmente, volendo rappresentare un parallelismo con il binomio, mi sembra doveroso definire cosa intenda con ordine naturale delle cose. Direi, in sostanza, un qualcosa che risponda a dei fondamentali quali la volontà di perseguire il bello, quindi anche il buono e l'utile. In fin dei conti ciò che è opportuno per un benessere, qui ci vuole, collettivo. Beh insomma, sarà per colpa della vista, ma quest'ordine è difficile da vedere anche nel contingente, a Roma poi non se ne parla proprio e pensare che quando avvertii la consapevolezza di vivere dalla nascita nella grande Roma, città dal fascino e dalla bellezza tali da richiamare ogni anno decine di milioni di visitatori, mi sentii fortunato così come fui orgoglioso di essere italiano. Tuttavia oggi come mai prima, lasciando la capitale a favore delle provincie, avverto un sensibile miglioramento delle condizioni di vita, proseguendo poi fuori dai confini dello stato mi rendo conto di come si vive nel nostro fu bel paese, non parlo solo del palese stato di degrado ed incuria, mi riferisco anche alle dinamiche che rendono possibile questo stato delle cose. Personalmente avverto il peso della responsabilità che abbiamo noi italiani e questo anche perché non riesco a riconoscere altri possibili colpevoli. I cittadini dovrebbero essere parte attiva vigilando con rigore affinché, i propri delegati ad amministrare la cosa pubblica, si preoccupino a parole e si occupino con i fatti di onorare il mandato elettorale nell'interesse collettivo. Sembra invece che il divario tra azione di governo attesa e l'effettivo riflesso sulla vita dei cittadini sia una costante, ogni qualvolta si annunciano riforme o semplificazioni, bene che vada, rimane tutto com'era.
Prendiamo ad esempio, per quanto riguarda l'attuale governo, la dichiarata guerra agli studi di settore, strumento per mezzo del quale l'Agenzia delle Entrate ha prepotentemente valutato, dal 1993 al 2017, l'affidabilità fiscale del conto economico dei contribuenti, persone fisiche o giuridiche titolari di partite IVA, valutazione che per quasi tutti i ventiquattro anni è stata esercitata in via presuntiva e con il bene placido dei giudici tributari. Bene, dal 2018 si chiamano ISA, indici sintetici di affidabilità fiscale, si potrebbe pensare che sia tutto diverso ma di fatto nulla è cambiato, lo strumento ha il medesimo fine e se mai, si è notevolmente complicata la compilazione degli indici per la buona sorte degli operatori professionali, i gabellari.
Non ricorda la soppressione di Equitalia e la nascita dalle medesime ceneri dell'Agenzia delle Entrate Riscossione? Appunto, dalle medesime ceneri perché Equitalia era partecipata dalla Agenzia delle Entrate per il 51% e dall'INPS per il 49%, anche qui nulla è cambiato.
Intendiamoci, non è sbagliato pretendere il giusto da chi non adempia al proprio dovere di contribuente, ne tantomeno, se occorre, recuperare il dovuto in modo coatto. Certo è che il livello di pressione fiscale raggiunto nel nostro paese e devo dire non solo, è intollerabile per la vita e la dignità dei cittadini contribuenti. La tendenza è di lavorare per più di dieci ore al giorno, spesso su sei giorni la settimana per poi poter spendere ciò che si guadagna tra bollette e generi di prima necessità. La scuola di oggi? Una palestra propedeutica a questa vita, per quanto banale sia dobbiamo rammentare che gli adulti di domani sono i bambini di oggi che si formano, vivono e soffrono di quanto la società riserva loro ed ai loro genitori.
Come dicevo, non vedo ordine e senza ordine nulla è armonico.
Che la vita sia fatta del quotidiano non è una scoperta, che ogni giorno ci confrontiamo con i soliti ostacoli, apparentemente inamovibili al punto che quasi non si notano più, è una certezza. Che i politici siano considerati come il frutto di una insopprimibile espressione della democrazia da cui però non attendersi alcunché, è cosa triste. Che il livello di burocrazia raggiunto ed ancora in crescita, non contribuisca affatto ad un processo di affinamento e perfezionamento delle regole della vita sociale nelle sue varie necessità ed articolazioni, ma costituisca solo la ragione della propria difesa all'esistenza, mi irrita.
Che la magistratura, ormai vera ed unica protagonista del paese, detentrice di un potere quasi divino, interprete e giudice di complessi legislativi da cui può scaturire tutto ed il contrario di tutto, chiamata per ruolo a dirimere delle controversie su temi ostici al legislatore per i quali il governo ha ritenuto di "volare alto" per non perdere consensi, stia perdendo così le ragioni delle proprie origini, mi fa timore.
Non mi ha però stupito come la chiesa di Roma concepisce la solidarietà, intendo il gesto dell'Elemosiniere del Papa, quello che invece mi ha colpito è stato il rischio, o magari la certezza, di una reazione che tale gesto avrebbe suscitato nella pubblica opinione, come l'indignazione e le rivendicazioni di cui sentiamo parlare in questi giorni, un gesto all'apparenza autolesionista.
Non conta se chi scrive sia un privilegiato o se debba sottostare a queste dinamiche, ciò che conta è il padre di famiglia, tendenzialmente propenso al bene e volenteroso di immaginare per le future generazioni un mondo in grado di offrire doveri, diritti e gioia di vivere.
 
 
SOCIETA'
di Antonino Provenzano
"AMARCORD" FORMULA 1
La sera del 2 aprile 1950, in via del tutto eccezionale, fu concesso ad un bimbetto di sei anni di rimanere alzato per assistere dal balcone dell'abitazione di famiglia prospiciente la centrale piazza Politeama di Palermo ad un evento mai più cancellatosi dalla sua mente di infante e dal suo successivo immaginario di adulto: la partenza nella notte, alla luce dai fari, delle vetture partecipanti al 10° Giro automobilistico della Sicilia. Per dirla con Lucio Dalla : "rombo di motori, zaffate di gomma e di polvere" per poter così egli diventare piccolo testimone di quel fuggente attimo in cui : " nessuno poteva dire se le macchine partivano per ritornare o scomparire …." ! Indimenticabile.
Appena un mese dopo, il successivo 13 maggio dello stesso 1950, sul circuito di Silverstone in gran Bretagna prendeva i via il primo Gran Premio di Formula 1 valido per l'appena costituito Campionato F.I.A. del Mondiale Piloti. Tutta roba di settanta anni fa, ma mai dimenticata da quel bimbetto (che oggi sarei io) e che per tutti gli anni successivi ha seguito fedelmente - ed in piccola parte anche praticato da entusiasta amatore - il meraviglioso sport dell'automobilismo da competizione. Disciplina questa, il cui posto d'onore spetta oggi indubbiamente alla "Formula 1", sport/spettacolo di primario richiamo televisivo, dalla movimentazione economica planetaria e secondo soltanto al gioco del calcio per quanto concerne "audience" e giro d'affari.
Come è cambiato però, e per molti versi come si è snaturato nel corso degli ultimi 14 lustri, tale meraviglioso spettacolo di genialità costruttiva e coraggio individuale!
Dall'inizio dell'epopea del mondiale piloti fino, diciamo, ai primi anni '90 (con la tragica, ma sintomatica morte del grande Ayrton Senna, Imola 1994), la Formula 1 fu una magnifica, terrificante epopea di velocità, abilità di guida, enormi rischi, ineguagliabile spettacolo ed anche purtroppo causa di ricorrente sacrificio di vite umane. Una disfida nell'arena gladiatoria, una giostra medioevale ove la posta in gioco oscillava tra gli eterni estremi della gloria e della dissoluzione. Si, la morte. Soprattutto negli anni '50 e '60, innumerevole fu l'ammontare di giovani vite immolate nei vari templi della velocità motoristica: in tutte le competizioni e con i più svariati tipi di vetture. Puri cavalieri di un consapevole rischio, i piloti di quel tempo, votati al trionfo o ad una irreversibile, in quanto assoluta e definitiva, sconfitta. Automobili essenziali, le "Formula 1" dei primordi. Ci soccorre ancora una volta Lucio Dalla : " poche lamiere, il volante, le gomme"…. . Le foto in bianco e nero di quell'epoca mostrano macchine leggerissime (intorno ai 500Kg di peso) con motori dirompenti (oltre 300 HP), dalle gomme strette, con il conduttore seduto in alto, senza alcuna cintura di sicurezza che potesse evitare un suo volo fuori dall'abitacolo in caso di incidente, a costante rischio d'incendio in quanto piene di benzina contenuta in serbatoi di sottile lamiera per ridurre al massimo il peso della vettura, con la testa stessa del pilota (protetta, si fa per dire, da una sottile casco di metallo adatto forse a non far spettinare i capelli piuttosto che offrire una qualsivoglia protezione in caso di ribaltamento) a far da elevato momento di inerzia al complesso uomo/macchina con conseguenze facilmente immaginabili in caso di ribaltamento (oggi le attuali monoposto con centine di protezione e cinture di sicurezza a cinque punti consentono di trattenere del tutto il corpo del pilota nel caso che la macchina si metta a testa in giù con le ruote per aria) ed infine con sospensioni del tutto empiriche ed artigianali ove soltanto l'estrema perizia di guida e la raffinata sensibilità labirintica del conduttore (le macchine di allora venivano guidate, come soleva dirsi, col "fondo schiena" molto recettivo al minimo accenno di derapata del veicolo) consentivano a quest'ultimo di gestire con una qualche efficacia, ma con tanto spettacolo, il corpo a corpo tra l'uomo/macchina e le ferree leggi della fisica univocamente concorrenti nel cercare di spingere fuori strada la vettura. Il comparare i Gran Premi di oggi (sostanzialmente noiosi, prevedibilmente ripetitivi, assolutamente sicuri con le ampie vie di fuga ai bordi delle piste e con le strutture delle vetture intrinsecamente indistruttibili) con le corse degli anni '50 con i loro pericoli, ma di incommensurabile fascino, sarebbe come voler accomunare, "mutatis mutandis" sotto il generico concetto di "combattimento", le trincee del Carso e gli odierni droni telecomandanti soltanto per il fatto che entrambi contribuiscano indubbiamente alla realizzazione di forme di conflitto.
In modo umoristico, ma efficace ai fini del concetto che egli voleva veicolare, un esperto del ramo sintetizzò una volta con una felice battuta la differenza tra le due epoche della Formula 1: ieri i piloti erano grassocci e le gomme magre e strette, oggi invece i piloti sono asciutti e leggeri e le gomme belle grasse (però in termini di efficienza dinamica in curva, che gran bella differenza a favore di quest'ultime!).
Per colui che, come me, serba dunque una pluridecennale memoria della Formula 1 e può testimoniarne un "excursus" dal primo all'ultimo Gran Premio disputati in sessantanove anni, lo spettacolo offerto oggi dalla F1 televisiva è dal punto di vista automobilistico e sportivo del tutto deprimente e soprattutto in totale contrasto con quello che fu lo spirito originario di tutte le competizioni motoristiche dalla fine dell'800 ai nostri giorni : e cioè cercare di andare con un autoveicolo dal punto A al punto B nel più breve tempo possibile. Senza se e senza ma.
Analizziamo ora tecnicamente un Gran Premio di ieri in raffronto con uno di oggi :
Negli anni cinquanta la vettura veniva progettata, costruita, messa in pista e portata sulla linea di partenza per consentire al conduttore di compire il numero di giri previsti per lo specifico Gran Premio il più velocemente possibile, con il minor numero di soste ai box in relazione al consumo di benzina, ad eventuali guasti meccanici ed all'usura degli pneumatici ( in sostanza più la vettura"beveva" più essa era tecnicamente inadatta a quel tipo di circuito, quindi intrinsecamente "sbagliata" in quanto costringeva il pilota a fermarsi più spesso per i rifornimenti). Inoltre, più le gomme si usuravano e più ciò stava a significare: a) che il telaio e le sospensioni della macchina erano conseguenza di un progetto "sbagliato", b) che la qualità degli pneumatici era scadente rispetto a quella degli altri concorrenti che potevano percorrere più strada senza fermarsi, c) che lo stile di guida del pilota era poco efficace in quanto consumava più benzina o usurava maggiormente le gomme rispetto ai rivali. In sostanza il campione che vinceva la gara impiegando il minor tempo possibile e quindi arrivando primo al traguardo, era colui che mostrava il più lineare stile di guida, era "gentile" con le gomme, aveva traiettorie di curva pulitissime e limitava al massimo il complessivo consumo di carburante.
Il Gran Premio perfetto era pertanto appannaggio del binomio pilota/vettura che avrebbe teoricamente consentito di arrivare alla bandiera a scacchi senza soste ai box per gestire guasti meccanici, fare rifornimenti aggiuntivi di carburante ovvero sostituire gomme eccessivamente degradate. Ciò, per il lapalissiano principio secondo cui : " meno tempo si sta fermi e prima si arriva al traguardo". In sintesi: il pilota doveva essere un bravo conduttore, la vettura un oggetto ben costruito e le gomme un prodotto di duratura qualità …. e che vinca il migliore!
Oggi invece? C'è da stendere un velo pietoso su un qualcosa che non è più "Formula 1", ma piuttosto "Formula Noia"! E cominciamo :
a) Il pilota:
Come è evidente, questi conta ormai molto poco rispetto all'insostituibile protagonismo dei suoi colleghi "d'antan". Pochi sanno per esempio che la mitiche FERRARI sport degli anni '50 avevano il miglior motore del mondo che consentiva di neutralizzare spesso buona parte dei problemi di gara e condurre alla vittoria, ma per quanto concerneva il telaio …. stendiamo un velo pietoso … . Era la straordinaria sensibilità/abilità del conduttore che riusciva a tenere in strada una potentissima vettura che aveva la naturale tendenza ad andare per i fatti suoi e costringerla invece a rimanere in strada per poter vincere. Oggi il conduttore è soltanto una del centinaio di persone direttamente partecipanti alla corsa (una trentina posizionata ai box di pista, il resto presso i vari quartier generali delle fabbriche in Europa collegato in tempo reale con la squadra sul circuito per tenere sotto controllo, via "internet", i mille parametri di funzionamento del veicolo : rendimento della guida del conduttore, tempi sul giro, potenza effettiva del motore, stato dell'elettronica, funzionamento delle sospensioni, usura degli pneumatici e perfino…. le previsioni del tempo atmosferico, minuto per minuto, in ogni specifico tratto della pista). Una sorta di " io, mammeta e tu" (indimenticabile Renato Carosone!) ove l'"io" sarebbe il pilota, il "tu" l'adorata vettura sempre presente nelle corse e, fortunatamente, ancora sua insostituibile "consorte" dell'evento ed infine "mammeta" cioè quel complesso di 100 persone che concorrono, per i novanta minuti del gran premio, a coadiuvare la "performance" in pista del veicolo contribuendo poi all'erronea illusione degli spettatori che esso vada a vincere tutto solo con relativo pilota sul podio. Praticamente, una guida di gruppo, quasi di famiglia. Non si spiegherebbe altrimenti come possa accadere che un ragazzotto neanche ventenne e con qualche decina di gran premi alle spalle riesca talvolta a mettere "in fila" numerosi pluricampioni del mondo molto più anziani ed esperti di lui: esempi? il Vettel dei primordi e l'attuale Verstappen.
Soltanto quindi un antico ricordo, avvolto nella nebbia del tempo che fu e nulla di più, è quanto sottolineava con struggente nostalgia il mitico Lucio Dalla - si, ancora lui - in merito all'assoluta solitudine del pilota da corsa : "partivano di notte arrivavano di sera lungo mille kilometri di una fantastica carrera".
b) La vettura:
In questo caso, per pura onestà intellettuale, bisognerebbe parlare piuttosto di automobiline da pista elettrica tipo POLISTIL in quanto le odierne F1 stanno in pista praticamente da sole coadiuvate dal combinato disposto, da un lato, della deportanza aerodinamica che le schiaccia letteralmente al suolo con un pressione di qualche migliaio di kilogrammi e, dall'altro, dalla straordinaria capacità di aderenza degli pneumatici sull'asfalto in grado di contrastare in curva con estrema efficacia una forza centrifuga del valore di almeno quattro volte la forza gravitazionale terrestre e tendente a portare il veicolo fuori traiettoria e quindi fuori pista. Motivo questo per cui i piloti di oggi sono atleti fisicamente alleatissimi con, in particolare, i muscoli del collo di una forza taurina. Al riguardo basterebbe considerare il fatto che tali valori di deportanza ed aderenza consentirebbero ad un'attuale Formula 1, una volta raggiunta una velocità di appena 200 Km/ora (andatura praticamente turistica in un Gran premio) di poter teoricamente correre su un pista capovolta senza cader giù, tipo un geco a spasso sul soffitto della camera da letto di una casa di campagna.
In buona sostanza il conduttore con il volante in mano può contribuire soltanto a fare danno, come: a) sbagliare la curva, spostando erroneamente la vettura fuori traiettoria e riducendo pertanto velocità con relativa deportanza, b) sbagliare nel valutare le negative turbolenze aeree prodotte all'aerodinamica della propria macchina da una vettura che precede, c) portare l'auto sulla parte "sporca" della pista, in quanto non percorsa dagli altri concorrenti, con possibile perdita di aderenza con tutto quello che ne potrebbe conseguire. In sostanza, sono le leggi della fisica elettronicamente controllate che guidano oggi la vettura e non più il pilota che una volta poteva invece contrastare tutte le demoniache forze della velocità, scatenate dal suo piede destro che pigia l'acceleratore, con l'unico strumento "elettronico" a sua disposizione : il proprio cervello.
c) La Cosiddetta strategia di gara:
Altra dolente nota questa, diretta conseguenza della "Formula Noia". In pista ormai le deportanze con traiettorie obbligate, pena altresì perdita di aderenza delle gomme, e la distanza fisiologica da tenersi rispetto a chi precede pena surriscaldamenti vari degli organi meccanici e degrado degli pneumatici hanno fatto si che sua maestà il "sorpasso", sempiterna croce e delizia dello sport motoristico di tutte le epoche (tranne naturalmente l'attuale) sia stato detronizzato ed archiviato come residuo di un tempo che fu. Lo stereotipo della Formula 1 odierna è pertanto unicamente il "trenino" : così come si parte si arriva (almeno per coloro che aspirano se non altro a raggiungere il podio). Di conseguenza il sopore del telespettatore è immediato ed ineluttabile.
Grande preoccupazione quindi tra i magnati della pubblicità in TV (dio non voglia che in tale stato di catalessi il teleutente si perda lo "spot" dell'ultimo miracoloso dentifricio) con relativo allarme della Federazione Internazionale dell'Automobile (FIA) a cui giunge l'ordine perentorio da parte dei finanziatori mediatici dello spettacolo automobilistico di correre subito ai ripari per neutralizzare la tragica (soltanto ovviamente dal punto di vista prettamente commerciale) trilogia di : "Trenino", "Sonno", "Blackout del Dentifricio".
Bisognava assolutamente darsi una mossa ! Ed ecco il "colpo di genio" : dal momento che i sorpassi non possono più ovviamente essere fatti "in corsa" che si provveda a farli almeno "da fermo". Ma come costringere alcune vetture a rientrare ai box e fermarsi per alcuni secondi in modo da consentire ad altre di superarle (si, ma da ferme !) e movimentare in tal modo il noioso spettacolo svegliando soprattutto il potenziale acquirente di dentifricio domino, donno e supremo referente per tutto l' ambaradan? Problema: i motori sono ormai indistruttibili, un pieno di benzina basta ed avanza per tutto un gran premio e dopo una corsa di appena un'ora e mezza i piloti atleti sono ancora freschi come delle rose. Cosa si può fare allora? Idea: le gomme! Che si forniscano dunque a tutte le macchine pneumatici prodotti da un'unica casa costruttrice (al momento la Pirelli) con l'obbligo di alternarle durante la gara con tre o quattro tipi diversi, dalla differente durata in termini di massima percorrenza kilometrica e con un degrado volontariamente preventivato in modo tale che esse, dopo un certo numero di giri, diventino inservibili e costringano la macchina a fermarsi ai "box" per la loro sostituzione (alcune di esse addirittura non resistono per più di una dozzina di tornate di pista). A questo punto tra la vettura che si ferma e quella che prosegue, pur se in attesa di doversi fermare anch'essa dopo qualche giro, avviene un inevitabile capovolgimento delle posizioni di gara in modo tale che, con il ripetersi dello scherzetto per due o tre volte in un Gran Premio, la classifica della gara venga completamente sconvolta con relativi ordini di arrivo del tutto travisati. E spesso il migliore in corsa non riesce a trovarsi primo a fine gara Idea assolutamente "geniale (?)" questa dal momento che, resisi impossibili i sorpassi dinamici (e quindi l'essenza stessa delle gare tra automobili), lo scopo del gran premio non è ormai più quello di onorare lo sport del motore - sommamente nobilitato (e non dimentichiamolo mai perché questo è un dato di fatto) dal cosciente e tragico sacrificio di non meno di circa 600 corridori deceduti in tutto il mondo nel corso dell'intero 1900 - ma assicurare ormai che lo strategico "consumatore di dentifricio", stravaccato a mezza palpebra sul divano televisivo, dia, alla vista di tale aborto di "sorpasso" una parvenza di vitalità con immediata reviviscenza di urgenza profilattica odontoiatrica alla vista del salvifico tubetto capziosamente propinata in video tra un artificiale "pit stop" e l'altro. A questo punto qualcuno obietterà: "ma le soste nelle competizioni automobilistiche sono sempre esistite ed hanno condizionato molto spesso l'esito della gara! "Certamente, ma si trattava sempre di soste ineluttabili dovute ad imprevedibili carenze costruttive dell'automobile, a fortuite "dafaillances" di componenti tecnici della vettura, ad incidenti, lievi o gravi, attribuibili al pilota o a fatalità varie, ma assolutamente MAI PER DEGRADO TECNICO DI UNA COMPONENTE STRUTTURALE DEL VEICOLO APPOSITAMENTE PROGETTATA PER RENDERSI AUTOMATICAMENTE INSERVIBILE DOPO POCHI MINUTI DI GARA! La fermata al box ha dunque costituito nel passato, qualunque fosse la sua causa scatenante, una sorta di aspetto "patologico" del teorico svolgimento lineare della gara, un inevitabile aspetto negativo, ma mai una componente da rendersi volutamente fisiologica all'evento gara. Bisogna però riconoscere che a quel tempo l'assonnato, totemico consumatore televisivo non era ancora apparso all'orizzonte.
d) Il "team" al muretto dei "box"
Ed arriviamo infine a quello che per me è l'aspetto più sconcertante dell'attuale patologia sportiva dei Gran Premi di Formula 1 (e fortunatamente, almeno per il momento, soltanto di questi dato che altre forme di motorismo "minore" - eccelso motociclismo "in primis" - ne sono immuni): la funzione esiziale dei meccanici del "box" addetti al cambio gomme (di quelle, tanto per intenderci, dal degrado programmato). Chi sono in sostanza costoro che appaiono proprio in prima linea nello svolgimento dell'evento (a differenza della settantina degli altri colleghi tecnici stazionanti, come ricordato prima, davanti ai computer nella varie sedi delle squadre corsa delle case costruttrici europee, altrettanto essenziali per l'esito della gara, ma almeno non così platealmente visibili)? Cosa fanno tali persone che nell'era del "sorpasso statico programmato" NON svolgono affatto, come si vorrebbe dare ad intendere, una FUNZIONE MERAMENTE ANCILLARE ALL'ESITO DELLA COMPETIZIONE? La risposta è molto semplice : essendo essi in grado di condizionare in termini cronometricamente misurabili l'esito della gara (e nel motorismo, come è noto, il cronometro è TUTTO) essi sono, piaccia o meno, VERI E PROPRI ATLETI CONTRIBUENTI, IN TERMINI DEL TEMPO DI DURATA COMPLESSIVA DELL'INTERA PROVA, ALLA DETERMINAZIONE DEL RISULTATO FINALE. Tuttavia essi però sono soltanto dipendenti stipendiati di una scuderia automobilistica e non mi risulta che siano concorrenti accreditati individualmente come tali dalla Federazione Internazionale dell'Automobile, pur essendo l'intera scuderia iscritta di per se stessa al Campionato mondiale. Comunque, anche se in tal modo il tutto possa apparire formalmente regolare, il Campionato verrebbe alla fine vinto da una comunione cooperativa di più individui con buona pace di un campionato assoluto definito PER PILOTA: epitome, invece, questo di un'idea di coraggioso e solitario protagonismo di natura prettamente INDIVIDUALE. Non vorrei essere tecnicamente blasfemo (amo troppo questo sport), ma non posso trattenermi dal riflettere sul fatto che l'accettare tale assurdo stato di cose sarebbe come ritenere del tutto normale che la vittoria di un Roger Federer a Wimbledon fosse attribuibile anche al comportamento dei…. raccattapalle, questi peraltro del tutto ufficialmente e regolarmente presenti in campo.
Tutta tale assurdità è frutto, ahimè, della volontaria introduzione degli artificiali "sorpassi statici" a puro scopo antisoporifero imposti all'odierna Formula1 come conseguenza dalla gratuità, sia tecnica che spettacolare, dell'introduzione di super tecnologie areodinamico-elettroniche inutilmente riversate in massa nelle odierne monoposto da Gran Premio; ciò, senza alcuna esigenza di una loro eventuale, futura applicazione industriale di massa e/o utilità sportivo-competitiva a fini prettamente spettacolari.
Questa è quindi, per quanto personalmente mi concerne, la lettura che mi sento al momento di dare di quell'attuale obbrobrio sportivo chiamato GP di Formula 1. Che esso tuttavia continui comunque a prosperare felicemente, pur anche nell'attuale fattispecie di indegno erede di quel mito eroico di un tempo che fu! Ho troppo amato ed ammirato tutti quei campioni che nel corso di un intero secolo al volante di un qualcosa mosso da un motore, diedero spettacolo, suscitarono passioni ed emozioni ed a tutto ciò sacrificarono la propria vita (e purtroppo, se hai troppo osato, il dio della velocità prima o poi te la fa pagare: anche se apparentemente possa sembrare di averla fatta franca in pista, un giorno egli ti presenterà un qualche conto da pagare. Per coloro che lo ricordino, basterebbe citare Mike Hawthorn, Graham Hill, Didier Pironi, Andrea De Cesaris e tanti altri, tutti colpiti violentemente da tragico destino al di fuori di una macchina da corsa, incluso naturalmente il grande Michael Shumacher entrato in coma per il più banale degli incidenti occorsogli su una pista da sci per bambini). Chi, fra i tanti caduti, quelli a me più cari? Ne cito qualcuno a memoria: Alberto Ascari, Eugenio Castellotti, Alfonso De Portago, Wolfgang von Trips, Ludovico Scarfiotti, Joakim Bonnier, Ayrton Senna, Ignazio Giunti, Michele Alboreto, il mio amico ed ottimo pilota tedesco, Georg Plasa immolatosi a Rieti sulle curve del monte Terminillo nel corso della cronoscalata automobilistica "Coppa Carotti" del 2011, un altro amico, Alex Zanardi, uscito miracolosamente vivo da un incidente di pista(ma NON di Formula 1) dopo aver lasciato entrambe le gambe nel troncone della metà anteriore della sua monoposto tranciata di netto ….. e ne dimentico, certamente, innumerevoli altri.
Concludo con un aneddoto, a mio parere particolarmente efficace, in relazione allo specifico raffronto tra la Formula 1 di ieri e quella di oggi :
Un giornalista inglese in un'intervista di qualche tempo fa ad un arzillo signore di 90 anni, Sir Stirling Moss - secondo me, dopo Tazio Nuvolari, il più grande pilota di tutti i tempi in quanto ottimo "pistard" e sublime stradista dell'automobilismo (detentore, tra l'altro, del record assoluto delle "MILLE MIGLIA" - anno 1955, vettura Mercedes 300 SRL, sul percorso Brescia-Roma-Brescia di Km 1600 effettuato nel tempo complessivo di 10 ore 7 minuti e 48secondi ad una media oraria , sulle strade statali dell'epoca (!), di circa 160 kilometri/ora), nonché svariate volte vice campione del mondo (ma all'epoca ebbe la ventura di ritrovarsi in pista, ma soltanto in essa perché su strada non c'era partita, un certo Juan Manuel Fangio) - ebbe a domandargli : " Sir Stirling, Lei ha vissuto da protagonista assoluto l'automobilismo di un tempo ormai lontano ed in particolare la Formula 1 degli anni '50, ed oggi assiste invece, da super competente spettatore, ai Gran Premi di F1 del terzo millennio, potrebbe dirmi in due parole quale differenza Lei riscontra tra tali due momenti di competizione motoristica con vetture, così dette, a "ruote scoperte"? Ed ecco la risposta del grande pilota : "in ogni tempo e modalità, la guida in corsa di una vettura dalle caratteristiche della Formula 1, richiede specifiche e ben mirate competenze tecniche…. un po', direi, come il saper camminare su un filo d'acciaio sospeso nel vuoto. La differenza sta tutta nel fatto che ai miei tempi sotto quel filo d'acciaio c'era il Gran Canyon del Colorado, oggi appena un metro al di sotto di esso ci sta…. il proprio letto!" Amen.
   
     
         
    di Antonino Provenzano    
       
    "VACANZE" ROMANE    
    Nel 1953 Gregory Peck e Audrey Hepburn ci portarono in giro in Vespa attraverso la Roma di quell'anno, oggi per noi ormai del tutto mitica.
Sessantasei anni dopo, la cara amica R. F. ("Una triste visita", ultimo numero di CONFINI) ci riconduce per le strade della Capitale in analoga, ma ahimè del tutto differente, "vacanza", intesa invece questa volta nel senso etimologico del termine cioè di "sospensione, vuoto" così come esso si manifesta ormai del tutto evidente nella nostra città. Il primo fu una gita d'amore, il secondo - purtroppo per R.F. - soltanto un giro per onorare un "impegno parentale". Trattasi comunque di due passeggiate le cui descrizioni sono entrambe del tutto pertinenti alle relative fattispecie, sia per ambientazione che per sentimento. La nostra R.F. è un'eccellente reporter della "realtà". Il regista William Wyler lo fu del "sogno" favolistico. Purtroppo le similitudini si fermano qui. La Roma dei due sopracitati innamorati era una delizia per gli occhi, quella odierna purtroppo è invece una vera sofferenza per almeno quattro dei nostri cinque sensi:
1. La vista: gli occhi si sono ormai abituati ad una generale bruttura visiva soprattutto nei dettagli ove come è noto, si annida il demonio;
2. L'olfatto: le narici sono spesso accarezzate (si fa per dire) da effluvio di cassonetto stracolmo e debordante;
3. L'udito: le orecchie sono perforate da ogni concepibile cacofonia, vera e propria sinfonia strumentale per clacson, allarme, motorino ed ambulanza;
4. Il tatto (o percezione corporea che dir si voglia): "dulcis in fundo" - ed è proprio il caso di dirlo - il proprio sedere. Questi è costantemente sollecitato da vibrazioni da martello pneumatico trasmesse al sullodato dalle ruote della propria automobile transitante oggi per quelle che furono un tempo le gloriose vie della città imperiale e relative strade consolari.
Dei cinque sensi si salva, almeno per il momento, soltanto il GUSTO (mai sottovalutare però la poliedrica inventiva del Sindaco/a di turno, sia egli di centro, di destra, di sinistra, di alto, di basso o "siderale") in quanto l'Urbe fortunatamente non è ancora un qualcosa da leccare.
In compenso, le rare volte che mi capita di prendere l'autobus al capolinea e mi trovo quindi seduto comodamente in uno sgombro seggiolino, lascio la mia fantasia libera di spaziare immaginando di essere per qualche momento l'uomo invisibile di fumettistica memoria e penetrare liberamente dentro i palazzi che mi sovrastano attraversando d'un soffio, uno dietro l'altro, gli innumerevoli, singoli appartamenti che compongono tali edifici. Ecco che allora sono certo che mi troverei ad inoltrarmi in una sequela infinita di abitazioni di ogni tipo, ma comunque decorose, curate, sufficientemente pulite ed ordinate. A questo punto è legittima la domanda : "da dove nasce allora la stridente dicotomia tra la cura per ciò che è privato ed invece l'incomprensibile sciatteria nei confronti di tutto quanto sia di pertinenza comune?". Secondo me la risposta è nel fatto che il ROMANO MEDIO è - e rimane nel proprio intimo - sostanzialmente un suddito senza essere mai diventato del tutto un cittadino (a questo punto prego ardentemente la legione dei saccenti "agitatori di ditino" dialetticamente molto attrezzati nonché granitici depositari di lapalissiane verità, di credermi sulla parola quando assicuro che sono anch'io ben consapevole del fatto che esistano nella nostra amata città legioni di persone civili rispettose di se medesime e degli altri, pur non potendosi tuttavia negare che esse non costituiscano purtroppo la stragrande maggioranza altrimenti staremmo qui a parlare di Copenaghen e non di Roma). Suddito certo, anche se ormai all'acqua di colonia, ma comunque sempre e soltanto suddito. Da dove ciò si può dedurre in modo incontrovertibile? Evidentemente dal fatto che oltre la soglia del proprio domicilio, o tutt'al più del proprio condominio, tutto il resto della città venga ritenuto una "res nullius". Motivo?
Facciamo un breve ricorso all'aritmetica: 1870 meno 476 uguale 1394 (diciamo mille e quattrocento). Tanti sono gli anni trascorsi dalla caduta dell'impero romano d'occidente alla breccia di Porta Pia che pose fine al potere temporale dei papi sulla città di Roma. Ben quattordici secoli di dominio da parte di una inedita monarchia assoluta, pur se derivante da una genesi cadenzata di tipo elettivo (blindata comunque da un ferreo cordone fideistico di matrice teocratica), peraltro di totale appannaggio di appena un centinaio di principi elettori.
Sono sicuro che converrete sul fatto di come tutto ciò abbia costituito una colossale cura da cavallo per il povero popolo romano soprattutto in termini di ottundimento di qualsiasi consapevolezza di "cittadinanza" con conseguente venir meno della percezione valoriale della socialità e relativa politica. Non dimentichiamo infatti come, ad esempio, persino la più stringente teocrazia coranica imponga soltanto mere norme di ortodossia comportamentale, ma non quell'impalpabile, condizionamento psicologico della più intima coscienza individuale come avvenuto invece a Roma con il potere temporale dei papi secondo i quali, come è noto, la vita terrena altro non sarebbe che una valle di lacrime da doversi dolorosamente attraversare nel cammino obbligato verso l'eterna felicità. Per un lunghissimo numero di anni quello che fu il "civis romanus" fu dunque costretto a vivere sotto un regime prettamente teocratico e ritrovandosi in aggiunta come vicino "next door" niente di meno che l'occhiuto rappresentante in persona dello stesso padre eterno. Ciò peraltro con un'inevitabile facilità di sbirciata oltre le sacre mura per cogliere dell'ingombrante concittadino le indubbie magnificenze, ma, ahimè, anche qualche dissacrante, ma molto umana debolezza. Il risultato? Un inevitabile disincanto (il divino, dopotutto, non appariva poi così tanto "divino"!), cinismo, opportunismo, dimensione assolutamente privatistica del rapporto sociale con relativo disinteresse per la cosa pubblica in quanto ritenuta di totale pertinenza altrui. In sostanza, la mancanza di un aprioristico patto sociale di cittadinanza, sia per quanto concerne la convivenza reciproca che una qualsiasi forma di rapporto dialettico con l'"autorità" costituita.
La Controriforma a seguito dello scisma luterano diede poi il colpo di grazia, se ciò fosse mai stato possibile, ad un eventuale attecchimento di un qualche barlume di coscienza civile tra la popolazione romana al di la di pragmatici rapporti di mero vicinato. Pertanto la dirompente rivoluzione culturale operata da Lutero, che di fatto avviò in Europa il processo di lenta trasformazione dei sudditi in cittadini, non raggiunse mai, per forza di cose, l'Urbe dei papi ponendo aprioristicamente fuori discussione qualsiasi eventuale anelito a svincolarsi da un regime peraltro immodificabile in quanto presentato appunto come di inattaccabile genesi divina.
La nostra odierna Capitale è pertanto il risultato di un pesante legato di storica "a-socialità" civile. Caratteristica questa a cui va anche imputata, "si parva licet", quella sottile sofferenza che oggi affligge i nostri martoriati sensi.
Soluzioni, speranze? Pochine. Non è infatti questione di buona o cattiva amministrazione della città. Qui c'è da costituire un vero e proprio patto sociale di convivenza civile tra gli stessi abitanti e tra quest'ultimi e l'autorità costituita; ciò può verificarsi però soltanto a valle di un condiviso sentire volto a generare un nuovo modo dello stare insieme cittadino. In una società che (in totale confusione identitaria) si ritrova invece a votare - udite, udite! - "fascista" a Tor Bella Monaca e "comunista" ai Parioli, tale patto mi sembra piuttosto difficile. A meno che - così come quando la paleolitica "Lega" di Umberto Bossi si augurava la definitiva soluzione dell irrisolvibile questione meridionale tramite l'auspicato provvidenziale aiutino del vulcano siciliano al grido di "Forza Etna !" - noi qui a Roma non ci si debba analogamente trovare un giorno costretti a riporre un'ultima speranza di riscatto civile nella funzione catartica del DISASTRO assoluto. Quando cioè, nostro malgrado, ci si potrebbe riconoscere tutti uniti in un'unica, amara, ma forse liberatoria invocazione : "Forza cassonetto!".
Roma, li 18 giugno 2019
   
       
       
         
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