SOCIETA'  
    di Gustavo Peri    
       
    MANIE DI GRANDEZZA    
   
Recep Tayyip Erdogan non è solo il capo assoluto della Turchia è anche il capo di stato con l'aereo presidenziale più grande e lussuoso che sia mai stato prodotto. Ufficialmente glielo avrebbe regalato l'emiro del Qatar, Tamim al Zani, per gratitudine verso il suo più stretto alleato, un "presente" da 400 milioni di euro. Le malelingue turche dicono invece che si sarebbe trattato di un acquisto sotto mentite spoglie, comunque un ghiotto argomento per le opposizioni.
Di Boeing 747-8i ce ne sono solo una decina al mondo, tutti lussuosamente personalizzati. L'emiro del Quatar, formalmente prima del regalo, ne possedeva 2. Ma i colori di bandiera ora sono turchi. Ora Erdogan potrà presentarsi alle riunioni Nato mostrando a Trump che il suo aereo è più lungo e più bello, almeno fin quando al Presidente Usa non saranno consegnati i due nuovi aerei che ha ordinato, stessa marca e modello.
L'aereo, difatti, che sarebbe il più costoso del mondo, ha diverse camere da letto, bagni con idromassaggio, sale riunioni, salotti, bar e persino un piccolo ospedale. Può portare 70 passeggeri - invece dei 500 di un 747 di linea - oltre a 18 membri di equipaggio. Ne posseggono uno simile i capi di stato del Kuwait, del Brunei, dell'Oman e del Marocco.
Certo con la crisi della lira turca la storia dell'aereo appare stridente, tuttavia il buon emiro del Quatar ha già annunciato che investirà - per solidarietà - 15 miliardi di dollari in imprese turche.
Nel frattempo, a Istanbul, di sta costruendo l'aeroporto più grande del mondo.
 
 
SOCIETA'
di Pièrre Kadosh
L'INTERNAZIONALE DELLE TOGHE ROSSE
Questa è davvero indecente ed evoca i metodi peggiori del comunismo sovietico e cinese. Ricorda Aleksandr Solzhenitsyn ed il gulag quale rimedio contro la dissidenza.
Il tribunale francese di Nanterre, cittadina poco lontana da Parigi, lo scorso 11 settembre, ha ordinato a Marine Le Pen, leader della destra francese, di sottoporsi ad un esame psichiatrico.
Il reato contestato? Aver pubblicato su Twitter, nel 2015, foto di esecuzioni jihadiste da parte del sedicente Stato islamico (Is o Isis).
Sempre su Twitter la Le Pen ha pubblicato l'avviso giudiziario con il seguente commento: "Per aver denunciato gli orrori di Daesh la giustizia mi sottopone ad un esame psichiatrico!".
La leader di Agrupación Nacional, nel dicembre 2015 aveva pubblicato sul suo account Twitter le immagini delle esecuzioni praticate dall'Is in risposta a un giornalista francese che aveva equiparato quel gruppo terroristico con il Front National, il precedente nome della sua formazione politica. In risposta la Le Pen aveva pubblicato 3 foto di decapitazioni con il commento: "Questo è l'Is".
Nella notifica del tribunale si richiede al medico designato di stabilire se l'infrazione che si imputa è in relazione a "elementi fattuali o biografici della parte interessata".
La corte chiede anche al medico di stabilire se al momento in cui ha pubblicato quelle foto avesse un problema psichico che poteva influenzare il "controllo delle sue azioni" e se l'esponente politica della destra "è in grado di comprendere le domande poste o soffre di "anomalie mentali o psichiche. "
Marine Le Pen ha reagito opponendosi legalmente al provvedimento.
"È assolutamente incredibile. Questo regime comincia davvero ad essere spaventoso ", ha denunciato la Le Pen, la cui eventuale condanna per "diffusione di un messaggio violento" potrebbe significare fino a tre anni di carcere e una multa fino a 75.000 euro.
   
     
         
    di Gabriele Sardo    
       
    SERGIO MARCHIONNE, UN GRANDE ITALIANO?    
    Il 26 luglio scorso La Stampa dava l'annuncio del decesso di Sergio Marchionne con il titolo in gran rilievo "Sergio Marchionne - Addio a un grande italiano"; un sottotitolo parlava delle sue grandi qualità di innovatore. Sul momento il titolo mi parve scontato: innovatore certamente lo fu; quanto al "grande italiano" mi suonò come il classico riconoscimento a personalità eminente del Paese nel momento di consegnarla, già mummificata, all'immaginario museo delle glorie patrie (tipo Marconi o Toscanini).
Dopo qualche istante compresi che qualcosa non andava: quel titolo era semplicemente sbagliato, ed era la prova di quanto poco questo paese avesse compreso la personalità di Sergio Marchionne. Marchionne non fu mai - nel senso che intendeva La Stampa - un "italiano", perché non fu solo né principalmente italiano: fu altrettanto o di più canadese / americano. Fu quello l'ambiente che lo formò e attraverso il quale prese conoscenza della modernità, fu quella la palestra mentale e professionale che lo attrezzò a diventare "grande" come manager: in realtà non solo "grande" bensì, per la FIAT e l'Italia, un manager con una marcia in più in ragione delle sue origini, perché capace di capire, in un mondo globale in cui era chiamato ad innovare, anche altre società che da tempo avevano smesso di farlo.
Incontrai Marchionne una sola volta a Toronto, nella mia veste di ambasciatore d'Italia in Canada. Eravamo presenti entrambi a una di quelle convenzioni di associazioni italo-canadesi per le quali la presenza di S.E. l'Ambasciatore venuto espressamente da Ottawa non significava praticamente nulla. Quella di Marchionne, all'epoca già in predicato per diventare quel che poi diventò, significava tutto: se lui è qui noi siamo importanti; se uno come lui ci riconosce vuol dire che la nostra identità ancora esiste. Così manifestamente la audience interpretava la sua presenza e quel che diceva. Io assistevo, quidam de populo, tra i 1500 convenuti e guardavo l'oratore Marchionne che intratteneva il pubblico non da dietro la "lectern" come avrebbe fatto qualunque oratore canadese ma direttamente dal palco, come un padrone della scena. Parlò per una trentina di minuti, ovviamente a braccio. Ciò che mi colpì subito fu che parlava alternativamente in italiano (perfetto) e in inglese (altrettanto perfetto) a seconda del settore del pubblico a cui si dirigeva e dell'argomento che toccava. L'unica parte di lui che mutava posizione nella performance era lo sguardo. Lo switch avveniva nel cambiare la direzione degli occhi. Marchionne parlava -e pensava- in inglese o in italiano in funzione dell'interlocutore, della capacità di comprendere che quello aveva e del suo interesse per il tema. Era un Giano bifronte, raro ed affascinante.
Finito il suo intervento, lo avvicinai. Mi parve un po' sorpreso (e non particolarmente interessato) a essere contattato da un diplomatico italiano. Tagliando corto gli dissi che lo vedevo perfetto come sponsor per un programma di formazione di quadri pubblici e privati italiani da realizzare in Canada. Mi chiese che tipo di quadri avessi in mente. Non fu difficile rispondergli: "Li vorrei esattamente come lei, non solo perfettamente bilingui ma sintonizzabili alternativamente sulla realtà italiana e su quella mondiale". "Vediamo", mi rispose. "Mi faccia sapere."
Restammo in contatto per un po'. Poi lui diventò Sergio Marchionne. Con molta urbanità mi fece sapere sei mesi dopo che si ricordava perfettamente del progetto, ma che ormai non aveva più il tempo materiale per seguirlo. Designò a farlo un quadro Fiat - persona gentile ma un po' spaesata con l'idea. Inutile dire che il progetto non vide mai la luce .
A differenza di tutto quel che ho sentito nei necrologi prima e dopo la sua morte, Sergio Marchionne era tutt'altro che un "italiano", se per italiano si intende il tipo umano ambiguo e vigliacchetto che da tre generazioni si è defilato dalla Storia e campa ignorato dal e ignorante del mondo globale in cui (per fortuna) riesce ancora a sopravvivere come un topo nel formaggio. Aveva un grande affetto per la madre, che viveva a Toronto e che regolarmente visitava, ma ricordare alcune sue radici abruzzesi non significava sentirsi legato all'Italia - sicuramente non all'Italia che ha ritrovato tornando per capitanare la FIAT.
Avrei voluto chiederglielo, quando, ormai in pensione, vivevo a Torino a un centinaio di metri dalla sua residenza alla Crocetta: Ma ne è sicuro, Dottor Marchionne, ora che ha visto bene l'Italia, che quel progetto di formazione di quadri nuovi di cui le accennai a Toronto non sia veramente da mettere in piedi? Cinquecento, mille unità, per iniziare basterebbero, sotto la sponsorship di una FIAT guidata da lei, vincente. Tutti come lei: senza timore di analisi crude e giuste, senza esitazioni sui valori che, come quelli della società americana che lei ben conosce, un tempo - mutatis mutandis - furono anche quelli dei nostri padri, senza burocrazie e regole pletoriche (le due cose si tengono). Dei quadri, insomma, fatti per un paese di cittadini operosi ed onesti, che gli italiani ancora in maggioranza sono, e non solo per gli azzeccagarbugli.
   
       
         
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