SOCIETA'  
    di Antonino Provenzano    
    CONFLITTUALITA' 4.0    
   
Onestamente non avrei mai creduto che ciò potesse accadere nel corso della mia vita di italiano quasi ottantenne, testimone vivente, quale io sono, di questa seconda bella époque dell'occidente che, iniziata nell'ultimo dopoguerra, si è trascinata fino agli attuali giorni di questo ventunesimo secolo, gratificando, quanti abbiano avuto la ventura di viverla, con un ineguagliato periodo di pace, libertà, prosperità , sviluppo economico, diffusione culturale, invenzione di stupefacenti tecnologie a servizio dell'essere umano in tutti i suoi fondanti aspetti di creatura pensante. Il tutto in un planetario brodo di generale creatività proiettato verso un immaginifico futuro fatto di salute fisica ed opportunità esistenziali senza pari rispetto ad ogni altra epoca della storia dell'uomo.
Così credevo, almeno fino ad un paio d'anni fa, quando la maledetta - si proprio maledetta - pandemia da COVID-19 ( in qualsivoglia modo essa sia stata generata, causata, propinata all'umanità, sia per caso, o volontariamente, o per qualsiasi buona o cattiva fede possa mai esserne stata la genesi) mi ha costretto a costatare ciò che mai avrei potuto immaginare: il fatto che essa sarebbe riuscita a produrre una incredibile, nuova frattura tra esseri umani con una dolorosa e crudele cesura inter-individuale.
Sono ben consapevole che l'Italia sia da secoli un paese diviso e divisivo, nonché della facilità con cui letture discordanti del reale si trasformino qui da noi in prese di posizione tra loro inconciliabili, gestite con quella conflittuale acrimonia che è propria dei nemici e non degli avversari, il cui confronto dialettico mai mira ad una ricerca di veritiera sintesi. No, da noi ci si divide su tutto, come se il riconoscere all'interlocutore una qualche ragione dovesse apparire imperdonabile segno di debolezza da parte di chi si azzardasse a dare un po' di spago all'opponente. E ciò in una costante ottica di testarda affermazione di un proprio "io" che non può permettersi di uscire in alcun modo perdente dal confronto, pena un insanabile "vulnus" esistenziale. Tale divisione peraltro si è sempre manifestata, almeno fino al giorno d'oggi, attraverso contrapposte bande, fazioni, gruppi, consorterie, conventicole, partiti politici e chi più ne ha più ne metta, ma mai, dico mai, in una dimensione sociale di tipo strettamente individuale, in un contesto, direi, "one to one" e soprattutto in merito ad un argomento che più personale e privato non potrebbe essere : "sic et simpliciter", la salute fisica individuale. Per decenni (e per quanto riguarda almeno la mia personale esperienza) io mi sono confrontato con i - e contrapposto ai - miei concittadini sui più svariati temi: dalla politica, alla perdurante guerra civile italica, dal calcio, al futuro del paese, dalla religione, alla filosofia, dalla cultura, alla storia; persino sull'acqua minerale ("liscia o gassata?" e mai, purtroppo, su una sintetica "ferrarelle") e via di questo passo.
Che prima di accingermi a salutare definitivamente questo mondo io avrei dovuto però assistere, ed ahimè partecipare, ad una dura, proterva, quasi fideistica "confrontation" interpersonale in pura salsa di italica contrapposizione del tipo: " dimmi: sei o non sei vaccinato?", no, questo non avrei proprio potuto immaginarlo.
Eppure sì! Per dirla con l'eccelso Domenico Modugno: "credetemi è accaduto, un Covid, vestito da passante mi sussurrò dicendomi così : …. meraviglioso". Ciò che sta accadendo con la pandemia ha proprio un che di indefinibile, direi appunto, di … tragicamente "meraviglioso", nel senso che, appunto, desta meraviglia. Una politica farisaica, un'informazione capziosa, dilettantesca, confusionaria, contraddittoria e sovente irresponsabile, su un tema sensibile come la salute dei cittadini, è riuscita - in incredibile modalità soft - a dividere amicizie consolidate da decenni, far venire a galla intimi ed inconfessabili giudizi sull'amico di una vita, sul caro ed affettuoso parente, sull'ottimo collega con cui credevi di aver istaurato un comune sentire, una complice visione dell'esistenza, una lettura affine della vita pubblica, dello scenario politico, del futuribile della nostra società.
Basta, finito, nulla più di tutto ciò. In ciascuno dei due schieramenti strisciano sottotraccia sottili veleni e si additano, a vicenda, i rispettivi cretini . Il "vaccinato" (o sì vax) ed il "non vaccinato" (o no vax) si confrontano ormai come una sorta di alieni schieramenti socio-culturali, attribuendosi l'un l'altro, nella migliore delle ipotesi, una totale incapacità di giudizio autonomo o, nella peggiore ed a seconda dei casi, definendosi beota vittima di contrapposte ed inconciliabili letture della realtà oppure supino gregge di capziose narrazioni propagandistiche se non che addirittura inconsapevole terminale di oscuri complottismi. Entrambi, forse, depositari di una qualche dose di verità, o almeno di verisimiglianza, ma altresì prodromi di un fenomeno assolutamente inedito nella vita sociale italiana: una ulteriore contrapposizione di squisita natura politica, ma questa volta non su una fede, un'ideologia, un credo (per quanto modesto esso possa essere: Milan/Inter o Roma/Lazio), ma su un microscopico virus, sulla sua misteriosa natura e sue potenziali o effettive conseguenze sanitarie nei confronti di una popolazione che sta ormai scrivendo un'ulteriore capitolo della bi-millenaria storia della nostra divisività nazionale (questa sì, cronica ed endogena). Ultima testimonianza del fatto che in Italia non si riesce proprio a non litigare su ogni singolo aspetto del nostro sofferto e tormentato stare insieme.
"Mala tempora currunt" per il nostro povero paese! Soluzioni? E chi lo sa! Forse che tutti noi si implori, finalmente ed all'unisono: "Santa Ivermectina per favore, … pensaci tu!"
Roma, 26 settembre 2021
 
 
SOCIETA'
di Silvio Sposito*
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA PANDEMIA DA SARS-COV2
Qualcuno forse ricorderà quanto da me scritto lo scorso anno riguardo ai numeri della pandemia e gli argomenti che mi portavano a concludere che i dati dei decessi direttamente riconducibili al virus erano sostanzialmente sovrastimati (almeno in Italia). Il sospetto iniziale mi era insorto nel mese di luglio 2020 notando una strana discrepanza tra i decessi di quei giorni e i contagi dello stesso periodo, essendo questi ultimi estremamente ridotti in proporzione ai decessi rispetto al picco della prima fase epidemica. E questo anche considerando il ritardo temporale tra contagi e decessi. Dopo un anno e poco più, agli argomenti allora proposti a spiegazione della sproporzione decessi/contagi si può aggiungere un ulteriore importante elemento. E' emerso infatti - confermato da numerosi ricercatori e avallato dalla OMS - che il test PCR finora usato per la diagnosi di infezione (non malattia) da Sars-Cov2 è poco specifico e - a seconda di come viene usato - troppo sensibile. E' poco specifico in quanto distingue solo in parte il nostro virus dagli altri coronavirus e addirittura da alcuni virus influenzali.
E' troppo sensibile, in particolare se si usano 40/45 cicli di amplificazione (come sappiamo accadere in molti laboratori) invece dei consigliati 25/30 (come da norme internazionali). Il risultato pratico di tutto ciò si traduce nella produzione di un numero consistente di FALSI POSITIVI, il che vuol dire che i dati che vengono sciorinati giornalmente su contagi e decessi sono sovrastimati in eccesso (e forse in largo eccesso). Per i contagi la cosa è ovvia e intuitiva; per i decessi occorre considerare come molti pazienti anziani (o anche non troppo anziani) sono affetti da gravi patologie spesso multiple e possono risultare positivi al test PCR per il virus magari senza presentare un quadro clinico conclamato di polmonite bilaterale "atipica". Dopo il decesso tali pazienti vengono classificati - pressoché invariabilmente - come deceduti a causa del virus. A parte il fatto che ciò non sempre è vero, può anche accadere che il test per eccesso di sensibilità (come detto sopra) configuri in realtà il rilevamento di un FALSO POSITIVO. Avremo dunque un certo numero di decessi avvenuti in realtà per altre patologie ma attribuiti erroneamente al virus. QUANTI? Non lo sappiamo, ma possiamo supporre che non siano pochi.
Questa sistematica sovrastima può spiegare il dato sconcertante per il quale l'Italia occupa i primi posti al mondo (terzo?) per numero di decessi in proporzione alla popolazione totale! E questo non solo all'inizio dell'epidemia ma anche ora!
La cosa poteva essere verosimile tra febbraio e inizio marzo ma certamente non in seguito visto che - pur tra errori, ritardi e altre strane vicende (di cui potremo parlare in altra occasione) e a parte i giorni tragici di Bergamo e Brescia 2020 - il nostro SSN è capillarmente diffuso e si avvale di valide professionalità medico-infermieristiche. Qualcosa di importante dunque non quadrava e non quadra.
Di pochi giorni fa è la notizia che il prof. Crisanti (ormai universalmente - almeno per l'Italia televisiva - noto) si è accorto - davvero perspicace - che vi è una discrepanza (di nuovo) tra contagi e decessi. Egli osserva che in questi ultimi giorni i decessi oscillano intorno ai 30/dì e i contagi (test positivi) navigano sui 3000/dì.
Secondo una formula empirica i contagi dovrebbero essere: 30 diviso 2 = 15 x 1000 = 15.000; quindi, arguisce l'arguto professore i contagi sono sottostimati e non di poco!
Mi permetto di proporre una spiegazione opposta e osservo che non è credibile una differenza così forte nella stima dei contagi (3000 vs 15000). Se noi invece assumiamo - come prima osservato - che il test PCR per la sua scarsa specificità ed eccessiva sensibilità determini un numero rilevante di falsi positivi (come sottolineato anche dalla OMS), allora sia i contagi che i decessi ne risulteranno sovrastimati. Se i veri decessi per Sars-Cov2 fossero ad esempio 4/5 al dì, usando la stessa formuletta avremmo: 5 diviso 2 = 2.5 x 1000 = 2500 contagi al dì (anche questi dunque ridotti). Assolutamente verosimile.
Si può intendere meglio l'importanza di queste semplici considerazioni se riflettiamo su quanta importanza abbia assunto fin dall'inizio di questa brutta storia la PAURA, ovviamente paura della morte, essendo stata accuratamente inculcata nella mente di ogni cittadino (e telespettatore) l'idea che ognuno di noi, dai più piccini, ai giovani sani e robusti, agli individui di mezza età, agli anziani e ai malati, corresse il rischio, non solo di infettarsi ma anche di ammalarsi, e non solo di ammalarsi ma di ammalarsi gravemente, e non solo di ammalarsi gravemente ma di morire e di morire orribilmente, intubati, isolati dai propri cari e poi cremati e privati persino della dignità di un funerale! Una prospettiva terrorizzante. Ma è vera? Le cifre dicono di no. Il rischio di morire è enormemente differente (esponenzialmente differente) tra bambini e giovanissimi da una parte e anziani con multiple patologie e molteplici fattori di rischio. Ma l'idea che è stata trasmessa è quella sopra descritta. La potente arma della paura è stata agitata in modo irresponsabile, incuranti delle gravissime conseguenze economiche e psicologiche.
Tralasciando le gravi ricadute economiche dei vari blocchi e chiusure più o meno totali, emergono sempre più le pesantissime ricadute psicologiche in particolare su bimbi, adolescenti, persone già turbate e anziani fragili anche psicologicamente. Le conseguenze economiche hanno poi colpito anche l'equilibrio psichico di imprenditori e lavoratori, soprattutto in proprio.
Si poteva fare meglio? Alcuni (pochi) stati esteri - come la Svezia - ci dicono di sì. Gli illustri epidemiologi firmatari della Great Barrington Declaration avevano proposto, fin dall'ottobre 2020 - una diversa strategia: mettere in rigorosa protezione le fasce di popolazione ad alto rischio di malattia grave e decesso (anche con la vaccinazione non appena disponibile) e limitare al massimo i blocchi proteggendo la popolazione più giovane a basso o bassissimo rischio di malattia con le consuete misure igieniche e - eventualmente - con terapie precoci anche domiciliari grazie all'attivazione della medicina territoriale.
Quasi ovunque si è scelto invece di ricorrere a blocchi più o meno totali e prolungati emarginando la medicina territoriale per scaricare tutto il peso dell'emergenza su ospedali e terapie intensive le quali - venuto meno il filtro territoriale - non potevano che collassare al momento del picco dei contagi (anche per il ricorso eccessivo alle strutture ospedaliere da parte di cittadini con forme lievi o moderate ma in preda al panico suscitato dai media, cittadini che potevano e dovevano essere tranquillamente trattati a domicilio). Credo sia ora evidente a tutti (forse) che si sia trattato di errori strategici molto gravi che purtroppo si sono ripercossi pesantemente sugli esiti clinici.
In una prossima occasione potremo eventualmente parlare di quanto avvenuto più recentemente dopo l'introduzione dei vaccini cosiddetti "genici" e con la ripetizione di un grave errore di fondo: invece di usare tutte le armi disponibili, puntare tutto su una sola arma considerata a priori l'unica efficace.

*specialista in Endocrinologia e malattie metaboliche e in Medicina Nucleare, già responsabile di una Unità di Diabetologia ed Endocrinologia della ASL RM-H.
   
     
         
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