SOCIETA'  
    di Lino Lavorgna    
    MUSTAFA' IL SENESE    
   
? proprio bella Piazza del Campo e chissà quale posizione occuperebbe in una classifica mondiale che tenesse conto degli stessi parametri valutativi. In rete se ne trovano tante: le venti piazze più belle del mondo, le quindici, le dieci. Nella prima non compare proprio ed è presente solo in alcune delle altre che ne prendono in esame un numero inferiore, ma non nelle primissime posizioni, a riprova che ciascuno ha espresso valutazioni meramente soggettive. Io la frequentavo spesso, durante i miei tre anni senesi, concedendomi deliziose e ritempranti soste con colleghi o avvenenti fanciulle al bar ubicato alla base del Palazzo dei Pannocchiesi d'Elci. Dopo qualche mese, però, durante i quali ebbi modo di approfondire la storia della città, mi trovai in un labile imbarazzo che può anche apparire ridicolo, ma che cito contando precipuamente sulla sensibilità comprensiva dei dotti lettori di CONFINI.
Il palazzo fu costruito dalla famiglia nobiliare Alessi, originaria di Roma ma appartenente alla nobiltà siciliana, per poi essere ceduto ai Cerretani Bandinelli Paparoni, giunti in Italia al seguito di Carlo Magno, tra i cui discendenti figura Papa Alessandro III. I Bandinelli lo cedettero a loro volta ai conti Pannocchiesi d'Elci, che pure possono vantare una nutrita messe di vescovi, arcivescovi e cardinali. Sembra che potessero acclarare radici longobarde, ma la notizia non trova certificazioni attendibili e quindi su questo effimero pregio - nessuno ha meriti per le sue radici ma solo per come vive - si può tranquillamente sorvolare. In pratica prendevo il caffè in un palazzo con merlatura guelfa (sommità squadrata) che, durante la feroce lotta tra Guelfi e Ghibellini, era appartenuto a convinti sostenitori dei primi; i palazzi ghibellini, invece, hanno la merlatura a "coda di rondine". Tutte cose che la mia ignoranza in storia dell'arte e strutture architettoniche non mi consentirono di cogliere alla vista, ma solo dopo gradevole e opportuno studio. Troppo per un cultore del simbolismo che, in ogni circostanza, deve sempre associare armonicamente il sostanziale al formale, pena un inutile fastidio.
Per esempio non bevo i vini di alcune regioni, ancorché pregiati, solo perché potrebbero essere prodotti da soggetti collusi con organizzazioni criminali: quando stappo una bottiglia di vino, infatti, il piacere della degustazione - senza mai esagerare, sia ben chiaro - scaturisce da un insieme di fattori tra i quali la territorialità e lo stile del produttore hanno una rilevante importanza.
Apprese le succitate notizie, pertanto, mi spostai di pochi metri, nel bar sovrastato dal Palazzo Sansedoni, la cui merlatura gotica sicuramente meglio si confaceva al mio retaggio ancestrale e a ogni altra componente dell'essere e del divenire.
Fu proprio grazie a questo "trasferimento" che ebbi modo di conoscere Mustafa. Nelle prime frequentazioni del bar era un dipendente come un altro, che serviva le consumazioni ai tavoli. Non sempre toccava a lui occuparsi di me e dei miei amici, ma quello stile tutto particolare nel servire i clienti, l'ampio sorriso perennemente stampato sul volto, a differenza di chi chiaramente lasciava trasparire stanchezza fisica e morale (nel bar praticamente non esiste un solo attimo di pausa dall'apertura alla chiusura), lo rendevano un soggetto interessante. Era uno che si faceva notare, insomma. Baffetti neri, sembianze somatiche e qualche parola scambiata durante le ordinazioni mettevano bene in evidenza l'origine extraeuropea. In quel periodo mi divertivo molto, con amici e colleghi, a tentare di individuare il Paese di provenienza dei tanti stranieri che circolavano per Siena, osservando il loro aspetto. Si scommetteva il costo della consumazione e dopo aver espresso il proprio parere uno di noi chiedeva alla persona presa di mira da dove venisse, in modo da sancire il vincitore. Ero abbastanza bravo in una decriptazione pregna di empirismo, che sfruttava molto l'elemento di esclusione anziché puntare direttamente all'individuazione del Paese, come tentavano di fare i miei amici. Nondimeno gli errori erano comunque tanti e sbagliai anche con Mustafa, sia pure di poco, quando decidemmo che era giunto il suo turno: lo presi per un iraniano e invece era un iracheno. Dopo avergli rivelato il perché della richiesta si instaurò un clima più confidenziale, condizionato non solo dalla curiosità verso un soggetto proveniente da un'area molto particolare del Pianeta, per di più in piena guerra (eravamo nel 1983 e l'Irak aveva invaso l'Iran già da tre anni), ma anche da motivi prettamente professionali, lavorando presso l'Ufficio stranieri della locale questura. Essendo praticamente impossibile scambiare più di qualche semplice battuta durante l'orario di lavoro, lo invitai a cena nel ristorantino che frequentavo solitamente, "Il Cane e Gatto", con il cui proprietario avevo stretto un solido legame di amicizia.
Ebbi modo di apprendere, quindi, che Mustafa era scappato dall'Iraq allo scoppio della guerra, giungendo in Italia con canali regolari, passando per la Giordania. Si era iscritto alla facoltà di Farmacia, scegliendo il corso di studi che avrebbe voluto seguire in Iraq, senza considerare le difficoltà che avrebbe incontrato in funzione della scarsa conoscenza della lingua. Dopo il primo anno, infatti, non riuscì a sostenere il numero di esami sufficiente a garantirgli il permesso di soggiorno e pertanto viveva da "clandestino", per giunta lavorando irregolarmente in un rinomato locale cittadino. In più era stato considerato disertore in patria, non essendosi presentato all'atto della chiamata per sottoporsi al periodo di addestramento propedeutico all'invio al fronte. La condanna prevedeva la pena di morte.
Si può ben immaginare la sua reazione, pertanto, quando gli rivelai il mio ruolo. Si era aperto con me senza chiedermi cosa facessi e presumendo che fossi uno dei tanti meridionali che lavoravano a Siena. Non indossavo una divisa da poliziotto, facendo parte dell'Amministrazione civile del Ministero dell'interno, e quindi lungi da lui il pensiero che potessi prestare servizio in questura e proprio nell'ufficio che rilasciava i permessi di soggiorno! Sbiancò in viso, ma fui tempestivo nel rassicurarlo. "Non devi preoccuparti - gli dissi - farò di tutto per aiutarti. E togliti dalla testa che sarai rimpatriato in Iraq. Non accadrà mai". Riprese colore e mi strinse forte le mani. Mi disse che guadagnava bene e che aiutava la famiglia in Iraq, alla stregua di tutti gli altri stranieri che erano riusciti ad inserirsi nel tessuto sociale locale.
Il giorno successivo, quando fui convocato dal questore per la routinaria riunione mattutina, gli raccontai tutto, senza tralasciare alcun dettaglio e facendo leva soprattutto sul fatto che in caso di rimpatrio sarebbe stato giustiziato. Il Questore mi guardò a lungo, sorridendo sornionamente, prima di replicare con tono perentorio: "Almeno questa volta mi sottoponi problemi seri!" (Dava il "lei" a tutti ed io ero il solo a godere il privilegio del "tu"). La frase aveva una sua logica: a Siena vi erano molte studentesse greche che, all'atto della richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, non avevano i giusti requisiti (almeno tre esami sostenuti nel corso dell'ultimo anno accademico). Alla contestazione iniziavano a piangere asserendo che il loro unico scopo era trovare un buon marito e restare in Italia. Ovviamente non mi permettevo di assumere alcuna decisione e correvo subito dal questore, che sempre si metteva le mani nei capelli, essendo diventata la questione alquanto insostenibile per la frequenza con cui gliela sottoponevo.
Per Mustafa fu subito avviata la pratica per la concessione dell'asilo politico e così poté serenamente dedicarsi al lavoro, avendo abbandonato il sogno della laurea in farmacia. "Da oggi sono Mustafa il senese", esclamò quando gli fu comunicata la notizia, sprizzando gioia da ogni poro della pelle.
Chissà dove sarà ora. E quante cose sono cambiate da allora.

(Cronache di un Cavaliere errante)




 
 
SOCIETA'
di Lino Lavorgna
NON TOGLIETE LA DIVISA AGLI UFFICIALI
I militari in congedo, da oltre tre anni, per decisione dello Stato maggiore della difesa, non possono indossare la divisa al fine di evitare ogni possibile confusione con i militari in servizio. Gli iscritti alle associazioni d'arma formalmente riconosciute dal Ministero della difesa, quando dovessero partecipare a cerimonie o eventi (esempio: feste nazionali; commemorazioni dei caduti in guerra e di rilevanti eventi storici; convegni tematici; etc.) sono autorizzati ad indossare solo gli elementi uniformologici e gli accessori eventualmente stabiliti da ciascuna Forza Armata.
Il regolamento per la disciplina delle uniformi è molto articolato e indica chiaramente le ragioni connesse alla preclusione, in massima parte ampiamente condivisibili, soprattutto per quanto concerne le forze dell'ordine e gli ex militari di leva. Ogni associazione d'arma, del resto, ha una propria divisa sociale e ciascun iscritto può onorare lo spirito di appartenenza indossandola nelle numerose celebrazioni annuali, a cominciare dai rispettivi raduni nazionali.
Questo appello, pertanto, rivolto al ministro Crosetto e ai vertici militari, riguarda precipuamente gli iscritti all'U.N.U.C.I. (Unione nazionale ufficiali in congedo d'Italia), perché per loro il discorso è sostanzialmente diverso.
Parliamo di ufficiali, soprattutto di alto rango, che hanno ultimato la carriera con il grado di generale (non importa se di Brigata, Divisione o Corpo d'armata), spesso dopo aver ricoperto importanti ruoli in ambito internazionale. Parliamo, altresì, di ufficiali di grado inferiore che, a un certo punto della loro carriera, hanno scelto di transitare nella vita civile, lavorando nella pubblica Amministrazione o in importanti aziende.
Per queste persone, rinunciare alla divisa, dopo aver abbandonato il servizio per limiti di età o per dedicarsi ad altre professioni, è particolarmente doloroso. Un ufficiale non cessa mai di essere tale e privarlo della divisa vuol dire privarlo del suo senso patriottico, di farlo sentire un corpo estraneo in un contesto del quale vuole essere ancora parte integrante, sia pure senza alcun potere effettivo. Non occorre avere una laurea in psicologia per comprendere la ferita lancinante che provoca un distacco troppo marcato in soggetti che, sin dall'inizio della carriera militare, siano stati al comando di truppe, cibandosi di quella stima e di quell'affetto che in talune occasioni, soprattutto drammatiche, sfiora la venerazione.
La speranza, pertanto, è che il ministro Crosetto, di concerto con lo Stato maggiore della difesa e il pieno assenso del Presidente del Consiglio dei ministri, trovino una soluzione all'angoscioso problema. Nessuno chiede di indossare "quotidianamente" la divisa dopo il congedo, ma solo nelle cerimonie ufficiali. La "confusione" è facilmente evitabile aggiungendo sulla divisa il logo dell'U.N.U.C.I., in modo da rendere ben identificabile il portatore. Trascorrere gli anni post-servizio sentendosi "abbandonati e bistrattati" da quello Stato che si è servito per decenni, magari a prezzo di immani sacrifici, accorcia la vita. Sentirsi apprezzati e "pienamente attivi", soprattutto quando l'incedere dell'età allontana sempre più dal glorioso passato, l'allunga. Chi abbia il potere di allungare la vita delle persone, pertanto, non rinunci a questo privilegio e sia fiero delle proprie buone azioni nei confronti di chi è sempre pronto a sacrificarla per tutelare quella altrui.




Nella foto: militari in congedo durante una cerimonia all'Altare della. Patria Il generale Ippolito Gassirà, presidente UNUCI regione Campania, secondo da sinistra, indossa la divisa sociale e non quella ufficiale in ossequio alle disposizioni dello Stato Maggiore della Difesa.
   
     
         
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