SOCIETA'  
    di Roberta Forte    
       
    LA SCARPETTA VA STRETTA    
   
Ho molto riflettuto sul saggio di Antonino Provenzano e sulle successive considerazioni che la lettrice Alice Balei ha voluto svolgere su quello stesso saggio e, in merito, devo confessare di aver tratto nel tempo due distinte opinioni, peraltro date da due distinte modalità di approccio. La prima volta, infatti, lessi gli scritti alla luce delle mie conoscenze antropologiche, sociologiche e storiche. La seconda volta, invece, tornai a quegli scritti osservando l'attualità sulla quale non avevo sufficientemente riflettuto.
Mea culpa. Comunque, poiché ritengo che quanto sopra dica poco o nulla, vedrò di spiegarmi meglio. Da una prima lettura del saggio di Provenzano anch'io ho avuto delle perplessità; non certo di natura finalistica quanto procedurale. È indiscutibile che il 'presente' e, soprattutto, il 'futuro' è donna. Si può ragionare se il riscatto femminile sia avvenuto per 'imbecillità' dell'uomo o se la donna abbia 'approfittato' di una serie di circostanze per 'carpire' lo scettro al maschio. Inoltre, si può congetturare se il fenomeno in atto sia niente altro che il ritorno in un alveo naturale millenario della supremazia femminile (in sostanza, la natura riprende il suo corso) o se vi siano delle forzature perché ciò si realizzi.
Si possono, in definitiva, ipotizzare tutta una serie di eventi, certamente condivisibili o meno, che hanno condotto allo stato attuale: la marcia vittoriosa della donna sull'uomo. Per cui, dalla lettura dei due scritti, l'impressione che inizialmente ho tratto è che i due redattori dicessero le stesse cose muovendo da punti di vista differenti, neppure di tanto.
Dello scritto di Provenzano, infatti, ciò che la Balei ha soprattutto rilevato è stato più che altro l'uso di talune espressioni 'forti': 'ha carpito', 'si è approfittata', ecc. Non entro nel merito dei concetti di 'circolarità' e 'linearità' del tempo e delle filosofie, religiose o meno, che ne sono 'artefici', né intendo addentrarmi nella disamina di materie 'di pertinenza maschile' o 'femminile', ma, nella sostanza, la Balei stessa ha dovuto alla fin fine riconoscere che, a prescindere dalle cause, oggi la società è coniugata esclusivamente al femminile.
Peraltro, la Balei, pur senza esplicitarle, sembra aver ravvisato una serie di problematiche che una tale evoluzione comporta; dal ché, ha concluso il suo scritto con una frase che sembra rimettere all'intelligenza delle parti (dei generi) la soluzione. Infatti, ha concluso: "Credo, in conclusione, che di fronte a tali e tante problematiche, chi ha più cervello è il momento che lo adopri.". Certo, il 'cervello' …. ma, a volte, non basta.
Comunque, anche lo scritto di Provenzano non accenna alle singole problematiche ma racchiude il tutto in una 'crisi dell'Occidente' e sollecita interventi praticamente attraverso il solo occhiello del titolo: una frase a firma del saggista britannico Niall Ferguson: "Fintanto che non avremo capito la vera natura del nostro declino, sprecheremo soltanto il nostro tempo, applicando finti rimedi a quelli che sono semplici sintomi". In sostanza, Provenzano ha fatto una fotografia, a prescindere dalla condivisione o meno dei percorsi attraverso i quali ha definito il quadro e dall'enfasi adoperata nel colorarla. Nessuno dei due, però, si è avventurato più in là.
Ecco, avevo tratto un giudizio dai due scritti e avrei potuto pure fermarmi lì, anche perché in un recente passato, prima dello scorso ottobre, mi ero già trovata a scrivere sull'argomento. Ma, alla luce di una recente ventata che non esito a definire folle, ho ripensato al tutto ed ecco la seconda opinione. Non sono una femminista esagitata ma a me sembra che lo scenario che abbiamo di fronte sia quello di una rivoluzione delle oppresse, con i pochi conservatori in fuga. Tuttavia …. sarebbe stato preferibile che tale sovvertimento avvenisse senza spargimenti di sangue. Ma, a quanto vedo, si è scelta la strada di non dar tregua ai fuggitivi….
Come dicevo, è incontestabile che la donna, biologicamente, sia più attrezzata dell'uomo ed è innegabile che la ella, finalmente, stia trovando il suo riscatto sulla secolare oppressione maschile. L'uomo, infatti, ha perso la sua identità, venendo meno tutti quei capisaldi che per poco più di due millenni l'hanno visto prevalere, fino al sopruso. Così sta battendo in ritirata, con il fiato sempre più corto, cercando di adattarsi, sbigottito, al nuovo ruolo della donna, sposando tematiche che ritiene a lei congeniali, cercando di mantenersi all'altezza almeno nel rapporto sessuale, divenendo più realista del re nell'inventare spazi nei quali collocare d'ufficio rappresentanti del gentil sesso.
Non sa più come approcciare la sua compagna e non sa gestire una situazione di rottura e, in un eccesso d'ira o di consapevole deprimente impotenza, arriva ad uccidere pur di prevalere. Non voglio fare la psicologa di turno ma, pur mancandomi le basi, il processo mi sembra chiaro. Meno chiara, o almeno paradossale, mi appare la risposta della società che si è limitata a forgiare giuridicamente il reato di femminicidio. Eppure, quando vent'anni fa Marcela Legarde, da antropologa, scrisse attorno alla configurazione di tale reato, il pensiero che ne era alla origine apparve molto chiaro:
"Il femminicidio implica norme coercitive, politiche predatorie e modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, costituiscono l'oppressione di genere, e nella loro realizzazione radicale conducono alla eliminazione materiale e simbolica delle donne e al controllo del resto. Per fare in modo che il femminicidio si compia nonostante venga riconosciuto socialmente e senza perciò provocare l'ira sociale, fosse anche della sola maggioranza delle donne, esso richiede una complicità ed un consenso che accetti come validi molteplici principi concatenati tra loro: interpretare i danni subiti dalle donne come se non fossero tali, distorcerne le cause e motivazioni, negarne le conseguenze. Tutto ciò avviene per sottrarre la violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziali che invece colpiscono altre forme di violenza, per esonerare chi esegue materialmente la violenza e per lasciare le donne senza ragioni, senza parola, e senza gli strumenti per rimuovere tale violenza. Nel femminicidio c'è volontà, ci sono decisioni e ci sono responsabilità sociali e individuali."1
In un femminicidio ci sono responsabilità sociali ed individuali. Ora, se quelle individuali vengono giustamente sanzionate, che ne è di quelle sociali? L'unica risposta finora data si può considerare come quella di rimediare ad una disattenzione. L'Europa, infatti, nel 2011, ha varato la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, recepita dall'Italia nel 2013.
Il nostro Paese, fino ad allora, si era limitato all'attenzione mediatica, con trasmissioni televisive, seminari e spettacoli teatrali, in particolare in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne e la giornata internazionale della donna, ma con quel recepimento, aspetto curioso, ha varato norme penali che aggravano le ipotesi di atti persecutori od omicidio (doloso o preterintenzionale) contro il coniuge o il convivente, sia quando l'omicida è donna sia quando è uomo, tramite specifiche aggravanti dei reati.
Forse, sarà stato perché i due relatori appartengono a due generi diversi ma il testo emerso a me pare equanime, nonostante il gravame psicologico che lo ha accompagnato. Infatti, nel 2012, l'avvocata femminista di origine sudafricana Rashida Manjoo, ex Special Rapporteur delle Nazioni Unite, nel rapporto sulla visita effettuata in Italia per verificare l'applicazione CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) rilevò ben 127 'femminicidi' nel 2010. E, secondo la Manjoo, fino a quel momento vi era stato uno sforzo limitato da parte del governo e della società civile nel raccogliere dati sulla violenza contro le donne, incluso il 'femminicidio'.
Certo, come dicevo, il decreto e la successiva conversione non è la risposta esaustiva al fenomeno ma, quantomeno, visto l'odierno intento iconoclastico della donna nei confronti dell'uomo, prova a porre sullo stesso piano i reati a seguito di forme coercitive, di atti predatori e di modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, hanno costituito l'oppressione di genere. Si può dire, però, che rimaniamo, l'Italia e l'Occidente in generale, ancora nell'ottica di rimediare ad una disattenzione.
Così, si sposano studi redatti da psicologi americani e inglesi (l'ultimo è di Anna Costanza Baldry, londinese ma psicologa e criminologa, nonché professore associato presso il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli) sugli orfani di vittime di femminicidio e si sta lavorando per il varo di una legge di tutela particolare. Oppure, si formano commissioni come quella al Senato per indagare sul fenomeno e per trovare soluzioni al fine di arginare un 'problema grave e strutturale'. Per inciso, al momento non ci sono riscontri.
È concepibile che una manifestazione di così elevato disagio non trovi immediati rimedi ma resta inconcepibile che non vi sia alcuno che, dopo tanto parlare a favore della donna, si ponga il problema di rimuovere le nuove cause della sua insoddisfazione, del suo risentimento, della sua insicurezza, della sua rabbia. In sostanza, l'ottica che sta emergendo è solo quella di 'punire finalmente' il secolare oppressore senza minimamente considerare in quali condizioni opererà la donna, una volta definitivamente annientato il suo 'nemico'.
Anche perché, dopo la ventata iconoclastica e la soppressione dei despoti, dopo la raffica adulatrice mass-mediatica e politica non lontana dall'audience, dalle vendite o dai voti, è lecito pensare che tutte le cause che hanno determinato il passaggio dello scettro dall'uomo alla donna, comunque permarranno. E se quelle cause sono state la causa dell'angoscia maschile e, quindi, dello scadimento dell'identità dell'uomo, lo saranno anche di quella femminile, anche perché si può essere donna quanto si vuole, libera, priva di condizionamenti, unica proprietaria del proprio corpo e del proprio futuro e poi non avere modo di esercitare appieno il nuovo stato.
L'ho già scritto e, quindi, mi ripeto. Che dire della proprietà del proprio corpo e poi non essere propensa, pur volendo, a concepire un figlio visto il dilagante disagio sociale che tramuterebbe il nato in un aggravio delle condizioni economiche, in un problema da gestire in presenza di un'occupazione, in un'incognita circa il suo futuro? E come concepire la libertà economica quando il lavoro scarseggia? O cosa dire della libertà quando essa si volgarizza sovente in una sterile contestazione familiare (genitori e compagno) oppure in un uso indiscriminato ed avvilente della propria sessualità, ben prima dell'età della ragione?
Ma tutte queste problematiche restano in mente Dei, senza alcuna riflessione su quali saranno gli assetti futuri di un popolo, privato della speranza, spogliato dai valori e senza alcun anelito ideale. Quello che si preferisce è 'dimostrare' di ovviare ad una 'disattenzione', ostentando addirittura disgusto quando il passato vessatorio dell'uomo sulla donna emerge in tutta la sua terribile crudezza rappresentata da tanti episodi, nonostante il 'sistema' opprimente fosse sotto gli occhi di tutti, che lo hanno consentito, come pure i singoli episodi che lo hanno determinato. Così, in questa comoda indignazione collettiva, può partire, in tutta evidenza, la crociata liberatoria.
In un articolo apparso sul Corriere della Sera lo scorso 17 ottobre, la sua redattrice, Annalisa Grandi, ha fatto un pezzo su Weinstein, il grande 'satana'. E, nel testo, ha riportato ampi brani di un recente post apparso su Facebook dello sceneggiatore-produttore Scott Rosenberg.
"Io c'ero. C'ero dal 1994 agli anni 2000. L'età dell'oro. Gli anni di "Pulp Fiction", "Will Hunting", "La vita è bella". Harvey e Bob (i fratelli Weinstein) hanno prodotto i miei primi due film. Avrebbero pubblicato il mio romanzo. Mi hanno consacrato, mi hanno dato la mia carriera. Avevo a malapena trent'anni". "E quei giorni gloriosi a Tribeca?2 - ricorda lo sceneggiatore - Le riunioni diventavano programmi che poi diventavano notti folli in giro per la città. … Quindi sì io c'ero. E lasciatemi essere chiaro su una cosa: tutti sapevano".
"… sapevamo dei suoi comportamenti aggressivi. Sapevamo della fame di quell'uomo, come un orco insaziabile uscito dalle favole dei fratelli Grimm. Tutto avvolto in promesse vaghe di ruoli nei film. E sapete perché sono sicuro che sia così? Perché io c'ero. Vi ho visti. Ne abbiamo parlato insieme. Voi, i grandi produttori; voi, i grandi registi; voi, i grandi agenti; voi, i grandi finanzieri. E voi, i capi dei grandi studios rivali; voi, i grandi attori; voi, le grandi attrici; voi, le grandi modelle. Voi, i grandi giornalisti; voi, i grandi sceneggiatori; voi, le grandi rockstar; voi, i grandi ristoratori; voi, i grandi politici. Io ero lì con voi".
"Ma che avremmo dovuto fare? A chi avremmo dovuto dirlo? Harvey aveva la stampa in pugno. Avremmo dovuto chiamare la polizia? Per dire cosa. Le vittime hanno scelto di non parlare ma se ne avessero parlato con i loro agenti gli avrebbero consigliato di tacere".
"Tutti conoscevamo qualcuno che aveva ricevuto le sue avances. Ma in qualche modo ridevamo della sua arroganza, la vedevamo come una grottesca esibizione di potere. Era molto più facile per noi crederci. Perché... e qui lo schifo incontra la melma: con Harvey abbiamo passato i momenti migliori. Ci portava ai Golden Globe organizzava feste pazzesche. Cannes, Berlino, Venezia, jet privati, limousine. Una volta mi ha portato ai Caraibi per dodici giorni. Non sapevo neanche che quel posto esistesse. Lui dava, dava, e dava. E i suoi soldati dovevano ripagarlo con una fedeltà degna di un padrino mafioso. Era glorioso, tutto. Che sarà mai se era un po' prepotente con qualche giovane modella? Perché avremmo dovuto noi fermare il gioco? La gallina dalle uova d'oro non capita molte volte nella vita di un uomo. Ci servivano le uova. Okay, forse non ci servivano ma ci piacevano davvero davvero molto"
"Per questo sarò eternamente dispiaciuto, per tutte le donne che hanno dovuto subire. … "Mi dispiace … Mi scuso e mi vergogno, perché alla fine sono stato complice, non ho detto niente. Harvey con me è stato meraviglioso quindi mi sono preso i benefici e ho tenuto la bocca chiusa. Ma anche tutti voi dovete scusarvi. Voi sapete chi siete. Sapevate tutto e sapete che io so che ne eravate al corrente perché ero lì con voi. E perché tutti, tutti sapevano
".
Già. Tutti sapevano. Onestamente, non so cos'abbia indotto, lo scorso 6 ottobre, il New York Times e le due giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey a pubblicare una loro inchiesta su Weinstein, 'Harvey Weinstein Paid Off Sexual Harassment Accusers for Decades' ma fatto sì è che da quell'inchiesta, tre giorni dopo, è scaturito il licenziamento del produttore dalla società che aveva co-fondato e l'avvio del tribunale mediatico, con le 'denunce' di stars di prima grandezza, di stelline e di ragazze pon pon.
Premesso che è in corso l'inchiesta della Magistratura, non voglio ergermi a giudice dei tempi di risposta della morale altrui ma che pensare di 'denunce' effettuate dopo venticinque, venti, quindici e dieci anni dai soprusi subiti? Mi chiedo: se le 'vittime', a quel tempo, non avessero voluto sottostare ai brutali voleri, pur avendo meriti avrebbero potuto avviare la loro carriera per divenire oggi le note, apprezzate attrici? Non so rispondermi ma, stando alle parole di Rosenberg, certamente no. E, di contro. Cosa pensare di tutte le ragazze pon pon che, allettate dalle promesse, hanno inutilmente subito brutture per sfondare nel mondo dello spettacolo? Interpretando le parole di Rosenberg, le possiamo considerare prive di talento artistico e compatire per essere state semplice 'materiale di consumo' nell'indifferenza generale.
Dopo Harvey Weinstein, un altro personaggio di Hollywood è stato accusato di molestie sessuali. Il caso è stato denunciato da ben trentotto donne al Los Angeles Times per abusi di vent'anni fa e vede coinvolto il regista-sceneggiatore James Toback. Anche lui, come Weinstein, avrebbe avuto un riprovevole modus operandi. Tristemente chiaro è il commento dell'attrice Echo Danon in un tweet: "Se hai fatto parte del mondo del cinema degli anni Novanta sapevi che Harvey Weinstein era un predatore sessuale. Un altro era James Tobak". Che dire di più?
Insomma, ciò che sta emergendo a me pare una generale, dilatata, ipocrisia che sta investendo tutto l'Occidente, dopo tanto disinteresse e tanti compromessi morali. Dall'America, alla Francia, all'Inghilterra, all'Italia con la recente caccia all'anonimo regista televisivo che, secondo non meglio specificate accuse, sembrerebbe essere un prepotente gallo. Ciò che sta emergendo, insomma, è un grande lavacro dove la società trova occasione per riscattare le sue annose 'disattenzioni' e le oppresse la loro pigra morale, ridando così candore alle coscienze.
Per inciso, un po' come sta accadendo col reato d'opinione. Inquadrato giuridicamente al meglio con l'ultima legge del 2006, essa indica una categoria di reati che comprende gran parte dei delitti contro la personalità dello Stato, con particolare riferimento ai reati di propaganda e apologia sovversiva, nonché di vilipendio della Repubblica e delle istituzioni costituzionali. Peraltro, tale denominazione deriva dalla circostanza che la condotta integratrice del reato consista nella manifestazione di un'opinione aggressiva dell'altrui sfera morale, ovvero non rispettosa dei parametri costituzionali previsti in tema di libertà di pensiero.
Ora, atteso il chiaro quadro giuridico del reato d'opinione, può sorgere il dubbio che l'unico motivo per rivederlo sia proprio quello sottostante alla libertà di pensiero, ovvero al superamento di quel limite per poterlo configurare. Se così fosse, ciò porterebbe a ritenere che il sotteso scopo della riforma sia proprio quello di limitare la libertà di pensiero. E se, e qualora, i dubbi si concretizzassero, saremmo tutti un po' meno liberi, nella 'disattenzione' generale, pronti tuttavia a riscattare con veemenza la nostra 'libertà' e la nostra coscienza al primo cambio di rotta.
Mi accorgo di aver scantonato dal tema ma, se fossi affetta dal morbo del complottismo, potrei aggiungere che la riflessione di cui sopra mi sembrerebbe fare il paio con lo scardinamento dell'attuale società occidentale, peraltro in piena decadenza; privato l'uomo del suo centralistico ruolo tri-millenario, la donna potrebbe attendere invano il suo subentro. Tutt'al più, in forma virtuale, accompagnata da pomposi rétori, squilli di buccine e percussioni di cembali. Così, invece di una nuova età dell'oro, potremmo trovarci in un nuovo oscurantismo, senza neppure la libertà di culto a consolarci, dal momento che Dio è morto. Ma sono solo pensieri in libertà.
Per tornare al tema, e concludere, sono proprio le considerazioni sopra espresse che mi hanno indotto a riconsiderare il pregevole scritto di Provenzano e a vederci non una veemenza espositiva a danno o contro la donna bensì una impetuosa denuncia verso una 'disattenta' società e i suoi dichiarati corifei, che la osannano e la adulano, illudendola.








Note:
1 Marcela Lagarde, Identidades de género y derechos humanos. La construcción de las humanas. - VII curso de verano, Educación, democracia y nueva ciudadanía, Universidad Autónoma de Aguascalientes, 1997, dal sito della Cátedra UNESCO de Derechos Humanos de la UNAM.
2 Il quartiere triangolare newyorkese, sotto Canal Street
 
 
SOCIETA'
di RF
SI FA PRESTO A DIRE GERMANIA
Era da tanto che mancavo da Berlino. C'ero stata nel lontano 1984 per un convegno e mi ero intristita molto, già dal metrò del primo giorno, a bordo di un 'treno fantasma' definito così nella parte Est perché non si fermava nelle stazioni in territorio DDR, presidiate dai Vopos. E, neppure a dirlo, faceva un effetto deprimente 'sorvolare' la Berlino oltrecortina, nei tratti allo scoperto; osservare in quei tratti rassegnazione e tristezza e, al rientro nella parte occidentale, confrontarle con un'apparente normalità.
Ne emergeva una città con due distinti stili di vita, separati da un Muro lungo 43 Km che aveva reso il vecchio centro città, rappresentato da Postdamer Platz e dal mitico hotel Esplanade della bella époque, una desolata landa di estrema periferia per ambedue le parti.
A quel tempo, al confine del parco del Tiergarten, nel settore britannico, mi ero issata con qualche titubanza su una piattaforma di legno e avevo intravisto, al di là, la malinconia della Porta di Brandeburgo, il simbolo dell'orgoglio tedesco abbattuto. Tuttavia, dopo una avvilita occhiata, ero subito scesa, inquieta. Dall'altra parte, accigliati militi, con tanto di stella rossa sul berretto, erano usciti dalle vicine garitte, mitra in braccio, richiamati da un sottufficiale. Neanche a parlarne, quindi, di scorgere, oltre la Porta, il famoso Unter der Linden che, prima della guerra, aveva visto tra filari interminabili di rigogliosi tigli, le statue di tanti generali tedeschi del passato.
Una tristezza che si era aggravata alla vista del Reichstag, il vecchio imponente parlamento, quasi contornato dal Muro che gli correva addosso, già sospeso dal nazismo nel '33 e, allora, definitivamente accantonato a favore della periferica Bonn. E, a tirarmi su di morale, non era bastata neppure una passeggiata nel distretto di Charlottenburg, sempre nel settore britannico, dove i negozi e i grandi magazzini del Kurfürstendamm e della Tauentzienstraße erano divenuti un ostentato emblema, senza garbo né grazia, della superiorità e dell'opulenza del sistema capitalistico occidentale.
Quello che si respirava, insieme alla superficiale normalità, era un misto di inquietudine: uno stato d'animo che si era ingigantito davanti al Checkpoint Charlie, il posto di blocco tanto celebrato dalla filmografia delle spy stories, che collegava, quasi ad avvilente paradosso, il popoloso e popolare quartiere di Kreuzberg, di competenza americana, con lo storico, ricco quartiere di Mitte, in area sovietica.
Per lenire la mia tristezza non ho potuto neppure far ricorso allo spirituale. Il grandioso settecentesco Duomo, di culto luterano, agibile solamente nella cripta a causa dei bombardamenti di trent'anni prima, era nel settore Est e così la vicina duecentesca Marienkirche, di confessione cattolica, uscita indenne dalle distruzioni belliche, quasi contrapposta alla celebre fontana di Nettuno, altro simbolo appannato della grandezza tedesca, rappresentante i quattro più importanti fiumi della Germania: il Reno, la Vistola, l'Oder e l'Elba.
Ciò invece che ho potuto fare, nella mia ricerca del trascendente, è stato osservare, dalla parte occidentale, la svettante Torre della Televisione, capolavoro d'ingegneria, fatta costruire negli anni '60 dal governo tedesco orientale a dimostrazione della forza e dell'efficienza del sistema socialista. Alta 365 metri (un intero anno), prima in Europa e seconda solo a quella di Mosca, a guardarla nei giorni di sole, per uno strano gioco di riflessi (e del destino), verso la metà superiore si creava chiaramente una grande croce di luce. Sembrava svettare quasi a protezione dei due interdetti luoghi di culto e del sottostante centro del dissenso intellettuale in territorio orientale: Alexanderplatz, divenuto un altro simbolo noto in tutto il mondo.
A quel punto, avrei voluto fare un giro sulla vicina Sprea ma venni sconsigliata perché anche il fiume era intervallato da sbarramenti dissuasori e controllato in armi. Così, non mi era restato altro che dirigermi verso i distretti di Reinickendorf e di Wedding, sotto il controllo francese, per ammirare il fantastico complesso residenziale del Siedlung Schillerpark, costruito tra il '24 e il '30 dall'architetto Bruno Taut. Sia pur indirettamente, era il motivo della mia presenza in Berlino. Ma ci ero rimasta davvero male nel costatare quanta poca cura, dalla fine della guerra, l'Occidente aveva riservata a quel meraviglioso impianto, destinato a divenire un quarto di secolo dopo patrimonio dell'umanità dell'Unesco.
Insomma, la visita di allora fu all'insegna della tristezza alla vista di com'era ridotta la capitale della Marca di Brandeburgo, del Regno di Prussia, dell'Impero tedesco, della Repubblica di Weimar e del Terzo Reich. Oh! Intendiamoci. Il mio abbattimento non era dato dalla caduta miseranda della sola capitale del Terzo Reich, regime mai sufficientemente stigmatizzato, quanto invece da tanta storica bellezza che, proprio a causa di quello stesso regime, la Germania, ma anche l'umanità, tutta aveva perso.
Me ne ripartii qualche giorno dopo, veramente affranta. E dovettero passare oltre trent'anni prima di rimetterci piede; anni durante i quali avevo letto e visto, attraverso i vari sistemi d'informazione, la sempre più impetuosa avanzata economica. Certo, in quei tempi, non nascondo di averla osservata con simpatia ma, più che altro, per l'impianto sociale che era riuscita a porre in essere. La Mitbestimmung mi affascinava e, visti gli opportunismi italiani, mi suscitava un certo stupore pensare che in importanti aziende, già allora note nel mondo per le dimensioni e per la tipologia di prodotti, si praticasse la cogestione: allo stesso tavolo decisionale datori di lavoro e lavoratori, senza pianti datoriali sugli elevati costi del lavoro e senza minacce di licenziamenti a raffica in assenza di aiuti di Stato.
Un singolare impianto, definito 'capitalismo dal volto buono' dall'economista Michel Albert, che non aveva impedito alla Germania (con metà Paese) di diventare in Europa il primo partner commerciale, considerato che, da sola, ha visto (e vede) oltre il 36% degli scambi comunitari passare nel suo territorio.
Alla fine dell'89, alla caduta del Muro, avevo naturalmente gioito ma, devo confessare, più per la sconfessione del regime sovietico attraverso la distruzione di un simbolo che per la riunificazione tedesca. Del resto, erano passati solo cinque anni dalla mia visita e avevo ancora negli occhi le amare immagini. Al più, in quei tempi, ciò che avvertii per il popolo tedesco fu come la fine di una penitenza per un soggetto che conosci appena. Sai che quello che hai davanti è un povero disgraziato che ha sbagliato; privato della libertà, ha visto la famiglia disunita dai servizi sociali e ha saputo che i figli, con la famiglia affidataria, sono cresciuti, hanno studiato e si sono fatti strada nella vita. Un giorno, il disgraziato esce di galera e, dopo ventotto anni, li rincontra. Alla fine della penitenza, tutti gioiscono della riunione familiare. Ecco. Al di là della caduta del simbolo, mi ero quindi rallegrata per sentimento meramente umano.
Certo, qualche perplessità me la suscitarono i meccanismi finanziari posti in essere per sopperire ai costi della riunificazione: un'emissione grandiosa di titoli pubblici, a bassissimo rendimento, che il mondo intero si affrettò ad accaparrarsi. In sostanza, mi dicevo, i costi della riunificazione li hanno pagati cash soprattutto investitori stranieri mentre alla Germania era rimasta una lunghissima rateazione di un debito, alla fine della fiera pochissimo al di sopra del suo valore nominale.
Beh! Per onestà, mi devo correggere. Non tanto perplessità quanto invidia: non era certo una colpa essere beneficiari di tanta fiducia da vedersi affidati i soldi ad un irrisorio tasso d'interesse da una folla insistente. Un fatto, quello, che comunque accrebbe la mia simpatia che galleggiava su due, distinti, atteggiamenti mentali: c'è da essere veramente 'dritti' nel concepire un meccanismo del genere, era la considerazione da bar. Quella da salotto, invece, era molto più ponderata: veder considerati i propri titoli addirittura come un bene rifugio era un segno di forte solidità e di orgoglio.
Certo. Ma insieme all'invidia, la simpatia cominciò a retrocedere lasciando campo all'antipatia: quella che si può provare per i primi della classe, per i 'secchioni', che sembra non facciano alcun sforzo per apparire ad ogni costo boriosi e saccenti. Persino i tassisti, ricordo: alla mia richiesta di essere condotta al Museo Egizio (pronunciato in inglese 'Egyptian museum') il guidatore di turno mi fece capire di non capire. Così, dopo vari tentativi, stavo per rinunciare, quando mi venne in mente di mimare una classica immagine di divinità egizia. Ah! Ägyptisches Museum, fu finalmente la supponente risposta del tassista. Il che deponeva per una scarsa propensione verso il turismo, dal momento che non c'era stato alcuno sforzo di capire l'ospite che non conosceva la lingua, è vero, ma che non ignorava che, dal 1945, inglesi e, soprattutto, americani interagivano quotidianamente con la popolazione e la vita locale.
E fu a favore di quest'ultime sensazioni che la mia simpatia s'incrinò definitivamente appena due anni dopo, con il varo del Trattato di Maastricht dove la Germania, senza sentire ragione alcuna, impose ferree condizioni per la nascita dell'Unione Europea. Là, cominciai a sentirmi indispettita da un atteggiamento che giudicai fortemente arrogante. Va bene la vitalità imprenditoriale, la forza economica, la solidità finanziaria, la capacità organizzativa ma avrebbe dovuto esserci anche la consapevolezza che i restanti undici Paesi firmatari, per tutta una serie di ragioni che non giova qui elencare, erano a distanze piuttosto variegate dalla situazione tedesca.
Per cui, mi dissi, un'unione tra diversi avrebbe dovuto comportare non uno ma una serie di compromessi, sia pur con intenti di coesione, senza che inflessibili obblighi creassero disagi sociali o aggravassero quelli esistenti. Capivo l'intento tedesco di stimolare al meglio i partners ma il cammino europeo era stato talmente lungo, e così originariamente possibilista, da non giustificare ineludibili vincoli e il fondato rischio di gap sociali. Un'irritazione, la mia, puntualmente rinnovata dalle posizioni tedesche su ogni argomento di interesse economico-finanziario comunitario: dalla composizione dei bilanci, all'attività della BCE, alle azioni salva-Stati, ai meccanismi di stabilità, al varo del quantitative easing.
E non nego di aver giudicato la Germania opportunista, in occasione della Brexit. Dopo tanto risoluto atteggiamento, arrivare a cercare di conciliare le richieste di Cameron, volte ad ampliare le possibilità dell'opting out, peraltro codificate nei Trattati, mi aveva destato un notevole risentimento neppure mitigato dall'indiscutibile danno economico che i tedeschi avrebbero potuto avere dall'uscita della Gran Bretagna, vista l'entità delle loro esportazioni verso quel Paese.
Così, ho vissuto trentatré anni sull'onda verso quel Paese della simpatia e del bonario apprezzamento prima e dell'antipatia, dopo. Oddio! Non che la Germania fosse in cima ai miei pensieri o che in fondo al mio essere covasse un rancore profondo. Assolutamente no ma confesso di essere arrivata addirittura a pensare che, senza la Germania, forse l'Europa avrebbe potuto avere maggiori possibilità di divenire una 'comune, serena, casa', comunque per oltre quattrocento milioni di persone.
Tutto questo, fino al mio recentissimo ritorno in quel Paese in veste, stavolta, di semplice turista. Ero un po' titubante prima di partire perché, pur conoscendo per le grandi linee i giganteschi passi compiuti negli ultimi tre decenni, ignoravo quale fosse l'ambiente che mi avrebbe ricevuto.
Ma, appena arrivata, sono stata subito colta da un clima di affabilità e gaiezza che lì per lì mi ha piacevolmente stupito. I tassisti, sorridenti, parlano inglese e così pure il concierge, il facchino ai piani e il cameriere al bar e al ristorante. Anzi, è abbastanza facile che conoscano persino qualche parola d'italiano. E parlano, altresì, inglese frotte di indiani, turchi, bengladesi, insieme ad un correttissimo e compunto tedesco, tutti al lavoro con atteggiamento (non mi viene altra parola) gioioso. Peraltro, parlano tedesco e inglese anche tanti ragazzi italiani che, dopo un Erasmus, un master, una specializzazione, un dottorato, hanno deciso di fermarsi là perché hanno trovato lavoro, confidando di non tornare più in Italia se non in veste di turisti.
E la cosa che mi ha colpito come una folgore è che autoctoni e immigrati dell'uso dell'inglese ne fanno un semplice fatto strumentale senza alcuna contaminazione dell'impianto culturale che fonda il suo essere solo ed esclusivamente sulla lingua tedesca.
Subito, mi sono immersa nella città, completamente rinnovata da come la ricordavo, facendo un po' di fatica a ritrovare punti di riferimento. Postdamerplatz è divenuta uno dei centri della rinnovata Berlino sul quale incombono il Sony Center con la sua spettacolare cupola di vetro, la Torre Atrium, la Torre Kollhoff, il Forum Tower, il Beisheim Center e la Bahntower; una serie di costruzioni dalle forme avveniristiche, edificate dall'amministrazione berlinese e vendute a grandi gruppi, che ospitano bar, ristoranti, cinema, musei, negozi, punti d'intrattenimento, sedi d'aziende e di forum, siti di associazioni, banche, abitazioni nonché la più importante fermata di metrò di Berlino.
Un sito affidato per la realizzazione a diversi architetti, tra i quali il nostro (si fa per dire) Renzo Piano, che ne hanno saputo fare un che di unico il quale, oltre a divenire uno dei maggiori punti di ritrovo dei berlinesi, attira centinaia di migliaia di turisti ogni anno. Ad evidenziare dove correva il Muro, è rimasto qualche lastrone a bella posta e una doppia fila di blocchetti di porfido, inserita nel manto stradale e sui marciapiedi. Un segno, questo, che ripercorre nella città tutto il vecchio tracciato.
Poco oltre, davanti al rinato parco del Tiergarten, il Memoriale della Shoah: 2.711 stele, poste in una vasta piazza di quasi 2 ettari, in grado di attirare da ogni parte del mondo oltre 500.000 visitatori ogni anno. Quasi attaccata, la Porta di Brandeburgo, ritornata ai vecchi splendori, contornata da nuovi straordinari edifici, che rende accesso al fantastico viale Unter der Linden. Ed appresso, il rinnovato, prestigioso Reichstag, tornato al suo ruolo originario, dove sul fronte dell'ingresso principale, incisa nella pietra, campeggia la scritta 'Dem Deutshen Volke', Il popolo tedesco. Un popolo che, simbolicamente, addirittura sovrasta il Parlamento potendo accedere alla nuova spettacolare cupola in vetro, posta volutamente sull'aula. Dietro, la magnificenza degli uffici dei parlamentari, adiacenti la biblioteca del Parlamento, tutto religiosamente in vetro per testimoniare la trasparenza. Appena a fianco, il Cancellierato, la sede di Angela Merkel.
Un'ampia area, quella del Parlamento e del Governo che, volendo, può essere completamente isolata per ragioni di security. In caso di meeting internazionali e similia, il transito automobilistico nell'area comporterebbe notevoli problemi di sicurezza. Così, è stato realizzato un tunnel, su progetto di Renzo Piano, che, all'occorrenza, viene aperto e vi defluisce il traffico senza intasare le aree circostanti.
Ma il nostro architetto non si è limitato a quello: l'Atrium Tower, una delle più belle costruzioni del quartiere Daimler, è evidenziato da un immenso campanile di evacuazione dei gas del tunnel di Tiergarten. La sua funzione pratica è stata tradotta in una mirabile alleanza tra terracotta e vetro che svetta per oltre 60 metri.
Il vecchio Checkpoint Charlie, lungo la Friedrichstraße, insieme al vicino Museo del Muro, è divenuto un'attrazione turistica. E, così, il luogo del vecchio dissenso, Alexanderplatz, contornato da edifici storici e da nuove costruzioni sedi di alberghi e di istituzioni culturali, sul quale svetta la singolare Torre della Televisione che, ai due terzi, ospita un ristorante girevole a 360°.
I luoghi di culto sono stati completamente ristrutturati e tutti aperti all'incessante flusso turistico: anzi, per la sua magnificenza, forse è il Duomo, di culto luterano, ad intercettarne la maggior parte, a prescindere dal credo praticato. La vicina Sprea è ovviamente tutta praticabile nel tratto cittadino e un gran numero di battelli la percorrono, pieni di turisti che, dopo aver visitato il vicino Museo della DDR, desiderano vedere Berlino dal fiume.
E, dopo la gita sull'acqua, poco oltre l'approdo, ecco l'Isola dei Musei: a partire dagli anni '90 e su iniziativa del consiglio di amministrazione della Fondazione del patrimonio culturale prussiano (si pensi), è stato varato il cosiddetto 'Masterplan Museumsinsel' che ha previsto il risanamento degli edifici museali e, insieme alla aggregazione dei cinque principali in un insieme museale unico, il riordino delle collezioni divise prima del 1990. Oggi, l'Altes Museum, Il Neues Museum, il Pergamonmuseums, l'Alte Nationalgalerie e il Bode-Museum, posti sull'Isola, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, attraggono quasi tre milioni di visitatori all'anno. Analogo riconoscimento che, come accennato all'inizio, è stato attribuito al centro residenziale Siedlung Schillerpark, tornato ai vecchi splendori dopo la quarantennale incuria occidentale.
Naturalmente, la Berlino del III millennio ha moltissime altre attrazioni, fatte da grandiose e architettonicamente strabilianti istituzioni museali, culturali e filantropiche, sorprendenti acquari, viali dove si accendono le insegne delle più prestigiose marche internazionali dell'abbigliamento, dell'accessoristica, della cosmesi, della gioielleria, dell'hi-tech dell'arredamento. Ma, ciò che più impressiona è il fatto che, ancor oggi, Berlino è un cantiere a cielo aperto, irto di gru. Dappertutto, si ampliano, si ristrutturano, si ricostruiscono, si erigono cose non da poco. La Berlin Hauptbahnhof, l'avveniristica stazione centrale, aperta nel 2006, ha sostituito altre stazioni della città. I suoi lavori, durati dieci anni a causa di un'infinità di problemi di natura strutturale, architettonica, urbanistica e paesaggistica, hanno visto la positiva sperimentazione di strabilianti tecniche e, tra l'altro, hanno comportato persino la deviazione della Sprea. E, sempre a proposito della Sprea, tutte le zone prospicenti il fiume sono attraversate da una tubazione, giuntata a tratti con grossi bulloni in evidenza: passa rasente i marciapiedi, s'innalza per attraversare strade e ridiscende perdendosi nella città. Dipinta a tratti di giallo, verde, blu e rosso, è un piacevole motivo estetico che non guasta nelle strutture architettoniche attorno. Incuriosita dalla stranezza, ho chiesto informazioni e mi è stato risposto che trattasi di un'idrovora. In sostanza, tutti i lavori su o per fondamenta di costruzioni in prossimità della Sprea hanno problemi di infiltrazione. Così, chi ha bisogno, si attacca all'idrovora che asporta acqua, pietrisco e terrisco. L'acqua rifluisce nel fiume e il pietrisco e il terrisco sono depositati a parte. Una volta ultimati i lavori, la stessa idrovora li rispara nel luogo originario così da evitare eventuali avvallamenti o cedimenti futuri.
Basta! Ho visto e narrato abbastanza, sia pur sinteticamente. Comunque, non mi sembra poco per una città che, nel 1945, era stata distrutta per oltre il 75% e che, fino al 1989, ha vissuto tra angosciata rassegnazione e vigile, ordinaria, normalità. In poco più di vent'anni, è nata la nuova Berlino fatta di puntigliose ricostruzioni del vecchio su disegni dell'epoca, gelosamente custoditi, e il nuovo, articolato su ampi viali, spettacolare, fantasmagorico, mirabile, al quale hanno concorso i maggiori architetti di tutto il mondo.
Ora, premesso che non sono affetta da relativismo culturale e che considero ogni dittatura obbrobriosa, un delitto contro l'umanità, due aspetti mi sento ancora di menzionare. Nella frenetica Berlino, la domenica è sacra: tutti i negozi di qualsiasi tipo, tutti i centri commerciali, tutti gli outlet sono chiusi. I supermercati aprono solo dalle otto alle dieci. E, alla domanda: Come mai? La domenica si passa in famiglia, mi è stato risposto.
Il secondo aspetto è il pragmatismo. Accanto al Martin-Gropius-Bau, il museo di arti applicate della casa reale, il cui nome richiama quello del fondatore della notissima Bauhaus, c'è un'area chiamata, senza infingimenti, 'Topografia del Terrore' dove avevano sede le centrali del terrore, appunto, nazionalsocialista: la prigione della Geheime Staatspolizei, la Gestapo, gli uffici del comando delle SS, la dimora del servizio di sicurezza delle SE (SD) e la cancelleria del Reich. Per quanto possa suscitare perplessità, i tedeschi hanno fatto delle aberrazioni del nazismo un punto d'interesse turistico: i milioni di turisti che annualmente visitano Berlino, per oltre l'80%, inglobano nei loro tour anche quel luogo.
Non ci sono aggiunte da fare. Anzi, mi correggo. Premesso che Berlino non rappresenta l'intera Germania e che questa, a distanza di ventisette anni, ancora manifesta delle sia pur minime differenze di sviluppo tra le vecchie parti dell'Est e quelle dell'Ovest, non mi risulta che tra i Länder, orgogliosi territori di antica ed accertata origine storica, ci siano spinte secessionistiche o autonomistiche. E, tra l'altro, non ho contezza di vertici della Mercedes, della Volkswagen o della BMW che stiano pensando di trasferire le loro sedi sociali per evitare gravami fiscali.
Sono ripartita piacevolmente sorpresa e un tantino depressa.
   
     
  Home Archivio Società Avanti