TEMA DI COPERTINA  
    di Cristofaro Sola    
         
    IL TEMPO DELLA TRADIZIONE E IL TEMPO DEL PROGRESSO    
   
"Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione [...]. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"?". In questo aforisma tratto dalla "Gaia Scienza" di Friedrich Nietzsche può racchiudersi il senso ultimo del rapporto che lega l'uomo al tempo. Tempo che è carico di contenuto e d'implicazioni necessarie. Che, diversamente da quanto sostenuto da Hegel in Jenenser Logik, Metaphysik und Naturphilosofhie non è "un processo interamente vuoto" nel quale "la strutturazione delle formazioni porta solo all'apparenza del comprendere". Il tempo si muove seguendo un percorso circolare, per alcuni ellittico, che collega ogni essere umano alla ripetizione di eventi già verificatisi innumerevoli volte prima del presente e destinati a replicarsi in una serie infinita di déjà vu da cui, a ogni passaggio, la sua natura spirituale esce rafforzata.
La rappresentazione più fedele del moto circolare del tempo è quella fornita dalla struttura concettuale di fonte tradizionale dei cicli. Un tempo che si rinnova, che nulla concede a quella linea retta proiettata verso l'universo finito del divenire della Storia che è l'espressione grafica più amata dai fautori di una concezione meccanicisticamente evolutiva.
Tale visione comporta la determinabilità di una qualità temporale che non appartiene al regno della misura e della quantità, ma può invece essere qualificata. Sono forse tutte uguali le giornate che viviamo? Ve ne sono alcune memorabili la cui durata per il portato significativo degli eventi che in esse si sono prodotti, sembra amplificarsi oltre i limiti oggettivi di durata del ciclo temporale convenzionale.
Per intenderci: è la giornata dilatata dell'"eroe" borghese Leopold Bloom, protagonista dell'Ulysses di James Joyce, novello inconsapevole re di ritorno nella sua personalissima, anonima, a tratti squallida Itaca/Dublino, rappresentazione iconica sublime della giornata "eroica" di un uomo qualunque. Mentre ve ne sono altre che per la loro disperante insignificanza potrebbero non essere mai esistite.
Eppure la loro durata resta ugualmente, ineluttabilmente compresa nell'arco delle ventiquattro ore. Lo stesso dicasi dei tempi storici delle civiltà: a parità di durata le molte civiltà che hanno attraversato il genere umano differenziandolo significativamente, hanno sfruttato l'uguale durata in maniera affatto diversa. Proprio tale difformità sostanziale nella qualificazione dell'elemento temporale consente di classificare le civiltà in un preciso ordine gerarchico che costituisce il fondamento culturale (di kultur nella sua accezione tedesca) sul quale si radica l'incontrovertibile dato di disuguaglianza dei gruppi umani.
Fuori da ogni astrazione, scegliere a quale categoria concettuale di tempo appartenere segna la differenza, ontologica, tra opposte visioni del mondo non conciliabili perché non assoggettabili ad alcun processo dialettico di sintesi. Una, dunque, tradizionale e un'altra progressista.
Nei rispettivi risvolti concreti, la prima si potrebbe definire di conservazione e trasmissione inalterata, attraverso la Storia, dei valori fondanti l'antico ordine del “ἐν ἀρχή"; la seconda potrebbe assumersi a principale cifra identitaria di un pensiero rivolto esclusivamente al divenire evolutivo della mezza scimmia del Pleistocene nel sofisticato professore di Harvard dei giorni nostri. L'una rivendica interazioni nel piano superiore della metafisica, l'altra è ancorata saldamente ai nessi tentacolari di un determinismo causale tra legge di natura e catene evoluzionistiche ineluttabili.
Sullo sviluppo di questa linea di faglia sono distinguibili ictu oculi i due profili antitetici della frattura antropologica dalla quale trae scaturigine la molteplicità delle nature umane destinate a confliggere tra loro non potendosi piegare alla diminutio di un processo dialettico che conduca a un'utopica pacificazione del genere umano sotto il segno di un tirannico egualitarismo, soppressore di ogni diversità.

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Per l'uomo della Tradizione che mira, nella vita quotidiana, a conservare il complesso dei valori guida, degli archetipi sui quali fonda la sua civiltà, esistono due distinte composizioni del tempo. C'è un tempo sacro che è diverso dal tempo storico.
Il primo, che potremmo definire parmenideo, sempre uguale a se stesso, possiede una qualità ignota al secondo: esso è reversibile. Nel senso che, grazie all'andamento circolare, eventi già verificatisi nel "illo tempore" possono essere riattualizzati interrompendo la scansione cronologica del tempo storico. Ciò che dà impulso al tempo sacro è l'elemento mitico, del tutto mancante nell'altro ordine temporale.
Ai fini della definizione del tempo sacro l'individuazione della componente mitica ha il medesimo valore costitutivo che ha il "Big bang" per i fisici e gli astronomi. Il mito primordiale scaturisce improvvisamente e prorompe nella Storia senza che debba, a sua giustificazione, essere preceduto da alcun altro fattore evolutivo. L'accadimento mitico interviene a sancire una tautologia per la quale esso è vero in sé e non necessita di alcun riscontro scientifico o fisico. L'uomo della Tradizione beneficia di questa particolare condizione che gli consente, attraverso la fase della attualizzazione del mito, di poter riassumere nella sua sfera percettiva, collocata sul piano metafisico, allo stesso tempo la "fine del mondo" e la sua ricorrente palingenesi nel ciclo continuo di morte-nascita.
Cosa desidera sopra ogni cosa l'uomo della Tradizione se non ritrovare, per usare le parole di Mircea Eliade, la presenza degli dei nel mondo fresco, puro e forte che era uscito dalle mani del Creatore? Non si tratta, come sostiene Emil Cioran, di rifugiarsi in una comoda "età dell'oro", versione edulcorata e consolatrice di un mondo statico in cui "l'identità non cessa di contemplare se stessa" e dove l'irrealtà non è mai in sé drammatica.
Sarebbe agevole ma riduttivo appellarsi all'alienazione liberatoria delle svariate versioni di paradiso terrestre che le religioni non hanno mancato di propugnare. All'uomo della Tradizione non sfugge il peso che discende dalla responsabilità di accettare la sfida prometeica dell'assalto al cielo. La visione edenica viene rinviata alla dimensione escatologica nel mentre si fa spazio la consapevolezza del combattimento quale fattore propulsivo della dinamica propria del tempo sacro. Se la lotta tra il Bene e il Male, tra la luce e le tenebre fonda ogni ricostruzione cosmogonica ciò non significa che l'apprendimento degli insegnamenti in essa contenuti si limiti all'esclusiva rappresentazione simbolica degli eventi. Anche la proiezione archetipica sulla realtà produce effetti destinati a condizionare, sebbene a differenti livelli di percezione e di risposta, il vivere quotidiano di ogni individuo.
Il primo di essi riguarda una questione propria della modernità. Il fautore di progresso "si sa e si vuole creatore di storia". All'opposto l'uomo della Tradizione assume rispetto alla necessità storica un atteggiamento distaccato, quando non palesemente negativo, non riconoscendo ad essa il valore di struttura portante della propria architettura esistenziale.
Il problema, come osserva acutamente Mircea Eliade, sta nel diverso approccio alla sostenibilità del processo storico nel quale è immerso l'individuo, suo malgrado. L'appellarsi dell'uomo della Tradizione, per comprendere e giustificare il presente, alla ripetizione della cosmogonia e alla rigenerazione periodica del tempo, gli consente di percorrere una via alternativa rispetto a quella tracciata dalla prospettiva storicistica "per permettere all'uomo moderno di sopportare la pressione sempre più potente della storia contemporanea".
È rinvenibile un discrimine nel diverso grado di libertà che le due visioni contrapposte consentono. L'uomo della Tradizione è libero di scegliere la propria collocazione nello sviluppo degli eventi che sono ricomposti a un diverso piano, metastorico, rispetto a quello fisico caratterizzato dall'interazione dei destini umani chiamati a metabolizzarli. Per intenderci, nella eterna lotta del Bene contro il Male che sostanzia ogni cosmogonia, il singolo può scegliere come schierarsi. È l'uomo che possiede la somma prerogativa, manifestazione della sua natura divina, di stare alternativamente dalla parte di Dio o da quella degli angeli ribelli, come anche di decidere se e quando cambiare campo senza per questo alterare o pregiudicare il flusso che invera l'eterno ritorno.
Può farlo nella consapevolezza dell'esistenza "necessaria" del male in quanto funzione del bene, che non potrebbe sopravvivere alla definitiva estinzione dell'altro. Come, ugualmente, non sarebbe esistito un Cristo redentore se non vi fosse stato un Giuda disposto a tradirlo, a incarnare il male, per liberare la potenza salvifica/provvidenziale del gesto sacrificale, riparatorio di una sincope cosmica.
Viceversa, nella concezione storicista la fede nel linearismo del divenire annichilisce la volontà dell'individuo di partecipazione attiva al processo di successione che si produce in forza dell'interazione di paradigmi ideali aprioristicamente individuati in vitro sulla falsariga dei modelli astratti propri delle scienze naturali. Prendendo a prestito la formula di Oswald Spengler, la successione storica si produce autonomamente sia che si tratti di fasi organiche (di Kultur) o che siano fasi meccaniche (di Zivilisation) dell'umanità.
In concreto, l'uomo della Tradizione può essere definito, con un'espressione propria di Julius Evola, divoratore del tempo. Con ciò distinguendosi dall'uomo della civiltà moderna considerata, sulla scorta della comparazione evoliana, divoratrice dello spazio.
D'altro canto, furono proprio le civiltà tradizionali a distinguersi per la loro stabilità e immutabilità nella temperie della Storia. Furono isole, baluardi che solo l'effetto rifrattivo del raggio di luce artificiale della modernità può far apparire lontane, tramontate, sepolte sotto la polvere della storia, ruderi appetiti dagli archeologi. In realtà, tali civiltà che la modernità considera erroneamente morte non furono ma sono, se le si guarda secondo la "doppia prospettiva" data da un antico insegnamento tradizionale richiamato da Evola in "L'arco e la clava": "le terre immobili fuggono e si muovono per chi va con le acque, le acque si muovono e fuggono per chi risiede saldamente nelle terre immobili".
Bisognerà attendere migliaia di anni e le riflessioni di Zygmunt Bauman sugli effetti degenerativi della "società liquida", dissolutori di ogni forma solida di valore archetipico, per comprendere ciò che era chiaro, sul piano spirituale, agli uomini della Tradizione già all'alba del presente ciclo temporale della nostra civiltà. In sintesi, il richiamo alla Tradizione consente ancora oggi, nell'Era che può dirsi di maggiore decadenza della civiltà dell'Occidente, di svelare l'ultimo, crudele inganno della modernità: la conquista dell'Uomo che entra nella Storia. Questa è l'illusoria alterazione di verità alla quale resta aggrappato, come naufrago a un legno marcio, l'uomo crepuscolare dei nostri giorni. L'uomo della Tradizione, al contrario, non cade nella trappola ben consapevole del fatto che l'umanità nel suo complesso non sia entrata nella Storia ma più drammaticamente sia caduta nella temporalità.

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L'aspirazione del tipo umano conservatore non è quella di piegarsi a un regressivo nostalgismo e neanche procedere avanzando con lo sguardo rivolto all'indietro. La ricerca delle origini per lui è solo il naturale disporsi verso la fonte d'emanazione energetica della forza vitale.
È come il volgersi dei girasoli all'astro luminoso. A differenza dell'uomo della modernità progressista, divoratrice implacabile di spazi e distanze, bisognosa compulsiva di possesso, patologicamente atterrita da tutto ciò che si presenta distaccato, lontano, oltre l'orizzonte finito della pura materialità, l'uomo della Tradizione, il conservatore, è fautore del "tempo vivente". Del tempo che si rigenera a ogni passaggio di ciclo. Del tempo che, come direbbe lo Zarathustra di Nietzsche, sa risorgere perché sa tramontare.
Tale condizione pone in capo all'uomo della Tradizione la consapevolezza del suo essere non padrone del mondo reale ma depositario e custode di un tempo che racchiude in sé passato, presente e futuro. Egli è tenuto a trasmetterlo alle generazioni successive curando di preservare l'integrità dell'impianto. Ecco dunque spiegata la ragione dell'opporsi del "conservatore" agli assalti demolitori che sono nella natura evoluzionista del "progressista".
Suolo patrio, identità di stirpe e di genere sessuale, lingua, religione, costumi non sono elementi sovrastrutturali di una cultura della cittadinanza, suscettiva di cambiamenti in ragione dell'evoluzione delle dinamiche sociali innescate all'interno di un gruppo umano omogeneo, ma pilastri di fondazione di una civiltà. Come tali essi non sono sopprimibili se non a prezzo di una sconfitta che determina la decadenza, fino all'estinzione, di quella civiltà che si è posta, più o meno consapevolmente, sul piano inclinato del relativismo morale e spirituale.
D'altro canto, sarebbe sufficiente osservare la natura per comprendere il senso delle cose. È, ad esempio, emozionante assistere allo spettacolo dei salmoni che risalgono la corrente per tornare, sul finire del loro ciclo vitale, a deporre le uova nei luoghi dove sono stati generati. I salmoni che nasceranno, a loro volta, ripercorreranno il medesimo percorso : si allontaneranno dalle sorgenti per farvi ritorno da salmoni, non da trote.
Ugualmente l'uomo che risale il ciclo delle sue età per ricongiungersi al principio nel "illo tempore" del fattore primordiale deve consegnare ciò che gli è stato trasmesso. Non altro. Non un mondo rovesciato, contaminato dai falsi idoli del relativismo culturale. È questo dunque il suo passaporto per l'eternità, non la folle corsa lungo una linea che si perde nell'oscurità delle utopie di questo tempo storico della decadenza che associa nella fallacia di una frusta equazione del pensiero razionale il sommo bene al progresso illusorio dell'umanità.

   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Lino Lavorgna    
         
    AS TIME GOES BY! AS TIME GOES BY?    
    PROLOGO: TEMPO TERRESTRE. TEMPO SPAZIALE.

Da giovane amavo trascorrere molte ore a rimirar le stelle, assiso sulla sponda del mare, in quel luogo ameno della costa campana già caro a Ibsen, Nietzsche e Wagner. Proiettavo lo sguardo verso l'Infinito e raggiungevo fette di Spazio inesplorato. Lì, dall'altra parte, scorgevo qualcuno che mi guardava proprio come io guardavo lui e riconoscevo me stesso, bambino.
Mi affascinava quel gioco "irreale", che dava significanza "reale" a un sogno antico: viaggiare nel "Tempo". Furono queste suggestioni che mi suggerirono di far nascere il protagonista di "Prigioniero del Sogno" in una galassia lontana milioni di anni luce dalla nostra, per poi farlo arrivare sulla Terra in pochi attimi, grazie a quelle crepe spazio-temporali che si formano in prossimità dei buchi neri. E' su questo mondo, poi, che l'extraterrestre dovrà misurare il suo "essere" con un tempo diverso da quello che conosceva: il "tempo" degli uomini.

ESISTE DAVVERO IL TEMPO?

Per i fisici, ovviamente, la domanda è meramente retorica. Il tempo, così come concepito nel linguaggio comune dalla maggioranza delle persone, non esiste.
Non serve certo ribadire qui la progressiva evoluzione del concetto da Aristotele ad Einstein, passando per Newton e chiedo venia, tanto al direttore quanto ai lettori, se non mi dilungherò nemmeno sul concetto di "motore immobile", come espressamente richiesto nel tema proposto: non riuscirei a sviluppare l'analisi senza offendere i lettori sensibili alle tematiche di coloro che il pensiero aristotelico hanno strumentalizzato a proprio uso e consumo, trattandolo come una fisarmonica dalla quale fare uscire solo le note gradite.
Nessuna volontà, sia ben chiaro, di privilegiare il "politically correct" nei confronti di un'importante struttura secolare, ma solo la consapevolezza che si tratterebbe di "tempo perso": le mie parole, su siffatte tematiche, sarebbero inevitabilmente destinate a rimbalzare contro un muro granitico senza nemmeno scalfirlo.
Occorreranno ancora molti secoli prima che quel muro si disintegrerà per un processo naturale di consunzione, pari a quella che determina il degrado del cemento armato. Le stesse parole risulterebbero del tutto superflue, invece, per coloro che non hanno bisogno di muri protettivi, da molti dei quali potrei io imparare qualcosa.
Qui basti ribadire, perché ciò è sempre giusto, l'importanza di "abbandonarci" ancora e sempre alla "meraviglia" di Aristotele e sforzarci di farla nostra, non solo nello studio, che ci eleva e ci consente di essere migliori, ma anche nella vita quotidiana, fonte di continui spunti "meravigliosi" che spesso ci sfuggono a causa di inutili distrazioni.
Quanto più saremo capaci di "cercare il sapere al solo fine di sapere e non per trarne un utile"1 tanto più si accorcerà il tempo necessario a buttare giù quel terribile muro sul quale rimbalzano le idee più possenti, contribuendo sensibilmente allo smarrimento che angustia una buona fetta dell'umanità. Rimandiamo ad altri contesti, pertanto, le complesse disquisizioni dottrinarie che, per quanto interessanti, poco possono aggiungere al tanto già detto e scritto e soffermiamoci su argomenti più intriganti.
Il tempo non esiste, quindi, e la separazione tra passato, presente e futuro è un'illusione. Per quale ragione, però, non riusciamo a staccarci da questa illusione e ci lasciamo condizionare da essa in ogni momento della nostra esistenza?
E' la natura umana, rispondono gli scienziati, precisando che gli uomini non sono in grado di emanciparsi dalla "complessità del mondo" e vivere a livello elementare, la qualcosa consentirebbe di "accettare tutto", serenamente. La risposta dei filosofi è solo apparentemente simile, ma l'aggiunta di un termine ne sancisce la sostanziale differenza: "Sono i limiti della natura umana" che non ci consentono di staccarci dall'illusione temporale. E su quei limiti si gioca tutta l'essenza della nostra esistenza, rapportata al tempo.
"Limite", in questo caso, va inteso nella sua accezione etimologica più pregnante: il confine ideale al di là del quale si verifica un determinato fenomeno. Nella fattispecie la trasformazione dell'essere umano in qualcosa di sostanzialmente diverso, capace di nascere, vivere e morire senza provare emozioni.
Si sconfiggerebbe il dolore, certo, perché anche il dolore, atomisticamente parlando, è un'illusione. Cionondimeno nessuno è disposto a varcare quel limite e resta caparbiamente attaccato alla propria illusione, tenendosi tutte le palpitazioni che la vita gli offre, nel bene e nel male.

L'ESSERE RAPPORTATO AL TEMPO: IL DILEMMA INSOLUTO

E' un vero peccato che Heidegger non abbia ultimato il suo capolavoro, manchevole della seconda parte, di carattere storico, ma soprattutto della terza sezione della prima parte, quella destinata a sviluppare il pensiero espresso nelle prime due parti e chiudere il cerchio sul problema del senso dell'essere in generale.
Pietro Chiodi2 ha giustamente osservato che l'opera del grande pensatore si può paragonare a un edificio interrotto dopo lo scavo delle fondamenta e prende per buona la spiegazione fornita dallo stesso Heidegger: il linguaggio disponibile non consentiva di passare dalla discussione sull'esistenza e del suo senso, ossia la temporalità, al problema del senso dell'essere in generale. La disquisizione non consente una facile decantazione, anche perché qui non si tratta di un'interpretazione soggettiva effettuata a posteriori, ma dell'esplicazione di un concetto espresso direttamente dall'autore, che ovviamente può solo essere accettato tout-court o confutato con argomentazioni poco digeribili, perché potrebbero solo evidenziare una resa di Heidegger, strumentalmente giustificata con i limiti del linguaggio. Nessuno oserebbe tanto.
Fra qualche secolo, però, dalle ceneri del decadentismo contemporaneo dovrà necessariamente svilupparsi la fiammella che impedirà al genere umano di autodistruggersi prima del "Tempo" (due miliardi di anni più o meno, secondo gli scienziati); avremo nuovi grandi filosofi e sarà possibile cesellare il pensiero di Heidegger.
Oggi, necessariamente, occorre spostarsi dal campo speculativo dell'essere visto come "ente" rapportato al tempo, a quello più arabile dell'essenza dell'essere umano, costituita dalla relazione con se stesso e con gli altri. Non tragga in inganno, tuttavia, l'espressione "campo più arabile". Essa vuole solo sancire la possibilità di costruire un discorso di senso compiuto sull'essenza dell'essere, sia pure nell'esteso ambito delle diverse teorie e interpretazioni propugnate da scienziati, teologi e filosofi, la cui trattazione è possibile in saggi specifici e non certo in un articolo.
Ci limiteremo, pertanto, a una veloce rimembranza di "cogito ergo sum", che vede il concetto di essere in una posizione subalterna a quella del pensiero, ed "essere o non essere", che spalanca le porte tanto sulla debolezza dell'uomo quanto sulla possibilità che egli possa dare un senso al proprio tempo (e quindi alla propria vita) levandosi in armi in un mare di triboli e, combattendo, disperderli.
Sorvolando su Shakespeare per amor di sintesi, è appena il caso di spendere qualche parola sia sui numerosi e "ingiusti" strali tributati a Cartesio, a partire da Giambattista Vico3, sia sulle testimonianze di affetto troppo sfacciate, che proprio in virtù della loro "assolutezza", paradossalmente, si trasformano in una "negazione" dei presupposti razionalistici propugnati dal pensatore. Fa scuola, a tal proposito, l'enfatica espressione di Hegel: "Qui possiamo dire che siamo a casa e, come il navigante dopo una lunga peripezia su un mare tumultuoso, possiamo gridare "Terra". Magari fosse così facile! Un corretto e onesto approccio al pensiero, del resto, è uno dei grandi dilemmi dell'umanità, da sempre.
L'uomo si è sempre sforzato di "dissacrare" ciò che non riteneva funzionale al proprio essere e "impossessarsi", anche impropriamente, di ciò che riteneva plasmabile. Emblematica, a tal proposito, l'analisi di Hume. Nell'antichità, personaggi come Anassagora e Socrate, che sostenevano la liceità del teismo e negavano il valore religioso delle stelle, dei pianeti e delle divinità mitologiche, venivano accusati di ateismo. Viceversa, chi ateo lo era davvero, come Talete, Anassimandro, Eraclito, ma evitava di negare il valore religioso condiviso dalla maggioranza della popolazione, non fu mai perseguitato4.
Il paradosso più grande è che sono trascorsi circa tre millenni da quei tempi e non siamo stati ancora capaci di affrancarci dalla volontà di "piegare" il pensiero dei grandi, che a prescindere dal campo in cui hanno pascolato è stato sempre espresso "in buona fede", alle nostre miserabili esigenze, per lo più gestite in "cattiva fede".
NON ESISTE UN TEMPO PER TUTTE LE COSE

Mi si perdoni la dissacrazione di un concetto ben radicato nella cultura occidentale, che alcuni attribuiscono addirittura a Salomone, altri si manifestano scettici su tale ipotesi e altri ancora, tra i quali chi scrive, non hanno difficoltà a negarla senza eccezioni.
I capisaldi dell'Ecclesiaste sono suggestivi e di rapida presa per l'immaginifico della moltitudine, che predilige ciò che ben si predispone all'anima, senza sforzarsi di comprenderne la reale essenza. Evitando a piè pari inutili disquisizioni, quindi, per passare agevolmente oltre basti e avanzi quanto affermato da Voltaire: " […]Quel che sbalordisce è che quest'opera empia sia stata consacrata fra i libri canonici. Se si dovesse stabilire oggi il canone della Bibbia, non ci si includerebbe certo l'Ecclesiaste; ma esso vi fu inserito in un tempo in cui i libri erano molto rari, ed erano più ammirati che letti. Tutto quel che si può fare oggi è mascherare il più possibile l'epicureismo che prevale in quest'opera. Si è fatto per l'Ecclesiaste come per tante altre cose ben più rivoltanti; esse furono accettate in tempi d'ignoranza; e si è costretti, ad onta della ragione, a difenderle in tempi illuminati, e a mascherare l'assurdità o l'errore con allegorie"5.
Se non esiste il Tempo e non esiste un tempo per tutte le cose, dall'Ecclesiaste possiamo secernere l'unica intuizione che meriti una certa attenzione: "vanitas vanitatum et omnia vanitas". La frase consente di meglio sostenere il più celebre detto "sic transit gloria mundi" e porre in risalto l'insipienza del genere umano.
Comprendere bene quanto siano fatue le cose del mondo, del resto, aiuta molto a dare un senso al proprio tempo, ma anche in questo caso si combatte una battaglia persa in partenza (ancora tempo perso, quindi) perché la stragrande maggioranza degli uomini non pensa in quale cimitero vuole essere sepolto ma in quale piazza vorrebbe la propria statua.

O TEMPORA O MORES

Duemila anni fa Cicerone si arrabbiava tantissimo costatando la corruzione che dilagava in ogni ambito. Non riusciva proprio a digerire che quel farabutto di Catilina vivesse impunemente e impunemente continuasse a tessere le sue trame, senza che il Senato lo condannasse a morte, come sarebbe stato giusto, visto che per la sua congiura a morte erano stati condannati dei suoi collaboratori.
Spassoso vero? Mi ricorda "tizio" condannato a una severa pena per essere stato presente all'omicidio compiuto da "caio e sempronia", che però girano impuniti perché giudicati "innocenti" e quindi meritevoli anche di essere corteggiati da editori e registi, per raccontare le proprie gesta, lautamente retribuiti.
Oppure mi ricorda un mattacchione che si lasciò corrompere (con una somma di tutto riguardo, a onor del vero) per raccontare minchiate ai giudici e preservare il corruttore da sicure pesanti condanne per le sue attività fraudolente. Smascherato, si beccò la giusta pena, che ovviamente sarebbe dovuta servire come prova per quella ancora più severa da infliggere al corruttore. Aspetta tu! Devo continuare? Non serve. "O Tempora o Mores", diceva Cicerone, pensando al suo Tempo e senza prevedere che sarebbe stato sempre così.

I TEMPI BELLI DI UNA VOLTA

Quali sono? Non so rispondere a questa domanda: proprio non li conosco. Non so nemmeno se vi siano stati. Penso che ogni tempo abbia avuto il bello e il brutto contemporaneamente e poi, l'uomo, invecchiando, ha imparato a cullarsi nell'illusione dei tempi belli di una volta.
La mente modifica i ricordi in funzione dello stato d'animo del presente. Agli uomini piace illudersi! In realtà, qualsiasi cosa dovessimo fare nella nostra vita, arriva sempre il momento in cui, realmente o metaforicamente non importa, ci ritroveremo a strimpellare le note di "Come passa il tempo", con un pizzico di malinconia, anche se circondati da pareti ricche di trofei. E a quel punto davvero diremo, semplicemente: "Come passa il tempo!", con il punto esclamativo, perché proprio non avremo più né la voglia né la forza di chiederci: "Come passa il tempo"











NOTE
1) Il concetto di meraviglia, come ispirazione per la sapienza, è sviluppato nel primo libro della "Metafisica" (982 b, 10) "Basta guardare a quelli che per primi hanno esercitato la filosofia, perché risulti chiaramente che la sapienza non è un sapere produttivo. Gli uomini, infatti, sia da principio sia ora, hanno cominciato a esercitare la filosofia attraverso la meraviglia […]. Chi si pone problemi e si meraviglia crede di non sapere, perciò anche colui che ama i miti è in certa misura filosofo, perché il mito è costituito da cose che destano meraviglia".
2) Martin Heidegger, Essere e Tempo, Introduzione. Classici UTET su licenza Longanesi, 1978
3) Per Vico la natura è opera di Dio e quindi, secondo lui, l'uomo non può conoscerla e deve solo far riferimento alla storiografia, che consente di analizzare fatti realmente accaduti.
4) David Hume, Storia naturale della religione, Editore Laterza, 2007
5) Voltaire, voce "Salomone" del Dizionario filosofico


   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Roberta Forte    
       
    I TEMPI DELLE MELE    
    Il 'Tempo delle mele' è stato un bellissimo film francese, uscito trentasei anni fa sui nostri circuiti cinematografici, che riscosse un notevole successo di pubblico. Non conosco la distribuzione generazionale degli spettatori ma, oggi, mi piace credere che la maggiore affluenza l'abbiano determinata i giovani.
La storia, infatti, riguarda una ragazza di 13 anni, Vic Berreton, studentessa delle superiori, che un giorno conosce il suo primo grande amore, Mathieu. Ma, insieme alle prime emozioni e alle prime gelosie, arrivano anche i primi conflitti generazionali con i genitori François, dentista, e Françoise, illustratrice, i quali, di lì a breve, attraversano un periodo di crisi, anche a causa di un tradimento reciproco. Sentendosi distante dai due e dalle loro problematiche, Vic si affida alle attenzioni della bisnonna Poupette, arzilla ottantacinquenne prodiga di consigli ed esempi. Alla fine, i genitori di Vic si riconciliano, mentre la ragazza si allontana da Mathieu.
Il finale, forse, lasciò un po' di amaro in bocca nel pubblico che vide sacrificate dalla storia le prime pulsioni giovanili sull'altare del ritrovato rapporto tra due adulti. Così, per non deludere le aspettative, e fors'anche per motivi di cassa visti i brillanti risultati, l'anno successivo uscì il seguito: il Tempo delle Mele 2.
Sono passati due anni da quando Vic ha lasciato Mathieu. La ragazza, ora quasi sedicenne, incontra casualmente Philippe, un ragazzo mezzo tedesco, e tra i due è subito amore. Nel frattempo, i genitori di Vic, alle prese con un altro figlio nato nelle more, attraversano nuovamente una crisi causata dal trasferimento fuori città del padre, deciso ad accettare un'allettante offerta di lavoro. Ma i due, alla fine, riescono a riappacificarsi. Nel frattempo, Poupette, l'arzilla bisnonna di Vic, alla sua veneranda età, decide di convolare a nozze con il suo coetaneo Jean-Louis, appena rimasto vedovo, ma cambia idea all'ultimo momento. Nel corso della storia, Vic e Philippe litigano molte volte e rompono il rapporto per nuove storie ma, alla fine, i due tornano insieme.
Poco tempo dopo l'uscita dei film, già adulta, mi capitò di vedere il primo quasi per caso, in DVD, e, devo confessare che, lì per lì, non riuscii ad immedesimarmi nella storia e nel ruolo degli interpreti. Forse perché avevo già metabolizzato la mia gioventù e i relativi turbamenti, avevo già razionalizzato la mia vita, anche sul piano professionale, e non ero più una naufraga affranta e sperduta nel mare grosso delle emozioni. Per cui, lo avevo visto asetticamente e, sperando in un momento di evasione, mi ero ritrovata invece ad assistere ad una storia che, al momento, giudicai banale e persino noiosa.
Dovettero passare oltre venti anni, in una serata tra amici, prima di sentir rispondere, ad una mia affermazione sulle impressioni giovanili: 'Seeee … sei rimasta al tempo delle mele.' Rimasi per un attimo a pensare: Cosa vuoi dire? 'Voglio dire - fece il mio interlocutore - che ciò che hai appena detto neppure una ragazza di tredici anni lo penserebbe.' Significa che sono un'ingenua? ribattei tra il seccato e il curioso. 'Anche. Ma, soprattutto, voglio dire che sei fuori dal tempo.' E mi spiegò il perché.
Già. Fuori dal tempo. L'affermazione mi aveva colpito, anche perché aveva richiamato alla mia mente il film che, svogliatamente, avevo visto più di vent'anni prima. Così, rimasi a rimuginare tutta la serata sulla portata di quell'asserzione, non solo e non tanto perché riferita al mio modo di pensare quanto perché significava che oltre vent'anni della mia vita erano trascorsi senza che avessi avvertito la profondità del cambiamento giovanile. Certo, avevo registrato delle stranezze nel corso del tempo; atteggiamenti sgarbati, eccessiva disinvoltura nelle manifestazioni del loro 'essere', insofferenza, ma le avevo attribuite ad aspetti caratteriali del singolo giovane e, in ogni caso, non avevo dato loro alcun peso se non un repentino fastidio, subito dimenticato.
Perciò, l'indomani, mi recai in un negozio di DVD per acquistare il film (avevo perduto il mio) e là scoprii l'esistenza del seguito: il numero 2. Li acquistai entrambi e cominciai a pregustare la serata, davanti al televisore e con le sigarette a portata di mano. E, nell'attesa, presi a chiedermi il perché del titolo. Perché 'Il tempo delle mele'? Che c'entra la 'mela' con la storia amorosa di una ragazza, una famiglia un po' tribolata e un'anziana eccentrica? Nulla, se non, mi sovvenne all'improvviso, un indefinito richiamo alla 'mela' di Eva, donatale dal 'serpente', nella consumazione della quale aveva associato Adamo.
Un attimo: Eva, morso, consumazione … La fanciulla che fino ad un attimo prima, insieme ad Adamo, aveva vissuto nella beatitudine del Paradiso, priva di affanni, a causa dell'insidiosa insistenza del 'serpente', dopo vari tentennamenti aveva morso la 'mela' e aveva associato Adamo nel contravvenire alle prescrizioni divine. Così, dalla beatitudine iniziale, si era ritrovata ad essere scacciata dal Paradiso, accompagnata dalla punizione di 'partorire con gran dolore'. L'allusione al primo rapporto è chiara; un rapporto preceduto, certo, dalla titubanza iniziale ma cancellata subito dopo dalla forza dei turbamenti amorosi e delle prime pulsioni sessuali. Così come è chiaro il riferimento alla fine della rosea pubertà per approdare nelle vicende dell'età adulta.
Beh! Se ero nel vero, che modo garbato di porre la questione. Sicuramente, eravamo molto lontani dal bigottismo delle vicende del luglio del '50, accadute nel ristorante romano 'da Chiarina', quando Scalfaro, il futuro presidente allora giovane parlamentare, ebbe un vivace alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa con veemenza, arrivando a schiaffeggiarla, in quanto il suo abbigliamento, a parere del giovane onorevole, era sconveniente poiché ne mostrava le spalle nude.
Sì. Eravamo sicuramente lontani ma negli anni '80 ancora permaneva una pudicizia espositiva (e comportamentale) anche se diversa da quella severamente vittoriana, in essere fino agli anni '70. Il '68, infatti, annacquando semplici sogni e speranze, aveva dato la prima scossa al mondo giovanile e aveva fornito loro degli embrioni per nuovi indirizzi politici, sociali ed economici, ma la 'rigidità' della 'classe' allora dirigente aveva considerato dirompenti quegli indirizzi per gli assetti societari e li aveva tarpati. Gli anni '70, poi, sulla scorta della guerra del Vietnam, avevano detto ai ragazzi che, se erano buoni per combattere e morire, il loro 'essere' avrebbe dovuto avere una nuova 'diversa' considerazione. Ma, ancora una volta, le attese e le aspettative vennero spuntate. Così, cominciò a manifestarsi nel mondo giovanile una voglia di 'dimostrare' il proprio diverso pensiero da quello usuale, consueto, usando le forme più manifeste di una tale diversità: la musica e l'abbigliamento, oltre al comportamento.
È ovvio che nella contestazione della società, i primi a farne le spese furono i genitori e gli insegnanti i quali, in ogni caso, cercavano di trasmettere i crismi del vivere almeno civile nel modo usuale. Ma la sola contestazione, comunque, non bastava: occorreva che ad essa si abbinasse un'evasione dalla realtà ritenuta stantia, bigotta, ipocrita e decadente. Così, sfortunatamente, ciò che fino agli anni '50 era riservato ai ricchi giovani (e meno giovani), annoiati e viziosi, ebbe una diffusione tale, in ogni ceto, da divenire una problematica sociale a livello mondiale: la droga.
Ma negli anni '80 la cosiddetta 'contestazione' giovanile si era esaurita e i giovani cominciavano a ritornare nell'alveo di un consueto sia pur più evoluto: si potevano mostrare le nude spalle, e la minigonna, lanciata provocatoriamente da Mary Quant negli anni '60, era divenuta abbigliamento usuale nelle giovani. Il bikini imperava, qualche monokini cominciava ad apparire sebbene in spiagge riservate e si cominciava a pubblicizzare in TV persino il preservativo, sia pur con la giustificazione dell'AIDS. Stavano venendo meno alcuni aspetti, tra i più beceri, del perbenismo bigotto. Lo 'yuppismo', manifestazione passiva, cominciò così ad essere soppiantato da quell'aspirazione e tendenza a farsi rapidamente strada, anche con metodi talora discutibili, nella carriera, nella professione, nella posizione sociale: il 'rampantismo'.
I giovani, infatti, avevano preso a cavalcarlo, in ogni ceto e in ogni livello di responsabilità, intendendolo come un modo attivo, dinamico, di dimostrare alla società le loro capacità, senza le remore di un moralismo elevato a sistema. Ovviamente, non tutti i giovani avevano recepito e praticato un tale atteggiamento: 'ragazzi di famiglia', come si sarebbe detto sino a non molto tempo fa, continuavano il loro 'modus vivendi' secondo quei principi che avevano caratterizzato la famiglia nei pochi decenni appena trascorsi: certamente il rispetto delle convenzioni sociali ma con l'introduzione sempre più accentuata del dialogo interno, senza il vincolo della subordinazione o supremazia del ruolo.
E Vic, emerse dal film che stavo guardando, era una di quest'ultimi giovani che, per via mediatica, parlava a tanti suoi simili. Uno spaccato della società di allora, che presentava un nucleo familiare 'moderno': dentista il padre, illustratrice la madre, studentessa lei. Una famiglia benestante dove entrambi i genitori sono conclamati fedifraghi e di questa loro situazione, impensabile fino a poco tempo prima, è resa edotta la figlia la quale, certamente confusa, non si sente di parteggiare per l'uno o per l'altra e cerca conforto e indicazioni nella saggezza e avvedutezza dell'età: l'eccentrica bisnonna Poupette.
Una 'modernità' che sostiene i primi turbamenti e le prime pulsioni della giovane tredicenne, anche come rivalsa degli scompigli casalinghi e che la induce, oltre all'affetto dell'anziana signora, a sperimentare il conforto di un altro giovane. Ma per i genitori adulti, poi, collaudati professionisti, interviene il momento della ragione e, in nome del passato e dell'opportuno bene odierno, ritrovano i motivi dell'unione e si riconciliano. Vic, a quel punto, si trova di fronte al dilemma: continuare nel suo tenero amore giovanile o troncarlo per l'acquisita maturità e la sperimentata consapevolezza che le avversità si possono superare. Opta per quest'ultima scelta e lascia Mathieu, il simbolo della confusa fanciullezza.
Quella seconda visione del film, a distanza di più di due decenni dalla prima, la trovai molto interessante perché foriera di una memoria che il tempo trascorso aveva un po' sfilacciato. Una specie di dejà vu del quale, tuttavia, fino a quel momento non avevo piena contezza. Certo, il tempo era trascorso modificando, poco alla volta ma in maniera significativa, usi, costumi e comportamenti. Lì per lì, rimasi interdetta di fronte a tale scoperta ma, presa dal soggetto, decisi di vedere anche il 'Tempo delle mele 2'.
Qui, la faccio breve perché il seguito, il '2', lo trovai, a mio avviso, come una doppia rappresentazione dello stesso soggetto: le nuove traversie dei genitori e le prime traversie di Vic, di fatto nell'età adulta nonostante i sedici anni. In nulla interessante. Perciò, con una sigaretta in una mano e un whisky torbato nell'altra, mi sdraiai sulla chaise-longue e mi misi a pensare alla distanza ormai consapevolmente smisurata che ci (mi) separava dagli 'anni '80.
Certo. Lo iato tra quegli anni e quelli del III millennio sono abissali, mi dissi con sgomento. Lo strappo definitivo lo si è avuto negli anni '90 quando cominciarono a cadere, uno dopo l'altro, tutti i pilastri che fino ad allora avevano sorretto la società, al di là dell'ipocrita perbenismo bigotto.
Il Muro di Berlino era crollato sotto i colpi della Coca Cola e di McDonald cancellando di colpo i presupposti che mitigavano l'incondizionato dispiegarsi di una visione capitalistica, universalista e apolide, lontana da ogni interesse sociale. Con la caduta di quel Muro, vennero così meno quelle che la storia aveva bollato come 'ideologie', cancellando anche, nella furia iconoclasta, anche consolidati assetti sociali che seppur scaturiti da una cultura socialista, questa era comunque di natura riformista, liberale e legalitaria.
Ogni valore, o sembianza ritenuta tale, doveva essere cancellato, in nome della 'modernità' e della crescita, perché si sarebbe ripercosso sul cammino capitalista e si sarebbe tradotto in rivendicazioni. Per cui, in Italia, il primo a venir meno fu il partito che incarnava l'auspicio di un socialismo realizzato. Ciò che rimase furono (e sono) delle amebe. Quasi in contemporanea, seguì la cancellazione degli automatismi retributivi. Di lì a breve, fu la volta dell'indeterminazione del rapporto di lavoro. Tutto questo, insieme ad una più sospinta introduzione di tecnologia nei processi produttivi, contribuì notevolmente a creare un'insicurezza sociale dove l'unica speranza risiedeva nell'azione sindacale che tanto bene aveva fatto dal dopoguerra in avanti.
Ma l'economia era cambiata. L'industria, punto di forza sino ad allora del sindacato confederale, da un lato si avviava verso un evidente tramonto, dall'altro si decentrava per cominciare ad inseguire costi del lavoro sempre più bassi e più permissive condizioni di produzione, mercé lo stimolo all'internazionalizzazione che comportava l'allora sottoscritto Trattato di Maastricht, l'accordo di Schengen e l'allora futura moneta unica. Inoltre, cominciava ad emergere prepotentemente il terziario, non più fatto di solo commercio al dettaglio: i servizi alle aziende e alla persona si stavano affacciando prepotentemente all'orizzonte. Con la crescita del terziario, peraltro, i consolidati rapporti di lavoro a tempo indeterminato cominciarono ad essere soppiantati da un ingigantirsi delle partite IVA, da lavori eterodiretti o eterorganizzati. I rapporti di lavoro subordinati, d'altro canto, presero a trasformarsi in collaborazioni coordinate continuative frantumando la prassi dello schema contrattuale tipico del lavoro dipendente.
Tutti contesti, quelli emersi, dove la sindacalizzazione era di fatto poca o nulla. In più, il sindacato fu ingabbiato in un sistema, la concertazione, che, acclamato come partecipativo alle politiche di governo, lo costrinse ad accettare eclatanti riforme peggiorative del rapporto di lavoro, della sua retribuzione, della sua durata, dei suoi diritti, trasformando quel mondo in un ché di aleatorio, in cambio di 'future' riduzioni di tasse e utenze, di lotta al caporalato (N.d.A. a distanza di oltre vent'anni si continua a parlarne), di sostegno alla famiglia (sic) e ai giovani (doppio sic). Infatti, l'ulteriore giustificazione fu che, attesa la riduzione delle disponibilità e l'obbligo di rispettare i parametri imposti dal trattato di Maastricht, le risorse residue dovevano essere sapientemente distribuite non più 'solo a vantaggio delle categorie protette', i lavoratori dipendenti, ma anche in appoggio a categorie 'deboli', la famiglia, gli anziani, i giovani. Per inciso, a distanza di più di vent'anni, mi ritrovo oggi con gli stessi vacui argomenti.
La scuola pubblica che, in via generale, avrebbe dovuto sostenere sul piano formativo una tale trasformazione, a prescindere per un attimo dalla sua bontà, si trasformò in selettiva non solo per l'introduzione di esami di ammissione alle facoltà ma anche per l'elevazione delle tasse scolastiche: per cui, tralasciando un momento la qualità del suo insegnamento, si cominciò a delineare una selezione nella società tra chi 'poteva' e aveva figli intelligenti, e chi 'non poteva' a prescindere dall'intelligenza dei suoi figli. In ogni caso, la qualità didattica della scuola pubblica, scarsamente valida sul piano dell'approccio alle nuove 'opportunità', cominciò ad essere soppiantata dalla scuola privata, più attenta e tempestiva sul piano didattico a cogliere e ad utilizzare tali trasformazioni. Un fatto, questo, che accentuò il gap formativo in esito alla sola disponibilità economica.
In più, la scuola pubblica (a pagamento) cominciò ad essere disarticolata dal suo asse portante: un'uniforme modalità formativa dal Nord al Sud che, in ogni caso, ammetteva specifiche facoltà che rispondessero a caratteristiche produttive locali. Con l'introduzione della 'competizione' tra scuole pubbliche e la possibilità di finanziamento privato venne di fatto meno tale uniformità non solo sul piano formativo ma anche su quello territoriale. Così, il gap formativo, inizialmente dato dalle indisponibilità economiche delle famiglie, si accentuò per le differenze economiche tra territori.
Ma ciò che sconcerta fu (è) che i servizi pubblici all'impiego, i vetusti uffici del lavoro e della massima occupazione (non desta un po' di dolorosa ilarità?), nonostante le annose promesse di riforma in uno con la generale riforma della Pubblica Amministrazione, proseguirono a gestire il 'cartellino rosa' e a timbrarlo periodicamente. In tal modo, al 'fortunato' laureato di una famiglia piccolo-borghese non restò altro che iniziare l'annosa trafila di stampare il proprio curriculum e di inviarlo a innumerevoli aziende sperando per il meglio.
Fu a questo punto che si innestarono nella disgregazione degli assi portanti della società tre ulteriori eventi: le aziende, giustificandosi con l'avvio di una competizione sempre più serrata (e, a volte, sleale), non intesero più assolvere a quella fase di apprendistato, estremamente utile per la formazione professionale del giovane; così, iniziarono a pretendere che gli aspiranti dipendenti avessero già esperienze lavorative. In tal modo, si innescò quella corsa al 'ribasso' che portò un ingegnere a fare il portantino, un chimico a divenire 'uomo di fatica', un architetto a dedicarsi al trasporto delle petunie del fiorista.
Questo primo evento, peraltro, ne generò altri due sottostanti: nelle famiglie piccolo-borghesi cominciò a prendere forma e a radicarsi l'idea che una laurea non era necessaria per fare un lavoro che, in effetti, ne poteva fare a meno. Così, le ambizioni e i sacrifici, utili al progresso di una società, furono cancellati dal pronto impiego nei call-center, a bassa ma certa remunerazione. Di contro, la formazione pubblica si indirizzò verso la concezione e la istituzione di una 'laurea breve', ampollosamente concepita per dare 'dignità' professionale ad un'occupazione di medio livello o di bypassare lo scoglio dell'apprendistato. Il risultato fu che i 'laureati' in quel contesto presero a seguire la stessa trafila dei possessori di una 'laurea lunga' con l'aggravante che una laurea 'breve' non fornì quella formazione umanistica, utile al vivere civile e sociale, che una laurea 'lunga' comunque consente anche in discipline scientifiche.
Il secondo, dirompente evento fu la connotazione della mobilità quale fattore salvifico. Ne conseguì che giovani laureati, difficoltati a trovare un'occupazione, vuoi per le ristrettezze economiche della ricerca pubblica, vuoi per le problematicità del 'primo impiego' nel settore privato, cominciarono a prendere la via dell'estero, indisponibili verso un'occupazione di ripiego o sottopagata. Perciò, insieme alla fuga di 'cervelli' e al loro sradicamento da un contesto affettivo-familiare, sempre più arido, cominciò a determinarsi l'impoverimento culturale-conoscitivo del Paese, tutt'ora in atto.
Il terzo evento fu l'indotto calo dell'andamento demografico. Le famiglie, intimorite dalle incertezze del futuro, cominciarono ad essere meno prolifiche a causa di due distinti sub-fattori: non solo e non tanto per le sempre più sospinte perplessità circa il futuro della loro prole, quanto per l'indisponibilità economica sempre più accentuata della famiglia stessa, non bastante a sopperire alle tante necessità di un figlio dalla nascita all'ingresso (???) nel mondo del lavoro. Si cominciò, in conseguenza, a delineare un sempre maggiore invecchiamento del Paese. Gli anziani, perciò, in netta crescita, sempre più svincolati da una tutela pubblica, vennero di fatto posti a carico della famiglia che, comunque, prese a beneficiare del loro modesto apporto pensionistico.
Un tale stato di cose, tuttavia, creò un surrettizio nucleo familiare forzato all'obbligo della convivenza: il giovane, che nella fase del 'rampantismo' ambiva ad una sua indipendenza anche abitativa, fu obbligato da indisponibilità economica a prolungare sine die la sua permanenza nella casa paterna, e l'anziano, con una pensione irrisoria, fu costretto a dimorare nella casa dei figli, utile ma mal sopportato.
Ne venne quasi di conseguenza, per i giovani, cercare comunque delle vie di fuga da realtà che cominciavano a divenire opprimenti e snervanti: perciò, alla precarietà del lavoro o alla disoccupazione, abbinarono una precarietà di unione. Erano interessati ad uscire dalla realtà familiare ma non a costo di vincoli, anche onerosi, immediati e potenzialmente futuri: quindi, scelsero la strada della 'convivenza'. Due retribuzioni, seppur modeste, davano almeno la possibilità di una vita al limite della decenza. In ogni caso, la scelta non precludeva (ne preclude) la possibilità di un ritorno all'ovile, nonostante potesse comportare un aggravio al nucleo originario.
Fu in tal modo che i giovani, privati del sogno di un futuro, e in seguito disabituati a sognare, presero a rincorrere, quale affermazione di 'essere', il possesso dell'effimero. In conseguenza, ai distrutti valori e ideali, si sostituì uno pseudo-status symbol, fatto di 'ultima' versione dello smartphone, della griffe del jeans, della t-shirt e delle scarpe, omologando in tal modo differenze di capacità. Il credito al consumo fece il resto, incentivando e consolidando la nuova frontiera del potere che trova i suoi punti di forza nel controllo del debito. La 'libertà' di spendere, spesso a credito, e di consumare divenne, così, il conclamato sostituto della vera libertà dell'esistere.
La famiglia, a quel punto, alle prese con angoscianti problemi del vivere quotidiano, non fu più in grado di trasmettere un modello alternativo, valoriale e ideale. Né lo fu la scuola, meramente nozionistica, sempre più permissiva e disattenta, al più tesa a trasmettere, a pagamento, un insegnamento sempre più specialistico per inseguire le opportunità delle concessioni capitalistiche. Per cui, ottenebrati dal presente, speranza, rispetto, ubbidienza, disciplina, considerazione, divennero delle semplici, desuete accezioni da recepire nei vocabolari ma dall'oscuro significato.
E anche il sesso fece la sua parte. Volutamente privato del suo aspetto misterico, della trepidazione dell'attesa, dell'affanno della scoperta e della radiosità della rivelazione, defraudato cioè da tutto quel contorno che, senza tornare ai vecchi merletti, ne faceva comunque il seguito di una ponderazione soggettiva, nella dilagante omologazione divenne lo sfizio di un attimo, senza precedenti ne seguiti. Al pari di un video gioco o di un film in termini di evasione. Ma tale trasformazione non ebbe eguali effetti sui due generi: nella giovane divenne un ninnolo alla sua costante manifestazione d'indipendenza mentre nel giovane divenne il solo, inconsapevole, momento della manifestazione della sua esistenza.
Anzi. Fu il giovane che scontò i maggiori riverberi di una tale mutazione perché, privato del suo tradizionale ruolo di maschio in quanto spogliato di quelle 'decorazioni' che lo facevano 'uomo' (famiglia, lavoro, protezione, decisione, giudizio, punizione, ecc.) cominciò a non sapere più di fosse, a differenza della giovane che, di contro, acquisì la consapevolezza di una 'parità', non certo legata alle precedenti 'decorazioni' del maschio ma alla sola manifestazione (esasperata, a volte) di libertà e d'indipendenza. Il sesso, per la giovane, rientrò nel novero di queste nuove manifestazioni mentre nel giovane rimase la sola manifestazione legata al passato ruolo. Per cui, crebbe talmente d'importanza da generare, nel giovane, addirittura ansia da prestazione e i medici cominciarono a registrare, sempre più frequentemente, giovani maschi che chiedevano la prescrizione di un 'aiutino'.
Fu in quel momento che prese ad imperare la solitudine. I giovani divennero soli, al pari dei loro genitori, sempre più incapaci di intrecciare stabili relazioni interpersonali, se non fugaci accoppiamenti, non oggetti né soggetti di comunicazione per incapacità di trovare argomenti e termini di comune comprensione, racchiusi in un 'branco' alla ricerca di una effimera 'forza' e 'solidarietà' o dietro il recinto del video di un computer, tesi alla spasmodica ricerca del maggior numero possibile di amici virtuali.
A quel punto, la società era scardinata. Fu allora, come si suol dire, che alla beffa si aggiunse il danno: nonostante un'elevata disoccupazione giovanile, emerse, quasi contestualmente, l'inconfessata necessità di braccia a bassissimo costo, sia nella residuale agricoltura, ma ora adeguatamente dimensionata nell'estensione aziendale per affrontare i mercati internazionali, che nella residuale industria o, meglio, nelle sedi periferiche nazionali di un'industria internazionalizzata. A quel punto, molto provvidenzialmente, cominciarono ad acquisire sempre maggiore consistenza i flussi migratori provenienti in massima parte dall'Africa del Nord, data la vicinanza. Quel fenomeno, peraltro, ebbe il pregio di cominciare a sfumare i segni identitari di una comunità, che qualcuno avrebbe potuto assumere come valore e, grazie ad un progressismo di maniera, anziché tendere ad una doverosa ospitalità ed integrazione dei migranti nel rispetto reciproco dei segni identitari dell'ospite e dell'ospitante, si ebbe la paradossale capacità di cominciare a porre in dubbio l'opportunità di mantenere i segni, gli usi e i costumi che contraddistinguono l'identità del solo ospitante.
Un fenomeno, questo, che fece il paio con spinte secessioniste e indipendentiste locali, spesso in assenza di un qualsivoglia fondamento storico, etnico, o giuridico. E, insieme, investirono nell'Occidente le realtà statali, quelle figlie del Rinascimento più che dell'Illuminismo. A tanto, si aggiunse l'anelito di una Unione continentale che ben presto, però, sostituì all'ampiezza del respiro che avrebbe dovuto raggiungere la determinazione delle ampiezze delle rotonde stradali e delle valve delle vongole. E non seppe andare oltre privando, però, le singole realtà statali del loro potere di auto-determinazione.
Aaaah! Basta. Mi sentivo sufficientemente depressa. Avevo finito l'whisky e non era il caso di berne dell'altro. Poveri ragazzi … mi dissi. Ignorano persino l'esistenza nel passato di un mondo diverso e credono che la vita si sostanzi solamente nell'oggi, senza radici per sostenere né speranze per innalzare. Già, mi resi conto di conseguenza, il futuro era stato cancellato in favore dell'oggi, della sola, sempre pressante contingenza così da non creare aneliti di cambiamento; un'alterazione che ha investito soggetti individuali, sociali e istituzionali.
Aveva ragione il mio interlocutore: ero rimasta al 'Tempo delle mele', senza rendermi conto che, con le involuzioni dell'ultimo quarto di secolo, siamo giunti alla Fine della Storia.
Mi venne il dubbio, preparandomi per la notte, che dietro tutto questo ci potesse essere una regia perché, non volendo, mi ero ricordata di una frase di Padre Pio che, in risposta alla domanda di una sua figlia spirituale che chiedeva come potesse accadere una nutrita serie di coincidenze, rispose: "Eeeh! Figlia mia, accade perché qualcuno fa coincidere le coincidenze.". Ma cancellai quel pensiero con un gesto di fastidio: non mi andava proprio di imbarcarmi in una fanta-riflessione sul mondialismo.
Un attimo prima di coricarmi, tuttavia, mi chiesi se almeno il simbolo, la 'mela', avesse mantenuto nel tempo quel suo insito significato, il senso della sua metafora. Così, mi diressi velocemente al computer, lo accesi e avviai una ricerca. E dopo aver velocemente visionato numerose pagine mi resi conto che, in un certo senso, aveva mantenuto un ché di originario ma aveva perso il garbo della metafora per sposare la velocità della 'modernità: era divenuta il gusto (sic) di un preservativo e, addirittura, una delle icone pubblicitarie di un preservativo hi-tech; in sostanza, un accessorio in grado di monitorare tutti i dettagli dell'attività sessuale e anche il numero di posizioni praticate.
Beh! Non stiamo a “sottilettizzare”, come disse Federico Salvatore nel suo celebre 'Incidente telefonico'. Ero già sotto le coltri quando mi chiesi se se ne poteva uscire … se era pensabile configurare un cammino a ritroso. Beh! Si potrebbe … si potrebbe … oh! certo. Come canta il grande Vasco?!? C'è qualcuno Che non sa più cos'è un uomo / C'è qualcuno Che non ha rispetto per nessuno / C'è chi dice NO …
Ecco. Si potrebbe cominciare così. Altrimenti …
Buona notte.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Antonino Provenzano    
       
    IL PERENNE PRESENTE    
    E' ormai scientificamente assodato che nell'universo cosmico parlare di tempo in senso umano non abbia alcuna sostenibilità (con forse l'unica eccezione della Seconda Legge della Termodinamica) e ciò è altrettanto vero anche nel mondo delle infinitesimali particelle subatomiche. Pertanto il tempo come lo concepiamo noi è mero appannaggio degli abitanti del minuscolo pianeta azzurro che ci ospita e la cui modestia, con conseguente irrilevanza, è stata definitivamente consacrata dalle fantastiche fotografie che ci pervengono tramite i più recenti telescopi spaziali.
Ma anche sulla Terra ed in particolare entro le singole teste dei miliardi di suoi umani inquilini, il tempo non è affatto uguale per tutti, in quanto ciascuno individuo si crea il suo, con proprie caratteristiche, durata , rilevanza ed intensità .
Appare evidente infatti che il "tempo" di un primitivo abitante della selva, disteso sotto un albero, con i frutti commestibili appesi al ramo che lo sovrasta e senza alcuna percezione del variare delle stagioni essendo la temperatura del luogo praticamente costante nel corso dell'intero anno, non può che essere del tutto differente da quello di un suo contemporaneo "broker" di borsa di Manhattan per cui ogni minuto di orologio ha una rilevanza ed un valore intrinseco rispetto a quello appena trascorso. Ed altresì il tempo passato in piacevole compagnia è ben diverso da quello di pari durata di una seduta dal dentista. Pertanto il Tempo è prettamente umano, creato dal singolo individuo - e quindi ad esso connesso strettamente - ovvero , su scala più generale, da suoi simili contemporanei di luogo e di epoca. Il tempo dunque, qui giù, è semplicemente Cultura, individuale e/o collettiva, e null'altro.
Nel nostro Occidente di natura greco-romano-cristiana, il Tempo è stato la sua somma fascinazione, il suo idolo, la sua dannazione. Si sapeva che esso era il dio Kronos che divorava i propri figli, ma per due millenni e mezzo siamo stati in sua perenne adorazione sfruttando le sue attraenti potenzialità, volgendo altrove lo sguardo alla vista della effimera, dolorante polvere che fuoriusciva costantemente dalle sue fauci e restando comunque in non rassegnata attesa del nostro ineludibile turno.
Ma anche qui da noi Kronos sta ora irreversibilmente invecchiando e trasformandosi. Il suo mortale avversario in quanto sua assoluta antitesi, anche se diretto discendente, lo statico "Perenne Presente", lo sta, oggi, lentamente scalzando del suo solido trono che, per qualche millennio, sembrò a noi umani essere graniticamente stabile, certo ed immodificabile.
Infatti il "Futuro", testardo ineludibile ed indistruttibile primogenito del Tempo (l'unico che il padre non sia mai stato capace di divorare) in quanto necessario alimento alla prosecuzione della di lui opera, sarebbe stato comunque il solo in grado di dare la vita - pagando però tale innaturale genitorialità con la propria stessa morte - al suo inimmaginabile, in quanto del tutto fuori razza, ultimo e definitivo erede: quell'inatteso, "Perenne Presente" che oggi tutti ci avvolge, nutre e condiziona.
Casa ci è pertanto consentito di poter fare ? Assolutamente nulla, se non che accordarci tutti sul fatto che il tempo non esista, che i così detti "passato" e "futuro" altro non siano che focalizzazioni della mente su due particolari aspetti di una misteriosa, unica, universale e "self containig" realtà : il Perenne Presente; filtrato, questo sì, da qualche miliardo di singole percezioni individuali degli esseri umani che guardando, dall'oggi, in modo bifronte, allo Ieri ed al Domani, dovrebbero pirandellianamente, ma correttamente, interloquire tra loro sull'unica base di un accettato assunto: "cosi è (e, naturalmente, così è stato e così sarà ) se vi pare".
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Pierre Kadosh    
       
    TEMPO ECONOMICO    
    Vi sono strani effetti dello scorrere del tempo sull'economia. Proviamo ad analizzarne alcuni.
Cinquant'anni fa, 1967, le entrate dello Stato italiano erano pari a 7786 miliardi di £ (circa 389 miliardi di Euro). La spesa corrente assorbiva il 93,7% delle entrate.
La retribuzione media era di circa 90.000 Lire al mese, l'oro valeva poco meno di 900 £ al grammo, la benzina costava 120 £ al litro, il pane 170 £ al chilo e per comprare un'utilitaria come la '500 (poco più di 500.000 £) occorrevano circa 6 stipendi medi.
Oggi per comprare un'utilitaria occorrono, più o meno, gli stessi 6 stipendi medi (1500 Euro di media) per raggranellare i circa 9.000 Euro necessari.
Cambia solo la massa monetaria necessaria: ieri 500.000 £ (250 Euro), oggi 18.000.000 di vecchie lire (9.000 Euro), ben 36 volte di più, ma il potere d'acquisto è rimasto apparentemente invariato.
Tuttavia cinquant'anni fa con uno stipendio medio si potevano acquistare 100 grammi d'oro, oggi soltanto 42.
Attualmente il bilancio dello Stato italiano sfiora i 600 miliardi di Euro (567 in Entrata, 605 in uscita nel 2016) e questo significa che il potere di spesa o di acquisto dello stato è cresciuto di circa il 55%.
In relazione al valore dell'oro il cittadini hanno perduto - singolare simmetria - il 58% del loro potere d'acquisto pur con masse monetarie sensibilmente accresciute: 77 volte per l'oro, 36 volte per un'autovettura, 26 volte per la benzina e 23 per il pane.
Un interessante raffronto con la Germania: nel 1967 lo stipendio medio tedesco era di 178.000 £ mese (al cambio 156 £ per marco) che valeva 198 gr/oro, oggi lo stipendio medio è di circa 3000 Euro e vale 85 gr/oro.
Come si osserva nulla è cambiato, nonostante l'Europa, nei differenti poteri di acquisto: l'uno sempre il doppio dell'altro.
Tuttavia anche i tedeschi hanno più che dimezzato il loro potere di acquisto in oro.
Probabilmente sono stati gli Stati ad avvantaggiarsene.
Nei prossimi numeri chiederemo il parere di alcuni economisti sul tema, per capire meglio, se e chi, ha sottratto potere d’acquisto ai cittadini.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
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