TEMA DI COPERTINA  
    di Roberta Forte    
       
    DIVERSAMENTE, LA FARSA CONTINUA    
   
Bene. Dato il tema, diciamo subito che io sono una arciconvinta eurofila con un mucchio di critiche nei confronti dell'attuale costruzione delle istituzioni comunitarie. Anzi, diciamo meglio che le caratteristiche dell'agire di quest'ultime spesso, a mio avviso, arrecano offesa allo spirito originario dei padri fondatori, alle speranze delle genti, alle loro attese e sembrano ledere proprio quelle peculiarità per le quali l'Unione è nata: intanto, come spazio di libertà e di giustizia. Ma non è certo questo né il tempo e né il luogo per tornare sui tanti esempi a motivo della doglianza. Nei mesi e anni precedenti, le pagine di Confini, per mano dei colleghi e mia, ne hanno elencati a iosa.
Ma certo è il momento per interrogarmi su dove io possa essere collocata e cioè se tra gli eurofili tout court o i critici. Beh! Se Dio e il giudizio delle genti perdona l'accostamento, si può dire che io sia una guelfa bianca, parte infinitesimale dell'ombra del Sommo Poeta, innamorato del Papato ma animato da un fortissimo spirito critico nei confronti di questo, soprattutto a causa del suo disinvolto agire. Riguardo a Bonifacio VIII, nella sua Commedia Divina, arriverà addirittura ad anticiparne metaforicamente la morte, collocandolo, neppure a dirlo, all'Inferno, nelle Malebolge1. Ovviamente, non alzerà mai un dito a danno di quell'istituzione ma confiderà che un giorno o l'altro essa torni ad indossare la veste per la quale e con la quale è nata: quella di sommo riferimento spirituale di tutta la cristianità.
Chiarita la mia posizione, mi sono guardata attorno per individuare tra le forze partitiche chi mettere da un lato e chi nell'altro. E, quasi quasi, mi è balzata dinanzi agli occhi la scena descritta dagli storici sullo svolgimento degli Stati Generali in Francia, nel 1789, sotto il regno di Luigi XVI: antefatto alla rivoluzione.
Ebbene, in quell'occasione il clero sedette alla 'destra' del re, i nobili si collocarono a 'sinistra' e i deputati del Terzo Stato gli si posero davanti2. Ora, noti i significati postumi, anacronistici se vogliamo, assunti in campo politico dalle accezioni 'destra' e 'sinistra', la collocazione di quelle categorie a quel tempo fu, diciamo, meramente funzionale che, in sostanza, ricalca umoristicamente l'attuale posizione delle forze partitiche in ordine alle tematiche inerenti la prossima consultazione elettorale europea.
In effetti, c'è da ridere. Perché, a ben guardare, sono tutti funzionalmente eurofili e, al tempo stesso, tutti funzionalmente eurocritici. Lo so, detto così, qualcuno aggrotterà la fronte e rughe di dubbio si stamperanno sul suo volto ma lungi da me contribuire ad aggravare i segni del tempo. Perciò, mi sforzerò per chiarire meglio il mio pensiero.
Intanto, non c'è alcuno tra i 'noti' eurocritici che non si premuri di affermare di non avere alcuna intenzione di abbandonare l'Europa. Certo, il 'sovranismo' ogni tanto riecheggia da quelle parti ma non va più in là di una visione federale (all'americana) al posto della supinazione tout court come quella attualmente impos(ta)ta. E questo per 'tranquillizzare' il nostro beneamato ex presidente del consiglio, Mario Monti, il quale con una impudenza degna di miglior nota, non ancora pago delle benedizioni ricevute per l'opera altamente meritoria svolta durante il suo funesto mandato, è arrivato ad affermare che se e qualora vincessero i 'sovranisti', in Europa scoppierebbe la Terza Guerra Mondiale3.
Forse, dovrebbe rivolgere le sue incredibili, assurde considerazioni verso coloro che passano per convinti eurofili i quali, a dar retta alle loro ridicole affermazioni elettorali, appaiono altro che sovranisti.
Ad esempio, la frase 'Costruiamo speranze, non muri' appartiene al maggior partito della sedicente sinistra. Posta in tal modo, essa lascia tranquillamente intendere che, dal momento che occorre costruirle, 'speranze' in Europa ce ne siano davvero poche. Una critica alquanto forte, direi, perché confronta l'esistenza di un condannabile muro materiale, quello di Orban, e di tanti altri muri virtuali ma ugualmente efficaci (leggasi Francia e Malta), muri che riguardano in pratica i soli migranti, con le condizioni di disagio di milioni di persone, cittadini comunitari, evidentemente privi di speranze al momento.
Una privazione, è lecito dedurre, determinata dall'attuale assetto comunitario e dall'azione disinvolta dei suoi attuali reggitori.
In tutta onestà, tuttavia, la contraddittorietà non si arresta lì. 'In Europa, per cambiare tutto', ad esempio, è una roboante affermazione dei sedicenti 'consanguinei d'Italia' che, contrariamente a ciò che si può pensare, denota una forte volontà di restarci in Europa. Non foss'altro per avere il tempo, appunto, di 'cambiare tutto'. Pensiamo per un attimo all'intensità dello sforzo e alla sua durevolezza se all'intento dichiarato seguisse veramente un impegno confacente. Sì. Indubbiamente siamo al risum teneatis, amici.
L'ulteriore, strano, aspetto della contesa in corso è la scarsità di temi confacenti. Gli attuali contendenti, infatti, si confrontano e si scontrano non su argomenti concernenti, che so, il fiscal compact, la rimodulazione degli aiuti di Stato, le caratteristiche dell'intervento del Fondo Salva-Stati e gli impegni dei beneficiari, una rivisitazione dei parametri di Maastricht, una rilettura di quelli di Schengen e tanti e tanti altri argomenti che hanno angosciato e che, con ogni probabilità, continueranno a farlo il sonno di milioni di persone. No. Essi si confrontano e si scontrano su vicende esclusivamente nazionali, quali i migranti, il reddito di cittadinanza, la flat tax, il salario minimo garantito, etc., etc., etc.; argomenti non concernenti l'acquis communautaire nonostante alle spalle di chi ne parla, sia nei talk-show che sui muri, sia inalberata l'egida unionista: le dodici stelline in campo azzurro.
E questo nel migliore dei casi perché, comunque, gli argomenti discussi attengono a questioni sul tappeto in Italia e l'occasione per carpire benevolenza non si negano a nessuno.
Ma si sa, gli strateghi 'progressisti' ne sanno molto più di Eraclito e di Filone a proposito del Logos: così, sopra l'occhiello di 'Una nuova Europa, un'Italia più giusta', hanno inserito slogan non solo privi di significato nel contesto comunitario ma anche sganciati dalle diatribe nazionali: 'La sanità per tutti e non per pochi' oppure 'Investiamo nella scuola, non nella paura', ovvero 'Creiamo lavoro, non odio' e così via. Oddio! Corretti come messaggi ma, al pari dei precedenti, avulsi dall'azione legislativa comunitaria con l'aggrevante che le maggiori cosiddette riforme (in pejus) nel 'lavoro', nella 'scuola' e nella 'sanità' degli ultimi venticinque anni sono targate PD. Quindi, cos'è? Un loro atto di contrizione?
Questo scenario, quindi, lascia intendere che, purtroppo, i termini della vera contesa riguardano i confini patrii; in pratica, una campagna elettorale per una competizione politica nazionale, sia tra opposizione e forze governative e sia tra le componenti di quest'ultime, ognuna con l'intendimento di misurarsi e così di misurare la possibile durata della legislatura. Per cui, ancora una volta, l'uomo della strada sarà indotto a votare secondo i sentori della pancia o le spinte emotive, al pari di una contesa di borgo i cui orizzonti non vanno al di là della pietra di confine.
Certo … egli non ha dimestichezza con le problematiche comunitarie: la sua concezione della politica, soprattutto per i più anziani, ancora non si è sganciata del tutto dallo scudo crociato, dalla falce e il martello, dal garofano e dalla rosa. La quercia, dalla chioma contegnosa, non l'ha del tutto compresa e il biscione, con le sue spire iridescenti, lo ha solleticato nella sua voglia di serenità e di spensieratezza.
Nei più giovani, invece, non c'è ricordo e, sdegnosi del vetusto ludico caleidoscopio politico, non avvertono il desiderio di approfondire l'odierno così da poter configurare un'ipotesi futura. E tutto questo per l'Italia. Figuriamoci per l'Europa che a malapena l'uomo della strada intravede come una sorta di convitato di pietra contro il quale imprecare per quei diktat che lo toccano da vicino, gli mettono la mano in tasca, a volte lo privano del lavoro e costringono i suoi figli a espatriare.
Ignora le caratteristiche della situazione comunitaria, i principi architettonici della sua costruzione, i termini della sua azione, il protocollo che ne regola la vita. Ignora i connotati degli altri frequentatori della 'casa', la loro storia e le loro ambizioni. Non sa neppure che le connotazioni politiche italiane non trovano congruo riscontro in quell'ambito. Ed in conseguenza, non si pone neppure l'interrogativo di come cambiare e con chi farlo. Né sa che un solo partito, di qualsiasi nazionalità esso sia, non ha la forza sufficiente per promuovere qualsivoglia cambiamento.
Non riesce neppure a rappresentarsi che il percorso europeo finora compiuto, che si ritenga bello o brutto, è stato frutto di larghe intese tra la Commissione Esecutiva, i cui membri sono nominati dai Governi, e il Consiglio europeo, i cui componenti sono i Capi di Stato e di Governo. Ed ignora che il Parlamento europeo in tutto questo gioca un ruolo non dico marginale ma certo di rimessa, non avendo potere di promozione legislativa, sebbene dalla sua aula comunque provengano la maggior parte di quei diktat contro i quali ha imprecato. Né, tantomeno, è consapevole che l'80% del lavoro dei Parlamenti nazionali consiste ormai nella semplice traduzione negli ordinamenti del Paese dei provvedimenti comunitari.
In conseguenza, non sa che quello sinora fatto, nel bene come nel male, è derivato da consonanze tra il PPE (che prima includeva la DC e poi Forza Italia) e il PSE (che prima includeva il PSI, poi i DS e ora il PD), sotto il pressing tedesco e a volte francese.
Non può dedurre che il futuro è disegnato tra Bruxelles e Strasburgo con sempre maggiore un'incisività; luoghi dove decidere quali atteggiamenti tenere per scelte altrui (dazi, crisi internazionali, etc.) e quali percorsi economici intraprendere; scelte e percorsi avviati sotto il nobile emblema di ambiente, ricerca, sicurezza, etc., etc. i cui esiti, tuttavia, lasceranno sul terreno 'morti' e 'feriti' nonché ridurranno sempre più le peculiarità del singolo Paese, le sue aspirazioni e le sue tradizioni. E ancora, il solitario viandante ignora che, nonostante le forti spinte alla 'crescita', non rientra tra le competenze comunitarie verificare se e come tale crescita influisca sulle condizioni sociali dei popoli.
Infine, il dimenticato passante sconosceva prima, e non è certo cosciente ora, che nella concezione italiana le istituzioni comunitarie e, in special modo il Parlamento, non sono più, ammesso che lo siano mai state, il cimitero degli elefanti dove inviare a svernare anziani leader o elementi rompicoglioni; né sapeva che, sempre nella concezione italiana, l'unica utilità di quelle stesse istituzioni erano gli organici dove collocare uscieri e autisti, peraltro con laute prebende, al posto di quadri, direttori e dirigenti.
In estrema sintesi, l'uomo della strada è all'oscuro praticamente di tutto quanto concerne il contesto europeo. Strumentalmente, non è stato indotto a informarsi, a partecipare, a giudicare. Né è indotto a pensare che, soprattutto oggi, senza Europa non c'è futuro, nonostante i canti ammalianti delle sirene separatiste. Ma, se tutto questo non è nella mente del semplice cittadino, non si può dire parimenti delle forze politiche. Allora, se così è, per non apparire una grande farsa la campagna elettorale avrebbe dovuto trovare altri temi e ben altri impegni che il generico 'cambiamo tutto' o 'costruiamo speranze' e, in conseguenza, attrezzarsi per la bisogna.
L'ho già detto in altre occasioni e, quindi, scusandomi mi ripeto, l'Italia è l'unico Paese ad avere una legge elettorale col proporzionale puro che determina un turn-over di circa il l'80% dei parlamentari tra una legislatura e l'altra, disperdendo così, per chi ha lavorato, un patrimonio di conoscenze, di rapporti, di intese, a differenza di altri Paesi che hanno una legge a lista bloccata che premia i meritevoli e scarta gli inetti.
Anzi, col proporzionale puro si premiano solo i maggiormente abbienti, quelli interessati a ben altri motivi, non ultimo quello dell'immunità europea, che non il duro lavoro parlamentare. E del resto, se un parlamentare si dedicherà al lavoro comunitario per forza naturale di cose trascurerà il collegio il quale, di rimando, non s'informerà sull'ottimo lavoro o meno condotto in sede europea ma, semplicemente, non lo rivoterà, con notevole danno per il Paese.
L'Italia, peraltro, sembra essere l'unico Paese che non riesca neppure a concepire un gioco di squadra tra componenti conterranei, omogenei politicamente, del Governo nazionale, della Commissione Esecutiva, del Consiglio europeo e del Parlamento europeo. Sembra, invece, che ognuno di loro sia pervaso da una sorta di supponenza e di indifferenza verso gli altri, come se la riuscita di un qualsiasi impegno comunitario non risieda nella coralità e univocità di indirizzo bensì solo ed esclusivamente nella forza o nella capacità del singolo. A differenza di altri Paesi, leggasi Francia, Spagna e Germania, dove il gioco di squadra è estremamente palese e crea vanto.
E, ancora, l'Italia è l'unico Paese i cui rappresentanti, appartenenti alle varie istituzioni nazionali e comunitarie, non mostrano in Europa il benché minimo rispetto verso il ruolo ricoperto dall'avversario politico. Riportano le cronache di scontri tra Capi di Governo e parlamentari o di quest'ultimi che, nelle commissioni, insultano loro rappresentanti nazionali, auditi per i più disparati motivi. E ciò con grave disdoro del Paese in quanto sotto agli occhi di colleghi stranieri e delle istituzioni comunitarie che già, nei nostri confronti, rasentano l'insolenza.
Insomma, finora mi sono limitata a fotografare l'esistente, quasi in un'ottica gramsciana mi verrebbe da dire se non vedessi tanti nasi arricciati. E questo perché credo veramente che occorra 'attirare (violentemente affermava il filosofo) l'attenzione sul presente se si vuole trasformarlo' in quanto 'l'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva'4. Quell'illusione che induce a pensare che le squillanti promesse elettorali si tramuteranno, d'emblée, in salvifiche spade in difesa degli oppressi. E in tale ottica gramsciana, nonostante l'accrescimento dei nasi arricciati, consentitemi di indicare sommessamente una via per uscirne, una via che passa per il 'pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà'5.
Perciò, diffidate dei cantastorie: nulla può essere fatto tutto e subito. Occorre un chiaro disegno strategico, impegno, dedizione, costanza.
Diffidate dei falsi 'socialisti', assertori del credere aprioristicamente ad una autorità 'superiore' senza alcuna dimostrazione preliminare e sostenitori delle sole vie salvifiche attraverso la tecnica e l'industria.
Diffidate non foss'altro perché il loro padre ispiratore, Claude-Henry de Rouvroy, conte di Saint-Simon, si rese conto in punto di morte che quelle vie, di per sé, non erano e non sono sufficienti per la 'felicità' sociale.
Diffidate dei benefattori sociali. La tecnica delle scarpe sinistre e del chilo di pasta prima delle elezioni in Europa non alberga. E, di rimando, non credete ai propugnatori della 'separazione' come soluzione alle difficoltà del Paese. Le problematiche che ne deriverebbero sarebbero il peggiore dei mali.
In conseguenza, verificate l'opera dei partiti, gli obiettivi posti, le intese raggiunte, l'impegno degli eletti, i risultati conseguiti. Nella consapevolezza, inoltre, che ogni provvedimento, che dall'Europa arriverà non è mai stato e non sarà frutto dell'eruttazione di un ectoplasma al quale, in un clima di ineluttabilità, attribuire la 'colpa' o il 'merito' bensì la risultanza l'opera o dell'inazione di coloro ai quali in quella sede abbiamo dato mandato di agire.
Diversamente? Nel lontano 1454, Marostica era una delle fedelissime della Repubblica di Venezia ed il suo governo era retto da un podestà nominato direttamente dalla città di S. Marco. Si narra che proprio in quell'anno due valorosi guerrieri, Rinaldo D'Angarano e Vieri da Vallonara, si innamorarono perdutamente della bella Lionora, figlia del castellano Taddeo Parisio, e per la sua mano si sfidarono a duello, come era di costume di quei tempi.
Taddeo Parisio, che non voleva perdere nessuno dei due valenti giovani, impedì il cruento scontro rifacendosi a un editto di Cangrande della Scala di Verona, emanato poco dopo la tragica vicenda di Giulietta e Romeo, e confermato e aggravato dal Serenissimo Doge.
Decise, quindi, che Lionora sarebbe andata in sposa a quello tra i due rivali che avesse vinto la partita al nobile gioco degli scacchi; lo sconfitto sarebbe divenuto ugualmente parente, sposando Oldrada, sua sorella minore, ancora giovane e bella. L'incontro si sarebbe svolto in un giorno di festa nella piazza del Castello da basso, con pezzi grandi vivi, armati e segnati delle insegne di bianco e di nero, secondo le antichissime regole imposte dalla nobile arte, alla presenza del Castellano, della sua affascinante figlia, dei Signori di Angarano e di Vallonara, dei nobili delle città vicino e di tutto il popolo. Decise anche che la sfida sarebbe stata onorata da una mostra in campo di uomini d'arte, fanti e cavalieri, fuochi e luminarie, ballerine, suoni e danze.
E così avvenne. Sfilarono arcieri e alabardieri, fanti schiavoni e cavalieri, il Castellano e la sua corte con Lionora e Oldarda, la fedele nutrice, dame, gentiluomini, l'araldo, il comandante degli armati, falconieri, paggi e damigelle, vessilliferi, musici e borghigiani, e poi ancora i meravigliosi pezzi bianchi e neri con re e regine, torri e cavalieri, alfieri e pedoni. Rinaldo d'Angarano e Vieri da Vallonara ordinarono le mosse ed al termine della disfida un tripudio di fuochi, luci e grida festose salutarono il vincitore. Il cosiddetto sconfitto vinse comunque Oldarda.
La morale è che diversamente la farsa continua.











Note:
1 Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XIX
2 Gaetano Salvemini – La Rivoluzione francese – Ed. Feltrinelli 1964 – p. 105
3 Il Tempo – Fosca Bincher - 11 maggio 2019; nonché Il Giornale – Angelo Scarano - 11 maggio 2019
4 Da Italia e Spagna, L'Ordine Nuovo, 11 marzo 1921, anno I, n. 70
5 Discorso agli anarchici, L'Ordine Nuovo, anno I, n. 43, 3-10 aprile 1920
   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Antonino Provenzano    
       
    CONTRAPPOSIZIONE SENZA SENSO    
   
In piedi sull'erba verde smeraldo del prato limitrofo agli impeccabili campi da tennis in terra rossa del nostro circolo sportivo romano, osservo l'amico che mi sta accanto: sessantenne, ben curato, barba e capelli che denunciano la regolare frequentazione di elegante barberia del centro, abito di sartoria dalla notevole qualità di taglio, gradevole sentore di discreto profumo, scarpe di pregio lucidissime.
Il tutto a ricoprire, ed in parte dissimulare, un manifesto girovita risultato di esistenza comoda, ben nutrita, sicuramente sedentaria e soprattutto scevra di soverchianti preoccupazioni di carattere socio- economico. In sostanza un borghese ben messo e ben pasciuto.
Ad un tratto egli mi chiede: " secondo te, cos'è la mezza età ?" Colto di sorpresa farfuglio qualche breve, filosofica, generica e tristanzuola risposta di circostanza e mi taccio. Con lo sguardo rivolto ad un indefinito punto del panorama circostante, egli ribatte invece con convinzione non disgiunta da un sottile filo di angoscia: "secondo me la mezza età è invece il momento in cui realizzi con cristallina chiarezza che ti trovi nella condizione per cui sei ormai troppo anziano per correre efficacemente a rete con la racchetta in mano, ma ti senti, al contempo, ancora troppo giovane per decidere di dedicarti al golf".
E si, condizione difficile, scomoda, per alcuni versi anche un po' angosciante, è questa benedetta mezza età! Una sorta di ineludibile "point of no return" arrivati al quale non si può fare altro che procedere soltanto in avanti, in cui i bilanci della vita già trascorsa non sono mai del tutto oggettivi e gli scenari di futuribili prospettive non sono mai del tutto scevri da inquietanti ombre di indefinibile preoccupazione.
Anche con l'antiestetico, ma irreversibile girovita bisogna fare i conti ed il fatto che esso proprio non ti piaccia non significa purtroppo che non esista. La nostra sessantenne Europa Unita appare oggi, per forma e sostanza, non dissimile dal mio caro amico del circolo. Forse non più tennista, ma certamente non ancora golfista.
Raggiunta infatti la maturità, se non altro di anni, ci si trova davanti ad un bivio che indica due direzioni divergenti: avviarsi verso uno sterile ripiegamento in se stessi, foriero di potenziale depressione esistenziale, rinchiudersi tra le mura di casa a costruire, forse, modellini di automobili, ovvero, riprogrammare la propria mente, accettare con lucido realismo l'attuale condizione esistenziale, fare su di essa un oggettivo bilancio e tracciare un qualche percorribile percorso programmatico adeguandosi per il meglio a quella stagione della vita di cui, oggettivamente, nient'altro è responsabile se non che il portato stesso del tempo trascorso.
Nella National Gallery di Washinton D.C., U.S.A. sono esposti quattro dipinti di Thomas Cole intitolati "il Viaggio della Vita" che raffigurano le quattro tappe dell'esistenza: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia. Tutte raffigurate con una tale intensità che non ho mai più potuto dimenticarle.
Per quanto mi concerne, appartenendo io ormai al quarto quadro, "la vecchiaia", evito di riprodurlo non facendo esso ancora al caso del'Unione europea la quale ha già peraltro definitivamente archiviato infanzia e giovinezza e si trova ora immersa in quella angosciosa raffigurazione che Cole fa della "maturità".
La sessantenne Europa Unita ha infatti già da tempo trascorso la fresca infanzia della C.E.C.A. (1952), la ottimistica ed entusiasta gioventù della C.E.E. (1957) e vive ora la scomoda, e per molti versi un po' angosciante, maturità dell'attuale U.E. (1993) immersa altresì in un contesto geo-politico planetario modificatosi in modo imprevedibile proprio in concomitanza con la sua stessa venuta al mondo.
Tale evento vide infatti protesi, in attento e preoccupato scrutinio sulla culla della neonata dagli antichi lombi e dal nobile blasone, tre inquietanti vicini di casa ( il potente, ma incolto Zio Sam, il primitivo e minaccioso Zio Vanja, l'indecifrabile ma ricco Zio Li-Yang) che, da allora, continuano a non perderla mai d'occhio e con i quali essa oggi, da adulta, si rapporta in costante dialettica necessariamente articolata e quindi scomoda.
In tale stato di cose essa si trova forzatamente immersa e condizionata e senza alcuna via di uscita che non sia quella di fare i conti con l'imperturbabile realtà dei fatti e tentare del suo meglio, o più verosimilmente del suo meno peggio, per barcamenarsi tra di essi.
Questo è, ahimè, l'attuale stato dell' "Individuo Europa" che costituisce al momento la sua indiscutibile caratteristica e che richiede la coscienza/coraggio di leggere con chiarezza i propri pregi e difetti nonché i propri errori e successi.
Un sessantenne HA L'OBBLIGO di essere capace di valutarsi e di conseguenza accettarsi per quello che si è ormai diventati, sia in ottica di intelligente autoanalisi che di oggettiva valutazione del contesto circostante.
Nel caso dell'Unione europea trattasi indubbiamente di esercizio difficile e complesso. In tale momento di transizione l'Europa contemporanea - che incarnata nei suoi cittadini-elettori si denuderà tra poco davanti all'urna elettorale - è individuo costituente la propria stessa essenza/identità e, nel contempo, giudice di quel se medesimo che dovrà auto valutarsi obbiettivamente per delineare altresì la sua futura collocazione nel più ampio ambito del divenire della Storia.
In tale ineludibile, intrecciato sdoppiamento di personalità credo dunque che non abbia ormai senso il discettare se, nella dialettica tra essenza e dinamica dell'Unione europea, ci si possa collocare tra gli euroscettici o gli eurofili.
Un indivuduo non può infatti porsi terzo tra se medesimo, la sua storia ed il suo necessario divenire. L'Unione europea "E' ", punto e basta.
Come è noto, la realtà è di per se stessa molto cocciuta e qualora si volesse malauguratamente tentare di afferrarla per le corna in modo acritico e senza tener presente le ineludibili conseguenze, converrebbe prima rivolgersi per opportune informazioni (in particolare per quanto concerne il predetto "point of no return") all'ormai spelacchiato ex leone britannico. Credo pertanto che non resti altro che cercare di assecondare - tentando di influenzarne in qualche modo, ed ove possibile, la rotta - il percorso del pachiderma continentale verso mete che non siano, auspicabilmente, troppo divergenti dalle proprie più profonde esigenze e "desiderata".
Roma, 4 maggio 2019,

   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
di Gianfredo Ruggiero
EUROPA RISORGI*
   
Come l'Araba Fenice rinasce dalle proprie ceneri, così l'Europa può risorgere dalle proprie macerie.
Con la fine del secondo conflitto mondiale si è imposto nel mondo occidentale il modello americano imperniato sull'ideologia liberal-capitalista che ha accelerato il declino della civiltà europea dopo la fine delle esperienze sociali e nazionali degli anni trenta.
L'America, un paese che pretende di controllare i destini del mondo, è sicuramente una grande nazione sotto il profilo economico e, soprattutto, militare, ma dal punto di vista umano e civile non ha proprio nulla da insegnarci.
E rattrista vedere i nostri politici e intellettuali di destra, ma anche di sinistra (che ha capito come gira il vento), guardare con simpatia e ammirazione all'America, come se noi europei, maestri di cultura e civiltà, noi europei, che abbiamo insegnato al mondo a camminare, non fossimo in grado di sviluppare un nostro modello di società, ancorato ai nostri valori di umanità e di giustizia sociale.
La risposta che oggi ci sentiamo proporre si chiama Sovranismo, noi però tutto questo sovranismo non lo vediamo. Vediamo in giro per l'Europa tanti partiti che hanno fatto del contrasto all'immigrazione la loro bandiera. Ma se a questi partiti togliamo l'immigrazione cosa rimane? Rimane il solito partito di destra liberale.
Per quanto possano sforzarsi, questi partiti non sono in grado di risollevare le sorti dell'Europa perché non vedono oltre il capitalismo e la democrazia dei partiti. Questo li rende incapaci di prospettare un nuovo modello di sviluppo economico e di assetto costituzionale. Cosa di cui L'Italia e l'Europa hanno urgente bisogno.
In questo libro sono analizzate le cause storiche e ideologiche del declino del nostro continente e le proposte per la rinascita dell'Italia in una rinnovata Europa.



* Tratto dal nuovo libro dell’autore, disponibile su Amazon
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Andrea Torresi    
       
    LA SPERANZA E' L'ULTIMA A MORIRE O ACCOMPAGNA ALLA MORTE?    
    Devo dire che il tema di copertina, nella pienezza della sua attualità e per ciò che ne implica, mi ha creato non pochi dubbi su come trattarlo.
Quindi, contrario o favorevole? Per dare una risposta sensata occorre analizzare il progetto, gli intenti e gli interpreti passati ed attuali. Magari guardare anche alla storia, fonte di riflessione, che ci parla di conflitti, di invasioni, di mire espansionistiche e di guerre da cui però spesso scaturivano contaminazioni religiose e culturali che si innestavano le une nella altre mantenendo vivide le identità dei popoli per mezzo delle tradizioni, così da crearne di nuove. Raramente le civiltà sono state cancellate, tanto è accaduto fino alla fine del settecento, poi qualcosa è cambiato.
Personalmente ritengo che sia cambiata la percezione che l'uomo ha della natura e della vita in genere a causa dei processi innovativi scaturiti dall'illuminismo e tendenti all'eccessivo sfruttamento e sottomissione dell'uomo sulla natura, di certo non è mai stato possibile nel corso della storia vivere una tale omologazione di intenti e di costumi come quella che caratterizza il nostro tempo, quantomeno la diversità costituiva fonte di apprezzata ricchezza, la stessa diversità di cui oggi si parla tanto ma si fa del tutto per soffocarla.
È difficile per me intravedere, nel modo di far politica e nei relativi interpreti, dei veicoli per procedere verso un compromesso teso al bene comune su temi quali la dignità umana, il lavoro, la pace sociale, le questioni ambientali, il rispetto e la gestione delle risorse del pianeta, il tutto in relazione agli attuali processi di globalizzazione. Tuttavia come non condividere il progetto di una Europa dei popoli e volendo immaginar oltre, come non condividere il progetto di un unico popolo mondiale non volendo di certo sottovalutarne gli intenti, il processo attuativo nonché la solidità dell'eventuale risultato da raggiungere. Viceversa, come si può ipotizzare di veder compiuta una unione tra nazioni e popoli che vivono al loro interno vecchie e nuove lacerazioni politiche e sociali.
Dai processi storici che hanno determinato l'attuale stato dell'arte di tempo ne è trascorso ben poco, sia in termini assoluti che relativi, però possiamo comunque dire che di conflitti bellici, nei territori europei dalla seconda guerra mondiale, non ce ne sono più stati e, data la crudeltà e la vastità del dolore che si generò nel tessuto sociale per molti, già solo per questo, è sufficiente a considerare positivamente l'attuale Unione Europea. A tal proposito l'ex premier Mario Monti, non troppo tra le righe, ha recentemente evocato uno scenario da terza guerra mondiale nel caso in cui l'Unione Europea si disgreghi. Un caso?
A questo punto potremmo anche chiederci se, in assenza di forzatura alcuna per mezzo di una guida dominante, sia mai possibile arrivare ad una reale volontà dei popoli ad una integrazione tra le nazioni.
Sorge il dubbio che gli apparati democratici, svuotati della loro nobile ragione di esistere ma sapientemente indirizzati, costituiscano l'unico modo per gestire un processo di globalizzazione. Insomma, prima lo si raggiunge e poi lo si perfeziona. Paradossalmente potrei anche essere d'accordo se il potere non fosse quello finanziario, perché quest'ultimo, ce lo raccontano loro, ormai ha fatto banco ed ha come finalità la sottomissione dei popoli e non di certo il progresso dell'umanità.
Direi che è quello che sta accadendo mentre, in una costante omologazione, ci sommergiamo di falsi feticci presi dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza perché, ci viene raccontato, di soldi non ce ne sono. Ben diversi sarebbero gli effetti se questo potere fosse gestito ed indirizzato da chi dei sentimenti di Libertà, di Uguaglianza e di Fratellanza non se ne ammanti solamente ma ne comprenda la reale portata.
Chissà se non sia per caso che l'attenzione collettiva sia stata sollecitata da toni accesi già dalle scorse elezioni per mezzo delle critiche mosse dagli allora emergenti partiti populisti, certo oggi, a differenza degli anni scorsi, il risalto mediatico per la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo è notevole. Condizione ottima per chi sia intenzionato ad influenzare ancor prima delle scelte i risultati. Non dimentichiamo che oggi si pagano dei ragazzi in corso di studi per veicolare, al fine del consenso e non solo, messaggi tramite i canali social.
Con queste premesse e su queste basi è realmente difficile operare una scelta sentita, a viverla con gli occhi di noi contemporanei sarebbe opportuno essere favorevoli, se invece si volesse dar priorità, assumendosene i rischi, alla dignità delle future generazioni verrebbe da ritenere preferibile quella condizione che porrebbe inevitabilmente l'uomo d'innanzi alla ritrovata celebrazione della vita.
   
       
       
         
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