TEMA DI COPERTINA  
    di Giuseppe Marro    
 
    SOVRANISMI VERI E FALSI NELL'EPOCA DELLA GUERRA IBRIDA    
   
Il ribaltamento delle alleanze che ha riportato, in poche settimane, al governo dell'Italia il Pd e la nuova formazione renziana - rappresentanti degli interessi antipopolari delle classi dirigenti parassitarie che tengono in scacco gli italiani dal dopoguerra - deve far riflettere sui limiti tattici e strategici dei sovranismi e dei populismi. Qui non entriamo nel merito dei retroscena da servizi segreti che hanno portato al via libera di Trump a Giuseppi Conte per la formazione del suo secondo governo, ma non possiamo non registrare che il maggioritario comune sentire degli italiani è stato sacrificato al cospetto di raffinati strateghi, i quali, dall'alto delle loro rendite di posizione, muovono i fili della guerra scatenata dai poteri forti e dalle oligarchie finanziarie contro il principio di autoderminazione dei popoli.
Scriveva Costanzo Preve che "le classi dominanti vincono sempre perché in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all'impossibilità di accedere a questa comprensione intellettuale". Sebbene coi limiti di un approccio sociologico classista, Preve fotografa gli effetti nefasti di una guerra ibrida scatenata innanzitutto sul piano delle cause prime, metafisiche, da forze oscure che hanno il controllo del potere finanziario, culturale e informativo su base planetaria.
Prioritariamente bisogna intendersi sul termine sovranismo, da declinare al plurale perché plurali e contraddittori sono gli approcci, gli esiti e le finalità dei diversi sovranismi. Per spiegarci facciamo due esempi opposti, incarnati rispettivamente dal presidente russo Putin e dal cancelliere austriaco Kurz. Il primo è stato l'antesignano del sovranismo autentico, varato con gesti patriottici dall'inequivocabile significato simbolico (dal pellegrinaggio nei luoghi del massacro della famiglia imperiale alla visita a Solgenitsin), che segnarono una inversione di tendenza rispetto al tradimento della identità e degli interessi nazionali messa in atto dal liberale Eltsin e dagli oligarchi.
Di tutt'altro segno è il populismo del cancelliere austriaco, il quale, da liberale e liberista, non transige dalle politiche economiche reazionarie dell'Unione europea rinnegando nei fatti la memoria di Jorge Haider, scomparso nel 2008 in uno strano incidente stradale.
La guerra ibrida va combattuta prima di tutto sul piano culturale e delle idee, rovesciando il paradigma dominante del nuovo totalitarismo liberale, liberista e libertario, denunciando le fake news del sistema di manipolazione dell'opinione pubblica e delle coscienze e non cadendo nelle trappole che il sistema mette sulla strada dei popoli.
Smascherando i falsi sovranismi, perché la sovranità senza identità non ha alcun senso. La storia non è un meccanismo - come credono gli storicisti e i marxisti - ma è il luogo della decisione consapevole dei popoli e delle loro élite intellettuali (nel senso guenoniano) che non hanno dimenticato le origini sacerdotali, guerriere e contadine tipiche della tripartizione delle funzioni descritta da un Dumezil. Non è un caso che le contro élite cosmopolite e tecnocratiche vogliono esautorare la democrazia.
Bisognerà diffidare degli ultra nazionalisti, che saranno l'ultima arma del potere usurocratico per far scontrare nuovamente tra di loro i popoli europei ed eurasiatici. Popoli che, invece, devono cooperare per combattere il Nemico comune: la Grande Usura e la sua tecnocrazia mercatista. Nota Aleksandr Dugin che "sovranità non è solo il ritorno agli stati nazionali ma anche l'idea di riorganizzare l'Europa come entità geopolitica sovrana" indipendente da Stati Uniti, Cina e Russia, in quanto "gli stati nazionali saranno sovrani nella misura in cui l'Europa sarà sovrana". Del resto gli stati nazionali non erano sovrani neanche prima della costituzione dell'Unione europea: nell'epoca del bipolarismo i centri decisionali erano già fuori dall'Europa (a Washington e a Mosca) e, dunque, l'uscita dall'Unione europea non risolverebbe il problema. E ciò vale anche per la sovranità monetaria, che l'Italia aveva già perso nel 1981 a seguito dell'applicazione della famigerata circolare Andreatta.
Uscire da quello che sembra un vicolo cieco è possibile. Assistiamo ad uno scollamento tra la sensibilità diffusa e la narrazione politicamente corretta imposta dal pensiero unico. I popoli si sono risvegliati, la parentesi del governo giallo-verde in Italia e la rivolta dei gilet gialli in Francia stanno a dimostrare che gli spazi politici si sono aperti e che una rinascita è possibile. Segni di risveglio si hanno in tutto il Sud America, nell'India del premier Modi, nel Giappone di Shinto Abe, ma anche in Africa grazie all'azione di anti-globalisti e sovranisti come Kemi Seba.
La rivoluzione dei popoli oppressi dal turbocapitalismo globalista è matura. Aspetta solo nuove intellettualmente attrezzate classi dirigenti in grado di orientarla e guidarla, iniziando dalla battaglia delle idee e dalla conquista di spazi di visibilità politica sia locale che continentale.
   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Lino Lavorgna    
       
    MISERIA E NOBILTA' DEL SOVRANISMO    
   
"Ognuno deve rendersi conto che le diverse nazionalità hanno un futuro solo se si collocano in termini federali nell'ambito dell'Unione Europea. Senza Europa gli staterelli europei sono destinati a essere succubi di tutte le tendenze culturali, economiche e scientifiche che si determineranno nell'ambito dei sovranismi". (Massimo Cacciari, Huffington Post, 7/9/2018).
Il concetto espresso dal celebre intellettuale si configura come una grossolana sciocchezza: inquadra il sovranismo come fenomeno negativo e conferisce all'Unione Europea, a onta della sconvolgente realtà sotto gli occhi di tutti, quella dignità che evidentemente non ha mai meritato.
La citazione, tuttavia, merita la ribalta proprio perché, stravolgendolo, consente di definire correttamente il fenomeno, partendo dalla questione terminologica, come sempre fondamentale. Oggi tutti si riempiono la bocca con il termine "sovranismo", parlandone a favore o contro: ma quanti sono coloro che ne conoscono la genesi, i presupposti e le prospettive?
Il mantra più diffuso è quello che vede nel sovranismo la ribellione degli stati nazionali contro lo strapotere dell'Europa dei mercanti, ossia dell'Europa osannata da Cacciari e dai fautori di quella globalizzazione-glebalizzazione i cui disastri sono stati magistralmente trattati nello scorso numero di CONFINI. La definizione può definirsi sostanzialmente corretta ma presenta due incongruenze: lascia trasparire il sovranismo come "rimedio" contro un male e la sua estensione concettuale, un po' a causa di cattivi maestri con le idee confuse e un po' a causa della pigrizia intellettuale che tende a banalizzare anche complesse problematiche, è più pericolosa del male che s'intende combattere, tendendo a generare un sentimento antieuropeista "tout-court", che va ben oltre quello legittimamente tributato alle strutture comunitarie.
Incominciamo con il precisare, pertanto, che il sovranismo ha una genesi autonoma, non subordinata a qualsivoglia distonia sociale, e rappresenta un elemento essenziale per la democrazia: non può esservi democrazia se non all'interno di uno stato sovrano, quale che sia la sua forma, nazionale o federale.
Per quanto possa apparire banale, è appena il caso di ricordare che l'importanza della "sovranità", nel nostro paese, è addirittura sancita dal primo articolo della costituzione. E' pur vero che uno stato sovrano possa abiurare la democrazia, come più volte accaduto, ma quest'anomalia non può certo mettere in discussione il principio.
Risulta paradossale e grottesco, pertanto, il tentativo delle classi dominanti di spaventare l'opinione pubblica paventando rigurgiti fascisti e la minaccia della pace qualora i movimenti sovranisti dovessero prevalere. Lo scopo, in effetti, è quello di imporre il loro "sovranismo", che di democratico non ha nulla.
L'Unione Europea ha chiesto agli stati nazionali di cedere una quota di sovranità in cambio di maggiore benessere, sicurezza e pace, ma nella realtà dei fatti la si è trasferita alla Banca Centrale Europea e alle lobby finanziarie, che decidono della vita e della morte dei singoli paesi secondo quanto loro faccia più comodo: l'esempio della Grecia è ancora "caldo".
Le guerre non sono certo mancate dalla caduta del muro di Berlino a oggi e ognuno è in grado di percepire il proprio livello di (in)sicurezza. Balle colossali, quindi, facilmente smontabili. Ancora più paradossale è l'esempio degli Stati Uniti, globalisti all'esterno e ipersovranisti al loro interno. I nemici del "sovranismo", di fatto, sono i fautori di un "sovranismo dittatoriale", nefasto, che ribalta l'ossatura di una moderna democrazia: sono gli enti privati che possono intervenire nella gestione dello stato, infatti, e non viceversa, soprattutto in presenza di giochi sporchi, ossia sempre. In ossequio all'assioma "too big to fail" occorre addirittura turarsi il naso per salvare banchieri ladri o concessionari di servizi pubblici criminali, che aggiungono, in tal modo, alle ricchezze accumulate in modo fraudolento quelle ricavate dagli interventi pubblici. Premiati per le loro malefatte invece di essere sbattuti in galera.
La distinzione tra sovranismo buono e sovranismo dittatoriale o globalismo che dir si voglia, non si esaurisce, purtroppo, in quanto sopra esposto perché le differenziazioni sono ancora più complesse.
Tra i critici del globalismo, infatti, vi sono sovranisti che guardano con simpatia, qualcuno in buona fede e altri con fini subdoli, a una sorta di neo keynesianismo che dovrebbe tutelare le classi deboli e "gli ultimi" dalla cinica protervia delle "classi dominanti". (Le parole - è bene ribadirlo fino alla nausea - sono importanti e pertanto non associamo mai il termine "élite", come spesso accade, a concetti ed elementi negativi).
Anche questa formula è pericolosa, come ben dimostrano gli anni del dopoguerra in Italia, che hanno visto i partiti al potere depredare lo stato con ogni mezzo proprio grazie a formule di governo non tanto dissimili.
Dove andare a sbattere, quindi? Di sicuro, rebus sic stantibus, andremo a sbattere contro un muro perché mancano le basi per un reale cambio di rotta. Oggi si naviga a vista, con limitatezza di vedute, senza adeguata preparazione e senza lungimiranza. Con questi presupposti i poteri forti hanno e avranno ancora facile gioco nel continuare a suonare impunemente la grancassa. Sono destinati a perdersi nel vento, pertanto, i suggerimenti che dovrebbero caratterizzare l'impegno comune di tutti i governanti europei: superamento "totale" dell'attuale Unione e realizzazione degli Stati Uniti d'Europa, che diventerebbero uno stato "federale e sovrano", munito di poteri tali da risultare inattaccabile sia dalle altre potenze del pianeta sia dai poteri forti e malati, che oggi spadroneggiano grazie al controllo delle strutture comunitarie.
Uno stato federale in grado di cancellare il concetto mostruoso di "competitività" tra paesi che rispettano i diritti civili e paesi che sfruttano i lavoratori, producendo a costi irrisori e mettendo in difficoltà i primi.
Uno stato federale che, magari, in economia, rispolverasse i princìpi di un sano corporativismo, in modo da ridurre il surplus di utile per le aziende a beneficio dei dipendenti, coinvolgendoli nella ripartizione e creando i presupposti non solo per una società più giusta ma anche più salda: il maggiore equilibrio economico farebbe bene a tutti perché crescerebbero i consumi e si ridurrebbe lo "stress da povertà", fonte di malattie e gravi disagi.
Fantasie senza speranza di pratica attuazione? Ovviamente! Ma non stanchiamoci mai di riproporle, perché le altre strade saranno anche meno fantasiose, ma conducono tutte nello stesso posto: il baratro.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
di Roberta Forte
SE NON FOSSE PER IL PARTICOLARE...
    È vero. In altro articolo su questo numero ho trattato il 'sovranismo' come materiale di risulta. Non è che l'argomento non mi interessi ma lo ritengo uno sfizio mentale; l'oggetto di discussione di una serata davanti ad un caminetto, con un whisky in mano e una sigaretta tra le dita, con gli animi che si appassionano vagheggiando di chissà quale età dell'oro se tornassimo interamente padroni delle nostre scelte economiche e sociali, della nostra moneta e, quindi, del nostro destino. E, di rimando, con altri animi che si scaldano fantasticando sulle beltà dell'Unione, sulle sue sopite potenzialità, sulle sue virtù nascoste.
Ma sì. Una discussione quasi da snob, tra gente che non ha grandi problemi per il futuro perché ha già dato e può permettersi il lusso di disquisire sui massimi sistemi, tanto domani il sole sorgerà ancora. Lo so: è una costatazione tutto sommato amara ma il dispiacere non è dato tanto dalle elucubrazioni mentali dei 'compagni di bevuta' quanto dalle illusioni della gente della strada che lotta ogni giorno, tutti i giorni, per mettere a tavola il pranzo e la cena, per comprare i vestiti ai figli, per mandarli a scuola e qualche giorno al mare. Mi dispiace per loro perché è bello (e persino salutare) sperare ma illudersi diventa distruttivo.
E il bello è che non ho fatto una tirata alla Edmondo De Amicis perché rincoglionendomi con l'età mi commuovo ipocritamente per le condizioni di chi sta peggio di me bensì perché mi rendo conto che quella gente, umile e laboriosa, incazzata ma tenace, può divenire facile preda di cantastorie che parlano di 'sovranismo' solo ed esclusivamente perché, da pigri, mancano loro tematiche confacenti per cimentarsi e s'innamorano di un 'incubo', o perché ignorano la portata effettiva della meta che propongono o, peggio, perché adottano la strategia del tanto peggio tanto meglio.
Inutile farla lunga. Il sovranismo nazionale, al di là di tante parole, significa uscire dall'Unione Europea. Qualcuno potrà dire che ho scoperto l'acqua calda, che sarebbe il modo per ritornare alla lira, per decidere in assoluta autonomia le politiche di bilancio, gli sforamenti, la dilatazione o la contrazione del deficit, gli aiuti di Stato all'economia e persino la svalutazione della moneta al fine di facilitare l'esportazione. Certo. E quel qualcuno non sbaglierebbe se il tutto potesse concretizzarsi sic et simpliciter, se con un colpo di bacchetta magica si potesse tornare al 1992, se non fossero passati ben ventisette anni dove un sistema, criticabile quanto si voglia, si è consolidato. Non mi affannerò a fare esempi sull'Italia. Basta osservare le traversie inglesi, in nulla lenite dalla originaria formula dell'opting out adottata al momento del varo dell'euro: in pratica, l'Inghilterra, pur stando (si fa per dire) nell'Unione, scelse di non adottare la moneta comune. Eppure, quando dal referendum del 2016 emerse la volontà popolare di 'uscire', per quel Paese sono iniziati dei seri guai. Caduto il governo Cameron non foss'altro che per la poca lungimiranza, il suo successore non ha avuto migliori fortune: dopo ben quattro tentativi per 'uscire' senza spargimenti di sangue dal vincolo unionista, dopo ben quattro bozze d'accordo tutte puntualmente bocciate dal parlamento, alla fine la May è stata costretta a cedere e a dimettersi. Il seguito è storia dell'oggi: Boris Johnson, dopo aver minacciato sfracelli e uscite senza accordo, è arrivato persino a provare a 'chiudere' il Parlamento per far passare il suo punto di vista. Ma per l'Alta Corte un tale gesto è sembrato un po' troppo.
E mentre la politica si attorciglia intorno alle modalità dell'uscita, le maggiori industrie abbandonano il Paese per trasferirsi al di là della Manica. Tali eventi, è vero, non hanno ancora avuto particolari ripercussioni sul tasso occupazionale ma, come sappiamo, la tutela sociale nel Regno Unito non è neppure paragonabile al nostro welfare e al nostro impianto giuslavoristico; per cui, un lavoro a giornata si può dire che non si neghi a nessuno. Si consideri, tra l'altro, che la costituzione di una società in Inghilterra può avvenire on-line ed entra in funzione dopo neppure diciotto ore. Inoltre, gioca a favore un regime fiscale non particolarmente pesante: fino a circa 40.000 euro l'anno, le aliquote non vanno oltre il 20%.
Quindi, la gente non muore di fame, vive male ma non muore di fame. Il fatto è che non ci sono prospettive di crescita: il Regno Unito ha finora rappresentato la prima destinazione europea degli investimenti diretti esteri ma un'uscita traumatica, senza accordo, è foriera di sconvolgenti temporali. La mitica City mi dicono sia abbastanza sguarnita e che quell'aria di potere sul mondo si si persa, insieme alle frotte di uomini in fumo di Londra, ombrello e cartella che andavano verso le postazioni di guida dell'Enterprise.
Di colpo, la sterlina rispetto all'euro ha perso tra il 15 e il 20%; il che sarebbe un bene se l'Inghilterra esportasse ma, essendo principalmente un'importatrice, significa che sta pagando un quinto in più rispetto al 2016 le materie che le bisognano. Inoltre, con una svalutazione così alta, l'inflazione è alle porte e rappresenta ulteriore aggravio dei costi. La Borsa è un mare in tempesta per le drammatiche indecisioni della politica e lo spread rispetto al Bund tedesco, fermo a attorno ai 100 pb, si è innalzato a oltre 170 pb. In conseguenza, il rapporto debito/PIL, da poco più del 100%, secondo le previsioni è destinato a crescere, senza più alcuna protezione della BCE. In più, essendo il PIL formato per oltre i ¾ dal terziario e più specificatamente dal settore dei servizi, con il calo delle opportunità economiche c'è verso che cali la raccolta fiscale, chiudendo così il cerchio del cupo quadro.
E tutto questo senza che l'Inghilterra sia formalmente uscita dall'Unione. Immaginiamo, solo per un attimo, quali problemi immani creerebbe ripristinare la lira, far fronte al nostro debito già oltre il 132%, non beneficiare delle protezioni BCE, perdere gli IED, assistere alla fuoriuscita di importanti aziende (pensiamo ad una Whirlpool moltiplicata per N), rimetter mano ad accordi commerciali con i restanti Paesi dell'Unione, combattere con i dazi americani e contenere inflazione e disoccupazione, già oggi superiore a quella inglese di oltre 7 punti.
Non mi sembra un quadro entusiastico. Ma, per essere realisti più del re, non è detto che tali problemi non possano essere affrontati e, a esser buoni, tra una ventina d'anni sperare di esserne fuori. I menestrelli del 'sovranismo', tuttavia, dovrebbero anche aggiungere che, a volerlo fare, sarebbero almeno due decenni di lacrime e sangue che, peraltro, accelererebbero la concentrazione della 'ricchezza' che si produrrà (sempre meno) in sempre minori mani, se non fossero modificati gli strumenti di riparto. Ma c'è da temere che il modificarli accelererebbe la 'fuga' delle imprese. E questo, oltre al danno sarebbe una colossale beffa. Per cui, se volessimo parlare di 'sovranismo' lo dovremmo fare con cognizione di causa o senza usarlo come miglio per polli.
Ora, c'è da dire che io non sia mai stata un'entusiasta cheerleader dell'attuale assetto europeo e mi sembra (almeno nella mia pochezza) di non aver risparmiato critiche all'agire dei 'reggitori' che si sono susseguiti nel tempo; almeno dal 1992 ad oggi. E credo che, altresì, i miei scritti su questa rivista stiano lì a dimostrarlo. Solo su un articolo di qualche anno fa, accecata dalla furia per l'ottusità di alcune posizioni sovranazionali, mi è venuto da auspicare lo sconquasso dell'attuale assetto. Ma, devo anche dire che il nostro direttore, liberale fino all'ennesima potenza, non ha per nulla censurato il mio scritto. Forse sapeva che mi sarei ripresa e che avrei proseguito, come ho fatto, nel contribuire nell'opera di critica auspicando, nel contempo, un'Europa diversa, più operativa, più solidale, più 'sovranista' è il caso di dire.
Perché è proprio il 'sovranismo' europeo quello da sperare; una politica economica che rispetti le caratteristiche produttive degli Stati e le capitalizzi; una politica finanziaria che pur rispettando le libere circolazioni impedisca le incursioni dei raiders; una politica sociale che operi per colmare i profondi gaps sociali che separano Stati da Stati e condizioni di vita da condizioni di vita; una politica di difesa che ponga in sinergia uomini, mezzi e intelligences; una politica estera che eviti i 'solismi' a danno di altri, che abbia voce in capitolo nei conflitti che accadono vicino ai suoi confini, che si esprima con una sola voce nei pronunciamenti internazionali (ONU, WTO, ecc.); una politica culturale che faccia premio delle diversità tra gli Stati e sappia trarre da ciò un comune arricchimento.
Questo desidero, in estrema sintesi, senza che ciò significhi minimamente ridurre le sedi di confronto e il dibattito ad ogni livello: interno ad ogni Stato e tra gli Stati nei luoghi deputati. Ma ciò che ulteriormente desidero è che l'Europa riesca ad esprimersi con una sola voce nel mondo. Già, il mondo. Perché, non c'è verso, l'unico vero baluardo alla globalizzazione e all'omologazione globale è puntare al 'sovranismo' europeo, appunto. L'unica vera difesa è fare massa critica che sappia costruttivamente confrontarsi con la pialla omologante. Un esempio concreto, tra tanti teorici, può bastare: le recenti decisioni del presidente della BCE Draghi sulla gestione dei tassi europei hanno fatto 'innervosire' e riconsiderare le scelte del tycoon americano sul dollaro il quale, certamente operando per il bene del suo Paese, nella sua disinvolta azione non tiene in benché minima considerazione, giusto o sbagliato che sia, gli effetti economici e sociali delle sue azioni sui restanti Paesi dell'intero globo terracqueo. Per inciso, sarebbe da auspicare analoga posizione sui dazi ma, purtroppo, non è competenza del prossimamente uscente presidente della Banca Centrale.
Ecco ciò nel quale spero. Così come spero, per dirla tutta, che la sedicente 'destra' nel nostro Paese arrivi a considerare tutto questo e, anziché praticare una fumosa azione 'sovranista' nazionale, la concretizzi nell'ottica di un'Europa leader. E, analogamente, mi auguro che la sedicente 'sinistra', estremamente sensibile alle traversie dei migranti, ora che annovera il presidente del Parlamento europeo, il Commissario per gli Affari economici e monetari e sembra legata alla Presidente della Commissione Esecutiva da amorosi sensi, si batta per una politica europea equa circa l'ospitalità.
Una politica senza demagogici atteggiamenti quali quelli che hanno visto la comandante Carola Rakete della Sea Wacth, recentemente audita dalla Commissione Libertà Civili dell'Europarlamento, da questa lungamente applaudita e, nonostante gli applausi, rampognata perché quando (la comandante) era 'impegnata a salvare vite umane' (e a ignorare altri porti durante il tragitto, a forzare il divieto di sbarco emanato da un Paese civile e democratico, a sfasciare un mezzo della Guardia Costiera) non ha 'visto nessun rappresentante delle Autorità europee'. Beh! Non è che questo mi meravigli molto: la 'nostra sinistra', pur di raggiungere suoi meschini scopi è sempre stata disposta anche a prendere pesci in faccia, anziché manifestare un minimo, solo un minimo, orgoglio nazionale.
Mi auguro, inoltre, che l'Europa, nel suo 'sovranismo', mercé l'attivismo sia pur singhiozzante e 'partigiano' della 'nostra sinistra', possa esprimersi a favore di tutte le popolazioni sofferenti, a cominciare dai curdi. Non entro nel merito delle precedenti scelte americane di 'interrompere' la prima Guerra del Golfo contro Saddam e lasciare indisturbato il Rais a fare strame del popolo curdo; così come non entro nel merito (morale) di recenti scelte, sempre americane, di ritirarsi dalla Siria e di abbandonare i curdi dopo aver ricevuto da questi sostanziosi aiuti militari (e un alto contributo di sangue) nella lotta contro l'ISIS; così come non discuto l'ulteriore scelta americana di interporre quale forza cuscinetto quella turca, nemica giurata del popolo curdo che considera terroristi da eliminare. Forse gioca a favore della scelta la presenza di basi americane in quel Paese, sebbene sia singolare il fatto che a difenderle ci siano missili acquistati dai russi. Ma, tant'è. Ciò del quale, invece, vorrei che si discutesse in un'Europa 'sovrana' è la decisione di estromettere la Turchia (guidata dall'attuale presidente) dalla qualifica di candidata all'ingresso nell'Unione e di bloccare i fondi pre-adesione: ad oggi, ben 10,6 miliardi di euro. Diversamente, non sarebbe il 'sovranismo' ad emergere bensì il paradossale e l'ipocrisia.
Infine, lasciatemi esprimere un auspicio senza essere accusata di blasfemia: vorrei, prima della mia dipartita, vedere un'Europa 'sovrana' anche per stemperare le sempre più sospinte gesuitiche uscite del Vaticano. E ciò proprio per ritenermi perfettamente allineata e coperta con l'esortazione del Santo Padre a non sovrapporre ideologia e fede; allo stesso modo, non andrebbe sovrapposto l'insegnamento dottrinario alla politica. Del resto, senza voler istruire alcuno, men che meno in quella sede, va dato a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Uniquique suum come la stessa catechesi insegna.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Giuseppe Iacono    
       
    SOVRANISMO E CRESCITA INTERIORE    
    Sarebbe surreale oggigiorno parlare di sovranismo, decantarlo e auspicarlo se lo si riferisce a un paese come il nostro dotato di una Costituzione che lo prevede nelle pieghe di ogni suo articolo.
Eppure è un argomento all'ordine del giorno degli ultimi anni, auspicato da varie forze politiche in campagna elettorale, fino a smentirlo regolarmente una volta al potere; auspicato da forze extraparlamentari, una delle quali recentemente bannata dal principe dei social; auspicato da numerosi movimenti in via di formazione anche con idee politiche trasversali, ma unite su questo fronte; auspicato da una fetta sempre più consistente di popolazione, che nonostante la disinformazione del mainstream sta iniziando a capire, soprattutto alla luce degli ultimi rapidissimi stravolgimenti politici nostrani.
Al contrario, contrastato in modo sempre più diretto e aggressivo dall'establishment intellettuale, artistico, mediatico, politico, economico e finanziario italiano, europeo e internazionale! A prescindere dalle posizioni, la situazione di cui sopra è un dato di fatto incontrovertibile, con uno scontro destinato ad acuirsi.
I primi rigurgiti di sovranismo, in Italia, iniziarono a manifestarsi nel sottobosco politico nostrano con la crisi greca e con quello che è capitato poi a quello sventurato paese; le aree moderate di centro destra e di destra (per quello che era e ne è rimasto… della destra italiana), alimentavano queste "pulsioni" a favore di una ridiscussione di alcuni trattati e regolamenti in essere con l'Unione Europea.
Le forze di opposizione invece il problema non se lo sono mai posto e, per una visione ideologica che preannunzia autentici disastri, non se lo porranno mai.
Sappiamo bene tutti chi ha governato il paese dal 2011 in poi e sappiamo anche che l'unico governo politico di questi ultimi 8 anni è durato in carica solo 14 mesi; nonostante due schieramenti opposti e antitetici, è stato l'unico governo politico possibile per scongiurare l'ennesimo governo tecnico, di cui abbiamo tutti nefasta memoria.
Siamo arrivati a oggi con un governo che, pur nato nel rispetto della Costituzione, non è nato, per l'ennesima volta, con il consenso dei cittadini.
E se prima Lega e 5S erano antitetici, l'unione altrettanto forzosa fra PD e 5S, è solo apparentemente antitetica; se ne sono dette di cotte e di crude, è vero, ma, al netto di correnti interne ai 5S, sono più compatibili di quanto non si possa pensare, sul profilo ideologico e su quello del mantenimento del potere, che altrimenti, dati gli ultimi sondaggi, il popolo italiano non gli riconoscerebbe più.
Tutto ciò premesso, secondo lo storico Christophe Le Dréau, l'associazione più antica che merita il nome di sovranista nasce in Francia con il Movimento per l'indipendenza dell'Europa, fondato nel 1968 da George Gorse, Robert Boulin, Pierre Messmer, Jacques Vendroux e Jean Foyer Pierre, in piena guerra fredda. In quel contesto aveva un senso, viste le forze nucleari contrapposte da cui l'Europa era circondata, con basi Nato al suo stesso interno, ma l'avrebbe ancor di più oggi, visto che l'Unione Europea non è stata per niente fondata su una piattaforma politica, sociale, fiscale e militare, prima ancora che economica.
Questo cosa significa? Che si è deciso ed è stato purtroppo sottoscritto dagli stessi Stati Membri che l'economia sta alla politica come Golia sta a Davide.
Il bandolo della matassa sta tutto in questa dicotomia: i mercati al di sopra dei popoli, e, con la tragica esperienza greca, i mercati CONTRO i popoli.
Nel primo caso, se si fosse voluto, quel progetto di "Movimento per l'indipendenza dell'Europa" di ideazione francese, si sarebbe già avviato a guerra fredda terminata, magari oggi non sarebbe del tutto concluso, ma sulla buona strada per concludersi.
La ciliegina sulla torta, una volta unificata l'Europa sul profilo politico, sarebbe stata l'unificazione della moneta, come atto conclusivo del ciclo.
Del resto, chi erano i duellanti dell'epoca? Unione Sovietica e Stati Uniti di America: erano duellanti "politici", democrazia contro comunismo; e il comunismo perse per poi implodere sotto Gorbaciov.
Chi sono i due duellanti di oggi? Cina e Stati Uniti d'America; non più duellanti politici, ma economici; si, ma… che differenza fa ? Qualcuno pensa che le guerre economiche non creino danni tremendi?
La Cina che proprio nei giorni scorsi ha evidenziato con una sfilata militare mai vista uno strapotere militare assoluto; che ha già costruito intere città in Africa, da riempire non di africani, ma di cinesi che andranno a lavorare in Africa; che è già pronta a scalzare il Franco CFA nei 13 stati africani a controllo francese (350 milioni di persone!) ? O che è già pronta con il 5G Huawei a infiltrarsi nella sicurezza nazionale statunitense e nella Nato, di cui facciamo parte anche noi.
Gli Stati Uniti d'America, che hanno interessi contrapposti alla Cina e che hanno appena imposto all'intera UE una serie di dazi a tutela del made in USA, a ulteriore danno poi della nostra già disastrata economia, che si regge sulle poche eccellenze che non sono state ancora svendute.
Chi vincerà fra i due? Sicuramente perderà l'Europa, che non poteva e non può illudersi di confrontarsi con due mostri del genere solo con un pezzo di carta che si chiama Euro. Quali ulteriori deterrenti sennò per bilanciare lo scontro in atto?
Io credo nessuno.
E adesso arrivo al Sovranismo.
Fallito il Movimento per l'indipendenza dell'Europa del 1968; sulla strada del fallimento questa Unione Europea per tutti i motivi suesposti, quale altra via di fuga si può ipotizzare perché il nostro paese tenti di uscire da una morsa che si sta rivelando mortale, con una UE schiacciata fra Cina e USA e con l'Italia che vale per l'UE solo se ha i conti in ordine!
1. La prima soluzione. Rinegoziare i trattati europei che non ci stanno bene. Purtroppo, pur avendoci creduto a lungo, me lo sento dire da tanti di quegli anni che credo che morirò di cause naturali nel continuare a sentirmelo dire. Ma perché, chiedo, noi saremmo nelle condizioni di poter trattare qualcosa con l'UE? E a prescindere da tutto, modificare i trattati comporta un iter complesso, sicuramente ordinario e non semplificato (come prevede il regolamento) e sempre vincolato a uno scoglio finale: la ratifica di tutti gli stati membri. Basterebbe l'opposizione di un solo paese per rimandare o bloccare del tutto le modifiche.
E infine, pur volendo e potendo, tolto Bettino Craxi, abbiamo per caso avuto altri Statisti al suo livello? O altri governi realmente orientati in tal senso con maggioranze parlamentari schiaccianti ? La stessa Brexit, per esempio e per come sta andando, è la dimostrazione pratica che con l'UE, strutturata con le maggioranze della precedente legislazione e con quelle attuali, non si tratta: con la Commissione tutti i ragionamenti si fanno su base economica, mai politica. Sei debole? Non ce ne frega niente: muto, pagaci debito e interessi, pedala e non ti permettere di sforare dal 2% (nemmeno il 3% come previsto) dal rapporto debito/Pil, sennò ti mandiamo la Troika in Parlamento.
Cosi funziona e così ha funzionato con la Grecia.
2. La seconda soluzione. Portare il Sovranismo (non più edulcorato) a forza politica trasversale agli schieramenti attuali. Soprattutto ora, con questo repentino e tragico stravolgimento degli asset di potere in Italia, credo che lo spazio politico e quindi elettorale ci sia e si stia formando.
Ma per lo sviluppo di questa ipotesi, bisogna partire da un assunto, senza il quale il termine sovranismo rischia di cadere in una suggestione o in un luogo comune, visto che sono anni che sento parlare di Italexit , No Euro, fuori dall'Unione Europea, riprendiamoci la nostra sovranità monetaria ecc.ecc. Rivendicazioni, alla luce della situazione di fatto, assolutamente legittime. Ma non bastano più gli slogan e non basta più il pressapochismo politico e progettuale per una operazione del genere. L'assunto di cui parlo è che bisogna ammettere che abbiamo a che fare con oligarchie sovranazionali potenti, organizzate, efficienti, padrone assolute dei mercati e dell'informazione, che sovrastano la stessa Unione Europea. Se non si parte da qui nulla di quello che continuerò a scrivere avrà un senso. Mi riferisco nello specifico a un nucleo molto ristretto di circa 50 società, quasi tutti banche, gruppi finanziari e assicurativi, che impiegano a vari livelli non più di un migliaio di persone. A cui si associano i collaborazionisti dell'informazione dominante, intellettuali, scrittori, narratori e registi.
Questa oligarchia quindi c'è, ha una sua filosofia, una visione del mondo molto precisa, di cui il neoliberismo è soltanto l'attuazione politico-economica, ma dietro questo c'è una precisa antropologia, cioè una visione dell'uomo e del mondo meccanicistica, materialistica, riduzionistica, ove la materia è risorsa da saccheggiare, l'uomo è merce e l'individuo è un'entità da separare "istituzionalmente" dalla sua anima, dalla sua cultura e dalla sua coscienza.
Dato per imprescindibile questo assunto, si tratta di elaborare (cosa non facile) un pensiero alternativo che parta proprio dall'antropologia, da chi siamo e da come siamo destinati ad essere su questa terra nell'immediato futuro .
Noi ci troviamo in un momento della storia del pianeta in cui queste domande ce le dobbiamo assolutamente porre se poi vogliamo fare un progetto politico, che non potrà mai funzionare solo su un piano economico, visto che è proprio il neoliberismo che fa di una certa idea dell'economia la teologia, il linguaggio dominante, unico, sul quale poi l'oligarchia è molto brava ad organizzare i suoi esperti, le sue università, i suoi giornali, i suoi talk show. Quindi si tratta di denunziare con grande sapienza e cognizione di causa le modalità con cui l'oligarchia mondiale controlla il potere non solo finanziario, ma la stessa democrazia, la comunicazione, la cultura, svuotandole di qualunque senso. Per poi, accanto alla denuncia, dare il via in maniera altrettanto forte ed elaborata a un'altra lingua, fondamento essenziale di una rivoluzione culturale che si impone come spartiacque fra l'uomo e l'ectoplasma che siamo destinati a divenire e che in parte già siamo (e qui mi riferisco alle giovani generazioni). Chi rifiuta questo ragionamento, è di fatto, concretamente o solo culturalmente, un collaborazionista di un sistema suicidario (più precisamente di un capitalismo suicidario, come lo definì Ulrich Beck, uno dei maggiori sociologi della seconda metà del 900.) Insomma, un cammino alternativo, un'altra visione dell'umanità, un'altra politica e un'altra politica economica sono assolutamente possibili e sono più che necessari oggi!
E qui veniamo al primo scoglio: il superamento delle ideologie.
Lo slogan dominante di questo periodo parla di "idee di sinistra e valori di destra".
Questo concetto nuovo e per certi versi suggestivo impone di uscire dalle proprie roccaforti mentali per trovarsi tutti in un terreno neutrale, ove imparare a coltivare il seme dell'equilibrio e del buon senso, consapevoli di non poter condividere tutto, ma altrettanto consapevoli che le divisioni ideologiche DIVIDONO, e quindi rendendo ingovernabili i popoli, come è sempre stato in Italia negli ultimi 70 anni. Un percorso del genere, tanto politico-rivoluzionario quanto interiore durerà decenni e presuppone a fattor comune doti di umiltà, buona fede e rispetto.
Un nuovo umanesimo, quindi, che nulla ha a che vedere con quel vecchio umanesimo che mise al rogo Giordano Bruno.
Un'altra cosa, altre prospettive, altri obiettivi. Una rivoluzione politico democratica non più disgiunta da una rivoluzione interiore progressiva e continua. Un salto quantico della coscienza umana, a cui ci sta spingendo anche la pressione ambientale connessa con i cambiamenti climatici.
Fermo restando, però, che le nazioni esistono ed esistono in quanto corpi storici; la loro identità non è e non deve mai essere messa in discussione, perché essa è una elaborazione dello spirito attraverso secoli di storia, di lotte e di sangue; oggi, tuttavia, non sono e non possono più essere entità chiuse le une contro le altre. All'identità nazionale quindi va esteso un altro concetto, che si chiama identità relazionale. Non è un'utopia, ci si deve arrivare a qualsiasi costo.
Secondo scoglio: la comunicazione.
Il problema principale è che le persone tendono a credere a tutto quello che il mainstream dice e fa vedere. Contemporaneamente, vuoi perché non si ha tempo, vuoi perché si usano male i social o non li si usano per niente, vuoi per diffidenza aprioristica verso quei perfetti sconosciuti del web, che tanto sconosciuti poi non sono vedendo i loro curriculum, non si pongono il problema che vengono poi distratte, plagiate, circuite, disinformate, usate.
Ed essendo il mainstream al servizio esclusivo delle oligarchie, quale altro modo di comunicare e diffondere contenuti diversi dall'ordinaria omologazione? Con quale impegno, con quale coordinamento, con quali e quante risorse? Il modo è il Web, naturalmente, interpretato come nuova forma di carboneria, quindi organizzata, coordinata, autofinanziata, diffusiva su tutte le principali piattaforme social, capillare e martellante. Non per organizzare chissà quale stravolgimento, ma semplicemente per informare, dimostrare, e documentare.
Le risorse? Il web, tolta la creazione e l'aggiornamento dei siti internet, è praticamente a costo zero. Il vero problema è la MILITANZA, ma , se si è arrivati a leggere fin qui, si comprenderà anche che se non si è disposti a metterci del proprio, faremo bene tutti a rassegnarci a farci omologare più di quanto non lo siamo già. Ci si abitua a tutto nella vita, anche a vivere in eterno nella caverna di Platone, dove l'abitudine non te lo fa nemmeno porre il problema della tua libertà, visto che non sai nemmeno di averne il diritto.
Terzo scoglio: la politica.
In democrazia, la politica, da sempre, cavalca l'opinione pubblica che ha. Chi crea la domanda in politica? Un popolo di imbecilli? Avremo politici imbecilli!
Avremo un popolo via via più consapevole, sempre più presente nelle piazze con le proprie istanze? Il popolo, non una parte politica, non i centri sociali, non elementi destabilizzanti e violenti. Il popolo! Avremo certamente politici più attenti. Diversamente non avrebbero più nemmeno un lavoro. Oggi non c'è bisogno di qualunquisti al potere , ma di eccellenze al potere.
Può anche succedere che emerga un leader autentico, perfettamente allineato con l'esigenza di questo nuovo "umanesimo" del 21° secolo, ammesso e non concesso che decolli. Sarebbe un miracolo! Certamente questo leader non potrà e non dovrà più parlare alla pancia della gente, come si fa adesso, perché non verrebbe più compreso; non potrà e non dovrà più parlare per ossimori, perché questa perversa tecnica di comunicazione è stata ormai sgamata e chi non se ne è ancora avveduto, farebbe bene a documentarsi, per ascoltare e valutare come castronerie il 90% delle cose che ci vengono dette. Ma le masse, si sa, per quanto "illuminate", non si muovono spontaneamente da sole, e quindi ci vuole la direzione politica di una forza dirompente e a forte trazione popolare. Con quali obiettivi?
Andare nei territori, entrare nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento e… al governo del Paese.
Con quale strategia? Creare le condizioni di uscita unilaterale da questa gabbia mortale, di cui l'Euro e la stessa Unione Europea, sono solo meri strumenti esecutivi.
E' il mio pensiero, l'ho motivato, sarà discutibile, ma ci credo. La scelta sarà fra il rimanere in questa gabbia, con quello che sarà dei nostri bambini, dei nostri nipoti, della società stessa, dello spirito, della cultura, delle tradizioni, degli usi, dei costumi, dei dialetti, della religione, del nostro spirito e della nostra storia. Oppure prendersi il mano il proprio destino, e quindi le proprie responsabilità, sapendo bene che questo processo non sarà indolore e non sarà breve.
Come comportarsi con le superpotenze mondiali con cui doversi confrontare? Imparare ad ignorarle!
Anch'esse, oltre alle oligarchie europee imperanti, sono quelle che vogliono imporci neoliberismo e capitalismo come uniche religioni possibili. Ma c'è un mondo intero con cui relazionarsi, non solo Stati Uniti e Cina.
Il nostro debito pubblico all'interno dell'UE? E' falso e costruito sulla menzogna. Ci si deve documentare bene per comprendere a fondo questa colossale menzogna.
Processo lungo e doloroso quindi: ma sarà necessario, perché l'Italia possa aprirsi al mondo a modo suo, con le sue regole, con le sue leggi, con le sue capacità industriali, agricole, manifatturiere, con il suo know how, con i suoi ricercatori, con le sue eccellenze e… dulcis in fundo, con la sua moneta, che non a caso ho messo per ultimo, perché la moneta per uno stato realmente Nazionale è solo un pezzo di carta.
Liberi, indipendenti, uniti e solidali: finalmente Italiani !
11 ottobre 2019
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Alfredo Lancellotti    
       
    LA BOLLA SOVRANISTA    
    Sovranismo. Destra Sovranista. Restando nel perimetro della nostra nazione è un termine che vuole associarsi ad una categoria politica, non esiste infatti un sovranismo di sinistra in Italia ed oggi la destra italiana sembra voglia riaggregarsi attorno a tale termine per darsi una specificazione chiara. E' qui che però si incontrano i primi ostacoli.
Nel sentire comune essere sovranisti significa "sentirsi (essere) padroni a casa propria", una semplificazione efficace di quelle che sono le politiche anti-immigrazione ed anti-europee che i principali partiti di destra italiani (la Lega e Fratelli d'Italia) propagandano attraverso i media per trovare consenso. Niente che però possa essere ritenuto pertinente ad una visione di società che un partito politico debba possedere. La visione di un'Italia slegata dalle dinamiche europee non è prevista se non in maniera forzata al punto tale che alcune proposte (su cui tornerò) risultano lacunose, ed al tempo stesso non vi è un approccio risolutivo al problema migratorio se non nella facoltà di uno stato sovrano di accogliere chi voglia o meno.
Verrebbe quindi da dire che il sovranismo (più che un'idea) è un moto di protesta nato dall'impoverimento della classe media italiana dopo la crisi economica del 2008 che l'Europa rigorista ha accentuato e dall'incapacità del nostro paese di governare i flussi migratori (che sono aumentati nello stesso periodo) e di cui alcuni partiti politici si sono fatti portabandiera per attrarre consenso. Non è un caso infatti che oggi i due partiti citati, stando ai sondaggi e con l'attuale legge elettorale, potrebbero costituire tranquillamente una maggioranza parlamentare autonoma. Da questa prospettiva non esiste quindi una destra sovranista ma una destra che ha fatto proprio il sentimento di protesta di un elettorato che vuole per l'appunto una classe politica di riferimento come unico interlocutore e che prenda decisioni politiche conseguenti al disagio espresso.
Tenendo conto del fatto che il nostro è indubbiamente il secolo dell'interconnessione si può tranquillamente parlare di utopia sovranista, non è possibile oggi infatti gestire al meglio una comunità di persone se non si stabiliscono relazioni con le comunità che sono oltre il nostro raggio d'azione: e questo vale sia per la politica, sia per i commerci che per tutto ciò che può avere rilevanza in ambito transnazionale.
Qui cade un altro velo. Se riconduciamo il sovranismo ad un fenomeno politico che nasce sì da un sentimento popolare ma che vuole darsi una configurazione più chiara, non essere un'utopia effimera, ecco che il problema di chi ha voluto sposare questa causa diventa quello della collocazione geopolitica che un partito di tale specie dovrà assumere. E' qui che avviene "la saldatura" tra il nuovo corso della destra italiana ed il sovranismo; e la cosa è tanto più concreta se pensiamo che lo stesso termine sovranismo (per l'Italia) nasce da questa saldatura. In effetti si è cominciato a parlare di sovranismo italiano solo dopo che con lo stesso termine si fosse già definita la destra repubblicana trumpiana. I più malevoli potrebbero immediatamente collegare questo ad una semplificazione di quell'antico provincialismo italico che sembra non abbandonarci mai, ma questo non può che spiegare solo in parte l'utilizzo di uno stesso termine per due realtà complesse e comunque molto diverse. L'impressione è che le politiche di Salvini abbiano voluto importare qui da noi consuetudini (vedi legge sulla legittima difesa) e posizioni geopolitiche (vedi dichiarazioni dello stesso Salvini dopo il viaggio in Israele sulla questione palestinese e riguardo all'Iran) con l'obiettivo primario di trovare uno sponda d'oltreoceano alle istanze italiane più sentite dal nostro popolo. I muri di Trump giustificano la chiusura dei porti ed il sentimento antieuropeo del nostro paese è accolto col massimo favore da Trump perché interloquire singolarmente con Italia, Francia, Germania o con ogni altro paese europeo pone sempre e comunque il presidente americano in una posizione di forza rispetto a quella che avrebbe se vi fosse un'interlocuzione unica con l'Europa. La leva dei dazi sulla quale lo stesso Trump agisce per migliorare i dati economici USA riceverebbe un duro colpo in quanto all'orizzonte si profilerebbe un nuovo grande competitor del quale tenere effettivamente conto, più della Cina o della Russia, in quanto certe politiche "aggressive" sarebbero certamente meno giustificabili se rivolte ai propri alleati storici. L'interesse americano sulle politiche dei singoli paesi europei è quindi notevole e ciò si manifesta anche nella disponibilità degli USA di mettere a disposizione dei partiti sovranisti del continente le tecniche comunicative e gli strumenti più efficaci per attrarre ancora più consenso. Non è quindi un caso che Steve Bannon venisse accolto col massimo riguardo dalla Meloni (vedi Atreju 2018). Quel che dunque accade è una convergenza di interessi differenti, ciò che stona invece è che una nazione che voglia definirsi sovrana, per giungere ad esserlo, debba riconoscere l'egemonia di un'altra nazione fino al punto limite di importare un atteggiamento culturale che non è il nostro.
La risultante è che dall'utopia sovranista si è passati direttamente all'inganno sovranista.
Non resta quindi che allargare ancora il campo e puntare direttamente alla semantica di questo termine senza ricondurlo ad una specifica realtà. In linea di massima il sovranismo, essere sovranisti rappresenta una legittima rivendicazione di chi ritiene che tutte le decisioni politiche debbano essere prese in ambito nazionale, ed in opposizione a ciò che voglia essere imposto in ambito internazionale o sovranazionale. Non è un caso che la battaglia di Trump è spiegata come un'opposizione al sistema globalista che muove la finanza mondiale e di cui gli stessi USA si sentono vittima. O che la battaglia di Salvini e della Meloni è spiegata come un'opposizione al sistema burocratico europeo sorretto dalla Germania, dalla Francia e dai loro sodali. Sovranismo dunque come dottrina anti-sistema.
In definitiva quindi il sovranismo nasce da un'utopia (dal sentimento di un popolo che per affrancarsi dalle iniquità che produce una realtà interconnessa cerca di porsi in modo autoreferenziale in un mondo dove non è possibile esserlo), che si sviluppa in un'inganno (essere sovrani comporta il divenire sudditi di qualcun altro) e che trova il suo piano di sostegno nel proporsi come realtà anti-sistema e facendo assurgere da questa, infine, una dottrina che dovrebbe riconfigurare i partiti di destra. Il cerchio si chiude.
Un fardello notevole per la destra italiana, che solo una concatenazione di specifici eventi e il disinvolto uso che ne ha fatto qualche mente più consapevole potevano gettare le basi e creare le condizioni del prodursi di un fenomeno politico così strutturato.
Visivamente (o se preferite, metaforicamente) possiamo raffigurare il sovranismo come una bolla, ben definita ma sostanzialmente fragile, il cui esito sul medio termine appare piuttosto scontato. Quel che non è possibile prevedere sono le conseguenze di ciò che avverrà quando questa bolla raggiungerà il suo stato di massima espansione. Potrebbe succedere che il sovranismo si sgonfierà segnando il passo a qualcosa di diverso, oppure, cosa non auspicabile, esploderà generando conflitti non ancora preventivabili allo stato degli eventi attuali.
Quel che è certo è che la tradizione storica, culturale, identitaria della destra italiana non è assimilabile ad un fenomeno politico che solo per assonanza di certi termini può risultare affine. La questione migratoria va governata, sia da un punto di vista d'ordine pubblico nazionale che d'integrazione di chi resterà con noi, sia rimuovendo (contribuendo a rimuovere) le cause che portano allo spostamento di flussi migratori verso il nostro continente, e ciò rientra sia nella discussione riguardo alla stabilizzazione dei territori in cui sono presenti contenziosi politici, sia riguardo a problematiche ambientali (questa volta globali) che da politiche di sviluppo per quei paesi da dove provengono il maggior numero di migranti. Tutto questo può essere ad appannaggio della destra italiana ma difficilmente può esserlo per una destra sovranista.
Altro capitolo rilevante è quello della collocazione dell'Italia in Europa. La Meloni suggerisce un Confederazione di stati europei che cooperano sulle questioni di interesse comune, questa è a suo dire la soluzione per tornare ad essere sovrani nella propria nazione. In realtà l'adesione ai famigerati Trattati dell'UE è avvenuta solo dopo che c'è stata (anche) una ratifica da parte di ogni paese membro, tutto questo non ci è stato imposto e prelude proprio ad una cooperazione tra i paesi membri. Ovvio però che ogni Trattato deve essere vincolante, altrimenti accadrebbe che ogni nazione se ne possa svincolare per proprio interesse ed a danno delle altre. Se aggiungiamo a questo il fatto che l'organo più importante dell'UE (quello che prende le decisioni più importanti) è il Consiglio Europeo, ed è composto oltre che dal Presidente della Commissione Europea, dai Capi di Stato (o Premier) delle nazioni aderenti possiamo dire che l'attuale assetto dell'UE più si avvicina ad una Confederazione di Stati che ad una Nazione Federale. Non è un caso infatti che non esistono regole comuni su tante questioni rilevanti e che il Parlamento Europeo ha un peso che potremmo definire marginale. Aggiungendo poi a questo che il superamento dei Trattati vigenti implica che i paesi membri si esprimano all'unanimità, ecco che si generano situazioni di stallo, come ad esempio avviene per il Trattato di Dublino dove sono proprio le nazioni sovraniste che impediscono all'Europa di migliorare le regole attuali. Ed è emblematico perché questa è una di quelle questioni che ci toccano da vicino.
In realtà il processo di costruzione non avanza nella direzione dell'Europa dei Popoli perché il concetto di nazione diventa preponderante sul concetto di patria, ed appellandoci a quest'ultima rappresentazione possiamo dire che finché, a partire da chi ci vive, non "sente" l'Europa come la propria patria ecco che ogni nazione in nome del proprio sovranismo non permetterà mai una reale integrazione su tutte le questioni aperte (in questo caso il sovranismo è soprattutto di chi non si professa tale, alludiamo in primis a Germania e Francia e poi a tutte le altre nazioni).
L'Europa dunque può realizzarsi solo a partire da una rivoluzione culturale che successivamente può indirizzare l'azione politica di ogni paese aderente al progetto europeo. Ciò che non si comprende a sufficienza è che l'identità culturale, storica, di usi e tradizioni restano intatte anche all'interno di un'Europa nazione (basta fare riferimento alla Carta di Nizza) ma con l'evidente vantaggio di avere un peso geopolitico notevole, questo a beneficio di chiunque viva in una nuova nazione siffatta.
Diciamo in conclusione che destra e sovranismo possono assimilarsi su certi aspetti, ma possono discostarsi notevolmente su altri. Per certe battaglie e pensiamo ad esempio a regole elettorali che possano andare nella direzione di far scegliere ai cittadini l'inquilino di Palazzo Chigi, o per una riforma di stampo Presidenziale queste due possono assimilarsi ma i concetti sovranisti non possono mai sostituirsi ad una visione di ampio respiro che un partito politico autenticamente di destra deve possedere e che gli attuali partiti sovranisti dell'anti qualcosa non possiedono nel loro racconto. Il mio auspicio è che la destra italiana nel ritrovarsi sotto le insegne sovraniste possa giungere rapidamente ad un superamento di questo nell'interesse collettivo. In tutto ciò credo che Giorgia Meloni abbia un'occasione irripetibile (sia per lei che per la destra italiana). Ma occorrerà lavorarci tanto senza aver paura di effettuare delle necessarie virate, viceversa avverrà che saranno gli eventi futuri a decidere.
   
       
       
         
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