TEMA DI COPERTINA  
    di Roberta Forte    
       
    QUANDO IL NOMEN E' UN ARTIFIZIO    
   
Caro direttore,
è superfluo dirti l'affetto che ti porto e la stima e l'ammirazione che nutro nei tuoi confronti ma, ed ecco il motivo della premessa, non ho compreso il senso del tema di questo numero: crescita o decrescita (anche con riferimento all'ambiente). Sicuramente, partorita dalla tua sesquipedale mente, una ragione l'avrà senz'altro ma, onestamente (nella mia pochezza), riesco a trovare pochi agganci per sviluppare il confronto richiesto.
Anche perché, detta così, la risposta non potrebbe che essere 'crescita'. Chi mai vorrebbe decrescere? Nemmeno Martina, sono certa, potrebbe architettare una proposta simile seppur per denegare l'opera dell'attuale governo. Chissà se Zingaretti, rumor di scopa nuova, non possa arrivare a concepire una qualche fantastica ragione per rifiutarla se 'pianificata' da Di Maio o da Salvini. Il riferimento all'ambiente, poi, mi spiazza ancora di più: c'entra, per caso, la TAV e le lagnanze ecologiche del movimento antagonista nonché la decisione dei pentastellati di bloccarla? Se così fosse, sarebbe da pensare che il non voler procedere sulla TAV, sia pur per motivi pseudo-ambientali o economici o finanziari, si tradurrebbe in un danno alla 'crescita' o addirittura in una decrescita mentre il farla consentirebbe un positivo risvolto.
Non so se il riferimento sia attinente ma, dando ipoteticamente per accertato che lo sia, vediamo di ragionare un momento sul predetto argomento. Se prendessimo il problema asetticamente, avrebbe senz'altro ragione di Maio. Mi fa un po' fatica ammetterlo perché come provavo disagio a parlare di/con trinariciuti, analogamente lo provo a parlare di fondamentalisti. Il fatto, comunque, è che i vantaggi di tale realizzazione, elencati quasi vent'anni fa nel relativo progetto europeo, sono rimasti nel libro dei sogni.
Una linea che colleghi Lisbona a Kiev è una iniziativa che dovrebbe far riempire i cuori di orgoglio europeo, dare un senso di casa comune ma, al di là della riottosità dell'Italia, non risulta che il Portogallo si sia attivato in tal senso né, tantomeno, c'è contezza che la Spagna, da un lato, e gli ex PECO dall'altro si siano nemmeno progettualmente attrezzati per il corridoio 5, la tanto discussa TAV. E questo senza considerare che oggi le merci arrivano per lo più dall'est e si muovono nel nostro continente sull'asse nord-sud sfruttando il sistema portuale, mentre sull'asse est-ovest sono in costante diminuzione da quattordici anni, sia su ferro che su gomma.
Peraltro, il traffico totale Italia-Francia, in tutte le modalità attraverso tutti i valichi, è in costante diminuzione qualunque sia il periodo scelto per i confronti. Il motivo è noto: Italia e Francia sono due economie mature tra cui prevalgono scambi di sostituzione, che lasciano sostanzialmente immutato il flusso materiale di merci indipendentemente dal buon andamento dei PIL dei due paesi. Allora, come avrebbe detto Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché dare vita semplicemente ad un pezzo di TAV di nessun valore strategico? Perché decantarla come un fattore di crescita, collettiva e individuale, quando tale affermazione non corrisponde al vero? Se ne potrebbe tradurre, quindi, che il farla (il 'nostro' pezzo) sarebbe motivo di decrescita visti gli impegni economico-finanziari necessari.
Tuttavia, di contro, c'è (purtroppo) un altro ragionamento da fare: vista l'annosità del progetto che la presiede, non risulta che alcuno dei Paesi (virtualmente) interessati abbia sollevato il benché minimo dubbio, né tantomeno (allora) si sia evidenziata la benché minima rimostranza su questioni ambientali. Un coro di assensi ha accompagnato il suo varo e un ottundente silenzio si è protratto fino all'inizio dei lavori pochi anni or sono. L'avvio, comunque, c'è stato e, in ogni caso, è un'opera pubblica che comporta volanizzazione dell'economia e occupazione. Quindi, a farla (sempre il nostro pezzo e molto schematicamente), se ne può configurare un fattore di crescita.
Resta l'aspetto ambientale il quale dovrebbe consentire una valutazione inequivocabile. E, invece, anche in questo il punto di vista può influire o meno sulla cosiddetta 'crescita'. L'ILVA docet. È preferibile ignorare per decenni l'opera altamente meritoria dell'ILVA ai fini dell'incremento delle patologie e avere così un buon piazzamento europeo nel settore siderurgico oppure è meglio serrare l'untore e incappare nelle scudisciate dei benpensanti economisti della domenica che hanno denunciato come sconsiderata l'opera di un magistrato che propende per la difesa della salute?
Il Ministero dell'Ambiente, inoltre, ha cambiato atteggiamento? Ha azzerato le decine e decine di richieste di VIA giacenti sui tavoli di Via Cristoforo Colombo? Ha sanato la posizione di circa diciotto impianti considerati al limite della legge o addirittura fuori? In sostanza, ha deciso per una 'crescita' a prescindere (come avrebbe detto Totò) oppure si sta indirizzando verso la punizione dei 'furbetti' (che termine desueto!) che incrementano il PIL in maniera disinvolta? E le associazioni ambientalistiche hanno ritrovato il mercurio del termometro o per farsi un'idea continuano a poggiare la guancia sulla fronte del malato, raffreddata artatamente dalle scolle? Naturalmente, sempre nell'ottica del PIL, è ovvio.
Ed a proposito del tanto caro 'prodotto interno lordo' che fino a non molto tempo fa ponderava mutande di lana e ignorava i computer e oggi è giunto a considerare la 'corruzione' e l'economia derivata ai fini di stimare con maggiore aderenza la 'salute' del Paese, siamo certi che le correnti valutazioni, operate con tanta dedizione dai maghi di Agharti nel mitico regno di Sham bha lah, corrispondano al vero? Io non credo, direbbe Crozza imitando Razzi. Non lo credo perché perdendo l'oggettività si può ponderare l'effimero quanto si vuole: sempre tale resta. Ciò che importa è la tendenza la quale, a sua volta, tiene conto del marketing oriented e del design dell'immateriale per sfornare un prodotto che si confà al luogo e al tempo, agli usi e ai costumi, alle tradizioni, alla cultura del target da 'colpire'.
Inoltre, a prescindere (ancora) per un attimo dai buoni maghi della statistica, come si può misurare lo stato di salubrità del Paese quando la minaccia deriva da fattori esogeni, da potenti maghi di Atlantide, al di là delle colonne d'Ercole? La nostra bilancia commerciale è in attivo ma reggerà ad un'estensione della guerra dei dazi? E la risposta dell'Unione quale sarà? Riuscirà, in un soprassalto d'orgoglio, ad allargare la sua ipotetica sfera di ritorsione dai Lewis e dalle Harley Davidson? Eh! Ma questo è in mente Dei, potrebbe dire qualche persona istruita e al dentro di teologia. Già, ma quando tra i fattori esogeni riscontriamo quelli che hanno assunto caratteristiche di retrovirus che utilizzano la trascrittasi inversa per convertire il proprio genoma da RNA a DNA durante il proprio ciclo di replicazione? Sto tristemente scherzando, ma non troppo. Mi basta un esempio.
François-Marie Arouet, in arte Voltaire, si ritrovò un giorno a dire che 'l'ottimo è nemico del buono' attribuendo tale affermazione ad un saggio italiano. Peccato che mia nonna non lo sapeva perché ne aveva fatta la sua attestazione preferita credendola frutto della saggezza popolare. Ma forse nemmeno gli 'istruttori' occulti lo sapevano, i quali anziché rifugiarsi in Egitto, sono scampati all'attenzione del teosofo Scott Elliot per dirigersi verso Bruxelles.
È nota la decisione europea, mossa nell'ottobre scorso dagli scranni comunitari, di ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2030: una determinazione che ha vieppiù (direbbero le persone colte) incentivato la corsa verso l'elettrico nella trazione: così l'offerta si è aperta e spazia dagli ibridi agli elettrici puri, con o senza plug-in. Deus vult, avrebbe detto lo santo monaco Pietro l'eremita chiamando alla crociata.
Ma l'uomo della strada non può conoscere la vastità del pensiero dell'Uno, è confuso, frastornato: prima il diesel era la soluzione ottimale dati i bassi costi di esercizio, poi 'il' benzina è divenuto salvifico contro le polveri sottili e le affezioni bronchiali dei poveri milanesi e torinesi alle quali però, si poteva porre rimedio mettendo la lambda al diesel.
E, infine, l'elettrico è la risposta ai mali dell'umanità. Qualcuno, naturalmente improvvido, potrebbe chiedersi perché l'European Commission (è andata a scuola di americanismo), limitando le emissioni di qualunque tipo in Europa, consente liberamente ad aziende europee di inquinare in siti extra europei, in prevalenza asiatici e africani, ma questa è una domanda che l'uomo della strada non ha neppure le basi per porsela. Egli è semplicemente alle prese con la confusione che regna sovrana: entro il 2020, '22, '25, il diesel al bando. No. Nessun bando. Sarà loro vietato l'ingresso nei centri storici. Neppure. Saranno scoraggiati dall'ecotassa. Nemmeno. Questa agirà solo per le vecchie auto e, nel contempo, verrà incentivato l'acquisto di nuove vetture ibride o elettriche.
Il bello è che la rosa delle ipotesi non si esaurisce con la sintesi suesposta perché alle disposizioni governative si sommano quelle regionali e, addirittura comunali che determinano una sorta di caleidoscopio dalle sfaccettature in costante movimento. Per cui mi chiedo: in virtù di quale impulso l'uomo della strada dovrebbe precipitarsi a comprare un'autovettura, peraltro dopo l'impennata del 3° trimestre dello scorso anno? È indeciso e a tale indecisione si deve la flessione di ben il 18% sull'immatricolazione.
Altro che decrescita. Ma la sua perplessità non è data solo dal tipo di trazione. Le ibride, in prevalenza giapponesi, adatte alle tasche degli italiani sono poche e, diciamolo, sono brutte per il nostro gusto. Le belle costano. E l'incentivo non consente di superare il gap delle tasche.
E tutto questo in nome dell'ambiente, si pensi un po', e della libertà di consumare adeguatamente informati. Peccato che nessuno abbia informato la musa dei girondini, la viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière quando, prima di essere decapitata dalla ventata di libertè, dichiarò inopinatamente: "O Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!". Chissà se qualcuno ha letto l'intervista rilasciata da Alberto Bombassei, il signor Brembo, leader nel mondo dei sistemi frenanti, nel gennaio scorso ad un giornalista del Sole. Ebbene, al fine di non distorcere mi picco di riportare brani della predetta intervista: Bombassei: "Oggi c'è un grande entusiasmo per l'auto elettrica. Nessuno, però, considera il suo impatto sociale. In Europa, se smettessimo di produrre macchine a gasolio o a benzina e facessimo soltanto più auto elettriche perderemmo un lavoratore su tre. Compri il motore, compri la batteria e il 60% del valore dell'auto ce l'hai. Ma un milione di europei non avrebbe più una occupazione". Questo è l'esordio.
Intervistatore: La domanda vera è: l'auto elettrica è un progresso sostanziale sul piano (fondamentale) delle emissioni? Se sì, l'industria europea dovrà cogliere la sfida. Negli ultimi decenni il made in Germany ha fatto utili spaventosi in tutto il mondo, mettendo in ginocchio due delle Big Three americane. Perché ora dovrebbe essere protetta da concorrenti più pronti a cavalcare questa nuova forma di mobilità? E il sig. Brembo: "L'Europa ha inventato il diesel. In Germania, in Francia e in Italia è stata costruita negli ultimi sessant'anni questa specializzazione produttiva. Come è possibile che non ci si renda conto che, nelle loro ultime versioni, i motori a gasolio inquinano, complessivamente, meno di quelli ibridi? Nessuno contrasta le lobby dell'elettrico, formate soprattutto da chi produce e da chi distribuisce elettricità… In Italia, la misura governativa dell'ecobonus… è fondata sulla applicazione degli stessi principi, che non tengono conto né del reale impatto ambientale dei motori di ultima generazione né dell'approvvigionamento di elettricità dalla rete né dello smaltimento delle batterie".
Allora, a maggior ragione chi ha letto il Sole, ce lo vediamo andare bel bello bel bello ad acquistare un'auto? Mi fermo qui. Ma nell'intervista si fa cenno alla Germania, alla sua produzione e al possibile rallentamento. Del resto, sappiamo che il suo PIL, quest'oggetto misterioso che assomiglia alla bacchetta di Albus Silente di potterriana memoria, è in frenata (mò ci vuole), dimezzato rispetto alle previsioni. Sappiamo anche che il 40% della componentistica delle vetture tedesche la produciamo noi italiani? E l'European Commission lo sa? Forse quel tale organismo è amante solo della bella musica italiana. No. Non 'O Sole mio' che è appannaggio degli italo-americani bensì di quella pucciniana, amata dagli americani veri. E chi, tra gli appassionati del genere, non ricorda la celebre aria della Bohème 'Sono andati? Fingevo di dormire'?
La magistrale opera degli 'istruttori occulti' non si arresta mai e ci protegge, persino da noi stessi. Entro il 2021, nel territorio dell'Unione dovranno essere posti al bando tutti i prodotti monouso in plastica: piatti, bicchieri, cannucce, miscelatori per bevande, ecc. ecc.
La ventata ecologista non conosce tregua, altro che l'opera degli inquisitori del XV secolo che per arricchire i verbali degli interrogatori furono costretti ad inventare l'obsculatio ani per dimostrare la sudditanza perversa del 'posseduto' verso l'essere malefico per antonomasia, il Diavolo. Un'isola di plastica, grande come la Lombardia, … no, la Lombardia e Veneto… ma sì, abbondandis in abbondandum, avrebbe detto il grande blasonato partenopeo Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Grande come la Francia, quest'isola di plastica galleggia nel Pacifico e non sia mai le correnti dovessero addurvi i residui degli improvvidi consumi degli europei, correremmo il rischio di scoprire le attinenze dell'arte precolombiana tra i Paesi mesoamericani e l'isola di Pasqua.
Peccato che nei Paesi rivieraschi del Pacifico non ci sia la potente Assocarta nostrana perché, altrimenti, ben prima sarebbe emersa all'attenzione mondiale la terrificante parodia di Atlantide. E, in ogni caso, meglio prevenire che curare afferma la saggezza popolare. Comunque, vogliamo mettere i rilasci della plastica? Questa demoniaca derivazione del tanto deprecato petrolio? Possiamo mai arrivare ad immaginare le tremende micro-particelle che, subdole, si depositano nell'acqua, nel caffè, nelle bevande, nel cibo che noi suggiamo o mastichiamo, inconsapevoli, durante i momenti di relax delle pause da lavoro o al mare o durante i picnic quando non c'è una lavapiatti o un lavello a disposizione per nettare piatti di ceramica, bicchieri di vetro e stoviglie di metallo? Eeeh! No che non ci riusciamo e restiamo tranquilli e sereni mentre l'accumulazione delle insidiose micro-particelle farà emergere danni al nostro organismo nei prossimi duecento anni.
E però già vedo all'orizzonte torme di scarmigliate massaie, impiegate arruffate, nonnine atterrite e spettinate che avanzano al pari del Quarto Stato del piemontese Giuseppe Pellizza da Volpedo chiedendo a gran voce che vengano alleviati i loro carichi di lavoro e che vengano rispettate misure igieniche. Igiene? Beh! Certo. Si può immaginare in un posto di lavoro una sfilza di bicchieri in vetro da continuare a lavare con cura? Non temano le massaie perché l'industria lavora per loro. In alternativa, avremo bicchieri, piatti e posate di carta sempre monouso. Un momento …. e l'impermeabilità e la consistenza di questi oggetti di carta? Sarà garantita dalla paraffina della quale sono imbevuti. Ma … la paraffina non è anch'essa un derivato dal petrolio? Certo ma, come avrebbe cantato De Gregori, tutto questo Alice non lo sa.
A questo punto, ci starebbe proprio bene "ma io non ci sto più e i pazzi siete voi" proseguendo sull'onda degregoriana ma a che servirebbe? I massmedia, anziché educare sulla corretta gestione dei rifiuti, criminalizzano il singolo prodotto mentre presidi accorti vietano addirittura che in classe si portino merendine dal rivestimento in filmpack. Un po' come il divieto dei crocifissi nelle aule italiane. Non sia mai detto. Perciò, che ci vogliamo fare, così va il mondo per cui 'crescita' e 'decrescita' continuano a turbare il sonno degli uomini di buona volontà che si macerano nel dubbio di aver contribuito a determinare il dissesto delle casse dello Stato per il semplice fatto di riscuotere una pensione, in un clima da Torquemada che ai fini del risparmio colpisce unicamente il vitalizio del parlamentare anziché farlo lavorare, mentre come incentivo per la gente prevede le scarpe sinistre. Si dice che Achille Lauro insegni.
Ma poi, diciamocela tutta. All'atto pratico, attesi gli esempi, a chi dovrebbe veramente interessare la 'crescita'? Lo scorso numero cennavo al rapporto Oxfam presentato a Davos secondo il quale la ricchezza si accentra progressivamente in sempre meno mani mentre si allarga la platea di coloro che hanno sempre meno. Mancano gli strumenti di ripartizione del reddito prodotto (ovviamente in caso di crescita, e che Madonna). Per cui, si può anche essere ricchi d'ingegno, vedere un incremento degli ordini della produzione (che, peraltro, quello attuale, ad eccezione dell'auto, sconfessa le Cassandre della recessione) osservare i differenziali positivi della bilancia commerciale, ottenere impennate sull'export, avere una botta di culo e veder scendere lo spread, ottenere addirittura un avanzo primario e, comunque, prenderlo in quel posto. L'abisso tra chi ha e chi non ha continua ad allargarsi.
Ovviamente, non me la sto prendendo con l'attuale Governo. È insediato da appena dieci mesi e questo Paese, insieme alle difficoltà internazionali, sconta oltre un ventennio di immobilismo e di sudditanza, alternativamente operate da una destra vanesia e da una spenta sinistra. Ma tutto questo mi porta a dire che 'crescita' e 'decrescita' sono degli astrusi concetti che non significano assolutamente alcunché per la maggior parte della gente. Fa differenza per un ergastolano un supplemento di pena per una tentata fuga?
Ho concluso, caro direttore, e nello scusarmi per il linguaggio veloce e poco convenzionale, tra tante boutade che in questi anni abbiamo ascoltato, consenti che io avanzi la mia: perché abbiamo abbandonato l'espressione 'progresso' per sposare la 'crescita? Io che sono di un'ignoranza crassa (lasciami dire) sono andata su un vocabolario della lingua italiana, il Devoto-Oli, e ho letto: Crescita: aumento di dimensione, per lo più connesso con lo sviluppo. È quel 'per lo più' che ti frega e la 'dimensione', abbinata alla 'crescita' ti spinge verso pensieri da caserma. Mentre Progresso è l'acquisizione da parte dell'umanità di forme di vita migliori e più complesse, specialmente in quanto associate all'ampliamento del sapere, delle libertà politiche e civili, del benessere economico e delle conoscenze tecniche.
Ed ora, per piacere, mi si venga a dire che non c'è differenza.
Nella speranza di non essere uscita dal vaso e nel rinnovarti affetto e stima, sinceramente tua Roberta Forte
   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Antonino Provenzano    
       
    ANATOMIA DI UN PARADOSSO    
    Crescere o decrescere ? : "questo è il dilemma ….. morire, dormire. Dormire, forse sognare" ("Amleto", Shakespeare).
Domanda difficile, risposta facile: in entrambi i casi, siamo fottuti! Il nostro mondo è condannato.
Ci si trova infatti in una situazione da " Catch 22" di helleriana memoria, una sorta di "deadlock" oppure, se volete (per quanto concerne l'indifferenziata affermazione: "l'economia deve assolutamente crescere o decrescere") di paradosso di Epimenide (VI secolo a.C.) del tipo :
La frase seguente è falsa,
la frase precedente è vera.
Sulla auspicata CRESCITA dell'economia mondiale, misurata dal PIL (sulle cui paradossali implicazioni - e mi scuso profondamente per l'autoreferenzialità - rinvio cortesemente a quanto "CONFINI" mi ha gentilmente concesso di commentare sul suo n° 70 del Dicembre 2018 con il mio articolo: "Fondamentalismi ? - che dire di Sua Maestà il PIL ?" - ) non c'è molto da aggiungere, tranne che sbizzarrirsi con la fantasia sulle disastrose conseguenze di un acritico, costante aumento planetario di detto discutibile indicatore economico.
Sulla prospettiva invece di un'eventuale DECRESCITA, felice?, dell'economia mondiale (ebbene sì, c'è chi la teorizza!) c'è da stendere soltanto un velo di filosofica, pietosa indulgenza. A chi crede infatti che nell'odierna situazione socio-economica del nostro mondo si possa ipotizzare una tale forma di VOLONTARIA utopia andrebbe conferita la cittadinanza onoraria del pianeta Marte. Egli infatti non apparterrebbe agli abitanti della Terra.
Ci si rende conto infatti che nell'odierno, de-culturalizzato vivere contemporaneo (dai pochissimi ricchi e dagli innumerevoli poveri) imperniato unicamente sullo "Here and Now" non ci è data purtroppo alcuna alternativa alla costrizione di dover vivere in compagnia di una costante crescita, senza se e senza ma, del maledetto PIL? Che non può certamente esserci per gli occidentali, o occidentalizzati, giovani contemporanei (e forse anche per i meno giovani) ragione di vita alcuna senza una totalizzante, individuale aspirazione al consumo e/o al divertimento, coniugata con la planetaria tendenza della maggioranza del mondo studentesco di dirigersi verso future professionalità tutte acriticamente volte ad attività commerciali e/o alla creazione di "start up" economiche mirate esclusivamente alla produzione ed alla vendita di beni di consumo (siano essi, indifferentemente, di tipo materiale o immateriale)? Può il pianeta reggere tale forzata superproduzione di beni e servizi accompagnata da bulimico consumismo?
"Mala tempora currunt sed peiora parantur"? Ovvero ed al contrario, si riuscirà ad esorcizzare felicemente quell'inelegante termine usato al secondo capoverso del presente mio scritto per definire le nostre future prospettive? Nessuno può saperlo, chi vivrà vedrà.
Si stia comunque tutti sereni e tranquilli; in entrambi i casi, di Crescita o di Decrescita, la Terra continuerà a girare intorno al proprio asse ed il totemico PIL proseguirà, almeno per il prossimo, prevedibile futuro, a svolgere il suo ruolo di sommo metronomo della complessiva felicità esistenziale degli esseri umani.
Roma, 5 marzo 2019
   
       
       
         
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