TEMA DI COPERTINA  
    di Lino Lavorgna    
    C'ERA UNA VOLTA LA QUESTIONE MERIDIONALE. C'E' ANCORA.    
   
PAROLE: VERE, FALSE, SCIOCCHE.
"I governi italiani per avere i voti del Sud concessero i pieni poteri alla piccola borghesia, delinquente e putrefatta, spiantata, imbestialita, cacciatrice d'impieghi e di favori personali, ostile a qualunque iniziativa potesse condurre a una vita meno ignobile e più umana". (Sergio Rizzo)
"Il Sud è stato privato delle sue istituzioni; fu privato delle sue industrie, della sua ricchezza, della capacità di reagire; della sua gente (con un'emigrazione indotta o forzata senza pari in Europa); infine, con un'operazione di lobotomia culturale, fu privato della consapevolezza di sé, della memoria". (Pino Aprile)
"Il Sud è subordinato alla mafia e alla stessa idea che ha di sé. Una condizione che fa comodo al Nord peggiore e alla mafia". (Pino Aprile)
"Il rilancio, alla grande, dei comportamenti "mafiosi" è avvenuto all'epoca e nel quadro dello sbarco degli eserciti alleati in Sicilia e nel Meridione, durante la fase finale della seconda guerra mondiale: quando i capi-mafia, già trapiantati oltreoceano, si offrirono come tramite prezioso, per facilitare infiltrazione degli invasori fra i traballanti difensori del fronte meridionale". (Gianfranco Miglio)
"I vecchi governi hanno inventato, allo, scopo di non risolverla mai, la questione meridionale. Non esistono questioni settentrionali o meridionali. Esistono questioni nazionali" (Benito Mussolini)
"L'ambiente fisico del Mezzogiorno d'Italia costituisce, per ragioni geografiche e geologiche, il presupposto naturale di quel complesso di problemi economici e sociali sinteticamente indicati con l'espressione "questione meridionale". Fin da quando, sullo scorcio del secolo scorso, una serie di insigni meridionalisti, tra i quali emerge Giustino Fortunato, affrontò lo studio sulla "questione", venne dissolta la leggenda di un Mezzogiorno ricco e altamente produttivo, perché difatti, dietro le cortine ubertose della Terra di lavoro o della Conca d'oro, si succedono montagne aspre e dirute, terreni secchi e franosi, poggianti su di un sottosuolo povero di risorse naturali, energetiche o minerarie" (Felice Ippolito)
"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti". (Antonio Gramsci; la frase è del 1920)
"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio". (Giuseppe Garibaldi)
"É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell'unità e dell'indipendenza nazionale, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l'agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostato molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell'asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici". (Luigi Einaudi)
"Se dall'unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone". (Gaetano Salvemini)
"Dei Greci, i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna. A chi come me si occupa di dirne i mali e i bisogni, si fa l'accusa di rivelare le piaghe e le miserie, mentre il paesaggio, dicono, è così bello". (Corrado Alvaro)
"Or, poiché si diceva che il Nord fosse meno ricco del Sud e si credeva che molto avesse sacrificato alle lotte della indipendenza e della unità, parve anche assai naturale che i meridionali pagassero il loro contributo. Così i debiti furono fusi incondizionatamente e il 1862 fu unificato il sistema tributario ch'era diversissimo. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse al tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l'asse della finanza. Gl'impieghi pubblici furono quasi invasi dagli abitanti di una sola zona. La partecipazione ai vantaggi delle spese dello Stato fu quasi tutta a vantaggio di coloro che avevano avuto la fortuna di nascere nella valle del Po". (Francesco Saverio Nitti)
"Conoscendo i limiti del proprio diritto, e misurando su quei limiti, senza alcuno zelo servile, il loro dovere, le popolazioni meridionali vogliono soltanto quel che loro spetta come facenti parte della famiglia italiana, nella quale, con l'Unità, si sono illuse di entrare a parità di diritti, non avendone che lo sfruttamento e la degradazione. Tutto questo è stato reso possibile dal tradimento della classe politica che aveva in mano le sorti del Mezzogiorno. La borghesia terriera del Sud accettò lo sfruttamento perpetrato dal protezionismo industriale del Nord per avere, in cambio, qualche posticino nel branco delle maggioranze governative, il possesso indisturbato della terra e la continuità dell'oscurantismo. "In omaggio alla verità, nostra sola padrona, aggiungeremo che, al banchetto protezionista, se pur prendendo solo le briciole, parteciparono alcune aristocrazie operaie del Nord portate dalla dinamica di classe a realizzare migliori salari, anche se ottenuti con una maggiorata soffocazione economica delle popolazioni rurali del Sud. […] La Questione Meridionale è tutta la questione italiana. Se la piaga della degradazione non si chiude, la cancrena che potrebbe seguirne non minaccerebbe solo la distruzione della parte malata ma l'intero organismo nazionale. (Leonida Rèpaci)
"Per cause molteplici (unione di debiti, vendita dei beni pubblici, privilegi a società commerciali, emissioni di rendita) la ricchezza del Mezzogiorno, che potea essere il nucleo della sua trasformazione economica, è trasmigrata subito al Nord. Le imposte gravi e la concentrazione delle spese dello Stato fuori dell'Italia meridionale, hanno continuato l'opera di male". (Francesco Saverio Nitti)
"Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale". (Giustino Fortunato)
“Ho lottato anch'io contro l'idea fissa che esisteva nel mio Paese: che l'Italia fosse condannata a essere povera per mancanza di materie prime e di fonti energetiche. Queste fonti energetiche le ho individuate e le ho messe in valore e ne ho tratto delle materie prime. Ma, prima di far tutto questo, ho dovuto fare anch'io della decolonizzazione perché molti settori dell'economia italiana erano colonizzati, anzi, direi, che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal Nord d'Italia! Il fatto coloniale non è solo politico: è anche, e soprattutto, economico. Esiste una condizione coloniale quando manca un minimo d'infrastruttura industriale per la trasformazione delle materie prime". (Enrico Mattei)
"I meridionali hanno spesso qualità dissociali o antisociali: poco spirito di unione e di solidarietà, tendenza a ingrandire le cose o addirittura a celarle, per amore di falsa grandezza; per poco spirito di verità. [... ] Manca lo spirito del lavoro nelle classi medie; manca la educazione industriale. Si sopporta che l'amministrazione e la politica siano spesso nelle mani di persone indegne, pure di averne piccoli vantaggi individuali. [... ] Manca spesso la buona fede commerciale; manca più spesso ancora l'interesse di ogni cosa pubblica". (Francesco Saverio Nitti)
"Salerno è diversa da Napoli, nell'apparenza e nello spirito. Qui veramente cadono molti luoghi comuni sull'Italia meridionale. L'aspetto è infatti quasi settentrionale, e la pulizia quasi svizzera. I discorsi sono secchi, brevi, propri di persone attive. [... ] Coloro che conoscono la vita salernitana nell'intimo mi dicono ch'essa è un miscuglio, tipico dell'Italia meridionale in questa fase di passaggio, e nei luoghi di punta, di usanze ancora patriarcali e di modernismi talvolta anche strani ed eccessivi. [... ] Osservando bene Salerno, si ha dunque l'impressione di un centro abbastanza tipico della fase di trasformazione dell'Italia meridionale. L'industrializzazione e il benessere sono in progresso, anche se le antiche passività gravino ancora fortemente". (Guido Piovene)
"Scordatevi la possibilità di avere nel Sud partiti puliti e lustri se la realtà meridionale, per tante parti, resta quella che è. Anche se una certa, diffusa mentalità legalistico-formalistica porta tanti a non comprenderlo, una nuova "regola", quale che essa sia, per esempio in materia di composizione delle liste, se cade in un ambiente con essa incompatibile, verrà necessariamente aggirata o stravolta. Passata l'emergenza, tutto ricomincerà più o meno come prima".
(Angelo Panebianco)
"Ricordo che un giorno, a Teano, mentre con un italiano si stava contemplando il superbo panorama, feci qualche osservazione sul fatto che tutte le rovine romane sono situate nelle fertili piane della valle, mentre i castelli medioevali sono appollaiati sulle nude colline. - Già, - commentò il mio compagno, - all'età delle aquile era successa quella degli avvoltoi -. Era un'ottima sintesi; e dello stato di anarchia e di violenza seguito alla caduta di Roma imperiale il rifugio per il bestiame nella valle del Sabato era un'eloquente testimonianza". (Leonard Woolley)
"L'Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno". (Giustino Fortunato)
"L'Italia meridionale ha poca ricchezza e poca educazione industriale: pure lo Stato quando ha speso per essa, ha speso più per mantenere il parassitismo, che per combatterlo. Invece è l'educazione industriale che bisogna formare". (Francesco Saverio Nitti)
"Nei climi meridionali sotto un cielo come questo di Napoli che invita così potentemente alla pigrizia ed a quel dolce far niente di che ci han fatto una colpa gli stranieri, il vagabondaggio è così esteso che noi disperiamo che possa il governo giungere ad estirparlo del tutto in un paese come il nostro dove si vive così a buon mercato. Dove con dieci centesimi di maccheroni, dove con cinque centesimi di pane ed altrettanti di frutte un uomo ha messo a poco a poco il suo pranzo, non sappiamo come si possa sentire la suprema necessità e l'obbligo del lavoro". (Francesco Mastriani)
"Questa è la negazione di Dio eretta a sistema di governo". (William Ewart Gladstone, riferendosi ai Borbone di Napoli)
"Per secoli Napoli, capitale del regno, è stata una metropoli che lo stato borbonico riusciva a governare solo grazie alla camorra". (Giorgio Bocca)
"Nessun uomo ha colpe o meriti per dove nasce, ma solo colpe o meriti per come vive". (Lino Lavorgna)

APPROCCIO METODOLOGICO
Diciamolo subito e a chiare lettere: non è ancora giunto il momento per affrontare le tematiche del Mezzogiorno d'Italia con formule che possano assumere una reale connotazione storiografica, essendo viva, vegeta e in costante evoluzione (o involuzione) quella che per comoda convenzione chiamiamo "questione meridionale".
E' senz'altro un paradosso, visto che sono trascorsi quasi 160 anni da quando Franceschiello salutò Napoli per trasferirsi a Parigi, dove visse modestamente essendogli stati confiscati tutti i beni dal Governo italiano. Di paradossi, tuttavia, è piena la storia del mondo e di sicuro abbondano in quella italiana. Non si contano i saggi importanti, gli scritti minori e i reportage giornalistici dedicati all'Italia del Sud con lo scopo di svelarne gli aspetti più reconditi, a volte con marcata supponenza escatologica, senza per altro mai riuscire a inquadrare il fenomeno in una dimensione che esulasse dalla partigianeria. I pensieri sopra riportati, seppure espressione di una piccolissima parte delle tante voci contraddittorie che si sono contrapposte nel corso dei decenni, sono comunque eloquenti e lasciano ben trasparire come le varie tesi risultino fortemente condizionate dal ruolo ricoperto, rifuggendo gli autori da qualsivoglia presupposto di obiettività. Non ho la presunzione, con questo articolo, di compiere alcun consistente passo in avanti, cosa comunque impossibile in un contesto giornalistico, e l'unico scopo che mi prefiggo è offrire una diversa chiave di lettura rispetto a quella più sfruttata, protesa a portare alla ribalta solo le luci "o" le ombre degli uni e degli altri e non, come sarebbe giusto, le luci "e" le ombre.
Va da sé che il tutto è esposto con la necessaria sintesi imposta dallo spazio a disposizione e pertanto "le pennellate larghe" su fatti che meriterebbero, ciascuno per proprio conto, una lunga disamina, sono da considerare esclusivamente delle linee guida a disposizione di chi abbia la voglia di personali approfondimenti, tenendo ben presente, allorquando ci si dovesse immergere nell'intricata matassa, l'insegnamento di colui che quelle ancora più complicate ha districato con sorprendente maestria: "Gli uomini hanno, come gli alberi, il loro lato esposto al vento e, come le montagne, la loro parete Sud. Dobbiamo solo cercare l'accesso ai pendii dei loro vigneti, alle miniere dei loro tesori. Allora daranno l'oro e il vino là dove nessuno se l'aspettava. Gli uomini sono testi geroglifici, tanti però incontrano il loro Champollion. Diventeranno leggibili, diventeranno avvincenti, se la chiave sarà accordata con amore"1. La metodologia utilizzata, scherzosamente denominata "corsie autostradali", è quella che ho sviluppato gradualmente, nel corso degli anni, per lenire i mal di testa che scaturivano da letture poco chiare o palesemente fagocitanti. Immaginiamo tante corsie autostradali parallele, in ciascuna delle quali "viaggino" solo le problematiche afferenti a una singola categoria, qui trattate - ripeto - sinteticamente. Il risultato finale scaturisce dall'intreccio di tutte queste corsie e dalla miscelazione delle varie problematiche. L'articolo, pertanto, può solo configurarsi come una sorta di "introduzione" a un lavoro più composito e complesso, da sviluppare con la mente scevra di pregiudizi e odio recondito, che non portano da nessuna parte e servono solo a dare una visione distorta della realtà.

UN PO' DI STORIA
Trascrivo un brano dell'articolo pubblicato nel numero 69 di "CONFINI" (novembre 2018) dedicato alla voglia di riscatto del Paese.
“Nel Mezzogiorno d'Italia si pagano ancora oggi gli effetti nefasti di cinque colonialismi: quello Bizantino, che lo depredò di ogni possibile risorsa, non promosse alcuna attività, represse quelle floride già in essere e lasciò quel lascito genetico "levantino", sulle cui caratteristiche è inutile soffermarsi perché già il termine le ingloba tutte; quello Angioino, non meno terribile del precedente; quello Aragonese e quello Spagnolo, che somma tutti gli elementi nefasti dei precedenti, amplificandoli (malcostume, malapolitica, gestione improvvida del potere, inefficienza, inettitudine, propensione truffaldina e criminale: in sintesi tutte quelle peculiarità che sono ancora ben radicate in larghi strati sociali del Sud); gli Arabi, dal canto loro, è pur vero che hanno lasciato tracce tangibili della loro presenza sotto il profilo culturale, scientifico e sociale, ma si esagera in tali riconoscimenti, specialmente quando si scrive, per esempio, che "tenevano molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, non mangiavano aglio e cipolla, non si leccavano le dita e non usavano gli stuzzicadenti. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada ogni tanto si fermava davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava pantaloni rattoppati". Non si capisce, infatti, perché siffatti gentiluomini si dedicassero "anche", con immenso piacere, a continue scorribande nei territori occupati e in quelli limitrofi, per trucidare gli abitanti d'interi villaggi e rapire le donne che, dopo l'inevitabile stupro, erano costrette a soggiacere ai loro piaceri in compagnia delle altre concubine. […]Ostrogoti, Longobardi, Normanni, Svevi, viceversa, sono stati protagonisti di quello sviluppo economico e sociale, del quale fu beneficiario non solo il Mezzogiorno ma l'intero Paese. Il confronto tra buono e cattivo sangue, tuttavia, nel corso dei secoli ha visto via via affermarsi, in modo preponderante, i soggetti più biechi e negativi".
Questa sintesi basterebbe, da sola, a spiegare tante cose del passato e a fungere da monito per quelle future. Cosa molto difficile, però, fin quando non si avrà il coraggio di cancellare con un colpo di spugna il tanto di marcio che emerge in scritti considerati pietre miliari della storiografia (tipo "La storia del reame di Napoli" di Benedetto Croce e di quasi tutti gli esegeti del Risorgimento, per esempio) e "bonificare" opere senz'altro pregevoli, ma condizionate da presupposti apologetici di segno opposto (le opere di Giacinto de Sivo e di molti saggisti filo-borbonici). Un discorso a parte meriterebbero Vincenzo Cuoco (la voce critica della rivoluzione) e Pietro Colletta (il "general somaro", come icasticamente fu definito dal visionario e sanguigno Principe di Canosa2, figura meno nota del panorama intellettuale meridionale, la cui anacronistica concezione della vita pubblica gli procurò non pochi guai, offuscando le pur valide intuizioni che erano sfuggite a storici più affermati, in particolare quelle relative alla forte incidenza delle sette oscure nel determinare il corso degli eventi). Le opere di Cuoco e Colletta, seppure condizionate dalle vicende personali, sono importantissime per assimilare quelle sfumature che consentono di meglio contestualizzare le vicende narrate, purché affrontate con solide basi cognitive, necessarie per separare il grano da una consistente parte di loglio.

PRIMA CORSIA: INFLUENZE STRANIERE
Uno dei principali errori che condiziona l'analisi storiografica del Mezzogiorno d'Italia è la scarsa attenzione tributata alla massiccia influenza delle potenze europee. Sviluppando, tra l'altro in modo caotico, le tematiche e le azioni che vedono come protagonisti esclusivamente i nostri connazionali, si perde di vista un elemento di fondamentale importanza, se non il principale, dal momento che Francia, Inghilterra e Austria, intervenendo incisivamente nei fatti di casa nostra avevano un unico scopo: difendere i propri interessi. Nel Congresso di Utrecht del 1713 l'Inghilterra impose che ai Savoia fosse concesso il possesso della Sicilia, poi scambiato con quello della Sardegna, per rafforzare uno stato in grado di fronteggiare l'eventuale espansione della Francia in Italia. Contestualmente flirtava con gli Asburgo, favorendone l'espansione in Italia, per ostacolare i Borbone, che governavano in Spagna e Francia. La guerra dei sette anni, dal 1756 al 1763, che anticipò concetti importanti quali "guerra mondiale" (di fatto fu la prima vera guerra mondiale) e "politica dei giri di valzer", (espressione coniata dal cancelliere Bülow nel 1902, quando l'Italia, sotto la spinta delle agitazioni irredentistiche, iniziò a danzare al di fuori della Triplice Alleanza, in cerca di garanzie che né Austria né Germania potevano assicurarle) grazie allo spregiudicato rovesciamento delle alleanze, non vide direttamente coinvolta l'Italia ma i suoi effetti si fecero sentire lo stesso perché l'Inghilterra, dopo averle suonate alla Spagna a Cuba, per contrastare il riavvicinamento franco-austriaco, le promise aiuto nel riprendere il possesso delle province italiane passate all'Austria, in cambio di un'alleanza strategica.
Le guerre napoleoniche determinarono altre ingerenze inglesi, che sostennero contestualmente l'Austria e i Borbone di Napoli, avendo bisogno dei porti meridionali per la sua flotta. "L'amore" filoborbonico, però, cessò subito dopo la caduta di Napoleone, trovando gli inglesi più consoni ai propri interessi l'ingrandimento del Piemonte in chiave anti francese e il consolidamento dell'Austria in Italia. I francesi, a loro volta, non sparsero lacrime amare per l'ingrandimento del Piemonte, che assorbendo la repubblica di Genova aveva tolto un importante punto di appoggio per l'esercito: pragmaticamente considerarono che il Regno di Sardegna potenziato sarebbe stato un formidabile baluardo contro le mire espansionistiche dell'Austria verso le Alpi Occidentali. In buona sostanza, dopo il Congresso di Vienna, in Italia le potenze straniere ballavano secondo i reciproci interessi: Francia e Austria si fronteggiavano aspramente per dominarla; l'Inghilterra, in chiave anti-francese, sosteneva l'Austria, aiutandola a reprimere sia i moti rivoluzionari che scoppiarono nel 1821 a Palermo, a Napoli, in Piemonte, sia quelli del 1831 nei Ducati e nello Stato Pontificio, che videro gli insorti italiani restare con un palmo di naso quando si resero conto che l'iniziale entusiasmo scaturito dalle promesse di aiuto profferite da Napoleone Luigi Bonaparte e da suo fratello Carlo Luigi, il futuro Napoleone III, non ebbero partica attuazione per volontà del re Luigi Filippo, che dimostrò sempre una chiara vocazione conservatrice e quindi ostile a ogni possibile alterazione dello spirito monarchico.

SECONDA CORSIA: STATI E STATERELLI DEL CENTRO-NORD
Al di là dei patetici e vergognosi tentativi esperiti da molti storici per conferire alla storia italiana pre-unitaria una "dignità riformatrice" in linea con le evoluzioni che si registravano in tutta Europa, la realtà è ben diversa. Inerzia, baruffe locali, dispotismi di cinici signorotti arricchiti, beghe da bottega e soprattutto la marcata insensibilità degli agiati nei confronti di chi versava in condizioni miserrime, costituivano la regola e non l'eccezione. Nella repubblica di Venezia il clero si oppose fortemente alle riforme scolastiche e al potenziamento delle università, ritenendo che un popolo ignorante fosse più facile da gestire. Le quarantadue famiglie che detenevano il potere difesero con ogni mezzo i propri privilegi e repressero ferocemente i tentativi di restituire al "Maggior Consiglio", ossia all'intero corpo aristocratico, quell'autorità che aveva gradualmente perduto.
Per quanto concerne lo Stato sabaudo, anche i mistificatori più abili hanno difficoltà a reperire elementi che consentano di trasformare il forte spirito di conservazione in un sia pur labile presupposto d'innovazione, soprattutto per il periodo1730-1796, che vide alternarsi sul trono Carlo Emanuele III e Vittorio Amedeo III. Carlo Emanuele, soprattutto, deve la sua fama esclusivamente all'inganno con il quale attirò nel regno Pietro Giannone, per poi arrestarlo e imprigionarlo3. Nella repubblica di Genova il più importante elemento "riformatore" fu rappresentato dal divieto dei testamenti a favore della Chiesa. Anche sullo Stato Pontificio non val la pena sprecare troppo spazio, se non per ribadire i problemi legati a un'azione governativa lenta, contraddittoria, lacunosa, fonte d'immani problemi per i meno abbienti e i contadini, costretti alla fame dalla pervicace volontà di ostacolare ogni cambiamento, ivi compresi quelli più agognati: revisione dei dazi interni, liberalizzazione del commercio dei grani, nuove tariffe doganali, bonifica delle paludi pontine.
Alla luce di una realtà tanto nefasta, che condizionava la vita di milioni di persone, gli storici hanno avuto facile gioco nell'esaltare i modesti risultati innovatori che si ebbero nei ducati di Modena e Parma, soprattutto in chiave di limitazione dell'ingerenza ecclesiastica, che di certo non migliorarono più di tanto la qualità della vita. Qualcosa di più consistente, almeno nei propositi, avvenne nel Granducato di Toscana, in campo sociale, amministrativo e giuridico. I contadini, in particolare, beneficiarono della riforma agraria favorita da Pietro Leopoldo, che consisteva nel "dare la terra a chi lavora" grazie alle "allivellazioni", ossia la concessione dei terreni in affitto perpetuo, con possibilità di riscatto, sottraendoli al patrimonio fondiario pubblico e privato, al clero. I buoni propositi, però, e gli effettivi benefici che da essi scaturirono, durarono molto poco. I funzionari incaricati delle cessioni erano legati (o per meglio dire: asserviti) ai ceti benestanti interessati ad approfittare della riforma per impossessarsi delle terre. Traffici illeciti e canoni annuali non sempre alla portata dei braccianti e dei mezzadri favorirono una tipica speculazione all'italiana, consentendo un ulteriore arricchimento degli aristocratici e dei borghesi, che s'impossessarono della maggior parte delle terre messe all'asta.

TERZA CORSIA: IL REGNO DELLE DUE SICILIE
Per amor di sintesi glissiamo sull'esposizione di concetti arcinoti, soprattutto ai colti lettori di "CONFINI", connessi alla inconfutabile "superiorità" del Regno sul resto d'Italia, in ogni campo (politico, amministrativo, giuridico, sociale, artistico, culturale…) soffermandoci precipuamente sulle cause che, nonostante le condizioni favorevoli, ne determinarono l'implosione.
Qui è sufficiente ricordare che Carlo di Borbone trovò una società profondamente lacerata, vessata da quasi due secoli di dominazione spagnola caratterizzati dal mal governo, dallo sfruttamento, da continue tensioni sociali e dalla protervia dei baroni che del malgoverno si resero complici. Le profonde trasformazioni sociali avviate da Carlo III consentirono un graduale e consistente miglioramento della qualità della vita. Il ministro Tanucci, un toscano di grande ingegno che assunse la carica di ministro della Giustizia e degli Esteri, cesellò la volontà riformatrice di Carlo III, attaccando drasticamente le prerogative feudali, nel rispetto del principio: "Un re, un popolo e niun potere intermedio". Il presupposto, sia pure con alterne fortune, fu perpetuato anche dai successori di Carlo III ed essendo impossibile (oltre che inutile, come anticipato) esporre compiutamente le vicende del regno fino alla sua caduta, soffermiamoci su di esso inquadrandolo in un'ottica che lo vede come principale elemento non solo della "ripresa" ma anche della successiva "crisi". Per avere delle risposte occorre porsi delle domande ed esse devono essere "chiare e dure". Come è stato possibile che un pugno di garibaldini, mal armati, riuscisse ad avere la meglio su uno degli eserciti più forti d'Europa? Perché i siciliani prima e i napoletani dopo acclamarono Garibaldi? Perché una imponente flotta, che avrebbe potuto da sola cambiare le sorti dell'invasione, non intervenne in modo adeguato nella difesa del regno? Perché nove milioni di sudditi, che avevano acclamato e sostenuto la dinastia in ogni circostanza, mandando alla forca i rivoluzionari giacobini4 che si esposero al rischio mortale proprio per migliorare le condizioni di vita del popolo, voltarono le spalle votandosi anima e corpo ai nuovi dominatori, salvo poi pentirsene quando si resero conto dell'arduo prezzo da pagare? Senza dilungarci in una complessa disamina e mantenendo, quindi, il presupposto "introduttivo" dell'articolo, basti dire che il pensiero del Tanucci (nessun potere intermedio), se poteva considerarsi valido nella società del XVIII secolo, appariva oltremodo anacronistico nel XIX, dal momento che le nuove classi sociali spingevano per una più consistente condivisione dei poteri. Re Bomba (Ferdinando II) proprio non volle accettare l'idea che i tempi fossero cambiati e lo scrisse chiaramente a suo cugino Luigi Filippo, re di Francia, replicando all'invito di considerare il particolare momento di transizione e a "cedere qualcosa per non vedersi strappare tutto". La mancanza di lungimiranza e la cecità nel capire il proprio tempo traspaiono evidenti nella risposta: "La Libertà è fatale alla famiglia dei Borboni […] il mio popolo obbedisce alla forza e si curva… il mio popolo non ha bisogno di pensare: m'incarico io del suo benessere e della sua dignità. Noi non siamo di questo secolo. I Borboni sono vecchi, e se volessero calcarsi sul modello delle dinastie nuove, sarebbero ridicoli. Noi faremo come gli Asburgo. Ci tradisca pure la fortuna, ma non ci tradiremo da noi". Per il resto fanno aggio la natura umana e il retaggio ancestrale di quella parte di popolo che non ha scrupoli nel vendersi al migliore offerente. Molto altro vi sarebbe da dire, ovviamente, ma di più non si può.

AUTONOMIA E RISCATTO
Autonomia è una bella parola, ma affinché possa avere senso compiuto deve necessariamente essere accompagnata da un altro termine. Se balla da sola, non significa nulla. Abbiamo, pertanto, l'autonomia giuridica, economica, patrimoniale, politica e finanche un'autonomia etica, che secondo la visione di Rousseau coincide con la libertà, perché si è veramente liberi soltanto quando si obbedisce alle leggi che ci si è dati, seguendo la ragione e rifuggendo dalla schiavitù delle passioni. Estendendo il concetto nella sfera politica, il pensatore ginevrino teorizza una democrazia nella quale il popolo sia sovrano e suddito: sovrano perché prende parte, direttamente e collettivamente, alla stesura delle leggi; suddito perché a esse, poi, obbedisce. Il concetto di autonomia, quindi, sublima quello di libertà e mette in discussione il sistema rappresentativo, che prevede la distinzione tra governanti e governati. Quando i governati non obbediscono alla propria volontà ma solo a quella dei deputati, non sono più liberi, non sono più autonomi.
Kant li definirà "eteronimi", ossia soggetti che ricevono le leggi da altri soggetti. "L'autonomia della volontà - scrive Kant nella Critica della ragion pratica - è l'unico principio di tutte le leggi morali e dei corrispondenti doveri; al contrario, ogni eteronomia del libero arbitrio, non solo non fonda alcun obbligo, ma è invece contraria al principio dell'obbligo e alla moralità della volontà". La moralità consiste nella capacità della volontà, che è libera, di seguire la legge dettata dalla ragione (intesa come facoltà dell'incondizionato, dell'assoluto), sottraendosi ai condizionamenti della legge naturale (la sfera sensibile, con i suoi impulsi, i suoi interessi, le sue passioni) o a quelli di una legge di tipo superiore ma esterna (la legge divina). Nel primo caso la volontà sarebbe mossa dalla ricerca di un vantaggio, nel secondo dal timore di una pena: in entrambe le circostanze sarebbe dunque eteronoma e non autonoma. Ma l'azione è morale soltanto quando, lottando contro l'inclinazione al proprio vantaggio, obbedisce a quella legge universale che la ragione indica a ciascuno in modo assoluto e perentorio e che ogni uomo, nel suo intimo, conosce da sempre. Ne consegue che una vera autonomia, in senso lato, presuppone una straordinaria capacità da parte di chi ne fosse beneficiario: concepire la felicità degli altri (il bene comune) come valore primario. Scrive ancora Kant: "Si raggiunge proprio l'opposto del principio della moralità se si assume quale motivo determinante della volontà il principio della propria felicità". Usciamo dalla speculazione filosofica, che a questo punto richiederebbe anche l'esposizione delle "più alte tesi" nicciane, che destrutturano in toto la morale kantiana, affondando esse le radici nella vera natura umana, e fermiamoci alla comoda visione che più agevolmente consente di spiegare le dinamiche dell'uomo comune, soprattutto di quello inserito nell'attuale contesto epocale. Per farla breve: non è possibile una vera autonomia, in qualsivoglia contesto, senza una marcata propensione a non approfittare di essa per i propri vantaggi personali. Le regioni a statuto ordinario, come noto, già previste dalla Costituzione, ebbero pratica attuazione solo dal 1970. I risultati del decentramento sono sotto gli occhi di tutti e non vi è alcun bisogno di ribadirli. A prescindere dalla distinzione tra regioni virtuose e non, che pure ha la sua importanza, in tutte le regioni si sono registrate quelle distonie tipiche della "malapolitica" che hanno determinato l'illecito arricchimento di politici e maneggioni. La sanità è stata distrutta e il fenomeno di depauperamento ha visto "primeggiare" le regioni del Sud. Non vi è spazio per una cronologia degli sprechi e delle infiltrazioni malavitose e pertanto citiamo esclusivamente il paradosso siciliano, con i suoi trentamila forestali, per un territorio di poco meno di 26mila chilometri quadrati, a fronte dei 4200 presenti in Canada, che di chilometri quadrati ne conta quasi dieci milioni. L'agognata maggiore autonomia, ovunque concessa, non farebbe altro che peggiorare le già disastrose condizioni del popolo italiano. Limitandoci a una mera riforma dello Stato, la strada da seguire è quella di "un sano federalismo" che riduca la possibilità di depredarne le casse, propensione diffusa e difficile da sradicare. Cinque macroregioni, rette da un "governatore" democraticamente eletto, possono rappresentare l'ossatura di uno stato federale, che preveda anche l'elezione diretta del Presidente, con funzioni di Capo dell'Esecutivo. L'abolizione del Senato e delle amministrazioni provinciali consentirebbe risparmio economico e contribuirebbe a ridurre il numero di parassiti che vivono di "politica". Per una più efficace saldatura delle realtà locali con le macro regioni di appartenenza e il potere centrale, il ruolo e l'importanza delle amministrazioni comunali dovrebbe crescere sensibilmente. Un radicale riassetto federale dei comuni, pertanto, sarebbe una logica conseguenza della succitata riforma. Non avrebbero più senso i piccoli comuni, spesso espressione di una classe politica d'infima qualità, quando non asservita parzialmente o in toto alle organizzazioni criminali, e si dovrebbe creare un accorpamento che preveda comuni con una popolazione non inferiore ai 15-20mila abitanti. Ciò consentirebbe una naturale elevazione della qualità della classica politica, che raggiungerebbe livelli ancora più marcati se si riuscisse ad abolire l'abominio delle liste civiche e fosse consentita la competizione ai soli partiti presenti nel parlamento nazionale. Con la succitata riforma potremmo davvero "iniziare a respirare", conferendo al paese, e quindi anche al Sud, gli strumenti per una radicale ripresa in tutti i campi. In quanto al "riscatto del Sud", di cui tanti parlano, è bene ricordare che i guai e le sciagure sono dipesi e dipendono esclusivamente da chi nel Sud ha vissuto e vive e pertanto è molto più opportuno parlare di un nuovo processo educativo, che consenta di conquistare, con fatti concreti, rispetto e credibilità. Ma è inutile farci illusioni: il processo è lungo e laborioso e non basterà una pur valida riforma amministrativa dello Stato a favorirlo. Sic est, che ci piaccia o no.





NOTE
1. Ernst Jünger - La capanna nella vigna. Gli anni dell'occupazione, 1945-1948. Guanda Editore, 2009.
2. Per Canosa i veri sovversivi non erano coloro che agivano allo scoperto, sostenitori in buona fede delle proprie idee, ma coloro che agivano nell'ombra, magari con ruoli importanti nelle corti reali e nel governo, pronti a tramare e a tradire per tornaconto personale e capaci di restare sempre a galla, a differenza di chi, professando apertamente le proprie idee, ne paga il prezzo quando esse contrastino con chi conquisti il potere.
3. Pietro Giannone, nella sua opera "Istoria Civile del Regno d'Italia" (1723), affrontò il problema del temporalismo pontificio, considerato anche causa primaria del degrado civile del Regno di Napoli sotto il dominio austriaco. L'opera gli costò l'ostracismo della Chiesa e fu costretto a trasferirsi a Vienna, per chiedere protezione alla corte asburgica. La sua opera ottenne vasta eco in tutta Europa ma ogni suo tentativo di ritornare a Napoli fu ostacolato dalla Chiesa e quindi soggiornò a lungo in molte città, prima di cadere vittima della trappola tesagli dal marchese d'Ormea, Gran Cancelliere dello Stato sabaudo, con la complicità di un doganiere che si guadagnò la simpatia di Giovanni, figlio del Giannone, quando i due abitavano a Ginevra. Il doganiere li invitò ad assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di Vésenaz, piccolo centro savoiardo sulla linea di confine, di fronte a Ginevra, offrendosi di ospitarli nella sua casa. Accettato l'invito, nella notte del 24 marzo 1736 i due furono arrestati e condotti a Chambéry, per poi esseri trasferiti nella fortezza di Miolans.
4. Gli eventi connessi alla Repubblica Napoletana del 1799 saranno compiutamente trattati in un prossimo numero di CONFINI.

   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Giuseppe Marro    
       
    AUTONOMIA DIFFERENZIATA TRA SVILUPPO E STRATEGIE GEOPOLITICHE    
   
Come prevede l'accordo di programma, o contratto di governo che dir si voglia, l'autonomia differenziata richiesta da alcune regioni dovrà passare inevitabilmente attraverso il superamento del divario tra nord e sud.
Un divario che storicamente trae origine dal saccheggio delle risorse e dallo smantellamento del sistema produttivo meridionale operati dopo il 1860, come stanno a dimostrare le centinaia di pagine di tabelle statistiche riportate nel più serio e documentato studio sulla condizione pre e post unitaria delle diverse aree del Paese (Cfr. Nicola Zitara, L'Invenzione del Mezzogiorno). Se si eccettua la parentesi degli Anni Trenta del Novecento, quando un massiccio piano infrastrutturale modernizzò ogni angolo del Belpaese, la spoliazione e l'impoverimento del Sud è stata una costante della storia unitaria.
Un ceto politico inadeguato ed una parassitaria borghesia predatoria hanno gestito la cosa pubblica nel clima di normalizzazione - operato prima dai piemontesi (1860) e poi dagli angloamericani (1944) - attraverso la cessione alle mafie del controllo del territorio in cambio della pace sociale. Non è questo il contesto per dilungarsi in un'analisi storica e sociologica delle cause dell'arretratezza del Sud, ma non si può non partire da questi dati di fatto per cercare soluzioni a quello che oggi appare come un inarrestabile declino.
Dobbiamo innanzitutto leggere i dati nudi e crudi, che con la loro forza sfatano la favola liberista di investimenti massicci sprecati al Sud. E' vero il contrario, se si ha l'onestà intellettuale di partire dalla spesa delle amministrazioni centrali (pari al 22,5% del totale) per totalizzare anche le restanti risorse pubbliche elargite (pari al 77,5%) dalle amministrazioni locali e dalle società partecipate, il 17% delle quali ha sede in Lombardia (che produce ben 26,5 miliardi del totale dei debiti, su scala nazionale pari a 104 miliardi). Laddove non segnaliamo fonte diversa, i dati che riportiamo sono ufficiali (Svimez, Istat, Censis). Come evidenziato nel grafico che riportiamo di seguito la spesa pubblica allargata penalizza il Sud di circa 61 miliardi di euro annui, determinati dal differenziale tra quanto riceve (28,3%) e la popolazione (34,3%).
E cosa dire del divario infrastrutturale, principale ostacolo allo sviluppo? L'86,7% della rete ferroviaria ad alta velocità è al centro-nord e solo il residuale 13,3% al Sud. Gli investimenti ferroviari totali – compresi i treni locali – sono andati negli ultimi 25 anni per il 98,5% al Nord lasciando un miserrimo 1,5% al Sud. Un parziale riequilibrio è stato approvato il 10 maggio scorso da questo governo, col piano trasporti 2019/2023, che destina al Sud il 38% dei 42 miliardi stanziati. Vedremo se, come e quando verranno spesi.



Altra favola da sfatare è quella relativa al numero dei dipendenti pubblici, il più basso d'Europa in rapporto alla popolazione, che per i due terzi sono al nord (dati Aran). E che dire della spesa sociale, che vede penalizzata l'area più povera del Paese?
Col meccanismo perverso della spesa storica, che impone si spenda solo quanto l'anno precedente, assistiamo al paradosso che ad Altamura - dove si spende zero - vadano zero euro di finanziamenti statali per gli asili nido, mentre ad Imola, a parità di popolazione, vadano 4,5 milioni di euro! Parametrato questo criterio su scala nazionale, il risultato è che il 25% dei bambini del centro-nord hanno diritto all'asilo nido, diritto negato al 94% dei bambini campani, pugliesi, lucani e calabresi: per ogni bambino fino a due anni d'età al nord si spendono tremila euro, al centro duemila e al sud appena 88 (dicasi ottantotto!), col record negativo di 19 euro a Reggio Calabria.
Completiamo il quadro con l'istruzione, per la quale la Lombardia spende il triplo per abitante della Campania (98,11 euro contro 37,39), la Calabria si ferma a 40,01 euro e la Puglia a 41,33 su di una media nazionale di euro 78,47 per abitante. Poi ci si stupisce dell'abbandono scolastico al Sud! Si tratta di dati pubblicati da Sose, società del Mef che stima i fabbisogni standard.
Nella sua Relazione sui conti pubblici territoriali, la Corte dei Conti evidenzia il dato storico della spesa pubblica in conto capitale che, a valori costanti, è passata nel centro-nord da 1300 euro per abitante a inizio secolo fino ad un picco di 1700 nel quinquennio 2004-2009, per scendere a 1000 dopo le cure lacrime e sangue imposte dall'Unione europea negli ultimi dieci anni. Al Sud, nello stesso periodo, si è passati da 1400 a 1100 euro, un dato in realtà determinato dalla chiusura una tantum dei fondi strutturali 2007-2013; già dal 2016 la spesa per conto capitale della Pa è diminuita del 18% nel Mezzogiorno.
E la politica nazionale di coesione territoriale finalizzata allo sviluppo del Sud e delle aree deboli? Negli anni Settanta era pari allo 0,85% del Pil, per scendere allo 0,47 negli anni Novanta e allo 0,15% nel periodo 2011-2015. Un quadro drammatico, che ha causato la fuga dal Sud di due milioni di diplomati e laureati negli ultimi quindici anni: la potenziale classe dirigente che va ad arricchire di talenti e competenze - spesso di altissimo livello - il nord dell'Italia e del mondo, desertificando le regioni d'origine.
E allora, che fare? Innanzitutto serve uno sforzo politico che definisca e imponga i livelli essenziali delle prestazioni, apportando correttivi ai meccanismi perversi dei costi standard e della spesa storica (chi spende zero non può continuare a ricevere zero!) e prevedendo un livello minimo uniforme dei servizi a domanda individuale (asili nido, trasporto pubblico locale, sanità, formazione e istruzione). Del resto i livelli essenziali delle prestazioni furono previsti dalla riforma del titolo V della Costituzione, che sancì il passaggio dalla forma centralizzata allo stato federale e alle autonomie territoriali; una previsione che Mario Monti soffocò nel momento della realizzazione.
E' soprattutto necessario un massiccio piano di investimenti infrastrutturali, e rendere in tal modo appetibile e raggiungibile il territorio per imprese e turisti. Un ruolo fondamentale dovranno averle le zone economiche speciali (Zes), previste da alcuni anni e che non decollano a causa dell'incapacità progettuale e amministrativa delle regioni. Non a caso da più parti si sta facendo strada l'idea di istituire una Macroregione Autonoma del Sud, che dovrebbe comprendere il territorio dell'antico Regno di Napoli in auge per sei secoli. Una ritrovata unità del Sud formerebbe una massa critica tale da poter avviare una seria negoziazione dei fondi dell'agenda 2021-2027, direttamente con l'Europa, e degli investimenti statali con Roma.
Permane il problema della classe dirigente, che non potrà continuare ad esser rappresentata dalle clientele della vecchia politica in cerca di nuovi padroni; il Sud è stufo di vedere i soliti parassiti lucrare sulle rendite e sulle commesse pubbliche senza produrre alcun beneficio per il territorio. Serve selezionare una nuova classe dirigente ed un ceto politico finalmente degno e idoneo a sviluppare modelli, progetti ed una visione geopolitica che riproietti il Sud nel Mediterraneo quale ponte naturale tra Eurasia, Europa ed Africa. Legami culturali. E strategici.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
di Margherita Interlandi
AUTONOMIA LOCALE VERSUS REGIONALISMO DIFFERENZIATO
   
A circa vent'anni dalla riforma del titolo V, che sembrava aver impresso una svolta decisiva nell'assetto istituzionale del Paese, sotto il profilo dell'autonomia delle regioni e degli enti locali, si torna a discutere di autonomia regionale e delle possibili ulteriori competenze che lo Stato può riconoscere alle regioni che ne facciano richiesta.
Il dibattito si riapre, non a caso, dopo una lunga stagione di riforme finalizzate esclusivamente a ridurre la spesa pubblica, prive, però, di un prospettiva politica ed economica di lungo periodo, in grado di contenere gli effetti devastanti, oltre ogni aspettativa, sul livello di benessere e di qualità della vita dei cittadini.
Sì che la fredda e chirurgica riduzione dei costi attuata in questi anni non è stata supportata da adeguati contrappesi, necessari per salvaguardare la funzionalità dei sistemi interessati dai tagli della spesa pubblica.
Del resto la stessa riforma costituzionale dell'art. 81 cost., voluta dal governo "Monti" nel 2011 nella prospettiva di assicurare l'equilibrio di bilancio, ha attribuito allo Stato il potere di intervenire per assicurare la sostenibilità del debito pubblico, senza considerare l'impatto che ciò avrebbe determinato sulle amministrazioni locali, costrette a tagliare i costi, soprattutto nell'ambito dei servizi sociali.
L'esigenza di contenere il debito pubblico ha determinato, così, un riaccentramento delle funzioni e delle competenze legislative, che ha causato, con l'avallo della Corte Costituzionale, uno svuotamento dell'impianto autonomistico delineato dal titolo V. Con la conseguenza, quindi, di rendere drammaticamente incerto il confine tra competenze statali e competenze regionali, neutralizzando, altresì, la capacità di programmazione economica e di promozione delle sviluppo locale, che le Regioni avrebbero potuto esercitare nell'interesse delle comunità territoriali da esse rappresentate.
In questo contesto, l'esigenza di riconfigurare il rapporto tra i diversi livelli istituzionali irrompe nel dibattito pubblico all'indomani della sottoscrizione delle prime bozze di intesa tra Governo e le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, per il riconoscimento di competenze aggiuntive.
In particolare le istanze formulate dalle tre regioni, differenti per contenuto ed ampiezza delle competenze richieste, hanno fatto leva sulla disposizione contenuta nell'art. 116, c. 3 cost., che riconosce alle Regioni la possibilità di ottenere con legge dello Stato l'attribuzione di "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia".
Sì che, in base a tale norma, le Regioni hanno chiesto l'attribuzione della competenza legislativa esclusiva rispetto a materie in cui il potere legislativo, invece, in base a quanto previsto dall'art. 117, c. 2, cost., è "concorrente", ovvero subordinato ai principi fondamentali dell'ordinamento che la costituzione ha posto quale vincolo normativo, a garanzia dell'unità giuridica, economica e sociale del Paese. Nell'ambito di tali proposte, poi, assume particolare rilievo la richiesta formulata dal Veneto, avente ad oggetto il trasferimento delle competenze legislative di tutte le 23 materie di competenza concorrente, e di 3 materie, attualmente attribuite alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, relative alla istruzione, sanità e organizzazione della giustizia di pace.
Lo scenario, quindi, che emerge dalle istanze regionali - lo si intuisce dal contenuto delle proposte- è quello di un "regionalismo differenziato" che non ha nulla a che vedere con l'autonomia che la stessa Costituzione riconosce e garantisce (art. 5 cost.), come modello organizzativo del pluralismo istituzionale, finalizzato a conseguire una maggiore efficienza pubblica per il benessere collettivo.
Sì che, le proposte portate all'attenzione del Governo, ove accolte, potrebbero dar vita ad un ordinamento istituzionale non compatibile con quello delineato dalla Costituzione dopo la riforma del titolo V, che, invece, come è noto, disciplina l'autonomia locale nell'ambito di un disegno unitario funzionale allo sviluppo della persona e alla tutela della pari dignità sociale.
In questo senso, infatti, vanno lette le disposizioni costituzionali in tema di ordinamento locale, le quali assegnano alla competenza esclusiva dello Stato, non solo la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti economici e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117, c. 2 lett. m, cost.), ma anche il potere di intervento sostitutivo degli enti locali per assicurare l'unità giuridica, economica e sociale oltre che per assicurare l'effettività dei diritti fondamentali (art. 120 cost.).
E' evidente, quindi, che una lettura sistematica, e costituzionalmente compatibile con i principi fondamentali del nostro ordinamento, della previsione contenuta nell'art. 116, c. 3 cost. esclude che il trasferimento di competenze aggiuntive possa configurare un "regionalismo differenziato", in luogo di un autonomia locale funzionale al benessere della persona, ovunque risieda.
Ciò in quanto, le particolari condizioni di autonomia possono essere riconosciute se ed in quanto compatibili con l'esigenza di garantire, in contesti territoriali differenti tra loro, la pari dignità sociale, ovvero le medesime opportunità di realizzazione dei diritti fondamentali.
Pertanto, qualunque sia il modello di autonomia che si intende realizzare, l'attuazione di tale modello e il conseguente trasferimento delle risorse finanziarie non possono prescindere dalla preliminare definizione del livelli essenziali delle prestazioni, che lo Stato ha l'obbligo di definire in virtù di quanto previsto dall'ar.t 117, c. 2, cost..
Infatti, solo attraverso la individuazione dei bisogni essenziali è possibile determinare le effettive esigenze che legittimano, ai sensi dell'art. 116, c. 3 cost., la rivendicazione di ulteriori o particolari condizioni di autonomia.
Diversamente, il riconoscimento di istanze autonomistiche, disancorato dalla necessità di differenziare ed adeguare i modelli istituzionali ai diversi contesti territoriali che le Regioni rappresentano, rischierebbe di porsi in aperto contrasto con l'ordinamento locale delineato dalla Costituzione, configurando una modifica dell'art. 117 cost., in violazione delle procedure specificamente previste dalla costituzione.
Non solo, ma il dibattito sui contenuti delle possibili intese tra regioni e governo ha evidenziato una significativa criticità in ordine al criterio di riparto delle risorse finanziarie, necessarie per lo svolgimento delle funzioni aggiuntive, che meriterebbe una più attenta riflessione.
Al riguardo, com'è noto, le proposte formulate dalla regione Veneto prevedevano l'ipotesi di trattenere parte del residuo del gettito fiscale riscosso sul proprio territorio, e di parametrare le risorse nazionali da traferire per le competenze aggiuntive, dopo il primo anno di transizione, ai fabbisogni standard, calcolati sulla base della spesa storica, tenendo conto anche del gettito fiscale regionale. In base a tale istanza, quindi, il finanziamento dei servizi funzionali a garantire i diritti civili e sociali sarebbe stato parametrato alla capacità contributiva dei residenti regionali.
Ciò comporterebbe, quindi, che il livello delle prestazioni relative ai diritti di cittadinanza, quali ad esempio istruzione e salute, sarebbe inevitabilmente più alto nelle regioni in cui il reddito-pro capite è maggiore.
Su tale specifico aspetto è intervenuta, però, la Corte Costituzionale che, con la sentenza n. 69/2016, ha chiarito che "il parametro del residuo fiscale non può essere considerato un criterio specificativo dei precetti contenuti nell'art. 119 della Costituzionale". Con queste affermazioni, quindi, la Consulta ha inteso ribadire i principi espressi nella precedente sentenza, n. 118/2015, secondo cui sono illegittimi i quesiti referendari che propongono un assetto finanziario basato sul trattenimento dal parte della Regione Veneto dell'ottanta per cento dei tributi riscossi sul territorio nazionale.
In particolare, giova evidenziare che il giudizio di incostituzionalità si fonda proprio sul rischio oggettivo che una tale proposta avrebbe potuto determinare, sotto il profilo di un'alterazione stabile e profonda degli equilibri della finanza pubblica e di una grave ed ingiustificata lesione "dei legami di solidarietà tra la popolazione regionale e il resto della Repubblica, investendo elementi strutturali del sistema di programmazione finanziaria, indispensabili a garantire la coesione e la solidarietà all'interno della Repubblica, nonché l'unità giuridica ed economica del Paese".
Alla luce di tale orientamento si conferma, dunque, che l'autonomia regionale può essere attuata solo nel rispetto del vincolo di solidarietà, sancito dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, che obbliga tutti i livelli istituzionali a collaborare per la coesione economica e sociale del Paese. Del resto, la rilevanza di tale vincolo è espressamente ribadita anche dall'art. 120 cost. che attribuisce allo Stato il potere di sostituirsi agli enti territoriali inadempienti, qualora ciò si renda necessario per "la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali".
Tutto ciò rafforza ulteriormente la convinzione che la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni costituisce una condizione indispensabile per sviluppare ulteriori forme di autonomia, che siano davvero coerenti con i bisogni specifici delle comunità territoriali di cui sono esponenti sia le Regioni, che gli enti locali.
D'altronde, è proprio l'art. 116, c. 3, cost., a richiamare espressamente i principi dell'art. 119 cost., specificando, inoltre, che la erogazione delle prestazioni essenziali spetta alle regioni e agli enti locali, che vi devono provvedere attraverso un sistema di copertura finanziaria al quale concorrono diverse fonti di entrata.
Tale norma ha dato, poi, impulso alla legge cd. "Calderoli", che ha ribadito l'obbligo di definire gli obiettivi di servizio a cui devono tendere le amministrazioni regionali nell'esercizio delle funzioni riconducibili alla garanzia dei Lep. Successivamente è intervenuto il d.lgs. n. 216/2010 (e il d.lg. n. 68/2011 per quanto riguarda il sistema sanitario), con cui sono stati definiti i criteri di determinazione dei costi e i fabbisogni standard, al fine di stabilire le risorse necessarie per la copertura integrale della spesa relativa alle funzioni fondamentali e ai livelli essenziali delle prestazioni.
Tuttavia, come sappiano, le disposizioni previste da tale decreto non sono mai state attuate, anche a causa degli interventi di razionalizzazione della spesa pubblica. Sì che il finanziamento dei servizi pubblici erogati dalle regioni continua ad essere calcolato sulla base della spesa storica, che, secondo i dati raccolti dall'Agenzia di coesione territoriale, è molto più bassa nelle regioni del mezzogiorno rispetto a quelle del centro-nord.
Ne discende, quindi, che in assenza di una definizione dei Lep e del fabbisogno standard, le ipotesi di autonomia rivendicata dalle tre regioni rischia di aumentare ulteriormente il divario dei costi dei servizi tra le diverse aree regionali del paese, a discapito delle regioni più svantaggiate ed arretrate sul piano infrastrutturale e della produzione dei beni e servizi (che le regioni meridionali continuano ad acquistare dalle regioni del centro-nord), riducendo notevolmente le risorse nazionali, già fortemente limitate dalle restrizioni imposte dai vincoli di finanza pubblica ex art. 81 cost., che dovrebbero essere destinate, invece, secondo quanto previsto dall'art. 119, c. 5, cost., a determinati Comuni, Province e Regioni, proprio per rimuovere gli squilibri economici e sociali e per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona.
Le riflessioni sin qui svolte sul modello di autonomia locale prefigurato dalla Costituzione, e i profili critici e di dubbia legittimità costituzionale che sono stati appena evidenziati, inducono a ritenere che il dibattito sull'autonomia regionale non possa assolutamente prescindere da una riflessione più ampia e sistematica, che riguarda principalmente il ruolo che si intende riconoscere alle regioni, e il modello di autonomia che si intende promuovere.
Ciò tenendo conto, innanzitutto, che nel disegno costituzionale il pluralismo istituzionale, come si è detto, si realizza nel rispetto dei principi di differenziazione, adeguatezza e sussidiarietà, da un lato, e nella garanzia dell'uniformità dei diritti sociali e civili, nei livelli essenziali delle prestazioni, dall'altro.
Con la conseguenza, quindi, che la eventuale differenziazione, tra le ipotesi di autonomia che le regioni potrebbero rivendicare in base all'art. 116, c. 3, cost., costituisce un modello istituzionale sostenibile, sotto il profilo del vincolo solidaristico dell'unità economica giuridica e sociale, solo se funzionale a supportare le regioni nell'attuare quel programma di sviluppo economico e sociale che la Costituzione ha intesto decentrare a livello locale, riconoscendo agli enti territoriali più vicini ai cittadini un ruolo fondamentale nel processo di coesione economica e sociale (119, c. 5 cost.).
Sì che la riorganizzazione delle competenze e delle funzioni regionali dovrebbe avvenire sulla base di una strategia politica ed economica nazionale, che tenga conto soprattutto del ruolo e delle funzioni istituzionali degli enti locali, affinché sia concretamente assicurata, in condizioni di pari opportunità, la piena realizzazione dei diritti della persona anche nelle aree più svantaggiate del paese.
In questa prospettiva, quindi, il dibattito sull'autonomia regionale deve innanzitutto richiamare l'attenzione sul rischio di disgregazione del Paese, che potrebbe derivare da una errata e distorta interpretazione dell'art. 116, c. 3 cost., allorché si consenta la creazione di ordinamenti regionali diversi, ma non funzionali alla effettiva realizzazione di modelli di sviluppo locale virtuosi.
Con la conseguenza, ancora più drammatica, di ammettere nel nostro ordinamento un modello di "regionalismo" finalizzato solo a sopperire all'assenza di una politica economica strutturale del Paese, e destinato, quindi, a promuovere forme egoistiche di sviluppo locale, che non solo aumenteranno il divario sociale tra Nord e Sud, ma produrranno ulteriori e gravi diseguaglianze tra le diverse aree interne alle medesime Regioni.
Alla luce di tali considerazioni, è necessario quindi riportare il dibattito sull'attuazione dell'art. 116, c. 3 cost., in una prospettiva nazionale, che abbia come obbiettivo prioritario quello di promuovere modelli di sviluppo innovativi, soprattutto nelle aree più svantaggiate del Paese, superando definitivamente quella logica assistenzialista che, in questi anni, non solo non ha prodotto alcun beneficio, ma ha rafforzato nell'immaginario collettivo l'erronea convinzione di una contrapposizione tra un Nord "virtuoso" e di un Sud "fannullone".
In questo contesto, dunque, l'esigenza di ridefinire i rapporti tra i diversi livelli di governo, a fronte di un sistema, che per le ragioni prima evidenziate, ha generato enormi incertezze nei rapporti Stato e Regioni, non può tradursi, come sembra emergere dalle proposte regionali sottoposte al Governo, in un mero trasferimento di competenze aggiuntive, del tutto disallineato dalle esigenze di sviluppo e di tenuta sociale del Paese, che rischia di generare ulteriori e più gravi diseguaglianze economiche e sociali.
In questa prospettiva, ed invertendo la tendenza legislativa che in questi anni ha spinto verso una sussidiarietà ascendente, potrebbe essere strategico, ad esempio, attribuire alle regioni maggiori competenze in materia di ordinamento locale, affinché siano le regioni, in base alle specifiche esigenze territoriali, ad individuare i modelli di governance più idonei allo svolgimento delle funzioni amministrative, anche nell'ottica di una più efficiente gestione delle risorse pubbliche.
Ed ancora, l'ipotesi di un'autonomia funzionale alla promozione dello sviluppo territoriale, in cui sia riconosciuta maggiore centralità agli enti locali, potrebbe ulteriormente rafforzare il ruolo delle regioni nei rapporti con l'UE, innescando una competitività su scala regionale virtuosa, in quanto stimolerebbe le istituzioni locali e le parti sociali a riorganizzarsi sul piano amministrativo ed istituzionale per partecipare ai programmi di sviluppo finanziati dall'unione europea, anche favorendo il coinvolgimento delle parti sociali.
Del resto, la competitività degli operatori economici risente del sistema produttivo locale e dell'attività di supporto al suo sviluppo e, conseguentemente, maggiore è la capacità dei sistemi locali di trasformare risorse e iniziative, private e pubbliche, in opportunità economiche, maggiori saranno le possibilità di attrarre capitali privati da investire nelle realtà produttive locali.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, nelle linee guida della strategia 2013-2020, tra gli obiettivi da perseguire per promuovere la politica di coesione a sostegno della crescita, competitività e occupazione, si fa espresso riferimento al miglioramento della governance delle amministrazioni locali.
L'idea di fondo è che le amministrazioni locali diventino un effettivo fattore di spinta per lo sviluppo della produttività, favorendo i processi di crescita, competitività e coesione sociale, anche attraverso il coinvolgimento e la partecipazione della società civile.
Tali indirizzi riguardano con maggiore incisività le Regioni che registrano un notevole ritardo nello sviluppo sociale ed economico, per le quali l'efficienza della p.a. diventa una priorità irrinunciabile per sostenere le politiche di convergenza.
In tale direzione, significativi sforzi di adeguamento sono stati compiuti nel quadro del precedente ciclo della programmazione comunitaria, ma è evidente che i processi avviati devono essere riorientati in funzione del nuovo quadro di riferimento della politica europea, che espressamente individua, tra le priorità di azione, quella relativa al rafforzamento delle competenze tecniche e di governo delle amministrazioni e degli enti attuatori, per migliorare l'efficacia della programmazione e la qualità degli interventi pubblici, nonché per offrire servizi migliori alla cittadinanza.
Strettamente correlata a questa esigenza, vi è quella di favorire un maggiore coinvolgimento a livello territoriale delle parti sociali, in particolari settori strategici per lo sviluppo locale, come l'innovazione, la conoscenza, le nuove tecnologie dell'informazione, dell'occupazione e del sostegno alle imprese.
Sotto tale aspetto, quindi, le Regioni potrebbero assumere un ruolo determinante per lo sviluppo del Paese e ciò rafforza la convinzione che il dibattito sull'autonomia regionale, potrebbe costituire un'occasione preziosa per ripensare in chiave unitaria ad un progetto di autonomia innovativo, che possa differenziarsi in funzione di una migliore allocazione delle competenze istituzionali, per stimolare la promozione di nuovi e più efficaci modelli di sviluppo locale.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Anna Patrizia Caputo    
       
    PARTENOPE IMPRIGIONATA    
    Inizio queste riflessioni sul Sud con un racconto fotografico: immagini senza trama della mia città dove i poeti hanno cantato il mare, il sole e la primavera prolungata, la vita piacevole e i suoi infiniti affacci.
La domanda è : come può tanta bellezza viaggiare verso un fango tossico?
Dovunque ti giri un cono domina la città, fin da piccoli abbiamo imparato a riconoscerlo, così il Vesuvio è il confine dei nostri pensieri, del nostro infinito familiare e del nostro silenzio. E'una foto che gira il mondo che parla di noi ad uno sguardo lontano ed estraneo. Quanti sogni gli sono stati dedicati. Quanti dolori sui suoi pendii. Quante eruzioni. Quante vite trasformate in pietra. Quanti giochi di forme preziose annullati e poi quel fiore giallo che spunta dalla lava, la ginestra, così resistente emblema della bellezza, della vita e della aridità.
Quando la vedi dal mare e la riconosci nelle sue colline che si rincorrono nei margini e ritrovi le sue forme femminili Partenope ti appare proiettata nel suo futuro e in quell'attimo nel tuo sguardo ti sembra che nel presente detiene un rapporto di continuità con il suo passato. Ti sembra ancora in vigore una cultura che deriva da quelle radici così cantate dai poeti di un tempo. L'inganno si perpetua se ti soffermi sul "Castello di tufo", liscio levigato dai venti, pronto a salpare, pronto a sentirsi libero dalla sponda e a puntare la sua prua verso fondali ignoti, struttura falsamente dinamica, uomo gravido che ti seduce, lo misero lì per ingannare le speranze delle donne, le speranze di un diritto ad un nome. Lo misero lì emblema di speranze disattese e calpestate: uovo privo di albume con il guscio in crepa non regalasti mai futuro e storia. Vera sirena ingannatrice, ma quando approdi e lo colleghi alla terra ferma comprendi che il "Castello di tufo", è una struttura falsamente dinamica.
E' adagiato sull'isolotto tufaceo dell'antica Megaride ed è saldamente ancorato in una immobilità incantata. Lì approdò sfinita Partenope, che diede il nome alla città antica fondata da quelli che fuggirono da Cuma: gli scontenti. Così la città divenne il rifugio degli scontenti, si è estesa e si è evoluta per corrodere, ingannare e rubare, tutta avvolta da un sapore, odore di pizza che camuffa l'inganno, in cui spaventa e fa paura sentire l'ottusità dei pensieri.
Quando approdi puoi avvertire sulla guancia, in un istante, il dolore dei soprusi e degli scempi di tutti i tempi ed incontri la cruda verità. Il Castello, messo lì come emblema di speranze disattese e calpestate, non ha regalato l'indipendenza al futuro e alla storia della città, ma l'ha avvolta in uno stato di attesa immobile, onnipotenza-impotenza: la città, aspettando l'evento magico, l'idolo che risolverà tutto si abitua a vedere il male e la corruzione e vive il fascino dell'illusione per occultare il proprio fango. Più in là sulla sinistra all'orizzonte si intravede il Maschio Angioino, imponente ed immobile, ai suoi piedi la bella Partenope infangata balla, balla la mia città, balla sollevando i piedi, ancheggiando il bacino e il suo corpo si fa anfora.
Partenope balla una tarantella tutta sua, fatta di corpo e musica. Tra danza e ritmo è presa, agisce, si avverte, si sente sconfitta e vincitrice. Per questo le chiederanno un prezzo, avrà sicurezza, ma sarà venduta al mercato e davanti al riflesso di uno specchio di mare vivrà un'elevata quantità di tensione che paradossalmente chiamerà vita, una forma di annullamento camuffato di vitalità. Quando il suono finirà, proverà a continuare con una tammorra, si farà anche musica e quando l'energia si annullerà l'aspetta il dolore, allora sfinita troverà riposo in un sonno senza sogni ed al suo risveglio non l'aspetta un principe, ma fango, maldicenza e odio, tutto l'odio di chi non balla.
L'immobilità rende vano il tentativo di esserci, sfonda la tammorra e porta avanti l'inganno, la menzogna degli spaghetti mangiati con le mani, sollevati e sospesi in aria da un pulcinella senza volto e senza sesso, quella maschera di un dolore che ride. Quante bugie sono state inventate per reprimere, per toglierti un futuro, amare ideologie in cui occultare la propria cattiveria, costrutti teorici coerenti e finti che negano la tua presenza, la tua storia, il tuo passato. Quando l'invidia ti brucia la pelle e ti ostini a stare lì e ti isoli si crea una fossa dei leoni e Tu, deprivata dei segni di riconoscimento soccombi sotto i colpi del destino che hanno voluto loro, un agguato in cui ti senti pugnalata alle spalle. In quel momento ti ascolti fino a penetrare i tuoi odori, i tuoi gesti e ti avverti in una dolente cultura priva di creatività, in cui i figli non sono possibili se non come cloni di un pulcinella, un clone di Puccio d'Aniello, un contadino di Acerra che nel 600 si unì come buffone ad una compagnia di girovaghi teatranti, che vagava nel suo paese in cerca di un lago smarrito e di un antro non più profetico per trovare la fortuna.
Quanti anni fa ti hanno regalato quel burattino fatto con l'artigianato delle mani e leggesti nel suo volto lo sguardo di pulcinella. Un burattino, apparentemente povero e triste, è diventato la maschera di una città con i segni delle dominazioni e la falsità degli oppressi. Ancora oggi gira il mondo questo personaggio, ambiguo e beffardo della commedia dell'arte, che occulta i retroscena dei potenti con il suo sorriso e con ironia e scetticismo maschera la loro immobilità. Solo quando si toglie la maschera non è più malinconico e sul suo volto appaiono il dolore dei diseredati, di chi non ha potere che vorrebbe una rivoluzione che tragicamente non c'è mai stata. Eduardo De Filippo scrive nel 1958 "Il figlio di Pulcinella" e mette in scena la contrapposizione tra generazioni e classi sociali al Sud. Ai baroni De Pecorellis si contrappone la figlia Mimmina, all'affarista Nicola Sapore il pittore Renato Fuso, e a pulcinella si contrappone John, il suo figlio segreto che torna a sorpresa dall'America.
Pulcinella è vecchio e solo, ma il suo padrone, il barone Vofà-Vofà , lo richiama per sfruttarlo per la sua campagna elettorale, visto che lui è un credulone ed è amico del popolo e dei suoi servi. Pulcinella si lascia abbindolare, ma dall'America torna suo figlio, che ha anche lui la maschera, ma il figlio è diverso sente il fastidio di portarla perché ama dire la verità a viso aperto, così alla fine del terzo atto si strappa la maschera e si ribella ad una vita di degrado e falsità : "Nun voglio campà de mbroglie e truffe, voglio guardà e voglio essere guardato dint'all uocchie e voglio dicere: Chest'è la tuio e chest'è lu mio'. Lu munno m'aspetta papà … m'aspetta, cu' la faccia pulita e sincera. Addio, papà". Nato il nuovo Pulcinella, il vecchio può anche morire. Nuie nun simm' nobili nuie faticammo.

Guardando la città è un indifferente mondo di sentimenti mancati ed insoddisfatti in cui il piacere si riduce all'attimo da cancellare. Non c'è storia non c'è prima e non verrà poi, scriviamo ogni attimo su fogli sparsi per cestinare le pagine ed il treno, accelerando la sua corsa, fa finta di congiungere due distanze. L'atto del cancellare il ricordo, il dimenticare la traccia di vita è finalizzato ad ostacolare un incontro possibile in un presente pensabile. La verità è occultata a contatto con una teoria del vivere coerente che avvicina in modo vorticoso la morte interna e apre le porte del potere.
Partenope immersa in questo vincolo di corruzione in un legame senza ricordi ma pregno di idoli, che prende e rende potente come null'altro, privo di percezioni dirette, trova la soluzione per eccellenza per non vivere il dolore, una sorta di magico ristoro, un Aladino - Masaniello della eternità. Avvolto in un vuoto pieno di dolcezza, la sua presenza è una missione magica, cammina si sposta ed è negli angoli più nascosti, una sorta di riparazione ad una vita infelice consumata come una candela e spesa a tessere ragnatele in cui attrarre sventurati compagni. L'abbandono di questo modo di funzionare così simile ad un Dracula diurno, può passare solo attraverso il riconoscimento dei quaranta ladroni.
Mia nonna, forse la nonna di mia madre, forse la sorella del nonno, di sicuro la madre dell'orfana, mi raccontava di uomini alla ricerca di una caverna magica il cui ingresso era ostruito, camuffato, da una pietra, un masso inamovibile, l'unica leva possibile la parola, una formula di suoni: chichierche arapt'. Dentro, all'interno un ambiente ricco di eternità dove la luce del sole non filtra, con tesori occultati in cumuli di pietre preziose, magie di cibi in tavole imbandite per uomini avvolti in unguenti spessi come drappi con sguardi cristallini e fissi. I quaranta ladroni avevano rubato, ucciso, defraudato e godevano nel buio della caverna.

Questa non è una favola, è la storia di una città, di una donna viva: quanto più fango le diamo più ci sentiremo autorizzati a rubare. Se cerchiamo il colpevole ci poniamo automaticamente in una condizione di punizione e la ricattabilità si amplia e conferma solo il delirio della colpa. Che indice di ricattabilità hai? Venti...duecento... duemila, ma così rei e colpevoli all'infinito annullano la possibilità di un futuro che non riproduca inesorabilmente il passato.

Quale potrebbe essere il senso di Partenope imprigionata? Una prigione dorata per alcuni e per i più un isolamento annichilente da cui fuggire sulla strada del Nord? Possiamo spostare gli uomini, singoli o in gruppo, ma così facendo ci allontaniamo dal nostro territorio. Entriamo in un delirio sogno di non appartenenza. Il sud non può essere la zattera di pietra da cui tutti fuggono verso la terra ferma sicura e funzionante.
Non è possibile spostare la zattera di pietra su cui poggia il castello? Ferito a morte è stato pubblicato da Raffaele La Capria nel 1961. Il romanzo consta di dieci capitoli. Nei primi sette si narrano le vicende, ambientate in una bella giornata estiva del 1954, di alcuni giovanotti indolenti della buona borghesia napoletana. È la vigilia della partenza per Roma di uno di essi, Massimo, e i giovani napoletani trascorrono il tempo sotto palazzo Donn'Anna tra chiacchiere, pettegolezzi, scherzi e giochi in luoghi spesso riservati (il Circolo nautico, il Bar Middleton, ecc.). Le vicende degli ultimi tre capitoli si svolgono sei anni dopo, nel 1960: Massimo è ritornato a casa per una breve vacanza e incontra a Capri e a Positano gli amici di un tempo, alcuni dei quali vivono ormai solo di espedienti. Tragicamente il nostro scrittore per scrivere il suo romanzo è andato a Milano ed il suo protagonista è ferito come la sua città.

Dove cercare il Sud? Non sarà un riscatto né una autonomia a ridarci vigore. Per poter ritrovare i confini, gli ambienti, i territori sempre più sbiaditi nella loro definizione l'unica strada potrebbe essere il coraggio di incontrare la verità occultata sotto le ceneri degli inganni. Un incontro tra funzionamento ed emozione per costruire un sogno che ci regalerà un futuro.
Non più aspettative di riscatto né promesse di autonomie, ma il ritrovamento di un sentimento di appartenenza al nostro territorio smarrito. Viviamo come gli indiani di America in una riserva in cui non sono identificabili dal di dentro i punti di riferimento. Come i pinguini nel disgelo del riscaldamento globale perdono la rotta così il Sud ha perso la sua appartenenza al suo territorio. Come orientarsi? Appartenere significa dipendere, e riconoscere lo stato di dipendenza permette di costruire un legame nel rispetto del vicino. Questa potrebbe essere la via da intraprendere per sconfiggere la tossicità.
Abbiamo tre possibilità:
Aspettare il Leader, il nostro capo ideale che ci dia riscatto e ci accompagni ad una reintegrazione come con le assicurazioni, da noi carissime, che risarciscono i danni delle auto.

La fuga e la lotta, credere che i nemici sono coloro che sono riusciti a realizzare a discapito nostro. Il nemico è altrove è fuori si trova nel nord.

Cercare incontri quotidiani in cui ritrovare appartenenza ad un territorio per creare legami e possibilità. Incontri nel dentro, accoppiamenti generativi che indicano il percorso nella consapevolezza degli errori.
L'incontro ed il rispetto saranno la fucina che bloccherà l'anonimato della catena di montaggio.
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Antonino Provenzano    
       
    SUD: AUTONOMIA E RISCATTO. SARA' MAI POSSIBILE?    
    Non appena il nostro ottimo e caro Direttore ha proposto il tema di copertina per CONFINI : " Sud, autonomia e riscatto", il mio sistema mentale, con prevedibile reazione "pavloviana", si è subito attivato in senso negativo. Da siciliano di Palermo frutto di plurime, ma univoche, generazioni di puro sangue siculo-occidentale (tale è il mio autentico "background" culturale e, pur avendo fatto per più di quarant'anni il diplomatico in giro per il mondo, esso è ancora l'ambito nel quale mi avventuro a discettare con una certa cognizione di causa, … e questo, ahimè, è indubbiamente un mio grosso limite!) ho subito aperto la personale finestrella mentale che racchiude il canone identitario/snobbistico di quelle due specie di classi sociali palermitane, forzatamente conciliate da una Storia supinamente subìta e poi forzatamente accettata, costituite da una nobiltà ultradecaduta e da una borghesia sostanzialmente incolta, e sono corso in biblioteca.
Prendo in mano il volume: Edizione Feltrinelli, 27 ottobre 1959, Giuseppe Tomasi di Lampedusa "Il Gattopardo" Capitolo quarto, " Un piemontese arriva a Donnafugata". Siamo nella piena estate del 1860, Garibaldi ha, da un paio di mesi, sottomesso la Sicilia che si appresta a votare il Referendum per la propria annessione al resto dell'Italia unificata. A nome del re Vittorio Emanuele II, l'inviato di Torino, Cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, intende offrire a Don Fabrizio Corbera Principe di Salina il laticlavio senatorio del neo costituendo Regno d'Italia. Nell'incontro a due del dopocena nel palazzo del Principe, questi rifiutando garbatamente ciò che egli considera comunque un indubbia forma di riconoscimento personale, commenta con l'ospite il miserrimo stato dell'isola e dei suoi abitanti. Alla genuina e per molti versi accorata perorazione di Chevalley mirata a persuadere Don Fabrizio che, con il nuovo regno italico di caratura piemontese, le cose finalmente cambieranno, il Gattopardo, stanco e sfiduciato, ribatte senza alcuna possibilità di replica : "….. tutto questo non dovrebbe poter durare, però durerà sempre; il sempre umano beninteso, un secolo, due secoli …: e dopo sarà diverso, ma peggiore". A triste conclusione della sconsolata scena, nella grigia alba del giorno successivo lasciando in carrozza Donnafugata, il bravo Chevalley si guarda in giro e "…. dinnanzi a lui, sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile."
"IRREDIMIBILE"? Si, o piuttosto, forse no ? Questo è infatti il nocciolo della questione.
Il gentile lettore dovrà, a questo punto, consentirmi un'altra citazione gattopardesca di iperbolico pessimismo alla quale convengo che non bisognerebbe comunque soggiacere, pena un'ennesima sconfitta storica della sicilianità. Afferma infatti il Principe di Salina: "In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare.' Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi, nessuna a cui noi abbiamo dato il 'la'; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso".
Con tale negativa premessa (perdonatemela, ma sono anziano), si può tentare di scalfire almeno tale granitico muro di consolidato immobilismo storico, peraltro di tipo solipsistico e del tutto sterile ? La risposta, secondo me, è soltanto una sola: dipende.
Senza soverchio entusiasmo, ma per doverosa onestà mentale, mi vedo costretto a questo punto a dover riconoscere, nell'affermazione di un'intellettuale del secolo scorso (la cui visione filosofico-politica mi è del tutto estranea, sia nelle errate premesse che nelle nefaste conseguenze storiche per il nostro paese), una pur cristallina verità. La cito in questo contesto per asservirla al mio pensiero: Antonio Gramsci, come è noto, parlò di "pessimismo dell'intelligenza ed ottimismo della volontà".
Trasferisco tale citazione nel contesto di due opposti estremismi (da un lato, il pessimismo dell' "intelligenza" di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, certamente personaggio letterario, ma non irrealistico e, dall'altro, l'ottimismo della ferrea "volonta" ("volli, e volli sempre, e fortissimamente volli") del Conte Vittorio Alfieri di Cortemilia, concreto personaggio invece della storia della letteratura italiana). Sono infatti personalmente convinto che una volontà radicata possa aver ragione del più strutturato pessimismo concettuale.
Nel caso della mia Sicilia (e credo che l'isola, piaccia o meno, sia un vero e proprio paradigma dell'intero sud e di conseguenza dell'intero scenario nazionale) ritengo quindi del tutto adeguato l'accostamento suggerito da CONFINI tra autonomia e riscatto: senza la prima non può esserci il secondo e, nel contempo, alcun riscatto sarà mai concepibile senza un vera autonomia.
Ma andiamo per gradi.
Ancora una volta Don Fabrizio parlando della Sicilia, afferma: "…. da duemilacinquecento anni siamo colonia". Vero. E' pertanto fuori discussione che dopo venticinque secoli di ininterrotta sudditanza un'improvvisa sensazione di autonoma libertà sia accecante e di fatto ingestibile. Nel fatidico "anno domini" 1946 fu annunciato, all'endemico suddito siciliano, e di fatto a sua insaputa (in Sicilia tutti i grandi eventi storici sono sempre stati di genesi prettamente elitaria),: "da oggi tu sei autonomo, a casa tua comandi tu e nessun altro, gestisci da te la Regione Sicilia, il suo parlamento e le sue leggi". Una scioccante, e per molti versi inattesa, sorpresa con conseguente ubriacatura di potere da parte del suddito redento.
Il siculo diventato autonomo e finalmente sovrano accede per la prima volta nella Storia, alla sala del potere, entra nella cosiddetta stanza dei bottoni. Si guarda intorno, non crede ai propri occhi. Sono spariti, si sono dissolti una volta e per sempre, quegli "imani musulmani, cavalieri di re Ruggero, scribi degli Svevi, baroni angioini, legisti del Cattolico, viceré spagnoli, funzionari riformatori di Carlo III" di gattopardesca memoria e, aggiungerei io, .… anche esattori piemontesi che sperarono (quest'ultimi certamente in mala fede e quindi del tutto inanemente)…. "di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale". Il neo potere si asside dunque sullo scranno, forte è la tentazione di allungare i piedi sul tavolo, e l'usciere, incredibilmente, questa volta non malmena, scatta invece sull'attenti e fa il saluto. Da quel fatidico momento "liberi tutti" In azione! C'è da recuperare qualche millennio perduto e dunque avanti a tutta forza per affermare innanzitutto una rivincita storica e risarcire il popolo (e se stessi, ovviamente) da secoli di miseria, soprusi, umiliazioni. E poi sotto a sperperare il denaro della cassa pubblica, la cornucopia infinita fino a quel momento sempre in mano altrui ed ora apertamente invitante alle più svariate forme di saccheggio.
No, non è, e non può affatto essere questa, la forma di "autonomia" che possa essere foriera di alcun "riscatto". Ci vuole dell'altro.
Ed ecco ancora, per l'ennesima volta, l'ottimo Tomasi di Lampedusa con una ingenerosa frase del suo Gattopardo che tenta di dare una spiegazione alla millenaria passività isolana e che, purtroppo, ha invece contribuito a riversare sull'essere siciliano una maledizione verbale della quale è ancora oggi difficile il potersi liberare. …. "il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali"…. .Ecco il nocciolo della maledizione del destino della Sicilia e, per quanto io ritengo personalmente in senso più lato, dell'intero mezzogiorno: i regali appunto, gli stramaledetti "regali" piovuti dall'alto. Non ci si riscatta affatto con regali gratuiti avulsi da un qualsiasi rapporto con l'intimo sentire di un popolo in relazione al suo più autentico modo di essere, di rapportarsi con la propria percepita essenza di vita, con la sua storia sociale e culturale. Come si sarebbero potute mai innestare le linee di produzione, le catene di montaggio di un'Alfasud di Pomigliano, di uno stabilimento Italsider di Bagnoli, di un'acciaieria Ilva di Taranto, di una raffineria di Augusta, o di Milazzo, di uno stabilimento Fiat di Termini Imerese, in una cultura di antica ispirazione greco-classica, risolutamente non-calvinista ? E ciò soprattutto nella mia amata isola ove si è volutamente bandito, per beceri interessi economico-politici di brevissimo respiro, qualsiasi rispetto per la più profonda identità di un popolo e che ha sempre avuto invece, nel suo più profondo intimo la piena coscienza, tratta da sommi esempi storici, che vero ed unico scopo di ogni "azione" è unicamente la "contemplazione" di quanto prodotto dalle proprie mani e dal proprio cervello. Tutto dunque, tranne - come mi è stato di recente autorevolmente fatto rilevare - che una linea di montaggio di beni ancillari destinati ad una successiva produzione industriale di massa.
Colui che ha memoria ancestrale di aver visto lo scalpellare di uno scultore di scuola greca, il tracciar di linee di un idrologo arabo, ovvero l'intagliar di tessere di un mosaicista bizantino o normanno od anche l'aver contemplato un campo da semina ben arato, non può attingere alcuna gratificazione da un lavorio che non consenta una diretta contemplazione finale del proprio risultato. Ed infatti l'unico riscatto al momento percepibile nell'economia siciliana (e, credo, più in generale nell'intero mezzogiorno) è proprio quello che si riscontra in attività industriali e produttive indirizzate all'immediata, gratificante fruizione, ad una forma di consumo facilmente identificabile: come, ad esempio, i servizi di accoglienza turistica e/o ricreativa, gli hotels, gli agriturismo, i "bed and breakfast", i ristoranti, le produzioni agroalimentari ed enologiche di nicchia, la produzione di prodotti tecnici destinati al consumo individuale "et similia". In sintesi, se "produzione" deve essere, bisogna che si tratti di un qualcosa di cui colui che la "crea" possa registrare un'immediata, visibile soddisfazione negli occhi di chi ne usufruisca o ne goda il risultato finale. E non è certamente questo il caso di un bullone stretto "qui" in una autovettura che verrà completata in un altro punto della catena di montaggio posto ad un miglio di distanza dalla propria postazione di lavoro.
Soltanto con un'"autonomia" che possa dunque assicurare una politica economica mirata ad una produttività che assicuri diretta e percepibile soddisfazione personale ai relativi addetti, sarà possibile sperare finalmente in quel lungo atteso "riscatto" del nostro meraviglioso ed amato meridione d'Italia.
Roma, 9 luglio 2019
   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Andrea Torresi    
       
LA DILIGENZA DEL BUON PADRE DI FAMIGLIA
   

Che le genti del sud d'Italia sentano il desiderio di riscatto sta nelle corde dei meridionali da oltre centocinquant'anni e che si possa pensare di soddisfarlo con l'autonomia è di certo comprensibile, pur tuttavia ritengo paradossale che si parli di autonomia come opportunità in un paese dove la spesa pubblica è in crescita costante dagli anni '80, appunto, dove i fatti di cronaca raccontano quotidianamente lo scarso spessore etico dei nostri delegati ad amministrare la cosa pubblica e dei persistenti interessi tra politica e mal affare.
Forse mi sono perso qualcosa ma, se il nostro paese verte nell'attuale situazione, le responsabilità di chi sono se non degli italiani? Nessuno escluso! Non è forse che l'unico interesse e non troppo celato, sia quello di spartirsi più facilmente potere e capacità di spendere quattrini provenienti dai contribuenti?
E' del tutto evidente che c'è necessità di spendere meno e spender meglio, che occorra che ogni singolo cittadino cosciente, con somma urgenza, faccia quanto in suo potere affinché lo stato dell'arte migliori, ma abbiamo così tanti politici ed amministratori locali capaci e meritevoli di gestire al meglio e nell'interesse collettivo le funzioni e la spesa delle regioni in tutte o parte delle ventitré autonomie trasferibili? Quanto ulteriore appesantimento burocratico dovrebbe generarsi per poi gravare nelle prassi amministrative? E la magistratura, attenta e sapiente nel colpire alla bisogna i nemici dello Stato, non provocherebbe un'ulteriore paralisi del sistema?
Per indorare la pillola ci viene poi detto che il trasferimento avverrebbe a saldi invariati, nel senso che le singole competenze che gravano oggi sulle casse statali graverebbero in egual misura sulle quelle regionali e che, nel caso dovesse esserci un avanzo, questo rimarrebbe nella libera disponibilità di spesa delle regioni parsimoniose.
Abbiamo un debito pubblico che si attesta oltre il 130% del PIL, abbiamo firmato trattati ed impegni che ci impongono di comprimere questo parametro persistendo in un percorso di crescita economica e di riduzione della spesa pubblica ed ad onor del vero, non si vede ne una ne l'altra; eppure i risparmi degli italiani, impegnati in attività finanziarie, ammontano ad oltre 4.370 miliardi di euro a cui vanno aggiunti quelli relativi agli investimenti nel patrimonio immobiliare che quotano circa altri 5.240 miliardi di euro contro un debito pubblico che si attesta a 2.374 miliardi di euro. Non parliamo poi del patrimonio pubblico, volendo ricomprendere non solo quello immobiliare ma anche quello storico ed artistico dall'inestimabile valore.
Duemilatrecentosettantaquattro miliardi di euro di debito pubblico, solo a leggerlo fa impressione, tuttavia se i dati numerici sopra esposti fossero traslati in un bilancio aziendale non ci sarebbe alcun bisogno di chiedere, con soggezione e sudditanza, linee di credito ad istituti bancari, farebbero loro e per primi la fila per venderci il denaro, riterrebbero affidabile lo stato patrimoniale ed i soci ottimi garanti; si potrebbe anche valutare, come accade agli imprenditori di buon senso, di non acquistare denaro pagandolo caro quando potrebbero essere i medesimi imprenditori, pertanto soci e per analogia i cittadini, a finanziare l'esigenza di liquidità ottenendo così una migliore remunerazione dei propri capitali e, credendo nell'oggetto sociale, avere la garanzia dei propri investimenti. Se poi ci fosse un progetto, una visione complessiva ed unitaria, prima a breve e poi a medio termine, finalizzato ad ottimizzare il conto economico così da liberare risorse destinate ad investimenti, si arriverebbe a non aver più bisogno di credito per gestire la spesa corrente.
A questo punto la domanda sorge spontanea, come sono investiti i risparmi degli italiani? Ci chiediamo se i nostri risparmi sono funzionali agli interessi ed alla economia del nostro paese? Cosa è cambiato nel rapporto tra risparmio ed investimento in titoli pubblici e quanto questi investimenti ingeneravano nei cittadini risparmiatori attenzione e sorveglianza verso la cosa pubblica in generale? Il tema è complesso e non sono la persona adatta a valutare i tecnicismi necessari, reputo però che siano argomenti da dover approfondire, magari anche a cura di chi gestisce il sistema Italia. Non dimentichiamo che nel gennaio 2016 abbiamo mandato giù e senza troppa fatica, il bail in, modalità di risoluzione di una crisi bancaria tramite l'esclusivo e diretto coinvolgimento dei suoi azionisti, obbligazionisti, correntisti.
Un esempio di ottimizzazione, non affatto ininfluente, potrebbe essere mutuato dallo Stato di Israele relativamente alla medicina digitale per tramite dell'introduzione della cartella clinica del cittadino. Tutti gli esami diagnostici o di laboratorio vengono archiviati in un vero big data sanitario con accesso nazionale, comprese le pratiche amministrative ed i relativi costi sostenuti dal cittadino. Altro che sistema tessera sanitaria! Quante volte vengono ripetuti e non in via prudenziale, i medesimi esami passando da una ad altra struttura ed anche a distanza di poche ore! Le implicazioni, i vantaggi ed il risparmio sarebbero notevoli. Si stima che, a regime, con la sola introduzione di questa archiviazione digitale si possa risparmiare l'equivalente del gettito, lacrime e sangue, voluto dal governo Monti e generato dalla patrimoniale sugli immobili. Sull'argomento mi limito ad accennare una minima parte del sistema sanitario israeliano lasciando alla curiosità di chi vorrà approfondire le opportunità di sviluppo e di indotto che si potrebbe generare sia in termini di occupazione sia di aumento del PIL.
Le autonomie regionali diffuse, ad oggi, mi sembrano una bella favola e non ritengo sia il modo per risolvere il problema italico, potrebbero essere in un'auspicabile futuro il modo corretto per favorire lo sviluppo delle regioni in virtù della loro peculiarità e vocazione; per ora mi viene da sostenere che la frammentazione per mezzo delle autonomie regionali possa costituire solo un ulteriore passo verso il caos.

   
       
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