TEMA DI COPERTINA  
    di Cristofaro Sola    
       
    IL NATALE E LA CRISI DELL'OCCIDENTE    
   
Si avvicina il Natale e si riaccende la polemica sui simboli della cristianità puntualmente oltraggiata dalle nuove divinità nichiliste del multiculturalismo.
Il presepe? Urta la sensibilità dei non-cristiani, meglio non mostrarlo in pubblico. I canti natalizi? Una manifestazione di arroganza sciovinista contro la diversità dei credi e delle culture, preferibile non cantarli. Se proprio piacciono i motivetti, è opportuno cambiare le parole dei testi e i nomi. In fondo, Rilù fa rima con Gesù e regge ugualmente la nota musicale.
La liturgia della notte della nascita di Cristo? Un intoppo per l'ordine pubblico, per cui meglio celebrarla di pomeriggio. Come si fa con le partite di calcio più problematiche per la sicurezza dentro e fuori dagli stadi. Ma se i multiculturalisti possono permettersi di smontare pezzo a pezzo le fondamenta della civiltà occidentale ciò lo si deve al fatto che coloro che dovrebbero avere cura di quei simboli, e di quei valori, hanno smesso di occuparsene.
È stato Edmund Burke, padre nobile del pensiero conservatore, a dire "Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione".
Se non si crede più opportuno, o conveniente, lottare per difendere il perimetro della propria civiltà, è naturale che, prima o dopo, qualcuno pensi bene di invadere lo spazio lasciato incustodito. Si chiami Islam o in qualunque altro modo, fa lo stesso, il principio non cambia. Se ciò avviene non è colpa degli altri, ma delle sentinelle che non hanno dato l'allarme, delle truppe che non hanno serrato i ranghi e dei nuovi stregoni che hanno convinto i creduloni che essere pacifici significhi piegarsi alla volontà altrui senza opporre resistenza.
Ha ragione Massimo Cacciari a dire che "Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale". Non l'hanno chiesto gli imam nelle preghiere del venerdì di sopprimere tutti i simboli della cristianità: lo facciamo da noi senza che qualcun altro lo suggerisca. Perché? In fondo, si può essere accomodanti su una canzoncina o su una capannina costruita col sughero, di meno sul nostro iPhone di ultima generazione.
È l'indifferenza la cifra morale di questo tempo storico. Del Natale come momento spirituale fondante di una variazione cosmogonica non frega niente a nessuno. Del senso del sacro nella vita delle persone si è persa traccia da un pezzo. Ma cosa stiamo facendo?
Possibile che è tutto e solo consumo, economia, spread, rapporti di produzione? Non si tratta di essere cattolici, pagani o laici. La questione sta nella dimensione spirituale delle nostre esistenze che si va perdendo. Si può non credere a Cristo e alla sua discesa in terra, ma non si può smettere d'interrogarsi sul mistero della vita.
Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Sono ancora domande che meritano risposte? O preferiamo declassarle a motti di spirito per oziosi e perdigiorno? Già, l'azione. Che bella la città degli uomini che non si ferma, che produce a ciclo continuo, che non dorme, che brucia e consuma, che possiede, che monetizza. Anche i sentimenti.
E l'Uomo, con la U maiuscola? Dov'è finito? L'uomo che ha smesso di pregare, di contemplare, di contenere in sé l'immenso dei mondi, di scavare le profondità dell'animo alla ricerca della pietra occulta: l'Uomo della Tradizione.
La parola "Tradizione" viene dal latino tradere, significa trasmettere, tramandare. Cosa? La ricetta degli struffoli? Tradizione è trasmissione di Conoscenza di contenuto sacro; di valori sedimentati nelle architetture archetipiche dei Tempi d'origine, là dove tutto è cominciato. Tradizione non è un panettone servito in tavola. Ha ragione Cacciari quando, nella sua intervista a "il Giornale", ammette che "La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini".
Parliamo di una ricerca di spiritualità che pone le generazioni di questo tempo storico di fronte al problema di sapere forse immaginare, ma di avere smarrito la capacità metafisica di concepire le meccaniche superumane del salire in alto, della trascendenza. Del passare di livello. Del contemplare la vita "vivendola" su un diverso piano. Sarebbe tanto chiedere che anche l'uomo della strada cominciasse a preoccuparsi un po' più della sua natura immortale e un po' meno di dove trascorrerà le prossime vacanze?
Nel regno della quantità non c'è bisogno di Dio, se ne può fare a meno. Ma è davvero questo che vogliamo? Un mondo che si priva del confronto con la ragione ultima di tutte le cose? Si può essere laici, ma non è controindicato credere. Allora, viviamo il Natale per quello che è: una festa di luce. Una nascita. Le religioni tradizionali celebrano, nel periodo corrispondente al solstizio d'inverno, il passaggio alla fase ascendente del cammino del sole che segna il ritorno di presa di territorio della luce sul mondo delle tenebre. Del Bene sul Male. Fantasie per bambini? Harry Potter è fantasia. La rigenerazione, attraverso la festa, del tempo sacro nel quale la divinità si rivela al mondo è atto reale dotato di straordinaria potenza. Massimo Cacciari sostiene che il mondo abbia dimenticato la dimensione spirituale. Se fosse totalmente vero vorrebbe dire che la nostra civiltà è diventata cieca. E sorda. E muta. Vorremmo che non fosse così, ma a volte assistiamo a comportamenti e a scelte che rendono drammaticamente imminente il pericolo dell'oblio per la nostra civiltà.
In questi casi estremi la difesa non è solo un diritto concesso dalla ragione, ma un imperativo dello spirito. Perché abdicare ai provi valori non è essere buoni: è essere morti.
   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Roberta Forte    
       
    FORTUNATAMENTE LA TRADIZIONE SI MANGIA    
   
'Tradizione' è una di quelle parole che dovrebbero essere cancellate dai vocabolari per desuetudine. Sarebbe come se, ad un pestone di calli, il colpito, rosso in viso per il dolore, se ne uscisse con un sonoro 'Perdindirindina' e interpellasse il poco accorto colpevole con un 'Poffarbacco, messere'. Gli astanti, dopo un attimo di sbigottimento, si scompiscerebbero dalle risate. Infatti, chi mai potrebbe usare simili espressioni e non essere immediatamente tacciato almeno da retrogrado, se non da 'fuso'? Oggi, in una situazione del genere, il calliforo, annebbiato dalla sofferenza, bene che vada, potrebbe prorompere in un altisonante 'caz…!!!' mentre ballonzola su un piede solo. E nessuno dei presenti si stupirebbe o si adonterebbe della 'forte' espressione, divenuta un rafforzativo dell'enfasi nel linguaggio comune.
Del resto, come resistere all'avanzata del modernismo espressivo, anticonformista e progressista, precursore del quale è stato il comico Lenny Bruce che, nella puritana America degli anni '60, infarciva i suoi spettacoli di coloriti termini col dichiarato intento di smitizzarli. E poco importa se la sua vita fu continuamente ostacolata da denunce per oscenità a causa del suo umorismo greve ed il suo linguaggio volgare e provocatorio, mal digerito dal moralismo americano di quegli anni.
Poco importa se l'ostracismo di quei moralisti si ripercosse sulla sua vita privata dandogli una sregolata esistenza fatta di continui litigi con la moglie, spogliarellista in disarmo, tradimenti, abuso di alcool e droghe, fino a condurlo ad una morte tragica. Poco importa, dicevo, perché oggi noi, 'finalmente' liberi da cappe culturali e costrizioni linguistiche, possiamo esclamare un fragoroso liberatorio 'caz …!' senza incappare nei rigori della legge.
Scherzo. Ma nemmeno tanto. Comunque, neppure il linguaggio è più interessato alla 'tradizione'; nel senso che non la contempla nella sua spiegazione e neppure la considera nella sua costruzione, prescindendo clamorosamente da congiuntivi e condizionali, nella versione parlata, e da dittonghi, trittonghi, iati e consonanti doppie, in quella scritta. Dell'accapo, neanche a parlarne. In buona sostanza, il significato di 'tradizione' si è perso nelle nebbie mentali dei 'modernisti', tesi all'adeguamento e alla conciliazione di idee ed esigenze proprie con le fasi più avanzate del 'progresso', specialmente sul piano sociale, culturale e religioso.
Del resto, non ha più senso parlare di 'tradizione' se nell'ottica 'moderna', la concezione di comunità si è dilatata fino ad assumere la dimensione globale e multietnica. Se la solidarietà si è trasformata in egoismo sia pur perché non si conoscono e, comunque, non si capiscono le esigenze dell'altro. E, in una riduzione delle risorse disponibili, se l'egoismo è mutato in avversione, in lotta per la sopravvivenza. Del resto, la visione 'moderna', 'universalista' e 'progressista' è fondata sull'individualismo e sul presente: qui e ora.
La 'cultura', peraltro, è diventata puramente nominalistica, superficiale e persino contraddittoria, paradossalmente tesa ad egemonizzarsi ed a discriminare, persino contrastante col suo portato, infarcito di 'uguaglianze' e di 'universalità'. E non sembra interessare il fatto che 'l'universalità' non contempla disuguaglianze né possiede i mezzi per provvedervi, che è incompresa dai più, che vi sono vie alternative, perché l'imperativo categorico è la 'velocità', che realizza l''uguaglianza' solo attraverso un'indistinta lettura; né, peraltro, sembra interessare che 'progresso' è sinonimo di benessere sociale, civile ed economico di molti e non la sola 'crescita' economica di pochi. A tal riguardo, mi sovvengono le parole dell'introduzione di un'opera straordinaria, l''Esoterismo cristiano', realizzata dal 'guardiano della Tradizione', René Guénon: "[…] basta pensare che i "colti" fautori dell'uguaglianza continuano a sostenere che loro hanno capito tutto a differenza degli altri che "non capiscono", e questo alla faccia dell'uguaglianza; ma, ciò nonostante, di fatto si è venuta a determinare la formazione di una sorta di strumento di prevaricazione poggiante su una specie di "tabù": … chiunque pretende di capire di più e meglio è in errore, o è un impostore o un nemico:... questo è veramente uno di quei sintomi eclatanti che denunciano lo stato di totale oscurità e il reale stato di "salute" in cui si trova l'uomo moderno; e ci troviamo anche al cospetto del principale aspetto dell'inversione moderna portata avanti dallo spirito di negazione che va sempre più affermandosi in questa nostra Età Oscura. Tale "diabolica" inversione di ogni normalità, che si ritrova in ogni campo, si applica con protervia nei confronti di quanto rimane degli insegnamenti tradizionali, nel mondo intero; e in Occidente, un tale spirito di negazione si accanisce nei confronti della forma (di ogni forma N.d.R.) assunta dalla tradizione ….”.
Già. L'esoterismo cristiano. E, infatti, ho citato anche la religione, cattolica nel caso di specie, come terzo campo di significativa riforma 'progressista'. Certo, il cattolicesimo, che dal Concilio ecumenico Vaticano II ha avviato una strada che lo porta sempre più lontano dalla tradizione: ho già citato in altri articoli gli aspetti più eclatanti di un tale percorso e quindi non mi dilungo. Ma, prendendo a prestito il contenuto del libro di Benedetto XVI, 'La mia vita', non v'è dubbio che la riforma liturgica emersa da quel Concilio, tesa a recepire la 'modernità', sia stata di 'inaudita' rottura con la tradizione millenaria, fino al punto di banalizzarsi e banalizzare la stessa liturgia, la dottrina e persino l'esistenza dell'istituzione.
Nondimeno, poco importa se gli 'accompagnati', i 'divorziati', i gay possono, ora, riaccostarsi alla 'comunità', se la 'comunione' può essere 'presa' senza neppure confessarsi, se i sistemi di contraccezione sono ammessi. Poco importa se numerosi preti hanno conosciuto le forme più abiette del 'peccato della carne', se hanno indugiato nella bramosia dell'avere, se alla comprensione e alla modestia hanno sostituito paradossale arroganza. Poco importa, dicevo, perché non sono stati quest'ultimi aspetti a vuotare le chiese e non saranno le recenti 'aperture' a riempirle. Ciò che è venuta meno, infatti, è la sua capacità, attraverso forme e riti mistico-misterici, di rispondere a quell'angoscia esistenziale che, ulteriore paradosso, soprattutto la 'modernità' ha comportato. Dio, peraltro, è sui cartelloni pubblicitari e lo si può vedere in televisione o sul web.
Frequenta le discoteche, ogni tanto 'spinella', fuma, vive in villa, guida una fuoriserie e timona un cabinato da paura. Per vivere, accetta scommesse.
E, in risposta all'angoscia, non è neppure il caso di parlare di un alternativo percorso gnostico-sapienziale perché se all'operatività dei primordi e medievale è stata sostituita la speculazione rinascimentale, a questa, nello scorso secolo, la concezione mercantilista e materialistica post-bellica del 'mondo libero' ha surrogato la semplice testimonianza di un che che non c'è più; per cui, alla liturgia dell'uno e dell'altro percorso si è sostituita la banalità gestuale degli officianti e la ripetizione pedissequa di ormai oscuri fraseggi, incapaci non dico certo di trovare ma neppure di evocare la 'parola perduta'. In ogni caso, ciò che l'incedere 'modernista' non poteva distruggere era il significato tradizionale di parole come: libertà, verità, bellezza, bontà, ecc.
A questo ci ha pensato il 'postmodernismo' legittimando il fatto che gruppi di persone possano utilizzare lo stesso linguaggio per indicare realtà molto diverse tra loro e soggettive. Una situazione che ha descritto benissimo il filosofo francese Jean-François Lyotard nella sua opera 'La Condition postmoderne: rapport sur le savoir'. Così, oggi ci ritroviamo con argomentazioni postmoderniste che affermano come le condizioni economiche e tecnologiche della nostra epoca abbiano 'plasmato' una società decentralizzata e dominata dai media, nella quale le idee, come denuncia Scott Lash nel suo Modernismo e postmodernismo, sono divenute semplici simulacri e solo rappresentazioni autoreferenziali e copie tra di loro. Insomma, stanno venendo meno fonti di comunicazione e di senso realmente autentiche, stabili o anche semplicemente oggettive.
E ciò grazie anche alla globalizzazione che sta creando una 'società' (sic) globale, interconnessa e 'culturalmente' pluralistica, priva di un reale centro dominante di potere politico, di comunicazione e di produzione intellettuale. Per cui, riportando i concetti espressi in sedicesimo, alla TV si possono udire grossolane panzane (sia che si tratti di fake news, sia che riguardi realtà storiche) che hanno l'etichetta di 'verità' e che investono milioni di persone le quali non hanno capacità (temporale, culturale, ecc.) di accertarne la fondatezza.
Analogamente, accade nel web dove sullo stesso argomento si può trovare tutto e tutto il suo contrario. E, ad ennesimo paradosso, in una società che vive in un eterno presente, disarticolata nei suoi tradizionali pilastri, lanciata a velocità forsennata verso il nulla, l'insipienza, la superficialità, l'interesse personale, assumono la veste di 'verità'; la possibilità di scegliere tra un prodotto con meno grassi, un gestore che dà più minuti di conversazione e più Gigabit di navigazione, una società turistica del web che pratica i migliori prezzi sui last minute, pretendono l'egida della 'libertà'; blog che inneggiano all'anoressismo parlano di 'bellezza' e siti ed emittenti che celebrano la guerra parlano di 'bontà. L'opera postmodernista, tuttavia, non si è limitata a questo. È stato mai fatto caso che la parola 'tradizione' ha lo stesso etimo della parola 'tradimento'? Ambedue derivano dal latino 'tradere' e tutte e due esprimono l'azione del consegnare, qualcosa o qualcuno, ad altri.
Ora, se la 'tradizione' non ha certo necessità di riflessioni per individuare il suo significato e il portato, il 'tradimento' invece ha vesti e portati più articolati e complessi. Intanto, quest'ultimo è stato celebrato nell'arte: Mozart, nel Flauto Magico, ne ha fatto il perno della vendetta che Astrifiammante, la Regina della Notte, chiede alla figlia nei confronti di Sarastro. Ma non si è limitato a questo: spazia dai giocosi e leggiadri inganni contenuti nell'Opera Così fan tutte, sino alla possente tragica sfida al mondo ed alle sue regole di 'Don Giovanni'. Verdi l'ha trattato, infarcendolo di amore, patria e potere, nell'Otello e nell'Aida, in Rigoletto e Macbeth, nel Trovatore e nel Don Carlos; Bizet, coniugandolo con l'amore, nella Carmen. In Wagner, infine, il 'tradimento' vive sia come parte attiva che passiva, attraverso invidie e gelosie, lotte di potere e questioni politiche, come in un'immane catastrofe epocale, una 'Götterdämmerung', che attraversa tutta la tetralogia (L'oro del Reno, Sigfrido, Il crepuscolo degli dei e L'anello del Nibelungo), mentre in 'Tristano' assistiamo all'eterna tragedia interiore tra amore e parola data. Ed anche la letteratura è piena di esempi di 'tradimento' forniti da noti autori tra i quali, limitandoci agli italiani, il Macchiavelli e il Manzoni. Peraltro, non mancano esempi notevoli nella religione, nella storia e nella leggenda: da Giuda, ad Antenore e al cavallo di Troia, a Leonida e ai suoi trecento spartani, a Orlando a Roncisvalle, ai Catari e a Simon de Monfort, a Napoleone e al mancato arrivo di Grouchy a Waterloo. Si potrebbe proseguire all'infinito ma la poliedricità del 'tradimento' penso sia chiara. Nell'ambito di questa riflessione, comunque, atteso che il 'tradimento' possa assumere impatti e significati diversi a seconda dell'ottica con la quale lo si osserva (si pensi alla 'spia', un traditore o un patriota), due aspetti si evidenziano comunque: la prima è che per commettere un 'tradimento' occorre in ogni caso coraggio; la seconda invece è che il 'traditore' in ogni caso alla fine paga. Dante pone i 'traditori' nell'ultimo girone, rei del peccato più grave, immersi nel ghiaccio e sferzati dal vento gelido delle ali di Lucifero.
Ebbene, oggi invece il 'tradimento' spesso e volentieri va a braccetto con l'ignavia, con l'anonimato, con il travisamento strumentale consacrato come verità, con l'interesse più bieco e, alla fine, a pagare sono i 'traditi'.
È accaduto questo per la 'tradizione', per gli usi, i costumi, la storia di miliardi di persone, in nome del 'modernismo' e del 'postmodernismo' che ha cancellato il loro passato e le ha lasciate senza futuro. Fortunatamente, se così possiamo dire, i 'traditi' non hanno consapevolezza di esserlo; l'unico sintomo che avvertono è il non sapere più cosa trasmettere, cosa 'tradere'. Almeno, la scuola si è camuffata con la 'specializzazione' ma la famiglia è divenuta totalmente silente. Anche la politica ne ha dimenticato il significato e ogni sua iniziativa è ogni volta nuova, anche se è definita 'riforma'; non s'aggancia ad un passato, è svincolata da un substrato culturale e dura un sospiro. Eh! Sì. I nostri rappresentanti sono 'moderni'. Anzi, postmoderni.
Comunque, non crucciamoci: la 'tradizione' la ritroviamo puntualmente sulle bancarelle delle fiere per impegnarci pomeriggi e serate: la tradizionale fiera del porcino, della porchetta, del prosciutto, della ricotta, del fagiolo, della salsiccia e chi più ne ha più ne metta. O nei supermercati con le cataste di panettoni, pandori e colombe esposti addirittura più di due mesi prima delle feste. Ovviamente di quelle tradizionali. È un po' avvilente? Allora, basterà continuare a pensare, ad avere un proprio concetto di libertà, verità, bellezza e bontà e, quando se ne presenta l'occasione, esternarlo…. Sarà un grande atto innovativo in nome dell'originalità e della tradizione. Almeno questo.

   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Lino Lavorgna    
         
    I SENTIERI DEI CELTI: DA HALLSTATT ALLA COLLINA DI TARA    
    "Bardo che ancora canti: voi, padri delle fate, cosa resta dei vostri oppida se non un vento leggero sulle chiome degli alberi? E delle vostre foreste battute dalla pioggia e avvolte nella nebbia? Dove sono le vostre magie e le furiose battaglie e quel rullare di tamburi attorno al grande fuoco druidico? Celti scomparsi dalla scena, nascosti dai boschi e dai secoli e dal mare del Nord perennemente in tempesta. La storia continua altrove, ma Dèi e guerrieri, fate e folletti alati si muovono fra cielo e terra, fra mare e boschi, accompagnati da un sussurro: torneranno… torneranno…torneranno". ("Torneranno" Pieralba Merlo; Celtica - Nr. 33 - Sett-Ott 2004; www.galvanor.wordpress.com 21 ottobre 2004, con link alla poesia declamata dal compianto Gianni Musy)


PROLOGO
Le battaglie dei Romani contro i Marcomanni non sono dissimili da qualsiasi altra battaglia combattuta contro tutti i popoli assoggettati. Per un attimo, però, facciamo finta che tutto si sia svolto come riportato nel film "Il Gladiatore": quella narrazione, ancorché per molti aspetti romanzata, ci torna utile per penetrare nell'universo celtico nel migliore dei modi possibili. All'inizio del film una musica stupenda si fonde con il primo piano di un uomo austero, assorto nei suoi pensieri. E' bello e il suo piglio trasmette un'aura mistica che non lascia adito a dubbi: è un leader. Indossa l'armatura e quindi è un capo militare.
All'improvviso il suo sguardo è attratto da un pettirosso, uccello che attraversa simbolicamente tutta la tradizione europea1, e gli sorride accompagnandolo con lo sguardo mentre dal ramo spicca il volo. L'uomo s'incammina con passo lesto lungo un sentiero sterrato, percorso anche da colonne di soldati, a cavallo e a piedi. Siamo nella foresta di Vindobona, l'attuale Vienna, nell'anno 180 D.C. I soldati lo salutano con riverenza, appellandolo "Generale" o "Comandante", lasciando trasparire dall'espressione dei volti l'ammirazione e il rispetto.
Con uno stacco di pochi secondi la scena si sposta su un pendio che sovrasta il sentiero, popolato da altri soldati e da un vecchio con aria stanca: l'imperatore Marco Aurelio. Ci si prepara alla battaglia. Il generale è circondato dai suoi ufficiali, uno dei quali, un tal Quinto, ha la tipica espressione fastidiosa dell'ufficiale idiota e leccasedere. Con tono inutilmente arrogante, solo per farsi bello al cospetto del suo capo, rimprovera un soldato per non aver ancora spostato in avanti le catapulte, come gli aveva ordinato: "Sono troppo distanti!", gli grida. "La distanza è buona", replica pacatamente e a voce bassa il comandante. L'ufficiale idiota tenta di replicare: "Il rischio per la cavalleria…", ma non fa in tempo a terminare la frase perché viene stoppato in modo perentorio: "… è accettabile. Intesi?" Le catapulte restano al loro posto e l'ufficiale, incupito, tenta miseramente e invano di recuperare qualche punto pochi attimi prima della battaglia: "Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto", esclama enfaticamente, ma la risposta, "Tu lo capiresti? Io lo capirei?", lo fa incupire ancor più.
Inizia la battaglia e la cinepresa indugia sul generale, che si eleva nel cruento combattimento, uccidendo uno dopo l'altro molti nemici. La battaglia è vinta e Marco Aurelio, che l'ha osservata da un posto sicuro, tira un sospiro di sollievo.
La scena si sposta all'interno di una carrozza in viaggio, scortata da molti soldati, nella quale i figli di Marco Aurelio, lussuosamente vestiti, conversano placidamente. Còmmodo, grazie alla bravura di Joaquin Phoenix, risulta subito antipatico; Lucilla pensa solo a farsi un bagno caldo. Giunto al quartier generale, il Principe chiede dove fosse il padre e dopo aver appreso che è nel luogo della battaglia da diciannove giorni, lo raggiunge a cavallo. Con voce tremula sembra quasi volersi scusare per il "ritardo": "L'ho mancata… mi sono perso la battaglia…", balbetta, abbracciando l'imperatore, che gli risponde sorridendogli: "Tu hai perso la guerra", per poi invitarlo a omaggiare Massimo, principale artefice della vittoria.
I due si abbracciano e l'inquadratura evidenzia quel confronto tra le due tipologie umane che daranno corpo alla trama: il meschino e l'eroe. L'eroe, lo scopriremo durante la conversazione con Marco Aurelio, è nato in Hispania2, sulle colline di Trujillo, che così descrive: "Un posto molto semplice. Pietre rosa che si scaldano al sole, e… un orto che profuma di erbe il giorno e di gelsomino la notte. Oltre il cancello c'è un gigantesco pioppo. Fichi, meli, peri… Il terreno, Marco, è nero. Nero come i capelli di mia moglie". E' lì che vuole ritornare. E' lì che non ritornerà.
Massimo Decimo Meridio, quindi, è un "celtibero". Nelle sue vene scorre il sangue di un fiero popolo: il popolo dei Celti.
Non c'è dato sapere cosa passasse nella mente di Ridley Scott quando ha creato l'antitesi tra Còmmodo e Massimo; molto probabilmente ha solo pensato a sviluppare un contesto nel quale emergessero le pesanti distonie dell'epopea romana, sulla falsariga di quanto fece William Wyler con "Ben Hur". Fatto sta che proprio tale confronto, tra un romano e un celtibero, sapientemente sviluppato nell'intera trama e sublimato nella parte finale, risulta oltremodo significativo sotto il profilo antropologico, mettendo bene in evidenza fondamentali e diffusi aspetti comportamentali.
Ridley Scott riversa su Còmmodo tutto lo squallore che per secoli ha rappresentato "il rovescio della medaglia" di un popolo conquistatore e su Massimo Decimo Meridio la sublime bellezza degli uomini puri e degli eroi, capaci di vivere degnamente ogni attimo della loro vita.
Per scelta, certo, ma ben supportata da un retaggio ancestrale particolare, che non consente al male di attecchire. Vi è poi un altro elemento che, seppure empiricamente, dal momento che il regista non ha mai rivelato nulla al riguardo, risulta oltremodo interessante: la canzone finale del film, "Now we are free", cantata da Lisa Gerrard con parole di una lingua inventata3, mentre il Gladiatore raggiunge nell'oltretomba moglie e figlio, ha una matrice musicale chiaramente celtica.

I CELTI, QUESTI SCONOSCIUTI
Ma chi sono questi Celti, così trucemente descritti da Polibio, da Cesare e da tanti altri autori classici? Da dove vengono? Da dove nasce il mistero che li avvolge e che tanti studiosi affascina? Diciamo subito che l'articolo non potrà rispondere a tutte le domande e ha un solo scopo: aprire la porta su un mondo meraviglioso, stimolando a intraprendere un viaggio nel tempo ricco di magiche suggestioni.
Chiunque inizierà quel viaggio non riuscirà a interromperlo e non si stancherà mai di andare sempre più a fondo, fino alla notte dei tempi. In tanti non sapranno resistere (buon per loro) alla tentazione di percorrere materialmente quei sentieri che hanno segnato una parte importante della storia d'Europa, alla ricerca di segni che facciano battere forte il cuore. Il viaggio inizia da Hallstatt, in Austria, e La Tène, in Svizzera, due piccoli comuni che si assomigliano: entrambi sorgono sulle sponde di splendidi laghi e ospitano siti archeologici non troppo frequentati, a onor del vero, nonostante la loro importanza.
E' in quell'area, infatti, che dal XIII al I secolo avanti A.C. si svilupparono due culture, che portano i nomi dei rispettivi luoghi, grazie alla fusione di elementi autoctoni con "gli indoeuropei", un insieme di popolazioni aventi un unico ceppo, che intorno al 2000 A.C. dalle fredde pianure della Russia iniziò a muoversi sia verso l'Europa Centrale sia verso l'India e la Persia. In molti, tra voi che state leggendo, hanno le proprie radici su quelle sponde: radici celtiche.
L'apogeo dell'espansionismo celtico in Europa si ebbe intorno al III secolo A.C., con una marcata presenza in Europa Centrale, Gallia (che arrivava fino all'Emilia Romagna), Penisola Iberica, Britannia, Irlanda e in un vasto territorio dell'Anatolia Centrale: la Galazia.
Tale delimitazione geografica serve a definire in linea di massima l'area d'influenza, essendo impossibile scendere nei dettagli delle varie ramificazioni, per le quali si rimanda alla bibliografia indicata in calce.
Le "contaminazioni" con le varie popolazioni autoctone sono profonde e significative, in Italia come in qualsiasi altro posto. In Pannonia, per esempio, le numerose tribù celtiche che occupavano il vasto territorio (Eravisci, Scordisci, Cotini, Osii, Boi, Anartii, Taurisci) s'integrarono gradualmente con le non meno numerose tribù illiriche e con i Longobardi, anche loro di matrice indoeuropea.
Questi ultimi, che stanziavano nel Sud della penisola scandinava (Scania), iniziarono una discesa verso l'Europa Centrale nel I secolo A.C. Tra i Longobardi che penetrarono in Italia al seguito di Re Alboino, nel 568 D.C., non erano pochi coloro nelle cui vene scorreva sangue celtico. Buona parte della loro progenie, soprattutto quella il cui cognome è rimasto inalterato, non è di difficile identificazione.4
I Romani, come noto, conquistando tutta l'Europa celtica, obnubilarono gran parte del loro retaggio, sia mutuandone gli aspetti peculiari sia imponendo leggi, usi e costumi, in modo da facilitare l'integrazione. Vichinghi e Anglosassoni, a loro volta, contribuiranno al declino nelle isole britanniche, ma non dappertutto.

IRLANDA: NELL'ISOLA VERDE SOPRAVVIVE IL FASCINO DEL CELTISMO
I Celti iniziarono a popolare l'Irlanda verso il 300 A.C. e, sfuggendo alla dominazione romana, riuscirono a sviluppare e preservare gli elementi fondamentali del celtismo per molti secoli. Anche la dominazione vichinga, iniziata nell'ottavo secolo D.C., non determinò sostanziali cambiamenti sociali: contrariamente a quanto accaduto altrove, furono i conquistatori a integrarsi con le popolazioni autoctone, convertendosi al cristianesimo e aiutandole militarmente quando l'isola fu invasa dai Normanni.
E' in Irlanda, pertanto, che si trovano le tracce più profonde e significative di quell'antico popolo. Il Cristianesimo si sviluppò nel V secolo D.C. grazie a Maewyn Succat, figlio di Calphurnius e Conchessa, nobili romani cristiani residenti a Bannhaven Taberniae, l'attuale Carlisle, nel nord della Britannia romana. (E non in Scozia, come erroneamente è scritto in alcuni testi anche importanti: i romani ci provarono, ma non conquistarono quel territorio ostile che chiamavano Caledonia). Il giovane, nato nel 385 D.C., all'età di sedici anni fu fatto prigioniero dai pirati irlandesi e venduto come schiavo nel Nord dell'Isola. Gli fu affidato il compito di curare il gregge di pecore e visse anni duri, tra gente di cui non comprendeva la lingua, che imparò gradualmente. Dopo sei anni si rese conto che gli irlandesi erano brave persone, laboriose, con un forte senso della famiglia e rispettose del prossimo. Nella sua mente di fervente cristiano si radicò un forte desiderio di convertirli. Riuscì a scappare e fece ritorno nell'isola dopo aver perfezionato gli studi in Gallia ed essere stato consacrato vescovo in Italia. Il giovane è passato alla storia con il nome di San Patrizio, patrono e apostolo dell'Isola Verde. Le sue spoglie (si dice, ma non è sicuro), riposano nella cattedrale di Downpatrick, cittadina non lontana da Belfast e quindi in quel pezzo d'Irlanda martoriato, che aspetta dal 1921 di ricongiungersi alla madre patria.
E' L'Irlanda pre-cristiana, tuttavia, che offre intriganti spunti d'interesse grazie a un ciclo mitologico tanto affascinante quanto trascurato, che val la pena di conoscere perché consente di legare la leggenda alla storia e meglio comprendere peculiari aspetti del nostro continente. Essendo impossibile anche solo riassumerlo, ci limiteremo a fornire delle linee guida che ciascuno potrà sviluppare autonomamente, dedicando qui maggiore spazio solo alle festività celtiche. La mitologia irlandese è suddivisa in quattro filoni.
1) Il ciclo mitologico, nel quale s'incontrano i Túatha Dé Danann, ossia il più importante dei popoli preistorici che popolavano l'Irlanda.
2) Il Ciclo dell'Ulster, che vede tra i protagonisti la più importante divinità celtica, Lúgh, padre del semidio Cú Chulainn, eroe dotato di una bellezza tale da indurre negli uomini dell'Ulster il timore che prima o poi avrebbe sedotto mogli e figlie. Dal Dio Lúgh trae origine una delle principali festività celtiche: Lughnasadh. Numerosi i toponimi che rimandano al suo nome: Lione, Loudon, Saint-Bertrand-de-Comminges in Francia; Leiden in Olanda; Liegnitz in Polonia; Carlisle in Inghilterra; Lucca in Italia; Lugo in Spagna, Lugano in Svizzera. Lo stesso dicasi per tanti cognomi presenti in tutta Europa.
3) Il ciclo feniano, incentrato sulle gesta dell'eroe Fionn mac Cumhail, è di rilevante importanza per molteplici fattori che hanno attinenza anche con i giorni nostri. Sulla figura del figlio di Fionn, Oisín, è plasmato il bardo Ossian, vissuto nel III secolo D.C., autore dei canti che portano il suo nome, dimenticati per secoli, ancorché tramandati oralmente, e pubblicati nel 1760 grazie allo scrittore scozzese James Macpherson. Misconosciuti nel nostro tempo e anche un po' irrisi a causa di presunte manipolazioni praticate da Macpherson, nel corso del 18° e 19° secolo sono stati apprezzati da personaggi del calibro di Goethe, Walter Scott, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Ippolito Pinemonte, Vincenzo Monti, Giacomo Leopardi e William Butler Yeats, autore del poema epico "The Wanderings of Oisin". Napoleone Bonaparte aveva sempre con sé una copia dei "Canti di Ossian".
Il termine "feniano" caratterizza in modo pregnante i repubblicani irlandesi che aspirano all'indipendenza dal Regno Unito ed è utilizzato in modo ingiurioso sia dagli inglesi sia dagli unionisti nord-irlandesi. Fu consacrato politicamente nel 1848 da John O'Mahony, ispiratosi proprio ai "Fianna" del ciclo, ossia i guerrieri sempre pronti a combattere con ardore in caso di necessità. Feniani erano chiamati anche i Patrioti Irlandesi dell'Irish Republican Army, che ha visto tra i suoi membri più illustri personaggi come James Connolly, Arthur Griffith, Michael Collins e, in epoca più recente, il mitico Bobby Sands, che si lasciò morire di fame in carcere nel 1981, insieme con nove compagni di prigionia. L'ultimo esponente di questa schiatta di Eroi è Gerry Adams, attuale capo del partito indipendentista dell'Irlanda del Nord, Sinn Féin, che però ha deciso di ritirarsi a vita privata nel 2018. Il principale partito politico dell'Eire, Fianna Fáil (soldati del destino), si richiama anch'esso agli antichi Fianna.
4) Il ciclo storico, che comprende numerosi Annali riportanti gli eventi, cronologicamente datati, dalla Preistoria al XVII secolo, redatti dai monaci amanuensi.
Oltre alle succitate opere è molto importante il "Mabinogion", una raccolta di manoscritti gallesi medievali che hanno stretta attinenza con le tradizioni irlandesi e aprono la porta su un altro importante filone letterario, che riguarda precipuamente l'Inghilterra, ancorché impregnato di celtismo: il ciclo arturiano.

LE FESTIVITA' CELTICHE
Un'esaustiva trattazione dell'argomento dovrebbe prevedere anche l'approfondita analisi della religione, cosa ovviamente impossibile. Rimandando pertanto tale complesso approfondimento al prezioso testo di Margarete Riemschneider, citato nella bibliografia, limitiamoci a chiarire alcuni concetti fondamentali, anche per fare luce su mistificazioni e grossolani errori interpretativi.
L'anno celtico era suddiviso in dodici mesi di 29 e 30 giorni, con nomi che si riferivano a eventi climatici, alle attività praticate e all'evocazione delle varie festività.
L'amore per la natura era molto sentito e tutte le festività, di fatto, altro non erano se non la sublimazione di siffatto amore.
Le feste principali erano quattro: Imbolc, Beltane, Lughnasad e Samhain. Per gli antichi Celti il giorno iniziava al tramonto del sole. Le festività, pertanto, sono sempre indicate a cavallo tra due giornate. Quando l'Irlanda fu cristianizzata, la Chiesa cattolica, rendendosi conto di quanto fosse difficile sradicarle in modo assoluto, le fece proprie mutuandole secondo i più consoni dettami della dottrina.
Imbolc ricorre tra il 31 gennaio e il 1 febbraio ed è dedicata alla Dea Brighid e alle forze femminili presenti in natura. Essendo la Dea signora della poesia, era anche la festività dei bardi e delle competizioni poetiche. E' detta anche "festa del latte" perché coincide con il primo fiorire del latte nelle mammelle delle pecore.
Fu trasformata dalla Chiesa cattolica nella Festa della Purificazione della Beata Vergine Maria, trasformatasi in Presentazione al Tempio di Gesù dopo il Concilio Vaticano II e meglio nota come "Candelora".
Beltane (o anche Beltaine, Belteinne, Beltine), 30 aprile-1maggio, segnava la fine dell'inverno e l'inizio della metà luminosa dell'anno. Era dedicata al dio Beil e vuol dire, letteralmente, "I fuochi di Beil". I druidi, nel corso della notte, accendevano grandi falò nei campi e sulle cime dei colli, attorno ai quali si riunivano gli abitanti del luogo. Il fuoco veniva attraversato da uomini e armenti in segno di purificazione. L'importanza di Beltane è legata soprattutto all'arrivo dei Tuatha Dé Danann, gli dèi supremi che portarono sull'isola il druidismo, la magia e i quattro oggetti sacri: la Pietra del Destino, la Lancia di Lugh, il Calderone di Dagda e la Spada di Nuada. Con l'arrivo dei Tuatha Dé Danann la mitologia celtica assurge a livelli tali da annullare ogni subalternità a quella greco-romana, perché riesce a fondere in modo più armonico e veritiero il rapporto umano-divino.5
Lughnasad, 31luglio-1agosto, come già detto è dedicata a una delle più importanti divinità del pantheon celtico: Lugh, Dio del fuoco e della luce, che viene ringraziato per il raccolto. Le origini della festa, tuttavia, sono associate alla madre di Lugh, Tailtiu, che morì per l'eccessivo lavoro svolto nei campi. Nel periodo di Lughnasad, che poteva durare anche un mese, tre giorni erano dedicati ai riti religiosi e gli altri alle assemblee delle tribù, alle fiere e alle gare di abilità in diverse discipline, tradizione che si perpetua ancora oggi in Scozia con gli Higland games: gare di forza tra atleti e competizioni tra danzatori che giungono da ogni angolo del Paese. Agosto era anche il mese ideale per la celebrazione dei matrimoni e gli sposi eseguivano delle danze rituali prima della cerimonia ufficiale, praticata dai genitori.
Samhain, qui citata per ultima, in realtà è la prima festa dell'anno. Ricorre, infatti, dal 31 ottobre all'1 novembre, Capodanno Celtico. E' considerata la più importante delle feste in quanto ingloba più elementi rituali. Nel ciclo delle stagioni si registra il periodo in cui la terra ha dato i suoi frutti e si prepara all'inverno. I riti prevedevano il ringraziamento per il raccolto e la preparazione spirituale all'anno successivo. L'elemento più suggestivo della festa, tuttavia, è rappresentato dal momentaneo abbattimento di quel sottile velo che separa il mondo dei morti da quello dei vivi. Tutte le persone decedute nel corso dell'anno potevano tornare sulla terra in cerca di nuovi corpi da possedere e in tal modo ritornare in vita.
Nei villaggi venivano spenti i focolari per impedire l'accesso agli spiriti maligni. Al mattino, poi, i druidi accendevano il Nuovo Fuoco sulla collina di Tara e simbolicamente portavano i tizzoni ardenti a tutte le famiglie, che potevano riaccendere i focolari.
Contrariamente a una diffusa credenza, durante la notte di Samhain nessuno si avventurava al di fuori delle proprie abitazioni, eccezion fatta per i druidi, che si riunivano nei luoghi sacri per celebrare l'inizio del Nuovo Anno.
Il periodo di Samhain è legato a molteplici eventi della tradizione celtica, il più importante dei quali è la sconfitta dei perfidi Formoriani da parte dei Tuatha Dé Danann. La festività era così radicata nella tradizione popolare da indurre la Chiesa cattolica a spostare la festa che onorava il martirio dei primi cristiani da maggio all'1 novembre, in modo da toglierle "spazio operativo" e ridurne l'importanza. In virtù del simbolismo legato all'abbattimento delle barriere tra il mondo dei morti e quello dei vivi, si stabilì anche la commemorazione dei defunti. La mistificazione praticata negli Stati Uniti, denominata Halloween e diffusasi un po' ovunque da una quindicina di anni, non ha nulla a che vedere con la sacralità del Samhain, anche se da tale festività trae spunto. Di Halloween, però, parleremo in altra occasione. Qui basti dire che nella notte di Samhain, se proprio si vuole "festeggiare", ciascuno dovrebbe rallentare le proprie attività e starsene davanti a un caminetto presso la propria dimora, in raccolta meditazione o in gradevole conversazione con parenti e amici. Meglio sarebbe, tuttavia, raggiungere quella collina non lontana da Dublino, antica residenza del Re Supremo Irlandese, che per diventare tale doveva dimostrare di saper volare al disopra della Lia Fáil, la Pietra del Destino, stupefacente megalite monolitico (menhir) alto 155 metri. E' lì, sulla collina di Tara, che intorno a un magico fuoco si possono ancora sentire le voci degli antichi Feniani e quelle dei Tuatha Dé Dannan.
Più di ogni altra cosa, però, si può provare una sensazione indescrivibile: acquisire la consapevolezza di essere entrati in un universo parallelo e desiderare di addentrarvisi. Affrettatevi: è un universo così grande e fascinoso che una vita intera potrebbe non bastare per esplorarlo tutto.








NOTE
1) In Scandinavia era sacro a Thor, dio del tuono, del fulmine e della tempesta. In alcune zone della Bretagna si credeva che avesse portato il fuoco sulla Terra. Nella tradizione celtica rappresenta il passaggio tra l'anno vecchio e l'anno nuovo e lo vede contrapposto allo scricchiolo. L'avvicendamento è caratterizzato dalla lotta tra il Re-Agrifoglio (o vischio, che rappresenta l'anno nascente e ospita il pettirosso), e il Re-Quercia, (che incarna l'anno morente e tra i cui rami si nasconde lo scricciolo). Durante il solstizio d'inverno il Re agrifoglio sconfigge il Re-Quercia. Canta, il pettirosso, per salutare il nuovo anno.
2) Il nome stesso, Massimo Decio Meridio, rimanda alla zona di nascita, essendo Merida l'antica Emerita Augusta, non lontana capitale della Lusitania. Il personaggio, naturalmente, è inventato e non ha nessuna attinenza, come spesso si legge, con Marco Nonio Macrino, bresciano di nascita e generale al servizio di Marco Aurelio, che condusse una vita agiata e felice.
3) Bachofen sosteneva che il simbolo desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi.
4) Per l'etimologa dei cognomi con tre consonanti consecutive vedi www.lavorgna.it In rete, inoltre, non è diffiCosì come Tolkien ebbe bisogno di inventare la lingua elfica, per conferire alle parole un suono che corrispondesse alla loro effettiva valenza, Lisa Gerrard ha fatto scaturire sentimenti altrimenti indescrivibili attraverso parole non riconducibili a nessun linguaggio umano. Nel 2006, su esplicita richiesta dell'attrice e cantante Zaira Montico, scrissi un testo in inglese adattandolo alla colonna sonora del brano e la canzone è stata così cantata nello spettacolo itinerante "Cavallomania", da lei ideato e condotto.
cile reperire una nutrita lista di cognomi con etimo tipicamente celtico (Es. Anesa, Baiguini, Belloli, Bugada, Corna, Galizzi, Mantovani, Morzenti, Noris, Rebussi, Taramelli, Teli, Tirloni, Vaerini).
5) Comprendo bene quanto questo concetto possa essere di difficile digestione, seppure ben consapevole che basterebbe addentrarsi adeguatamente nella materia per rimodulare le proprie convinzioni. Un esempio importante, citato come termine di paragone, è l'opera tolkeniana, che molti scambiano per "letteratura fantasy". Avendo essa però raggiunto una discreta fama, sono tanti gli studiosi che hanno corretto l'errore, riconoscendole il giusto tributo di qualità e quelle peculiarità che la collocano molto in alto nel pur composito universo delle grandi opere letterarie di tutti i tempi.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Venceslas Kruta, "La grande storia dei Celti", Newton & Compton Editori, 2003
Margarete Riemshneider, "la religione dei Celti", Società Editrice Il Falco, 1979
Gerard Hern, "Il mistero dei Celti", Garzanti, 1975 - 1981
Jean Markale, Il Druidismo, Mondadori, 1998

   
       
       
         
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