TEMA DI COPERTINA  
    di Lino Lavorgna    
 
    IL NODO DI GORDIO    
   
PROLOGO
L'allegoria platonica nota come "Mito della caverna", da sempre, serve ai saggi per spiegare la complessità delle vicende umane ai tanti che, in virtù dei propri limiti, percepiscono la realtà in modo distonico, scambiando il grano per loglio e viceversa. Oggigiorno, però, le mistificazioni politiche e mediatiche consentono di elevare al rango di "saggi" una pletora di soggetti che, metaforicamente, ricordano i prigionieri incatenati nella famosa caverna, dando vita, quando pontificano da quella scomoda posizione, a una torre di Babele confusionaria più nefasta dei drammatici fatti distortamente narrati. Hanno un gran da fare, pertanto, i "veri saggi", con vista lunga, solide basi culturali, conoscenza di uomini, vicende e luoghi per esperienze dirette e non per "sentito dire" in quel vizioso circolo narrativo che distorce continuamente, fino a stravolgerle del tutto, storie già zoppicanti all'inizio della narrazione.
Hanno un gran da fare, ma la loro è una battaglia persa in partenza: non vi è difesa immediata contro la tracimazione di un grande fiume in piena, che può solo suggerire i correttivi da adottare per impedire quelle future, cosa sistematicamente elusa, non essendo l'umanità adusa a trarre lezioni valide dalle esperienze negative: "La storia è maestra, ma non ha allievi", sosteneva Gramsci.
La difficoltà oggettiva nel confutare le errate interpretazioni delle vicende umane, del resto, soprattutto quando siano retaggio di soggetti beneficiari di alti riconoscimenti culturali, è storia vecchia, ben spiegata da William Hazlitt, saggista inglese poco noto in Italia ancorché autore di pregevolissime opere, tra le quali spicca "L'ignoranza delle persone colte", pregna di quell'amaro sarcasmo tanto più efficace quanto più rivelatore di amare verità: "Le cose nelle quali eccelli veramente - sostiene Hazlitt - non contano perché [gli altri] non le possono giudicare. Il principale svantaggio di sapere di più e di vedere più lontano degli altri in genere è di non essere compresi. Una persona intellettualmente dotata tende a esprimersi per paradossi, il che lo colloca subito fuori dalla portata del lettore comune. […] La forza intellettuale non è come la forza fisica. Non puoi contare sulla comprensione degli altri se non entrano in simpatia con te. […] Certe persone non le batti mai. Qualunque cosa fai, loro la fanno meglio".
Il saggio risale al 1822 e quindi al "lettore comune" si può aggiungere "spettatore televisivo", che formula le sue teorie in funzione della percezione empatica suscitata dai vari ciarlatani che si alternano nei talk show, che proprio per quanto sopra esposto oscurano i pochi capaci di disegnare un quadro veritiero delle problematiche discusse.

IL DIFFICILE APPROCCIO
La lunga premessa, quindi, serve ad arare il terreno per far percepire quanto sia difficile dissertare sull'oppio dei popoli, con evidente riferimento alla realtà contingente, senza correre il rischio di alimentare la già consistente torre di Babele, soprattutto se si abbia il buon senso e l'umiltà di non collocarsi sull'Olimpo che ospita i veri saggi, capaci di osservare le vicende umane da una prospettiva favorevole. Di certo l'impresa risultò molto facile a Marx, forte delle sue "verità assolute", che gli consentirono di associare la religione all'oppio, utilizzato come lenitivo dalle persone sofferenti per andare avanti, sia pure illusoriamente. Altrettanto facile è stata per i tanti pensatori che, dopo di lui, con analogo determinato rifiuto di qualsivoglia elemento sovrannaturale, ne ricalcarono le orme: Novalis, Heine, Kingsley, Lenin, a loro volta emulati da epigoni storicamente più vicini al nostro tempo, i cui nomi non val la pena citare, sia per la debole consistenza effettiva sia perché si correrebbe il rischio di trasformare questo articolo in un elenco telefonico.
La geopolitica del nostro tempo, di fatto, riproponendo in modo drammatico l'eterno scontro tra Occidente e Oriente, pone i "pensatori" (e anche gli scienziati) di fronte al terribile dilemma se riconsiderare o meno l'approccio semantico con le religioni, che dello scontro costituiscono l'elemento fondamentale, accantonando definitivamente quelle formule cerchiobottiste che consentono di salvare capra e cavoli in ossequio al famoso detto di H. L. Mencken: "Il gregge è gregge e ha bisogno di un ovile". Mai come oggi sarebbe necessario dire al gregge che non esistono ovili sicuri nei quali trovare conforto e sedare le proprie paure e che tutto ciò che abbiamo incamerato a livello di formazione personale va messo in discussione e bisogna ripartire da zero in ogni campo, eccezion fatta per la scienza, che si evolve con processi diversi da quelli del pensiero e può essere oggetto di speculazione dottrinaria, anche in contrapposizione, solo tra quei soggetti convenzionalmente chiamati "scienziati", molto diversi dai tanti patetici figuri, politici e giornalisti compresi, che giocano a fare gli scienziati nei salotti televisivi e sui social.
Sarebbe necessario, ma già il condizionale indica la titubanza, il dubbio, la perplessità. Il già citato Mencken, che in quanto a certezze assolute non era secondo a nessuno, nel celebre saggio "Il trattato sugli dei", asserisce testualmente: "La religione fu inventata dall'uomo, così come dall'uomo furono inventate l'agricoltura e la ruota, e in essa non v'è assolutamente nulla che giustifichi la credenza che i suoi inventori avessero l'ausilio di potenze più alte, terrene o d'altra natura. In alcuni suoi aspetti, essa è estremamente geniale, in altri di commovente bellezza, ma in altri ancora è così assurda da rasentare l'imbecillità". Cesellando poi il rapporto tra le varie religioni, crea un parallelismo disfattistico tra quelle indiane e il cristianesimo: "La vera patria delle apocalissi e delle escatologie è l'India. Si sono inventati più paradisi e inferni qui, che in tutto il resto del mondo, e la loro influenza è visibile in tutte le teologie moderne; la verità è che la teologia cristiana - come ogni altra teologia - non è soltanto contraria allo spirito scientifico, lo è anche ad ogni altro tentativo di pensiero razionale. [...] L'unico vero modo per conciliare scienza e religione è di istituire qualcosa che non sia scienza e qualcosa che non sia religione".
Se il suo pensiero, poi, si può riassumere nella riflessione sulla teologia, ritenuta "il tentativo di spiegare l'inconoscibile nei termini di ciò che non vale la pena conoscere", il riconoscimento tributato al cristianesimo, "sola fra le religioni del mondo ad aver ereditato un contenuto estetico che la rende un'opera d'arte così potente da consentirle di sopravvivere alla sua stessa decadenza", si possono ben comprendere, come accennato all'inizio del paragrafo, i terribili quesiti che deve porsi qualsiasi intellettuale serio: è pronta l'umanità ad accettare l'idea che da polveri stellari ebbero origine, più o meno quattro miliardi di anni fa, i primordi vitali del genere umano? Tutta l'umanità, in egual misura e allo stesso tempo? In Occidente e Oriente?
Se la risposta è "no" - e ovviamente non potrebbe che essere "no" - è giusto forzare la mano al di là delle mere riflessioni soggettive contenute in tanti saggi, bilanciate però da altre riflessioni di segno opposto? O bisogna rassegnarsi all'idea che una generosa illusione, per la moltitudine delle persone, sia da preferire a una negazione comunque preconcetta?
Ciascuno può rispondere come meglio ritenga opportuno, a quest'ultimo quesito, in funzione della propria sensibilità, del livello culturale, dell'approccio con la vita e con il prossimo. Il "sì" e il "no", mai come in questo caso, hanno pari dignità e possono mettere sulla bilancia, in egual misura, ragioni più che valide, inevitabilmente destinate ad annullarsi reciprocamente. Le vicende umane, ovviamente, seguono un corso che prescinde dalla volontà dei singoli e quindi la cosa più sensata che si possa fare è tentare di rendere più comprensibile "ciò che accade".

LO SHOCK AFGANO
Siamo tutti scioccati per le tragiche notizie che giungono quotidianamente dall'Afghanistan, sempre accompagnate da immagini raccapriccianti. Gli eventi sono precipitati così velocemente da risultare per certi versi incomprensibili, anche alla luce delle notizie riportate dai media nei giorni immediatamente successivi alla partenza dei soldati statunitensi. Si è detto di tutto e di più, con "preoccupate" previsioni sulle possibili conseguenze del ritiro, cresciute d'intensità a mano a mano che i talebani conquistavano senza troppa fatica intere città. Giunti a una sessantina di chilometri da Kabul, il grido di allarme si è levato ancora più impetuoso in tutto il mondo: "Occorre intervenire subito; la capitale cadrà nel giro di tre-quattro mesi al massimo". "No - sentenziavano altri - se non si agisce in fretta per fermarli (nessuno diceva come fermarli, tuttavia), cadrà nel giro di due mesi!" Eccezion fatta per pochissimi analisti, quindi (tra i quali chi scrive, che aveva ampiamente previsto il repentino disfacimento dell'esercito afgano, vuoi per paura vuoi perché in massima parte solidale con i "confratelli" che avrebbe dovuto fermare), i capi del mondo, a cominciare da Biden, i soloni di Bruxelles, i direttori e gli opinionisti delle grandi testate con stipendi da favola, sono rimasti a bocca aperta quando i sessanta chilometri sono stati coperti in quattro giorni e i talebani si sono presi pure lo sfizio di non entrare subito a Kabul, per consentire ai soldati americani e a molti occidentali di svignarsela a gambe levate.
Quello che è accaduto dopo, e sta ancora accadendo, è cronaca quotidiana. È perfettamente inutile, quindi, ribadire come il Paese sia precipitato indietro di venti anni, quanto siano estranei alla civiltà gli attuali detentori del potere, le atrocità commesse, la triste condizione delle donne, la sofferenza dei bambini, le complesse conflittualità interetniche tra le varie tribù e quelle più radicate che oppongono Sciiti e Sunniti, le ingerenze interessate delle potenze che con i talebani solidarizzano, i rischi connessi dall'alto numero di profughi: queste cose, tutto sommato, risaltano nei media, talvolta con servizi e commenti sui quali non vi è nulla da obiettare.
Anche le responsabilità dell'Occidente, e degli USA in particolare, vengono diffusamente trattate con dovizia di particolari, collegandole a quelle che hanno determinato la nascita dell'ISIS (su CONFINI ne abbiamo parlato nel numero 40, gennaio 2016, pag. 4) e addirittura alla disastrosa campagna vietnamita degli anni Settanta, conclusasi con analoga ignominiosa fuga in elicottero dei diplomatici. Gli approfondimenti seri, quindi, per chi ne abbia voglia, non sono difficili da reperire e solo per facilitare il compito segnalo l'ultimo numero di "Limes", intitolato "Lezioni afghane", che mi sono sciroppato in rete prima dell'uscita in edicola (18 settembre): offre davvero una visione esaustiva della complessa vicenda, senza tralasciare il ruolo dell'Italia.
Essendo il "come", quindi, ampiamente e ben trattato, ciò che risulta più utile, per "completare il discorso", è una visione d'insieme che consenta di comprendere "il perché" di certe cose. Per farlo, come sempre, occorre partire da lontano.

ORIENTE E OCCIDENTE
"Oriente e Occidente: nella storia del mondo, questo incontro non soltanto è d'importanza primaria ma rivendica anche un suo posto peculiare. Esso indica la direzione principale della storia, l'asse che si orienta sul corso del sole. Illuminato fin dai primi albori, è un modello che continua a svilupparsi fino ai giorni nostri. I popoli si presentano sull'antico palcoscenico e nell'antico intreccio con una tensione sempre nuova".
Si potrebbe tranquillamente iniziare in questo modo, "oggi", un trattato che affronti le tematiche legate al confronto-scontro tra Oriente e Occidente. Il paragrafo citato, invece, risale al 1953 e figura all'inizio dello stupendo saggio di Ernst Jünger, "Il nodo di Gordio", che offre spunti di notevole interesse, proprio alla luce di ciò che sarebbe accaduto dopo, a riprova della grandezza e della lungimiranza di un uomo che sapeva guardare oltre gli steccati delle miserie umane e cogliere la vera essenza della storia. Dell'Oriente avverte "tutto il peso", restando colpito dai re persiani e dai loro satrapi, dagli scià e i khan, dai condottieri di immense schiere e colonne "sulle quali ondeggiano stendardi stranieri". Gli sconvolgimenti iniziati con l'invasione russa dell'Afghanistan (causa della nascita di Al Qaida) e proseguiti con quella americana; la crisi irachena mal gestita dai Bush padre e figlio (causa della nascita dell'ISIS); la guerra civile in Siria; l'esplosione del terrorismo fondamentalista; i terribili attentati negli USA e in Europa; i disordinati e drammatici flussi migratori; i ricatti di Erdogan; le ingerenze russe e cinesi, per lo più di natura economica; le sofferenze dei curdi e degli armeni; le prepotenze dei tiranni amici dei terroristi sistematicamente ignorate dai governi occidentali, adusi a celare la mancanza di coraggio nel prendere il toro per le corna dietro la comoda "ragione di stato", cinicamente espressa alla faccia delle tante vittime dei tiranni; tutte queste cose e molte altre ancora, che per noi rappresentano oggetto di quotidiane discussioni, studi, analisi, sono estranee a Jünger, che può solo fare affidamento, per le sue riflessioni, su ciò che vede in quegli anni e sul "passato". Nondimeno le nozioni di cui dispone bastano e avanzano per fargli dire ciò che noi avremmo scoperto a nostre spese: "Di fronte a queste immagini (luoghi e persone del mondo orientale, N.d.R.) impallidisce la minaccia di una sconfitta ad opera di genti a noi affini, di eguali in una guerra di popoli e perfino in una guerra civile.
Con i neri dagli occhi obliqui, con i piccoli gialli sorridenti, con i cavalieri dalle ispide chiome, con i giganti dagli ampi zigomi, è un nuovo sole quello che spunta. Come statue di divinità straniere, essi si stagliano sulle colline, davanti alle loro tende, nel palazzo conquistato. Verso di loro sale il fumo dei grandi incendi simili a fuochi sacrificali; il sangue delle stragi, le urla delle donne violentate annunciano l'inizio del loro potere. I loro condottieri non somigliano ad Alessandro, il modello dei principi e dei comandanti occidentali; come per Gensis Khan, la gloria e la potenza per essi consistono nel non avere mai pietà".

Eccolo citato, quindi, il nome di colui che ci "apre la mente", rivelandoci la vera essenza di un mondo che ancora oggi stentiamo a comprendere, solo da lui sconfitto proprio perché lo aveva ben compreso, a differenza di Calo XII a Poltawa, Napoleone a Mosca, Ernst Paulus a Stalingrado, ai quali si sarebbero aggiunti coloro che ci avrebbero provato dopo, con analoghi disastrosi risultati. Alessandro capì che prima di sconfiggere un grande re doveva sconfiggere "i grandi spazi" nei quali si avventurava e imporsi nel rispetto di regole ben precise, che trascendevano tanto la pur eccellente formazione militare quanto il nobile retaggio dinastico, arricchito dagli insegnamenti aristotelici. Capì queste cose e vinse.
Secondo l'antica profezia, chi fosse stato in grado di sciogliere l'intricato nodo di Gordio avrebbe avuto il dominio del mondo. Nessun essere umano poteva riuscirvi, cimentandosi nell'impresa a mani nude, nemmeno Alessandro, che dopo un paio di inutili tentativi sguainò la spada e troncò il nodo con un fendente. "La spada così maneggiata - ci ammonisce Jünger - è spirituale: è lo strumento di una decisione libera e risolutiva ma anche di un potere sovrano. Il nodo racchiude la costrizione del destino, l'oscuro intreccio di segreti, l'impotenza dell'uomo di fronte all'oracolo. […] Nessun sovrano asiatico avrebbe potuto concepire l'idea di Alessandro, nessuno di essi avrebbe potuto prendere tale decisione. […] Come tutte le grandi immagini, il nodo di Gordio è sempre presente e attuale. In quanto simbolo del potere ctonio e dei suoi vincoli, si ripresenta ad ogni incontro tra l'Europa e l'Asia e ogni volta deve essere nuovamente tagliato. E ciò significa un incontro carico di fatalità".
Già, un incontro carico di fatalità, nel mondo moderno bloccato dall'ipocrisia figlia dell'illuminismo, che impone all'uomo di giustificare con alibi menzogneri le azioni bieche, perché comunque la si giri, quando si attacca un popolo per sottometterlo, per piegarlo alla propria volontà, sempre di azione bieca si tratta. Occorre considerare, tuttavia, che se l'ipocrisia, anche malcelata, può funzionare nell'Occidente per vincere le elezioni e intrattenere rapporti di ogni tipo con i vari tiranni che risultano comodi, preziosi e rassicuranti amici, quando ci si spinge troppo a Est non funziona più, a meno che non si recida ancora una volta con un colpo di spada il nodo di Gordio, la qual cosa tradotta in termini attuali vuol dire trasformare le farlocche e fallimentari "missioni di pace" per esportare la democrazia in vere azioni di guerra per sottomettere i popoli e dominarli con formule di neo-colonialismo. Cosa possibile, ovviamente, perché nemmeno i bambini dell'asilo credono alla bufala dell'invincibilità degli afgani, siano essi espressione dell'esercito regolare che sconfisse i russi con l'aiuto dei talebani e dei muj?hid?n (sostenuti dagli USA e loro alleati) in virtù della conformazione geografica del territorio, ritenuto impossibile da espugnare, o espressione dei talebani che in venti giorni hanno conquistato il Paese, mettendo fuori gioco l'esercito regolare armato e istruito dalle potenze occidentali nonché i gruppi ribelli a loro ostili. Se lo si volesse davvero, l'Afghanistan potrebbe essere "conquistato" in un mese da una vera coalizione occidentale, recidendo di nuovo il "Nodo di Gordio". Certe cose, tuttavia, sono complicate anche per i più cinici e bugiardi governanti occidentali e sarebbero possibili solo con un novello Alessandro Magno che, allo stesso tempo, fosse in grado di tirare il fendente, bloccare sul nascere ogni possibile conseguenza nefasta e imporre un nuovo ordine mondiale che legittimasse anche la sottomissione di quei popoli che tagliano teste come se fossero punte di asparagi e trattano con più rispetto i serpenti velenosi che le donne, per tacere di tutto il resto. In mancanza, le cose sono quel che sono, ossia quelle che vediamo e subiamo. Cerchiamo, quindi, quanto meno di non mistificarle, cosa che diventa più facile se variamo la prospettiva di osservazione.

I TALEBANI DI CASA NOSTRA
Il primo dato che emerge da un'accorta lettura della fallimentare politica occidentale in Oriente è una sorta di inversione dei ruoli, in parte favorita dalla perdita di credibilità della classe politica, che però invece di suggerire alle masse pacate riflessioni, per indurle a fare ammenda anche dei propri errori, soprattutto nella scelta dei rappresentanti politici, ha generato reazioni isteriche e violente, per di più rivolte contro chi dello sfacelo era meno responsabile. Sono ancora nitide nella mente le immagini dell'attacco al Campidoglio perpetrato dai fans di Trump, che si può definire la tragica e logica conseguenza di venti anni di rabbia, incomprensioni e delusioni di una buona fetta di quel popolo americano incapace di guardare al di là del proprio orticello. Le masse incolte e irragionevoli hanno sempre bisogno di un capro espiatorio quando la rabbia raggiunge livelli tali da non poter essere più controllata e a un abile mestatore basta poco per manovrarle a proprio vantaggio. Gli americani che avevano creduto alla bufala delle armi di distruzione di massa, al ruolo messianico degli USA come modello di civiltà e di democrazia da esportare e da imporre a tutti i Paesi del mondo, alleati e nemici che fossero, e che davvero ritenevano di avere nobilmente sacrificato tante vite umane per rendere "civili e simili a loro" Paesi come Iraq e Afghanistan, rendendosi conto dell'abbaglio, dell'inganno, sono divenuti loro simili a quei terribili nemici che si pretendeva di redimere, a riprova che cellule di "talebanismo e di fondamentalismo" sono presenti anche nel "civilissimo" Occidente e basta poco per dare loro alimento.
Dobbiamo imparare a leggere bene questo aspetto del nostro essere, per evitare l'errore di sentirci giudici in grado di emettere sentenze "giuste", di condanna per taluni, assolutorie per altri. Dobbiamo imparare a guardare bene dentro noi stessi, per dare un'esatta dimensione ai nostri pensieri e alle nostre azioni, rinunciando alla stupida presunzione che ci porta a ritenere di poter dire la nostra su ogni cosa e di avere sempre ragione. E dobbiamo sforzarci, soprattutto, di rendere sempre meno "veritiera" la già citata frase di Gramsci sulla storia maestra senza allievi, perché nulla più della conoscenza di "ciò che siamo stati e da dove veniamo" ci consente di comprendere ciò che siamo e dove possiamo andare.
Per rendere davvero maestra la storia, però, occorre destrutturarla, ossia depurarla dalle troppe mistificazioni, impresa non certo facile perché quasi tutta la storia è da esse contaminata. Ne abbiamo già parlato in passato, con riferimento alle distorte rappresentazioni delle crociate, del risorgimento, dei nativi americani fatti passare per crudeli assassini in tanti libri e film prima che si rendesse evidente il loro feroce sterminio da parte dei coloni partiti alla conquista del West, delle guerre mondiali. A conclusione di questo articolo aggiungiamo un altro tassello, cercando di inquadrarlo in un'ottica la più vicina possibile all'argomento trattato, per far meglio emergere i talebani di casa nostra e anche quel pizzico di talebanismo più diffuso di quanto si pensi in larghi strati della popolazione.
Iniziamo col guardare i monumenti che popolano le nostre piazze e a meglio approfondire cosa essi realmente esprimano, al di là delle rappresentazioni imposte dalla storiografia ufficiale: Garibaldi "eroe dei due mondi", Vittorio Emanuele II "re galantuomo", Cialdini, La Marmora, Bava Beccaris, La Farina e tanti altri protagonisti della nostra storia, presenti anche nelle piazze e nelle strade di città dove hanno compiuto efferati e inutili massacri di inermi cittadini. Guardiamoli da un'altra prospettiva, cercando di andare oltre le apparenze.
Vittorio Emanuele I è noto come re "tenacissimo", ma in realtà era solo uno zuccone, come ci ricorda Lorenzo del Boca nel prezioso saggio "Il maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere" (Piemme editore, 2017): "poca intelligenza, niente cultura e scarsa personalità", caratteristiche non certo ideali per un monarca, che ovviamente non potevano certo suggerirgli le azioni più consone da adottare in momenti delicati. Esauritosi il ciclone napoleonico, durante il quale si era comodamente rifugiato in Sardegna, che a Napoleone non interessava in virtù del radicale sottosviluppo, ritornò in pompa magna a Torino, "parrucche incipriate comprese", sì da indurre Massimo d'Azeglio a scrivere testualmente nel diario: "In quel cocchio, con quella faccia da babbeo ma altrettanto da galantuomo, girò fino al tocco dopo la mezzanotte, passo passo per le vie della città, fra gli "evviva" della folla, distribuendo sorrisi a dritta e a manca". È superfluo ribadirlo, ma ribadiamolo lo stesso: la folla plaudente era la stessa che cantava la Marsigliese all'arrivo dei francesi.
Riconquistato il potere, invece di trarre vantaggio dall'epopea napoleonica, che qualcosa di buono aveva lasciato, spostò subito le lancette dell'orologio indietro di diciotto anni (agendo né più né meno di come hanno agito i talebani, che le hanno spostate indietro di venti anni), abrogando le nuove leggi e ripristinando le vecchie, con provvedimenti che a leggerli oggi sembrano barzellette d'avanspettacolo: chiuse il valico di Moncenisio perché era stato inaugurato da Napoleone; voleva anche far saltare per la stessa ragione un ponte sul Po, pericolo scongiurato solo perché da un lato sorgeva la villa della regina, che avrebbe potuto subire danni. Coloro che avevano ricevuto onorificenze durante il passato regime se le videro revocate, ricevendo anche l'accusa di collaborazionismo con il nemico (cosa analoga sta accadendo a tanti afgani, oggi, trucidati dai talebani per aver "lavorato" negli ultimi venti anni alle dipendenze degli occidentali).
I valdesi e gli ebrei, che con Napoleone avevano goduto di un briciolo di libertà, furono nuovamente ghettizzati e costretti a disfarsi in fretta dei beni immobili, svendendoli, per non vederseli espropriati, cosa che non riuscì a tutti. (I talebani, sunniti, considerano loro nemici i connazionali sciiti, combattendoli e ghettizzandoli, alla pari di tante altre minoranze etniche, ritenute a loro non affini; paradosso del paradosso, i terroristi dell'ISIS, che ai cugini talebani contendono il primato mondiale di ferocia e integralismo, considerano questi ultimi degli "impuri" all'interno della comune corrente sunnita, in quanto di etnia Pashtun e politicamente compromessi con gli USA, dai quali furono aiutati nella guerra contro i russi).
Nella "Norma" di Bellini si parlava di "libertà", parola sconcia e pericolosa, che fu sostituita con "lealtà". (I talebani sono solo leggermente più drastici, perché loro sognano un mondo nel quale la musica scompaia del tutto: "La musica è proibita nell'islam, ma speriamo di poter persuadere le persone a non fare queste cose, invece di fare pressioni". Così si era espresso a fine agosto Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, intervistato dal New York Times. Nel frattempo, tanto per far capire la consistenza della "pressione", in caso di fallimento della "persuasione", i suoi amici avevano provveduto a sparare un colpo in testa al cantante Fawad Andarabi e qualche colpo in più al comico Nazar Mohammad, dopo averlo duramente malmenato). Quanti esempi comparativi di questo tipo potremmo elencare, partendo dalla caduta di Romolo Augustolo ai giorni nostri? Migliaia, o addirittura decine di migliaia.
Oggi abbiamo i "no vax", che incarnano il talibanismo pseudo-scientifico e rappresentano un pericolo pubblico per il rifiuto di vaccinarsi, arrivando addirittura a minacciare di morte gli scienziati che si affannano a ribadire, un giorno sì e l'altro pure, che al momento il vaccino rappresenta l'unica arma efficace contro la pandemia. E anche il mondo "no vax", accomunato dalla comune fede contraria ai vaccini, è costellato di sette ciascuna delle quali depositaria di proprie verità assolute. Tentare di catalogarle esaustivamente è impresa più ardua del districarsi tra quelle del mondo islamico e pertanto ci limitiamo a parlare solo di Francesca, una bella signora romana, che simbolicamente le rappresenta tutte. Ex grillina, è rimasta fulminata sulla strada di Damasco (pardon, del campidoglio capitolino) da quel tipo pittoresco che capeggia l'armata brancaleone del centro-destra in gara nelle prossime elezioni amministrative, aduso a conquistare i possibili elettori parlando molto bene di un certo Cesare e di un certo Augusto, che tanto hanno fatto per Roma, inducendo migliaia di cittadini a chiedersi reciprocamente che mestiere facciano questi due illustri personaggi e dove reperire gli indirizzi dei loro profili Facebook e Instagram. E fin qui niente di male, ovviamente, perché c'è di peggio sul fronte del trasformismo politico.
La bella signora Francesca, però, non solo è una convinta no-vax, ma sostiene che "la pandemia è stata pianificata per decenni, tutto è stato orchestrato con frodi di massa, corruzione globale, censura senza precedenti ed estrema corruzione nei media e nei governi". Ogni teoria, ovviamente, per essere credibile ha bisogno di validi sostegni scientifici e, nel caso in cui denunci azioni nefaste, anche di colpevoli ben individuabili. Ecco, quindi, il carico da dieci. Il piano dei poteri forti sarebbe quello di sterminare la popolazione mondiale perché siamo troppi sul Pianeta; Conte è al servizio del capitalismo finanziario e degli occulti piani del nuovo ordine mondiale; il ministro della Salute Speranza è un ebreo askenazita formato dalla McKinsey, che riceve ordini dall'élite finanziaria ebraica. La decimazione della popolazione mondiale consentirebbe un più funzionale controllo dei sopravvissuti, grazie al vaccino dotato di microchip e alle funzioni del 5G. Per dovere di cronaca devo precisare che Michetti ha preso le distanze dalla sua candidata, togliendole il simbolo e di fatto ritenendola "incandidabile e ineleggibile", anche se oramai non è possibile escluderla dalla lista. Gesto senz'altro apprezzabile, ma configurabile come la classica rondine che non fa primavera: come lei, e in tutti i campi, ce ne sono davvero troppi.

CONCLUSIONI
Che cosa fare, quindi, in un mondo che non può fare a meno né dell'oppio dei popoli né dei tiranni che di esso si servono?
Né più né meno quello che abbiamo sempre fatto: recitare la nostra parte, quale che essa sia. La commedia umana andrà avanti così ancora a lungo, perché per ora non c'è speranza di vedere spuntare all'orizzonte un cavallo bianco cavalcato da un novello Alessandro Magno. Il nodo di Gordio, quindi, resterà intrecciato e in tanti continueranno a farsi male tentando di scioglierlo nel modo sbagliato, mentre noi occidentali ne pagheremo le conseguenze, ma senza arrabbiarci più di tanto. Del resto le vere cose importanti sono le vacanze e la movida. Tutto il resto è noia.
 
   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Giuseppe Marro    
       
    FONDAMENTALISMI    
    Il più subdolo dei fondamentalismi rende schiavi con l'illusione di essere liberi.

Lo schiavo più docile è colui che presume di essere libero e che, di conseguenza, è inconsapevole della propria condizione subalterna. Una condizione che è mentale e che influenza i comportamenti sociali e politici, gli stili di vita, i consumi, omologando i gusti, i tic e i tabu secondo i desiderata del Leviatano e dell'eggregore egemonico. L'ultimo uomo - per citare Nietzsche - è l'occidentale (e l'occidentalizzato) moderno, talmente condizionato dalla narrazione corrente dall'essere convinto che il suo sia il migliore dei mondi possibili, da imporre con la persuasione o con la forza al resto del pianeta recalcitrante e fermo sul suo universo di valori. Ci troviamo difronte ad un integralismo di segno diverso rispetto a quelli religiosi o, per meglio dire, figli della religione del Libro e dei monoteismi originati nel vicino oriente, ma che ha alla base un identico profilo antropologico e psicotico rispetto ai secondi: "stabilire la propria egemonia in campo religioso, politico e culturale, rifiutando qualsiasi alleanza o collaborazione con partiti o movimenti d'ispirazione ideologica diversa" (così la Treccani alla voce integralismo).
E' un fondamentalismo laico, democratico, liberale, scientista, aperto a quella retorica dei diritti civili e della pedagogia gender che appassiona solo europei ed americani - e neanche tutti - ma che sono totalmente estranei al sentire comune del resto degli abitanti del pianeta. Un approccio infantile e superstizioso che ha prodotto - come l'ha definito Alain De Benoist - quel disincanto del mondo originato dalla cultura illuminista, dalla filosofia materialista e dall'economicismo mercatista e poi iberista, in un processo dissolutivo durato tre secoli fino alla attuale dittatura del pensiero unico dedito alla decostruzione di punti di riferimento, limiti, identità, in una società liquida (descritta da Z. Baumann) e aperta (esaltata con sinistro fanatismo da K. Popper e J. Attali) alle influenze dell'infraumano (secondo i fondamentali insegnamenti di Evola e Guénon sugli stati dell'essere) per preparare l'avvento di un rizoma umano (Deleuze e Guattari) ibridato con le macchine. E' il mondo post moderno - allucinato e allucinante - frutto marcio del liberalismo, unica ideologia imperante dopo le guerre e le fibrillazioni del Novecento.
Strumenti di tale oscuro condizionamento sono gli organi di stampa mainstream, le televisioni, i social network, il cui compulsivo utilizzo sta formando generazioni di webeti dal comportamento autistico e privi di senso critico. Assistiamo alla involuzione dei sedicenti "professionisti dell'informazione" dal giornalismo alla comunicazione di interessi inconfessabili, falsari che hanno abiurato i doveri deontologici per prestarsi - lautamente ricompensati - alla manipolazione delle informazioni, occultando ciò che è scomodo ai loro padroni o che contraddica la narrazione politicamente corretta, fino ad inventare di sana pianta notizie infondate o pompate. Ogni tanto questi facitori autorizzati di fake news vengono smascherati clamorosamente, come quando tre tra i più noti giornalisti televisivi , per esaltare le capacità balistiche dell'egemone, fecero passare come autentico attacco con droni le immagini di un videogioco. Oppure quando, dopo la vittoria elettorale di Trump, una nota giornalista della Rai si fece sfuggire una recriminazione lamentando - tradendo la sua indole da agit-prop - a cosa servissero loro giornalisti se poi la gente vota diversamente. Ovviamente tali figuracce hanno suscitato l'ilarità degli addetti ai lavori, i quali però si sono ben visti - con rare eccezioni - dal renderle pubbliche o dal sottolinearle.
Dall'epoca degli esperimenti di Pavlov sui riflessi condizionati dei cani, le tecniche manipolative si sono talmente evolute da raggiungere un livello di raffinatezza tale da renderle imperscrutabili ai più e soprattutto ai saccenti acculturati (analfabeti di ritorno con la laurea in tasca ma incapaci di comprendere ciò che leggono o vedono, secondo quanto dimostrato dagli ultimi impietosi studi statistici sul livello di preparazione dei diplomati e dei laureati). Il maggior linguista e scienziato cognitivo contemporaneo - Noam Chomsky - ha descritto nei particolari le tecniche di manipolazione attuate con minuziosa determinazione dal mainstream lavorando sui tempi lunghi, tanto dal rendere accettabile e normale ciò che era considerato inconcepibile e abominevole soltanto qualche decennio prima. Innanzitutto si crea o si strumentalizza un problema, innescando la paura e indicando con gradualità crescente soluzioni già decise a priori. Ingrediente fondamentale dunque è la paura, creare il panico. Il meccanismo fu spiegato da uno dei maggiori gerarchi nazisti, durante il processo di Norimberga, quando gli fu chiesto come avessero fatto a portarsi dietro un popolo colto e civile come quello tedesco; la risposta fu agghiacciante nella sua semplicità: tramite la paura, disse, perché instillando e soffiando sulla paura si può far fare ciò che si vuole a qualsiasi popolo.
Altro elemento fondamentale della manipolazione collettiva è la gradualità, in modo da assuefare lentamente - per non provocare allarme - le masse ad accettare, per esempio, la perdita dei diritti costituzionali alla mobilità, al lavoro, alla stessa vita affettiva e alla libertà di cura. Preso a piccole dosi, ogni organismo si abitua al veleno fino ad accettarlo come ineluttabile, anzi normale. Chomsky spiega questa tecnica con la metafora della rana bollita: la rana nuota liberamente nella pentola e quando si accende la fiamma trova gradevole l'iniziale tepore, l'acqua diventa più calda ma la rana quasi non se ne accorge e continua a nuotare, fino a quando il crescente calore non ne ottunda i sensi e la capacità di reazione; ormai è troppo tardi per reagire e la rana si trova bollita senza aver opposto alcuna resistenza; se la rana fosse stata immersa direttamente nell'acqua bollente sarebbe fuggita. Con gradualità le masse saranno indotte ad accettare riforme draconiane (quando liberali, liberisti e tecnocrati parlano di riforme intendono lacrime e sangue per la popolazione), trattandole come bambini gli si dirà che andrà tutto bene, che se fanno i bravi avranno la ricompensa (come i cani di Pavlov), che accettare limitazioni alla libertà e l'inoculazione di sieri magici sarà il prezzo momentaneo da pagare affinché torni tutto come prima.
Il messaggio manipolatorio, per essere efficace, deve emozionare. Di qui l'insistenza sulle sofferenze, onde inibire il senso critico, e la rimozione iniziale - poi seguita dalla negazione, se la verità nonostante tutto dovesse cominciare pericolosamente a circolare - di ciò che funziona o che può funzionare (per esempio le cure, attuate con successo da migliaia di medici contravvenendo alle linee guida imposte). Emozionare gli ingenui e, allo stesso tempo, demonizzare coloro che non si adeguano additandoli a bersaglio delle paure dei primi, distogliendo così le masse dai loro veri nemici ovvero gli stessi manipolatori e i loro padroni. Divide et impera. Si arriva in tale guisa a giustificare la cancel culture e l'abbattimento delle statue, il rogo dei libri all'indice, il divieto dello studio dei classici e della filosofia in quanto retaggio di una pretesa cultura razzista, xenofoba, paternalista, in un delirio di neo puritanesimo e di fondamentalismo laico, liberal e radical chic che ebbe in Umberto Eco e Furio Jesi i suoi primi cattivi maestri.
Per fortuna c'è ancora chi resiste alla manipolazione, conservando la capacità di mantenere una visione della realtà per quella che è e non per come viene rappresentata e facendo proprio il detto Sufi che recita "Nulla è come appare" oltre all'insegnamento buddhista sulle due verità. Uno di questi è Alexandr Dugin - non a caso definito dalla stampa di Wall Street il "più pericoloso filosofo vivente" - il quale indica in una Quarta Teoria Politica l'unica alternativa possibile per salvare l'umanità e il pianeta dalla catastrofe. Una quarta teoria politica che - prendendo atto della fine della seconda teoria (il comunismo) e delle terze vie (nazionalismi, fascismo) - faccia uscire l'umanità dall'incubo della dominante prima teoria politica (il liberalismo) e della sua dittatura soft fatta di pensiero unico, globalismo e post umanità.
   
       
       
         
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