TEMA DI COPERTINA  
    di Piérre Kadosh    
       
    IL RAGAZZO CON LA PISTOLA    
   
Mi telefona il mio amico Franco, il tono è concitato: "I compagni stanno assaltando i nostri che occupano l'università, ci sono pure i metalmeccanici, sarà un massacro..."
Penso subito ai miei colleghi ed amici di "Università Europea" che ho lasciato poche ore prima, dopo aver finito il mio turno di "occupazione" a Scienze Politiche, mia sorella è tra loro...
Senza un attimo di esitazione prendo la pistola - una Beretta calibro 9 - che poche settimane prima un camerata, Sergio, oggi sindacalista di spicco nella Triplice, mi aveva prestato per il solo fatto che glielo avevo chiesto (io 18 anni, lui qualcuno di più) e mi precipito fuori, verso l'università sotto assedio.
Misi le ali ai piedi quella sera, correndo come mai avevo fatto, in tasca quella strana, pesante e insolita presenza...
Arrivo all'angolo di via Mezzocannone (una traversa dove si apre un ingresso laterale dell’università Federico II ndr) trafelato ma deciso, lì trovo un gruppetto di amici intenti ad osservare il campo di battaglia: fuori l'Università Centrale centinaia di operai, adulti ed armati di spranghe e catene spingono dentro un enorme carro scala che useranno poco dopo, a mo' di ariete per cercare di sfondare i cancelli di Scienze Politiche in cui sono asserragliati i nostri. Clamore e fragore. Ad un tratto, dall'ingresso laterale vedo una marea umana inondare il cortile della Minerva ed i viali laterali per impedire che qualcuno dei nostri potesse sfuggire da qualche finestra.
Non ci vidi più, estratta la pistola mi lanciai, solo e urlante, contro quel muro umano, qualche coraggioso mi seguì.
Al primo colpo in aria la moltitudine tentennò, al secondo se la diede a gambe, mi sentii un eroe.
I compagni chiesero subito l'intervento della polizia, mi dileguai ma i nostri poterono uscire, sia pure sotto scorta.
Negli anni mi son chiesto più volte: ma quella pistola, che avrebbe potuto segnare per sempre la mia esistenza, di chi era davvero?
   
   
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Antonino Provenzano    
       
    UN TRADITORE DEL '68    
   
Io potrei essere ritenuto a prima vista, e forse a ragione, un traditore della mia generazione.
Nato in Sicilia, a guerra colà terminata (1944) - e pertanto a tutti gli effetti un "baby boomer" post bellico - nel maggio del 1968, ventiquattrenne, mi trovavo nel fiore di quella pensosa, ma altresì gioiosa e dinamica giovinezza della quale i coetanei di Berkley, della Sorbona, di Praga della "Sapienza" di Roma, della Statale di Milano e di quant'altro "contestando e/o rivoluzionando", davano prorompente sfoggio nelle assemblee, nelle strade e sulle barricate del tempo. Ma, come già detto, ero soltanto un siciliano di Palermo. La primavera del '68 giunse infatti nell'Isola come una sorta di eco lontana, di pertinenza altrui la cui unica manifestazione percettibile fu lo sprezzante appellativo di "capelloni" congiuntamente assegnato, sia dalla borghesia che dal popolino, a chiunque osasse manifestare, fosse anche in forma strettamente tricologica, un sia pur timido cenno di vaghe simpatie contestatrici e/o rivoluzionarie.
Con tali premesse era dunque inevitabile che il fatidico maggio del '68 mi cogliesse in un luogo del tutto antitetico, sia per tipologia che per logistica, ai viali della "rive gauche", ai campus universitari della California o alle barricate di Valle Giulia; mi riferisco a quel tetro palazzo per esami di Stato sito in Roma alla Via Girolamo Induno, 4 . Scopo della circostanza era il tentare di vincere il concorso per una trentina di posti nella Carriera diplomatica della Repubblica italiana. Quindi non soltanto non stavo con i miei coetanei a contestare pubblicamente il sistema, ma al contrario aspiravo addirittura a diventare un dirigente di quello Stato borghese che coloro i quali, almeno per età, avrebbero dovuto essere i miei naturali compagni di avventura tentavano invece (in forme abbastanza amatoriali, questo bisogna ammetterlo) di buttar giù.
Per anni, questo intimo "vulnus" nella storia personale ha fatto capolino in qualche remoto angolo della mia mente contrapponendo, all'intima soddisfazione di aver superato un selettivo esame pubblico, l'amarezza di essermi lasciato sfuggire per sempre una irripetibile stagione di avventure giovanili. E' pur vero che nella seconda metà dei cupi anni '70, circostanze del tutto fortuite ed imprevedibili mi indussero ad una esplicita forma di contestazione "politica" nei confronti di un superiore potere gerarchico proprio in ragione della mancato riscontro in esso, da parte mia, di una qualsiasi forma di Autorevolezza da me ritenuta ormai condizione imprescindibile per il riconoscimento di una qualsivoglia Autorità. Ma questa è comunque un'altra storia, anche se ritornerò su tale riflessione alla fine di questo mio breve scritto.
La predetta dicotomia del non essere stato quindi un sessantottino militante al momento giusto ed essere stato poi costretto, dieci anni dopo, ad essere in qualche modo un pubblico contestatore, mi ha posto comunque nella felice situazione di poter leggere il fenomeno della "rivoluzione" giovanile degli anni '60 dall'ottica bivalente sia di chi ne aveva comunque respirato l'atmosfera ( metabolizzandola, si direbbe oggi , per condizionamento ambientale) sia del distaccato osservatore esterno e neutrale in quanto non direttamente coinvolto nella cronaca dell'evento. Tutto sommato, un buon angolo di osservazione.
E' peraltro ormai condiviso ampiamente il fatto di come le liturgie, i miti, i contenuti, gli atteggiamenti, i presunti insegnamenti e anche il lessico della contestazione sessantottesca (e soprattutto i suoi tragici strascichi terroristici del successivo decennio) abbiano, già da tempo, mostrato definitivamente la corda e di come la maggior parte di essi abbiano preso la irreversibile via del cassonetto della spazzatura. Cartina di tornasole di quanto affermo, sta inoltre nel fatto che i suoi leader (o presunti tali, in quanto il fenomeno ebbe chiari aspetti di spontaneità) mostrano di aver "saggiamente" risposto da lunghissima pezza con un entusiastico ed incondizionato "sì!" (andando quindi ad occupare i più alti livelli del management, della politica, del sindacato, del giornalismo, dell' amministrazione) alla provocatoria domanda che Antonello Venditti pone nella sua splendida canzone "Compagno di scuola" : "dimmi, ti sei salvato dal fumo delle barricate e sei entrato in banca pure tu ? "
Dal punto di vista antropologico sono tuttavia convinto che sarebbe ingiusto continuare ad INFIERIRE su tale generazione di ex giovani (ormai settantenni), nonostante essi siano stati senza dubbio i principali responsabili di quel generale appiattimento culturale, con relativa ignoranza di massa e connessa deriva materialistico/consumista, della nostra attuale società, avendo essi gestito con cinico potere gli ultimi cinquant'anni della nostra storia. Perché mai faccio allora una tale affermazione che attenua di molto le premesse di cui sopra ?
Provo a rispondere :
Confermo che l'immondizia sessantottesca sia stata enorme e che il suo percolato abbia tracimato per lunghi anni ben oltre il '68. Ricordate ? : l''immaginazione al potere', 'l'utero è mio', 'bruciamo i reggi seni', 'la chiave di casa è un diritto', il '18 politico', l''okkupazione', 'assemblea, assemblea!', Marcuse, autogestione, gli angeli del ciclostile, le canne, il sesso libero, 'una risata vi seppellirà!' e, soprattutto, 'vietato vietare'. E potrei continuare per ore. Le sue nefaste conseguenze sono ancora diffuse e ben visibili. I "rivoluzionari" di ieri che contestarono soprattutto l'autorità del "Padre" sono diventati oggi genitori (e nonni) del tutto deboli, molli e permissivi, le mitiche ancelle del ciclostile, virago assertive con assoluto potere dittatoriale su maschi per altro del tutto inadeguati, i loro nipotini una massa di pecore apparentemente anarchiche (Montanelli dixit), ma al contempo del tutto etero dirette da un cinico potere materialista volto soltanto a promuovere un acritico consumismo di inutili prodotti industriali il cui ineludibile espandersi - la cosiddetta "crescita" - è ormai l'imperante, unica fede del mondo contemporaneo.
Eppure .… eppure… eppure, in tutta onestà, una cosa va riconosciuta: l'ottimo Fabrizio De Andrè nella sua "Via del Campo" (avrete ormai capito che adoro la buona musica leggera italiana) afferma : "dal letame nascono i fiori" ed infatti dal grande, confuso e disordinato "letamaio" concettuale del '68 e dalla sua sostanzialmente distruttiva eredità, un fiore è sbocciato: tanto bello e prezioso quanto spontaneo, imprevedibile ed ancor meno coscientemente voluto. La sua prorompente bellezza ha sgretolato con un beffardo sorriso il millenario muro di un ottuso e spesso violento autoritarismo dogmatico e solipsistico. Dal maggio di cinquant'anni fa infatti i sia pur improponibili rivoluzionari di quella spensierata primavera ci hanno trasmesso un unica, forse involontaria ma per molti versi ormai granitica, testimonianza: da quelle giornate l'AUTORITA', per essere riconosciuta come tale e cioè legittimamente accettata con convinzione in quanto vera, non potrà più fare a meno di nutrirsi di un'intrinseca linfa di AUTOREVOLEZZA.
Va da se che il mondo mostra ancora innumerevoli esempi - e forse non cesserà mai di riproporli - di autoritarismo non autorevole basato sulla forza, sul condizionamento psicologico, sul ricatto morale e/o materiale e sulla coercizione di ogni ordine e grado, ma la differenza sta tutta nel fatto che tale "autorità" (sarebbe meglio ormai dire soltanto "potere") sarà subìta dai sottoposti con sofferta consapevolezza e non più acriticamente accettata come valore assoluto di per se stesso. Un'Autorità non riconosciuta come intrinsecamente "autorevole", e quindi basata soltanto sulla forza/violenza, poggerà su piedistalli precari ed instabili da doversi costantemente puntellare e non più in grado, come invece accedeva in passato, di costruirvi sopra imperi millenari basati sull'acritica accettazione di una sua supposta legittimazione "per volere divino" e la cui intrinseca violenza veniva accettata come fisiologica al suo stesso mantenimento. Come il '68 ha infatti manifestato in modo irreversibile, tale sua presunta sacralità dogmatica altro non era che un paravento volto a mascherare un' inconfessabile mancanza di autentica autorevolezza.
E' molto delicata e scomoda, ahimè (!), l'autorevolezza. Essa va infatti acquisita con tenacia e sacrificio, intelligenza e tempismo, ma, una volta raggiunta e consolidata, tende di solito a permanere stabile nel tempo. Per quanto mi concerne, ho coscienza di averne almeno metabolizzato il concetto, pur con tutte le mie personali limitazioni, anche se non mi sfugge il fatto che, per dirla con Woody Allen, anch'essa al momento sembra purtroppo "non sentirsi troppo bene". Infatti così come il '68 ha dato un colpo mortale all'autoritarismo di principio, l'abuso indiscriminato della Rete Internet (se non altro in ottica politica, sociale e culturale) sembra voler dare analogo colpo di grazia a molte forme di presunta autorevolezza (in tale medium, dal momento che TUTTI si manifestano ormai come "competenti" di quanto vanno affermando, ne consegue che NESSUNO è "competente") lasciando intravedere, anche se per ora soltanto in filigrana una qualche paradossale ma non imprevedibile, nostalgia di un certo "autoritarismo". Ad ogni modo ritengo che il concetto della contrapposizione tra Autorevolezza e Autoritarismo regga ancora e goda di ampia condivisione. E per il futuro ? Naturalmente, solo chi vivrà vedrà. Allora è forse giunto il momento di potermi chiedere: con tale mia ormai radicata coscienza dell'insostituibile valore dell'Autorevolezza, debbo ancora continuare a considerarmi un traditore dello storico '68 barricadiero che fù, ovvero posso, al contrario, cominciare a sentirmi soltanto un fortunato erede di quell'UNICO risultato di autentico valore culturale che gli scontri della primavera di cinquant'anni fa abbiano mai prodotto ?


   
       
       
         
    TEMA DI COPERTINA    
    di Lino Lavorgna    
       
    DUE STRADE DIVERGEVANO NEL BOSCO    
   
Il 1968, per me, non fu l'anno della rivolta, delle manifestazioni di piazza, delle occupazioni e delle barricate: fu l'anno della "consapevolezza". Iniziai a comprendere, infatti, di essere "diverso". Una diversità che nei primi tempi generò problemi relazionali, incomprensioni e forti dubbi. Avevo tredici anni, dopo tutto, e non ero certo culturalmente attrezzato per spiegarmi fenomenologie dell'essere che mi avvolgevano in modo frustrante. Sono sbagliato io o loro? Ho ragione io o loro? La "consapevolezza" della diversità, fievolmente e progressivamente incuneatasi nella mente tra i banchi di scuola, fu scandita dalle conseguenze di un evento ben preciso, che avvenne il 6 gennaio 1968. Come ogni sabato, il pomeriggio era dedicato alla visione del programma televisivo "Chissà chi lo sa", presentato dall'indimenticato Febo Conti. Il programma prevedeva una sfida di cultura generale tra alunni delle scuole medie. La squadra vincente si portava nella propria scuola una enciclopedia e ritornava nella puntata successiva. I vari quiz erano intervallati dalle esibizioni di ospiti, per lo più cantanti o attori. Quel sabato furono invitati due giovani artisti del tutto sconosciuti in Italia: il ventenne inglese Barry Ryan e il ventunenne svedese Peter Holm. Il primo cantò una canzone stupenda, "Eloise", caratterizzata da una ritmica incalzante e accattivante, che entrava dentro sin dalle prime note per la straordinaria musicalità. Non parlavo ancora un buon inglese, a quel tempo, e quindi non comprendevo il significato del testo. Nondimeno la canzone mi piacque subito. Peter Holm cantò una canzone dolcissima, "Monya", in italiano, che non si discostava dalle classiche melodie romantiche tanto di moda. Compravo tanti dischi, in quegli anni, e decisi subito che anche quelle due canzoni avrebbero fatto parte della mia collezione. Il negozio di riferimento era "Ricordi", ubicato nella Galleria Umberto I di Napoli. Papà Lorenzo e Mamma Giuseppina non si fecero pregare per esaudire il mio desiderio e così, il mercoledì successivo, con lo spontaneo e ingenuo entusiasmo che solo un tredicenne può avere, ci recammo a Napoli - abitavamo a Caserta - per comprare i dischi e degustare un'ottima pizza nella solita pizzeria preferita dal mio Papà: "Pizzicato", in Piazza Municipio. Ritornai a casa felice, pregustando la gioia di condividere con tutti i miei amici i nuovi acquisti, in particolare lo stupendo brano di Barry Ryan. Da non molto tempo il vecchio giradischi "Geloso" era stato sostituito dallo "Stereorama 2000 De Luxe", pubblicizzato dalla rivista "Selezione del Rider's Digest" e venduto per corrispondenza. (Occorrerà aspettare il 1972 per avere il piacere di tuffarmi nel mondo della stereofonia "seria", con un impianto che sarà progressivamente modificato fino alla metà degli anni novanta).
Con somma sorpresa, però, il mio entusiasmo fu repentinamente smorzato dalle reazioni degli amici. Il pezzo forte era "Eloise", del quale magnificavo la qualità, sicuro che sarebbe stato lo stesso per loro. Avvenne l'esatto contrario: il brano non piacque a nessuno e io fui letteralmente sommerso di sberleffi, anche pesanti, per un entusiasmo evidentemente giudicato non solo eccessivo ma addirittura fuori luogo. "E' un brano che fa letteralmente schifo"; "Ma come può piacerti?"; "Certo che ne capisci di musica tu…" sono solo alcune delle frasi che mi dovetti sorbire, frammiste ai risolini di commiserazione, generalmente tributati a coloro che venivano presi in giro per le loro deficienze. Eppure nel gruppo avevo il mio "peso", che non mi veniva certo disconosciuto. Su quell'evento musicale, però, furono spietati: per tutti avevo preso un granchio. La cosa mi stupì non poco, generando in me forti dubbi. Vuoi vedere che hanno ragione loro? Dubbi che si amplificarono a dismisura settimana dopo settimana: aspettavo con ansia che Lelio Luttazzi, nel programma radiofonico settimanale "Hit Parade", annunciasse l'ingresso in classifica del brano, in modo da dimostrare agli amici che il granchio lo avevano preso loro. E invece nulla. L'Italia intera mi dava torto perché non riuscì a entrare in classifica nemmeno nelle ultime posizioni. I mesi si succedevano l'uno dietro l'altro e di "Eloise", che io continuavo ad ascoltare con immutato piacere, nessuno parlò più. Nel gruppo dei miei amici ero l'unico che leggesse il settimanale "Giovani", che nella sezione dedicata alla musica pubblicava le classifiche dei dischi più venduti in tutto il mondo. "Eloise", di fatto, era prima in classifica dappertutto, tranne che in Italia. Il dato, però, non è che fosse tanto confortante per me. Quelli erano gli anni della prima "formazione", condizionata dagli studi scolastici, dagli insegnamenti dei miei fantastici Genitori, dai consigli sulle letture che la Mamma, maestra elementare, mi propinava con l'amore che solo una mamma sa dare. Nella ricca biblioteca di famiglia troneggiavano i classici della letteratura italiana e, manco a dirlo, il libro "Cuore" di Edmondo de Amicis. Alla pari di tanti miei coetanei fui educato "all'italianità" e alla pari di tanti miei coetanei ritenevo che noi italiani fossimo il migliore popolo al mondo: il più civile, il più evoluto, il più intelligente, il più colto e chi più ne ha più ne metta. A scuola ci avevano insegnato che Muzio Scevola era stato capace di mettere la mano sul fuoco fino a farla bruciare del tutto, per punirsi dell'errore commesso quando decise di assassinare Porsenna; che Costantino era un grande imperatore e che Dio addirittura gli aveva fatto intendere che era dalla sua parte nella battaglia di Ponte Milvio; ci avevano insegnato la storia romana nella sua essenza più idilliaca, celando tutte le verità scomode; ci avevano fatto credere che Garibaldi fosse l'eroe dei due mondi e che ritornò a Caprera con un sacco di patate sulle spalle (e io fesso, alle elementari, piansi a dirotto pensando che nella sua isola e nella vicina Sardegna non vi fossero patate e i bambini come me non potevano mangiare le patatine fritte che mi piacevano tanto); ci avevano fatto credere che Silvio Pellico fosse un grande "patriota" che trascorse "mesi terribili" nello Spielberg; ci avevano fatto credere un sacco di cose. Come mettere in dubbio la nostra superiorità? Gli americani erano i più stupidi: a loro si poteva addirittura vendere la Fontana di Trevi! Il dubbio incominciò a incunearsi, tormentando i miei pensieri. Se il migliore popolo al mondo aveva giudicato negativamente quel brano musicale, molto probabilmente ero caduto io in un grossolano errore. Durante l'estate, però, accadde un fatto curioso. Barry Rayan fu invitato di nuovo in un programma televisivo. Non alla "TV dei Ragazzi", ma in uno di quei programmi del sabato sera, seguitissimi da oltre dieci milioni di spettatori. (Per i più giovani è bene ricordare che in quegli anni vi erano solo due canali: Rai 1 e Rai 2). Nei giorni successivi fu ospite di altri programmi e i conduttori, tutti, ripetevano fino alla nausea quanto fosse bella quella canzone, che da mesi figurava al primo posto nelle classifiche dei dischi più venduti in tutto il mondo. Magicamente, nel giro di pochi giorni, "Eloise" entrò in classifica anche nella "Hit Parade" italiana e Lelio Luttazzi, con quella sua calda ed entusiastica voce, ne lodava i continui avanzamenti, fino al primo posto, che se non ricordo male mantenne ben oltre la fine dell'anno. I miei amici? Nessuno disse nulla. Continuavamo a vederci come avevamo sempre fatto e, tutti, ascoltando "Eloise", manifestavano lo stesso compiacimento da me manifestato sin da gennaio. Nessun riferimento ai pesanti sfottò tributatimi quando a loro la canzone non piaceva. Fu allora che incominciai a comprendere alcune importanti dinamiche "dell'essere". I discografici che avevano lanciato "Eloise" a gennaio si erano resi conto che il lancio non era stato fatto bene e che la semplice presentazione della canzone, ancorché bellissima, non funzionava. Occorreva "orientare" il pubblico affinché fosse accettata, cosa che avvenne con il secondo lancio, nel corso dell'estate 1.
Il sessantotto, analizzato con il senno del poi, ci appare in tutte le sue sfumature che ci consentono di inquadrarlo nell'ottica che scaturisce dalle rispettive visioni del mondo. Seppur ancorato a un'epoca già "storicizzata", è ancora relativamente vicino nel tempo per poterlo analizzare con la serena obiettività che merita qualsiasi epoca storica, senza considerare che, come spesso scrivo, l'obiettività è qualcosa di difficile a prescindere dall'epoca storica di cui si parli. I protagonisti diretti sono i peggiori analisti di ciò che hanno vissuto, proprio perché tendono a offrire una visione partigiana dell'evento. E' indubitabile che il sessantotto abbia favorito l'irresponsabilità; l'appiattimento verso il basso; il ripudio del merito; l'affermazione di ideologie fuorvianti, che via via hanno messo in evidenza i propri limiti, dopo aver prodotto però immani guasti in milioni di persone. Nondimeno lo scossone era inevitabile, perché, in qualche modo, bisognava rompere con un "passato" che stentava a evolversi in un mondo che iniziava a trasformarsi radicalmente. Non vi sono responsabilità oggettive nella nascita del sessantotto perché a nessuno può essere chiesto di andare oltre i propri limiti e i genitori dei ventenni di allora non avevano alcuno strumento per "arginare" la ribellione. Vi sono stati i cattivi maestri della scuola di Francoforte, certo. Ma quelli non sono mai mancati, in ogni epoca, e quindi non possono essere responsabilizzati più di tanto. Non certo tutti i milioni di giovani che hanno alimentato i fermenti di quegli anni avevano letto i loro libri! Le cose, talvolta, accadono perché sono inevitabili. Questo insegna la storia e per quanto attiene il comportamento delle masse, come sempre, si può far riferimento a quanto scritto nelle pregevoli opere di Freud (Psicologia delle masse), di Gustave Le Bon (Psicologia delle folle), di Elias Canetti (Massa e potere) e, soprattutto, nel saggio di José Ortega (La ribellione delle masse). A questo elenco specifico va anche aggiunto il saggio di George L. Mosse: "La nazionalizzazione delle masse" che, seppur riferito precipuamente alle radici del nazismo, presenta riflessioni e parallelismi che possono essere mutuati in qualsiasi contesto epocale. Oltre le masse, ovviamente, vi sono coloro che sanno resistere ai condizionamenti del Tempo, alle pressioni della cultura dominante, riuscendo sempre a vedere "oltre" e a discernere il grano dal loglio. Sono i rari nantes in gurgite vasto che, in genere, in un momento particolare della loro vita, mentre passeggiavano nel bosco, si sono trovati al cospetto di due strade che divergevano, proprio come accadde a un grande poeta. Scelsero di percorrere la meno battuta e questo ha fatto tutta la differenza. Orgoglioso e fiero di far parte di questa categoria e di poter raccontare, sorridendo, il mio sessantotto.















NOTE
1) L'episodio citato ebbe una replica più o meno analoga esattamente venti anni dopo. Collaboravo con una importante società partenopea, la "Joint Venture", che racchiudeva tre gruppi operativi: "Cinenova", proprietaria del Cinema Fiorentini e del vecchio Cinema-Teatro Acacia, rilevato e ristrutturato dopo un lungo periodo di chiusura; "City-Congress"; la catena dei ristoranti "Chopin". La sede era all'interno dell'Hotel Santa Lucia, che faceva parte del gruppo. Ero molto legato all'amministratore, un affascinante architetto, marito di una delle donne più importanti di Napoli, figlia di un imprenditore proprietario di molti alberghi, non solo a Napoli. Mi piaceva molto quella struttura, nella quale vedevo proiettato un futuro brillante come direttore artistico del Cinema-Teatro "Acacia", con annesse diramazioni nel campo cinematografico e dello showbiz, che non mi stancavo mai di "sollecitare" ai dirigenti. Purtroppo, a seguito del divorzio della coppia, si sfasciò tutto e l'Acacia non fu più gestito dall'Architetto mio amico, ma dalla ex moglie, che affidò la direzione artistica a Geppy Gleijeses. Fu proprio al Cinema "Fiorentini" che venne presentato, in anteprima nazionale, il capolavoro di Giuseppe Tornatore "Nuovo Cinema Paradiso" e io ebbi l'onore di essere tra gli invitati. Inutile dire che il film mi piacque molto e non mancai di esternare il mio apprezzamento al regista, tra lo stupore di molti amici e colleghi del Gruppo, i quali, senza tanti giri di parole e con il sorrisino sulle labbra, mi fecero intendere che avevo formulato i complimenti per mera "captatio benevolentiae" nei confonti del regista. Alla mia replica seguirono i classici "ma dai", "a chi vuoi farla bere", essendo tutti convinti che il film, non essendo piaciuto a loro, di sicuro non fosse piaciuto nemmeno a me. "E' una cagata pazzesca", mi disse uno dei massimi dirigenti della CINENOVA, ovviamente "espertissimo" di cinema e teatro, aggiungendo, con aria sorniona "…e tu lo sai benissimo", lasciando intendere che aveva ben compreso lo scopo recondito del mio gesto. Capii che non vi era partita, che non vi era verso di far comprendere la mia ritrosia a ogni forma di leccaculismo e mi godetti la serata senza insistere. Il film fu un vero flop al botteghino: non piacque a nessuno, gettando nel profondo sconcerto il regista e soprattutto Franco Cristaldi, che in compartecipazione con una società francese aveva prodotto il film, investendo una barca di soldi. Che il film fosse valido era chiaro a un numero ristretto di persone e a qualche critico, ma quando ci sono di mezzo i soldi, i complimenti dei pochi non contano. Bisognava intervenire in qualche modo. Il film "bellissimo" non era piaciuto e allora Tornatore lo ripropose in modo meno bello, togliendo circa trenta minuti di eccellente girato. Nonostante anche questa versione fosse stroncata dalla critica e dal pubblico in Italia, nel 1989 (forse con un piccolo aiutino assicurato dai produttori francesi), ottenne il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, cui fecero seguito il premio Oscar e il Golden Globe nel 1990. In Italia tornò nelle sale e ottenne il grande successo di cui tutti siamo a conoscenza, con incassi stratosferici. I miei amici che mi avevano sbeffeggiato alla prima? Come se nulla fosse stato. Con molti di loro ritornai a vedere il film, che a me ovviamente piacque di meno perché preferivo la prima versione. "Davvero stupendo", dissero tutti, dimentichi di ciò che avevano affermato solo due anni prima

   
       
       
         
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