Forum
 
Ho letto e molto apprezzato l’articolo di Angelo Romano sul n. 0 di questa rivista, dal titolo “Riflessioni sul patriottismo”. E, mai come ora, passato il 150° anniversario della nostra unità nazionale, sarebbe opportuno avviarle, approfondirle, per consegnare alla storia, e non alla storiografia scritta al solito dai vincitori, una pagina di verità sulle circostanze, i contesti, i ruoli che si sono articolati in Europa almeno dal 1849 al 1861. E, analogamente, farlo per l’Italia.Non si tratta di mettere in discussione l’unità nazionale né, tantomeno, deprecare i conclamati autori e il loro agire, quanto fotografare con obiettività e veridicità gli autori stessi, le loro umane contraddizioni, i dissapori che li hanno divisi strategicamente e politicamente, pur se accomunati dall’ideale di un’Italia una.Si tratta di esporre la verità circa il Regno Sardo-Sabaudo, la sua situazione economico-sociale prima dell’unità, la sua forza militare e la strategia, certo vincente, dell’illuminato capo di quel governo che ha saputo trarre dalle secche il suo Stato, senza renderlo vassallo né della Francia né dell’Inghilterra, consentendo ai suoi successori di rendere analogamente senza vincoli l’Italia una. Tra l’altro, sarebbe un atto di giustizia da compiere, a mo’ di riscatto, verso i tantissimi emigranti piemontesi e liguri che, prima dell’unità d’Italia, hanno preso la via dell’espatrio per la loro sussistenza.Si tratta di conoscere come, e in virtù di quali ragioni, popoli di Stati italiani preunitari, più floridi del Piemonte, abbiano potuto scegliere l’annessione allo stesso Piemonte.Si tratta, inoltre, di dichiarare la verità riguardo al Regno delle due Sicilie, alla consistenza del suo antecedente, cospicuo benessere, alla valida forza del suo esercito e della sua marina, tra i primi tre nel continente, senza più ricalcare superficialmente, e senza approfondimento alcuno, la strumentale denigrazione degli avversari di allora. E, così facendo, rendere giustizia ai tantissimi emigranti che, dopo all’unità, sono espatriati per il loro sostentamento.Si tratta, perciò, di spiegare razionalmente come un gruppo di uomini, senza grosse fortune personali, abbiano potuto organizzare (navi di trasporto, armamenti, vestiario, alimenti, ecc.) una dispendiosissima spedizione senza ricorrere alle loro disponibilità; chi, quindi, e con quali interessi, abbia fatto da garante verso le società fornitrici delle necessità della spedizione, a cominciare dai vascelli; come la spedizione stessa, complessa di per sé, abbia potuto aver luogo da una città controllata dal governo sabaudo, senza che quello stesso governo ne abbia saputo nulla se non a cose fatte.Si tratta di chiarire come nel tragitto da Quarto a Marsala né navi inglesi, né francesi, né sabaude, né tantomeno borboniche abbiano intercettato la spedizione, neppure a ridosso della Sicilia, e come un pugno di uomini, (poco più di mille, con i “picciotti”) certo valorosi, abbia poi potuto aver ragione di una forza militare (circa 100.000 uomini), addestrata e armata.Si tratta di conoscere le vere caratteristiche del fenomeno del cd. brigantaggio, le sue ragioni, la sua estensione ed i motivi per i quali sono occorsi circa 10 anni per debellarlo.Ecco. In estrema sintesi, c’è necessità, a personale avviso, di intendere meglio le nostre radici, la nostra storia senza ipocrisie o infingimenti e senza, per questo, ricorrere a scrittori di parte dell’epoca quali, da un lato, Abba e, dall’altro, Buttà o De Sivo. Peraltro, non toglierebbe alcunché a nessuno ma semmai servirebbe a  rispettare di più le memorie. C’è voluta la vittoria del centro-destra per vedere in TV “il Cuore nel pozzo”, una sorta di sceneggiato avente come tema le foibe; eventi che, sebbene più vicini nel tempo, hanno solo iniziato a rendere onore alla verità, senza alcun altro effetto. Figuriamoci eventi accaduti oltre 150 anni fa. E del resto, cosa ha comportato per gli USA, faro della libertà, la rivalutazione degli indiani?  
Francesco Diacceto

L’autore non me ne vorrà se commento il suo articolo (mi riferisco a “Umano, troppo umano” a firma Partenope Siciliano) apparso sul n. 0 di Confini ma credo che una rivista, sia pur telematica, si basi anche sul dibattito che riesce a suscitare, sull’essere agorà.

Non ho onestamente compreso la filosofia a base dell’articolo. Però non credo che l’autore abbia voluto scrivere un “pezzo” antropologico” né, tantomeno, un pezzo “metafisico” o “anarchico”.

Riferito alla prima ipotesi, non lo credo perché, com’è stato ben detto, la natura non conosce sentimento: negli animali è puro istinto. Invece, nell’essere umano, che pure animale è, la capacità di apprendere, di conoscere, di elaborare ha portato alla sovrastruttura, alla cultura, all’azione programmata farcita di sentimento: odio, amore, bramosia, desiderio, cupidigia; aspetti che notoriamente l’animale ignora. Tutt’al più pratica una specie di legge del taglione.  E’ comunque una “legge” animale l’istinto dell’autoaffermazione, l’emergere dalla massa, l’uscire dal gregge, per l’essere umano farsi egregio. Il leone, il lupo, e tanti e tanti altri ancora, lottano per la supremazia nel branco. Perché non dovrebbe farlo l’animale-uomo con qualche chance in più?

Se ne può dedurre che l’autoaffermazione per l’essere umano, supportato dalla cultura e non dalla sola forza, porta alla rappresentazione delle proprie idee ai fini della ricerca del consenso su di esse: ed è la “forza” di tale consenso, il numero dei consenzienti, a determinare la supremazia di un essere umano su altri esseri umani; in una parola, a determinare carisma e potere.

Non credo, quindi, che il riferimento sia metafisico in quanto è tipico dell’essere umano, secondo il principio socratico di ogni atto morale, "compiere ciò che è proprio a ciascuno", ricollegandolo da un lato a un qualcosa che è radicato in lui, all'areté, all’eccellenza, all’abilità, alla capacità, ma dall'altro lato all’indipendenza dal giudizio degli altri. Può sbagliare ma si può correggere (tipica dell’essere umano) al fine di mirare sempre alla felicità del singolo e, attraverso la sommatoria, ovvero la politica, alla felicità della polis. Del resto, questo compete al capo. Che proprio perché tale non deve attuare quanto gli viene detto se non ne é convinto ma, in virtù del consenso generale ricevuto, del carisma goduto, far sì che siano gli altri a seguire il suo volere. Altrimenti che capo sarebbe?

Certo. Un capo, in altre parole il detentore del potere, non può sfuggire all’impianto democratico di un contesto, di una comunità, di un Paese. Perché altrimenti sarebbe dittatura, un potere esercitato non sul consenso bensì sulla forza mercenaria. Diversamente, è democrazia l’impianto che regola la vita politica, civile e sociale. E, quindi, allo scemare di un consenso si sostituisce un nuovo, maggioritario consenso.

Non credo neppure che il riferimento possa essere un inno all’anarchia. Perché in ogni società civile si registra la presenza di un potere: semmai si può discutere sugli impianti, esistenti o meno di partecipazione democratica, ma non è detto che, per “osteggiare” il potere, occorre “sentire, pensare ed essere” perché può anche succedere che attraverso tali atteggiamenti si favorisca lo stesso potere. Si potrà discutere se lo merita o no, ma non se ne può prescindere. E, peraltro, se l'anarchia (mancanza di governo/potere) è una concezione politica basata sull'idea di un ordine fondato sull'autonomia e la libertà degli individui, essa è automaticamente contrapposta a ogni forma di Stato e di potere costituito. E, quindi, fondata sul senso di responsabilità di ciascuno nell’esercitare la propria libertà, senza che vi sia correttivo alcuno quando la manifestazione della libertà dell’uno tenderà inevitabilmente a prevaricare la libertà dell’altro. E ciò perché gli esseri umani, tra loro, sono notoriamente diversi. Non solo somaticamente ma anche psicologicamente, culturalmente, economicamente. Il vigore fisico, l’arguzia, il sapere, la forza economica rende paradossalmente “più liberi”.

Per cui, non avrebbe senso la “libertà” se non coniugata con “giustizia” e quindi con un potere che possa garantirla.

Diversamente, neppure la politica avrebbe più senso poiché non si dovrebbe mirare più alla felicità della polis bensì alla salvezza, alla “felicità” del singolo. Il che mi sembrerebbe un po’ egoistico. Non solidaristico. Antisociale. Non umano. E ciò nonostante abbiano teorizzato l’anarchia, direttamente o indirettamente, barba di filosofi del calibro di Proudhon, di Moro, di Condillac, di de Sade, di Godwin, di Bakunin.

L’autore Partenope Siciliano, peraltro, apre l’articolo citando Foucault e una sua affermazione: ovunque si eserciti il potere scompare la libertà di molti a favore della libertà di pochi. Certo. Questo riporterebbe all’anarchia ma Foucault, nella sua “analisi” del potere, ci chiarisce le idee. Sensibile alla cultura marxista, ribalta tuttavia il discorso sul “soggetto della storia” non riconoscendo una “classe repressa” portatrice inevitabile di sviluppo. Elabora piuttosto una "microfisica del potere", come emerge dalla raccolta dei suoi scritti cd. “politici”, nella quale il potere "non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono e coloro che lo subiscono…. Deve essere invece analizzato come qualcosa che circola,…. che funziona solo a catena…..Il potere funziona, si esercita attraverso un'organizzazione reticolare.". Sembra quasi di leggere Weber e la sua teoria sui “servi di rango”. Orbene, perché un’organizzazione di potere mal gestito cessi il suo esercizio quale sistema migliore di contrapporgli un’altra organizzazione dai positivi intenti?

A meno che Partenope Siciliano non intenda riferirsi specificatamente al “potere all’interno di un partito”, alla radicata persistenza di una qualsivoglia classe dirigente. Se così fosse, credo possano valere le stesse identiche riflessioni a proposito della società della quale i partiti, nel loro ruolo di intermediari, ne sono comunque uno spaccato. Con un’aggiunta.

Un tempo, era un piacere assistere ai dibattiti nelle occasioni assembleari. Argomentazioni che volteggiavano in armoniche acrobazie, dissertazioni che ascendevano a vette inviolate, esposizioni che catturavano l’animo e lo esponevano all’emozione. Qualcuno potrà dire che erano “impressioni” di gioventù. Per certi aspetti, potrebbe anche aver ragione.

Certo, il dibattito, la dissertazione elevata, la ricerca della motivazione interiore era il collante che teneva unito un corpo, grande o piccolo che fosse, che altrimenti avrebbe potuto disgregarsi. Ed anche fenomeni di iato sono stati superati da un forte, orgoglioso senso di appartenenza. Ma i giovani, si sa, diventano adulti e, senza guide valide ad accompagnarli nella transazione generazionale, perdono quell’entusiasmo prospettico per adeguarsi a un inconcludente, spesso, e a volte becero perbenismo manieroso quando non a un inefficace conformismo, dando così vita ad una stasi evolutiva anche per le generazioni successive.

E’ accaduto il ’92 e le successive rivoluzioni. Ma tutte le rivoluzioni hanno un difetto: quelle di mangiare sé stesse se manca un radicamento di nuove idee, di nuovi valori, se si instaura e si consolida una pianificazione centralizzata, se un costruttivo, partecipativo, dibattito è assente, se non vi è una prospettiva coinvolgente. Quando accade ciò, la comunità, la società, la massa involve, subentra il mugugno alla speculazione intellettuale e resta l’opportunità quando non l’opportunismo, senza entusiasmi. E’ ciò che è accaduto.

Non sono più le Idee a far la differenza. Essa, vera o presunta, avviene su altre basi: rateazione o meno dell’MU, disegno di legge o emendamento al testo anti-corruzione per modificare il finanziamento ai partiti, ampliamento o diminuzione della flessibilità in entrata e in uscita, ecc.

La vincente cultura dell’immagine su quella alfabetica ha fatto il resto: il “valore” è ciò che appare, è quello che s’inalbera a simbolo di uno (pseudo) status. E, infatti, secondo le tecniche di comunicazione pubblicitaria occidentale occorre avere un look adeguato, essere snelli, scattanti, abbronzati. E laddove la natura è stata matrigna, c’è l’emulazione, quella della peggior specie: riempirsi di piercing e mostrare il bordo delle mutande con impressa la griffe che fuoriesce dai pantaloni a vita bassa. Già, perché nel sovvertimento culturale si perde il senso del ridicolo il quale, dilagando e coniugandosi con l’esigenza di (pseudo) modernismo, determina la generale scomparsa dello spirito critico, conniventi famiglia e scuola. Oggi siamo allo scimmiottamento di dive, pagate milioni di dollari ma alcoliste e drogate.

Il fatto, in conclusione, è che, a prescindere dal potere, la società e i suoi rappresentanti, non riuscendo ad auspicare un “nuovo”, si adagiano sul “nulla” senza che un briciolo di “follia” (per dirla alla Foucault) prefiguri un “meglio”.  E all’intervenuta, generale supinazione neghittosa ha fatto sponda la perdita di memoria.

Nietzsche, tanto amato dal mondo della “liberale” destra, nel 1878 prese le distanze sia da Schopenhauer che da Wagner e, a proposito di tanti liberali, dedicò a Voltaire (pur non sposando l’Illuminismo) la sua opera “Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi” nel quale scriveva che “il vantaggio della cattiva memoria è che si gode parecchie volte delle stesse cose per la prima volta.”.

Massimo Sergenti